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mercoledì 12 agosto 2015

Basta benedizioni?

«Industria feroce con la città». Don Filippo parla dell’enciclica di Papa Francesco e richiama l’attenzione sul disastro jonico 

«L’ingiusto conflitto che si vive a Taranto tra difesa del lavoro e difesa dell’ambiente» è un esempio da cui partire per la nuova esperienza di fede calibrata sul rispetto della terra. Il vescovo Filippo Santoro parla a Radio Vaticana. Lo spunto viene dal cammino indicato da Papa Fracesco con la sua enciclica “Laudato si’”. Un quadro in cui Don Filippo ha nuovamente acceso i riflettori sulla condizione della sua città. Epicentro di un disastro ambientale che deve rapportarsi con la necessità di salvaguardare i posti di lavoro.
«Non possiamo pensare alla nostra fede trascurando la cura della casa comune, come sottolinea il Papa. La conversione ecologica - ha spiegato il vescovo - è proprio un cammino che ci interpella tutti. Innanzitutto, interpella noi, qui, nella situazione di Taranto - ha ricordato l’arcivescovo - con l’Ilva e con la grande problematica del conflitto ingiusto tra difesa dell’ambiente e difesa del lavoro. Se ti trovi in un contesto come questo, come Chiesa non puoi non considerare la sfida che questa problematica ti offre».
Anzitutto, ha spiega l’esponente della Cei, «per i malati e per i morti che ci sono stati a causa dell’inquinamento e poi anche per il dramma che comporta vedere un territorio così bello inquinato e contaminato: una terra che ha una vocazione agricola, turistica, artigianale, culturale, invasa in maniera così forte, così feroce, da un tipo di modello di sviluppo che è quello industriale».
Questa, ha sottolineato l’arcivescovo tarantino «è l’economia che uccide, l’economia che invece di favorire lo sviluppo della persona, delle famiglie, della società, diventa l’idolo, diventa il lucro, diventa il profitto. In questo senso, è proprio salutare il richiamo che ci fa il Papa».
Così la proclamazione da parte di Papa Francesco di una «giornata per la custodia del “Creato”, dopo la pubblicazione dell'enciclica “Laudato si’”», indica la volontà di Jorge Mario Bergoglio, ha spiegato Santoro, di «mettere l’attenzione sul tema dell’ambiente come un elemento non secondario della nostra esperienza di fede». Un cammino che monsignor Filippo Santoro ha voluto ribadire come arcivescovo di Taranto ma anche in qualità di presidente della commissione per i problemi sociali e il lavoro della Cei, la conferenza Episcopale italiana. (Quot)









 

domenica 19 luglio 2015

Il ricatto occupazionale entra ufficialmente in aula!

Ilva, ministro Guidi ai giudici «Valutate peso vostre scelte. Stop altoforno significa chiusura»

"Se venisse spento anche uno solo dei due altoforni in attività a Taranto, non solo sarebbe antieconomico tenere aperto l’impianto ma anche organizzativamente non si riuscirebbe più ad alimentare il flusso della produzione". Il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in un’intervista al Corriere della Sera, torna così sul caso Ilva, invitando la magistratura a valutare il peso delle scelte sull'azienda siderurgica: "alla magistratura chiediamo di fare il proprio lavoro avendo chiaro l’impatto delle decisioni che prende. E nel caso Fincantieri avrei preferito che si fossero tenuti presenti i danni che si potevano procurare con la sola chiusura del cantiere, solo a causa dell’ interpretazione di una normativa europea non perfettamente recepita nel nostro ordinamento".
"Finora – continua il ministro – non è stato notificato alcun provvedimento che metta in discussione l’operatività degli altoforni. Sono dunque ottimista e ricordo che è in corso un’ operazione di risanamento ambientale che ha richiesto ingenti finanziamenti e la chiusura temporanea di due altoforni".
"Spegnere altri altoforni vorrebbe dire rinunciare a uno dei siti siderurgici più efficienti d’Europa e togliere lavoro a 14-15 mila persone nel Sud d’Italia. Non c' è nessun motivo, visto che il risanamento è in corso, così come c' è il massimo impegno per impedire incidenti sul lavoro, perchè anche un solo ferito è troppo". (GdM)


Confindustria Puglia, Ilva è sfida per Italia e non solo per regione

"Per l'Ilva di Taranto, è prioritario assicurare continuità industriale con la sostenibilità ambientale: è questa una delle più grandi sfide che ha davanti l'Italia e non solo la Puglia". Così Domenico Favuzzi, presidente di Confindustria Puglia, parla con Labitalia della situazione del sito tarantino.
Il clima tra gli imprenditori, dice, "va da uno stato di rassegnazione per una vicenda che si trascina da molto tempo, ai grandi timori che tutta la storia sta suscitando". Alla base di questo c'è "questo continuo rinviarsi la palla tra governo e magistratura -osserva Favuzzi- che rischia di non risolvere i problemi del territorio, nonostante la buona volontà delle parti".
Ora "siamo a un momento decisivo -sostiene il presidente degli industriali pugliesi- in cui si spera di arrivare a un percorso virtuoso di uscita da questa situazione che tiene tutti in una situazione precaria: i lavoratori, le aziende subfornitrici e tutto il sistema produttivo pugliese".
Favuzzi è a favore di un intervento pubblico "anche se limitato alla fase del risanamento e della bonifica". "Sono necessari capitali pubblici -precisa- per accompagnare il processo di risanamento ambientale, ma noi abbiamo sempre auspicato che a questi si accompagnassero capitali privati e che l'Ilva tornasse poi presto sul mercato".
E sulla frase del governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha detto come l'apertura dell'Ilva "non è un dogma", Favuzzi commenta: "Emiliano deve rispondere a tutte le parti della Puglia, non solo a quella industriale, che peraltro è anche interessata ai temi ambientali".
"In economia -ribadisce Favuzzi- non ci devono essere dogmi, è vero. Ma occorre fare tutto il possibile per dare ai lavoratori e alle imprese, un percorso certo e non incerto", conclude. (Adnkronos)

lunedì 28 luglio 2014

Non c'è vero ricatto occupazionale senza l'appoggio dei sindacati. Brava ENI, impara dai Riva!

«Tagli» impianti Eni Taranto sull'altalena di Tempa Rossa

Sciopero domani in tutto il gruppo Eni, raffineria di Taranto compresa, manifestazione a Roma nelle vicinanze di Montecitorio, richiesta di incontro al Governo. Dopo l'annuncio della società di bloccare gli investimenti a Gela e di paventare il ridimensionamento dei siti di Taranto, Marghera, Livorno e del petrolchimico di Priolo, è scontro tra sindacati e gruppo petrolifero.
Per Cgil, Cisl e Uil del settore, «l'annuncio shock dell'Eni di mettere in discussione l'intero impianto strategico della chimica e della raffinazione in Italia comporta pesanti ricadute sull'intero sistema industriale e occupazionale nel nostro Paese, facendo terra bruciata dell'industria italiana. Questo il Governo lo deve sapere». E ancora: «Colpi di spugna su accordi e investimenti Eni già sottoscritti (Marghera, Gela, etc.) sono inammissibili. Al Governo - dicono i sindacati - abbiamo chiesto l'immediata convocazione di un tavolo negoziale. Se, come sostengono al ministero dello Sviluppo economico, la politica industriale richiede anche di rivalutare l'intervento pubblico nell'economia, allora il Governo chiarisca se l'Eni risponde solo al mercato e alla Borsa o deve dar conto delle decisioni anche all'azionista di riferimento. Se l'Italia ha bisogno degli investimenti e della presenza industriale di Eni, non possiamo assistere inerti - concludono i sindacati - ad un grande gruppo che rischia di uscire dall'industria. Ci batteremo con tutte le nostre forze affinchè ciò non avvenga».Il punto più acuto della crisi è Gela. Il ministero dello Sviluppo economico ha promosso due tavoli di confronto: uno per Gela e l'altro per le altre raffinerie che l'Eni vorrebbe sottoporre a tagli.
Eccedenza di raffinazione: così l'Eni motiva le riduzioni. E secondo dati dell'Unione petrolifera, nel 2014 i consumi italiani dovrebbero attestarsi intorno a 56 milioni di tonnellate a fronte di una capacità di raffinazione di 99 milioni di tonnellate. Ci sarebbe quindi un eccesso di oltre 40 milioni di tonnellate, in pratica l'equivalente di 6/7 raffinerie come quella di Gela su un totale di 12, che l'esportazione non riuscirà mai ad assorbire.
Fonti sindacali e industriali evidenziano che uno dei progetti che potrebbe tenere l'Eni ancorato alla realtà di Taranto, è la base logistica del giacimento petrolifero lucano di «Tempa Rossa», ma è fortemente contrastato dal Comune, da diversi movimenti ambientalisti ed associazioni di categoria come ad esempio Confcommercio. Ieri, per esempio, contro «Tempa Rossa» c’è stato un nuovo sit-in lungo la spiaggia di viale del Tramonto, a San Vito. Due domeniche fa iniziativa analoga si era svolta a Lido Azzurro alle porte della città. Con lo stop a «Tempa Rossa» - sul cui progetto da 300 milioni di euro il ministero dello Sviluppo economico ha rinviato ogni decisione da fine luglio a dopo le ferie - sarebbe la seconda volta che l'Eni a Taranto è costretto a fare i conti col fronte del no.
Una prima volta accadde anni fa, quando presentò, attraverso la controllata Enipower, un progetto di nuova centrale a metano. Gli enti locali, tra cui la Regione Puglia, prima dettero il via libera, poi lo stopparono sollevando il problema delle emissioni di anidride carbonica che l'Eni si era comunque impegnato a compensare su scala regionale. Alla fine, l'Eni ha dovuto ritirare quel progetto, nel frattempo anche autorizzato dal ministero dell'Ambiente, e sostituirlo con un altro ridimensionato nella portata, nell'investimento e nell'occupazione di cantiere, che peraltro è ancora in attesa di poter essere avviato. Contrasti e lungaggini che quasi un anno fa hanno poi spinto Enipower ad abbandonare il sito di Taranto lasciando tutto alla raffineria.
A Taranto l’impianto lavora in prevalenza il greggio che l’Eni estrae dalla Val D’Agri e che viene poi trasportato con un oleodotto (lo stesso che servirebbe per far arrivare anche il greggio di «Tempa Rossa» che però a Taranto verrebbe solo stoccato e non lavorato). Cinquecento circa gli occupati di Taranto e nel 2013 lavorate 2,87 milioni di tonnellate di greggio. (GdM)

mercoledì 9 luglio 2014

Ora anche l'ENI fa ricatto occupazionale: risultato assicurato!

Eni, rotte le trattative con i sindacati. A rischio anche la raffineria di Taranto

Rotte le trattative a Roma tra i sindacati e l’Eni sul nuovo progetto industriale dell’ente petrolifero che prevede anche la riorganizzazione generale degli organici. L’incontro tra i segretari nazionali dei sindacati dell’energia Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil Emidio Miceli, Sergio Gigli e Paolo Pirani e l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, si è concluso ieri in serata con un nulla di fatto.
L’Eni ha denunciato gravi perdite nel settore della raffinazione a causa di un surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato e ha comunicato ai sindacati che garantisce le continuità operativa solo per la raffineria di Sannazzaro (Pavia) e della propria quota del 50% su quella di Milazzo. In discussione sono invece le 4 raffinerie di Gela, Taranto, Livorno e la seconda fase di Porto Marghera (Venezia), nonchè il petrolchimico di Priolo
Le prospettive più pesanti nell’immediato riguardano Gela: non parte più nessuna delle tre linee di produzione e vengono revocati i 700 milioni di investimenti destinati alla programmata riconversione produttiva. In cambio verrebbe proposto un nuovo progetto come alternativa, ma i sindacati non hanno voluto sentire nemmeno le linee generali della proposta perchè, come pregiudiziale, hanno preteso dall’azienda, «il rispetto integrale degli impegni sottoscritti appena un anno». Delusione e rabbia a Gela tra i lavoratori che hanno intensificato i picchetti con cui, da 4 giorni, presidiano le vie di accesso allo stabilimento. Cgil, Cisl e Uil hanno definito il piano dell’Eni un disegno che mette a rischio «l’intero sistema industriale dell’Italia».
Miceli, Gigli e Pirani hanno convocato per il 18 luglio il coordinamento nazionale di categoria per stabilire le iniziative di lotta da attuare non solo nelle raffinerie ma in tutti gli stabilimenti produttivi dell’Eni. Domani, invece, si riuniscono a Gela le segreterie confederali provinciali del sindacato per una mobilitazione generale della popolazione in difesa della raffineria.(CdM)

venerdì 20 giugno 2014

Tutto nella norma: incidenti e ricatto occupazionale

Cede una condotta: paura all'Ilva, nessun ferito 

Paura questa mattina in Ilva, dopo che ha ceduto una grossa condotta nel reparto agglomerato. Il tubo si è abbattuto all'improvviso sulla strada, fortunatamente senza provocare feriti. L'incidente si è verificato questa mattina. A cedere è stata una conduttura utilizzata per convogliare il vapore.
Per cause in corso di accertamento, la tubatura si è staccata dall'impianto e si è rovesciata da un lato. Sul posto sono intervenute le squadre di soccorso e i vigili del presidio interno alla grande fabbrica.(Quot)

Ilva, Angeletti (Uil) :”Rischio di catastrofe occupazionale e industriale” 

 Il segretario generale Uil, Luigi Angeletti, in Puglia per il congresso regionale della confederazione, all’ANSA ha dichiarato: “L’Ilva è in cima ai nostri pensieri. C’è il rischio di una catastrofe occupazionale e industriale di dimensioni bibliche”. “Dal chiacchiericcio di questi giorni,anche su eventuali nuove proprietà, emerge che si potrebbe ridurre la produzione. Non so come quello stabilimento possa reggere producendo meno di 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno” ha aggiunto Angeletti, non nascondendo le sue personali preoccupazioni in merito alle sorti del siderurgico di Taranto. Solo qualche giorno fa il nuovo commissario dell’Ilva Piero Gnudi si è recato a Taranto in visita per conoscere i dirigenti. Il nuovo commissario, subito dopo la nomina, ha ammesso che il lavoro da svolgere è difficile ma ha anche dichiarato che esistono gli spazi di manovra per consentire all’Ilva di riprendersi. (Puglia24)

sabato 5 gennaio 2013

Non bastano le braghe, giù pure le mutande!

Ora che hanno capito che hanno in mano Roma e che con il ricatto si ottiene proprio tutto, i Riva hanno ridato la carica alla marionetta Ferrante per farsi spianare la strada dei profitti garantiti.
Rien ne va plus! Ricomincia la roulette!

Ilva, a rischio il pagamento degli stipendi

Ferrante: "Abbiamo delle oggettive. La priorità è risolvere la questione giudiziaria solo così potremo capire come risolvere i problemi"

I dodicimila operai dell'Ilva potrebbero non ricevere lo stipendio di dicembre il 12 gennaio, così come era previsto. L'azienda ha infatti importanti problemi di liquidità, avendo dal 26 novembre scorso un milione e 700mila tonnellate di acciaio (valore di mercato, un miliardo di euro) bloccate in azienda, perché sotto sequestro della magistratura. "Abbiamo delle difficoltà, difficoltà oggettive" spiega il presidente del gruppo, Bruno Ferrante, rispondendo in serata ai timori dei sindacati che dal primo pomeriggio avevano messo in allarme gli operai in azienda. "La priorità è risolvere la questione giudiziaria  -  dice Ferrante  -  solo così potremo capire come risolvere le difficoltà ". Il presidente smentisce però la voce rimbalzata in serata della convocazione di un consiglio di amministrazione convocato per oggi. Si vedranno i vertici dell'azienda ma per decidere come muoversi martedì, la vera data cerchiata di rosso.

La prossima settimana è prevista la decisione del gip Patrizia Todisco sul dissequestro dell'acciaio prodotto e sequestrato. Se si sblocca, l'Ilva riprende liquidità. "Altrimenti sono guai". Il Governo ha approvato una legge ad hoc, pubblicata il 24 dicembre in Gazzetta ufficiale, non solo per poter permettere all'Ilva di riprendere la produzione (cosa che è avvenuta) ma anche per liberare quell'acciaio. Sulla base della nuova norma, l'azienda ieri ha chiesto il dissequestro ma nel pomeriggio, a sorpresa, è arrivato il parere negativo della Procura. Decisione che cambia le carte in tavola. Il giudice Patrizia Todisco potrebbe ora non ordinare il dissequestro del materiale ma lasciare i sigilli e sollevare contemporaneamente alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione sostenendo, come già ha fatto la Procura, che la legge votata praticamente all'unanimità dal Parlamento è incostituzionale. Nelle more il prodotto rimarrebbe però sotto sequestro.

Un'ipotesi questa che l'azienda ritiene però come letale per il futuro della produzione: quando quindici giorni fa gli era stato negato il dissequestro del prodotto, aveva annunciato la cassa integrazione per circa 4000 dipendenti, tra Taranto, Genova e gli altri stabilimenti sparsi nel mondo. "Così si fermano  -  spiega l'azienda  -  tutti i centri di servizio come Torino, Milano e Padova, gli impianti marittimi di Marghera e Genova oltre a quelli dell'Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia". Allarmati dalla situazione, il Governo aveva fatto approvare di tutta fretta un emendamento per spiegare che anche quel prodotto andava dissequestrato. Una tesi che evidentemente non convince la procura di Taranto che ieri ha detto di no. "A questo punto  -  dicono i sindacati  -  la situazione diventa davvero difficile: aspettiamo comunicazioni dall'azienda. Quest'anno, per la prima volta, anche la tredicesima è stata pagata in ritardo. Qui c'è gente che ha mutui, scadenze. Un discorso di questo tipo non è accettabile" (Repubblica)

mercoledì 21 novembre 2012

Non ci credono neanche più i sindacati!

Ilva, la nuova sfida ai magistrati
"Dissequestro degli impianti o chiusura"

Nell'istanza presentata al tribunale l'azienda pone come condizione per il rispetto delle direttive Aia il dissequestro dell'area a caldo: "Altrimenti l'attività sarebbe insostenibile". Ma dalla Procura si profila un nuovo no

TARANTO - "Se il sequestro preventivo dovesse permanere, pur a fronte del mutato quadro autorizzatorio, l'ovvia insostenibilità economico-finanziaria condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell'attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo". Lo dicono il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, e l'avvocato Marco De Luca di Milano nell'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo del siderurgico presentata ieri alla Procura di Taranto.
Il dissequestro, per l'azienda, è funzionale all'attuazione di quanto l'Autorizzazione ambientale prescrive. Solo l'attività di impresa, dice l'Ilva, "può generare le risorse necessarie alla relativa ottemperanza" dell'Aia. L'Ilva fa altresì presente che l'assolvimento degli obblighi dell'Aia, che pone una serie di interventi ambientali e impiantistici, richiede necessariamente il ricorso al credito che "risulta impossibile in presenza di provvedimenti limitativi della proprietà e della gestione dello stabilimento". Il vincolo sull'area a caldo, dice l'Ilva con riferimento al sequestro giudiziario, "diviene, da subito, economicamente insostenibile".
Secondo indiscrezioni, tuttavia, sarà negativo
il parere della Procura della Repubblica di Taranto sull'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo. Per questo motivo, la decisione sull'istanza di dissequestro non sarà presa dalla Procura ma dal gip del Tribunale, al quale gli stessi pm gireranno l'istanza con il parere negativo motivato. Tutto questo dovrebbe avvenire domani, la decisione probabilmente in settimana.
Una doccia fredda per la città e per gli operai del siderurgico. Tra la spada di Damocle delle ferie forzate e della cassa integrazione da una parte, e l'incubo dei veleni che dalle cimieniere dello stabilimento si riversano sulla città provocando inquinamento e morte. Proprio stamattina è stato aggiornato al 27 novembre il confronto tra Ilva e sindacati metalmeccanici per discutere della cassa integrazione ordinaria per 2mila persone per il siderurgico di Taranto chiesta dall'azienda per crisi di mercato. L'incontro odierno è finito in un nulla di fatto e i sindacati dichiarano che molto probabilmente si va "verso un mancato accordo perchè non esistono i presupposti per il ricorso alla cassa nell'Ilva". Domani i sindacalisti tarantini di Fim, Fiom e Uilm saranno a Roma per partecipare alla riunione del coordinamento sindacale nazionale del gruppo Ilva ed è già partita la lettera con cui Cgil, Cisl e Uil nazionali e Fim, Fiom e Uilm nazionali, su sollecitazione delle organizzazioni locali, chiedono l'intervento di Palazzo Chigi nel caso Ilva.
"C'è una situazione davvero singolare - commenta Cosimo Panarelli, segretario Fim Cisl Taranto - nel senso che l'Autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata, il ministero dell'Ambiente ha approvato il piano dell'Ilva sull'Aia e l'azienda resta ferma e non fa partire i lavori di messa a norma della fabbrica sotto il profilo ambientale perchè, afferma, c'è il sequestro giudiziario che glielo impedisce. Da questa situazione bisogna uscire al più presto facendo chiarezza".
Da lunedì scorso non essendoci ancora stato l'accordo sulla cassa integrazione, all'Ilva sono scattate le ferie forzate per circa 500 operai della produzione lamiere e del rivestimento tubi, ed entro fine settimana, si è appreso oggi nell'incontro azienda-sindacati, dovrebbe fermarsi anche il tubificio 2, la cui fermata inizialmente era stata collocata tra oggi e domani. Nel momento in cui si fermerà il tubificio 2 il numero dei lavoratori Ilva in ferie forzate salirà a circa 700 anche se l'Ilva proprio oggi ha detto ai sindacati che per quest'area dello stabilimento si apre qualche prospettiva in quanto sono in via di formalizzazione due nuovi ordini di lavoro. Ci vorranno però una ventina di giorni ancora tra perfezionamento dell'ordine, avvio della produzione delle lamiere necessarie a fabbricare i tubi, e rientro del personale interessato al lavoro. I sindacati premono affinchè l'Ilva faccia chiarezza su quanto accadrà nel siderurgico nel momento in cui partiranno i lavori dell'Aia. Il primo a fermarsi sarà a dicembre l'altoforno 1, dove inizialmente l'azienda aveva prospettato una ricollocazione all'interno di circa mille esuberi, mentre ora la situazione è cambiata.
'L'Ilva - spiegano i sindacalisti -ci ha detto che tutto il personale dell'altoforno 1 sarebbe stato rioccupato all'interno qualora la fermata dell'impianto fosse stata consensuale, cioè tra azienda e custodi giudiziari, invece l'impianto ora si sta fermando, ci dice sempre l'azienda, perchè l'hanno ordinato i custodi. E sarà uno stop senza il conseguente rifacimento". Nei giorni scorsi l'Ilva, nell'ambito del piano per l'Aia, aveva cercato anche di far passare la fermata dell'altoforno 2, che dall'Aia non è invece prevista, sostenendo che, fermando l'altoforno 1 e le batterie di cokeria 3-4-5-6, avrebbe avuto problemi di approvvigionamento di coke anche sull'altoforno 2. Il ministero dell'Ambiente ha respinto la fermata dell'altoforno 2, dichiarando che è una misura non prevista dall'Aia, la quale per quest'impianto prevede solo interventi di depolverazione. L'Ilva, si apprende da fonti sindacali, è stata invitata dal ministero ad approvvigionarsi all'esterno di coke qualora dovesse avere problemi in proposito. (La Repubblica)

venerdì 19 ottobre 2012

All'indomani dell'ultimo Clini show

RIKATTOCCUPAZIONALE a volontà, con l'aggravante della minaccia cinese!!! L'ultima spiaggia della Riva family diffusa attraverso i media amici.

Ilva fa un passo indietro. «L'Aia ci danneggia»

Ora tutto è possibile, anche che Riva lasci Taranto. L’autorizzazione integrale ambientale sottoscritta ieri al ministero dell’Ambiente (dopo l’assenso dei ministeri dello Sviluppo economico, Salute, Interni e Lavoro), è un passo avanti dicono gli interlocutori istituzionali, ma Ilva non ci sta. Fa sapere di essere nell’impossibilità di adempiere alle prescrizioni dell’Aia, «in assenza della piena disponibilità dei beni». Uscendo dal ministero il presidente Bruno Ferrante a caldo aveva spiegato che «questa Aia entra in vigore nel 2012, mentre altrove in Europa si attenderà il 2016 e c’è persino chi chiede che si sposti al 2020 l’adozione delle nuove prescrizioni. Ciò per noi significa essere meno competitivi rispetto ad altri che potranno produrre in un regime assolutamente in condizioni più favorevoli rispetto alle nostre». Dunque, nonostante gli auspici mattutini del ministro Corrado Clini - «mi auguro che l’azienda colga l’opportunità di Aia per realizzare quel processo di ammodernamento e di miglioramento della produzione» - e nonostante il via libera al documento la situazione è diventata più difficile; e acquista un senso la risposta che Ferrante ha dato ad una domanda del nostro giornale: «Lasciare Taranto al momento non è ipotizzabile». Ora non lo è, ma domani? C’è un punto dirimente per la famiglia Riva che, in base alle prescrizioni dell’Aia, dovrebbe investire per l’adeguamento degli impianti circa 3 miliardi: può avviare questa operazione senza avere certezze normative? Perché, per esempio, l’inserimento nel testo (come sollecitava la Regione e il Comune di Statte - presenti alla conferenza dei servizi assieme al Comune e alla Provincia di Taranto e a molte associazioni ambientaliste) della norma sul danno per la salute, senza i regolamenti attuativi, può far saltare tutto: le prescrizioni potrebbero mutare in corso d’opera, diventando anche più rigide e con costi inaccettabili per l’azienda. Dunque tutto è possibile, tanto più che nonostante il via libera dell’Aia non tutti sono pienamente soddisfatti. Se il presidente della Provincia Gianni Florido lo ritiene un documento «rivoluzionario», per l’assessore regionale Lorenzo Nicastro è invece «un punto di partenza: laddove dovessero emergere nuovi elementi, dovrà essere riaperto». Quanto al sindaco di Taranto, la sua firma è stato un atto dovuto, «con un vincolo a tre mesi: se entro il 31 gennaio non toccheremo con mano risultati concreti ritireremo la nostra fiducia».
Rosanna Lampugnani (CdM)

Da Arcelor al gruppo Hebei l'acquirente si trova a Est

Taranto 21esima al mondo per acciaio prodotto
Per manifestazioni d'interesse il Porto diventa strategico

«Per il momento non è ipotizzabile lasciare Taranto». Ma è come dire: un domani chissà. «Per noi significa minore competitività e quindi i nostri competitori europei nei prossimi anni potranno produrre in un regime assolutamente diverso dal nostro, cioè più favorevole alla loro produzione». E ancora: «Dobbiamo valutare anche la nostra futura capacità produttiva: c'è un limite che è stato indicato, dobbiamo verificare se è coerente con l'impegno finanziario che ci viene richiesto». Tre indizi, quelli lanciati ieri dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, all’uscita dal ministero dell’Ambiente rispondendo a chi gli chiedeva dell’eventualità di lasciare il sito di Taranto. Tre indizi che non sempre fanno una prova. Ma qualche volta sì. E allora si può anche prendere in considerazione l’ipotesi che il gruppo Riva metta in vendita le acciaierie di Taranto. Ma chi potrebbe comprarle? Lo sguardo deve essere rivolto a Est, laddove si è spostato il baricentro del mondo: la Cina produce il 45% dell’acciaio mondiale e dieci anni fa, nel 2002, era solo al 15 per cento. Per rendere l’idea, se i cinesi producono quasi 700 milioni di tonnellate di acciaio, l’Italia — che pure è undicesima — non arriva a 30 (e gli Usa, terzi, non superano 90). La conferma arriva anche dall’occupazione: su quasi due milioni di addetti che lavorano nelle acciaierie, un milione e 250 mila sono in Asia, contro i poco meno di 230 mila in Europa (circa 37 mila in Italia).
È in Asia, quindi, che occorre cercare i colossi mondiali dell’acciaio. In Asia perché non c’è soltanto la Cina, in prima fila, ma anche l’India: il più grande gruppo produttivo al mondo di acciaio è l’indo-franco-lussemburghese ArcelorMittal con 97,2 milioni di tonnellate all’anno secondo i dati 2011 della Worldsteel association. A seguire, in classifica, c’è solo oriente: il secondo gruppo è il cinese Hebei (44,4 milioni di tonnellate), il terzo il cinese Baostell group (43,3 milioni), il quarto la coreana Posco (39,1 milioni), il quinto il cinese Wuhan group (37,7 milioni). E l’Europa? I tedeschi di Thyssen Krupp, con 17,9 milioni di tonnellate, si fermano al 16esimo posto e il gruppo Riva, il numero uno italiano, a livello mondiale è solo 21esimo. Insomma, il primo della serie B, se la A, come nel calcio, si restringe ai primi 20. Se mai i Riva mettessero in vendita l’Ilva e se mai si facesse avanti un compratore, questo non potrebbe quindi che essere indiano o cinese. Più probabilmente cinese, considerando la strategicità del porto jonico che più o meno periodicamente, tra alti e bassi, ha nell’ultimo decennio attirato l’attenzione degli operatori con gli occhi a mandorla. Se lo sguardo a Est, per i compratori, è scontato, non altrettanto lo è la convenienza dell’operazione. La tempistica, al contrario, non è delle migliori per un venditore. Le ultime statistiche di Worldsteel evidenziano come nello scorso mese di agosto nell’Unione europea sono state prodotte 12,2 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, il 4,4% in meno rispetto ad agosto 2011 e — su base giornaliera — il minimo da dicembre 2009. Con un calo di produzione mensile, a livello globale, dell’1% e dell’1,7% in Cina. Sì, anche in Cina, perché persino i cinesi hanno sbagliato i calcoli: la sovraproduzione di acciaio, con conseguente discesa dei prezzi, riguarda anche loro. Una volta che sarà smaltita, però, non c’è dubbio che la produzione di acciaio a ritmi elevati ripartirà da lì, da oriente, così come fa il sole ogni mattina. E se il mondo, non solo dell’acciaio, negli ultimi vent’anni si è davvero spostato a Est, non è escluso che non possa accadere anche a Taranto.
Michelangelo Borrillo (CdM)

venerdì 16 aprile 2010

Ilva: continua il ricatto ai lavoratori?

Ilva di Taranto. I lavoratori denunciano i ricatti: “fuori se denunciamo gli incidenti sul lavoro o ci mettiamo in malattia”
Francesca Mannocchi, Radio Città Aperta

L'Ilva di Taranto14-04-2010/18:03 --- All'Ilva di Taranto, la più grande e pericolosa azienda siderurgica del paese, dopo i numerosi incidenti delle settimane scorse sono in corso delle ispezioni e dei sopralluoghi da parte del Servizio Prevenzione e Protezione aziendale e degli ispettori dell'Asl-Spesal. L'incidente più grave si è verificato il 29 Marzo scorso, quando un capoturno e due operai sono rimasti feriti, uno in modo grave, lavorando nel reparto Finitura Nastri.
La settimana scorsa un guasto alla rete elettrica ha invece determinato il distacco di tre unità di produzione su quattro di energia elettrica e vapore nelle centrali Edison che alimentano lo stabilimento tarantino e solo pochi giorni dopo si è sviluppato un incendio nel porto della città pugliese su una delle locomotive utilizzate per il trasporto di materiale all'interno e all'esterno dello stabilimento. Raccontano gli operai che quando si è verificato il black out, la prima cosa che tutti hanno pensato nel buio e nel silenzio dei capannoni è stata: “Speriamo non si sia fatto male nessuno”. Solo chi lavora dentro l'Ilva - dicono- può conoscere il sentimento di paura che genera qualsiasi situazione imprevedibile e improvvisa; solo chi è abituato a lavorare per otto ore con il rumore persistente dei macchinari con cuffie insonorizzanti o tappi per le orecchie, può intuire la paura di morirci, sul posto di lavoro.
Poi è tornata la luce e tutti hanno cominciato a verificare se ci fossero carichi a mezz'aria, appesi ai carroponti. A verificare se ci fossero feriti. Torna dunque agli onori della cronaca l'azienda che ha visto morire 40 operai in 15 anni e in cui l'incidenza da morti causate da esposizione all'amianto può solo aumentare, considerato che le malattie asbesto-correlate hanno un periodo di latenza molto lungo e i medici del lavoro si aspettano il picco di tumori nei prossimi anni. E torna agli onori della cronaca non perché siano stato messo in dicussione e implementato il rispetto delle più elementari norme di sicurezza, ma perché l'azienda ha vissuto una crisi profonda negli ultimi due anni, costringendo migliaia di lavorari alla cassa integrazione. Si conferma così la tesi proposta dall'Inail il 7 Aprile scorso secondo cui la crisi e la conseguente contrazione dell'attività economica avrebbero avuto almeno il ‘merito’ di abbassare il totale dei morti e degli incidenti sul lavoro. Ha detto Marco Sartori, Presidente Inail: “Nel 2009 ci sono stati meno di mille morti sul lavoro, calo dovuto anche alla crisi economica, così siamo arrivati, sia pure negativamente, a livello dei migliori paese europei”.
Insomma i dati e le statistiche valgono in base all'angolazione da cui vengono osservati. Oggi, per esempio, l'Ilva sta tornando a regime e gli operai in cig straordinaria sono 300, dato fisiologico, ma a questi vanno aggiunti i 1500 lavoratori che sono usciti dall'azienda solo nell'ultimo anno per prossimità al pensionamento o per ‘benefici’ relativi all'esposizione all’amianto, e i 3000 per i quali è stata chiesta la cassa integrazione nell'ultimo incontro tra azienda e parti sociali in Comune, a Taranto, alla fine di Marzo.
All'Ilva, poi, la sicurezza fa capo anche a una lunga serie di incidenti non denunciati. L'indotto dello stabilimento nel 2006 contava 750 unità, scese oggi a 200 a causa della crisi. Tutti giovani precari, assunti con contratti ex interinali, oggi detti di somministrazione, previsti dalla legge Biagi. Per i contratti di somministrazione sono state modificate la causali per ricorrere al lavoro interinale, non più quelle fissate dalla contrattazione collettiva per fronteggiare situazioni eccezionali e temporanee, ma anche ragioni tecniche, produttive, organizzative, legate all'ordinaria attività dell'impresa. “Oggi a Taranto succede che tanti, troppo giovani vengano a bussare alle nostre porte – racconta a Radio Città Aperta Rosario Rappa, della FiomCgil di Taranto- per raccontare abusi sconvolgenti, ragazzi che non denunciano infortuni, che sono costretti a lavorare con arti gonfi e non curati, con i piedi zoppicanti e che, soprattutto, hanno paura di esporsi.”
Rappa spiega così il meccanismo dei contratti dell'indotto dell'acciaieria: le agenzie interinali somministrano il lavoro a padron Riva, molte volte anche modificando le mansioni degli operai in corso d'opera. Gli operai vittime di infortuni, sempre più numerosi, si rivolgono alle agenzie interinali, loro unico interlocutore, e vengono invitati non solo a non denunciare l'infortunio ma addirittura a non mettersi neppure in malattia. Pare che uno dei requisiti per ottenere nuovi contratti sia non far scattare il bonus-malus. Ma, cosa più grave, una volta tornati sul luogo di lavoro, se non si dimostrano produttivi come prima dell'incidente (mai dichiarato) vedono decadere rapidamente il contratto.
I dipendenti rivendicano, ora, la stabilizzazione del rapporto di lavoro, vincolando l'azienda ad attingere da quel bacino di precari in caso di assunzione. Hanno manifestato minacciando di strappare le tessere elettorali, i 750 lavoratori riuniti nel Comitato precari Ilva, e ora a elezioni archiviate si ritrovano in continue assemblee, con uno striscione issato come una bandiera che recita: “Somminitrati Ilva, 750 famiglie senza futuro”.
“Non sono lavoratori - denuncia Rappa a Rca- sono carne da macello.” Per questi operai la strada dei diritti è tutta in salita e per di più Fim Cisl e Uilm Uil hanno firmato un accordo separato con l'Ilva che prevede per l'azienda ampi margini di manovra in termini di flessibilità sulle assunzioni degli interinali. E quindi flessibilità dei diritti. (Radiocittàaperta)

giovedì 18 settembre 2008

Dovere di critica

Quando le condizioni del capo si fanno critiche si scoprono facilmente i fedelissimi!
Più di una volta abbiamo criticato la leggerezza degli organi di informazione ma non ci era mai capitato di leggere articoli allarmistici di dubbio fondamento come quello riportato qui sotto.
Pessima stampa: un articolo anonimo che grida il nome non tanto del suo autore, che a questo punto, come lui stesso ha ritenuto, non merita nessuna considerazione, quanto del suo "alto motore" come direbbe Dante...
Siamo stanchi di questo marcio ricatto occupazionale. Stanchi delle falsità di certa stampa imbeccata. Ormai la gente ha occhi, testa e soprattutto disoccupati e malati in casa per poter vedere e capire la situazione tragica di Taranto.

Per chiarire a tutti il nocciolo e la falsità della questione: l'ARPA è un'agenzia che si occupa di rilevazioni ambientali: fa analisi e rende noti i risultati oggettivi emersi confrontandoli con i valori ottimali prescritti dalla legge. L'ARPA non può licenziare proprio nessuno.
I 3000 operai li può licenziare soltanto il padrone della fabbrica. Lo stesso che da qualche anno a questa parte sguazza su bilanci in attivo per milioni di euro e allunga i tempi per gli interventi sulle emissioni.

Confermiamo tutto il nostro appoggio all'ARPA nel suo meritorio lavoro di indagine e conoscenza che ci aiuta a scoprire questo ambiente malato in cui un pugnetto di affaristi e politici cui va aggiunto anche un quotidiano piccolo piccolo vogliono ancora costringerci a vivere!

domenica 3 agosto 2008