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martedì 11 marzo 2014

I ricchi non pagano mai!


Caso Ilva, dissequestrate le quote dei Riva in Alitalia

Nessuno le aveva reclamate eppure non si tratta di una manciata di spiccioli ma di quote che, almeno nominalmente e in attesa che la situazione in via della Magliana si chiarisca, hanno un valore di carico di ben 71 milioni di euro. Il giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, divenuta titolare del procedimento Ilva dopo il deposito della richiesta di rinvio a giudizio, ha disposto, compiendo così il suo primo atto ufficiale, il dissequestro delle quote Alitalia di proprietà della società Fire Spa, una delle società della famiglia Riva, finite sotto chiave nel maggio del 2013, a seguito dell’esecuzione del provvedimento di sequestro preventivo firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
La dottoressa Gilli ha accolto una richiesta formulata dalla Procura giovedì scorso dopo che lo scorso 14 febbraio invece era stato proprio il pool di magistrati titolare dell’indagine «Ambiente svenduto» a dissequestrare i beni mobili e immobili di proprietà dell’Ilva, ovvero i beni non strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva dell’acciaieria di Taranto (ovvero, ad esempio, il Centro Studi Ilva del capoluogo jonico ma anche il complesso immobiliare che ospita lo stabilimento di Genova).
Il gip Patrizia Todisco aveva firmato un decreto di sequestro preventivo sino a 8,1 miliardi di euro dei beni di proprietà o ricondubili alla famiglia Riva, quantificando in 8,1 miliardi di euro la somma risparmiata negli anni per la mancata messa a norma dello stabilimento siderurgico. Lo scorso 20 dicembre, però, la Cassazione, accogliendo il ricorso formulato dalle società Riva Fire - la capogruppo - e Riva Forni Elettrici, ha annullato senza rinvio il decreto di sequestro, ritenendo che «perché possa individuarsi un profitto assoggettabile a sequestro, e poi a confisca, è necessario che si verifichi quale diretta conseguenza della commissione del reato uno spostamento reale di risorse economiche, ossia una visibile modificazione positiva del patrimonio dell’ente, inteso quale accrescimento patrimoniale, e la causazione di meri danni risarcibili relativi a risparmi di spesa indebitamente ottenuti dall’ente per effetto della mancata esecuzione di opere di risanamento ambientale».(GdM)

sabato 19 gennaio 2013

Prove di class action

«Si sequestrino le quote dei Riva nell’Alitalia»

La procura sequestri i beni della famiglia Riva. A chiederlo sono i familiari di due uomini, uno dei quali ex operaio Ilva, deceduti per malattie che potrebbero essere collegate alle emissioni inquinanti della fabbrica. L'esposto, a firma dell'avvocato Giuseppe Lecce, chiede il sequestro conservativo dei beni mobili ed immobili che fanno capo “ai legali rappresentanti dell’Ilva S.p.A., ivi comprese le quote societarie, in misura pari al 10,62% del capitale sociale, detenute dal Gruppo Riva tramite la società Riva Fire S.p.A. (…) nell’Alitalia-Compagnia Aerea Italiana Spa”. Nei mesi scorsi i familiari dei uomini hanno depositato una querela ipotizzando il reato di omicidio colposo nei confronti dei vertici dello stabilimento siderurgico.
“In questa fase – ha spiegato l'avvocato Lecce – sollecitiamo alla Procura il sequestro conservativo delle quote Alitalia e dei beni mobili e immobili dei legali rappresentanti dell'Ilva in relazione alle garanzie che l'azienda deve fornire per i risarcimenti. È un atto che potrebbe chiedere anche autonomamente la Procura per i danni all'erario e le spese sostenute. Viste le lungaggini della complessa attività di indagini preliminari e il comportamento processuale degli indagati, per i quali la Cassazione ha confermato le misure cautelari, riteniamo ci siano tutti i presupposti necessari per l'adozione della misura cautelare reale”.

L'Alitalia appesantita dall'acciaio


lunedì 12 gennaio 2009

Riva vola sempre più in alto!

di Rosario Dimito (Il Messaggero)
MILANO (11 gennaio) - Air France può prendere quota dal suo 25% in Alitalia nei primi quattro anni esercitando il diritto di prelazione, assieme agli altri soci italiani, sull’eventuale inoptato di un possibile aumento di capitale. E tra gli azionisti della nuova compagnia che spiccherà il volo martedì, si registrano alcune novità: oltre al rafforzamento del gruppo Riva, tramite la Fire spa al 10,6% grazie all’acquisto di parte delle azioni detenute da Roberto Colaninno (Immsi) diluitosi al 7% rivelato ieri da Il Messaggero, ci sarebbe il ritorno a bordo - sia pure con quote simboliche di 10 mila euro (0,0015%) - di Marinvest (Aponte), Lauro Quaranta (Clessidra), Findim Group (Fossati) che già facevano parte dell’equipaggio di partenza di Cai ma che erano sbarcati per alcune divergenze. Domani alle 13 alla Magliana il consiglio di Alitalia approverà il corposo accordo (investment agreement e partnership agreement) con Air France che la compagnia francese ha già deliberato due giorni fa.(...)

martedì 28 ottobre 2008

I campioni del cash

Da Armani a Berlusconi. Da Micheli a Caltagirone. In questo momento hanno la cassaforte piena. Ecco a cosa puntano
Vittorio Malagutti su L'Espresso

Cash is king in recession, raccontano i grandi gestori di patrimoni con l'aria di chi cerca uno spiraglio di luce nel buio dell'economia mondiale. Traduzione: se le Borse hanno perso la bussola e le banche chiudono i rubinetti del credito, l'unico salvagente è la liquidità. Lo sanno bene imprenditori e finanzieri. Ai tempi della bolla, era conveniente crescere a suon di acquisizioni pagate a debito, perché il denaro girava alla grande e costava poco. Ora invece vince il cash. Chi ha le casse piene di contante può investire senza piegarsi ai tassi stellari imposti dai banchieri, a loro volta in difficoltà. Meglio ancora. Dopo il crollo delle scorse settimane, molte società quotano a prezzi d'occasione sui mercati azionari. Grandi affari in vista, allora, ma solo a patto di disporre di un'adeguata riserva di liquidità. È lo scenario ideale per i colpi di mano in Borsa. A Roma, forse esagerando, Silvio Berlusconi ha lanciato l'allarme sul rischio di un assalto straniero alle aziende strategiche per il sistema Italia (banche, energia, telecomunicazioni). Sarà. Ma anche dalle nostre parti non mancano certo gli imprenditori che dispongono di un arsenale ben fornito di contante.

In prima fila c'è lo stesso Berlusconi, questa volta nei panni di proprietario della Fininvest. La holding di famiglia, guidata dalla figlia Marina, può contare su fondi liquidi per almeno un miliardo, a cui vanno aggiunte ulteriori disponibilità per centinaia di milioni in cassa alle sette società finanziarie che tirano le fila del gruppo. Poi ci sono i petrolieri come i Moratti e i Garrone, che prosperano sugli utili d'oro garantiti dal boom del prezzo del greggio. A cui, per i Moratti, vanno aggiunti i proventi del recente (maggio 2006) sbarco in Borsa che ha fruttato oltre 1,5 miliardi. Nelle posizioni di vertice di un'ideale classifica dei superliquidi troviamo anche un simbolo del made in Italy come
Giorgio Armani. La sua holding, a fine 2007, aveva oltre 300 milioni in cassa. Altri nomi di peso sono usciti allo scoperto su Alitalia.
Emilio Riva, forse il più liquido di tutti, è stato tra i primi a rispondere all'appello berlusconiano, mettendo sul piatto un centinaio di milioni per il salvataggio della compagnia aerea. Una novità per un tipo come lui, da sempre allergico alle cordate e agli investimenti puramente finanziari. Negli ultimi anni l'industriale siderurgico milanese, uno dei big mondiali del settore con la sua Ilva, è riuscito ad aumentare le sue già cospicue fortune grazie alla crescita dei prezzi dell'acciaio. L'anno scorso il suo gruppo ha realizzato profitti lordi per quasi 2 miliardi su 10 miliardi di giro d'affari.
Riva non corre da solo.
...

venerdì 26 settembre 2008

Riparte l'Alitalia: grazie anche a tanti capitani coraggiosi che noi qui in Puglia conosciamo bene

Parola di Marco Travaglio, ieri al programma di Santoro. Ascoltate bene, molto bene, fino alla fine. Sono tante le sorprese!

"E Riva" - dichiara Travaglio - "per grazia ricevuta è entrato anche lui nella CAI"


Ma lasciamo lo spazio a Travaglio. Povera Italia e Alitalia!




Ma il Ministro Stefania Prestigiacomo subito risponde... Non sono il "Ministro della Diossina": speriamo non lo diventi!

L'articolo lo trovate on line nella gazzetta del Mezzogiorno: Alitalia, il caso Ilva secondo Travaglio.

lunedì 8 settembre 2008

La diossina vola alto...anche sull'Espresso

«Nella cordata Alitalia la presenza di Emilio Riva, ottantenne re dell’acciaio italiano, ha destato parecchia sorpresa. Certamente nella sua carriera le frequentazioni con Berlusconi, cene elettorali comprese, non sono mancate. Forse, però, non bastano i buoni rapporti con il premier per spiegare l’ingresso in Alitalia per uno che, come lui, non ha mai sopportato di dover mediare le proprie scelte con quelle di altri soci. E non ha mai partecipato a nessuna operazione finanziaria. Nelle ultime settimane la maggiore acciaieria del suo gruppo, l’Ilva di Taranto, si è ritrovata però di fronte a un problema la cui soluzione dipenderà dalle decisioni dal governo. La Regione Puglia ha reso note le rilevazioni sulle emissioni di diossina dello stabilimento. Troppo alte, ha sentenziato il presidente Nichi Vendola, affermando che se non ci saranno investimenti per ridurle non darà il benestare nell’ambito della procedura di autorizzazione ambientale in corso. Il parere della Regione, però, non è vincolante. Il via libera definitivo spetta al governo. E il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si è già incontrata con i vertici dell’Ilva per rassicurarli. A Ferragosto la sorpresa: in una lettera agli uffici regionali, il ministero ha contestato la bontà delle misurazioni degli inquinanti. L’Ilva non chiuderà».

Fonte L’Espresso

martedì 2 settembre 2008

Chi è Emilio Riva?

Lo leggiamo on-line:

...Emilio Riva E’ il re italiano dell’acciaio. Non è sconosciuto alla giustizia, che lo ha condannato per il reato di inquinamento della Ilva Siderurgica prima a Genova e ora a Taranto. Inoltre nel 2006 veniva riconosciuto colpevole di frode processuale e tentata violenza privata nei confronti di numerosi dipendenti di Taranto. Pene mai scontate grazie ai vari indulti e sconti. Il suo metodo di lavoro è la privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite: In una lettera al Governo del 14 dicembre Emilio Riva avverte che l'eventuale riduzione delle emissioni di anidride carbonica comporterebbe "la necessità di fermare parte significativa degli impianti in uso. Il personale - afferma - colpito da tali riduzioni non potrebbe essere inferiore, anche nell'ipotesi più conservativa, alle quattromila unità"... (fonte politicamentecorretto)

... Per il Corriere della Sera la vicenda umana ed industriale di Riva è sembrata incarnare il sogno americano di chi, iniziando col raccogliere ferro nella metà degli anni 50 per le varie fonderie della sua terra, è diventato oggi uno dei primi dieci produttori mondiali del settore, vantando tra i suoi primati, di cui va oltremodo orgoglioso, un prodotto per dipendente pari a 410 mila euro. I salari dei suoi operai sono infatti i più bassi d'Europa ed incidono molto meno del 20% sui costi generali dell'azienda, mentre i livelli di inquinamento ambientale sono i più alti ed in gran parte fuori dai limiti imposti dalle leggi continentali. Queste due condizioni, fondamentali per la sua concorrenza vittoriosa in Europa e per i suoi grandi guadagni, sono però un peso per lo Stato e la collettività, costrette ogni anno a pagare, per questa ed altre aziende, multe salate per le varie infrazioni da loro commesse ed una rilevante percentuale del Pil nazionale per malattie professionali, ambientali ed infortuni da esse causate. Perciò tali presupposti vincenti sono costruiti in gran parte dalla nostra città o meglio a nostre spese. Il Cavaliere d'acciaio non sarebbe tale senza l'intervento dello Stato italiano, che prima gli ha regalato l'industria siderurgica nazionale e poi gli ha consentito, con il suo aiuto decisivo, di rimuovere, con prepensionamenti di massa, l'intera maestranza abbassandone i costi, garantendogli livelli alti di inquinamento e consentendogli, quindi, un'originale delocalizzazione dell'impianto siderurgico di Taranto. L'antica cattedrale nel deserto è diventata con Riva una straordinaria macchina di profitto.

Oggi l'industriale, contraddicendo quanto sempre da lui affermato, va oltre l'acciaio e si imbarca nell'avventura, anch'essa garantita dallo Stato, di Alitalia. Un'operazione che segue a ruota lo stravolgimento del testo unico in materia di sicurezza, che prevede meno sanzioni per i datori di impiego, e l'accentramento degli istituti del ministero dell'Ambiente con l'azzeramento di tutte le autorizzazioni a produrre: ambedue manovre fondamentali per il prosieguo dell'attuale modello di attività del manager dell'acciaio. Riva è l'espressione tutta italiana di un capitalismo assistito, storicamente determinatosi nel secolo scorso, ripresentato da un governo che è la manifestazione diretta, come altri mai prima, dei poteri forti dell'economia nostrana. D'altronde come è potuto, l'altro Cavaliere, diventare il quinto uomo più ricco del mondo scalando dieci posizioni della graduatoria nei quindici anni in cui febbrilmente si è affaccendato in politica? Una ascesa che sicuramente in America, ove tanti guardano con interesse ed ammirazione tutto ciò, non sarebbe stata possibile! Lì le leggi sul conflitto di interesse, le norme dell'antitrust e quelle che hanno condannato grandi aziende a colossali risarcimenti di popolazioni danneggiate da danni ambientali, non l'avrebbero permesso. Riva, inoltre, afferma spesso che la politica non gli è mai interessata, ma è stato il primo finanziatore di Forza Italia ed anche, perché le ruote vanno in ogni modo unte, di un ministro del passato governo del centrosinistra. I dati per legge sono resi pubblici ogni anno.

La Repubblica ha parlato dell'Ici non pagata al comune più dissestato d'Italia. Saranno gli enti preposti e la magistratura ad occuparsene, ma nei fatti egli è divenuto, quindici anni fa, proprietario di una fabbrica grande più del doppio della città ed ha, sin dal suo insediamento, modificato, ridotto, accentrato edifici, eliminando persino le strutture che gli operai delle ditte usavano come spogliatoi (basta andare davanti agli ingressi a loro riservati, ancora oggi, per vederne molti entrare ed uscire in tuta e scarpe da lavoro: tanti si spogliano e rivestono nelle loro macchine). Una palazzina, quella del LAF, allora realmente inutile, fu utilizzata per altro scopo, il mobbing, e divenne la più famosa d'Italia. L'organizzazione del lavoro, curata con scrupolo scientifico, è del tipo anni 50, gerarchizzata e supportata da una struttura parallela dispendiosa ma utile agli interessi della proprietà. Le sue società hanno sede al nord ed è lì che le tasse sono pagate.

La vicenda Alitalia, simile in tutto a quella dell'Ilva, ex Italsider, di quindici anni fa, merita, però, una considerazione più generale. In pratica si avvia a terminare con essa il quasi completo disimpegno dello Stato in economia e si realizza il fallimento di quel tentativo di "Programmazione statale dell'economia italiana" che, da sinistra, si cercò di rendere democratica in ottemperanza al dettato costituzionale e che è stata un banco di prova per il ruolo nazionale del movimento operaio degli anni sessanta e settanta. I costi degli investimenti allora furono addossati alla collettività nazionale come oggi lo sono i debiti e le dismissioni: il rischio per il capitalismo nostrano, privo di alcuna dignità, sarebbe stato sempre, in questi casi, nullo. Una vicenda iniziata trenta anni fa con l'Alfa, anch'essa regalata alla famiglia Agnelli, e proseguita con Telecom e Italsider, e destinata forse a ripetersi in futuro con Fincantieri ed altri comparti. Peculiarità tutta italiana è, quindi, questo nostro capitalismo, assistito oggi come nel passato lontano, che usa il Mezzogiorno come territorio da colonizzare e dal quale attingere energie vitali per le imprese del nord, necessario per il mercato nazionale delle merci e dei voti elettorali oltre che per individuare siti ove scaricare rifiuti industriali con la connivenza decisiva di alcuni poteri locali sottomessi e malavitosi. Con il federalismo prospettato o mascherato tutto sarà reso difficile ma anche più chiaro. Si riapre, nei termini in parte solo diversi dal passato ma politicamente simili, una Questione Meridionale che si lega, nel caso di Taranto, a quella ambientale e occupazionale. Un impianto come questo tarantino, sorto, con tutte le storture visibili nel luogo e nella sua dimensione, per lenire l'allora grande arretratezza economica del territorio, può solo essere collocato in un'area economicamente e socialmente depressa (sembra essercene uno simile in un paese orientale). E' stata questa, anche per Taranto, la condizione fondamentale per avere un'area a caldo con un impatto devastante per le persone e le cose. Riva non ha alcun interesse ad interagire con la nostra città, il mercato con le sue regole e la sua convenienza deve determinare tutto; egli ha solo agevolato, ovviamente considerandolo un investimento, assunzioni di giovani dei Tamburi (quartiere a ridosso della grande fabbrica) rispetto agli altri in gran parte provenienti da altri paesi della nostra e di altre province. Lavora, con i suoi fiduciari del luogo, sulla sua immagine di imprenditore vincente atto a garantirci il futuro occupazionale, eppure i nuovi assunti da anni sono precari ed attinti, secondo le sue esigenze, tra coloro che animano l'esercito di riserva del luogo, rigorosamente instabili nel lavoro, di fatto gli indesiderati nei reparti ghetto. Questo ricatto è stato e resta per lui l'arma vincente. Il ruolo decisivo del suo impero lo gioca, però, l'area a caldo di Taranto. Essa rappresenta la fortuna del suo gruppo, il suo punto forte, ma anche quello debole. Infatti una lotta che imponga il rispetto della legalità che ci chiede l'Europa, anche per una leale concorrenza tra i suoi gruppi, il potere determinante delle Istituzioni cittadine e della Regione alla concessione dell'autorizzazione a produrre, le amministrazioni comunali, provinciali e regionali oggi ancora di uguale segno politico, possono determinare la svolta indispensabile. Al cronoprogramma presentato dall'Ilva -una panna montata, l' hanno definito nel convegno- ne va contrapposto uno identico di tipo politico, ma con tempi più brevi visto le imminenti scadenze elettorali. L'area a caldo deve attenersi da subito ai parametri europei, pena la riduzione della marcia degli impianti per rientrarci. Nel 2011 Riva tornerà in possesso di tutti i gas di recupero del ciclo integrale per poterli utilizzare per la sua centrale elettrica o per altre soluzioni in cantiere. Si tratta di un investimento previsto di settecento milioni di euro (pari a quello con cui ha acquistato l'intera siderurgia pubblica), mentre gli scarti industriali nel loro utilizzo otterrebbero, guarda caso, i benefici statali riservati all'uso delle energie alternative. Un grande affare perchè questi sono legati alla produzione di acciaio che si vuole nel futuro sempre più cospicua. E' questa la reale posta in gioco... (fonte aprileonline)

mercoledì 27 agosto 2008

Alitalia, ahi Italia!











Grandi manovre finanziarie a Milano.
Utili alle stelle, promesse e intese di governo.
Salviamo la Compagnia di Bandiera!

Grandi manovre di minerali e fumi a Taranto.
Dissesto, ricatto occupazionale, promesse di malattie
Si salvi chi può!

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta...

E mentre Riva & co. si accaparrano sottocosto la parte in attivo della compagnia, il settore fallimentare ce lo accolliamo noi, ovvero lo Stato, che deve trovare i soldi per sistemare tutti gli esuberi e pagare i debiti. Ancora una volta l'uomo d'acciaio ha fiutato l'affarone!
Indovinate un po' a chi sarà affidata la liquidazione della parte marcia dell'Alitalia?

A FANTOZZI!



... e nel cortile?
Continuano a starnazzare!

martedì 26 agosto 2008

L'ILVA vola alto?


Legambiente sostiene l'Arpa e avanza il sospetto che sul piatto della bilancia ci siano da un lato i nostri morti passati e futuri, dall'altro l'elemosina chiesta agli imprenditori per salvare l'Alitalia dal tracollo finanziario... Merce di scambio...

... e intanto qui i microscopici politici locali giocano a prendersi a pesci in faccia.
Ricordatevi che dopo tre giorni il pesce puzza!

Rassegnina e appuntamento...

Esami di riparazione per l'ILVA di Taranto a settembre

Sabato 6 settembre, con inizio alle ore 10,30 presso la Direzione dello stabilimento ILVA di Taranto, la Regione ha convocato tutti i soggetti firmatari il protocollo di intesa del 23 ottobre 2006 concernente le opere di “ambientalizzazione” dello stabilimento per una verifica degli impegni assunti nel protocollo. “Si tratta – spiega l’assessore all’Ecologia Michele Losappio - come è noto, dell’atto di intesa sottoscritto prima dell’accordo di programma sull’AIA da numerosi Enti e soggetti, a iniziare naturalmente da ILVA e Regione. Una ricognizione in loco di come procede l’attuazione di tali impegni è considerata opportuna dalla Regione prima della nuova convocazione degli stessi soggetti presso la Prefettura di Taranto”. Sia la ricognizione del 6 settembre che la successiva riunione del “tavolo” in altra data sono dunque procedure indipendenti e parallele rispetto a quelle ministeriali su diossine ed AIA. Queste ultime avranno un nuovo punto di verifica a Roma il prossimo 17 settembre. La stampa potrà partecipare al sopralluogo previo contatto con la Direzione ILVA.


Al ministero dell´ambiente non piacciono i dati Arpa sulla ...
Greenreport - Toscana
Continua la polemica sull´Ilva di Taranto e a Legambiente non sono andate giù «Le recenti dichiarazioni del direttore generale del ministero dell´ambiente, ...



Gazzetta del Mezzogiorno:

Le situazioni più a rischio in Puglia
La Gazzetta del Mezzogiorno
QUI TARANTO - L’Ilva preleva 320 litri al secondo dal Sinni. Sino all’anno scorso il quantitativo era di 500 litri al secondo. Una circostanza che scatena ...


Puglia assetata (come la Basilicata)
di MASSIMILIANO SCAGLIARINI
Acqua per le campagne garantita almeno fino al 10 settembre: Puglia e Basilicata si incontreranno oggi a Matera per decidere come affrontare l’emergenza idrica. Ma con gli attuali prelievi, l’invaso del Sinni è destinato ad esaurirsi entro 40 o 60 giorni
• La grande sete
• Le situazioni più a rischio in Puglia
• Anche la Basilicata ridurrà i prelievi