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venerdì 12 dicembre 2014

Mucchettopoli


Mucchetti: “Marcegaglia in Ilva non deve entrare: è suo cliente”

Venerdì 12 dicembre il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare l’ennesimo decreto Ilva: non la nazionalizzazione, ma l’amministrazione straordinaria, secondo la legge Marzano come modificata per Alitalia, per aprire la strada, pareva ancora giovedì sera, ad ArcelorMittal con Emma Marcegaglia di rincalzo e lo Stato finanziatore. Uno schema che suscita perplessità. Ad alzare il velo su questo conflitto d’interessi allo stato nascente è Massimo Mucchetti (Pd), presidente della commissione Industria del Senato, che ha seguito fin dall’inizio la partita dell’Ilva.
L’intervista a Mucchetti del Fatto Quotidiano a firma di Marco Palombi.
Mucchetti, andiamo con ordine. Perché serve un decreto?
Per sciogliere i legami dell’Ilva del futuro con quella del passato. Oggi l’Ilva è commissariata in base al decreto sui siti di interesse nazionale; a differenza del predecessore Bondi, l’attuale commissario Piero Gnudi ha un mandato a vendere, ma i proprietari restano i Riva. Passando all’amministrazione straordinaria, i vecchi soci sono sterilizzati, avremo una vecchia Ilva in liquidazione e una nuova, di cui in prima battuta sarà azionista la vecchia.
Ma chi può chiedere l’applicazione della Marzano?
L’assemblea degli azionisti, e cioè i Riva, che possono non volerlo fare. Allora bisogna attribuire questo potere al commissario. Poi c’è il problema delle guarentigie.
Spieghi.
Il commissario Ilva e i suoi collaboratori non sono imputabili di reati ambientali per la durata dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale). La Marzano, però, non prevede queste guarentigie e bisognerà provvedere.
Ma chi paga le bonifiche, circa 3 miliardi di euro?
L’Aia prevede interventi per 1,8 miliardi. Ma il punto vero, per chiunque voglia gestire l’Ilva del domani, Stato o privati, è la certezza del diritto. I nuovi gerenti non possono caricarsi sulle spalle le cause miliardarie intentate contro l’Ilva o temere un sequestro alla settimana. Diversamente, l’Ilva fallirà e nessun giudizio darà nulla a nessuno.
E quindi?
L’ex commissario Bondi aveva presentato un piano industriale che realizzava l’Aia, che è legge dello Stato. Ad ArcelorMittal sembrava troppo. Il governo dovrà parlare con la città di Taranto e trovare un compromesso sulle molte pendenze. Ma non potrà non partire dall’Aia. E da chi mette i soldi veri.
Che dice della Cassa depositi e prestiti o del suo Fondo strategico?
Per legge e statuti, il gruppo CDP non può assumere partecipazioni in società in perdita. Ma leggo che potrebbe metterli in Marcegaglia, gruppo ufficialmente non in perdita ma con uno stato patrimoniale assai tirato. Insomma, non un target imperdibile. Temo il conflitto d’interessi e un po’ di machiavellismo.
Il Fondo strategico non stava trattando l’ingresso nel gruppo Arvedi, anch’esso interessato all’Ilva?
Senza mai concludere. Arvedi è un concorrente: una fusione tra Arvedi e la nuova Ilva comporterebbe una ristrutturazione del settore degli acciai piani tutta da capire. L’Antitrust italiano potrebbe eccepire ancorché la dimensione del mercato siderurgico non sia nazionale ma europea.
Si ipotizza che i privati entrino nella nuova Ilva esercitando un’opzione call.
Un’ipotesi ancora generica, non giudicabile, ma ci starei comunque attento. Lo Stato i soldi li mette tutti e subito. Su quale valutazione entrerebbero i privati? L’Ilva adesso vale zero; con i denari dello Stato potrà valere più o meno quei soldi; tra tre o quattro anni, a risanamento avvenuto, l’Ilva andrà a 4-5 miliardi. Fabbriche così nel cuore del Mediterraneo non se ne faranno mai più.
E allora?
L’opzione di acquisto a termine ha senso se chi la riceve già oggi impegna un capitale proporzionato a quello messo dallo Stato, dall’Ilva in liquidazione ed eventualmente dalle banche, e domani condividerà un “earn out”. Diversamente, i privati gestirebbero e gli altri, Stato in primis, si terrebbero il rischio (…) (Blitzquotidiano)

mercoledì 10 dicembre 2014

Pronti?

Ilva: ArcelorMittal e Marcegaglia, "Pronti a fare i necessari investimenti"

"Abbiamo avuto oggi un proficuo incontro con autorevoli rappresentanti del Governo italiano riguardante la possibile acquisizione di Ilva".
Lo riferiscono ArcelorMittal e il gruppo Marcegaglia in una nota congiunta.
'Noi - commenta Aditya Mittal, ceo di ArcelorMittal Europe - crediamo che la nostra partnership con il Gruppo Marcegaglia sia in grado di offrire un sicuro futuro a Ilva.
Intendiamo incrementare la produzione della societa' per raggiungere la piena capacita' di utilizzo degli impianti in modo da generare piu' lavoro e garantire importanti livelli occupazionali.
Siamo anche pronti - continua Mittal - a fare i necessari investimenti per introdurre migliorie nel ciclo produttivo, nell'ambiente e in nuove tipologie di prodotti che permetteranno a Ilva di mantenere ed espandere la propria offerta al mercato italiano e internazionale.
Siamo sicuri di essere i migliori partner per Ilva in grado di garantire un futuro sostenibile per i dipendenti e per tutti gli stakeholder'.
ArcelorMittal e il gruppo Marcegaglia, conclude la nota, "sono determinati a proseguire le discussioni con i rappresentanti del Governo italiano".
com-sal (RADIOCOR)

martedì 9 dicembre 2014

Tempi stretti

Ilva, Renzi: "Soluzione in una settimana". Guidi: "Intervento pubblico a tempo, no nazionalizzazione"

"In una settimana Terni, Piombino, rientro capitali, autoriciclaggio, nomina di Guerra, approvazione della legge delega, Ilva. Anche questo è Job Act". Matteo Renzi su Twitter annuncia la soluzione alla questione del siderurgico tarantino, mentre il ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, vede il commissario straordinario Piero Gnudi per approfondire gli schemi di intervento possibili per salvare l’Ilva. Entro giovedì è previsto un nuovo vertice a Palazzo Chigi al quale con ogni probabilità parteciperà ancora il premier Renzi e il suo nuovo consigliere strategico Andrea Guerra, ex Ad di Luxottica.
"Il modello che ho in mente è assai distante da una nazionalizzazione, no allo schema Italsider", spiega Guidi. Per l'Ilva di Taranto il governo sta valutando un possibile intervento "temporaneo" per poi arrivare a una cessione a private o ad una quotazione in borsa con il fondo strategico che potrebbe essere il veicolo adatto per questa fase.
La bozza di decreto, il settimo per il gruppo siderurgico, sarebbe già sulla scrivania del presidente del Consiglio. L'idea è quella di "un intervento pubblico simile a quello fatto in altri Paesi europei - spiega ancora Guidi - un passaggio temporaneo, che tenga conto del valore strategico dell'azienda, e soprattutto il fatto che si trascina dietro una serie di problemi che hanno bisogno di tempo per essere risolti". "In un'ottica di accompagnamento temporaneo insieme ad investitori privati - aggiunge - il Fondo strategico di Cdp potrebbe essere il veicolo adatto". In una fase successiva - anticipa Guidi - lo Stato potrebbe uscire dal capitale con "meccanismi" che "sono quelli di sempre: cessione ai privati o anche quotazione in borsa". Ma sull'offerta di Arcelor-Mittal insieme al gruppo Marcegaglia "ci sono incontri e trattative in corso proprio in queste ore. Per questo dico che l'intervento pubblico è solo una possibilità, potrebbe alla fine anche non essere necessario".
 L’ipotesi alla quale hanno lavorato tecnici e consiglieri legali dell’attuale gestione commissariale dell’Ilva e del premier viaggia in direzione di un intervento pubblico temporaneo per rialzare le sorti dell’Ilva, che a Taranto ha lo stabilimento più grande d’Europa, e poi rimetterla sul mercato a condizioni migliori, evitando così di svenderla. Con la svolta voluta da Renzi sembra dunque per ora accantonata l’ipotesi della vendita immediata. Resta comunque sul tavolo l’offerta non vincolante del colosso Arcelor-Mittal, che ha posto dei paletti difficili da accettare, sia su costi e tempi dei lavori di adeguamento previsti dall’Aia, sia sul tetto di produzione massima annua, fissato dall’autorizzazione integrata ambientale a 8 milioni di tonnellate ma che i tecnici della multinazionale vorrebbero portare fino a 9,3 milioni. L’attuale gestione conta di chiudere il 2014 a 6,3 milioni di tonnellate, rispetto ai 5,7 milioni del 2013.
Il nuovo assetto su cui stanno lavorando i tecnici di Renzi  - si sta studiando un decreto ad hoc per ammettere il siderurgico all’amministrazione straordinaria, modificando la legge Marzano sulla salvaguardia dei grandi gruppi, come già si fece per Parmalat e Alitalia - rappresenta un cambio di rotta radicale dopo un anno e mezzo di commissariamento trascorso prima con Bondi a lavorare su un piano industriale basato su tecniche di produzione innovative e poi con Gnudi a disegnare nuovi assetti societari con l’ingresso di soci forti per trovare le risorse finanziarie necessarie per rispettare l’Aia, l’autorizzazione rilasciata dal ministero per l’Ambiente nel 2012 che impone allo stabilimento lavori di adeguamento degli impianti dal costo di almeno 1,8 miliardi di euro. Nella nuova rotta impostata da Renzi entra in gioco anche Andrea Guerra, che ha accettato di fare gratuitamente da consigliere al premier. Potrebbe essere lui il nuovo commissario straordinario per traghettare l’Ilva verso la svolta, con poteri maggiori rispetto ai suoi predecessori e un quadro normativo completamente diverso rispetto all’attuale. Già nel gruppo di lavoro di Gnudi, a dirla tutta, c’era chi da tempo si era accorto che la situazione finanziaria e amministrativa dell’Ilva era drammatica, con perdite fisse ogni mese e il rischio concreto di dover portare i libri contabili in tribunale. Se il governo dovesse confermare la volontà di affidare l'Ilva a una gestione pubblica per un periodo limitato, c'è anche l'ipotesi - come spiega Guidi - di ricorrere a Fintecna, la società pubblica trasferita dal ministero per l’Economia alla Cassa depositi e prestiti.

lunedì 17 novembre 2014

Basta che funzioni...

Ma l’ambiente no!

Secondo indiscrezioni apparse sul quotidiano ‘La Repubblica’, ArcelorMittal avrebbe presentato un’offerta d’acquisto per rilevare lo stabilimento siderurgico jonico. Stando a quanto appresso verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l’Ilva nella sua interezza. Latita però la questione ambientale
Un primo significativo passo per la cessione dello stabilimento siderurgico jonico è stato compiuto. Secondo indiscrezioni apparse quest’oggi sul quotidiano ‘La Repubblica’, ArcelorMittal, avrebbe presentato un’offerta d’acquisto, nella quale però non ci sarebbero ancora indicazioni economiche, mentre verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l’Ilva nella sua interezza. Nello specifico Il polo di Taranto, per l'attività fusoria, di Genova e di Novi Ligure, per le attività di laminazione.
Sembra dunque che sia stata attesa le condizione posta dal commissario Piero Gnudi e dal ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi: preservare l'occupazione. Ancora non del tutto limpide invece le questioni inerenti l’attuazione degli investimenti necessari in materia di risanamento ambientale. Questione nient’affatto trascurabile questa, che potrebbe far capitolare Taranto dalla padella estremamente unta dei Riva alla brace dei franco indiani. La trattativa comunque è solo agli inizi e di certo non mancheranno i colpi di scena. (Cosmopolismedia)

Prima offerta per Ilva da Marcegaglia e gli indiani

Entra nel vivo la gara per la conquista dell'Ilva. ArcelorMittal, leader mondiale del settore siderurgico con una produzione di 91 milioni di tonnellate, ha presentato l'offerta non vincolante per l'acquisto del gruppo italiano. La multinazionale dell'acciaio, che in Italia ha scelto come partner il gruppo Marcegaglia, ha così deciso di compiere il primo, significativo passo in una competizione che si annuncia ancora ricchi di colpi di scena e che a breve potrebbe anche vedere in campo la Cassa Depositi e Prestiti. La prima mossa ufficiale, comunque, porta per ora la firma di ArcelorMittal.
Secondo quanto risulta a Repubblica nell'offerta presentata non ci sarebbero ancora indicazioni economiche, mentre verrebbero riconfermate il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, l'intenzione di investire nel gruppo per il rilancio della produzione e la volontà di rilevare l'Ilva nella sua interezza. Il gruppo, infatti, poggia essenzialmente sui tre poli di Taranto, per l'attività fusoria, di Genova e di Novi Ligure, per le attività di laminazione. Fondamentale, per ArcelorMittal è poter contare non solo sulle attività produttive di Taranto, ma anche sullo stabilimento di Genova-Cornigliano, che ha rinnovato i suoi impianti e che, soprattutto, mette a disposizione un milione di metri quadrati affacciati sul mare, una piattaforma logistica ideale da cui servire i mercati europei.
Le condizioni poste dal commissario straordinario del governo Piero Gnudi, che alle banche nei giorni scorsi ha chiesto di procedere con la seconda tranche del prestito-ponte, sono sostanzialmente note: preservare l'occupazione e attuare tutti gli investimenti in materia ambientale. Argomenti che non possono essere messi in discussione, come ha più volte spiegato anche il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. ArcelorMittal chiede però di concentrare in una "bad company" tutte le partite "incagliate" e le sofferenze dell'Ilva, riunendo attività e occupati nella nuova "good company" che entrerebbe nella rete internazionale del gruppo che produce acciaio in oltre sessanta Paesi del mondo.
Mentre appare in questo momento più defilata la posizione del gruppo indiano Jindal, resta invece confermato l'interesse per l'Ilva da parte del gruppo Arvedi. A sostegno della famiglia siderurgica potrebbe presto scendere in campo anche la Cassa Depositi e Prestiti. L'amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini ha infatti confermato nelle scorse settimane l'interesse di Cdp per un settore "strategico" come quello dell'acciaio, in un Paese che è ancora il secondo produttore europeo. (Rep)

martedì 7 ottobre 2014

Marcegami

Dall'Ilva al mega gasdotto gli affari segreti di Emma


Da una parte l'Ilva di Taranto, l'acciaieria che sta cercando una nuova vita dopo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la proprietà (famiglia Riva). Dall'altra il Tap, Trans adriatic pipeline, il progetto di gasdotto che dovrebbe far arrivare sulle coste del Salento il gas del Mar Caspio. Sotto traccia si stanno muovendo colossi energetici esteri e gruppi italiani, tutti intenzionati a spingere un piano che, secondo quanto è in grado di ricostruire il Giornale, si basa su uno scambio: l'esecutivo guidato da Matteo Renzi dà il via libera al progetto di gasdotto, cercando di abbattere le resistenze locali, e in cambio i grossi gruppi internazionali che sono dietro al Tap contribuiscono al salvataggio dell'Ilva mettendo in palio ricche commesse per il gruppo.
Soluzione apparentemente lineare, che però presenta nodi intricati. Un esempio? Da mesi in pole position per rilanciare l'Ilva, in cordata con i franco-indiani di ArcelorMittal, c'è il gruppo Marcegaglia, uno dei più importanti nella trasformazione dell'acciaio. Per realizzare il Tap ci vorranno centinaia di chilometri di tubi fatti proprio di acciaio. Esattamente gli stessi prodotti che Ilva e Marcegaglia avrebbero un grande interesse a fornire. Dettaglio per niente secondario: Emma Marcegeglia, che con il fratello Antonio è a capo del gruppo di famiglia, è anche presidente dell'Eni, colosso petrolifero che teoricamente dovrebbe partecipare con i russi di Gazprom alla realizzazione di un gasdotto concorrente, il South Stream. E qui il terreno minaccia di farsi sdrucciolevole con l'ombra lunga del conflitto d'interessi.
Ma chi c'è dietro al Tap? Gli azionisti rilevanti sono gli azeri di Socar (20%), gli inglesi di British Petroleum (20%), i norvegesi di Statoil (20%) e i belgi di Fluxys (19%). Sul piatto la realizzazione di un gasdotto da 870 chilometri che partirà dal confine tra Turchia e Grecia e approderà sulle coste del Salento, in località San Foca. L'obiettivo è far arrivare ogni anno in Italia 10 miliardi di metri cubi (eventualmente raddoppiabili) di gas proveniente dall'Azerbaijan (Mar Caspio). Da un punto di vista burocratico manca l'autorizzazione unica del ministero dello Sviluppo, oggi guidato da Federica Guidi, già presidente dei giovani di Confindustria nell'era Marcegaglia. È un'opera da 45 miliardi di dollari, inutile dire che ci sono commesse da far venire l'acquolina in bocca.
È proprio qui che si annoda il filo che porta all'Ilva. Il gruppo, oggi in mano al commissario Piero Gnudi (ex presidente Enel), perde a rotta di collo e deve effettuare interventi di risanamento ambientale per circa 1,8 miliardi di euro. In più deve cercare di garantire il futuro di 12mila dipendenti. La cordata ArcelorMittal-Marcegaglia, data in vantaggio per il coinvolgimento nel gruppo siderurgico, non ha nessuna intenzione di sborsare cifre simili. Di più, la Marcegaglia spa non vuole scucire un euro. Lo si apprende inequivocabilmente dall'ultimo bilancio 2013 («Si stanno valutando le migliori forme di partecipazione a un eventuale riassetto societario dell'Ilva», che però «non dovranno impegnare finanziariamente il gruppo»), più chiaro di così si muore. I franco-indiani e il gruppo Marcegaglia (ma anche eventuali pretendenti alternativi, tra cui gli altri indiani di Jindal e a quanto pare gruppi cinesi) vogliono la polpa buona dell'Ilva. Ma cosa ne guadagna l'acciaieria?
Il Giornale ha parlato con fonti che stanno sviluppando il dossier. Nessuno se la sente di uscire allo scoperto, ma il disegno riferito è chiaro. Il Tap ha bisogno di 800 chilometri di tubi, di cui 105 per il passaggio sotto l'Adriatico e 8 per il percorso in Italia. L'Ilva già adesso ha diversi tubifici nello stabilimento di Taranto. Il gruppo Marcegaglia, da tempo partner dell'Ilva, tra le altre cose è specializzato nella fornitura di tubi. Il gioco sarebbe fatto. Solo nei prossimi mesi si vedrà fino a che punto potrà svilupparsi.
Di certo già adesso emerge qualche contorno anomalo. Come conciliare con la posizione dell'Eni il fatto che la sua presidente si appresterebbe a fare affari fornendo tubi al Tap, ovvero al gasdotto concorrente rispetto al South Stream sviluppato dal Cane a sei zampe? Tanto più che la posizione della Marcegaglia al vertice del colosso energetico era già stata collegata al rischio di conflitto d'interessi in quanto la società di famiglia è un gruppo energivoro. E chissà che l'operazione non possa preludere a futuri colpi di scena. Non è una novità che il progetto South Stream non stia attraversando un grande momento. E magari l'Eni potrebbe aver buttato un occhio sul gasdotto destinato ad approdare sulle coste del Salento. Ma anche in quel caso, se è destinato a diventare fornitore del Tap, il gruppo Marcegaglia non sarebbe in una posizione da manuale. (IlGiornale)

lunedì 6 ottobre 2014

Ragionamenti d'acciaio

Per l'Ilva di Taranto il futuro è made in India?

Un’intera città appesa al filo. È così che Taranto vivrà i giorni che mancano da qui a venerdì 17 ottobre. Quel giorno, infatti, i giudici di Milano dovranno emettere un verdetto storico. Dovranno decidere se le ricchezze sequestrate alla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva, possono essere utilizzate per risanare la grande acciaieria tarantina, un gigante dell’industria siderurgica europea, messo in ginocchio dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie sull’inquinamento causato nella città dei due mari.
Durante gli anni passati, il vecchio patron Emilio Riva - scomparso qualche mese fa - e i suoi familiari avevano infatti accumulato in Svizzera un tesoro miliardario, controllato attraverso una serie di società offshore. Quei soldi, però, sono finiti al centro di un’ulteriore serie di procedimenti giudiziari, costati ai Riva le accuse di truffa e evasione fiscale e il sequestro preventivo da parte della magistratura. Di qui la mossa di Piero Gnudi, il commissario scelto dal governo di Matteo Renzi per portare avanti il risanamento e tentare la vendita dell’Ilva: chiedere al tribunale lo scongelamento dei fondi, pari a 1,2 miliardi di euro, che dai conti personali dei Riva potrebbero tornare su quelli dell’azienda. Dove servirebbero a riparare il malfatto, ovvero a rimettere a norma gli impianti, in modo da rispettare il piano ambientale redatto perché l’acciaieria possa riprendere a funzionare a pieno regime.



La decisione che i giudici prenderanno ha però una portata decisiva anche per l’intera industria italiana, e non soltanto per il futuro dei 15 mila dipendenti dell’Ilva. Da qualche mese, infatti, nello stabilimento tarantino e negli impianti più piccoli, a Genova e Novi Ligure, è iniziato il pellegrinaggio dei possibili compratori. Dati e numeri produttivi, condizioni di efficienza e affidabilità di macchinari e altoforni, stato dell’arte degli interventi fatti per limitare l’impatto inquinante, rischi e controversie legali in cui l’azienda potrebbe rimanere impelagata, sono stati studiati dai manager di due diversi gruppi, il colosso franco-indiano Arcelor Mittal e un concorrente più piccolo, sempre indiano, che si chiama Jindal. Non è detto però che si vada per forza verso un’Ilva “made in India”: un terzo candidato, il cui nome non è stato ancora ufficializzato, ha chiesto quello che in gergo tecnico viene chiamato accesso alla “data room”, ovvero la possibilità di studiare le carte.
Anche se offerte vincolanti non ne sono ancora arrivate, è dunque un fatto che la lotta per la conquista dell’Ilva stia entrando nel vivo. Proprio ad accelerare la vendita, infatti, servono i soldi dei Riva. Le prescrizioni di adeguamento degli impianti alle normative ambientali prevedono spese per 1,8 miliardi, finora effettuate per soli 250 milioni. Da qualche mese, infatti, i lavori sono stati ritardati: in cassa non c’era più un euro ed è stata necessaria una legge ad hoc per permettere a Gnudi, che in passato è stato presidente dell’Enel e ministro nel governo Monti, di chiedere alle banche un prestito ponte, con cui pagare gli stipendi e tranquillizzare i fornitori. Ora la strategia del commissario governativo è chiara: se il tribunale di Milano concederà l’utilizzo dei soldi dei Riva, potrà trattare da posizioni un po’ più forti con gli acquirenti, che chiedono anche di essere sollevati dalle controversie legali con i Riva, il Comune di Taranto e le numerose altre parti coinvolte in una vicenda tanto spinosa. «Ma quando ripartiranno i cantieri per rendere l’Ilva pulita, su Taranto inizierà a rispuntare il sole», dice il deputato cittadino Michele Pelillo, che vede «un aspetto anche emotivo» nella prospettiva di fare i lavori con i soldi sequestrati ai Riva: «In città sarebbe molto gradito».
Al di là delle decisioni dei magistrati, molto difficili da pronosticare, sull’intero processo di vendita restano però numerose incognite.  La prima riguarda le reali intenzioni di Arcelor Mittal, il candidato al momento «nello stadio più avanzato» delle trattative, come l’ha definito il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Il gruppo guidato da Lakshmi Mittal, un magnate indiano che vive a Londra, sta valutando un’offerta da presentare insieme al gruppo mantovano Marcegaglia. Fra i requisiti richiesti dal commissario Gnudi per vendere le attività produttive dell’Ilva, c’è quello di mantenere l’occupazione. Eppure, stando ai calcoli degli analisti, Mittal potrebbe massimizzare i benefici di un’acquisizone dell’Ilva solo se potesse operare in maniera diametralmente opposta,  ovvero favorendo le sinergie con i propri impianti in Francia e in Spagna e consolidando la propria quota del mercato europeo dei laminati  piani in acciaio, che superebbe il 40 per cento (da sola l’Ilva si ferma al 7 per cento, come si vede nel grafico in pagina). Paradossalmente, ha scritto qualche tempo fa la banca svizzera Ubs, il vero vantaggio per gli altri produttori - e fra questi Arcelor Mittal - sarebbe una chiusura degli altoforni di Taranto, un colpo che dimezzerebbe la sovraccapacità produttiva che affligge l’Europa dell’acciaio e farebbe schizzare verso l’alto i margini di profitto di tutti i concorrenti.
Qualche domanda nasce anche dal coinvolgimento di Marcegaglia nella cordata. Il gruppo guidato dai fratelli Antonio e Emma Marcegaglia, fresca presidente dell’Eni per nomina del governo Renzi, dopo anni di perdite è infatti alle prese con un pesante indebitamento e con una lunga riorganizzazione. E, scrivono gli analisti di Ubs, avrebbe poco interesse a entrare nelle attività di produzione di acciaio da minerale, gli altoforni di Taranto, quelli più importanti dal punto di vista della forza lavoro. Al contrario potrebbe trarre forti vantaggi se potesse rilevare alcune attività dell’Ilva,  e in particolare i nastri in acciaio laminato. Ma fra i “pro” per Marcegaglia che gli analisti della banca vedono nella partecipazione a una cordata per l’Ilva, ce n’è uno che stride parecchio con gli obiettivi di mantenimento del numero di addetti che Gnudi intende perseguire: la chiusura delle attività che sono in più diretta concorrenza con quelle dell’azienda mantovana.
 
Una manifestazione di operai per le vie di Taranto
Rispetto alla coppia Mittal-Marcegaglia, il secondo candidato acquirente indiano, Jindal, è partito parecchio tempo dopo. L’interesse è nato ufficialmente dopo un incontro fra Sajjan Jindal, uno dei fratelli che gestiscono il gruppo nato nello Stato dell’Haryana, nell’India nord-occidentale, e il premier Renzi. La riunione era stata fissata per discutere l’impegno di Jindal a rilevare le attività ex Lucchini a Piombino, dove l’imprenditore indiano sta mettendo a punto un’offerta che, sperano in Toscana, potrebbe rimettere in gioco anche la produzione di acciaio da minerale, data ormai per spacciata dopo la chiusura dell’unico altoforno dello stabilimento. Pochi giorni dopo, però, gli uomini di Jindal si sono recati prima a Genova e poi a Taranto, dove hanno creato tre gruppi di lavoro per studiare le varie fasi produttive dell’Ilva.
Anche qui, però, le indicazioni certe sono per ora poche. Inizialmente, infatti, Jindal si era presentato a Piombino solo per acquistare i cosiddetti laminatori, dove l’acciaio viene lavorato, e non l’altoforno. Poi, man mano che i contatti procedevano, è emersa la possibilità di realizzare in futuro quello che viene chiamato un impianto di preriduzione, un procedimento chimico che permette di produrre acciaio dal minerale, una tecnologia che limita fortemente l’impatto inquinante del carbone utilizzato negli altoforni (vedi intervista qui a fianco).
Dopo questo primo passo, Sajjan Jindal starebbe però accarezzando il sogno di lanciarsi in un vero e proprio salto triplo: nel suo mirino c’è l’Ilva, un’acciaieria di stazza ben più grande di quella toscana e dove il passaggio alla tecnologia del preridotto rappresentava il cardine del piano industriale presentato dall’ex commissario Enrico Bondi, che il governo ha sostituito con Gnudi prima dell’estate. Dettaglio non indifferente: Bondi, in passato risanatore di Parmalat, era stato mandato via dopo i pesanti attacchi che gli erano stati rivolti dalla lobby della siderurgia, e in particolare dal presidente della Federacciai, Antonio Gozzi, da sempre fautore del ritorno dei Riva.
Che Ilva sarà, dunque, è ancora presto per dirlo. I passaggi industriali, legali e finanziari da mettere a punto sono ancora molteplici. Perché nessuno dei compratori vuole farsi carico dei rischi legali che incombono sull’operazione. Si parla di una “newco”, una nuova società che si porterebbe dietro solo la parte buona, quella industrale, lasciando il fardello delle controversie in carico alla vecchia Ilva. Ma il primo mattone di ogni soluzione restano quei 1,2 miliardi sequestrati ai Riva, necessari per rimettere in regola gli impianti. Se non arriveranno, bisognerà rifare tutto da capo. (L. Piana, L'Espresso)

domenica 28 settembre 2014

Chi la spunterà?

Ilva, settimana decisiva sale il pressing estero

Settimana importante per l’Ilva. La società quotata in borsa, proprietaria dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, quello di Taranto, non è affatto decotta. Anche se l’intera area a caldo dell’impianto ionico è sotto sequestro giudiziario dal luglio 2012 e l’azienda è commissariata dal governo che l’ha affidata prima ad Enrico Bondi ed ora a Piero Gnudi, il ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi ha confermato di aver ricevuto quattro o cinque offerte concrete da aziende europee ed extraeuropee. In testa alla corsa per l’acciaio italiano c’è ArcelorMittal, colosso indiano fra i leader della produzione mondiale, ma negli ultimi giorni s’è concretizzato anche l’interesse della rivale indiana Jindal i cui manager e tecnici hanno trascorso una settimana fra Genova, Taranto e Milano, visitando stabilimenti ed uffici.
Della corsa, tuttavia, potrebbero far parte anche gli arabi di Emirates ed i brasiliani della Companhia siderurgica nacional (Csn) e non si esclude un interessamento dalla Corea. Per ora ArcelorMittal è avvantaggiata rispetto agli altri per essersi presentata prima ai nastri di partenza. Durante l’estate i tecnici indiani hanno visitato gli stabilimenti e la scorsa settimana l’amministratore delegato per l'Europa, Aditya Mittal, ha incontrato il ministro Guidi ed il commissario Gnudi rivelando di voler acquisire l’Ilva in cordata con l’italiana Marcegaglia, principale cliente Ilva ed azienda leader nella lavorazione e distribuzione dell'acciaio in Italia.
Secondo fonti vicine alla trattativa, ArcelorMittal e Marcegaglia hanno chiesto al governo garanzie di protezione per l'acquirente dalle vicende giudiziarie della famiglia Riva e chiarimenti sulla questione ambientale, mettendo in chiaro di non volersi accollare oneri della passata gestione. In questi giorni i tecnici di ArcelorMittal dovrebbero avere accesso ai dati riservati di Ilva e subito dopo presentare un piano industriale. I tecnici di Jindal, intanto, hanno visitato gli stabilimento Ilva in Liguria e poi quello di Taranto.
I manager responsabili di acquisizioni e fusioni hanno visitato gli uffici amministrativi a Milano. Dalle valutazioni dei tecnici indiani, si capirà se Jindal poterà avanti la trattativa. Resta ancora da chiarire come sarà venduta l’Ilva, che per ora è per la maggior parte di proprietà della holding di famiglia dei Riva. Gli ambientalisti temono che la divisione fra il nuovo assetto societario, dove far confluire gli impianti e l’attività siderurgica e la “bad company”, dove caricare il contenzioso ambientale e i risarcimenti danni, impedisca un reale risanamento. I sindacati, invece, chiedono al governo di trovare un compratore che garantisca il livello occupazionale e faccia tornare la produzione a 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Il commissario Gnudi punta a chiudere la partita entro fine anno. (RepBa)
 

giovedì 25 settembre 2014

Saldissimi!

Ilva, altre 4 offerte oltre ArcelorMittal


Altre quattro aziende oltre al gigante mondiale della siderurgia ArcelorMittal sono interessate all'acquisto dell'Ilva, secondo il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.
"Ci sono alcune manifestazioni di interesse. Ci sono almeno altre quattro offerte oltre a quella di ArcelorMittal che è sicuramente forse quella a uno stadio più avanzato rispetto alle altre", ha detto Guidi arrivando al Consiglio Ue sulla competitività a Bruxelles.
Le aziende interessate sono "alcune europee e alcune non europee", ha aggiunto il ministro.
Martedì, l'amministratore delegato per l'Europa di ArcelorMittal ha incontrato Guidi e il commissario Ilva, Piero Gnudi. All'incontro hanno partecipato anche Emma e Antonio Marcegaglia, amministratori delegati dell'omonima azienda, e i rappresentanti della banca d'affari Jp Morgan.
Mittal ha ribadito in una nota il suo interesse all'acquisto di Ilva.
Marcegaglia, uno dei più grossi clienti di Ilva, è una delle due imprese italiane - insieme ad Arvedi - ad aver manifestato interesse per l'acquisto dell'azienda siderurgica (commissariata da oltre un anno per realizzare la bonifica ambientale del sito di Taranto), a condizione però di avere un partner internazionale.
In Italia è giunta anche una delegazione dell'azienda siderurgica indiana
Jsw Steel, che all'inizio del mese ha manifestato interesse per l'acquisto di Ilva.
La delegazione ha visitato gli impianti di Genova e Novi, mentre oggi e domani sarà a Taranto.
A chi le chiedeva quali fossero i tempi per la vendita, Guidi ha risposto: "As soon as possible, però evidentemente essendo un impianto di grande importanza e con certe complessità bisogna considerare tutte le ipotesi, bisogna fare delle verifiche, e aspettare di capire quali sono i piani industriali dei potenziali interessati e bisogna lavorare sulla costruzione di un futuro solido che tuteli al massimo il livello occupazionale e la capacità produttiva".(Reuters)

martedì 23 settembre 2014

Svendita a molte braccia

Primo passo verso l’Ilva per Mittal e Marcegaglia

La trattativa sull’Ilva con Arcelor Mittal ed il gruppo Marcegaglia, destinato ad avere un ruolo di rilevo in questa operazione, avanza. Ieri al ministero dello Sviluppo economico, per la prima volta, attorno ad un tavolo si sono riuniti i possibili compratori, il ceo di Arcelor Mittal Europe, Aditya Mittal e gli amministratori delegati del gruppo Marcegaglia, Emma e Antonio Marcegaglia, il ministro Federica Guidi, il commissario dei gruppo siderurgico Piero Gnudi ed i consulenti di JP Morgan. In una nota il Mise parla di incontro «approfondito e cordiale». A sua volta il gruppo indiano fa sapere di «restare» interessato «ad una potenziale acquisizione di Ilva e conferma che sta lavorando con il gruppo Marcegaglia - azienda leader nella lavorazione e distribuzione dell’acciaio in Italia - per valutare tali opportunità».
Nel giro di tavolo di ieri, il primo con tutti i protagonisti della partita rappresentati ai massimi livelli, in particolare si è discusso delle questioni più delicate legate al sito di Taranto, dalla tempistiche legate al rilascio della nuova autorizzazione integrata ambientale alle questioni legali connesse ai procedimenti giudiziari in corso. Temi complessi che richiedono anche altri approfondimenti che saranno affrontati nel corso di un nuovo incontro previsto a breve, la prossima settimana o quella la successiva. Tra l’altro si starebbe pure ragionando sull’opportunità di trasferire le attività sane in una nuova società e lasciare tutti i contenziosi legali ed i vecchi debiti a carico di una «bad company».
L’obiettivo del commissario Gnudi e del governo è quello di arrivare ad una intesa per il cambio di proprietà entro la fine dell’anno. Sarà la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia a spuntarla? Il tandem italo-indiano appare in vantaggio, ma fino a quando non verrà siglato un impegno preciso a rilevare il polo di Taranto continueranno i contatti con tutti i possibili altri compratori. A cominciare dall’altro gigante indiano della siderurgia, il gruppo Jindal, i cui emissari dopo aver già visitato in questi giorni gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, da ieri sono a Taranto prima di spostarsi nel fine settimana a Milano per incontrare sia i vertici dell’Ilva che il commissario Gnudi. Un altro interessamento «molto forte» arriva poi dai paesi arabi e porta il nome di Emirates Steel. Jindal, come ArcelorMittal, già la scorsa estate aveva avanzato un manifestazione di interesse non vincolante e firmato un accordo di riservatezza che le consentiva l’accesso alla data room dell’Ilva. Prima ha avanzato un’offerta economica per acquisire la Lucchini di Piombino ed ora, come hanno confermato gli stessi manager indiani due settimane fa incontrando Matteo Renzi a Firenze, allunga il suo interesse sull’Ilva. Che resta pur sempre il polo siderurgico più importante d’Europa e per questo fa gola a molti. (LaStampa)

Una delegazione del gruppo Jindal nello stabilimento di Taranto

Una delegazione del gruppo indiano Jindal, uno dei maggiori produttori di acciaio al mondo, è stata ricevuta oggi dalla dirigenza dello stabilimento Ilva di Taranto. Si è trattato – a quanto si è saputo – di un incontro preliminare in cui i tecnici del gruppo interessato ad acquisire la gestione dell’Ilva hanno visionato documentazione relativa allo stabilimento e creato tre sottogruppi di lavoro che stanno esaminando rispettivamente la parte Laminazione, la parte Acciaierie e la parte relativa alle aree degli Altiforni.
Domani è previsto un sopralluogo all’interno del Siderurgico prima della partenza per Milano, dove i rappresentanti di Jindal raggiungeranno la sede legale dell’azienda.
La delegazione, composta da una decina di esponenti di alto livello del gruppo, ieri aveva preso visione dello stabilimento Ilva di Genova. (GdM)

martedì 9 settembre 2014

Ragionamenti

I soloni di Nomisma e le frottole raccontate sull'Ilva

Il Commissario straordinario di Ilva Gnudi, presidente del potentissimo istituto di ricerca Nomisma, fondato dall’emiliano Prodi corregionale di Gnudi, e del revisore dei conti di Nomisma, Galletti, fratello del ministro dell’Ambiente nel Forum Ambrosetti di Cernobbio ha comunicato, da eccellente conoscitore in quanto commercialista, che “ Ilva è un impianto EFFICIENTE e quindi RITENIAMO di poter trovare un acquirente che sia all’altezza“. Ora si conferma nelle parole di Gnudi e, comune alla gran parte della classe dirigente italiana l’inconsistenza di quella che, in economia, è classificata come esternalità negativa.  Brutalmente equivale a dire scarico all’esterno dell’impianto veleni, pur potendoli evitare investendo su tecnologie che potrebbero ridurne l’impatto conservando così l’efficienza ottenuta  con costi di produzione competitivi,  ma spargendo potenzialità di rischio mortale e patologie su chi con la produzione non c’entra nulla e ha solo la sventura di trovarsi a vivere in prossimità ai veleni eruttati.
Sui tempi dell’operazione, che attende almeno l’attuazione delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (norma UE del 1996….che con regali fatti dai vari Governi tecnici poi di sinistra e poi di destra), invece, che essere implementate nel 1999 al massimo nel 2004……ce li troviamo ancora oggi…addirittura,  da finanziare e sulle cui inadempienze NOI TUTTI CONTRIBUENTI ITALIANI paghiamo le salatissime multe comminate dalla Corte di Giustizia UE. Inoltre il dottor Gnudi dovrebbe leggere questo studio del Fondo Monetario Italiano sula competitività del sistema industriale italiano…prima di fare osservazioni serie sull’efficienza di Ilva
Sui tempi il dottor Gnudi, Commissario di Governo…, afferma…. tranquillamente che “ non dipende da noi ma anche da altri”. Prestito delle Banche? Cassa Depositi e Prestiti? Deroghe UE sugli aiuti di Stato? Garanzie sottobanco del Governo? Chissà. Per adesso ha ottenuto il dottor Gnudi un “piccolo” prestito per pagare i lavoratori e i fornitori….in buona sostanza ha ottenuto soldi, per comprare tempo. I gruppi interessati, d’italiani ce n’è qualcuno come Arvedi e Marcegaglia… In verità il Commissario Gnudi si aspetta l’intervento del Fondo Strategico della Cassa Depositi e Prestiti, che però a norma di legge può partecipare solo a società che fanno utili…..e quindi tranne deroghe autorizzate….non se ne fa nulla. Ma vuoi vedere  che Renzi critico della operazione della Cassa Depositi e Prestiti, quando è entrata in una società pubblica come Ansado Energia qualche anno fa, diventi all’improvviso “ tollerante in deroga” ? Ma c’è un altro piccolo problema, che fa a pugni con la drammaticità della situazione e con i tempi di intervento. I tre ricorsi al Tar dei Riva : 1) contro la nomina di Bondi e di tutti gli atti che ha  prodotto; 2) contro la nomina di Gnudi; 3) contro le prescrizioni all’Aia e al Piano ambientale. Se uno solo di questi ricorsi è accettato….crolla tutto inesorabilmente!
Sugli acquirenti italiani ed esteri: 1) Mercegaglia: indebitamento per 1,251 mld e liquidità per 31 milioni e margine operativo lordo (MOL) per 241 mln; 2) Arvedi; indebitamento per 735 mln, liquidità per 47 e MOL 151 ; 3) Arcelor Mittal: indebitamento per 16 mld, ma patrimonio netto per 36 mld: liquidità per 4,5 mld e nel 2013 ha un risultato netto di esercizio NEGATIVO per 1,8 mld di euro; 4) Duferco Group ; debiti per 2,5 mld !!! Questa vicenda, ma anche numerosissime altre, DIMOSTRANO che se c’è una emergenza nella giustizia questa è nella RIFORMA della GIURISDIZIONE AMMINISTRATIVA, sia per quanto riguarda i TAR ma soprattutto il CONSIGLIO DI STATO. Se si dovesse spiegare a un osservatore straniero la posizione del Consiglio di Stato rispetto agli art 100, 104 e 111 della Costituzione si rischia di essere classificato per matto!!! Altro che emergenza della giustizia civile! Per scelta ho evitato di fare riferimento alla questione centrale di questa vicenda che è quella sanitaria e dello scandalo costituito da una classe dirigente inadeguata rispetto alla gravità dei problemi rappresentati da un polo industriale cresciuto e sviluppato all’interno di una Città e di un Paese che ha sempre considerato con fastidio la questione ambientale ritenendo i suoi costi, un’esternalità anche quando generavano rischi per la vita. Taranto potrà pensare a un futuro diverso se solo saprà essere coesa e rigorosa nel difendere i propri interessi senza attendere interventi di “Papi stranieri” che possano chiamarsi Governo o Unione Europea. (E. Venosi, Cosmopolismedia)

giovedì 17 luglio 2014

Soldilva

Ilva: commissario Gnudi chiede alle banche 650 milioni di euro

Ammonterebbe a 650 milioni di euro la richiesta che il commissario dell'Ilva, Piero Gnudi, ha avanzato alle banche per il prestito ponte. Le banche con le quali il commissario ha avuto un incontro ieri a Milano sono Unicredit, Intesa San Paolo e Banco Popolare. Si tratta degli istituti con cui l'Ilva ha in piedi da mesi una trattativa al fine di reperire nuove risorse che le consentano di superare la grave crisi di liquidita' nella quale si trova. I 650 milioni che Gnudi avrebbe chiesto alle banche per l'Ilva sotto forma di prestito ponte sono quasi il doppio della cifra circolata in queste settimane e si avvicinano di piu' a quello che il sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi (peraltro intenzionato a non accettare alcuna proroga dell'incarico) ha indicato come fabbisogno dell'azienda sia per la seconda parte del 2014 che per il 2015. Ronchi, stimando i costi delle misure dell'Autorizzazione integrata ambientale attualmente in cantiere, ha parlato di un fabbisogno complessivo di 800 milioni, di cui 550 sino a giugno prossimo e 250 nella fase successiva. E di prestito ponte per circa 7-800 milioni si era parlato anche nei giorni delle trattative tra l'ex commissario dell'Ilva, Enrico Bondi - sostituito dal Governo ai primi di giugno proprio con Gnudi - e le stesse banche. Solo che a Bondi le banche hanno sempre detto no, non condividendo il suo piano industriale basato sull'uso del preridotto di ferro in alternativa all'agglomerato di minerali, valutando la contrarieta' manifestata dal gruppo Riva, azionista di maggioranza dell'Ilva, e temendo infine un rischio fallimento per l'azienda. Adesso con Gnudi commissario il quadro si presenta un po' diverso in quanto, proprio per garantire le banche, il Governo lo scorso giovedi' ha varato sull'Ilva un ennesimo decreto - che ora dovra' essere convertito in legge - il quale fa della prededuzione il suo punto di forza. In altri termini, le banche sanno che prestando i soldi all'Ilva, sono piu' "garantite" in caso di eventuale default aziendale. La prededuzione, recita il decreto, e' subordinata all'autorizzazione dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico ed e' valevole sia per la parte ambientale che per la gestione dell'esercizio aziendale. "Il ricorso alla prededucibilita' - si afferma nel testo che accompagna il decreto - e' volto a facilitare la concessione del finanziamento e si giustifica in ragione degli interessi di carattere generale che si intendono perseguire, in particolare il risanamento ambientale e la continuita' e valorizzazione dell'impresa. Il raggiungimento di tali obiettivi giustifica la compressione dei diritti particolari dei creditori, la cui possibilita' di soddisfacimento e', in ogni caso, rafforzata dalla continuita' dell'esercizio di attivita' di impresa". Se questa garanzia della prededuzione servira' ora ad allentare i cordoni della borsa delle banche, e in che misura, e' cosa che si vedra' nei prossimi giorni. E' indubbio, pero', che si siano ritrovate di fronte una maggiore richiesta da parte di Gnudi e le prime valutazioni avrebbero messo in evidenza proprio la rilevanza della richiesta, probabilmente inattesa e ritenuta anche impegnativa. In effetti, gli impegni cui l'Ilva deve assolvere nei prossimi mesi sono tanti e rilevanti. Oltre ai lavori per l'Aia, ci sono da pagare fornitori, imprese di appalto, che a Taranto reclamano uno scaduto di 46 milioni di euro, materie prime e stipendi ai dipendenti. Gia' questo mese, per esempio, a conferma delle difficolta', l'Ilva ha potuto pagare ai dipendenti solo gli stipendi di giugno e non anche il premio di produzione, quasi una quattordicesima che era in scadenza e che ora e' slittata ad agosto.
  Oggi alle 18.30, intanto, il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, incontrera' di nuovo, al Mise, i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm dopo il confronto del 3 luglio. Guidi parlera' del prestito ponte e del decreto varato dal Governo, che i sindacati contestano ritenendolo del tutto inadeguato alla critica situazione dell'azienda. I sindacati, infatti, oltre alla prededuzione del prestito ponte, attendevano anche misure per un utilizzo piu' immediato, ai fini del risanamento dell'Ilva, delle risorse che la Procura di Milano ha sequestrato ai Riva per reati fiscali e valutari (1,7 miliardi), misure che invece nel decreto non ci sono.
  A Taranto, infine, riparte oggi l'altoforno 5 ma si ferma il 4. Lo stop, che riguardera' da venerdi' anche l'altoforno 2 mentre rallenteranno l'attivita' le due acciaierie, e' conseguenza di un guasto verificatosi ieri ad uno dei moduli della centrale elettrica del siderurgico. Saranno necessari circa 20 giorni di lavori nonche' la collocazione in solidarieta' di circa 100 addetti delle acciaierie 1 e 2.
  L'inattivita' di parte della centrale non permette a quest'ultima di "bruciare", per la successiva conversione in energia, la stessa quantita' di gas di altiforni e cokerie. (AGI)

Galletti: "Cordata di imprese e' obiettivo prioritario per salvare l’Ilva"

Secondo il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, il ministero dello Sviluppo Economico si starebbe adoperando per mettere insieme una cordata di imprese in grado di rilevare l’Ilva dalla famiglia Riva
"So che il ministero dello Sviluppo Economico si sta muovendo in questo senso: è l'obiettivo primario". E’ stata questa la risposta del Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, a margine della riunione informale congiunta dei Ministri del Lavoro e dell'Ambiente dell'Unione Europea, ai giornalisti che gli hanno chiesto se il governo stesse lavorando ad una cordata di imprenditori per salvare l'Ilva. Intenzionati ad acquisire parte delle quote azionarie dal gruppo Riva sarebbero il gigante mondiale dell'acciaio ArcelorMittal (attualmente in pole position) e le aziende italiane Marcegaglia e Arvedi. Intanto la prossima settimana il pool di banche creditrici di Ilva si dovrebbero riunire per decidere sul prestito da 650 milioni di euro richiesto dal nuovo commissario dell'azienda, Piero Gnudi. (Cosmopolismedia)

Ilva, Intesa Sanpaolo disponibile a prestito ponte se c'è partner industriale

Intesa Sanpaolo è disponibile a fare la propria parte nel concedere nuova finanza all'Ilva se ci sono prospettive favorevoli e se esiste un partner industriale pronto a investire e sostenere il rilancio del gruppo.
Lo ha detta Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo a margine di un evento, aggiungendo che sviluppi sul tema sono attesi nelle prossime settimane.
"Così come per Alitalia, se c'è un partner industriale all'orizzonte e quindi se c'è una prospettiva e un progetto che porti ad una redditività futura, noi siamo disponibili ad analizzare tutte le operazioni sul mercato", ha risposto Messina in merito alle richieste formulata dal commissario straordinario dell'Ilva Piero Gnudi di un prestito ponte da 650 milioni di euro.
"Questo riguarda non solo le grandi aziende ma anche le piccole", ha sottolineato Messina.
"Quando esistono partner industriali che sono disponibili ad investire sulle aziende e a mettere liquidità, noi siamo disponibili a fare la nostra parte", ha ribadito.
A chi gli chiedeva se ci saranno discussioni sul tema a breve, Messina ha risposto: "Ancora no, però credo che sia questione di settimane".
La richiesta di un prestito ponte è stata avanzata anche alle altre banche creditrici di Ilva, UniCredit e Banco Popolare.
Secondo quanto riferito ieri da alcune fonti vicine alla situazione, le tre banche potrebbero potrebbero riunirsi tra la fine di questa settimana o più probabilmente all'inizio della prossima per elaborare una risposta formale e circostanziata alla richiesta formulata da Gnudi.
Sempre secondo le fonti, l'orientamento univoco delle banche è quello di convergere su un ammontare inferiore, pari circa a un terzo rispetto alla richiesta, mentre tra le condizioni poste vi è quella una manifestazione di interesse, anche sotto forma di lettera d'intenti, da parte di un potenziale partner industriale oltre all'orientamento favorevole delle autorità antitrust in merito a un'eventuale posizione dominante. (Reuters)

venerdì 6 giugno 2014

L'Italia, una repubblica bancaria!

Ilva, Piero Gnudi è il nuovo commissario


Vincono i Riva e vincono gli industriali. E perdono l'Ilva e la città di Taranto. È questo il primo giudizio che si può trarre dalla decisione del governo di Matteo Renzi che ha sostituito il commissario straordinario dell'acciaieria pugliese, Enrico Bondi, con il nuovo nominato Piero Gnudi.
La decisione era stata annunciata, «in tempi brevissimi», dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha voluto mettere le mani avanti: «Il processo di risanamento dell'Ilva deve continuare», ha detto alle agenzie di stampa.
Ma  le pressioni sul governo per far sostituire Bondi sono state esplicite e sono arrivate in prima persona e in più occasioni da Antonio Gozzi, presidente della Federacciai (la Confindustria dei siderurgici), oltre che, in modo più sotterraneo, dal mondo delle banche.
Osservando il mandato che gli era stato dato dal governo Letta, Bondi ha infatti tentato di coniugare il risanamento ambientale dell'Ilva con il mantenimento dell'intero ciclo produttivo, e quindi di tutti i gli 11 mila dipendenti tarantini del gruppo. Per mettere in atto il suo piano industriale servono però circa tre miliardi di euro, che il commissario contava di reperire con un aumento di capitale da 1,4 miliardi e con il ricorso a indebitamento bancario per altri 1,6 miliardi. E qui sono nati i problemi.
Le banche, per via del loro consulente Roland Berger, hanno recapitato a Bondi il messaggio che occorreva ridurre gli oneri della ristrutturazione. E i Riva, che pur estromessi dalla gestione hanno per legge la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale e di restare azionisti del gruppo, hanno fatto capire che le richieste di Bondi erano esagerate, e che comunque il commissario non era in grado di salvare l'Ilva e che doveva essere allontanato.
Una richiesta fatta propria da Gozzi, secondo il quale l'azienda – commissariata per il disastro ambientale causato dai Riva – doveva tornare ai legittimi proprietari.
Da notare, per spiegare questa ostilità, che Bondi non ha mai fatto segreto di voler ricorrere alla facoltà che la legge gli ha dato, e cioè di utilizzare per i lavori gli 1,2 miliardi di euro offshore sequestrati ai Riva dalla magistratura, nell'ambito delle indagini per fronte condotte dalla Procura di Milano.
In questi ultimi giorni il fronte comune banche-Riva sembra essersi tradotto nell'ipotesi di una cordata di imprenditori che starebbe valutando di farsi avanti per prendere i diversi pezzi dell'Ilva, e della quale potrebbero far parte il gruppo Marcegaglia, Arvedi e il gruppo Arcelor Mittal. I presupposti sarebbero però la riduzione degli interventi di salvaguardia ambientale, che Bondi ha stimato in un totale di circa 1,8 miliardi, e la chiusura di alcune lavorazioni, con il seguente taglio dei dipendenti. Con una postilla al veleno, che nessuno si è finora preoccupato di esplicitare: se lo stabilimento verrà in parte chiuso, c'è il rischio che i costi delle bonifiche necessarie ricadano sulla collettività.
Di qui le preoccupazioni dei dipendenti e di molti dipendenti, visto che sia Marcegaglia che Arvedi sono dal canto loro piuttosto indebitati, mentre Arcelor Mittal ha già avviato una pesante ristrutturazione dei propri impianti in Europa. Al governo questa ipotesi sembra aver trovato una sponda nel ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi.
Tra i  possibili sostituti di Bondi la spunta, alla fine, Piero Gnudi, consigliere economico della Guidi e in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia, oltre che presidente dell'Enel e più volte ministro. Toccherà adesso a Gnudi spiegare ai dipendenti dell'Ilva perché il loro futuro è a rischio. (L'Espresso)

Cambio della guardia per la gestione dell’Ilva. Piero Gnudi è stato nominato commissario al posto di Enrico Bondi per il quale è scaduto il mandato. Il governo ha deciso di rinunciare alla collaborazione di Bondi e glielo ha comunicato mercoledì nel tardo pomeriggio. Per non lasciare come sospesa nel vuoto la maggiore acciaieria europea e i suoi 12 mila addetti, è stato subito trovato il sostituto. La situazione è delicata, non solo al punto di vista giudiziario: le banche milanesi paventano di perdere la loro montagna di crediti. In precedenza erano circolati anche i nomi di Massimo Tononi e Fulvio Conti. Il “cambio di passo” chiesto da Renzi l’altra settimana, insomma, c’è stato. Ed è un cambio di passo che accelera, in un senso o nell’altro, la vicenda Ilva. Vicenda che, negli ultimi dieci giorni, ha avuto appunto quattro novità salienti: la disponibilità dichiarata dai Riva in una intervista al Sole 24 Ore a fare parte di una cordata con altri imprenditori, l’incontro a Roma fra Governo e Arcelor Mittal, il tentativo dei Riva di fare cambiare sede al processo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale che inizierà a Taranto il 19 giugno e, adesso, l’uscita di scena di Bondi.
Piero Gnudi è stato ministro per lo sport, il turismo e gli affari regionali durante il governo di Mario Monti. E’ molto legato anche a Romano Prodi, ma ha avuto rapporti con tutto il mondo politico ed economico. Il dirigente d’azienda è stato tra l’altro presidente di Enel per 9 anni e in precedenza di Iri, oltre che consigliere di Unicredit e Eni. (FQ)

giovedì 29 maggio 2014

Bondi: mummia usa e getta. Avanti un'altro (condannato)?


Aguzza la vista: dov'è Bondi?

Ilva, Renzi fa traballare Bondi: “Così non si va avanti, serve cambio di passo”

La poltrona di Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, è sempre più a rischio. Le parole di Matteo Renzi alla direzione del Pd non sembrano lasciare spazio ad altre ipotesi. “Così non si va avanti – ha detto il premier sullo stabilimento siderurgico di Taranto – c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Una dichiarazione alla quale è immediatamente seguita l’affermazione del governatore di Puglia, Nichi Vendola, secondo il quale “se Renzi decide di voltare pagina” e di “chiudere l’esperienza di governo commissariale dell’Ilva, difficilmente gli si può dare torto”. Non solo. Vendola ha aggiunto che “dalle dichiarazioni di agenzia il presidente del Consiglio intende chiudere l’esperienza di governo commissariale per Ilva. Sarebbe utile prendere atto di una gestione che ha avuto sin dall’inizio carattere di contraddittorietà, visto che Bondi era l’uomo scelto dai Riva come amministratore delegato e dal governo come Commissario che doveva estromettere gli stessi Riva nella gestione dell’azienda”, ma “non è stata in grado di portare ad una riqualificazione e a un vero piano industriale”.
Insomma, giorni contati per Bondi? Forse. Tanto più che il suo mandato scade il 4 giugno. Quello che è certo ed emblematico, al momento, è che in una giornata di incontri decisivi tra il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, i sindacati, gli imprenditori e le associazioni di industriali sul futuro della fabbrica ionica, il commissario Bondi non c’era. Il commissario, infatti, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, ma non ha partecipato al tavolo della siderurgia e nemmeno a quello tra i gruppi imprenditoriali interessati al salvataggio dell’Ilva. C’era, però, l’attuale commissario della Lucchini, Pietro Nardi, che è il possibile successore di Bondi anche se fresco di condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo da parte del Tribunale di Taranto in quanto insieme ad altri 28 ex dirigenti dell’Ilva come lui. 
Seduti, intorno a quel tavolo, c’erano anche i sindacati, il Gruppo Riva, i rappresentanti del colosso della siderurgia Arcelor Mittal e anche Antonio ed Emma Marcegaglia, presidente e vicepresidente di Marcegaglia spa che già un mese fa aveva dichiarato che sull’ipotesi di un salvataggio dell’Ilva, la società del presidente dell’Eni avrebbe potuto fare la sua parte. Al tavolo per la siderurgia, però, l’unico argomento ufficiale di discussione è stata l’implementazione nazionale dello Steel action plan europeo e il punto sulle principali vertenze aziendali. Fim, Fiom e Uilm hanno consegnato il documento finale dell’Assemblea nazionale delle Rsu svolta a Roma il 23 maggio scorso ribadendo la necessità di “un salto di qualità nelle politiche di settore che oggi è urgente compiere per salvaguardare un’industria strategica per il Paese”.
Insomma sulle ipotesi della “nuova Ilva” niente ufficiale. Ad ufficializzare il delicato momento dell’Ilva e l’oscuro futuro di Bondi, però, ci ha pensato il senatore Pd Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, che dal suo blog ha fatto sapere che “sull’Ilva si sta giocando una partita opaca” perché i Riva, concorrenti privati dell’Ilva, non vogliono il rinnovo di Bondi. Proprio loro che lo avevano nominato amministratore delegato della società solo qualche mese prima della chiamata del governo. Proprio loro che “soldi sul tavolo non ne mettono” ha scritto l’ex vice direttore del Corriere della Sera che ha poi delineato il futuro dell’Ilva come uno “spezzatino”: l’Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate, tagliando l’occupazione”. Una possibilità, quindi, che ancora una volta colpirebbe i lavoratori di Taranto. (FQ)

lunedì 26 maggio 2014

Uno Stato sotto scacco della famiglia Riva (plurinquisita)


Siamo allo scambio di letterine di buoni propositi...
Miseria nazionale.


Ilva, Riva risponde a Bondi: disponibili ad esaminare piano per Taranto



Il gruppo Riva è disponibile ad esaminare e approfondire il piano industriale e ambientale per la riconversione dello stabilimento siderurgico di Taranto predisposto dal commissario straordinario, Enrico Bondi.
"Oggi, come già annunciato da Claudio Riva venerdì scorso, è stata inviata la lettera di risposta del gruppo in cui si sottolinea la disponibilità a proseguire nell'approfondimento e nell'analisi del piano", dice a Reuters una fonte vicina al gruppo.
Venerdì scorso, a Milano, si è svolto un incontro fra Claudio e il cugino Cesare Riva, passati alla guida del gruppo dopo la morte di Emilio Riva, con Bondi proprio per discutere di questo piano particolarmente complesso.
Al termine del faccia a faccia, Claudio Riva disse che: "Il futuro è sicuramente molto complicato. Spero che ci sia un futuro per l'Italia siderurgica. Senza Taranto, senza lo stabilimento, senza un futuro per l'Ilva penso che ci sia poco futuro per l'Italia".
Il piano di Bondi, in scadenza come commissario per l'Ilva di Taranto il prossimo 4 giugno, prevede di riconvertire lo stabilimento tarantino - al centro di un'inchiesta per disastro ambientale che nell'estate 2012 ha portato al sequestro dell'area a caldo dello stabilimento - alla produzione del preridotto, che comporta un maggiore utilizzo del gas naturale rispetto alle cokerie. Per portare avanti questo progetto occorre, però, un impegno finanziario di oltre 4 miliardi di euro.
Il piano - fortemente osteggiato dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, perché farebbe aumentare notevolmente i costi per il suo massiccio utilizzo del gas - per essere implementato ha bisogno di un aumento di capitale e questa potrebbe essere l'occasione affinché alcuni imprenditori siderurgici si facciano avanti. E i pretendenti sembrano non mancare: dal gruppo Arvedi, alla disponibilità già espressa da Marcegaglia e da Arcelor-Mittal.

mercoledì 30 ottobre 2013

Avevate capito male: "Capitale degli inceneritori"... firmato Emma & co.

Taranto, Marcegaglia chiude licenziamento per 134 operai

Taranto, naufraga il sogno del fotovoltaico
Chiude la Marcegaglia Buildtech, fabbrica di pannelli fotovoltaici del Gruppo dell'ex presidente di Confindustria che a Taranto dà lavoro a 134 lavoratori diretti. Il gruppo Marcegaglia ha annunciato ai sindacati di categoria e alle Rsu di Fim, Fiom  e Uilm la cessazione delle attività, con la conseguente  chiusura e il licenziamento dei dipendenti, dal prossimo 31 dicembre. Marcegaglia Buildtech informa in una nota di aver preso la decisione di cessare la produzione di pannelli coibentati e di pannelli fotovoltaici "a causa della grave crisi che ha irreversibilmente colpito il settore del fotovoltaico in Italia e nel mondo".
Per i sindacati, "l'ennesima mazzata per questo territorio". Un territorio - sottolineano nella nota congiunta le organizzazioni sindacali - "già martoriato da una crisi senza precedenti, che continua a mietere  perdite di posti di lavoro". Fim, Fiom e Uilm parlano di "massacro" e convocano, per domani 30 ottobre, dalle ore 15,00, un'assemblea con tutti i lavoratori, proclamando "sin da ora" lo stato di agitazione del gruppo. "Anche questa volta - si legge nel comunicato - Taranto subisce la perdita di 140 posti di lavoro, a causa di una decisione aziendale disinteressata al nostro territorio:  lasciano Taranto per una riorganizzazione del Gruppo Marcegaglia, scippando nuovamente a questa città posti di lavoro e opportunità di sviluppo non inquinante". "Dopo l'eolico - concludono i rappresentanti dei lavoratori - a pochi giorni di distanza, anche il fotovoltaico abbandona Taranto, una città già compromessa dai problemi ambientali".
E' durato dunque appena due anni il "sogno" di "fare della città jonica la capitale del fotovoltaico in Italia". Così infatti si espresse Antonio Marcegaglia, amministratore delegato dell'omonimo gruppo, nel settembre 2011 presentando agli amministratori locali - tra cui il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola - il rilancio industriale del sito di Taranto, dove Marcegaglia era approdato nel 2000 a seguito della vicenda Belleli di Mantova. A settembre 2011 Marcegaglia inaugurò a Taranto la produzione di lamiere e pannelli fotovoltaici per la produzione di energia solare attraverso una tecnologia innovativa: lamine di film sottile al silicio amorfo.
Queste lamine, spiegò allora Marcegaglia, "vengono poi incollate su un pannello per ottenere un manufatto perfettamente integrato nella copertura dei tetti delle nuove costruzioni e volto alla produzione di energia elettrica solare". A Taranto la nuova produzione faceva seguito a quella, dismessa, di caldaie industriali. Una copertura di pannelli fatta in questo modo su una superficie inferiore a 20 metri quadrati, fu spiegato due anni fa, è in grado di produrre più di un chilowattora di energia elettrica per 25 anni, indipendentemente dall'orientamento e dall'inclinazione del tetto. Marcegaglia annunciò anche di aver stanziato per la riconversione del sito di Taranto 15 milioni di euro e di voler raddoppiare la produzione di pannelli fotovoltaici nel giro di pochi mesi.
"In realtà il progetto, che sfruttava una tecnologia americana - spiega Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl di Taranto -, non ha avuto il successo che il gruppo Marcegaglia auspicava.
In Puglia non c'è stato sviluppo alcuno. Si poteva e doveva incentivare la diffusione di questo sistema dai complessi privati a quelli industriali per finire alla copertura delle pensiline dei mezzi pubblici, ma così non è stato. Alla fine, nella ristrutturazione del gruppo, Marcegaglia ha sacrificato Taranto. Dopo Vestas nell'eolico è un altro pezzo di attività industriale nelle fonti energetiche rinnovabili che perdiamo nel giro di poche settimane".(Rep)

martedì 30 aprile 2013

Brucia Massafra, brucia!

C'era da aspettarselo. Quando si danno le autorizzazioni "spensierate" poi è sempre difficile cambiare "pensiero"...
Anzi, alla luce di altre esperienze analoghe, possiamo tranquillamente dire che ormai questa è una pratica collaudata dalla provincia degli inciuci che tutto autorizza a cuor leggero (e portafogli pieno...).

Ok dal Tar a raddoppio dell'inceneritore di Massafra

TARANTO – Via libera dal Tar di Lecce al raddoppio della centrale termoelettrica alimentata a cdr combustibile derivato dai rifiuti ndr) di Massafra (Taranto). Con sentenza depositata oggi la prima Sezione del Tribunale amministrativo regionale (presidente Cavallari) ha accolto il ricorso presentato dalla società Appia Energy, con gli avvocati Pietro Quinto e Luigi Quinto, e ha annullato il provvedimento della Provincia di Taranto con il quale era stata revocata l'autorizzazione al raddoppio, riconoscendo così la legittimità dell’iniziativa proposta e la sua conformità alla disciplina paesaggistica regionale.
Il progetto era stato presentato dalla società del gruppo Marcegaglia nel febbraio del 2012 ed era stato autorizzato con determina del Dirigente del Settore Ecologia del settembre 2012. A distanza di pochi giorni il provvedimento era però stato revocato sulla base di alcuni rilievi mossi dalla Regione Puglia che aveva richiesto l’acquisizione dell’attestazione di compatibilità paesaggistica da parte della giunta regionale.
“Ciò – spiega in una nota l’avv. Pietro Quinto – sulla base di una presunta interferenza dell’intervento con aree sottoposte a tutela. La società ha contestato davanti ai giudici amministrativi il provvedimento di revoca osservando come le evidenze ambientali rilevate dalla Regione Puglia fossero in realtà inesistenti in fatto”. (GdM)

venerdì 6 luglio 2012

Massafra, anno zero

Comunicato Stampa dopo il Consiglio Comunale del 04 Luglio 2012. 

 Le ragioni del Comitato si diffondono in Consiglio Comunale. Il Comitato, dopo aver valutato molto negativamente il giorno e l'ora della convocazione che non permetteva una partecipazione ampia dei cittadini, valuta in maniera sostanzialmente positiva i risultati ottenuti in sede di Consiglio Comunale del 4 luglio u.s. Difatti, la mobilitazione attuata insistentemente durante gli ultimi quattro mesi ha sortito un qualche effetto su alcune forze politiche che, avendo acquisito le ragioni del comitato, le abbracciano in parte o in toto. Riteniamo giusto ringraziare il Consigliere Maurizio Baccaro per il suo impegno che ha permesso (per la seconda volta) la convocazione del Consiglio Comunale monotematico, e per aver ribadito il parere negativo di SEL relativamente al progetto di raddoppio dell’inceneritore. Il PD, l’UDC e LA COSTITUENTE DI CENTRO del dott. Cofano hanno proposto una mozione che impegna il Sindaco a farsi promotore verso la Provincia di Taranto di una iniziativa per bloccare i percorsi autorizzativi di vari impianti potenzialmente inquinanti tra cui anche quello del Raddoppio dell’Inceneritore di Appia Energy e, alla luce del parere tecnico espresso dall’ARPA, su quest’ultimo impianto, a farsi garante della salute dei cittadini. A ciò, si aggiunge qualche perplessità che inizia a serpeggiare anche tra la maggioranza: nella stessa assise l’avv. De Giorgio ha sollevato qualche dubbio circa la possibilità che il raddoppio dell’impianto possa essere considerato di “pubblico interesse” e possa ritenersi utile dal punto di vista occupazionale e della salute. Resta l’opinione favorevole al nuovo insediamento dei due principali partiti di maggioranza,” La Puglia prima di tutto” e il PDL. D’altra parte, il Sindaco non esplicita la sua posizione ( anche se il suo partito si è finalmente espresso). Viene approvato un ordine del giorno col quale la maggioranza invita il Sindaco a “seguire” l’iter del progetto, soprattutto per quanto riguarda la valutazione di Impatto sanitario richiesta ancora una volta dall’ARPA di cui già è noto il parere negativo, espresso con chiarezza durante la prima conferenza dei servizi. Il comitato continua a chiedere che l’amministrazione riveda il proprio parere favorevole, espresso in sede di Conferenza di servizi lo scorso 18 maggio e indica il Referendum previsto dallo Statuto Comunale e al quale lo stesso Sindaco non si è mai detto esplicitamente contrario. Il sindaco, ricordiamo inoltre, è il primo responsabile sanitario del nostro territorio e deve guardare in primis al benessere e alla salute dei cittadini. Il comitato continuerà in piena serenità, ma con fermezza, la propria battaglia, nella fedeltà alle profonde convinzioni che lo sostengono. Convinzioni che sono frutto di conoscenze e di esperienze e non di spinte emotive o di informazioni superficiali. Il Comitato continuerà a prendere le distanze da quanti vogliano strumentalizzare il suo impegno e le sue iniziative, e ad accogliere quanti hanno a cuore la cittadinanza attiva, la salute delle persone, la tutela dell’ambiente e un futuro sostenibile per il territorio.
Comitato per la Corretta Gestione dei Rifiuti a Massafra(contro il Raddoppio dell'Inceneritore)

lunedì 7 maggio 2012

Diossine a noi, soldi alla Marcegaglia!

Ecco il Link per poter sottoscrivere online un Appello promosso dal Comitato di Massafra per la corretta Gestione dei Rifiuti. Chiediamo la solidarietà di quanti condividono la loro lotta per impedire il Raddoppio dell'Inceneritore che l'Appia Energy ( Marcegaglia) ha previsto per Massafra. Ricordiamo che questa campagna rientra pienamente nella visione del comitato per taranto verso il recupero totale dei rifiuti secondo una filiera di riciclaggio dei materiali e dei composti che non annovera gli inceneritori, neanche come produttori di energia, se non per casi eccezionali. Se volete che l'aria di Taranto e provincia non sia ammorbata ancora di più di quanto sia, cliccate sul link per sottoscrivere. Grazie! http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1335965067.htm

venerdì 17 febbraio 2012

ECODI: ancora un altro inceneritore a Taranto. Firmato Vendola, Florido, Stefano

Tratto da: 3 Santi all'inferno (cliccate su questo link per gli aggiornamenti a questo post nel blog originale)

Qui, Taranto. Abbiamo fatto 90, facciamo 91. Parola del governatore Vendola, del presidente della Provincia Florido e del primo cittadino Stefano. Con determinazione del dirigente del Servizio Ecologia regionale Antonello Antonicelli del 13 gennaio 2012, pubblicata sul bollettino ufficiale della Regione Puglia (BURP 21 del 09.02.2012), è stato autorizzata la realizzazione di un impianto di stoccaggio ed incenerimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi all’interno dell’impianto industriale esistente, sito in Taranto alla località Santa Chiara. Nella determinazione, si legge in part.: "Il medesimo Servizio provinciale aveva accertato che per l’impianto in questione, ricadente al punto A.1.g) dell’all. A1 della L.R. n. 11/2001 e s.m.i. la competenza concernente la V.I.A. è della Regione Puglia, mentre il procedimento relativo al rilascio dell’A.I.A. resta di competenza della Provincia di Taranto che in data 08.02.2011 aveva già tenuto la prima conferenza di servizi." In pratica, l'AIA potrebbe non essere stata ancora rilasciata (vedi documentazione dell'impianto: http://www.provincia.taranto.it/via/dettagli.php?id_elemento=45&i=1&parola_chiave=&data_dal=&data_al=): qui, bisogna ricordare che è facoltà dei comitati, delle associazioni e dei cittadini, in quanto interessati, di chiedere ex L 241/90 di partecipare alle conferenze dei servizi e di richiedere in fase di autorizzazione integrata ambientale di chiedere all'autorità procedente la prescrizione di espressione del parere del Sindaco, in quanto primo responsabile della salute pubblica, ai sensi degli articoli 216 e 217 del regio decreto del 27 luglio 1934 n. 1265, relative alle industrie insalubrie (cd "autorizzazione sanitaria"). Si tratta di un impianto di stoccaggio ed inc mento di rifiuti pericolosi e non pericolosi ( capacità di smaltimento: 8.500 t/anno), che affiancherà un vecchio inceneritore ("ex termovalorizzatore", precisa la determinazione) in funzione dal 1998 e già potenziato in seguito. Nello specifico, l’impianto della Società ECODI s.r.l. serve alla termodistruzione di rifiuti provenienti da strutture sanitarie (ospedali e cliniche), da laboratori, ambulatori e studi medici e dentistici, da attività agricole e dalla raccolta differenziata e non dei rifiuti urbani. A parte gli inceneritori di rifiuti speciali attualmente chiuso Ecocapitanata e il progetto VOMM nel Salento, questo progetto è ora il quinto progetto di inceneritore già autorizzato in Puglia destinato allo smaltimento dei rifiuti urbani: oltre a quelli in accensione della ETA (Gruppo Marcegaglia) a Manfredonia, vicino Borgo Tressanti, e della APPIA Energy (stesso gruppo industriale) a Massafra, quello pubblico di Statte (AMIU "Città di Taranto) e la nuova CEMENTIR (progetto di revamping finanziato coi fondi regionali ed europei), che è in realtà un vero e proprio inceneritore prim'ancor che una cementeria autorizzata al "co-incenerimento". Secondo l'assessore all'ambiente Lorenzo Nicastro il ciclo dei rifiuti in Puglia (attualmente a meno del 20% di percentuale di raccolta differenziata) può considerarsi sufficientemente "chiuso" o si preferisce continuare a battere tutti i record diventando la regione italiana col maggior numero di impianti di incenerimento di cdr ("ecoballe") e di percentuale di preziosi materiali mandati in fumo? Autorizzare l'ennesimo impianto a bruciare rifiuti urbani, pratica dannosa e costosa, senza valutare che esistono alternative (strategia rifiuti zero), è sintomatico della "patologia" di cui è affetta la gestione dei rifiuti solidi urbani in regione.


POST SCRIPTUM: CISA e Gruppo Marcegaglia hanno chiesto il raddoppio dell'inceneritore APPIA Energy di Massafra con una seconda linea da altrettante 100,000 t/a:
http://www.regione.puglia.it/index.php?page=burp&opz=getfile&file=48.htm&anno=xliii&num=24
http://www.regione.puglia.it/index.php?page=burp&opz=getfile&file=49.htm&anno=xliii&num=24

PER APPROFONDIRE
La procedura ancora in corso per l'inceneritore "Città di Taranto" AMIU di Statte sul sito della Provincia di Taranto e le nostre contro-osservazioni.

martedì 22 novembre 2011

Coltivare monnezza

La Puglia sembra aver scelto di investire sul ciclo dei rifiuti: non per ridurli, ma per bruciarli. La vocazione agricola invece è sempre in difficoltà


Una ciminiera incombe su Barletta. È quella del cementificio Buzzi Unicem. Domina il panorama, a 500 metri dal bel centro storico della città pugliese. L’azienda è lì da quasi cent’anni, ed è destinata a restarci a lungo. È nel suo cuore, nel suo forno, che la Regione Puglia ha scelto di chiudere il “ciclo dei rifiuti”, basato su una ricetta semplice: si tratta di passare “dalla dittatura delle discariche a quella degli impianti che producono Cdr, combustibile da rifiuti”, come riassume Agostino Di Ciaula, medico dell’Isde (l’associazione dei medici per l’ambiente, www.isde.it) e animatore della rete “Zero rifiuti” in Puglia.
Trasformare i nostri scarti in Cdr significa che i rifiuti solidi urbani (Rsu) vengono triturati e quindi aggregati in blocchi che hanno un alto potere calorifico. Questo passaggio, però, non è indolore: a differenza dei rifiuti da cui ha origine, il Cdr, con codice Cer numero 191210, è considerato un rifiuto speciale. E pertanto non dev’essere necessariamente smaltito in loco, ma può attraversare l’Italia, andando a cercare un impianto in cui essere bruciato. Ma la Puglia, per essere all’avanguardia, ha scelto di aprire al combustibile da rifiuti tante porte, impianti dove il suo ruolo possa essere “valorizzato”, producendo in cambio energia elettrica.
Agostino Di Ciaula, autore di un saggio sul “falso mito dei cementifici-inceneritori”, è il nostro “Virgilio”. Con lui torneremo a Barletta dopo aver attraversato tutta la regione, per scoprire come la classe politica pugliese ha costruito il nuovo hub energetico italiano. Processo frutto di scelte che nell’arco di un decennio hanno trasformato questa terra. Alla fine di questo viaggio, capiremo perché -in una Regione vocata all’agricoltura- oggi è più redditizio bruciare un chilo di cocomeri che venderlo al mercato. Per quale motivo la terra, quella che negli anni Settanta veniva cavata per essere portata altrove, e utilizzata per fertilizzare i campi, è stata sacrificata sull’altare del rifiuto.
La nostra prima tappa è la campagna al confine tra Conversano e Mola di Bari, due Comuni di circa 25mila abitanti, a Sud del capoluogo regionale. Qui, sui terreni che “da sempre” ospitano le discariche gestite dalla Lombardi Ecologia, ricavate in vecchie cave “di terreno”, oggi c’è un “impianto complesso”. Che significa, ci spiega Pietro Santamaria, ambientalista, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze agro-ambientali e territoriali dell’Università di Bari e, dal 2005 fino al 2010, assessore all’Ambiente del Comune di Mola di Bari, “un impianto che tiene insieme la selezione dei rifiuti, la bio-stabilizzazione e la produzione del Cdr, con accanto una discarica di servizio-soccorso (che riceve la frazione organica biostabilizzata o tutti i rifiuti in caso di avaria dell’impianto)”. È da qui che esce il combustibile che dovrà essere bruciato da qualche parte, e questo processo frena necessariamente l’aumento della raccolta differenziata: “Saremo obbligati a produrre rifiuti, 470 tonnellate al giorno di indifferenziato, da destinare all’impianto Cdr” spiega Santamaria. Circa 1,2 chilogrammi al giorno per ogni cittadino dei 21 Comuni di BA5, il bacino cui fanno capo Conversano e Mola di Bari. Circa 430 chili all’anno a testa. Per questo, il 19 agosto di quest’anno, convocati dal comitato “Riprendiamoci il futuro” (comitatorif.blogspot.com), i cittadini hanno manifestato “contro l’obbligo a produrre rifiuti”, gridando “fateci fare la raccolta differenziata”. “A livello di bacino, la differenziata è ferma al 17% -racconta Santamaria-. Il ‘piano rifiuti’ di Nichi Vendola avrebbe previsto, per la fine del 2011, di raggiungere il 55%, e il 65% entro il 2018”. Sono obiettivi impossibili se chi gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti, Lombardi Ecologia, è anche socio di chi gestisce l’impianto “complesso”, una società che si chiama Cogeam, partecipata al 51% dal Gruppo Marcegaglia, al 48% dalla pugliese Cisa e all’1% dalla friulana Ecomaster, attiva nell’impiantistica.
Lombardi Ecologia sa che trasformare i rifiuti in Cdr è più conveniente che differenziarli, perché in base al bando di gara riceverà dai Comuni -insieme ai soci di Cogeam- 125,76 euro per ogni tonnellata di rifiuti trattati, 59mila euro al giorno, 21,5 milioni di euro all’anno.
L’obbligo a conferire “almeno tot rifiuti” non scandalizza Roberto Garavaglia, che si presenta come il legale rappresentante del gruppo Marcegaglia per tutte le partecipate attive nell’area energie (“rinnovabili”, aggiunge): “Abbiamo fatto un investimento, e dovendo recuperarlo il Comune non può portare il rifiuto ad altri impianti. Il nostro non è un ‘invito’, è una delibera del Commissario delegato ai rifiuti”. Forse è (anche) per questo che l’impianto che dovrebbe raccogliere il materiale proveniente dalla raccolta differenziata, “realizzato nel 2001, non è mai entrato in funzione” come racconta Santamaria. Dalla discarica al Cdr, non esistono opzioni intermedie. E il bello, spiega l’ex assessore, autore del libro L’ultimo chiuda la discarica, è che “l’impianto Cdr, costato una ventina di milioni di euro, ha ricevuto un contributo pubblico di 5 milioni di euro, a fondo perduto”.
Conversano e Mola di Bari sono un esempio. Un altro “impianto complesso” è pronto nelle campagne tra Cerignola e Manfredonia, in provincia di Foggia. Lì accanto (vedi articolo a p. 39) sta sorgendo anche un inceneritore per bruciare Cdr. Tutto targato Marcegaglia: la Puglia è una sorta di eldorado per il gruppo controllato dalla famiglia della presidente di Confindustria, Emma.
Per capire perché dobbiamo tornare al 2003. Quell’anno Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Puglia è Raffaele Fitto (Pdl), allora presidente della Regione e fino all’altro ieri ministro per gli Affari regionali. Il Commissario delegato bandisce 6 gare per la realizzazione di altrettanti “impianti complessi per il trattamento di rifiuti solidi urbani”, da avviare al “recupero energetico”. Cinque di queste gare sono state aggiudicate da Fitto, nel corso del 2004. Una, proprio quella di Conversano, dal nuovo presidente della Regione, Nichi Vendola, nel 2006. Tutte sono state vinte da Cogeam, in associazione temporanea d’impresa con partner che si chiamano Lombardi Ecologia, Tra.De.Co., Recuperi pugliesi, Geoambiente, società locali da sempre attive nello smaltimento dei rifiuti. Quando Nichi Vendola ha firmato il contratto con Cogeam, nonostante due ricorsi pendenti al Tar da parte di altri concorrenti, Santamaria, si dimise dal suo incarico in Comune, dove tornò nove mesi dopo: “Il Consiglio di Stato, in seguito, ha dato torto a Cogeam. In altri casi, il Commissario aveva preferito attendere l’esito delle controversie giudiziarie”. Vendola, a quel punto, fu costretto ad annullare la gara, e a bandirne una nuova. Aggiudicata, nel 2011, a Cogeam, che a quel punto era l’unico concorrente. Tra un bando e l’altro, a cambiare è stata la tariffa di conferimento: da 58 euro a tonnellata a 126. Un chilo di cocomero, pagato 10 centesimi di euro al contadino, ne costa 12,6 alla collettività se, invenduto, diventa un rifiuto.
Oltre al bacino Bari 5, Cogeam e i suoi hanno vinto a Lecce (tre bacini) a Foggia (FOPr) e ancora a Bari (BA4). “Cinque impianti sono praticamente realizzati -racconta Garavaglia-. I tre nel leccese, quello a Sud di Bari e quello per il bacino di Foggia”. Secondo Garavaglia, l’azienda sarebbe in grado di produrre circa 400mila tonnellate di Cdr, contribuendo alla “valorizzazione” di quasi 900mila tonnellate di rifiuti.
C’è un problema, però: mancano, in Puglia, impianti in grado di accogliere tutto questo Cdr.
Al momento, in Regione è attivo un unico inceneritore. Si trova a Massafra, in provincia di Taranto, ed è gestito da Appia Energy, altra società del Gruppo Marcegaglia. Per questo, ce ne può parlare ancora Roberto Garavaglia: “L’impianto è dimensionato per 90-100mila tonnellate all’anno di Cdr” racconta il manager, anche se -secondo documenti visionati da Ae- risulta autorizzato a smaltirne non più di 25mila.
Sono bloccati, invece, i lavori per l’inceneritore di Modugno. L’impianto della società Ecoenergia, ancora del gruppo Marcegaglia, “sarebbe sotto sequestro giudiziario” spiega Agostino Di Ciaula, che a Modugno (pochi chilometri a Nord-Ovest di Bari, proprio accanto all’aeroporto di Palese) ci vive. C’è un processo in corso: il 13 ottobre è cominciata l’udienza preliminare, che vede imputati progettista e direttore dei lavori, il legale rappresentante di Ecoenergia (che non è Garavaglia) e un dirigente regionale: avrebbero dato il via ai lavori pur mancando alcune autorizzazioni. “Purtroppo un po’ di ritardi dovuti alla burocrazia” chiosa Garavaglia, spiegando che l’impianto costerà 55 milioni di euro. Settanta, invece, l’investimento per l’impianto gemello di Manfredonia. È di proprietà di un’altra società, che si chiama Eta spa, ed è quello che nei cartelli esposti sul cantiere viene indicato come un “impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili”, anche se il Cdr non è una fonte rinnovabile, ma un rifiuto speciale.
In attesa degli inceneritori, ecco che tornano in scena i cementieri. Ci penseranno loro a smaltire il Cdr in eccesso. A Barletta, lo abbiamo visto, c’è Buzzi. L’azienda di Casale Monferrato si è portata avanti per tempo. Il 7 aprile 2010 ha presentato la sua richiesta di valutazione d’impatto ambientale (Via) in merito alla “proposta di potenziamento [dell’]impianto di recupero rifiuti speciali non pericolosi, mediante coincenerimento”. Sul piatto, l’autorizzazione a raddoppiare la quantità di rifiuti smaltiti, passando da 40mila a 80mila tonnellate all’anno. “Il cementificio è lì dal 1912, e in città non se ne è mai potuto parlare” raccontano Alessandro Zagaria, Angelo Di Leo e Giacomo Di Trezzo di “Barletta bene comune”. La questione dei rifiuti, però, accende una protesta. La Provincia prima chiede di rimodulare l’intervento, portando il limite a 60mila tonnellate di Cdr, poi ne concede 65mila, cioè 178 tonnellate al giorno. Si riconosce una sorta di “buona volontà” dell’azienda, dato che Buzzi ha scelto di rinunciare allo smaltimento di rifiuti pericolosi (20mila tonnellate l’anno) per bruciare puro Cdr. Il parere positivo della Provincia è stato pubblicato il 15 settembre.
Scendiamo a Sud. Taranto è la città dell’inceneritore di Massafra, ma un impianto non basta (più). Perché Appia Energy (cioè Marcegaglia) non vuol più smaltire le 40mila tonnellate di Cdr prodotte nel bacino TA1. L’azienda ha fatto capire che non ne vuol più sapere di ricevere solo 20 euro (almeno 800mila euro all’anno) per ogni tonnellata di Cdr smaltito. Colpa degli incentivi che finiscono: “Fino a dicembre 2011, Massafra gode degli incentivi Cip6 -spiega Garavaglia-. Quando scadranno, dovremmo adeguarci ai prezzi di mercato, che variano da 80 a 110 euro a tonnellata”. La decisione di Appia Energy, che rifiuta di smaltire Cdr, prodotto però dai propri soci di Cisa, apre ai rifiuti le porte (o meglio, i forni) del cementificio Cementir, lungo la statale Jonica, a un passo dall’Ilva. Il gruppo Caltagirone, proprietario di Cementir, per adeguare l’impianto ha addirittura ricevuto un doppio finanziamento pubblico, da parte della Banca europea di investimenti (90 milioni di euro) e della Regione Puglia. Il 15 settembre 2010, audito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il direttore dell’impianto ha spiegato di voler arrivare a smaltire 35mila tonnellate di Cdr. Lo scorso primo luglio è arrivata l’Autorizzazione integrata ambientale.
Gli unici cui è andata male sono gli umbri di Colacem, della famiglia Colaiacovo, che avrebbero voluto “valorizzare” Cdr nell’impianto di Galatina, nel leccese. A Colacem è andata male perché oltre ai comitati del Forum ambiente e salute (forumambientesalute.splinder.com) ha trovato sulla propria strada Sergio Blasi, consigliere regionale, che ha promosso un ordine del giorno, votato il 20 luglio scorso, che “impegna il governo regionale a escludere il conferimento di Cdr e Css (combustibile solido secondario, ndr) presso gli impianti esistenti […], tranne che in quelli già in esercizio e autorizzati”. L’odg che stoppa i piani di Colacem è arrivato a tre settimane dall’autorizzazione per Cementir, ed è stata votata da tutti i consiglieri tranne quelli dell’Udc (Francesco Gaetano Caltagirone è suocero di Pierferdinando Casini). (Altraeconomia)