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giovedì 26 settembre 2013

E rispunta anche il rigassificatore!

Chiuderà un altro altoforno

L’Ilva conferma: potrà fare a meno di un altoforno e di quattro batterie. E potrebbe disfarsi, progressivamente, dell’impianto di agglomerazione. Detto, martedì sera nell’incontro a Roma con i sindacati nazionali, dal commissario Enrico Bondi. Ridetto, ieri a Taranto, dal responsabile delle relazioni industriali Enrico Martino durante la riunione in fabbrica tra dirigenza aziendale e segreterie di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm.
C’è una postilla: niente contraccolpi occupazionali dalla chiusura degli impianti. Almeno così ha assicurato il management aziendale, alludendo a una collocazione degli esuberi su altri impianti, in particolare il tubificio. I sindacati, però, rimangono cauti.
L’Ilva potrà fare a meno di un altoforno e di “pezzi” vitali alla produzione di ghisa, a quel ciclo integrale realizzato nell’”area a caldo”, ritenuta altamente inquinante e sequestrata dalla magistratura. Perché accada ciò, tuttavia, dovrà compiersi la «rivoluzione verde» - pensate il paradosso - già annunciata dal sub-commissario Ronchi ai consiglieri comunali di Taranto: l’utilizzo dei pallets di ferro pre-ridotto che elimineranno il ricorso al parco minerali, l’alimentazione a metano negli altoforni e nelle acciaierie. Andando a buon fine la sperimentazione si potrà dire addio a un altoforno (uno solo?). L’Ilva lo ha prospettato con chiarezza ieri. Occorrerà quindi un po’ di tempo perché si vedano gli effetti di una trasformazione ora in fase sperimentale.
Ieri, i vertici aziendali non hanno escluso, oparlando ai sindacati, che l’azienda possa arrivare a una gestione autonoma delle nuove tecnologie e dei materiali. Una vaga allusione alla necessità di dotarsi, per esempio, di un rigassificatore per il trasporto del metano (o shale gas)?
Non è un caso che la dirigenza dello stabilimento siderurgico abbiano fatto coincidere l’annuncio con l’aggiornamento sullo stato dei lavori previsti dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale.
Perché da gennaio è spento l’altoforno 1, principale indiziato tra gli impianti a rischio chiusura definitiva. E ferme sono quattro batterie del reparto cokeria. Sul tema i sindacati hanno da tempo incalzato la nuova gestione commissariale. Ieri si è aperto uno spiraglio. L’Ilva ha ordinato il materiale necessario per avviare i lavori all’altoforno 1 e c’è ottimismo sulla possibilità di iniziare a breve, a parte lo stato di avanzamento in altre aree dello stabilimento.
A detta dell’Ilva, insomma, sono stati consegnati gli ordini alle aziende chiamate a lavorare sull’eco-compatibilità degli impianti. Lo stabilimento siderurgico continua, comunque, a lamentare pesanti ritardi della burocrazia nella concessione della autorizzazioni previste per i lavori.
Resta, però, la contraddizione di fondo: sarà l’altoforno 1 a chiudere? O un altro? Oppure alla fermata dell’altoforno 1 si aggiungerà quella di un altro altoforno? Perché c’è anche da dire che l’Ilva ha specificato ieri che il suo cronoprogramam prevede la riapertura la prossima estate dell’altoforno 1 quando, a settembre si fermerà per i lavori Aia il «cuore» della produzione, l’altoforno 5. I conti non tornano. L’Autorizzazione integrata ambientale prevede, infatti, che l’altoforno 5 sia chiuso a giugno. L’azienda chiederà uno slittamento, già aveva paventato l’ipotesi, ma sui tempi bisognerà chiarire ancora qualcosa.
«Aspettiamo il piano industriale a novembre» dice il segretario generale della Uilm Antonio Talò. Gli fa eco il segretario della Fim Cisl Mimmo Panarelli: «Il fatto che l’Ilva abbia escluso ricadute occupazionali lo trovo positivo. Una cosa non capisco - aggiunge Panarelli - perché la sperimentazione dei nuovi materiali deve coinvolgere gli altoforni se riguarda cokerie e agglomerato». «Un po’ di interrogativi dobbiamo porceli» chiosa Talò della Uilm. E aggiunge: «L’Ilva ha un linguaggio contraddittorio. Di certo non ripartiranno un altoforno e un pezzo della cokeria. Ne guadagnerà l’ambiente e sarà un grandissimo risultato. Ma il prezzo da pagare potrebbe essere assai salato in termini occupazionali. Occorrerà trovare una soluzione». 8gdM)

domenica 22 settembre 2013

Un titolo ambiguo...



Pare brutto, nel 2013, pensare di "buttare via" tutti quei soldi per migliorare (manco risolvere) la compatibilità ambientale? Costavano meno quattro tarantini tumorati e una fetta d'Italia trasformata in discarica per sempre?
E come "scongiuriamo" l'infrazione, col certificato medico taroccato come gli studenti che si assentano nel giorno delle interrogazioni?
Ah, che brutta cosa il giornalismo ambiguo (e manco troppo...)!

L'ilva produrrà acciaio pulito. Ma a che prezzo?
A Taranto si produrrà acciaio pulito. Quando non si sa. Nel frattempo, gli scarichi dell’Ilva finiscono sotto la lente della Commissione europea che, salvo dietrofront dell’ultimo minuto, giovedì prossimo aprirà una procedura di infrazione in materia ambientale contro l’Italia. Contraddizioni, ennesime, di una vicenda, quella dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che è ben lontana da una soluzione.
Circa 2 milioni di tonnellate annue, sulle otto in totale concesse dalla nuova Aia, potrebbero essere prodotte con una tecnologia che non avrà più bisogno dell’agglomerato e delle cokerie. Il vantaggio è quello di un drastico abbattimento dell’inquinamento e un incremento della produttività degli altoforni. Saranno usati pallets di ferro preridotto e metano al posto del carbon coke. Inoltre, verrebbero ridimensionati i parchi minerali e lo spolverio, purtroppo tipico di queste aree, subirebbe una riduzione complessiva dovuta anche al fatto che il preridotto si presenta in forma spugnosa.
“Una sfida - ha detto il sub commissario Edo Ronchi - non solo per risanare la fabbrica, ma anche per produrre acciaio in modo pulito”. E annuncia un accordo con un pool di banche da 2,4 miliardi di euro per finanziare i lavori dell’Autorizzazione integrata ambientale. Un miliardo e 800 milioni per la stessa Aia in tre anni, il resto, invece, per manutenzioni e innovazioni impiantistiche.
LA SIDERURGIA ECOLOGICA IN EUROPA
Taranto, quindi, come la siderurgia austriaca. Il siderurgico di Linz è stato in grado, nel tempo, di adeguare le sue tecniche produttive alle migliori disponibili al momento diventando punto di riferimento normativo a livello europeo in materia ambientale. Inoltre, è riuscito a mantenere competitiva la propria produzione nei confronti della concorrenza degli operatori dei paesi emergenti. La città austriaca ospita un’acciaieria che produce più della metà dell’acciaio che si produce a Taranto. Eppure Linz è la seconda città dell’Austria per salubrità dell’aria.
O come a Dortmund, conosciuta come la città dell’acciaio e della birra nella Ruhr più profonda e industrializzata. Ma al giorno d’oggi non ci sono più minatori all’opera e gli altiforni sono ormai raffreddati da tempo. Restano in città le ex fabbriche diventate musei e luoghi di ritrovo culturale. E ancora Duisburg ed Essen, completamente riconvertite e ora fiori all’occhiello della cultura tedesca.
Metz, in Francia, Bilbao, in Spagna, Heerhungowaard, in Olanda. Tutte città riconvertite all’acciaio pulito. Tutte, tranne Taranto, dove invece si è ad un punto di non ritorno: o la salute o il lavoro.
VIOLATI I LIMITI, ITALIA A RISCHIO INFRAZIONE
“L’Ilva ha violato i limiti di vari permessi ambientali concessi dalle autorità italiane, e l'Italia non ha monitorato a sufficienza queste violazioni e non ha preso misure adeguate”, spiega una fonte della Commissione Ue. Al ministero dell’Ambiente, che è in costante contatto con la Commissione sui vari temi ambientali, al momento non è ancora arrivata nessuna comunicazione ufficiale. Però, secondo quanto apprende l’agenzia Ansa, già nelle prossime ore il ministro Orlando invierà una lettera al commissario all’ambiente Janez Potocnik, con tutti gli aggiornamenti inerenti la salvaguardia ambientale dell’Ilva, resi possibili dal commissariamento dell’azienda.
Dal marzo 2012 è attivo un fitto carteggio tra la Commissione e l’Italia finalizzato all’acquisizione, da parte di Bruxelles, delle informazioni necessarie a valutare la situazione. Le risposte italiane date finora non sono però bastate a rassicurare la Commissione sul rispetto delle norme europee in materia di ambiente. Tanto che la proposta di avvio della procedura d’infrazione ha superato la fase istruttoria ed è pronta per essere esaminata dal collegio dei commissari. Si lavora per scongiurarla. (panorama)

venerdì 20 settembre 2013

Dopo l'urea, arriva il metano: le favole dell'adeguamento escrementale!

peto.it


«A Taranto si sperimenta metano»
Nelle acciaierie dell’Ilva di Taranto è in atto la sperimentazione di una nuova tecnologia per abbattere l’inquinamento con l’impiego di pallets di ferro preridotto e metano al posto del carbon coke. Lo ha annunciato il sub commissario Edo Ronchi ai consiglieri della Commissione Ecologia e Ambiente del Comune di Taranto. La sperimentazione – hanno reso noto oggi l’assessore comunale all’Ambiente Vincenzo Baio, il presidente della Commissione Ambiente Vincenzo Di Gregorio e i capigruppo che hanno partecipato all’incontro con Ronchi – sarà estesa agli altiforni per la produzione complessiva di 2 milioni di tonnellate di acciaio senza l’impiego dell’agglomerato, dove vengono preparati gli agglomerati di ferro, e delle cokerie.
Il sub commissario si è soffermato anche sull'accordo da 2 miliardi e 450 milioni di euro raggiunto con un gruppo di banche, che servirà sia a finanziare l’Aia (preventivato un costo di un miliardo e 800 milioni di euro) che per innovare gli impianti. Inoltre Ronchi ha parlato delle difficoltà finanziarie dell’azienda e ha precisato che si cercherà di rispettare il cronoprogramma, ma i 36 mesi previsti per il piano di risanamento potrebbero non bastare. (GdM)



“Ilva, 2,4 miliardi per l'ambiente”. Articolo di Domenico Palmiotti del 20 settembre 2013– www.sole24ore.it
L'accordo con le banche, dice il sub commissario (ma nell'incontro di ieri, negli uffici della direzione, si è «affacciato» per un saluto anche il commissario Enrico Bondi), è in fase di definizione. Un miliardo e 800 milioni serviranno per l'Aia in tre anni, il resto, invece, per manutenzioni e innovazioni impiantistiche. Si tratta di banche nazionali, precisa Ronchi, ma l'operazione ha un aggancio anche con la Banca europea degli investimenti che da mesi si è detta disposta a intervenire a sostegno del rilancio dell'acciaio.

Ma se l'accordo con le banche per realizzare l'Aia era già previsto, l'intervento sul ciclo produttivo costituisce invece una novità. «Nella produzione di acciaio sperimenteremo una tecnologia innovativa – dice Ronchi al Sole 24 Ore – basata sull'uso di ferro preridotto e metano». Oggi il ciclo di Taranto prevede la preparazione nell'agglomerato dei minerali di ferro destinati alla fusione negli altiforni e l'utilizzo del carbon coke. «Noi invece – spiega Ronchi – utilizzeremo pallets di ferro preridotti e metano al posto del carbon coke. La sperimentazione è già cominciata in acciaieria, la estenderemo agli altiforni, e vogliamo produrre 2 milioni di tonnellate di acciaio l'anno con questo sistema». Taranto, quindi, come la siderurgia austriaca. Nella riconversione, i passaggi del ciclo che saltano o quantomeno vengono ridimensionati, riguardano le cokerie e l'agglomerato, che, insieme ai parchi minerali, sono fra le aree a più elevato impatto ambientale dello stabilimento di Taranto. «Il tetto di produzione assegnatoci dall'Aia è di 8 milioni di tonnellate all'anno ma noi vogliamo soprattutto produrre acciaio in modo pulito» dice Ronchi che incontra un largo consenso dei consiglieri comunali presenti.

Sono una quarantina i cantieri dell'Aia pronti a partire nell'Ilva, annuncia Ronchi, che però pone anche un problema: le procedure autorizzative che rischiano di essere lunghe rispetto all'urgenza delle questioni da affrontare. Indicate ieri anche le date di presentazione dei progetti di copertura per i diversi parchi: minerali, il parco più grande, a dicembre (già fatte le scelte, si stanno definendo i dettagli); loppa entro novembre e fossile a febbraio prossimo. Intanto lo Sportello unico attività produttive del Comune ha avviato la discussione – aggiornandola al 21 ottobre – sui parchi omo-coke (miscela di minerali di ferro destinati alla sinterizzazione e carbon coke), nord agglomerato (sinterizzato di minerali di ferro per gli altiforni), sud agglomerato e gestione recuperi ferrosi. Per i primi tre parchi la copertura sarà costituita da strutture in legno lamellare giù usate per coprire il fossile delle centrali elettriche.
Per il parco omo-coke saranno utilizzate strutture ad arco mentre per i parchi agglomerato si ricorrerà ad edifici tronco-piramidali a pianta poligonale. La superficie complessiva da coprire è di 74.120 metri quadrati. Complessa la copertura dell'omo-coke che, seppure tra i parchi minori, occupa una superficie di 67.450 metri quadrati ed ha un'altezza massima di 45 metri. Infine la copertura del parco dei recuperi ferrosi utilizzerà strutture mobili in carpenteria (cappe) che possono muoversi su binari e coprire di volta in volta le postazioni di lavorazione. Il completamento dei diversi interventi è previsto a luglio 2015.