E' difficile elaborare un'improvvisa perdita, soprattutto se questa riguarda un amico e compagno di viaggio e di lotte quale è stato per noi Salvatore De Rosa. E' da più di un anno che sentiamo la sua mancanza: i suoi preziosi consigli, la sua caparbietà, la sua coerenza, la sua conoscenza che metteva sempre e umilmente a disposizione di tutti. Si poteva contare su di lui, sulla sua presenza.
Salvatore era sempre presente! E rimarrà sempre presente grazie ai suoi scritti come "Le date del mare non finiscono" che verrà presentato il 15 novembre alle ore 17.30 al centro velico Alto Jonio in viale virgilio 4 (accanto al Nautilus) - Taranto.
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mercoledì 6 novembre 2013
venerdì 13 aprile 2012
Non c'è morte, nella Storia
Pensando a Salvatore De Rosa, con qualche ricordo, stretti dalla malinconia del non più...
I funerali oggi, venerdì 13 alle ore 10:00, presso la parrocchia Sant’Antonio.
Nel video, invece, Salvatore compare per qualche secondo come lo abbiamo sempre visto: presente e partecipe!
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Un'oretta per il centro a conversare, un espressino e poi i saluti intorno alle 12.15. Sembrava una domenica come tante. Invece era un addio. Qualche ora dopo la rovinosa caduta. Le nostre storie diverse ma con tanto in comune. Il venir dai lontani ma mai dimenticati anni '70. Il lungo precariato. La morte dei ns padri a poca distanza l'uno dall'altro. La militanza nel "comitato per il rigassificatore" e nel "comitato per Taranto". Negli ultimi due / tre anni mi telefonava periodicamente per essere aggiornato sulle vicende ambientali. Si fidava delle mie informazioni e delle mie valutazioni. Non sempre i ns punti di vista, soprattutto per la situazione politica del Paese, coincidevano. Più che sull'analisi, sul modo di operare.Ma negli ultimi tempi condividevamo il distacco e la forte critica verso le espressioni più demagogiche del movimento ambientalista locale. Molte urla. molti slogan , molta aria fritta ma poche idee. Soprattutto per chi ha vissuto il fermento degli anni 70/80 la questione sociale non può mai essere dimenticata o messa nell'angolo. Nelle ns conversazioni telefoniche o della domenica mattina il comune sentire per un'aria pulita ma anche tanto fastidio per gli "sputi" agli operai su facebook o le "ferite" inferte da Tremonti o la Fornero o la cricca liberista che sta impoverendo l'Europa in questo periodo. Per noi Taranto non era staccata dal resto del mondo. Con me insisteva affinchè le mie conoscenze e la mia memoria storica in materia ambientale (26 anni di ambientalismo) potessero essere trasmesse in incontri specifici. Avevo da tempo offerto la mia disponibilità. Che rinnovo (su temi concreti. Discutere di Ilva si, Ilva no non mi impippa) per i gruppi interessati.
Mi sembra incredibile che non sia più tra noi. Riposi in pace e che il suo ricordo possa essere impresso nelle ns teste. LC
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Testardo, caparbio, irremovibile e cocciuto idealista fondamentalista! Mancherà a tutti quel muro contro cui ogni capocciata era lo spunto per una riflessione profonda, mai scontata. Addio Salvatore! LO
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Hasta siempre Salvatore,
chi ha avuto il privilegio di combattere al tuo fianco, non può non aver apprezzato la tua totale coerenza, la tua necessità di segnare il presente mediante percorsi reali di democrazia diretta, ci hai aiutato a comprendere e rafforzare sempre di più la necessità di non delegare, l'esigenza della partecipazione, il rifiuto netto dell'autoreferenzialità. Il tuo esempio più utile e chiaro è la tua stessa vita, quella tua incredibile necessità di confrontarti con gli altri rispettandone le opinioni, se e solo se intellettualmente oneste. Il tuo continuo impegno nel creare trasversalità è scolpito nei nostri cuori: è il nostro metodo nel fare militanza. Ci hai aiutato a comprendere che la formazione politica è imprescindibile se si vuole combattere la delega. Patrimonio storico della lotta di Taranto, continuerai a rimanere impresso nelle mura di questa città grazie al sudore di quella lotta che con entusiasmo hai sempre combattuto, la forza delle tue idee rimarrà per sempre per noi sprono nei momenti di difficoltà per continuare a lottare fino alla morte, consapevoli del fatto che ognuno di noi è parte di quel complesso meccanismo che noi chiamiamo democrazia diretta, ci rendiamo conto che dovremo essere in grado di farci carico della tua assenza per dare senso e valore a quel percorso di cui tu stesso hai fatto parte... Hai lasciato tutti noi svestiti a sanguinare sotto la luna rabbiosa mentre ancora udivamo la tua voce leggera nelle nostre arterie. Il vuoto che ci lasci necessiterà di molti compagni perché il tuo bagaglio è così inestimabile che la tua sostituzione è praticamente impossibile, ma come compagni del comitato, come compagni che hanno condiviso con te un percorso importantissimo della propria militanza sentiamo, proprio come te, una rabbia assoluta verso un sistema che continua nella più totale arroganza a cancellare il futuro della maggior parte delle persone.
In linea con la scientificità che hai sempre cercato nella politica continueremo a stare nelle battaglie per i beni comuni in quelle battaglie che possono costituire il prodromo di una riappropriazione più complessiva, portando avanti come hai sempre lucidamente ribadito il discorso sul metodo, sulla riappropriazione della propria dignità mediante la riappropriazione del proprio destino.
La scuola politica che ambivi a realizzare sarà la nostra esigenza primaria, non è una promessa che ti lasciamo ma la condivisione totale sulla necessità della formazione come strumento fondamentale per il prosieguo di ogni lotta tesa alla liberazione reale della persona. Continueremo a ricordare ogni giorno il sorriso e la sottile ironia che ti caratterizzavano e affidiamo a te le parole di chiusura di questo documento:
“La sudditanza sempre più diretta dei governi occidentali alla finanza internazionale vanifica i tradizionali istituti democratici, sottraendoli alla mediazione tra esigenze capitalistiche ed esigenze popolari. E, ancor più di quanto originariamente si prospettava, la gestione dei beni comuni chiama in causa la concezione e la pratica della democrazia. Risulta evidente che il grande sforzo dei comitati territoriali per permettere che la volontà popolare si esprimesse non può avere come effetto secondario la completa delega ad affrontare un potere tetragono, deciso a ignorare o a minimizzare il più possibile il risultato del referendum. I comitati si trovano oggi davanti a una svolta: o vengono accantonati da un fluire sostanzialmente immodificato degli eventi, lasciando campo a una nuova tappa della trasformazione dei cittadini in sudditi, oppure occorre che diventino gli embrioni di una nuova espressione democratica, che non sia ferma alla sola rivendicazione dei propri diritti ma dimostri, con le proprie soluzioni, di essere in grado di organizzare una gestione della società controllata dal basso, e quindi priva di quel fenomeno di autonomizzazione degli eletti dalla volontà popolare che la democrazia delegate mostra in tutto l'Occidente. […] Siamo convinti che i nostri sforzi, i nostri risultati non possono che essere effimeri se non opponiamo alla strategia privatizzatrice dei beni comuni un progetto di ampio respiro, sostenuto da un metodo sempre più idoneo a consentire la partecipazione di tutti i cittadini interessati a sottrarsi all'attuale deriva liberista”.
Con tutto il fervore rivoluzionario un ultimo e caloroso abbraccio da tutt*
le/i compagn* dei comitati
le/i compagn* di Taranto e Provincia
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Ciao Salvatore!
Con grande dolore, informiamo tutti gli attivisti del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” della perdita di un grande essere umano, fratello e compagno di viaggio.
Ieri 12 aprile 2012, Salvatore De Rosa, storico militante e attivista di Taranto, si è spento.
Non dimenticheremo mai - oltre al lato umano, generoso e limpido - lo straordinario supporto, la solida preparazione, la lucidità di lettura della storia e dei meccanismi di potere, la determinazione nel portare la tematica e la pratica della “Democrazia” anche all’interno delle vertenze territoriali e nazionali, indicando la scelta del metodo come condizione sostanziale e imprescindibile per consentire una reale partecipazione.
Rimarrà sempre con noi il ricordo dell’intelligente ironia utilizzata come modello comunicativo.
Al famoso slogan del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua “Si scrive Acqua e si legge Democrazia”, rispondeva sempre con “ Il nostro impegno deve far si che il senso delle parole non si inverta e che la Democrazia non diventi acqua…”. Poche parole che racchiudono il concetto più alto a cui tutti ci ispiriamo.
Grazie Salvatore…
Il Comitato esprime il suo più sincero affetto e vicinanza ai cari e ai familiari di Salvatore e inoltra qui di seguito quello che è l’ultimo contributo scritto da Salvatore per il Comitato pugliese e, probabilmente, il suo ultimo scritto in assoluto. Una riflessione, inviata solo qualche settimana fa (un paio di giorni prima del fatale incidente), per una discussione collettiva sulla democrazia, la partecipazione e il metodo del consenso. Un contributo che ora, per noi, diventa un testamento.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”
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Stento a crederci, lo avevo sentito di recente. A suo ricordo, una foto dello scorso maggio.
Lieta di aver contribuito a questa sua piccola gioia...
Onorata di aver conosciuto una così bella persona... LM
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Salvatore De Rosa e' stato una persona sempre attenta, sincera e ci manchera'. E' stato un prezioso compagno di viaggio. Ci ha accompagnato nella lotta al rigassificatore, alla militarizzazione, all'inquinamento. Ha dato passione e lucidita' alla richiesta di una democrazia vera che fosse partecipata e non delegata.
Ci manchera' soprattutto la sua bonaria ironia e il senso dell'amicizia. AM
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TRIBUTO AL COMPAGNO SALVATORE DE ROSA
Con dolore e rabbia la Confederazione Cobas partecipa al cordoglio unanime per la morte del compagno tarantino Salvatore De Rosa.
Con Salvatore se ne va un pezzo di storia della Taranto antagonista , che dalla fine degli anni ’70 a oggi , ha sempre dato battaglia contro i poteri forti e la degenerazione della politica, nell’interesse supremo della povera gente, dei lavoratori, dell’ambiente, dei beni comuni.
Non c’è stata lotta a Taranto o iniziativa nazionale a cui Salvatore è mancato.
Con l’incedere pacato, riflessivo,sorridente e determinato , Salvatore contribuì – insieme ai compagni/e del “csoa Cittavekkia “ – a sfidare e poi vincere la barbarie di Cito, il sindaco coatto che ha depredato Taranto. Così come è stato partecipe delle lotte per la chiusura delle Basi Nato in Puglia , che ebbero un nuovo slancio dopo il campeggio antimilitarista del ‘99 ad Otranto.
Insieme ai Cobas , nel resistere alla mattanza e ai tentativi sediziosi perpetrati dallo Stato a Napoli e Genova nel 2001 ; a fianco dei popoli oppressi di Palestina e Kurdistan ; nelle mobilitazioni contro i cicli repressivi, da quelli per la liberazione e il proscioglimento dei compagni/e del “ sud ribelle” , a quella per la liberazione di Bobo Aprile e i disoccupati brindisini, all’odierna campagna per la liberazione dei compagni/e NO Tav.
Poi ancora a sostenere la ripresa e il riscatto dei quartieri popolari di Taranto , dove una nuova generazione ha ripreso il testimone della soluzione dei bisogni negati, mettendo in campo la sfida al degrado e la precarietà, facendo proprie le battaglie contro discariche-inceneritori verso “ rifiuti zero”, per l’energia pulita e contro il rigassificatore , soprattutto per l’acqua bene comune , dall’impegno per la legge di iniziativa popolare, al vittorioso referendum, all’attuale campagna di “ obbedienza civile”.
Addio caro Salvatore , compagno di tante battaglie e di ampie visioni, il vuoto che lasci cercheremo di colmarlo tenendo fede ai valori,ai principi, ai comportamenti che ti hanno sempre ispirato.
Ai tuoi affetti , ai compagni/e di Taranto , le condoglianze e la vicinanza della Confederazione Cobas
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Per me che l’ho conosciuto cinque anni fa nelle iniziative del “Comitato per Taranto” contro la costruzione di un rigassificatore, qui da noi, fu una sorpresa. Sapeva, con un tono di voce inconfondibile, porre il proprio pensiero ed avere la capacità di ascoltare quello altrui. Persona calma, tollerante ferma nelle sue idee e convinzioni. Provenivamo da esperienze diverse ma pur sempre convinti di essere dalla parte legittima: quella della giustizia sociale. Le sue parole scritte il 30 ottobre del 2003 su “La Politica nel Movimento” nel sito di Attac Italia suonano straordinariamente attuali nella crisi oggi dell’ economia, della società, della politica.
“Occorre, crediamo, un militante di tipo nuovo: che non punti su di un carisma ma sulla capacità di favorire l’esprimersi di altri; che conosca i gerghi delle culture politiche ma che voglia in ogni occasione farsi capire da tutti; che non abbia il feticcio della propria organizzazione o area ma si ponga il problema della crescita e dell’organizzazione dell’intero movimento, reale e potenziale; che sia capace, anche spostandosi per rincorrere il lavoro, di stabilire contatti costruttivi con chi lotta per il cambiamento; che affronti l’interiorizzazione della sconfitta, evidente in un momento in cui nessuno osa dire che "un altro mondo è in costruzione"; che, insomma, cerchi continuamente una dimensione strategica. E occorre un’associazione che gli sia utile”
E’, a me sembra, un appello alla società civile per contare e decidere finalmente del proprio destino. Piaceva ad entrambi l’analisi oggettiva dalla realtà, io con il metodo insegnatomi dalla mia tradizione, lui con quel bisogno di democrazia creata continuamente dal basso, capace di rimettere tutto in discussione ed essere il motore vero del cambiamento. Incontrarci è sempre stato occasione di confrontarci ma per uno strano gioco del destino l’ultima volta fu alcune ore prima che andasse in quel coma che ieri l’ha portato alla sua morte prematura. Era stranamente, per la gravità del suo male, seduto accanto al letto, sembrò per me un segno di ripresa, la sua voce flebile, la sua voglia di sapere... tanta. Lo misi al corrente degli ultimi fatti eclatanti della nostra città e di quello inedito di una manifestazione di operai, tecnici e dirigenti organizzata dalla proprietà Ilva contro la magistratura per il giorno dopo. Ci lasciammo, quella sera, con il mio impegno a fargli leggere e discutere un resoconto politico di quella manifestazione, “pezzo” poi pubblicato dal Corriere del Giorno e discusso poi vivacemente su facebook da tanti nostri comuni amici e compagni. Sono certo che avrebbe condiviso la parte in cui ho trattato il ruolo oggi dei movimenti e della associazioni, la parte più avanzata e sensibile della società civile. Mi lascia e ci lascia un vuoto incolmabile. GG
I funerali oggi, venerdì 13 alle ore 10:00, presso la parrocchia Sant’Antonio.
Nel video, invece, Salvatore compare per qualche secondo come lo abbiamo sempre visto: presente e partecipe!
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Un'oretta per il centro a conversare, un espressino e poi i saluti intorno alle 12.15. Sembrava una domenica come tante. Invece era un addio. Qualche ora dopo la rovinosa caduta. Le nostre storie diverse ma con tanto in comune. Il venir dai lontani ma mai dimenticati anni '70. Il lungo precariato. La morte dei ns padri a poca distanza l'uno dall'altro. La militanza nel "comitato per il rigassificatore" e nel "comitato per Taranto". Negli ultimi due / tre anni mi telefonava periodicamente per essere aggiornato sulle vicende ambientali. Si fidava delle mie informazioni e delle mie valutazioni. Non sempre i ns punti di vista, soprattutto per la situazione politica del Paese, coincidevano. Più che sull'analisi, sul modo di operare.Ma negli ultimi tempi condividevamo il distacco e la forte critica verso le espressioni più demagogiche del movimento ambientalista locale. Molte urla. molti slogan , molta aria fritta ma poche idee. Soprattutto per chi ha vissuto il fermento degli anni 70/80 la questione sociale non può mai essere dimenticata o messa nell'angolo. Nelle ns conversazioni telefoniche o della domenica mattina il comune sentire per un'aria pulita ma anche tanto fastidio per gli "sputi" agli operai su facebook o le "ferite" inferte da Tremonti o la Fornero o la cricca liberista che sta impoverendo l'Europa in questo periodo. Per noi Taranto non era staccata dal resto del mondo. Con me insisteva affinchè le mie conoscenze e la mia memoria storica in materia ambientale (26 anni di ambientalismo) potessero essere trasmesse in incontri specifici. Avevo da tempo offerto la mia disponibilità. Che rinnovo (su temi concreti. Discutere di Ilva si, Ilva no non mi impippa) per i gruppi interessati.
Mi sembra incredibile che non sia più tra noi. Riposi in pace e che il suo ricordo possa essere impresso nelle ns teste. LC
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Testardo, caparbio, irremovibile e cocciuto idealista fondamentalista! Mancherà a tutti quel muro contro cui ogni capocciata era lo spunto per una riflessione profonda, mai scontata. Addio Salvatore! LO
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Hasta siempre Salvatore,
chi ha avuto il privilegio di combattere al tuo fianco, non può non aver apprezzato la tua totale coerenza, la tua necessità di segnare il presente mediante percorsi reali di democrazia diretta, ci hai aiutato a comprendere e rafforzare sempre di più la necessità di non delegare, l'esigenza della partecipazione, il rifiuto netto dell'autoreferenzialità. Il tuo esempio più utile e chiaro è la tua stessa vita, quella tua incredibile necessità di confrontarti con gli altri rispettandone le opinioni, se e solo se intellettualmente oneste. Il tuo continuo impegno nel creare trasversalità è scolpito nei nostri cuori: è il nostro metodo nel fare militanza. Ci hai aiutato a comprendere che la formazione politica è imprescindibile se si vuole combattere la delega. Patrimonio storico della lotta di Taranto, continuerai a rimanere impresso nelle mura di questa città grazie al sudore di quella lotta che con entusiasmo hai sempre combattuto, la forza delle tue idee rimarrà per sempre per noi sprono nei momenti di difficoltà per continuare a lottare fino alla morte, consapevoli del fatto che ognuno di noi è parte di quel complesso meccanismo che noi chiamiamo democrazia diretta, ci rendiamo conto che dovremo essere in grado di farci carico della tua assenza per dare senso e valore a quel percorso di cui tu stesso hai fatto parte... Hai lasciato tutti noi svestiti a sanguinare sotto la luna rabbiosa mentre ancora udivamo la tua voce leggera nelle nostre arterie. Il vuoto che ci lasci necessiterà di molti compagni perché il tuo bagaglio è così inestimabile che la tua sostituzione è praticamente impossibile, ma come compagni del comitato, come compagni che hanno condiviso con te un percorso importantissimo della propria militanza sentiamo, proprio come te, una rabbia assoluta verso un sistema che continua nella più totale arroganza a cancellare il futuro della maggior parte delle persone.
In linea con la scientificità che hai sempre cercato nella politica continueremo a stare nelle battaglie per i beni comuni in quelle battaglie che possono costituire il prodromo di una riappropriazione più complessiva, portando avanti come hai sempre lucidamente ribadito il discorso sul metodo, sulla riappropriazione della propria dignità mediante la riappropriazione del proprio destino.
La scuola politica che ambivi a realizzare sarà la nostra esigenza primaria, non è una promessa che ti lasciamo ma la condivisione totale sulla necessità della formazione come strumento fondamentale per il prosieguo di ogni lotta tesa alla liberazione reale della persona. Continueremo a ricordare ogni giorno il sorriso e la sottile ironia che ti caratterizzavano e affidiamo a te le parole di chiusura di questo documento:
“La sudditanza sempre più diretta dei governi occidentali alla finanza internazionale vanifica i tradizionali istituti democratici, sottraendoli alla mediazione tra esigenze capitalistiche ed esigenze popolari. E, ancor più di quanto originariamente si prospettava, la gestione dei beni comuni chiama in causa la concezione e la pratica della democrazia. Risulta evidente che il grande sforzo dei comitati territoriali per permettere che la volontà popolare si esprimesse non può avere come effetto secondario la completa delega ad affrontare un potere tetragono, deciso a ignorare o a minimizzare il più possibile il risultato del referendum. I comitati si trovano oggi davanti a una svolta: o vengono accantonati da un fluire sostanzialmente immodificato degli eventi, lasciando campo a una nuova tappa della trasformazione dei cittadini in sudditi, oppure occorre che diventino gli embrioni di una nuova espressione democratica, che non sia ferma alla sola rivendicazione dei propri diritti ma dimostri, con le proprie soluzioni, di essere in grado di organizzare una gestione della società controllata dal basso, e quindi priva di quel fenomeno di autonomizzazione degli eletti dalla volontà popolare che la democrazia delegate mostra in tutto l'Occidente. […] Siamo convinti che i nostri sforzi, i nostri risultati non possono che essere effimeri se non opponiamo alla strategia privatizzatrice dei beni comuni un progetto di ampio respiro, sostenuto da un metodo sempre più idoneo a consentire la partecipazione di tutti i cittadini interessati a sottrarsi all'attuale deriva liberista”.
Con tutto il fervore rivoluzionario un ultimo e caloroso abbraccio da tutt*
le/i compagn* dei comitati
le/i compagn* di Taranto e Provincia
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Ciao Salvatore!
Con grande dolore, informiamo tutti gli attivisti del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” della perdita di un grande essere umano, fratello e compagno di viaggio.
Ieri 12 aprile 2012, Salvatore De Rosa, storico militante e attivista di Taranto, si è spento.
Non dimenticheremo mai - oltre al lato umano, generoso e limpido - lo straordinario supporto, la solida preparazione, la lucidità di lettura della storia e dei meccanismi di potere, la determinazione nel portare la tematica e la pratica della “Democrazia” anche all’interno delle vertenze territoriali e nazionali, indicando la scelta del metodo come condizione sostanziale e imprescindibile per consentire una reale partecipazione.
Rimarrà sempre con noi il ricordo dell’intelligente ironia utilizzata come modello comunicativo.
Al famoso slogan del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua “Si scrive Acqua e si legge Democrazia”, rispondeva sempre con “ Il nostro impegno deve far si che il senso delle parole non si inverta e che la Democrazia non diventi acqua…”. Poche parole che racchiudono il concetto più alto a cui tutti ci ispiriamo.
Grazie Salvatore…
Il Comitato esprime il suo più sincero affetto e vicinanza ai cari e ai familiari di Salvatore e inoltra qui di seguito quello che è l’ultimo contributo scritto da Salvatore per il Comitato pugliese e, probabilmente, il suo ultimo scritto in assoluto. Una riflessione, inviata solo qualche settimana fa (un paio di giorni prima del fatale incidente), per una discussione collettiva sulla democrazia, la partecipazione e il metodo del consenso. Un contributo che ora, per noi, diventa un testamento.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”
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Stento a crederci, lo avevo sentito di recente. A suo ricordo, una foto dello scorso maggio.
Lieta di aver contribuito a questa sua piccola gioia...Onorata di aver conosciuto una così bella persona... LM
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Salvatore De Rosa e' stato una persona sempre attenta, sincera e ci manchera'. E' stato un prezioso compagno di viaggio. Ci ha accompagnato nella lotta al rigassificatore, alla militarizzazione, all'inquinamento. Ha dato passione e lucidita' alla richiesta di una democrazia vera che fosse partecipata e non delegata.
Ci manchera' soprattutto la sua bonaria ironia e il senso dell'amicizia. AM
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TRIBUTO AL COMPAGNO SALVATORE DE ROSA
Con dolore e rabbia la Confederazione Cobas partecipa al cordoglio unanime per la morte del compagno tarantino Salvatore De Rosa.
Con Salvatore se ne va un pezzo di storia della Taranto antagonista , che dalla fine degli anni ’70 a oggi , ha sempre dato battaglia contro i poteri forti e la degenerazione della politica, nell’interesse supremo della povera gente, dei lavoratori, dell’ambiente, dei beni comuni.
Non c’è stata lotta a Taranto o iniziativa nazionale a cui Salvatore è mancato.
Con l’incedere pacato, riflessivo,sorridente e determinato , Salvatore contribuì – insieme ai compagni/e del “csoa Cittavekkia “ – a sfidare e poi vincere la barbarie di Cito, il sindaco coatto che ha depredato Taranto. Così come è stato partecipe delle lotte per la chiusura delle Basi Nato in Puglia , che ebbero un nuovo slancio dopo il campeggio antimilitarista del ‘99 ad Otranto.
Insieme ai Cobas , nel resistere alla mattanza e ai tentativi sediziosi perpetrati dallo Stato a Napoli e Genova nel 2001 ; a fianco dei popoli oppressi di Palestina e Kurdistan ; nelle mobilitazioni contro i cicli repressivi, da quelli per la liberazione e il proscioglimento dei compagni/e del “ sud ribelle” , a quella per la liberazione di Bobo Aprile e i disoccupati brindisini, all’odierna campagna per la liberazione dei compagni/e NO Tav.
Poi ancora a sostenere la ripresa e il riscatto dei quartieri popolari di Taranto , dove una nuova generazione ha ripreso il testimone della soluzione dei bisogni negati, mettendo in campo la sfida al degrado e la precarietà, facendo proprie le battaglie contro discariche-inceneritori verso “ rifiuti zero”, per l’energia pulita e contro il rigassificatore , soprattutto per l’acqua bene comune , dall’impegno per la legge di iniziativa popolare, al vittorioso referendum, all’attuale campagna di “ obbedienza civile”.
Addio caro Salvatore , compagno di tante battaglie e di ampie visioni, il vuoto che lasci cercheremo di colmarlo tenendo fede ai valori,ai principi, ai comportamenti che ti hanno sempre ispirato.
Ai tuoi affetti , ai compagni/e di Taranto , le condoglianze e la vicinanza della Confederazione Cobas
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Per me che l’ho conosciuto cinque anni fa nelle iniziative del “Comitato per Taranto” contro la costruzione di un rigassificatore, qui da noi, fu una sorpresa. Sapeva, con un tono di voce inconfondibile, porre il proprio pensiero ed avere la capacità di ascoltare quello altrui. Persona calma, tollerante ferma nelle sue idee e convinzioni. Provenivamo da esperienze diverse ma pur sempre convinti di essere dalla parte legittima: quella della giustizia sociale. Le sue parole scritte il 30 ottobre del 2003 su “La Politica nel Movimento” nel sito di Attac Italia suonano straordinariamente attuali nella crisi oggi dell’ economia, della società, della politica.
“Occorre, crediamo, un militante di tipo nuovo: che non punti su di un carisma ma sulla capacità di favorire l’esprimersi di altri; che conosca i gerghi delle culture politiche ma che voglia in ogni occasione farsi capire da tutti; che non abbia il feticcio della propria organizzazione o area ma si ponga il problema della crescita e dell’organizzazione dell’intero movimento, reale e potenziale; che sia capace, anche spostandosi per rincorrere il lavoro, di stabilire contatti costruttivi con chi lotta per il cambiamento; che affronti l’interiorizzazione della sconfitta, evidente in un momento in cui nessuno osa dire che "un altro mondo è in costruzione"; che, insomma, cerchi continuamente una dimensione strategica. E occorre un’associazione che gli sia utile”
E’, a me sembra, un appello alla società civile per contare e decidere finalmente del proprio destino. Piaceva ad entrambi l’analisi oggettiva dalla realtà, io con il metodo insegnatomi dalla mia tradizione, lui con quel bisogno di democrazia creata continuamente dal basso, capace di rimettere tutto in discussione ed essere il motore vero del cambiamento. Incontrarci è sempre stato occasione di confrontarci ma per uno strano gioco del destino l’ultima volta fu alcune ore prima che andasse in quel coma che ieri l’ha portato alla sua morte prematura. Era stranamente, per la gravità del suo male, seduto accanto al letto, sembrò per me un segno di ripresa, la sua voce flebile, la sua voglia di sapere... tanta. Lo misi al corrente degli ultimi fatti eclatanti della nostra città e di quello inedito di una manifestazione di operai, tecnici e dirigenti organizzata dalla proprietà Ilva contro la magistratura per il giorno dopo. Ci lasciammo, quella sera, con il mio impegno a fargli leggere e discutere un resoconto politico di quella manifestazione, “pezzo” poi pubblicato dal Corriere del Giorno e discusso poi vivacemente su facebook da tanti nostri comuni amici e compagni. Sono certo che avrebbe condiviso la parte in cui ho trattato il ruolo oggi dei movimenti e della associazioni, la parte più avanzata e sensibile della società civile. Mi lascia e ci lascia un vuoto incolmabile. GG
giovedì 12 aprile 2012
Migrazione al centro dalla periferia tarantina di Salvatore De Rosa
Salvatore De Rosa nelle sue parole, Taranto e tanto altro.
Adesso sono nella casa nuova, più vicino al mare. Ma, più che la vicinanza della superficie d'acqua, a ricordarmi le nuotate dell'estate sono le mie discese sulla strada principale. Che è in parte alberata, con vecchi e frondosi lecci, mentre nel tratto successivo la luce, favorita dalla bassa altezza media dei palazzi della zona, rasserena e rallegra tutto ciò che rischiara; alleggerendomi l'animo, potrei dire, nella stessa misura in cui la vedo riempire lo spazio. Nella strada c'è qualche negozio interessante, dei marciapiedi più larghi rispetto al normale in città, dei caffè con buona pasticceria, una bella bougainvillea pendente da un muro sopra un chiosco di giornali e un passeggio che un tempo detestavo, ma in cui ora mi capita spesso di incontrare qualcuno che conosco. Così si forma la similitudine col nuoto: per questo muovermi in un posto dove si riaffaccia il piacere di guardare, per l'immersione nella luce, per la gradevolezza di alcuni particolari della strada, per gli incontri, che non sono più con flora o fauna marina ma con persone; per l'attenuarsi dei rumori nella zona pedonale, per il ritrovarmi senza desideri a stupirmi di tutto. L'interesse di esplorare mi ha ripreso come quando ero ragazzo; qualcosa dell'atmosfera del centro storico europeo qui nel Borgo si rintraccia ancora. Con le sorprese: una mattina, inaspettato, trovo il mercatino ambulante delle cose vecchie, che è un po' come un tratto di mare del passato in cui galleggino scompostamente mille ricordi fatti oggetto. Ci vedo libri che non si stampano più, avventure che avrei voluto leggere da piccolo, mobili compagni a lungo di vicende umane, paccottiglia di passate vergogne politiche nazionali. Poi la fantastica bancarella di un britannico, uno scozzese. Che ha bastoni da passeggio, animati e non, con manici molto fantasiosi: una testa umana che andava impugnata dal lungo naso; un pomo d'ambra a forma di teschio; un manico d'osso di balena su cui sono raffigurate per incisione delle sirene che, sedute sugli scogli, asciugano al vento le capigliature; e poi un fusto che pare una canna di bambù su cui sono intagliati a rilievo libellule, cetonie e ranocchie, ma così bene da dare l'idea che vi stiano sostando temporaneamente. Sono però le scatolette d'osso di balena ad attirare maggiormente la mia attenzione. Sui coperchi sono incisi velieri, scene di caccia ai capodogli, sirene solitarie. Scatole piccole, ma precise nella costruzione e nelle decorazioni, prendono un grande spazio emotivo con la loro narrazione; rimandano all'inizio dell'arte, la descrizione della caccia che si ammira nelle grotte preistoriche, dove l'uomo mostra di osservare sé stesso nel mondo. Sono vere, sono riproduzioni? Vere, afferma pacatamente mister Jackson, il commerciante, baffi e capelli brizzolati, occhi chiari e quel comportamento molto composto che caratterizzava i suoi compatrioti prima dell'olocausto culturale. Ma non sa dirmi nulla sulla loro origine, le ha acquistate da altri commercianti, sa solo che provengono da collezioni. Che ora, purtroppo, si scompongono. Me ne regalo una. Per guardarvi, alternativamente, gli uomini soli col mare e col rischio, il grande nuotatore solo con gli uomini.
Nei giorni freddi di dicembre, sulla stessa strada, madonne siedono sole col proprio bambino. Avendo sperimentato la latitanza di Giuseppe e l'inesistenza dello Spirito Santo, chiedono una moneta al passante. Provano a nutrirsi, cioè, come le conchiglie: queste raccolgono col flusso del mare, loro da quello della folla.
La strada principale, proseguendo verso il centro, va ad aprirsi nella piena luce di una piazza di palme e magnolie che un tempo ebbe il nome di un filosofo coraggioso. "Chi muore per il libero pensiero onora la patria, appartiene al mondo": lo si ricordava così su di una targa che non c'è più, e toglierla fu un altro piccolo, clandestino rogo. Arrivando a quella piazza si passa su di un'altra cancellazione, quella del racconto dell'antichissima prosperità che in quel punto, vien scritto, aveva formato un prorompere di terrazze affacciate a guardare i mari e a inondarsi di luce. Le ipotesi su ciò che fu cancellato, su che cosa fosse "il Borgo prima del Borgo", le ho trovate nel libro di uno studioso locale che narra come i resti della città magnogreca fossero stati sepolti dal tempo, compresi in quella collina che fu poi chiamata Montedoro. Mi è facile fantasticare che quest' altura prendesse nome dal fatto che i raggi del sole ne dovevano indorare alternativamente i lati, al tramonto e all'alba; dalla sua sommità si saranno potuti contemplare, semplicemente volgendo il capo, l'uno e l'altro mare. Dopo che, nel 927, la città fu assalita e, malgrado tenace difesa, depredata e distrutta dai Saraceni – con la sorte che lasciò vivi e liberi pochi pescatori, che si erano avventurati al mare come imponeva il loro mestiere – trascorsero quarant'anni in cui sulle sue macerie nulla più voleva risorgere. La città rinacque per necessità strategica decisa altrove, ma lo fece avendo paura di ciò che avrebbe potuto scorgere all'orizzonte. Si rinchiuse nell'area dell'antica rocca facendola, nel secolare perfezionamento delle sue difese, diventare un'isola per difenderla meglio, e organizzando le sue strade in forma di contorte e a tratti strettissime viscere per digerirvi mortalmente qualsiasi invasore. Sacrificò così anche il rapporto che un tempo aveva con la luce; si chiuse al mare, ed era da aperture nelle mura che i pescatori uscivano per strappare ai flutti i pesci. Tutto il resto diventò campagna.
La collina di Montedoro, alba dopo alba e tramonto dopo tramonto, custodì per secoli il suo segreto. Ma quando, dopo, l'unità d'Italia, la città risolse di espandersi nuovamente tornando nei luoghi dove era già stata, la collina fu frettolosamente sbancata. I poteri locali del tempo coniugarono la speculazione edilizia con le esigenze della propria sicurezza e crearono, secondo l'uso di allora, una rete di strade che si tagliavano ad angolo retto, facilmente percorribili dalla truppa, di modo che le uniformi avrebbero potuto celermente affrontare i cittadini, laddove necessario. Il racconto, allora, si perse. Ma, camminando verso la piazza che fu del filosofo, guardando dai lati laddove la strada principale, che scorre dove fu la collina, incrocia altre vie, si può notare, stando attenti, ancora una leggera sopraelevazione della zona, una piccola traccia di ciò che fu.
Ciò che fu fu tanto, in un sito benedetto dalla natura: quando, laddove io sono adesso, vi erano solo alberi sorvolati dal grido dei gabbiani sarà stato un paradiso di facile caccia e pesca; però il fortunato abitarvi, che qui formò una città molto prima che si abbozzasse Roma, si trasformò periodicamente in grave sfortuna, ché di ferro in ferro fu conquistata fino all'attuale acciaio. Ma la mia fantasia va più spesso al periodo dei Greci, o anche all'anfiteatro romano che guardava il mare, ma più a quella piazza irregolare che, sempre come ipotizza lo studioso, si apriva laddove i due mari erano più vicini e laddove il pensiero umano, che aveva per la prima volta raggiunto la maturità e la libertà di spaziare per tentare di indagare l'intera esistenza, si sarà fatto discussione tra uomini, insieme a liti, seduzioni, vanità e a tutti gli altri fenomeni di relazione che una piazza avrà potuto allora vedere. Anche la forme dei luoghi di quel tempo mi incuriosiscono particolarmente, perché credo siano state quelle più armoniche che, come spazi ormai umani, abbiano potuto avere nel loro rapporto col mare. Mi capita di vagare col pensiero in quella piazza, di figurarmene a volte così vividamente le forme che, immaginandovi anche i modi della sua indubitabile animazione, ho come una sensazione di solitudine. Fu una fortuna sorretta dagli schiavi, e quando finì per la città iniziarono una chiusura e una sudditanza che, cambiando via via le forme, non hanno ancora fine. Ebbe però, la città, pure degli sfortunati difensori che caddero sotto il ferro dei Romani, dei Saraceni o di altri viriliter pugnando. Sarebbe stato meglio per lo spirito cittadino conservare i loro ricordi collettivi invece di quello dello smidollato Filonide, che oltraggiò con la propria urina gli ambasciatori romani quando la città già da tempo non si riteneva più in grado di difendere da sola la propria libertà. I due mari, da allora, furono solo per i pesci e per le rischiose funzioni militari a cui furono sottomessi durante i secoli, dal probabile "daar sarah", arsenale per i corsari arabi, all'odierna base navale del Pentagono. Così, mentre altre città di mare italiane poterono sperimentare forme repubblicane, i tarantini affrontarono una vita gravata da pesi altrui, cercando in qualche occasione di allentare le proprie catene. Ma dalla prima caduta della città greca tutti gli sforzi per risollevarsi furono vani; con la brevissima parentesi della ribellione ai Romani, quando si seppe loro infliggere una sconfitta sul mare e si fu poi persi da un tradimento.
Finalmente un pomeriggio mi avvio verso il lungomare. È una giornata grigia, non ci trovo nessuno. Sugli scogli vedo un airone che strofina il becco sulle penne. Più in là ecco le sagome scure di un paio di uccelli acquatici, che ogni tanto si tuffano e spariscono completamente per un tempo che mi pare lungo. Poi riemergono più in là. Quando guardo di nuovo gli scogli dove c'era l'airone non lo vedo più, e neppure in cielo; mi dispiace di aver perso il momento in cui ha spiccato il volo. Mi stupisce vedere questi uccelli, mi sembra che non facciano parte della logica che ora informa il lungomare: i rifiuti disseminati sulla scarpata, evidenti mentre scendo i gradini, la plastica sugli scogli.
Scendo ancora, tra due alberi grigio chiaro spogliati completamente dall'inverno, poi cammino vicino allo sciacquìo. Dappertutto i resti di attimi di trascuratezza dissennata e proteste di plastica rese dal mare. E, negli attimi in cui mi fermo sulle scale mi nasce una fantasia dove ci sono persone di mezz'età, i vestiti da pescatori, che si danno voce in dialetto, che scendono giù a raccogliere tutti quei resti abbandonati con gesti pregni del senso di necessità; e poi, dopo quella frazione di secondo che basta al sogno per mutare, ecco dei signori con cappotto, delle ragazze, dei ragazzini, chi con guanti, chi senza. La forza sposta il grosso, l'agilità si impadronisce del minuto. L'animo mi diventa inaspettatamente leggero, mi si affaccia il pensiero "sono tornati gli uomini". Poi la scena diventa estiva, con persone che escono dai palazzi del lungomare, in costume da bagno e col telo da mare sottobraccio, e scendono le scalinate per andare a bagnarsi. Qualche giorno dopo sento che il sindaco, con una squadra di volontari, ha ripulito la scarpata del lungomare. È un bel gesto, certo, ma non è il mio sogno. Il mio sogno è fatto di gente comune che volta pagina, anzi, che la pulisce.
Capita anche di incontrare un cembalista alto e biondo, che suona in strada melodie appassionanti, profondamente europee: si direbbe, a prima impressione, la malinconia vitale irlandese ben combinata con una serena, a tratti allegra, solarità italiana. Ogni tanto, mentre suona, dice agli ascoltatori: "Questo strumento si chiama cembalo". Spiega che è uno strumento di origine persiana, che è l'antenato del pianoforte, che fu portato in Europa dai crociati. Lui è generoso del suo sonare e ne ha piacere. Viene dagli "States".
Quando ho un po' di tempo preparo del pesce. Stupisco i pescivendoli evitandogli di pulirlo; al massimo, qualche volta lo faccio squamare. Mica può un discendente di pescatori rifiutare di far da sé. Ricordo che mio padre, dopo aver eviscerato il pesce da zuppa, recuperava il fegato e le eventuali uova, apriva e puliva lo stomaco e rimetteva in sede. Quale pescivendolo lo farebbe? Uno, giovane, che mi aveva pesato una pescatrice, mi ha domandato se sapevo pulirla. "Mica è difficile", ho risposto. "Ma tu la pelle la mangi?" L'ho guardato stupito e ho risposto: "Certo, perché?" Mi ha mostrato un esemplare spellato e decapitato. "Puveredde", ho commentato. Da allora mi ha sempre trattato con un rispetto particolare. I pescatori non preparerebbero mai così una pescatrice per la loro cucina: sanno che quella testa dalla bocca larga, irta di denti, ha più sapore del corpo – che non spellano. Ma molta gente ora vuole così. Le preparazioni tradizionali, insieme coi nomi dialettali dei pesci, lottano contro un nuovo sempre più insipido.
Egidio, arsenalotto, mi ha aiutato a sistemare l'illuminazione in cantina, ed è venuto portandomi un regalo per la casa: delle conchigliette in un piccolo contenitore pieno d'acqua. Lui è un po' artista e anche un po' bizzarro; le sue conchiglie rimangono a mollo diversi giorni nel loro contenitore. Poi, finalmente, ho un po' di tempo e le estraggo per guardarle, decidendo di tenermi le più belle. Le prendo a una a una e le dispongo ad asciugare sullo spazio di piano tra la cucina e il lavello. Sono pettini giacobei, conchiglie col dorso che si apre a ventaglio. Ma qual è la più bella? Non lo so decidere. Ce ne sono di bianche, un bianco lattiginoso, altre hanno sfumature di nuvola e di scoglio. La disposizione che hanno assunto sul piano mi piace, tanto che non riesco a scomporla. Dopo qualche giorno vado da un falegname, mi faccio tagliare una tavoletta e ve le incollo nella stessa disposizione. I ventagli sembrano ascendere lentamente come se una mano misteriosa li avesse aperti a uno a uno rendendoli, così, leggeri e mobili. Ci scrivo a matita "Alba dall'Arsenale". Quell'alba dietro il muro, sul Mare Piccolo, che non si può vedere.
In un primo pomeriggio di tramontana, col cielo rannuvolato, ridiscendo la scalinata del lungomare; passo tra la bella coppia di alberi grigi che commentano i colori di mare e cielo coi loro rami spogli. Qui, penso, non sono sceso mai con nessuna donna. Arrivo in fondo, scendo ancora, fino ai massi chiari sotto cui è stato sepolto il sottile lembo di spiaggia. L'acqua è miracolosamente limpida e avvolge delicatamente gli scogli in mare, gli scogli neri di residui catramosi che nessun flutto è riuscito finora a lavar via. Adesso sento anche il suono del mare, del suo possente respiro, non è più solo lo sciacquìo vicino agli scogli, e ascoltare qui questo rumore mi sorprende. Prima non lo sentivo; forse erano i colori del degrado a rendermi sordo. Tra i massi chiari scorgo una busta di plastica piena solo di vento; la afferro per riempirla di pezzi di polistirolo, resti di una cassetta dei pescatori – ora sono fatte così. Perfino batterie usate di auto sono state trovate qui dal sindaco e dalla sua squadra.
Sotto il polistirolo compare la solita siringa, ma anche la corazza di un granchio di sabbia, un murice sbiancato e forato da decenni di abbandono nelle onde – sous le pavé la plage .
Mentre risalgo, guardo lo spettacolo di quello che sarebbe potuto essere "il lungomare più bello d'Europa". Ora
... Troppo tardi
se vuoi esser te stessa! Dalla palma
tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia
Ricordo un signore anziano che si è avvicinato al gruppo, dov'ero, in strada per distribuire volantini e raccogliere firme contro il rigassificatore. Incurante dell'impazienza della moglie, che ha lasciato allontanare, lui ci ha accennato il suo ricordo della Taranto senza le grandi industrie. Qualcuno gli ha domandato se la città allora era bella, e ho ancora impressa la sua risposta muta, resa ruotando il capo e chiudendo gli occhi, per significare assoluta bellezza e assoluto rimpianto. Ma non ha voluto diffondere ricordi; ci ha raccontato invece di aver visto un nostro concittadino gettare per strada non ricordo che cosa, a poca distanza da un cassonetto. Al che aveva esclamato, disperato: "Non ge vogghie sta' cchiù a qua! Non ge voggie sta cchiù!" E si è sentito rispondere, da un altro passante: "Ah, non ge vuè sta'? E vatinne."
Guardo ora il mare dalla ringhiera. In fondo a destra lo sguardo si scontra con le strutture del siderurgico; laggiù a sinistra c'è la nuova base navale militare. Io faccio parte di quella metà di cittadini che gettano i rifiuti nei contenitori appositi. Ma quelli che li gettano in strada vogliono forse dirsi: "Io non sono qui." Io a volte mi protendo ancora verso la promessa di un futuro magico; a volte penso che non ne ho più.
Volgendomi al ritorno incontro mister Conaway, il cembalista, che cammina libero come una volta era l'aria, e mi saluta. "Che cosa le piace dell'Italia?" gli domando. Mi risponde che è tutto: i paesaggi, il clima, la lingua, la gente, il cibo. Il cibo è buonissimo, dice, gli ricorda sua madre italiana; il padre era di ceppo irlandese. Lui ha visitato l'Irlanda, la Francia e altri paesi europei, ma preferisce l'Italia, qui compone meglio. L'ho sentito ringraziare per ogni spicciolo fatto cadere nella custodia del cembalo. Negli Stati Uniti, invece, fa concerti. Gli mostro il contenuto della mia busta e gli dico che è un raccolto che ho fatto tra gli scogli. Lui guarda, fa un'espressione disgustata, poi mi augura buona fortuna. Gliene auguro anch'io.
Mi viene in mente che col gesto di riempire questa busta ho superato il dadaismo. "Il dadaismo ha liberato l'arte", mi diceva un bravo pittore, giovanissimo, "ora però dobbiamo uscire dal dadaismo." Quante volte ho riso dentro di me, ripensando a quella frase; significherebbe superare la trasgressione. Sono uscito dal dadaismo. Ma a chi lo dico?
Mentre scrivo sto ascoltando il dischetto di Conaway. Non si direbbe composto da uno così giovane. Mi piace proprio. Mi fa pensare che, tra coloro che non ho conosciuto, mancano anche quei forestieri che avrebbero fatto tutto ciò che avrebbero saputo per restare se la città fosse riuscita a mettersi in condizione di decidere le proprie sorti.
La traduzione è una delle attività che stimo di più. Far passare nella lingua che più si padroneggia parole ed emozioni che vivono in un'altra lingua, salvando così la biodiversità del pensiero. In italiano potrebbe dire Baudelaire:
Uomo libero, sempre ti piacerà il mare!
Il mare è il tuo specchio; vi contempli l'anima
sullo svolgersi infinito dell'onda,
e il tuo spirito non è abisso meno amaro.
I giornali riportano in spazi secondari notizie vitali. In mare finiscono inquinanti industriali che entrano nella catena alimentare. Sul fondo giacciono sostanze tossiche e radioattive, in contenitori che vanno degradandosi.
Ti piace tuffarti nella tua figura,
l'abbracci con lo sguardo, con le braccia, e il tuo cuore
si distrae un po' dal suo rumore
col rumore di quel lamento indomabile e selvaggio.
Nell'oceano esistono zone morte, ampie distese di plastica accumulata dalle correnti.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
uomo, nessuno ha sondato il fondo dei tuoi abissi;
nessuno, mare, conosce le tue ricchezze nascoste
tanto gelosamente custodite i vostri segreti.
Sott'acqua vagano sommergibili a propulsione nucleare;
Pure, non c'è misura del tempo
da cui vi combattete, senza pietà né rimorso,
in superficie, petroliere e metaniere.
talmente amate carneficina e morte,
o lottatori eterni, fratelli implacabili.
Ricordo che Daniele, quel compagno di scuola con cui bruciai dei rifiuti che trovammo sulla spiaggia, non voleva che sul fuoco mettessi la plastica. Diceva che era nocivo bruciarla. Ma non gli diedi retta, non sapeva spiegare perché, e poi la plastica era il rifiuto peggiore a vedersi.
Nei mari in cui, nel mio tempo da ragazzo, il mio pensiero spaziava sognando avventure ora naviga tra le angosce per le notizie sul loro stato. L'inverno è preoccupazione per il mare; d'estate potrò andare a mare per non pensare al mare.
Verso la primavera, in un pomeriggio tiepido, i nipoti scendono con me sotto il lungomare, tentano di far rimbalzare piccoli sassi piatti sulla superficie dell'acqua. Poi risaliamo e corrono sullo spazio della Rotonda, e mi parlano di future nuotate.
Dal lungomare, in una domenica che inizia con una mattina di brezza, osservo un mare limpidissimo; il piccolo slargo di sabbia verso la zona dei palazzi è quasi del tutto pulito. Si riaffacciano i ricordi della mia adolescenza, quando guardavo il mare dalla zona vicino a Chiàpparo, dov'è ora la nuova base militare marittima. Mi afferra una sensazione intensa, insieme familiare e sorprendente. Celeste e cristallino, e mobile d'un movimento ampio, abbracciante, animato da infinite sue scaglie scintillanti sotto il cielo terso, il mare oggi è bellissimo, di una bellezza che da qui non ricordo di aver mai veduto, una bellezza che fa male. Qualche topo pare affaccendarsi, qualche altro guarda il cielo.
Un fiore rosso per te, Salvatore!
"Non facciamo confusione" cantava Ivan Della Mea "se io sto con chi lavora, io non sto con il padrone": ed è sempre stato Salvatore De Rosa con coerenza e rigore, senza alcun dubbio, dalla parte dei lavoratori, e dei più deboli, spinto ed animato dalle sue idee.
E le sue idee animavano anche i nostri dibattiti, erano lo stimolo per guardare avanti, per vedere la luce nel grigiore e torpore culturale e politico tarantino.
Salvatore se n'è andato, ma rimangono e rimarranno le sue idee e i suoi principi che hanno fatto fare i primi passi al Comitato per Taranto, di cui Salvatore è stato uno dei più attivi fondatori.
Strenuo assertore nonchè ispiratore dei "principi di metodo" -Salvatore credeva fortemente nella partecipazione democratica, e nell'uguaglianza, nelle assemblee così come nella vita- rifiutava per questo ogni forma di delega permanente.
E su questi principi che ha impostato tutte le lotte che insieme abbiamo affrontato: da quella che ci ha dato ragione - contro la costruzione del rigassificatore a Taranto - fino alla lotta contro la privatizzazione dell'acqua (che ci ha visti vittoriosi al referendum).
Ma Salvatore era anche un Compagno che amava incontrare la gente, confrontarsi, informare e contro-informare, partecipare attivamente alla vita dei quartieri più disagiati: dai presidi al volantinaggio, dalle manifestazioni ai dibattiti, ci potevi contare, Salvatore infaticabile, era presente.
E "se a Taranto si parla di ambiente, di lavoro, non c'è un rigassificatore e c'è un po' meno monnezza, è anche merito tuo".
Insomma Salvatore hai lasciato un segno! Un segno indelebile, un segno rosso, rosso un fiore...prima che la nostra idea
così rossa e così pazza
ci portasse a lottare e a morire in ogni piazza
ma io che ti penso sempre..
e ti cerco con amore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
io ti sogno ancora
come un segno rosso rosso un fiore
Ivan Della Mea
Ciao Salvatore!
Da Puglia antagonista
Una bruttissima, maledetta notizia che non ti lascia nemmeno la forza di
maledire il fato che ha voluto che per dei maledetti incidenti , a volte
banali, negli ultimi tempi ci abbiano portato via dei compagni, alcuni
giovanissimi che tanto avevano combattuto per una Taranto, una Puglia, un
Meridione migliore.
Alcuni mesi fa era toccato a Claudio raggiungere un altro giovanissimo
compagno, Beppe, morto anche lui in un maledetto incidente stradale, poi la
morte di improvvisa di “zio Antonio” Ranieri, poi ora a Salvatore , “lo
psicologo”, a causa dei postumi di un banale incidente domestico.
Ancora una volta il fato ha voluto giocare con un essere umano che ha sempre
affrontato con il sorriso sulle labbra , quasi fosse un gioco, la vita anche
nei suoi momenti più duri.
Il sorriso, l’ironia di Salvatore, uniti alla sua mitezza, ma anche all’acume
con il quale sapeva affrontare e analizzare problemi giovanili, dinamiche
sociali, ma anche lanciandosi in sperimentazioni politiche, contaminandosi
con nuove esperienze ,lo contraddistinguevano, insieme alla sua ossessiva
ricerca del rispetto delle altrui opinioni.
Non c’è stata lotta politica ambientale o ideale a Taranto in cui Salvatore
de Rosa non avesse partecipato, con discrezione, ma non mancando mai di far
sentire le sue idee.
Salvatore apparteneva a quel nucleo di compagni che visse il momento più
duro della sinistra rivoluzionaria a Taranto, quello di fine degli anni 70,
quando riflusso , repressione e l’eroina che circolava nelle piazze,
distrussero una generazione che anche qui al Sud aveva sognato l’ìimpossibile:
la Rivoluzione.
Ostinatamente quei compagni: Ernesto, Salvatore Stasi, Salvatore de Rosa ed
altri ancora continuavano cocciutamente a testimoniare che “le idee di
rivolta non erano morte… ( come dice la canzone)… ma che esse dovevano
divenire un nuovo progetto antagonista capace di essere recepito e ripreso
da una nuova generazione di militanti
Dopo gli anni bui che portarono all’elezione plebiscitaria di Cito a
Sindaco di Taranto, nel finire degli anni 90 una nuova generazione si
affacciò, grazie anche all’esperienza del Centro Sociale CittàVekkia , ma
anche dell’impegno dinanzi ai luoghi di lavoro del gruppo dei “militanti
storici” e la nascita delle istanze pacifiste ed ambientaliste tra cui
Peacelink .
Salvatore de Rosa lo ritroviamo nel campeggio antimilitarista di Otranto ,
del 1999, subito dopo la fine della guerra del Kosovo e delle grandi
mobilitazioni pacifiste che avevano attraversato la Puglia.
Poi iniziò la stagione dei Socialforum e insieme a tanti compagni
pugliesi partecipa alle proteste a Napoli nel marzo 2001. In quell’occasione
la sua bontà d’animo lo porta a subire la violenza poliziesca direttamente.
Lui durante una carica era rimasto a proteggere un giovane studente ,
esponente dei fuorisede di Roma , sofferente di una disabilità che gli
impediva di poter allontanarsi di corsa, Salvatore semplicemente con il suo
corpo fece scudo al ragazzo, subendo le percosse dei manganelli, nonostante
che fosse a mani nude.
La sua rivincita venne a Genova, nel luglio 2001 quando, mentre la polizia
caricava il presidio del sindacalismo di base promosso dai Cobas,
rivolgendosi ai suoi compagni, sorridendo, flemmaticamente , disse che
questo film lo aveva già visto e che questa volta voleva raggiungere la
Linea Rossa.
Così, mentre infuriava la battaglia tra polizia e dimostranti, culminata
con la morte di Carlo Giuliani, lui, raggiunto un gruppo delle rete
Lilliputh e di qualche associazione cattolica riuscì ad essere tra i pochi
che quel giorno giunsero sino quelle reti metalliche maledette, che
sembravano simboleggiare l’arroganza e la finta forza di un vecchio,
putrescente, sistema.
Negli anni a seguire Salvatore ha continuato ad interessarsi delle battaglie
di rinnovamento nella città di Taranto, anche quando ad esse il sistema
rispondeva con i teoremi giudiziari come quelli del processo al Sud Ribelle.
Non dimenticandosi quell’esperienza, noi brindisini lo avevamo rivisto in
piazza Vittoria qualche mese fa, con la delegazione di compagni tarantini
venuta a testimoniare a Brindisi la solidarietà a Bobo e ai disoccupati,
arrestati perché chiedevano lavoro.
Tra le foto che ritraggono Salvatore pubblichiamo quella a lui cara, di una
foto scattata nel 2000 su sua richiesta, dinanzi all’ingresso di una
vecchia fabbrica , ormai dismessa, di Brindisi ma che portava nelle scritte
sui muri il segno delle lotte che ne avevano fatto un simbolo della lotta
operaia, la SIDELM, nel quartiere Minuta.
La scritta un po’ sbiadita che portava ancora in sé tutta la carica della
lotta di classe :”- Il padrone deve vedersela con noi- gli era piaciuta e
ci aveva chiesto di farsi ritrarre con essa.
Ciao , Salvatore , sappi che ogni volta che “i padroni” dovranno vedersela
con noi, sapremo che ci sarai vicino…
Ciao Salvatore
La redazione di Pugliantagonista.it
Brindisi 11 aprile 2012
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