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sabato 24 ottobre 2015

Oltre il fondo del barile

Trivelle nel Golfo di Taranto: l’Italia ancora generosa con i petrolieri. In primis la Shell

Le prime ad essere approvate sono a favore della Shell, che dopo essersi ritirata in quattro e quatt’otto dall’Artico, adesso trova i più ospitali mari italiani, con una accoglienza a braccia aperte. Si tratta delle due concessioni d73 FR SH e d74 FR SH, entrambe fra le province di Cosenza, Matera e Crotone. La prima si estende per 730 chilometri quadrati, la seconda per 620. E cioè regaliamo alla Shell 1350 chilometri quadrati di mare.
E anche se non sembra, ad approvare il tutto non è il Ministero del Petrolio, ma quelli del Turismo e dell’Ambiente d’Italia.
Verranno qui eseguite ispezioni sismiche con tecniche airgun, che offriranno una immagine in 3D di eventuali giacimenti petroliferi. Gli studi sismici – ripetuti violenti spari di aria compressa intervallati di 10-15 secondi – dureranno per circa sei settimane. Il decreto che approva l’airgun nel golfo di Taranto ricorda che è tutto “temporaneo” e che non verranno realizzate “opere permanenti” in mare o in terra. E quindi, come sempre, tuttapposto.
Ma a chi vogliono darla a bere. La Shell non fa ispezioni sismiche perché vuole regalare immagini scintillanti dei fondali marini al governo italiano. La Shell fa ispezioni sismiche perché vuole trivellare, e l’airgun è solo il primo passo verso la realizzazione di scellerati progetti.
Mentre la concessione d73 FR SH è più a largo, la d74 FR SH sarà a 6 miglia da riva e a un miglio da un sito di importanza comunitario, il SIC 9310053 detto “Secca di Amandolara”. Un solo miglio! Ma questo non importa perché secondo la “Commissione Tecnica di Verifica” sulla Via della Shell non “emergono incidenze negative”.  Poi però si ricorda che la stessa Commissione ha imposto una “fascia di rispetto di 12 miglia” dal “perimetro esterno di tutte le aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette”.
Non è ben chiaro come il miglio di distanza dall’area protetta possa essere compatibile con la fascia delle dodici miglia. Mistero dei ministeri.
Oltre al Sic di cui sopra, c’è n’è un altro, il Sic IT 9310048 detto “Fondali Crosia-Pietrapaola-Cariati”, a sei miglia dalla stessa concessione d74 FR SH e quindi anche questa entro la fascia delle 12 miglia di protezione.
La Regione Puglia e Basilicata hanno espresso parere negativo su entrambe le concessioni. Della regione Calabria non c’è traccia. Ma nonostante il parere negativo di ben due Regioni, ci sono state delle misteriose “controdeduzioni” che hanno portato a soprassedere il parere delle Regioni interessate. Come dire: ne sa di più un Ministero di Roma o la Shell che le Regioni Puglia e Basilicata delle criticità dei mari, e delle aspirazioni del popolo di Puglia e Basilicata. Non molto democratico, no?
E poi, non ho capito perché, come sempre, ai petrolieri sia stato concesso di fare controdeduzioni. Non è una partita alla pari quella in cui i petrolieri hanno la prima e l’ultima parola. Perché Puglia e Basilicata non hanno potuto fare contro-controsservazioni? Se ai petrolieri sono concessi due interventi, perché ai cittadini e alle Regioni no? O meglio ancora, un one shot game. L’avrò detto milioni di volte. In un sistema democratico, uno fa la proposta e l’altro fa le osservazioni e poi si decide. E poi basta. Non che ad alcuni è concesso di rispondere ad infinitum ed ad altri no.
Ci sono delle ridicole prescrizioni – presentazioni di scartoffie varie, la presenza di osservatori marini che devono presentare il loro curriculum, la compilazione di un rapporto in italiano con elencate tutte le specie marine che si sono incontrate in mare con ora, temperatura, numero di esemplari, il fermo in caso siano avvistati mammiferi, ed evitare che le tartarughe marine Caretta Caretta possano intrappolarsi nelle apparecchiature di rilievo sismico. Ma veramente quelli del Ministero credono che i petrolieri faranno tutte queste cose? E chi controllerà il tutto?
Ma due sono le cose che più mi fanno pensare.
Intanto, secondo le prescrizioni dei ministeri in questione la Shell deve eseguire l’airgun fuori dal periodo di deposito delle uova, della riproduzione e del reclutamento delle principali specie ittiche commerciali. Questo vuol dire che lo sanno anche loro che l’airgun può incidere sulla pesca.
E soprattutto, noto che in tutte queste labirintine prescrizioni, non viene stabilita la potenza massima utilizzabile. Dicono solo che si deve usare “la minor potenza acustica necessaria”. Cioè sparate quanto più volete basta che sia, secondo voi, necessario.
Interessante che la Basilicata abbia espresso parere negativo e che anzi, il governatore lucano, Marcello Pittella, del Pd, sia anche il capofila, delle Regioni referendarie. Cosa farà adesso Marcello Pittella? Griderà allo scandalo? Andrà su tutte le televisioni di Basilicata e d’Italia a dire che è inaccettabile che il governo, Pd o non Pd, prenda decisioni così contrarie alla volontà sua e della sua Regione? O semplicemente farà finta di niente, e resterà in un salomonico silenzio finché tutto l’approvabile sia stato approvato, ispezionato, trivellato? (FQ)

Altro airgun, altri 620kmq di mare regalato alla Shell nel golfo di Taranto

D 74 FR SH -- Shell, 620kmq - Approvata 13 Ottobre 2015
 d 73 FR SH -- Shell, 730kmq - Approvata 13 Ottobre 2015




Restano in bilico queste altre della Global Petroleum e della Global Med qui e' tutto global :) 

 d 80 FR GP -- Global Petroleum, 745kmq - In fieri

d 81 FR GP -- Global Petroleum, 750kmq - In fieri


d 82 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq - In fieri

 d 83 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq -  In fieri

d 85 FR GP -- Global Med 748kmq  - In fieri
d 86 FR GP -- Global Med 748kmq -  In fieri
d 87 FR GP -- Global Med 737kmq  - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 745kmq - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 749kmq - In fieri

sabato 17 ottobre 2015

Svenduti nel nome del dio Petrolio

Trivelle: il governo autorizza altre due prospezioni nel Mar Jonio

Nonostante le proteste e il referendum abrogativo che a breve verrà proposto dalle Regioni del Sud Italia, il governo continua ad approvare nuove attività di ricerca di idrocarburi nei mari. Lo scorso 13 ottobre due nuove autorizzazioni sono state rilasciate per analizzare il bacino del mar Jonio. Le prospezioni partiranno a pochi chilometri dalle città di Taranto, Porto Cesareo e Nardò.
Immediati i commenti sulla vicenda: “I due via libera alla Shell sono uno schiaffo in faccia alle comunità che hanno chiesto di essere ascoltate. Così il governo si lascia sfuggire un’occasione utile per una pausa di riflessione e per riaprire il dialogo con i territori”, dichiara il senatore di Sel Dario Stefàno.
Il Movimento 5 Stelle attacca invece il presidente Emiliano, poiché il rilascio delle autorizzazioni arriva dal premier Matteo Renzi: “Emiliano dovrebbe ricordare a se stesso e ai cittadini – dichiara la consigliera Viviana Guarini - che al governo c’è il suo partito ed è per lui arrivato già da tempo il momento di scegliere da che parte stare: se vuole continuare a militare nel Pd o se vuole dare finalmente un segno di coerenza e serietà abbandonando un partito che sta consentendo la distruzione della nostra terra e del nostro mare”.(Ilikepuglia)

mercoledì 29 luglio 2015

Ancora no alle trivellazioni

La Basilicata ribadisce «No alle estrazioni in mare»

La Regione Basilicata ha ribadito oggi "in modo forte" al Sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari, la sua "totale contrarietà alle estrazioni in mare, chiedendo di sospendere l’iter delle autorizzazioni  richieste dalle compagnie petrolifere".
Lo hanno detto, in una nota congiunta, il presidente della Regione, Marcello Pittella, e l’assessore all’ambiente, Aldo Berlinguer, che hanno definito "utile, costruttivo, improntato alla linea del dialogo tra le Regioni, da un lato, e il Ministero dello Sviluppo Economico, dall’altro, anche grazie alla sensibilità ancora una volta manifestata dalla Sottosegretaria, Simona Vicari".
"Coerentemente con quanto sostenuto a Policoro, prima, e a Termoli, poi, la Basilicata, insieme con le altre Regioni, sosterrà in tutte le sedi a ciò deputate la necessità di difendere l’Adriatico e lo Ionio dall’invasione delle trivelle, nella consapevolezza che debbano valere anche per il Golfo di Taranto e per le altre aree sensibili dei nostri mari quelle previsioni legislative contenute nella legge numero nove del 1991 che, come è noto, vietano ogni attività estrattive nei Golfi di Napoli, Salerno e Venezia".
Il portavoce di Pittella ha sottolineato che stamani, in una riunione della commissione sull'ambiente, Berlinguer ha ribadito "la linea dura del governo regionale su ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare. Linea condivisa da gran parte delle altre regioni presenti, tra le quali Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Sardegna ed altre, anche del centro-nord. In discussione il recepimento della Direttiva 2013/30 dell’Unione europea sulla sicurezza delle operazioni sugli idrocarburi a mare e lo schema di decreto legislativo predisposto dal Governo. Sul tavolo – è scritto nella nota – anche il cosiddetto  'Manifesto di Termolì: atto di indirizzo elaborato dall’assessore Berlinguer facendo sintesi delle posizioni espresse durante la riunione tenutasi a Termoli il 24 luglio scorso alla presenza dei rappresentanti di sei regioni italiane: Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Si tratta di un atto di indirizzo nel quale, finalmente – ha detto Berlinguer – alcune regioni del centro-sud si sono ritrovate per definire una linea comune e chiedere con forza che le comunità locali siano coinvolte nei processi decisionali su questa materia". (GdM)

giovedì 16 luglio 2015

Lo stato che va a rubare le caramelle ai bambini

Ministro Guidi:'la ricerca di petrolio nel mar Jonio si farà'

“Il governo Renzi per il tramite del ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, conferma la decisione di autorizzare le esplorazioni per la ricerca di idrocarburi nel mar Ionio. In particolare il ministro ha specificato che sono state autorizzate le ricerche con la tecnica ‘air gun’ negando gli impatti ambientali sia sulla fauna che sui fondali marini”. Lo ha dichiarato Cosimo Latronico, commentando la risposta ricevuta in aula dal ministro dello Sviluppo Economico all’interrogazione sulla procedura di valutazione d’impatto ambientale per la fase di indagini sismiche 3D del permesso di ricerca di idrocarburi localizzato nel golfo di Taranto, richiesto dalla societa’ Enel Longanesi. “ Il ministro ha, però, sostenuto che non c’è da preoccuparsi per il futuro, perché le attività minerarie e quelle turistiche possono convivere come dimostrano le aree dove questo avviene. Inoltre, la risposta chiarisce che il governo Renzi intende proseguire il progetto di ricerca e di sfruttamento delle risorse minerarie nell’arco ionico lucano, pugliese e calabrese ritenendo che queste attività non siano in contrasto con la vocazione turistico ed ambientale della costa ionica. Ad ogni modo ho contestato al governo di procedere senza una visione strategica e seguendo spinte particolaristiche, peraltro non si capisce perché escludere dalle attività petrolifere il golfo di Venezia e ritenere compatibile l’arco ionico.
Spero che i presidenti delle Regioni Basilicata, Puglia e Calabria, oltre che alla pubblica opposizione, facciano seguire atti amministrativi efficaci per modificare le determinazioni del governo, chiedendo l’immediata sospensione dei permessi di ricerca nel mare ionio e l’inclusione del golfo dello Ionio tra le aree di protezione ambientale dove sono inibite sia attività di ricerca di ricerche che di estrazione. Al ministro ho fatto rilevare, nella replica, che il Mezzogiorno e la Basilicata non possono essere utilizzate per attività minerarie ad alto impatto ambientale, considerato peraltro che al momento i due terzi del territorio lucano sono già asserviti a concessioni e permessi di ricerca mineraria, senza che questo territorio e le sue popolazioni abbiano conosciuto dinamiche di sviluppo e di valorizzazione ambientale. Continuerò in Parlamento con il coinvolgimento degli altri colleghi a svolgere ogni azione per contrastare i propositi del governo Renzi che rischiano di infliggere un duro colpo alle risorse ambientali ed allo sviluppo del Mezzogiorno”. (La Siritide)

giovedì 25 giugno 2015

Trivellate palazzo Chigi!

Puglia, Basilicata e Calabria battaglia contro le trivelle «Sarà un’altra Scanzano»


Sarà un’altra Scanzano Jonico come contro il nucleare. Il Governo guidato da Matteo Renzi deve fare marcia indietro sulla prima autorizzazione alla ricerca di idrocarburi nel Golfo di Taranto rilasciata alla compagnia Enel Longanesi Developments srl. Il nostro è un no, secco e deciso, alle trivelle nello Jonio.Lo hanno dichiarato ieri, nel municipio del centro del Metapontino, nel corso di un incontro «operativo» convocato dal sindaco di casa Rocco Leone, l’assessore all’ambiente della Regione Basilicata, Aldo Berlinguer; gli amministratori, oltre che della città ospitante, di Scanzano Jonico, Nova Siri, Rotondella, Pisticci, Bernalda, Tursi, Taranto, dell’alto Jonio cosentino (Roseto Capo Spulico, Cassano allo Jonio, Rossano Calabro), più ambientalisti e operatori turistici.
Tutti hanno contestato l’autorizzazione rilasciata il 12 giugno scorso dal ministero dell’Ambiente, di concerto con il ministero dei beni culturali e del turismo, alla Enel Longanesi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso. «Siamo incazzati neri», hanno detto Vincenzo Baio, assessore all’ambiente di Taranto; il sindaco Leone; e Rodolfo Alfieri, assessore di Rossano Calabro. «Taranto – ha spiegato Baio - ha già l’Ilva e il progetto Tempa Rossa, che aumenterà l’inquinamento generale. Ora il regalo della Enel Longanesi. Così, distruggendo la speranza alternativa al nostro sviluppo rappresentato dal mare, il disastro sarà completato». E Leone: «Sottolineo l’attacco alla storia e alla cultura. Le trivelle nelle acque della Magna Grecia profaneranno luoghi sacri». «Basta – ha aggiunto Alfieri – col Sud terra di conquista. Invece che darci infrastrutture ci rifilano lo sfruttamento del territorio».
Tutti hanno assicurato che i loro Comuni proporranno ricorso al Tar contro la concessione già rilasciata. D’accordo anche su una manifestazione di protesta. «E se non ci ascolteranno - ha promesso Alfieri - bloccheremo la Statale 106 cosi l’Italia si accorgerà della nostra battaglia». Toni duri sono stati usati anche da Felice Santarcangelo, portavoce di Noscorie Trisaia, organizzazione nata nei frangenti del battaglia contro il deposito delle scorie nucleari a Scanzano Jonico e da allora impegnata su più fronti tra cui quello anti trivelle.
«Il petrolio come i rifiuti radioattivi? - si è chiesto Santarcangelo - No, è peggio. Anche perchè l’autorizzazione concessa prevede l’uso della tecnica di ricerca “Air gun”. Bombe di aria compressa esploderanno sotto i fondali per verificare la presenza di giacimenti. Una tecnica che può mettere in movimento gli ipotizzati carichi di ordigni carichi di sostanze chimiche smaltiti nel Mediterraneo affondando le «famose» navi dei veleni e la frana accertata dal Cnr e da tre università. E quali danni subirebbero i cetacei che hanno il loro habitat nel nostro mare? Un disastro. Vogliamo lo Jonio libero dalle trivelle». E Sigismondo Mangialardi, operatore turistico, si è detto «sicuro che il governo Renzi ripenserà alle trivelle nello Jonio».
«Noi, però, è bene che facciamo sentire e teniamo alta la nostra voce di protesta». Ha concluso l’assessore regionale Berlinguer che con il governatore Marcello Pittella ha firmato una lettera-appello inviata al ministro Galletti per invitarlo a ripensarci: «La Regione Basilicata non da oggi ha detto no alla ricerca di idrocarburi nel mar Jonio. Le trivelle sono incompatibili con le attività di sviluppo che abbiamo già finanziato. Riteniamo l’arco jonico un’area di grande pregio naturalistico e turistico. Non ci saranno concessioni da parte nostra su questo aspetto. Siamo contrari. E faremo forza comune con Calabria e Puglia. Non si possono fare scelte simili sulla testa dei territori». (GdM)

«Petrolio, non c’è il via libera»

«Non esiste alcuna autorizzazione a svolgere attività di prospezione sismica, sui fondali dell’Adriatico, alla ricerca di petrolio». Lo sostiene il deputato barese Dario Ginefra (Pd) che, assieme alla collega Colomba Mongiello, ha incontrato la sottosegretaria allo Sviluppo economico Simona Vicari e il direttore generale del dicastero, il pugliese Franco Terlizzese.

domenica 24 agosto 2014

Poveri delfini... non sanno cosa li attende!

Aggiornamento Prospezioni, Ricerca, Coltivazioni di idrocarburi nel basso adriatico e nel mar jonio (golfo di Taranto) - continuano a piovere le richieste da parte delle società petrolifere.


Istanza di permesso di prospezione - 3
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=405SPECTRUM GEO LIMITED
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=414PETROLEUM GEO SERVICE ASIA PACIFIC
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=598SCHLUMBERGER ITALIANA
- Istanza di concessione di coltivazione - 1
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=168 ENI
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E' nel Golfo di Taranto la nursery dei delfini. Avvistati anche grampi

Anche nell'estate 2014 le acque del golfo di Taranto e dello Jonio settentrionale si rivelano luogo ideale per i delfini, e il mare in prossimità di Taranto diventa una "nursery" per i piccoli cetacei. Lo annuncia l'associazione Jonian Dolphin Conservation (JDC) che da circa quattro anni studia il movimento dei delfini in quel territorio.
Un segnale positivo per una città e una situazione ambientale noti più per il problema dell'inquinamento dell'Ilva che per i fatti positivi come, appunto, l'avvistamento di un gran numero di delfini. La JDC si occupa di ricerca scientifica, è impegnata nello sviluppo di progetti marini e collabora con altri enti e istituzioni scientifiche del settore.
"Siamo nel pieno della campagna estiva 2014 di dolphin watching nel golfo di Taranto che durerà fino a ottobre e già possiamo dirci più che soddisfatti dei risultati che stiamo conseguendo. Infatti abbiamo ulteriormente documentato fotograficamente la stanzialità di diverse specie di delfini che nel Golfo di Taranto si riproducono nonostante l'elevato grado di antropizzazione di queste acque", spiega, facendo un primo consuntivo dell'attività svolta, Carmelo Fanizza, presidente JDC.
E c'è, secondo gli esperti della JDC, anche una novità. "Nelle scorse settimane - aggiunge Fanizza - abbiamo ripreso un gruppo di oltre dieci grampi (Grampus griseus), un delfinide che può raggiungere i quattro metri di lunghezza, caratteristico per l'assenza del rostro sul capo, e, con nostra grande sorpresa, a un certo punto abbiamo visto saltare fuori dall'acqua un cucciolo, il primo di questa specie avvistato e fotografato in anni e anni di ricerche nel nostro mare".
Il grampo è stato solitamente avvistato meno di dieci volte l'anno al contrario delle altre specie. Ogni giorno con il JDC catamarano vengono avvistate "numerosissime colonie stanziali di stenella striata (Stenella coeruleoalba), delfinidi che hanno dimensioni minori, un paio di metri di lunghezza, ma che sono soliti avvicinarsi in piena libertà". "Appena qualche giorno fa - aggiunge ancora Fanizza - in un grande branco di Stenella striata fatto da oltre cinquanta esemplari abbiamo fotografato un gruppo familiare con un cucciolo che, dalle dimensioni, stimiamo abbia circa cinque giorni di vita in quanto aveva già la pinna dorsale dritta mentre fino al terzo giorno di vita è invece floscia. Non è la prima volta che documentiamo la presenza di neonati di questa specie nel Golfo di Taranto. Fotografammo da lontano la pinna floscia di un cucciolo vicino a quella della madre già due anni fa ma è la prima volta che siamo riusciti a riprenderlo così vicino e nell'ambito del gruppo familiare in quanto, di solito, i cuccioli vengono protetti dal branco".
"L'obiettivo di tutelare i cetacei del golfo di Taranto - rileva la JDC - può essere raggiunto solamente creando consapevolezza nella popolazione che i cetacei esistono ancora nel nostro mare. Tale consapevolezza può essere raggiunta solamente creando conoscenza". (quotidiano.net)

domenica 23 giugno 2013

La corsa al petrolio

L'alto Jonio ancora terra di conquista per le multinazionali del petrolio.
Con tutti gli effetti  negativi sulle specie marine e, in caso di estrazione, sull'intero ecosistema.
Da un lato si pubblicizzano i delfini su trasmissioni di Stato come LineaBlu, dall'altro si autorizzano prospezioni che devastano il loro habitat e li devastano con gli ultrasuoni!
Invitiamo tutti i lettori a vedere ed eventualmente formulare osservazioni di qualunque tipo da inviare al Ministero dell'Ambiente o, se preferite, a noi, che le inoltreremo a nome vostro e del Comitato per Taranto.


Ecco la pagina di informazione dal sito del Ministero:
Opera:  Permesso di ricerca idrocarburi "d 68 F.R-.TU"
Progetto:  Permesso di ricerca di idrocarburi in mare "d 68 F.R-.TU"
Descrizione:  Attività di acquisizione di dati geofisici, condotta attraverso l’utilizzo di una strumentazione denominata air-gun. L’area denominata d361 CR-.TU è situata nel Golfo di Taranto tra Policoro (MT) e Trebisacce (CS). Lo specchio d'acqua interessato ha un'estensione complessiva di 623,47 Kmq e ricade all'interno delle zone marine convenzionalmente denominate ''D'' ed ''F''
Proponente:  Transunion Petroleum Italia S.r.l.
Tipologia di opera:  Ricerca idrocarburi
Data di scadenza presentazione osservazioni da parte del pubblico:  13/07/2013 invia osservazioni
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Territori interessati ed aree marine interessate
Regioni: Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia
Province: Cosenza, Crotone, Lecce, Matera, Taranto
Comuni: Albidona, Alliste, Amendolara, Bernalda, Calopezzati, Cariati, Cassano all'Ionio, Castellaneta, Castrignano del Capo, Ciro', Ciro' Marina, Corigliano Calabro, Crosia, Crucoli, Galatone, Gallipoli, Ginosa, Leporano, Lizzano, Mandatoriccio, Manduria, Maruggio, Massafra, Montegiordano, Morciano di Leuca, Nardo', Nova Siri, Palagiano, Patu', Pietrapaola, Pisticci, Policoro, Porto Cesareo, Pulsano, Racale, Rocca Imperiale, Roseto Capo Spulico, Rossano, Rotondella, Salve, Sannicola, Scala Coeli, Scanzano Jonico, Taranto, Taviano, Torricella, Trebisacce, Ugento, Villapiana
Aree marine: Stretto di Sicilia
Iter amministrativi
Procedura: Valutazione Impatto Ambientale
Data presentazione istanza:     14/05/2013
Data pubblicazione avviso sui quotidiani:     10/05/2013
Termine presentazione Osservazioni del Pubblico:     13/07/2013
Stato procedura:     Verifica amministrativa 

Altro link sul procedimento

Istanza di Permesso di Ricerca in Mare: d 68 F.R-.TU
Dirigente responsabile del procedimento: elda.fiorillo@mise.gov.it

Nome istanza   d 68 F.R-.TU
Tipo di istanza   Permesso di Ricerca in Mare
Data di presentazione   31/07/2009
Superficie622,6 Kmq
TavolaVisualizza tavola
RichiedentiNAUTICAL PETROLEUM
TRANSUNION PETROLEUM ITALIA

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mercoledì 20 febbraio 2013

Procedura inquietante

Trivelle Eni, VIA libera dal ministero dell’Ambiente

Il nome dell’istanza è un codice incomprensibile: “d 67”. Il fine sembra però molto semplice: “Permesso di ricerca in mare”. Che a leggerla così, si potrebbe davvero essere indotti a pensare si tratti di qualcosa di positivo. La data di presentazione dell’istanza è abbastanza datata: 19 giugno 2009. La superficie dell’area (quella nella foto qui accanto e che si estende da Leporano sino oltre Maruggio, definita zona “F” ndr) è abbastanza estesa: 449,4 kmq. Il problema, anche se definirlo così è un semplice eufemismo, è il nome della società richiedente del permesso: Eni S.p.A. A quel punto, non ci sono più dubbi: si chiede ancora una volta di ricercare nel nostro mare idrocarburi. Ovvero petrolio.
L’iter dell’istanza è stato abbastanza complesso. Dopo la presentazione della richiesta nel giugno 2009, il 31 luglio dello stesso anno c’è la pubblicazione sul BUIG (il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse). Il 18 marzo 2010 arriva il parere favorevole del CIRM (la Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie). Il 27 aprile il ministero dello Sviluppo Economico invia all’Eni la comunicazione del parere favorevole del CIRM invitando la stessa società a presentare la VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) al ministero dell’Ambiente ed alla Regione Puglia. Ma la relazione che l’Eni invia non convince i tecnici del ministero: tant’è che il 30 novembre del 2010 arriva alla società il “preavviso di rigetto” della VIA presentata.
A quel punto l’Eni prova a correre ai ripari presentando, siamo al 25 febbraio del 2011, un’istanza “interlocutoria” nella quale presenta una richiesta di superamento dei “motivi ostativi al conferimento” della VIA. Ma per non restare con un pugno di mosche in mano, la stessa società, appena tre giorni dopo, il 28 febbraio, presenta ricorso al TAR (modus operandi classico delle grandi industrie del nostro territorio). Passano i mesi e il 16 settembre del 2011 il ministero dell’Ambiente invia all’Eni una richiesta di “Riperimetrazione” dell’area riguardante l’istanza ai fini dell’applicazione del decreto legislativo n.121 del 7 luglio del 2011: “Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni”.

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venerdì 4 settembre 2009

Trivellazioni: ogni regione si para il c... per conto suo!

Caccia al petrolio, stop alle trivelle nel mar Jonio
di VINCENZO PALAZZO (La Gazzetta del Mezzogiorno)

MATERA - La ricerca petrolifera nel Mar Jonio non si farà. Il Ministero dell’Ambiente ha «accolto le osservazioni della Regione Basilicata» e ha «preannunciato parere negativo al programma di ricerca della Appennine Energy», presentato nel 2006 e riguardante l’intero Golfo di Taranto, visto che si fa richiesta di perforazioni fino a Santa Maria di Leuca. L’incontro tra i tecnici della Prestigiacomo e del Dipartimento ambiente lucano, a quanto riferisce la Regione, si è tenuto ieri mattina a Roma e ha chiaramente riguardato solamente i 33 km di costa lucana. Questa decisione dà corpo ad alcune perplessità tecniche e politiche della Regione in merito alle estrazioni marine e dà spessore alla volontà di diverse associazioni ambientaliste, agroalimentari e turistiche lucane, riunitesi da tempo in un cartello contro le trivelle nel mare dei greci.

L’istanza di ricerca nel tratto lucano è la «d148 DR-Cs» ed è stato presentato dalla Appennine Energy. «Cs» sta per Cosenza (questa istanza di ricerca lucana è una estensione della prima richiesta calabra), dove già perforano da alcuni anni lungo i litorali che vanno da Crotone fino a Rossano Calabro, mentre l’Appennine Energy è una società srl di proprietà della Consul Service, altra srl con sede a Roma, a sua volta di proprietà della Consul Oil & Gas, ennesima società a responsabilità limitata ma questa volta con sede a Londra. Istanza di permesso di ricerca vuol dire fare sondaggi nel Mar Jonio, con la tecnica dell’air gun (esplosione di aria), cercando di capire, con le onde sismiche di ritorno, dove sono le vene minerarie e quanto minerale c’è nelle viscere del fondo marino.

Le osservazioni della Regione sono state accolte dal Ministero ma va detto che avevano parere consultivo e non vincolante, sia perché ci troviamo in area demaniale – e dunque di pertinenza statale – e sia per gli effetti dell’ex Disegno di legge 1195, ora diventato Legge n. 99 del 23 luglio 2009. Una legge fortemente voluta dal governo Berlusconi e fortemente contestata da molte regioni italiane e da una marea di associazioni, ambientaliste e non, perché di fatto, con questa legge lo Stato italiano scippa ogni decisione agli enti locali in tema di energia, sia nucleare che mineraria. Anche per ciò che riguarda le aree non demaniale e la terraferma, portando i rapporti tra Stato e Regioni in questioni energetiche indietro di una decina di anni.

Il tratto di mare lucano interessato alle perforazioni è una larga fascia marina prospiciente la costa lucana, tra Nova Siri e Metaponto: per meglio capire, sarebbe tutto il tratto di mare compreso tra le foci dei fiumi Sinni e Bradano, dalla costa fino a circa 5 km. verso il mare aperto, per un totale di 162, 28 kmq.

mercoledì 19 agosto 2009

Le trivellazioni nel Golfo di Taranto sulla stampa nazionale!

Trivelle in mare, parte la protesta
di
Giacomo Russo Spena

Un impianto di trivellamento nel mar Jonio. A 70 metri metri dalla battigia. Per l’estrazione del petrolio. Un progetto, in dirittura d’arrivo, che vede la ferma opposizione dei comitati, ambientalisti e enti locali del Metapontino, in Lucania.
Il «mostro», infatti, dovrebbe sorgere nel golfo di Taranto con le proteste che interessano entrambe le sponde regionali: sia la Puglia che (soprattutto) la Basilicata. Le multinazionali che hanno ottenuto le concessioni per il trivellamento dei fondali marini sono l’Eni (per la parte pugliese) e la Consul Service (per il tratto lucano). A quest’ultima nello scorso autunno succede l’Apennine Energy srl. E’ qui che le associazioni scoprono il piano e iniziano la loro battaglia. Subito dopo si accodano alcuni consigli comunali del Metapontino, le amministrazioni locali votano delibere contrarie al trivellamento del mare. Per vari motivi. «La distruzione del paesaggio oltre alle albe joniche raderà al suolo, tutta l’economia turistica, posti di lavoro e gli investimenti turistici nella zona», afferma Felice Santarcangelo, del comitato No-Scorie Trisaia, ricordando come il disegno delle multinazionali potrebbe portare a pericolosi fenomeni di «subsidenza» (abbassamento del suolo a seguito delle estrazioni di gas fino ad oltre 5 metri che possono generare allagamenti). Motivo per cui il presidente del Veneto, il pidiellino Giancarlo Galan (sotto la spinta della Lega) ha vietato progetti simili nel golfo di Venezia.
«Aumenterebbe l’erosione delle coste mettendo in crisi le spiagge, i campi agricoli e i villaggi turistici per tutto il lido lucano - continua Santarcangelo - Oltre a perdere le nostre attività economiche ci ritroveremo un territorio inquinato senza risorse necessarie per sostenere tutti i servizi di cui la regione ha bisogno per le misure federaliste messe in atto dallo stesso governo». Lo stesso che, con l’ultimo disegno di legge «Energia» voluto dal ministro Scajola, espropria le regioni dalla Via (valutazione di impatto ambientale) sulle trivellazioni. Scavalcando quindi i pareri dei governatori di Puglia (Niki Vendola) e Basilicata (Vito De Filippo). Non intenzionati, al momento, a dare il loro consenso al progetto.
I comitati locali non tralasciano nemmeno l’impatto distruttivo dell’estrazione petrolifera nei confronti degli ecosistemi, dei fondali marini, della flora e della fauna: «Nei fondali nello Jonio esistono ancora vulcani attivi - denunciano ancora - E il terreno è geologicamente giovane». Non hanno intenzione di accettare un altro «scempio» nella propria zona. Soprattutto dopo l’arrivo delle scorie nucleari (battaglia poi vinta nel 2003 dal movimento no-nuke di Scanzano), e l’emergenza rifiuti con discariche malfunzionanti (con tanto di infiltrazione della mafia nella gestione delle ecoballe). Il territorio è già saturo.

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/08/articolo/1308/

martedì 4 agosto 2009

Il Mare di Taranto culla del Tonno Rosso?

Ora che, grazie all'impegno congiunto di bravi imprenditori locali (Panittica Pugliese) e Centri di Ricerca internazionali, si è trovato l'"oro rosso" per il mare di Taranto, ha senso che l'ENI faccia richiesta di trivellare tutti i fondali a caccia di petrolio e inquinamento?

La domesticazione salverà il tonno rosso?

I Consorzi europei di ricerca Selfdott e Allotuna sono riusciti a controllare la riproduzione del tonno rosso atlantico (Thunnus thynnus) in cattività, ottenendo uova utilizzabili a partire da tonni rossi ospitati in vasche il che «costituisce la prima indispensabile tappa nella domesticazione di questa specie e per lo sviluppo di un'industria dell'acquacoltura sostenibile, indipendente dalle popolazioni selvagge».
Il consorzio Selfdott, "From aptured-based to SELF-sustained aquaculture and Domestication Of bluefin tuna, Thunnus Thynnus" comprende l'università di Cadice (Spagna), il Cnrs e l'università di Montpellier 2 (Francia), il centro di ricerca per l'acquacoltura di Skretting (Norvegia) e la Malta Fishfarming Ltd, ed è dedicato allo studio della riproduzione, dello sviluppo larvale e della nutrizione del tonno rosso. Il consorzio Allotuna include la regione Puglia , le imprese private Panittica Pugliese e Franco Scarciglia Pesca Acque Marine e l'Associazione armatori da pesca di Molfetta.
Il progetto "Allotuna, Organizzazione di un sistema integrale di allevamento del tonno rosso" consiste nella messa in opera di un sistema di allevamento integrato del tonno rosso nel golfo di Taranto, è finanziato dai Fondi strutturali dell'Unione europea e coordinato da Gregorio De Metrio, del dipartimento benessere e salute animale dell'università di Bari. Il progetto italiano era già riuscito nel dicembre 2008 a produrre 20 milioni di larve da tonni in cattività grazie ad una ricerca applicata, condotta dalla facoltà di medicina veterinaria dell'università di Bari col finanziamento dell'Assessorato regionale pugliese allo sviluppo economico, sono nate venti milioni di larve da tonni in cattività.
Ora l'obiettivo a medio termine è quello di realizzare l'allevamento delle larve fino alla produzione di giovani tonni rossi. Così si pensa di contribuire alla salvezza di una specie che ha raggiunto livelli di sovra-pesca mai visti. (leggi l'articolo completo su Greenreport)

mercoledì 22 luglio 2009

ENI, petrolio e inquinamento a Taranto

Comunicato stampa del Comitato per Taranto

Un ennesimo, gravissimo attacco all’ambiente è la malasorte che si prospetta se verrà accettata la richiesta avanzata dall’Eni al Ministero dello Sviluppo Economico, di compiere trivellazioni nel Mar Grande di Taranto, al fine di ricercare giacimenti di idrocarburi.
La sete di petrolio alimenta le mire espansionistiche della multinazionale energetica Eni, che già da tempo ha trovato segnalazioni sui media internazionali per devastazioni ben oltre il territorio jonico, fino alla martoriata Nigeria.
Devastazioni che, se venisse accolta la richiesta avanzata, colpirebbero un vasto tratto del mar Jonio: la zona individuata per compiere trivellazioni interesserebbe infatti un “esteso specchio acqueo del Golfo di Taranto, immediatamente ad Ovest delle isole Cheradi, di oltre 515 chilometri quadrati, compreso fra le sponde Est ed Ovest dello Jonio” (di Tancredi, Tarantoggi – 13 luglio 2009).
Devastazioni che colpirebbero la fauna e la flora marina: la tecnica che verrebbe impiegata è quella delle “Air Gun” .
Questo metodo è conosciuto per avere effetti nocivi sui delfini, che per effetto di questa tecnica “perdono il senso dell’orientamento, subendo danni irreversibili all’apparato uditivo, finendo spiaggiati” (di Tancredi, Tarantoggi – 13 luglio 2009).
Sugli effetti distruttivi della tecnica Air Gun, è intervenuta anche l’AGCI Pesca- Ufficio Territoriale di Taranto che, in data 14 luglio 2009, inviando agli enti di ricerca una lettera per richiesta di informazioni approfondite, ha sottolineato le gravissime ripercussioni per l'equilibrio marino e per l'economia locale.
I mitilicultori e pescatori riuniti nella AGCI Pesca di Taranto scrivono, infatti, che l’uso dell’Air Gun (secondo fonti scientifiche ben documentate) potrebbe seriamente danneggiare la fauna ittica e provocare la diminuzione del pescato di oltre il 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche.
La stessa tecnica se impiegata danneggerebbe inoltre anche la Poseidonia oceanica, presente nell’area interessata dalla ricerca, e che è inserita tra le specie caratteristiche di Habitat naturale di interesse comunitario e, dunque, specie da proteggere.
Il Comitato per Taranto esprime, pertanto, forti preoccupazioni per quello che potrebbe essere il destino del Mar Grande e di un'area di interesse ambientale comunitario (SIC), nel caso di risposta positiva da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.
Inoltre stando a quanto riportato nel ddl Sviluppo appena varato, il Governo ha ora la facoltà di rilasciare i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, mediante procedimento unico al quale partecipano le sole amministrazioni statali interessate, non coinvolgendo più come prevedeva la passata legge, le amministrazioni regionali e locali interessate (da un articolo di Farella, Tarantoggi – 13 luglio 2009).)
Sarà per questa ragione che Comune e Provincia di Taranto non sono state messe al corrente di questa richiesta?
Riteniamo questa mancata comunicazione e informazione alle amministrazioni locali, un atto gravissimo che mina le basi di un sistema democratico, e chiediamo che per questa ragione si ripari agli errori commessi.
Chiediamo, dunque, che sia i sondaggi - anche quelli non invasivi - che le autorizzazioni varie siano sottoposte a procedura di VIA, con la partecipazione attiva degli Enti locali e del pubblico interessato.

Rivolgiamo, infine, un appello anche agli amministratori locali:

- al Sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, come tutore della salute cittadina;
- al Presidente della Provincia di Taranto, ente che ha la delega ambientale;
- al Presidente della Regione Nichi Vendola ed all'assessore all'Ecologia, per le competenze nella gestione energetica (PEAR) e nella tutela delle coste,

affinchè prendano posizione in questa drammatica vicenda in nome dell’interesse di tutta l'area jonica, facendo fronte comune contro questa violenza operata dagli organi centrali, nel nome del profitto di una multinazionale, a scapito della salute dei cittadini e del bene collettivo.



No trivellazioni Eni, Borraccino: “Mi associo al Comitato per Taranto”

"Mi associo alla richiesta formulata al sindaco Stefàno, al presidente Florido ed al presidente Vendola per impedire che l’Eni avvii delle trivellazioni nel Golfo di Taranto per ricercare degli idrocarburi". Il consigliere regionale e provinciale dei Comunisti Italiani, Mino Borraccino, interviene sulla questione che "per ora, sta vedendo protagonisti le cooperative di pescatori ed il Comitato per Taranto a cui, naturalmente, sta rispondendo la sensibilità di alcuni organi d’informazione".
“A tal proposito - ribadisce Borraccino - chiederò ai consiglieri regionali tarantini di presentare un apposito ordine del giorno in Consiglio regionale”.
“Fa bene, dunque – per il capogruppo del PdCI in Consiglio regionale – il ‘Comitato per Taranto’ a parlare di ‘un ennesimo, gravissimo attacco all’ambiente’”.
«La richiesta avanzata dall’Eni al ministero dello Sviluppo economico, di compiere trivellazioni nel Mar Grande di Taranto per ricercare giacimenti di idrocarburi – sottolinea Borraccino - è a dir poco preoccupante se non addirittura inquietante”.
Il consigliere provinciale e regionale comunista ricorda di essere stato “uno dei primi, tra quelli presenti nelle Istituzioni, a dire ‘no’ al raddoppio della produzione dell’Eni. Mi sono opposto a quest’ipotesi per un motivo semplice: Taranto subisce già un inquinamento industriale eccessivo e se non si inverte questa rotta sarà impossibile pensare non dico ad un turismo alternativo ma quanto meno che si integri con la grande industria”.
Borraccino, inoltre, ricorda la sua forte opposizione alla realizzazione “a Taranto di un rigassificatore. Il progetto così come era stato presentato non dava adeguate rassicurazioni sul fronte degli incidenti e poi rischiava di compromettere definitivamente lo sviluppo del nostro porto di cui in tanti parlano sempre ma poi, nei fatti, si disinteressano”.
“Taranto ha già dato in termini di morti sul lavoro e di malattie respiratorie. Ora basta. E poi - insiste Borraccino - come possiamo ignorare, anzi danneggiare, una parte importante della nostra economia rappresentata dalle cooperative dei pescatori, essi sono la storia di Taranto, rappresentano posti di lavoro e sono anche (spesso) i primi difensori dell’ambiente e del mare in particolare”.
“Per questo – conclude Borraccino - Stefàno, Florido e Vendola blocchino l’Eni e intervengano sul ministro Scajola per far sentire la voce di Taranto. Come dice Florido: battiamo i pugni sul tavolo...”.
(Uff. Stampa Cons. Regionale Puglia, ag. n. 2245)

giovedì 7 maggio 2009

Conosciamo il nostro mare?

Canyon e vulcani sottomarini scoperti da rilevamenti OGS per realizzare mappe batimetriche


Monitorare le coste italiane a rischio geologico: frane sottomarine, sismicità e tsunami, acquisendo dati geofisici su specifiche zone del fondale marino per stimare quali sono le aree critiche. Lo scopo è quello di realizzare 72 mappe batimetriche in scala 1:50.000 che, insieme ad altre carte tematiche formeranno la Carta degli Elementi di Pericolosità dei Fondali Marini.
Uno strumento conoscitivo di cui il Dipartimento della Protezione Civile si servirà per gestire il rischio territoriale legato alla presenza, in Italia, di aree marine geologicamente complesse e ancora in parte sconosciute. E' stato questo l'obiettivo della campagna oceanografica MaGIC OGS 0409, che si è conclusa il 20 aprile scorso, dopo tre settimane di navigazione a bordo della nave OGS Esplora nel Mar Ionio settentrionale fino al Golfo di Taranto. La missione appena terminata ha acquisito nuovi dati geofisici su specifiche zone di fondomare, principalmente nel margine pugliese, per stimare quali sono "le aree di criticità" delle coste di Puglia e Calabria, e individuare i siti in cui vi è una concreta possibilità che processi geologici in grado di deformare e/o erodere il fondale del margine della piattaforma continentale, risalite o espulsione di fluidi, frane sottomarine e faglie possano essere all'origine di tsunami e/o terremoti potenzialmente devastanti per un profilo costiero così densamente abitato come quello italiano. Una serie di scoperte riguarda una grossa frana nel versante apulo, depositi sedimentari tipici di correnti di fondo, piccole frane e zone di collassamenti minori. "Il risultato di maggior rilievo - spiega Silvia Ceramicola, ricercatore OGS e responsabile scientifico della spedizione - di questa prima parte degli studi è stata l'acquisizione di dati ad altissima risoluzione sui giganteschi canyon sottomarini che si sviluppano per decine di chilometri arrivando, in alcuni casi, a poche decine di metri dalla costa, come per esempio le strutture che occupano il Golfo di Squillace. Questi canyon sono in retrogressione, cioè stanno arretrando lentamente e si fratturano, un comportamento che va tenuto sotto controllo quanto più si verifica vicino alla costa". Si è inoltre avuta la prova che alcuni rilievi identificati, in precedenza, sono in realtà vulcani di fango, uno dei quali, di fronte a Crotone, è risultato attivo e si è "esibito" in uno sbuffo di gas proprio durante i rilevamenti."Abbiamo infine identificato frane a vari stadi di attività, strati piegati con inclinazioni improbabili, troncati, erosi, faglie da cui esce gas", dice ancora Ceramicola. "Ma siamo solo all'inizio: lo studio - continua - è destinato a durare quattro anni ancora. Fortunatamente, grazie anche alle condizioni meteorologiche ottimali, la qualità dei dati ecometrici raccolti è stata ottima e le informazioni geofisiche registrate sono state elaborate a bordo da speciali software che permettono di osservare in tempo reale la batimetria e le sezioni acustiche del fondale marino su cui si naviga"
L'area studiata va da Torre Pali fino a Taranto sul versante pugliese, e da Scanzano Jonico fino al Golfo di Squillace sul versante calabro-lucano, coprendo una superficie di circa 7500 km2."In questo mese di indagini sottomarine - spiega ancora Ceramicola - abbiamo rilevato morfologie caratteristiche di diversi ambienti marini, alcune delle quali mai osservate prima o di cui si aveva solo un vago sospetto". I rilevamenti sono stati possibili utilizzando metodi di indagine ad alta sensibilità, come l'ecoscandaglio multifascio. Si tratta, come spiega la ricercatrice, di una tecnica che si basa sull'invio di un treno di impulsi acustici sul fondo del mare seguito dal successivo recupero delle eco di ritorno, che nel complesso formano quella che in termine tecnico si chiama una "spazzata"di segnali trasversale alla nave."In tal modo si disegna la batimetria, cioè il profilo del fondale marino" ha precisato Andrea Cova, capo missione della spedizione e tecnologo in OGS. C'è stata, inoltre, riferiscono i ricercatori OGs un'importante scoperta biologica al largo della costa pugliese: sul fondale sono stati identificati banchi carbonatici molto probabilmente costituiti da coralli bianchi già individuati a Santa Maria di Leuca, che si pensava non esistessero più."Si tratta di ecosistemi delicati - conclude la ricercatrice - che si sviluppano solo con temperature e nutrienti particolari. Non sono direttamente correlati a condizioni di criticità del fondale, ma piuttosto rappresentano zone da evitare se si ipotizza, per esempio, di posare sul fondale marino pipeline od opere varie. Vanno evitati sia perché si tratta di strutture intrinsecamente fragili, sia perché preziose in termini di biodiversità". La missione, che rientrava nel progetto quinquennale MaGIC (Marine Geohazards along the Italian Coasts, 2007-2012), iniziato nel 2007 con una prima individuazione delle aree a maggiore pericolosità della costa calabra, è stata finanziata dal Dipartimento della Protezione Civile Italiana e realizzato grazie alla collaborazione dell'intera comunità scientifica italiana attiva nel settore della geologia marina. Quattro i partner principali - OGS, CNR (con gli istituti Igag, Ismar, Iamc), l'Università di Roma/Igag in veste di coordinatore generale e Conisma (Apcom)

giovedì 23 ottobre 2008

La Basilicata boccia le trivellazioni petrolifere nello Jonio

«Il progetto relativo al programma di ricerca di idrocarburi nel golfo di Taranto, che interessa anche il litorale jonico della Basilicata, non è stato ammesso alla procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via)»: lo ha annunciato, con un comunicato dell’ufficio stampa, l’assessore all’ambiente della Regione, Vincenzo Santochirico.

«Allo stato attuale, in considerazione delle verifiche tecniche e amministrative effettuate dai competenti uffici ministeriali – ha spiegato Santochirico – con i quali sono stati chiesti alla società proponente ulteriori ed imprescindibili adempimenti, la Regione Basilicata non è chiamata a fornire pareri preventivi o autorizzazioni. A prescindere dalle valutazioni di carattere tecnico, appare evidente, in ogni caso, l'incompatibilità fra l’attività estrattiva e la qualità dei luoghi e la fruizione di una zona in continuo sviluppo turistico. Il progetto, in ogni caso, potrà essere esaminato dagli uffici regionali soltanto nel caso in cui il Ministero dovesse ammettere alla procedura di Valutazione di impatto ambientale gli atti e gli elaborati presentati con le dovute integrazioni. Ciò anche in riferimento a quanto previsto dalla legge 239 del 2004 in materia di energia. Occorre tuttavia constatare – ha concluso l’assessore – che l’attuale disciplina delle attività estrattive rischia di essere stravolta da un disegno di legge dei ministri Tremonti e Calderoli, estromettendo, di fatto, le Regioni e gli enti locali».
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

venerdì 17 ottobre 2008

Ci mancava il petrolio nello Jonio...


Trivellazioni petrolifere nel Mar Jonio lucano. È subito scattata la mobilitazione delle popolazioni locali. A Metaponto Lido c'è stato un summit operativo nella sede dell’Associazione degli operatori turistici “Leucippo”, presieduta da Gianfranco Sortiero. Vi hanno aderito, inoltre, l’Associazione No-scorie Trisaia, il Comitato dei Cittadini Attivi di Bernalda e Metaponto e l’Ucaib (l'Unione dei commercianti, artigiani e imprenditori bernaldesi).
Si è parlato delle trivellazioni petrolifere già autorizzate sulla terraferma, nel territorio di Bernalda-Metaponto, e dei Comuni limitrofi, e dell’autorizzazione ministeriale, in via di approvazione, circa le trivellazioni in mare riguardanti quasi tutto il tratto della costa jonica lucana, tra i fiumi Sinni e Basento.
I convenuti hanno affrontato in maniera unanime e critica la questione, chiedendo al Comune di Bernalda la convocazione urgente e monotematica di un apposito Consiglio comunale, per informare la popolazione. Il neo assessore esterno all’Ambiente, Arcangelo D’Alessandro, che presiedeva l’incontro, ha recepito la richiesta, assicurando di portarla personalmente all’attenzione del sindaco Francesco Renna (Pd).
«Si tratta - hanno affermato Pietro Tamburrano e Antonio Forcillo, del comitato civico dei Cittadini Attivi - di un problema di pubblico interesse, che un’Amministrazione municipale, per legge, è tenuta a portare al vaglio della cittadinanza. Il territorio jonico, infatti, è a grave rischio di sfruttamento e di degrado: sia dal punto di vista ambientale, che sul piano sociale ed economico. Tenuto conto, poi, che il Metapontino è a forte vocazione agricola e turistica, in virtù dell’enorme patrimonio archeologico esistente, simili scelte di carattere estrattivo, per terra e per mare, comporterebbero una grave opera di annientamento di questi luoghi e delle loro popolazioni».
Molto dura anche la posizione del comitato “No scorie Trisaia”, i cui componenti hanno rilevato: «Dopo i campi agricoli biologici, i bacini idrici e i boschi, ora la lobby petrolifera vuole trivellare il mar Jonio lucano. Così, al posto degli ombrelloni e delle barche a vela, vedremo solo le piattaforme petrolifere. Gli ecosistemi marini, già inquinati dall’Ilva e dalla raffineria di Taranto non reggeranno l’impatto delle trivelle. Potremo perciò dire addio alla pesca, al turismo e a tutta l’eco - nomia dei comuni jonici. Il petrolio serve solo ai politici per mantenere poltrone e prendere voti», conclude No Scorie, che invita tutti i Consigli comunali della zona a tenere aperti, in maniera permanente, i consessi cittadini, in segno di protesta, per chiedere al Ministero dell’Ambiente di bocciare il progetto di trivellazione petrolifera nel Mar Jonio.
Angelo Morizzi - La Gazzetta del Mezzogiorno