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martedì 22 luglio 2014

Un'altra medaglia al valore di famiglia: di padre in figlio!

Ilva: Fabio Riva condannato a 6 anni e 6 mesi


Tutti colpevoli di truffa ai danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati, infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione, che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti, che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di 5 anni e 4 mesi. Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le attenuanti generiche.

Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui: il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare subito.

COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino, che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il “forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà pagavano sempre in contanti.

La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali (chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali, finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.


LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come si vedrà.

Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio. Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai, guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager: «È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario? Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto, sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino». Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».


MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”, dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società, anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro, finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo: nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.

Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa, però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire. Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica, e l’arricchimento della famiglia.

Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza. Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione dell'ex commissario.

Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca, incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade, risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo? La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale, prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».

SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a 870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso. In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza, utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi. Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca asciutta. (L'Espresso)

sabato 28 giugno 2014

Nel vespaio dell'acciaio italiano


Ilva – Gnudi chiede un report sul report

«A furia di chiedere esami il paziente è morto». La metafora è medica e forse anche un po’ forte tuttavia rispecchia a pieno quel che rischia di succedere all’Ilva di Taranto. Il Corriedella sera
per andare alla rassegna stampa di Siderweb), ha infatti riportato che il neo commissario Piero Gnudi, avrebbe chiesto ai rappresentanti del Boston Consulting Institute di esprimere un parere sul report realizzato da McKinsey per il predecessore Enrico Bondi, un report sul report insomma.
Nel frattempo i lavoratori Lucchini chiedono che la cokeria resti in funzione mentre per gli eredi dell’impero Lucchini vedono come il peso delle quote Rcs e della crisi del gruppo editoriale abbiano pesato e non poco sui conti della holding del gruppo Sinpar. (Siderweb)

venerdì 20 giugno 2014

Il lupo buono e quello cattivo: solito gioco.

Malattie sospette nella carpenteria Ilva Taranto. Via a nuovi controlli

L'Ilva decide di veder chiaro nella situazione del reparto di carpenteria dello stabilimento siderurgico di Taranto dove lavorano 260 persone e dove sono stati segnalati poco meno di venti casi di malattia alla tiroide e altri di morte per tumore, l'ultimo dei quali è recente. Si sospetta fortemente un legame tra patologie ed emissioni inquinanti derivanti dalle lavorazioni (saldature e carpenteria).
Ci sono già stati i controlli dell'Arpa Puglia e dello Spesal, il Servizio di prevenzione sui luoghi di lavoro dell'Asl di Taranto, la Procura della Repubblica, acquisite le relazioni dello Spesal, ha avviato un'indagine, e adesso l'azienda propone su base volontaria ai lavoratori di sottoporsi ad accertamenti specifici. Gli esami saranno organizzati su tre livelli. Gli interessati si sottoporrano al secondo e terzo qualora già il primo dovesse segnalare delle criticità. Il primo livello è di carattere generale e punta ad accertare la presenza di eventuali patologie alla tiroide attraverso esami di laboratorio, ecocolordoppler e visita endocrinologica.
Il secondo step prevede invece approfondimenti diagnostici in caso di patologia accertata attraverso ulteriori esami di laboratorio, ago aspirato ed esame citologico. Il terzo ed ultimo livello, infine, prevede percorsi individuali e mirati tra cui anche il ricorso alla Tac. Per evitare che si crei un eccesso di presenze nell'ambulatorio aziendale Ilva, dove si svolgono le normali visite mediche, questi controlli saranno fatti nel siderurgico da un presidio della Croce Rossa Italiana mentre l'ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari) eseguirà tutti gli esami.
La situazione venutasi a creare nella carpenteria era stata anche oggetto di scontro, nelle scorse settimane, tra l'ex commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e il direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato. "Destituita di fondamento - ha infatti scritto Assennato - è l'affermazione contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di tumori nei lavoratori del reparto". E ancora, ha sottolineato Assennato, "le conclusioni del commissario Bondi, che escludono il nesso causale tra esposizione dei lavoratori e incidenza dei tumori, essendo basate su evidenze non documentate, devono considerarsi puramente autoreferenziali". Nella relazione del 20 maggio scorso Bondi aveva infatti scritto che, per quanto riguarda la "mansione di carpentiere e vetroresinatore e il carcinoma tiroideo presso l'area carpenteria, si è immediatamente provveduto ad effettuare - con gli enti sociali competenti, con il Politecnico di Torino e con ditte terze specializzate - i monitoraggi ambientali presso l'area oggetto".
Bondi ha affermato che "gli esiti negativi in tal senso sono stati divulgati, da ultimo, anche dagli organismi di controllo (Arpa e Asl) intervenuti sempre su richiesta delle organizzazioni sindacali". Per l'allora commissario dell'Ilva, quindi, "l'esito delle indagini, allo stato attuale, esclude un'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti". "Arpa - ha invece replicato Assennato - non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto comunque richieste specifiche di supporto sul problema". Inoltre, ha ulteriormente puntualizzato l'Arpa Puglia, "il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, "è quindi necessaria la programmazione e la realizzazione di un rigoroso e serio studio epidemiologico, condotto in modo trasparente da ricercatori indipendenti e qualificati. Tale studio richiederebbe tempi adeguati, certamente non inferiori ad un anno".
Nei giorni scorsi avevano preso posizione anche i sindacati metalmeccanici. "Chiediamo agli enti tecnici e alle autorità sanitarie di proseguire nei controlli all'interno dell'officina di carpenteria e all'Ilva di consentire, a sue spese, che i lavoratori del reparto possano sottoporsi ad esami specifici in modo da avere garanzie sulle loro condizioni di salute" aveva proposto Antonio Taló, segretario della Uilm. Il sindacalista aveva quindi definito "singolare" il fatto che l'Ilva avesse consegnato, "ma solo nei giorni scorsi", ai sindacati una relazione dell'Asl "dove si escludono collegamenti tra patologie e attivitá lavorative nella carpenteria, eppoi ci troviamo col recente decesso di Nicola Darcante che lavorava proprio in questo reparto e l'Asl che riapre le ispezioni. Vogliamo sapere come stanno le cose". "La decisione dell'Ilva di ricorrere a nuove visite è un passo avanti perchè ci consente chiarezza - commenta Vincenzo Castronuovo della Fim Cisl -. La situazione è delicata e merita tutti gli approfondimenti del caso. Si chiede il consenso dei lavoratori perchè si tratta di accertamenti che vanno oltre i normali protocolli aziendali". (Sole24h)

lunedì 9 giugno 2014

Renzi fedele alla linea (e che vi aspettavate?)

Ilva, patto al ribasso sul dopo Bondi il governo sceglie la linea Federacciai

La partita per il salvataggio dell’Ilva arriva ai supplementari e riparte da zero. Il Governo ha dato il benservito al Commissario Enrico Bondi. Reo di aver presentato un piano industriale che non piaceva ai Riva e ai vertici della siderurgia tricolore. E il cerino di Taranto è passato dalle mani del manager aretino a quelle di Piero Gnudi, ex presidente dell’Enel e uomo di fiducia del ministro allo sviluppo economico Federica Guidi (è stato presidente del collegio sindacale di Ducati Energia, l’azienda di famiglia).
Il suo compito è titanico: la società è «sull’orlo dell’insolvenza», come dice tranchant il numero uno di Federacciai Antonio Gozzi. I pagamenti ai fornitori sono in ritardo da mesi e tra gennaio e aprile le perdite sono state vicine ai 130 milioni di euro. I l tempo a disposizione è pochissimo. E l’agenda di Gnudi è in salita: c’è da disegnare un nuovo piano di salvataggio, cercare i soldi (tra i 3 e i 4 miliardi) e i soci per finanziarlo e valutare se sarà necessario passare dall’amministrazione straordinaria alla Legge Marzano, con buona pace delle banche creditrici e della famiglia Riva.
Alla finestra restano il governo – preoccupato per i 18mila posti di lavoro (12mila diretti e 6mila indiretti) a rischio e per le bonifiche del sito produttivo – e i potenziali investitori interessati a scendere in campo. Il colosso franco-indiano Arcelor Mittal, in primis, a fianco – a tutela di un briciolo di italianità– dei gruppi Arvedi e Marcegaglia nel ruolo delle comparse visto che entrambe le aziende sono a corto di quattrini e in discussione con le banche per ristrutturare i loro debiti.


Lo sbarco in Puglia di Gnudi chiude il lungo braccio di ferro combattuto nei mesi scorsi tra Enrico Bondi (appoggiato da buona parte dei sindacati) e l’estabilishment dell’acciaio tricolore, Riva in primis. Una partita dove un ruolo decisivo, alla fine, l’ha avuto l’arbitro, leggi il Governo Renzi. Bondi, come tradizione, non rilascia dichiarazioni. Il suo lavoro e il suo piano industriale, dicono i collaboratori, parla per lui. «L’azienda aveva chiuso il 2012, anno gestito dai Riva, con una perdita di 1,3 miliardi», scrive la relazione presentata dal manager toscano al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Del Rio nei giorni scorsi. Per il 2014, dopo un 2013 non significativo per le partite straordinarie, la stima è «una perdita di 540 milioni grazie al miglioramento dell’utile operativo che si registra ogni mese da inizio anno». Il 98% degli interventi previsti dall’Aia – continua la relazione – è stato avviato e Bondi, forte di questi risultati ha messo a punto un piano industriale da 4,2 miliardi – 2,4 per le bonifiche, il resto per il rilancio industriale – centrato sull’utilizzo della tecnologia del preridotto di ferro (un trattamento che abbatte drasticamente le emissioni) al posto dell’agglomerato di minerali e delle cokerie.

La prima doccia fredda per il Commissario è arrivata dalle banche creditrici. Cui il manager toscano ha chiesto a fine anno un prestito ponte per garantire l’operatività. Gli incontri (il primo è stato l’8 gennaio) non hanno portato a nulla. Gli istituti – molti già tartassati dalle cause di Bondi nell’era Parmalat – hanno fatto capire che non avrebbero aperto i cordoni della Borsa senza un impegno di soci vecchi o nuovi. Fino a che il Banco Popolare, pochi giorni fa, ha inviato una lettera chiedendo il rientro di 25 milioni. Alla freddezza delle banche (e del nuovo esecutivo) si sono aggiunti negli ultimi giorni gli affondi dei Riva. Che dopo un primo prudente via libera al piano («merita un approfondimento »), hanno sparato a palle incatenate: «Sa quando ho sentito per la prima volta parlare del preridotto? Nel 1973. Se in 40 anni ha avuto poca diffusione ci sarà una ragione », ha detto in un’intervista a “Il Sole 24 Ore” Claudio Riva. A dargli man forte è sceso in campo Gozzi. «Il preridotto non sta in piedi economicamente - liquida la questione il numero uno di Federacciai – La gestione commissariale ha fatto perdere tempo sul salvataggio dell’azienda, bruciando 1,5 miliardi di circolante. Il piano è frutto di direttive ambientali figlie dell’Aia difficili da attuare. Un errore del Governo Letta. Il nuovo esecutivo è più pragmatico».

Il governo, in effetti, sembra aver dato ragione alle loro tesi. Ha ringraziato Bondi per il lavoro svolto. Ha lasciato scadere il suo piano al termine di «una partita opaca» dove i concorrenti dell’Ilva «hanno giocato contro di lui senza mettere i soldi» per salvare Taranto, ha detto Massimo Mucchetti, presidente della Commissione industria del Senato. E venerdì scorso ha affidato l’Ilva a Piero Gnudi, il “Cuccia di Bologna”, amico da sempre di Guidalberto Guidi, padre del ministro Federica con cui è stato commissario della Fochi. Incaricato, pare evidente, di prestare un orecchio più attento di quello di Bondi alle richieste di Federacciai («il governo deve fare più industria e meno Confindustria », ha attaccato Mucchetti), abbandonando la linea intransigente su ambiente e occupazione del suo predecessore. Il suo è in ogni caso un compito da far tremare i polsi. E ad alto rischio. Il tempo è a poco – visto che già sarà un miracolo mettere assieme gli stipendi di giugno – e servono tanti soldi (se non i 4,2 di Bondi «almeno 2,5-3 miliardi», ammette Gozzi). Chi ha a disposizione queste cifre? Nel nostro paese – pure la seconda potenza europea dell’acciaio – nessuno. Serve dunque un pivot straniero. Arcelor Mittal ha già incontrato i vertici del ministero, disposta a valutare il dossier di Taranto assieme ad Arvedi e Marcegaglia. I coreani di Posco hanno timidamente bussato a Roma e si parla anche di qualche interesse dall’Ucraina. Trovati i soldi, una missione già di suo non facile, sarà necessario trovare un piano che garantisca bonifiche e occupazione. Operazione forse ancor più complessa. «La mia presenza è legata al piano ambientale » ha fatto sapere il vicecommissario Edo Ronchi. Qualcuno teme operazioni “spezzatino” o un calo della guardia della prevenzione sulla questione della salute. «Si profila il rischio di uno spezzatino con l'Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate tagliando l'occupazione », è l’allarme di Mucchetti. Gozzi, il vero king maker dietro il ribaltone a Taranto, smentisce: «Io quest’ipotesi non l’ho mai sentita e Taranto sopravvive solo con una produzione di 8-9milioni di tonnellate l’anno come oggi», prova a rassicurare tutti il numero uno di Federacciai, aggiungendo però un po’ sibillino che «il problema è la razionalizzazione del comparto italiano dei prodotti piani e dei rivestiti».

Il Governo in questa partita ha avuto e avrà un ruolo che non è certo solo quello del convitato di pietra. E l’impressione è che il siluramento del piano Bondi sia l’anticamera di un nuovo progetto messo a punto da Gnudi più vicino ai desiderata dei privati che potrebbero comprare l’azienda. Quali sono? A spiegarli è Gozzi: Il nuovo piano industriale, sostiene, «dovrà essere fatto rispettando le normative ambientali europee – sostiene per esempio Gozzi – E le cokerie ci sono in tutto il continente». Appello chiaro ad abbassare l’asticella dell’Aia: «Serve una riflessione su Aia e ambientalizzazione». Il rischio, sostiene il combattivo numero uno di c, è che «nessuno investa qui a condizioni troppo restrittive». In prossimi giorni diranno quanto Gnudi e Renzi sono disposti a concedere su questi fronti, dove come al solito a Taranto le esigenze occupazionali e di continuità aziendale rischiano di scontrarsi con il diritto alla salute. Il rischio è che comunque non ci sia il tempo per mettere assieme una cordata prima della fine dei soldi in cassa. E in quel caso potrebbe scattare l’opzione della Legge Marzano. Ipotesi che dispiacerebbe forse a Riva e banche, che potrebbe creare seri problemi di perdita di posti di lavoro ma che sarebbe gradita ai nuovi soci che si ritroverebbero davanti una newco più leggera e meno indebitata. Si vedrà. Possibile che le banche accettino un taglio alla loro esposizione, come hanno fatto nella partita per Alitalia. La Cdp, ora alla finestra, potrebbe fare un pensierino all’ingresso in cordata. Certezze non ce ne sono. Nemmeno di riuscire davvero a salvare la siderurgia di Taranto. I dipendenti dell’Ilva (e gli abitanti che vivono a fianco dello stabilimento) sperano che i compromessi, alla fine, non vengano fatti sulla loro pelle. (Rep)

Contenti gli amici dei Riva: ancora un altro giro di giostra!

All'Ilva servono risorse e fiducia


Non basta il semplice cambio di commissario, da Enrico Bondi a Piero Gnudi, per realizzare all'Ilva quel cambio di passo auspicato nei giorni scorsi dal premier Matteo Renzi. Gnudi, infatti, si insedia trovando gli stessi problemi che ha lasciato Bondi, semmai resi ancora più complicati, perché, è evidente, la situazione dell'Ilva peggiora di giorno in giorno in assenza di correttivi.
Immettere un po' di soldi nelle casse ormai vuote, è probabilmente la prima cosa che dovrà fare il nuovo commissario. Perché se arrivano risorse fresche, i magazzini tornano a rifornirsi dei pezzi mancanti, i cantieri dell'Aia riprendono a girare, si allontana lo spettro di un blocco dell'Aia, fornitori e imprese vengono pagati e vedono ridursi il loro credito, gli stessi dipendenti riscontrano qualche garanzia in più per i loro stipendi futuri. Se invece la liquidità resta com'è adesso, la condizione finanziaria dell'azienda si avvita ulteriormente e l'Ilva fa altri passi avanti sulla strada del declino. Gnudi questo lo sa. Il punto è come e dove trovare le risorse.
E qui dovrebbe portare una schiarita l'avvento del nuovo commissario nel senso che il raccordo tra gestione commissariale, banche – con le quali la trattativa è aperta da settimane – e privati, ovvero gli azionisti attuali (i Riva) e quelli futuri o possibili (Arcelor Mittal, Arvedi e Marcegaglia), dovrebbe essere, almeno si spera, più fluido e garantire all'azienda la possibilità di una ripresa. Tocca a Gnudi infatti trovare un punto di sintesi e realizzare quel dialogo operoso tra azienda, banche e mondo dell'impresa che a Bondi non è riuscito per i dissensi che ha incontrato il suo piano industriale, ora in stand by, per la freddezza manifestata dagli istituti di credito, per le forti perplessità generate dalla sua scelta di puntare, nella produzione dell'acciaio a Taranto, sul preridotto di ferro tagliando le cokerie, scelta che Federacciai ritiene diseconomica.
La salvezza dell'Ilva dipende sì dall'operato del commissario, ma anche dall'approccio che da ora in poi avranno banche e industriali dell'acciaio e dall'impegno che metterà il Governo. Più costruttivo sarà, più finalizzato a salvare e rilanciare l'azienda sarà, nella consapevolezza che è un asset di rilievo per l'industria italiana, più l'Ilva si allontanerà dal baratro nel quale rischia di precipitare. E ne guadagneranno anche la fiducia, il consenso sociale e il clima generale di una città, Taranto, oggi legata a doppio filo alle sorti della più grande acciaieria europea. Oggi fiducia e consenso latitano molto, anzi sono quasi totalmente assenti. Parlando di Ilva c'è solo una percezione negativa.
Ieri per i danni causati dall'inquinamento, oggi anche per i tagli, sebbene nessuno sinora li abbia annunciati. Probabilmente bisognerà rifare il punto sulla strategia da mettere in campo per l'Ilva, probabilmente su alcuni aspetti bisognerà aprire una discussione, ma il contesto nel quale collocare l'intera operazione, nonché ruolo e aspettative dei vari attori sociali, sono elementi che non possono essere trascurati. (Sole24h)

martedì 3 giugno 2014

Piano piano... a suon di annunci (vuoti) si prepara la sorpresa!


Nelle prossime settimane potrebbero esserci novità in merito alla questione dell'azienda siderurgica Ilva ma per il momento, mentre si stanno abbozzando possibili soluzioni, è prematuro qualsiasi commento.
Lo ha detto oggi Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo, tra i creditori di Ilva, a margine di un convegno a Milano.
"Credo che nel corso delle prossime settimane ci potranno essere novità", ha detto Messina.
"E' una fase in cui si stanno abbozzando delle soluzioni, quindi è prematuro" fare previsioni, ha aggiunto il Ceo.
Domani scade ufficialmente l'incarico del commissario governativo dell'Ilva, Enrico Bondi, ma secondo alcune fonti l'esecutivo di Matteo Renzi non sarebbe intenzionato a rinnovagli l'incarico. A metà mese invece il governo deve rispondere alla proposta di piano industriale presentata da Bondi, contestata sia dai Riva - la famiglia proprietaria dell'azienda, commissariata lo scorso anno per garantirne alla bonifica ambientale - che da Federacciai.
La famiglia Riva si è detta disponibile a partecipare all'aumento di capitale per circa 1,8 miliardi di euro di Ilva, ma ha chiesto all'esecutivo di avere voce in capitolo sulla governance dell'azienda.
Nei giorni scorsi, il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha anche sondato le intenzioni di ArcelorMittal , il gigante mondiale dell'acciao, che secondo alcune fonti sarebbe interessato a Ilva.
Interesse per l'azienda - che a Taranto possiede la più grande acciaieria d'Europa - è stato espresso anche da Marcegaglia e dal gruppo Arvedi, che puntano a una possibile cordata con un partner straniero. (Reuters)

giovedì 29 maggio 2014

Bondi: mummia usa e getta. Avanti un'altro (condannato)?


Aguzza la vista: dov'è Bondi?

Ilva, Renzi fa traballare Bondi: “Così non si va avanti, serve cambio di passo”

La poltrona di Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, è sempre più a rischio. Le parole di Matteo Renzi alla direzione del Pd non sembrano lasciare spazio ad altre ipotesi. “Così non si va avanti – ha detto il premier sullo stabilimento siderurgico di Taranto – c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Una dichiarazione alla quale è immediatamente seguita l’affermazione del governatore di Puglia, Nichi Vendola, secondo il quale “se Renzi decide di voltare pagina” e di “chiudere l’esperienza di governo commissariale dell’Ilva, difficilmente gli si può dare torto”. Non solo. Vendola ha aggiunto che “dalle dichiarazioni di agenzia il presidente del Consiglio intende chiudere l’esperienza di governo commissariale per Ilva. Sarebbe utile prendere atto di una gestione che ha avuto sin dall’inizio carattere di contraddittorietà, visto che Bondi era l’uomo scelto dai Riva come amministratore delegato e dal governo come Commissario che doveva estromettere gli stessi Riva nella gestione dell’azienda”, ma “non è stata in grado di portare ad una riqualificazione e a un vero piano industriale”.
Insomma, giorni contati per Bondi? Forse. Tanto più che il suo mandato scade il 4 giugno. Quello che è certo ed emblematico, al momento, è che in una giornata di incontri decisivi tra il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, i sindacati, gli imprenditori e le associazioni di industriali sul futuro della fabbrica ionica, il commissario Bondi non c’era. Il commissario, infatti, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, ma non ha partecipato al tavolo della siderurgia e nemmeno a quello tra i gruppi imprenditoriali interessati al salvataggio dell’Ilva. C’era, però, l’attuale commissario della Lucchini, Pietro Nardi, che è il possibile successore di Bondi anche se fresco di condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo da parte del Tribunale di Taranto in quanto insieme ad altri 28 ex dirigenti dell’Ilva come lui. 
Seduti, intorno a quel tavolo, c’erano anche i sindacati, il Gruppo Riva, i rappresentanti del colosso della siderurgia Arcelor Mittal e anche Antonio ed Emma Marcegaglia, presidente e vicepresidente di Marcegaglia spa che già un mese fa aveva dichiarato che sull’ipotesi di un salvataggio dell’Ilva, la società del presidente dell’Eni avrebbe potuto fare la sua parte. Al tavolo per la siderurgia, però, l’unico argomento ufficiale di discussione è stata l’implementazione nazionale dello Steel action plan europeo e il punto sulle principali vertenze aziendali. Fim, Fiom e Uilm hanno consegnato il documento finale dell’Assemblea nazionale delle Rsu svolta a Roma il 23 maggio scorso ribadendo la necessità di “un salto di qualità nelle politiche di settore che oggi è urgente compiere per salvaguardare un’industria strategica per il Paese”.
Insomma sulle ipotesi della “nuova Ilva” niente ufficiale. Ad ufficializzare il delicato momento dell’Ilva e l’oscuro futuro di Bondi, però, ci ha pensato il senatore Pd Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, che dal suo blog ha fatto sapere che “sull’Ilva si sta giocando una partita opaca” perché i Riva, concorrenti privati dell’Ilva, non vogliono il rinnovo di Bondi. Proprio loro che lo avevano nominato amministratore delegato della società solo qualche mese prima della chiamata del governo. Proprio loro che “soldi sul tavolo non ne mettono” ha scritto l’ex vice direttore del Corriere della Sera che ha poi delineato il futuro dell’Ilva come uno “spezzatino”: l’Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate, tagliando l’occupazione”. Una possibilità, quindi, che ancora una volta colpirebbe i lavoratori di Taranto. (FQ)

mercoledì 28 maggio 2014

Riva e Renzi, cronaca di un idillio annunciato?

Ilva, Riva: "Piano Bondi poco credibile. Pronti a investire, ma non da soli"

La famiglia Riva si era detta disponibile a discutere con il commissario del piano industriale, ma oggi Claudio Riva, in una intervista al Sole 24 Ore, traccia un quadro più chiaro della situazione, mettendo nero su bianco tutte le perplessità dei proprietari del siderurgico che, dice, perde 80 milioni di euro al mese. "Con noi guadagnava", sottolinea.
Il figlio di Emilio, morto ad aprile scorso, apre però al governo Renzi. "Con il governo Renzi in questi ultimi giorni è stato avviato un dialogo che con il governo Letta era totalmente mancato - spiega - per noi si tratta di un passo in avanti non irrilevante. Il primo obiettivo di questo governo, ci pare, è salvare l'Ilva. Insieme ad altri, sia come azionisti sia come gestori, con un piano industriale credibile, noi ci siamo".
Il piano industriale presentato dal commissario Enrico Bondi "è poco credibile sulle tecnologie e privo di solidità finanziaria", dice Riva. Parlando dell'aumento di capitale, "l'unica cosa sicura è che l'Ilva perde 80 milioni di euro al mese. Con noi, l'Ilva guadagnava. Non credo che nessun investitore metterebbe un euro in una società che brucia così tanta ricchezza. Prima in una impresa si tappa la voragine, e poi si mettono altri soldi. Non importa che sia o no commissariata", dichiara Riva, che sottolinea: "Per chiederci un impegno finanziario considerevole, le regole di ingaggio devono essere chiare. E non può che stabilirle il governo".
Nel frattempo, a Taranto, l'Unione sindacale di base (Usb) ha scritto a Bondi, chiedendo di sottoporre tutti i lavoratori del reparto carpenteria ex Pla1 dell'Ilva, dove una quindicina di lavoratori hanno contratto patologie tumorali e disfunzioni alla tiroide, a "immediati e urgenti accertamenti sanitari in strutture specializzate". La lettera è stata inviata anche al capo del personale e al responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva, al medico di fabbrica, al direttore dell'Arpa Puglia, allo Spesal, e, per conoscenza, ai ministeri dell'Ambiente e della Salute, al presidente della Regione Puglia, al sindaco di Taranto e alla procura della Repubblica di Taranto.
L'Usb ricorda che "solo pochi giorni fa si è spento all'età di 39 anni Nicola Darcante, lavoratore dello stesso reparto, a cui fu diagnosticato a novembre un carcinoma alla tiroide metastatizzato. In queste ore - aggiunge il coordinatore provinciale Usb, Francesco Rizzo - ci giunge notizia di un altro lavoratore che presenta problemi alla tiroide". Il sindacato di base chiede che "venga immediatamente avviato uno studio epidemiologico trasparente affidato a strutture competenti e, inoltre, nel dubbio e fino ad esclusione del nesso di casualità, l'immediata evacuazione dei lavoratori dal reparto". (Rep)

lunedì 26 maggio 2014

Uno Stato sotto scacco della famiglia Riva (plurinquisita)


Siamo allo scambio di letterine di buoni propositi...
Miseria nazionale.


Ilva, Riva risponde a Bondi: disponibili ad esaminare piano per Taranto



Il gruppo Riva è disponibile ad esaminare e approfondire il piano industriale e ambientale per la riconversione dello stabilimento siderurgico di Taranto predisposto dal commissario straordinario, Enrico Bondi.
"Oggi, come già annunciato da Claudio Riva venerdì scorso, è stata inviata la lettera di risposta del gruppo in cui si sottolinea la disponibilità a proseguire nell'approfondimento e nell'analisi del piano", dice a Reuters una fonte vicina al gruppo.
Venerdì scorso, a Milano, si è svolto un incontro fra Claudio e il cugino Cesare Riva, passati alla guida del gruppo dopo la morte di Emilio Riva, con Bondi proprio per discutere di questo piano particolarmente complesso.
Al termine del faccia a faccia, Claudio Riva disse che: "Il futuro è sicuramente molto complicato. Spero che ci sia un futuro per l'Italia siderurgica. Senza Taranto, senza lo stabilimento, senza un futuro per l'Ilva penso che ci sia poco futuro per l'Italia".
Il piano di Bondi, in scadenza come commissario per l'Ilva di Taranto il prossimo 4 giugno, prevede di riconvertire lo stabilimento tarantino - al centro di un'inchiesta per disastro ambientale che nell'estate 2012 ha portato al sequestro dell'area a caldo dello stabilimento - alla produzione del preridotto, che comporta un maggiore utilizzo del gas naturale rispetto alle cokerie. Per portare avanti questo progetto occorre, però, un impegno finanziario di oltre 4 miliardi di euro.
Il piano - fortemente osteggiato dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, perché farebbe aumentare notevolmente i costi per il suo massiccio utilizzo del gas - per essere implementato ha bisogno di un aumento di capitale e questa potrebbe essere l'occasione affinché alcuni imprenditori siderurgici si facciano avanti. E i pretendenti sembrano non mancare: dal gruppo Arvedi, alla disponibilità già espressa da Marcegaglia e da Arcelor-Mittal.

giovedì 22 maggio 2014

L'ilva non si può chudere. Taranto si

Federacciai boccia la gestione Bondi all'Ilva. E lancia l'allarme: «L'azienda sta per fallire»

Dopo un anno di gestione commissariale di Ilva, il bilancio di Federacciai sulla cura Bondi è nettamente negativo. «Bastava avere l'umiltà di comprendere una verità semplice - ha detto il presidente Antonio Gozzi davanti alla platea degli associati -: senza una proprietà e una governance normale nessuna impresa è capace di generare le risorse necessarie per gli interventi ambientali e per il rilancio produttivo».
Per Gozzi, Bondi è un «commissario che conosce poco la siderurgia». Federacciai lancia l'allarme: Ilva sta per fallire. In un anno la produzione è crollata, l'azienda «perde tra i 60 e i 70 milioni al mese, la sua condotta commerciale ha distrutto capitale circolante per oltre un miliardo e provocato gravi perturbazioni sul mercato». Secondo il giudizio di Gozzi «invece di proporre improbabili piani industriali su alcuni presupposti economicamente discutibili come quello del preridotto», Bondi «avrebbe dovuto occuparsi di ricostruire rapidamente la normalità della gestione aziendale, cercando di mettere insieme una compagine societaria credibile e capace, a cui affidare la stesura del piano industriale e il reperimento delle risorse finanziarie». Per Federacciai ora occorre voltare pagina. «La ricostruzione di un'ipotesi credibile sia dal punto di vista industriale che finanziario», coinvolgendo la famiglia Riva, «richiederà tempo e nella transizione ci sarà bisogno dello Stato per accompagnare il processo - ha concluso Gozzi -. Le prossime settimane saranno cruciali».
Un appello al mondo della siderurgia, perché contribuisca ad alimentare una nuova fase per Ilva. Il viceministro Claudio De Vincenti ha difeso, ieri durante l'assemblea di Federacciai, la scelta commissariale del Governo Letta per gli impianti di Taranto. Sottolineando però, in parallelo, la necessità di aprire, d'accordo con le sollecitazioni del presidente dei siderurgici Antonio Gozzi, una nuova fase. «Con il Governo Letta siamo partiti da un presupposto - ha detto il viceministro -: impedire che Ilva chiudesse, a tutela dell'acciaio italiano. Se oggi possiamo ragionare su un futuro, su una nuova compagine azionaria, è perché Ilva è stata salvata un anno fa». Per De Vincenti ora bisogna affrontare un piano industriale che garantisca competitività e «lavorare al futuro di Ilva. È essenziale il rapporto con il mondo della siderurgia italiano - ha detto il viceministro -. È giusto, a questo punto, chiedere a voi imprenditori di entrare in campo e di giocare questa partita fino in fondo». (Sole24h)

domenica 18 maggio 2014

Lo spirito di sopravvivenza del faraone Bondi

Ilva, Bondi revoca l'avvocato dei Riva indagato

La decisione è presa. Il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, ha revocato il mandato agli avvocati Francesco Perli e Roberto Marra in merito alla difesa dell'azienda nell'udienza al Tar di Lecce il prossimo 5 giugno. Udienza relativa ad un ricorso presentato dalla stessa Ilva contro il ministero dell'Ambiente, la Regione Puglia e i Comuni di Taranto e Statte a proposito delle procedure e delle metodologie operative da seguire nelle aree aziendali da sottoporre a bonifica dall'inquinamento. Oltre a revocare il mandato ai due legali, il commissario non risconoscerà nemmeno il testo della memoria difensiva che Perli e Marra avevano preparato. In queste ore i consulenti legali di Bondi sono al lavoro per mettere a punto la revoca.
Il caso era esploso giovedì scorso proprio mentre Bondi, a Roma, si accingeva ad incontrare i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm per la prima presentazione del piano industriale dell'azienda, quello finalizzato all'aumento di capitale e al rilancio produttivo. Conosciuto il testo del ricorso dell'Ilva, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, aveva infatti scritto al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, contestando le tesi degli avvocati, evidenziando come Bondi, pur essendo un commissario nominato dal Governo, avesse avallato una linea conflittuale dell'azienda verso le istituzioni pubbliche, e mettendo soprattutto in evidenza come uno dei due avvocati, Francesco Perli di Milano, fosse uno dei legali a cui più volte si è affidata la famiglia Riva nei procedimenti amministrativi. Non solo: Perli è anche tra le 49 persone (erano 50 prima della morte di Emilio Riva avvenuta lo scorso 30 aprile) per le quali la Procura di Taranto ha chiesto al gup il rinvio a giudizio e la prima udienza è in calendario il 19 giugno. Pesante l'accusa verso Perli: associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Una serie di intercettazioni telefoniche, inserite nei fascicoli dell'indagine giudiziaria, vedono infatti Perli «premere» sui responsabili della struttura del ministero dell'Ambiente delegata al rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale all'Ilva (il periodo è il 2011 e l'Autorizzazione viene rilasciata il 4 agosto dello stesso anno). Un'Aia contestata, quest'ultima, perchè ritenuta inefficace ma soprattutto «pilotata» dall'Ilva tant'è che finirà sotto la lente degli inquirenti e verrà poi riesaminata e modificata con l'Aia che ad ottobre 2012 rilascerà l'allora ministro Corrado Clini.
L'appuntamento del 5 giugno
Nel ricorso che si sarebbe dovuto discutere al Tar il 5 giugno e che parte da un procedimento avviato dai Riva nel 2009, Perli e Marra contestano fortemente le prescrizioni di Arpa Puglia e Regione ai fini della bonifica, le definiscono «sempre più onerose e eccessive», prive di «alcuna analisi effettiva», ma soprattutto dicono che sono finalizzate «ad alimentare ingiustificatamente il business ambientale a spese dell'operatore economico di turno» perchè l'Arpa «si fa lautamente pagare quasi 1.500 euro ciascuno i campionamenti». Ed è proprio quest'attacco degli avvocati nel ricorso fatto per conto di Bondi, che ha spinto Vendola a muoversi verso Renzi.
«Il testo di quel ricorso non è mai stato fatto vedere in anticipo ai commissari, Bondi nelle sue mail non lo ha ritrovato, tant'è che ieri ce lo siamo fatto mandare - dice il sub commissario Edo Ronchi -. Gli avvocati hanno utilizzato il mandato conferito loro tempo addietro dalla proprietá e hanno scritto l'atto i cui contenuti, però, vanno ben oltre il perimetro di una difesa. Non avrei mai accettato, infatti, termini come "business ambientale"». Di qui, dunque, la decisione di revocare Perli e Marra ma anche di non risconoscere il testo presentato. Adesso si dovrebbe procedere con un nuovo incarico legale e resta da vedere cosa accadrà nell'udienza del 5 giugno.
L'aumento di capitale
Sul fronte industriale, invece, consegnato il piano ai Riva perchè si esprimano sull'aumento di capitale, e discusso sia col Governo che con i sindacati, l'ipotesi è che nella prossima settimana non accada nulla di particolare anche perchè si è alla vigilia delle elezioni europee. «Dopo ci aspettiamo buone novità» commenta Ronchi. L'opzione in campo, anche perchè più immediata temporalmente, resta sempre quella di un finanziamento ponte da parte delle banche per consentire all'Ilva di superare la crisi finanziaria che la sta bloccando. I sindacati, dopo il confronto con Bondi, dicono che servirebbero 7-800 milioni. Sull'aumento di capitale e sulla risposta dei Riva, Bondi - riferiscono i sindacati - non si sarebbe mostrato pessimista. Potrebbero sottoscrivere - avrebbe detto il commissario secondo la versione sindacale - parte dell'1,8 miliardi di fabbisogno che indica il piano. In ogni caso la risposta dei Riva è attesa entro il 23 maggio tant'è che i sindacati hanno già fissaro con Bondi un nuovo incontro per il 28. (Sole24h)

sabato 17 maggio 2014

Mummie nella tempesta

Ilva, l’uomo dei ricorsi di Riva e Bondi sotto inchiesta per disastro ambientale

Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione di sostanze alimentari, concussione, rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio. Sono le ipotesi di reato contestate dalla procura di Taranto nell’inchiesta “Ambiente svenduto” all’avvocato Franco Perli, il consulente legale della famiglia Riva che nei giorni scorsi è stato confermato come amministrativista dell’Ilva targata Enrico Bondi. Al commissario straordinario nominato dal governo Letta, evidentemente, non sono bastate le polemiche legate alla scelta dell’ex guardasigilli Paola Severino (che firmò il primo decreto salva Ilva) come difensore della fabbrica commissariata o la bufera per il dossier che firmato dai consulenti di Riva e inviato da Bondi alla Regione nel quale si sosteneva che a Taranto ci si ammalava di tumore per le sigarette e non per le emissioni nocive della fabbrica.
Nei giorni scorsi, infatti, Bondi ha inviato al Tar di Lecce una memoria redatta dall’avvocato Perli nella quale oltre a ribadire “l’insussistenza di qualsiasi nesso di causalità” tra i tumori e le attività industriali dell’Ilva e la revoca dei vincoli per Taranto come Sito di interesse nazionale a causa dell’inquinamento, l’ex legale dei Riva accusa addirittura le istituzioni locali e nazionali di aver imposto all’Ilva prescrizioni “sempre più onerose ed eccessive” che solo in apparenza puntavano al miglioramento delle condizioni ambientali dato che il reale obiettivo era da un lato quello di “alimentare ingiustificatamente il business ambientale” e dall’altro addirittura quello di “impedire la prosecuzione dell’attività industriale”.
Frasi che sembrano ricalcare esattamente le strategie seguite nell’era dei Riva. Del resto Franco Perli è l’uomo che, ignaro di essere intercettato, al telefono con Fabio Riva confessa di aver scritto il testo dell’Autorizzazione integrata ambientale che il ministero avrebbe solo dovuto approvare. Parole pubblicate da tutti i quotidiani nazionali che, tuttavia, sembrano non aver influito sulle decisioni di Bondi. “Siamo arrivati al negazionismo – ha affermato Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi – per Bondi l’area Sin a Taranto è illegittima perché non è dimostrato che le aree sono inquinate. Questo, insieme alla scelta dell’avvocato Perli, è di una gravità inaudita. Renzi deve rimuoverlo immediatamente. Senza se e senza ma”. (FQ)

Ilva, è bufera sul commissario Bondi: "Nega i veleni"

Secondo il commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi, a Taranto l'inquinamento non esiste. Lo ha scritto nero su bianco in un ricorso che il 3 maggio ha ripresentato al Tar di Lecce. A firmarlo i due legali, Roberto Marra e Francesco Perli. Perli non è un nome qualsiasi: è il legale dei Riva sul quale pende una richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al disastro colposo. Quello che, secondo la Procura, per conto dei Riva infiltrava le istituzioni, dal ministero alla Provincia, per evitare che si svolgessero controlli: "Tranquillo, non avremo sorprese" diceva ad Archinà subito dopo aver parlato con alcuni componenti della commissione che doveva rilasciare l'Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale.
Ma a sorprendere, oltre alla nomina di Perli - che secondo alcune indiscrezioni arrivate in serata potrebbe essere presto ritirata da Bondi - è quello che è scritto nel ricorso presentato nel 2009 e che il 3 maggio del 2014 Bondi "ha ripresentato per l'accoglimento" come si legge negli atti ufficiali. "Sulla base della completa assenza di qualsiasi indicatore che evidenzi una situazione di criticità ambientale - scrive il commissario, che ricorre contro il Ministero dell'Ambiente che gli aveva imposto alcune misure di sicurezza  - imponete a Ilva di trattare quei terreni come fossero inquinati". Come fossero.
La memoria è la stessa che giovedì aveva fatto saltare sulla sedia il presidente della Regione, Nichi Vendola, tanto da spingerlo a scrivere presidente del consiglio, Matteo Renzi, per chiedere un intervento. "L'azienda nel ricorso - aveva attaccato il Governatore - afferma che gli adempimenti tecnico scientifici prescritti da Arpa e Regione nel quadro di un procedimento di liberalizzazione di aree contaminate, sarebbero stati disposti non già in un'ottica di protezione ambientale e sanitaria, bensì in base ad un fine sviato, cioè quello di 'alimentare ingiustificatamente il business ambientale' per assicurare ad Arpa un introito legato all'esecuzione di attività analitiche". Mille e cinquecento euro ad analisi, aveva sostenuto. Ma Bondi dice ancora di più: attacca il Comune, accusato di aver chiesto all'azienda strumentalmente un risarcimento milionario quando le opere di ambientalizzazione non erano state fatte per colpa del Comune che non aveva rilasciato le autorizzazioni.
"Il commissario è arrivato a dire - attacca il portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli - che il sito Ilva non è contaminato né dalla diossina né dai furani. Ormai siamo al negazionismo e al paradosso che un commissario nominato dal Governo per la bonifica presenta un ricorso contro un atto del governo che perimetra il territorio entro il quale devono essere fatte le bonfiche". I Verdi chiedono le dimissioni di Bondi e del sub commissario Ronchi. Dimissioni che quasi certamente non arriveranno anche se nel Governo sono in tanti a cominciare ad avere non pochi dubbi sul ruolo dell'ex risanatore della Parlamalat scelto dal governo di Enrico Letta. "Diventa un problema - dicono da Palazzo Chigi se non garantisce più la terzietà".
Nella serata di ieri Bondi stava valutando la possibilità di revocare l'incarico di Perli che effettivamente si trova in una situazione molto imbarazzante, visto che tra meno di un mese si dovrà presentare a rispondere davanti al gup di Taranto di accuse pesantissime in concorso con i Riva e contemporaneamente si trova a difendere colui che ha commissariato la vecchia proprietà. Accanto a questo quadro c'è una situazione economica sempre più delicata: i soldi in cassa

sono praticamente finiti, le banche italiane sono restie a concedere crediti. Non a caso Confindustria pensa a una manifestazione di protesta mentre la Fiom invita lo Stato a intervenire ricapitalizzando tramite la Cassa depositi e prestiti e a subentrare nel pacchetto azionario al posto dei Riva. (RepBa)


venerdì 16 maggio 2014

Il ritorno della Mummia dei Riva!

Esiste l'arbitro di parte che avvantaggia una delle due squadre e quello che in campo vede una sola squadra.
Enrico Bondi è il secondo!
E l'abbiamo sempre detto.
Quanti schiaffi in faccia dobbiamo ancora prendere da questo servo infedele dello stato corrotto? 

 

Lettera aperta al Presidente Matteo Renzi


ENRICO BONDI VA DESTITUITO IMMEDIATAMENTE


Il 5 maggio 2014, al TAR di Lecce è stata depositata la “Memoria conclusionale nell’interesse di Ilva SpA per l’udienza pubblica del 5 giugno 2014” di cui allego copia delle pagine 1, 33 e 34. Essa riguarda il ricorso r.g. n. 45/2009 di Ilva SpA contro alcuni provvedimenti sulle bonifiche del territorio di Taranto emanati alla fine del 2008 dalla Direzione Generale Qualità della Vita del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare; è diretta contro il Ministero dell’ambiente nonché nei confronti di Comune di Taranto, Comune di Statte, Provincia di Taranto, Regione e Commissario straordinario Puglia, ARPA Puglia, APAT (ora ISPRA), ASL/TA e nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e di altri 5 Ministeri.
La “memoria” è un’incredibile mescolanza di citazioni improprie, di accuse infondate e di travisamento di norme e direttive. In estrema sintesi, essa vorrebbe dimostrare che il mancato adeguamento degli impianti dello stabilimento di Taranto alle norme AIA non è di responsabilità dei Riva proprietari di Ilva SpA ma di Ministero dell’ambiente, Regione Puglia, ARPA Puglia, Comuni di Taranto e Statte e altro.
Sono 34 pagine allucinanti che mistificano questioni relative all’AIA di Ilva Taranto spaziando dal 2005 ai nostri giorni. Riporto uno stralcio di pag. 21/22 della “memoria” come esempio di travisamento: “Essi (NdR: gli interventi di adeguamento ambientale) sono infatti preordinati o ad imporre oneri o prescrizioni sempre più onerose ed eccessive, in sostanza ad alimentare ingiustificatamente il business ambientale a spese dell’operatore economico di turno (si suggerisce infatti all’Arpa di rifare i campionamenti delle analisi integrative, campionamenti che Arpa Puglia si fa lautamente pagare quasi 1.500,00 euro ciascuno,-  ns.  doc 10), ovvero, addirittura impedire la prosecuzione dell’attività industriale in loco”.
Gli Enti pubblici citati provvederanno a replicare e demolire la “memoria”. Per parte mia, mentre mi riservo di pubblicare a breve dettagliate osservazioni tecniche, manifesto immediatamente l’irrefrenabile indignazione suscitata dalla conclusione della “memoria”: “La Società Ilva SpA in persona del Commissario Straordinario dott. Enrico Bondi, rappresentata in giudizio dagli avv.ti Francesco Perli e Roberto Marra, insiste per l’accoglimento del presente ricorso. Con osservanza. Milano – Lecce 03.05.2014. Avv. Roberto Marra Avv. Francesco Perli”.
Il dr. Enrico Bondi, Commissario straordinario di Ilva SpA, nominato dal Governo su mandato del Parlamento per gestire la terribile situazione dello stabilimento di Taranto, ha autorizzato uno stupefacente documento che investe l’AIA originaria di Ilva Taranto e successive integrazioni connesse con leggi dello Stato, elaborato dall’avv. Francesco Perli, una delle 53 persone destinatarie della richiesta di rinvio a giudizio nel processo “Ambiente svenduto” per gravi reati commessi proprio durante il procedimento per il rilascio dell’AIA originaria. In quel procedimento Perli è stato presente in qualità di legale di Ilva SpA, proprietà e gestione dei Riva, anche essi destinatari di analoga richiesta di rinvio a giudizio.
E’ imperdonabile che Bondi non si sia reso conto né della incompatibilità a sottoscrivere il mandato all’avv. Perli che ha rappresentato la vecchia gestione Ilva, né della conclamata inadeguatezza ed inopportunità di un ricorso che contesta il Ministero ed è contro il Governo che l’ha nominato. In ultimo, ricordiamo che Bondi ha anche ricevuto il compito e le funzioni dell’indipendente Garante dell’AIA di Ilva nei confronti dell’opinione pubblica, improvvidamente soppresso. E’ così che Bondi intende garantire i tarantini? Possibile che abbia avallato quella “memoria” senza leggerla, né farla leggere al sub - commissario prof. Edo Ronchi che non è un ambientalista ingenuo? Bondi ormai deve andare via da Taranto. Da tarantino, chiedo a Matteo Renzi Presidente del Consiglio dei Ministri di destituirlo immediatamente da Commissario Straordinario di Ilva SpA.

Ing. Biagio De Marzo, già componente del Comitato per Taranto, già presidente di ALTAMAREA 




Ilva: Bonelli vs Bondi, via a raccolta firme per dimissioni

Il commissario ILVA Enrico Bondi ha affidato all’avv. Perli l’incarico di procedere con un ricorso legale al TAR di Lecce per chiedere che la città di Taranto non sia considerata zona SIN (siti da bonificare nazionali), in quanto non è dimostrato l’inquinamento di tali zone né esistono degli indicatori che dimostrino e determinino l’entità di un eventuale inquinamento.
Secondo Bondi, che l’anno scorso sostenne in una consulenza ormai celebre che una delle cause dell'elevata insorgenza dei tumori nei tarantini fosse dipesa da un eccessivo consumo di tabacco, l’ILVA non è contaminata da diossina e furani.

Angelo Bonelli dei Verdi esprime ancora una volta sdegno e incredulità dinanzi a una strategia difensiva tendente a capovolgere la reale drammatica situazione tarantina. Bonelli ricorda che “la notizia dell’affidamento del mandato all’avv. Perli è una cosa stupefacente e scandalosa in quanto l’avv. Perli è sottoposto a una richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale”.
Prosegue il leader dei Verdi: “Ho scritto a Renzi affinchè senza indugio provveda a dimettere Bondi perché ciò che ha fatto è di una gravità inaudita e faccia lo stesso anche per il commissario Ronchi che non ha preso le distanze da una memoria legale piena di gravi considerazioni ambientali”.
Conclude Bonelli: “Raccoglieremo le firme per chiedere le dimissioni della struttura commissariale per rispetto per Taranto e dei tarantini”.
Il leader dei Verdi terrà un comizio pubblico di chiusura nazionale per il partito a Taranto domenica 18 Maggio alle ore 18:30 in piazza della Vittoria.  (GiornalediPuglia)

giovedì 15 maggio 2014

Le "perle" di Perli e il formicaio Ilva

Ilva, Vendola scrive Renzi e attacca Bondi: "Diffamati dai legali del siderurgico"

Accuse gravissime, diffamatorie nei confronti della Regione e di quanto ha fatto in questi anni per tutelare la salute dei cittadini. E il commissario del governo che dimentica forse quale sia il suo ruolo. E' durissima la lettera che il governatore Nichi Vendola ha inviato al premier Matteo Renzi per contestare l'atteggiamento del commissario Bondi e informare su quanto affermato nelle carte dagli avvocati del siderurgico ingaggiati nel braccio di ferro tra azienda, magistratura e istituzioni. I legali nelle loro difese hanno sostengono - spiega Vendola a Renzi, ricordando come gli avvocati siamo poi gli stessi dei Riva da sempre -  che le disposizioni imposte dalle norme servirebbero ad "alimentare ingiustificatamente il business ambientale per assicurare all'Arpa un introito legato alle attività analitiche".
"Caro Presidente - si legge - ho appena appreso una circostanza che mi pare gravissima e che mi preme sottoporTi per le Tue prudenti valutazioni. La Regione e l'Arpa Puglia sono impegnare, come puoi immaginare, in numerosi giudizi promossi da ILVA spa in relazione alle attività di risanamento ambientale che le istituzioni locali da anni -con esiti alterni- tentano di imporre all'azienda in una prospettiva di superamento dei rilevanti impatti ambientali e sanitari dello stabilimento tarantino. Va detto, per inciso, che la conflittualità dell'azienda non è venuta meno con l'insediamento della struttura commissariale designata dal Governo, ed anzi si sono recentemente aperti nuovi fronti di contenzioso (in relazione, in particolare, al delicato tema del comparto rifiuti dello stabilimento) che vedono l'ILVA -nella persona del Commissario Bondi- ricorrere avverso i doverosi provvedimenti assunti dal Comune di Statte in relazione ai siti di smaltimento inclusi nel perimetro aziendale; la Regione ha ovviamente assunto la determinazione di intervenire nel processo al fianco dell'Ente locale ed ha già investito di tale azione le proprie strutture legali.
Ma ciò che mi preme riferirTi è che in un giudizio amministrativo risalente al 2009, di prossima conclusione, ILVA ha prodotto difese che contengono affermazioni gravemente diffamatorie, se non calunniose, nei confronti di Regione ed Arpa, travalicando i limiti della normale dialettica processuale. In termini assolutamente inequivoci, l'azienda, a mezzo dell'avv. Perli, afferma che gli adempimenti tecnico scientifici prescritti da Arpa e Regione nel quadro di un procedimento di liberalizzazione di aree contaminate, sarebbero stati disposti non già in un'ottica di protezione ambientale e sanitaria, bensì in base ad un fine sviato, cioè quello  di "alimentare ingiustificatamente il business ambientale" per assicurare ad ARPA un introito legato all'esecuzione di attività analitiche.

Ora, ciò che suscita perplessità nel comportamento -anche processuale- dell'Azienda commissariata è non solo e non tanto la decisione di tenere fermi sia il team difensivo di fiducia della famiglia Riva (peraltro imputato di gravissime condotte antigiuridiche nell'ambito del processo pendente dinanzi al GIP di Taranto) che la linea processuale stabilita dalla proprietà aziendale, ma la decisione del Commissario governativo di accentuare  i toni conflittuali e polemici tra azienda e Istituzioni locali, dimenticando forse quale siano lo scopo e la fonte di legittimazione della gestione commissariale.
Ti prego pertanto di voler assumere ogni iniziativa in Tuo potere per ricondurre l'attività del Commissario ad una linea di interlocuzione e rispetto verso le Istituzioni pubbliche regionali, ferma restando la determinazione dell'Ente da me rappresentato di attivare ogni possibile rimedio a propria tutela".


Ma Vendola non è l'unico a scrivere al premier. Anche il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, si rivolge al premier. Preoccupa la crisi finanziaria. "Le notizie che giungono sulla situazione di crisi finanziaria della gestione commissariale dell'Ilva e delle conseguenze che essa può comportare sul nostro territorio sono fonte di grande preoccupazione sia sul piano dell'ambientalizzazione dello stabilimento che per i livelli occupazionali. Bisogna scongiurare ciò, per cui è necessario che da parte del governo nazionale vengano adottate misure urgenti che evitino che la crisi dell'Ilva precipiti". "Scenari di forti incertezze - aggiunge il primo cittadino - restano sul tappeto: segnalazione di consistenti ritardi nei pagamenti ai fornitori; richiesta di un utilizzo più esteso alla cassa integrazione e le ricorrenti le voci di possibili difficoltà già nei prossimi mesi per far fronte ai pagamenti degli stipendi dei dipendenti". Ma c'è "un altro dato - osserva Stefano - di grandissima rilevanza che potrebbe risentire, già da subito, di questo stato di sofferenza finanziaria dell'Ilva ed è l'attuazione del Piano di risanamento ambientale. La mancanza di risorse finanziarie per attuarlo comporterebbe l'interruzione dell'attività produttiva che è autorizzata, come è noto dall'Aia, a condizione che vengano attuate le misure ambientali prescritte". E' quindi "alto il rischio che nel volgere di poche settimane l'Ilva - conclude il sindaco - possa entrare in una situazione di vera e propria crisi, con gravissime ripercussioni sul piano occupazionale ed ambientale. Individui il governo, sotto la sua guida, le forme più appropriate quanto immediate".


"Stiamo lavorando per aiutare la situazione di Alitalia e Ilva, siamo impegnati molto nella difesa dei presidi industriali italiani". Questo ha assicurato nel frattempo il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Delrio. La vicenda del siderurgico tarantino è dunque all'attenzione del governo, mentre fa discutere anche il fuorionda del deputato di Sel Giorgio Airaudo. Durante la registrazione del programma Taxi Populi, Airaudo si lascia sfuggire alcune confidenze sul presidente del suo partito Vendola e sul premier Renzi. "Nella telefonata Vendola-Archinà - confida l'ex segretario nazionale della Fiom alla conduttrice Natascha Lusenti - c’è un elemento tipico di Nichi e anche tipico della sua omosessualità: la captatio benevolentiae". 

 
La situazione a Taranto è difficile, nonostante arrivino alcuni segnali positivi. L'azienda fa sapere - replicando alle osservazioni di alcune associazioni ambientaliste - che "le prime scadenze del piano ambientale sono già state rispettate" e che "a oggi sono stati emessi ordini per 580 milioni di euro e numerosi cantieri sono in attività". Scenario che però non tranquillizza sul futuro anche lavorativo. 


"Chiediamo al prefetto, che a Taranto rappresenta il governo, e al presidente del Consiglio di intervenire con urgenza per l'Ilva", dice il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo, che stasera presiederà un'assemblea con le imprese appaltatrici del siderurgico e domattina terrà una conferenza stampa. "Il Governo e il Parlamento hanno varato diverse leggi dell'Ilva, adesso assicurino all'azienda le risorse di cui necessita per fare i lavori di ambientalizzazione e pagare i debiti. Penso che sia giusto - osserva Cesareo - che si intervenga per anticipare la possibilità che la legge colloca invece in terza ipotesi, ovvero l'uso dei soldi che sono stati sequestrati ai Riva dalla magistratura di Milano. La situazione delle imprese appaltatrici dell'Ilva di Taranto è drammatica". "Ad oggi - dice Cesareo - le imprese avanzano quattro mesi di fatture non pagate per lavori svolti. La situazione è insistenibile. Ci chiediamo cosa succederà se dovessimo lavorare per altri due tre mesi e non essere pagati ancora dall'Ilva. Se l'azienda dovesse fallire, falliremmo anche noi". Il mancato pagamento da parte dell'Ilva, oltre a riflettersi sulle imprese, si sta infatti automaticamente ripercuotendo sui dipendenti di queste ultime che sono in credito di diversi stipendi.(RepBa)

Tutti insieme per la questua

Solito balletto di cifre da spendere e spese per la (finta) ambientalizzazione dal fronte Ilva e amici sindacati: 


Bondi: 4 mesi per l'iter, 4mld di investimento

TARANTO – Ci vorranno altri 3-4 mesi per completare l’iter formale e far partire il piano industriale dell’Ilva. E’ quanto ha riferito il commissario straordinario, Enrico Bondi, ai sindacati nazionali e locali dei metalmeccanici in un incontro che si è concluso stasera a Roma. Lo rendono noto il segretario nazionale della Fim Cisl, Marco Bentivogli e il segretario provinciale di Taranto, Mimmo Panarelli, secondo i quali “si è avviata la fase istruttoria con Mise e inizierà interlocuzione con azionisti che devono rispondere sull'aumento di capitale entro il 23 maggio”. Il commissario, entro 10 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto, deve trasmettere la relazione sul miglioramento della qualità dell’aria in zona esterna e sull'avvio di almeno l’80% delle prescrizioni Aia.

“Per i prossimi due mesi – aggiungono i sindacalisti – i tempi prescritti dovrebbero essere rispettati” anche se l’andamento aziendale del 2013 non è “risultato brillante” e il “recupero di redditività ancora non è soddisfacente. Piano di recupero costi”.
Il piano industriale è suddiviso in due fasi. “Il periodo 2013-2016 – informano Bentivogli e Panarelli – è di competenza della Gestione commissariale e prevede azioni per il miglioramento della sostenibilità e qualità ambientale e degli aspetti di salute e sicurezza”.
Per il 2017-2020 “si attendono nuove opportunità di leadership in Europa e il riequilibrio finanziario dopo gli investimenti Aia. L'obiettivo è quello di avere una 'nuova Ilvà sostenibile ambientalmente con diverse opportunità di crescita su mercati e segmenti a maggiore valore aggiunto e l’utilizzo su larga scala di tecnologie innovative”.

SERVIRANNO OLTRE 4 MILIARDI - Ammonta a 4,185 miliardi di euro fino al 2020 il programma di investimenti del piano industriale illustrato questo pomeriggio dal commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, alle organizzazioni sindacali. La Fim Cisl precisa in una nota che occorrono per il periodo fino al 2016 1,8 miliardi per Aia, Rischi incidenti rilevanti, Efficentamento energetico, 635 milioni per interventi su Amianto, Adeguamento carri ponte, Biomonitoraggio lavoratori, prevenzione infortuni. Entro il 2020 sono previsti, invece, investimenti tecnici industriali (come ad esempio il rifacimento di Afo5, zincatura nello stabilimento di Genova, forno di pre-riduzione) di innovazione e qualità per 1,75 miliardi.

Il reperimento delle risorse, che resta il vero nodo da sciogliere, è rappresentato dall’aumento di capitale necessario, rispettivamente di 1,8 miliardi e 1,5 miliardi di finanziamento per le due fasi più le risorse interne.
Il piano si propone inoltre di ottenere “maggiore competitività e drastica riduzione degli inquinanti – aggiunge la Fim – grazie a una prima fase di acquisto di ferro pre-ridotto che successivamente sarà prodotto in azienda. Serve gas a giusto prezzo di mercato. Al verificarsi di queste previsioni vi sarà la tutela degli attuali assetti occupazionali”.
Per la Fim Cisl “il piano va sostenuto da tutto il sistema paese, perchè rappresenta il piano di industriale e ambientale più importante del nostro continente con investimenti per oltre 4 miliardi di euro”. (GdM)

Ilva: stiamo risanando prime spese per 580mln

Malgrado «le note difficoltà finanziarie e le ben immaginabili difficoltà tecniche» connesse alla realizzazione del piano ambientale, «anche i lavori relativi alle altre prescrizioni stanno procedendo secondo i programmi con l’obiettivo di rispettare le date previste». Lo sottolinea l’Ilva in una nota, precisando che «a oggi sono stati emessi ordini per 580 milioni di euro e numerosi cantieri sono in attività, anche se iniziano a manifestarsi rallentamenti da parte delle imprese, connessi con le difficoltà finanziarie».
L'Ilva è in attesa dell’autorizzazione del Comune di Taranto per l’installazione di cappe mobili, già costruite, da utilizzare «nel periodo transitorio – osserva l’azienda – in attesa della realizzazione dell’impianto definitivo per la granulazione delle scorie». Altri motivi di preoccupazione – conclude la nota della gestione commissariale – «derivano dai tempi per l’ottenimento delle autorizzazioni e dal fatto di non avere ancora disponibili le due discariche interne, pur previste da una norma di legge». (GdM)

martedì 22 aprile 2014

La carità ad un povero miliardario!

Ilva: Bondi cerca 4 miliardi



L'Ilva e' a caccia di 4 miliardi di euro per evitare il crack. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera oggi in edicola, il gruppo siderurgico avrebbe bisogno di capitali freschi necessari "ad affrontare gli investimenti per il risanamento degli impianti e la prosecuzione della gestione industriale". Operazione che sarebbe prevista nel piano industriale del commissario Enrico Bondi. Come si legge sul Corriere, per trovare i soldi "occorre un aumento di capitale di 1-1,5 miliardi, oltre a un'analoga disponibilita' chiesta alle banche. Il resto dovrebbe essere generato dalla stessa Ilva". (CdS)

domenica 30 marzo 2014

E i tifosi esultano!

Ilva presenta il piano al Governo



Inizia l'ultimo miglio della vicenda Ilva. O la va, o la spacca. Venerdì Enrico Bondi ha incontrato in via Veneto a Roma il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Per la prima volta, il commissario ha illustrato le grandezze economiche e finanziarie di un piano industriale che, ormai, è in via di ultimazione. Un confronto a tutto tondo, che sarà ripetuto la prossima settimana, di natura "politica" ma anche operativa, dato che vi hanno partecipato il viceministro Claudio De Vincenti - elemento di continuità nella gestione della maggiore crisi industriale italiano, già sottosegretario con Monti e con Letta - e diversi esponenti della tecnostruttura ministeriale.
Nelle ultime ore, dunque, le tessere stanno andando tutte al loro posto. Pure nei passaggi più formali, ma non meno essenziali. Per esempio con l'intenzione da parte dei consulenti di Bondi di mostrare una parte consistente della prima bozza del piano industriale all'ufficio legislativo del Governo. Il piano industriale, il cui work in progress si sta completando ora dopo ora, è - seppur nella forma ancora parziale di una prima bozza - per la prima volta al vaglio dell'Esecutivo Renzi. Quando il piano sarà completato - questione di una, massimo due settimane - Bondi lo girerà ai Riva. I quali, entro dieci giorni, potranno dare valutazioni. Bondi avrà il potere di accoglierle o di rifiutarle. A quel Bondi girerà il piano al ministro Guidi, la quale a sua volta lo indirizzerà al Consiglio dei ministri, che lo delibererà con un apposito proprio decreto.
In realtà, una ipotetica pietra di inciampo potrebbe essere rappresentata dal fatto che il piano ambientale, che dal punto di vista "logico" precede il piano industriale, non è ancora stato pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale: manca il via libera della Corte dei Conti, la quale deve dare una valutazione dato che la forma assunta dal piano ambientale è quella di un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri. Dunque, come spesso capita in Italia, le cose non sono affatto lisce. In ogni caso, ora la palla è ora in mano alla famiglia Riva che, in tutti questi mesi, ha scelto il più rigoroso dei silenzi, preferendo non manifestare mai - in pubblico - le proprie valutazioni sull'operato di Bondi, da essa nominato amministratore delegato nell'aprile 2012 e poi, due mesi dopo - nel giugno 2012 - trasformato in commissario dal Governo Letta. Un silenzio sulle scelte economiche e industriali del commissario che è stato scelto anche per riportare l'intero conflitto - esplosivo dal punto di vista economico e sociale, ambientale e sindacale - nell'alveo dell'asettico confronto giudiziario. Comunque sia, nell'arco di poche settimane si dovrebbe sapere quale direzione prenderà questa vicenda che sta condizionando da più di un anno e mezzo la vita pubblica italiana: il rapporto fra impresa e magistratura, gli equilibri nella fornitura di acciaio per la manifattura italiana nel suo complesso, il legame fra lavoro e salute. Nel senso che, a quel punto, di fronte al piano elaborato da Bondi, basato sulla conversione sul metano e su una reindustrializzazione dell'impianto di Taranto radicali e mai sperimentati prima in Europa, i Riva dovranno dire che cosa ne pensano.
E, soprattutto, dovranno esprimersi sulla adesione o meno a un aumento di capitale che, ormai, è inevitabile. Non soltanto per finanziare la conversione industriale, ma anche per gestire una finanza di impresa che ormai appare in condizioni deleterie. Dunque, non prima della seconda parte di aprile appare più che probabile la convocazione di una assemblea straordinaria da parte del commissario Bondi, il quale dovrebbe lanciare un aumento di capitale. Gli attuali azionisti vi potranno aderire o no. Se questo non accadesse, Bondi potrà cercare nuovi soci sottoscrittori. Se non li trovasse, all'interno dello stesso profilo giuridico che ha reso il piano industriale elaborato da lui e dai suoi collaboratori una legge dello Stato, potrebbe andare a cercare altrove i soldi. In particolare, potrebbe attingere al denaro sottoposto a sequestro dalla Procura di Milano per reati valutari e fiscali, quegli 1,9 miliardi di proprietà di Emilio, il decano della famiglia, e del fratello Adriano, scudati e lasciati per la maggior parte su conti di banche estere. Una scelta che, di nuovo, potrebbe accendere il confronto con la famiglia Riva, che difficilmente starebbe in silenzio di fronte a questa decisione. (Sole24h)

giovedì 20 marzo 2014

Quattro mosse per... lo scacco matto!

Che buontemponi gli amici stampatori di confindustria!
Sempre "maledettamente" ottimisti!

All'Ilva un piano in quattro mosse per il rilancio industriale. Il governo studia una norma per favorire l'accesso al credito

Il Dpcm che recepirà e ufficializzerà il nuovo piano industriale dell'Ilva potrebbe contenere una norma che favorisce l'apertura di linee di credito verso l'azienda chiamata a far fronte agli impegni dell'Aia e del rilancio industriale. È ipotesi che Palazzo Chigi sta approfondendo. Se ne è parlato nell'incontro che il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, il sub commissario, Edo Ronchi, hanno avuto l'altra sera con il sottosegretario alla presidenza, Graziano Delrio.
La necessità di tenere insieme nel Dpcm accesso ai finanziamenti e piano industriale nasce dal fatto che l'Ilva è in una situazione molto pesante sotto il profilo della liquidità. Gli stipendi ultimi agli 11mila diretti di Taranto sono stati saldati, ma non ci sono i soldi per pagare l'indotto – tant'è che oltre una decina di imprese, segnalano i sindacati, non stanno a loro volta pagando gli stipendi – e, soprattutto, i diversi cantieri dell'Autorizzazione integrata ambientale ormai pronti a partire.
Nella relazione ottobre-dicembre 2013, resa nota all'inizio del mese, Bondi ha annunciato in questo primo trimestre investimenti per altri 300 milioni, di cui 170 solo per le opere di risanamento ambientale. Trecento milioni di euro che si aggiungono ai 506 di consuntivo, tra spesi e impegnati, di cui 356 riferiti alla gestione dei commissari cominciata a giugno scorso. Questi soldi che ora necessitano dovrebbero venire dall'aumento di capitale, stando al disposto della legge 6 del 6 febbraio scorso, Ilva-Terra dei Fuochi, ma l'aumento di capitale in primo luogo non può partire se non è ufficiale il piano industriale, e poi ha bisogno di alcuni mesi per poter essere effettuato. La legge, infatti, prevede che il commissario chieda prima alla proprietà dei Riva di sottoscrivere l'aumento di capitale, poi, in caso di loro rifiuto, a investitori terzi, e infine lo sblocco del miliardo e 900 milioni di euro sequestrato ai Riva dalla Magistratura di Milano se le prime due strade si rivelassero impraticabili.
Si tratta di un meccanismo complesso che non si concilia con l'esigenza di liquidità immediata dell'Ilva. Ecco perciò l'ipotesi del prestito ponte da 500 milioni da garantire all'Ilva con garanzia pubblica di Cassa Depositi e Prestiti o Sace, a cui adesso un ulteriore «aiuto» verrebbe col Dpcm che dà il via libera al piano industriale (in pratica, la stessa procedura del piano ambientale). Sul fronte industriale l'Ilva è già al lavoro, il piano sarà strutturato sostanzialmente in quattro parti: Aia, innovazione, assetto di marcia dello stabilimento con i cantieri in attività, piano finanziario. I grandi numeri restano sostanzialmente confermati, ovvero 3 miliardi di euro, di cui 1,8 per Aia e 1,2 per innovazione, così come restano confermati l'uso progressivo del preridotto di ferro e del gas in alternativa, nelle acciaierie e negli altiforni, all'agglomerato di minerali e al carbon coke, il recupero delle quote di mercato perse, il miglioramento della qualità dei prodotti, l'eliminazione di tutti gli inconvenienti, frutto di scarsa manutenzione del passato, che oggi incidono sulla piena efficienza degli impianti.
Sulle opere ambientali, infine, il ministero ha deciso di unificare la conferenza di servizi ai fini della Valutazione di impatto ambientale sulla copertura del parco minerali e del parco carbone. Mentre per il parco minerali la procedura è già cominciata, per il parco carbone, invece, il relativo progetto è stato presentato nei giorni scorsi dopo che sono stati sciolti i nodi relativi al pericolo di autocombustione. Nel parco carbone si useranno infatti delle nuove macchine e lo stesso materiale sarà disposto diversamente in modo da consentire l'accesso dei mezzi anticendio in caso di emergenza. (sole24h)