Per avere un quadro più ricco, pubblichiamo alcuni articoli che riferiscono del rinvio a giudizio di 53 persone nell'inchiesta Ambiente Svenduto: il grande affaire Ilva!
La procura della Repubblica di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio di cinquantatré indagati, cinquanta persone e tre società, nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Tra gli altri, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e per Emilio, Nicola e Fabio Riva, proprietari dell’ILVA di Taranto.
I governatore Vendola è imputato di accusato di concussione aggravata in
concorso con Girolamo Archinà, ex dirigente dei rapporti istituzionali
del siderurgico, Fabio Arturo Riva, ex vicepresidente del gruppo, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento tarantino e Francesco Perli, legale dell’azienda.
Per i Riva, inoltre, (Fabio rifugiato in Inghilterra è in attesa di essere estradato) insieme con Capogrosso, per le morti per amianto di
operai dello stabilimento è stata chiesta una pena di quattro anni e
sei mesi a testa. Tra le accuse contestate in un altro processo, l’omicidio colposo e l’omessa cautela di precauzioni necessarie per tutelare l’integrità fisica dei lavoratori.
Secondo gli inquirenti, nel 2010 il presidente Vendola avrebbe fatto pressioni sul direttore generale dell’ARPA Puglia, l’Agenzia Regionale per la Protezione e Prevenzione dell’Ambiente Giorgio Assennato
per “ammorbidire” la posizione dell’agenzia sulle emissioni nocive
dell’ILVA; rinviati a giudizio, quindi, per favoreggiamento personale
Giorgio Assennato e, fra gli altri, il suo direttore scientifico Massimo
Blonda, Donato Pentassuglia, presidente della commissione Ambiente alla
Regione e l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro.
La richiesta di rinvio a giudizio è stata formalizzata per concussione anche per l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido
del Pd, arrestato a maggio 2013 insieme con l’ex assessore provinciale
all’ambiente Michele Conserva per aver fatto pressioni insieme ad
Archinà su due suoi dirigenti per facilitare il rilascio
dell’autorizzazione di una discarica per rifiuti speciali all’interno
dell’ILVA; e per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno,
accusato di abuso d’ufficio per non aver tutelato la salute dei suoi
concittadini. A processo anche un ispettore di polizia, un sottufficiale
dei carabinieri, un avvocato e un parroco, coinvolti a vario titolo
nelle indagini sui rapporti fra ILVA e società civile. (Ambienteambienti)
GLI ALTRI NOMI DELL'INCHIESTA -
Nell'inchiesta risultano coinvolti anche il sindaco Ippazio Stefàno, il
parlamentare di Sel, Nicola Fratoianni (all'epoca assessore regionale),
l'attuale assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro, il
consigliere regionale del Pd Donato Pontassuglia. Gli altri avvisi di
garanzia sono in corso di notifica al patron Emilio Riva e ai suoi figli
Nicola e Fabio. Sono ancora coinvolti il consigliere regionale Donato
Pentassuglia i dirigenti della Regione Antonicelli, Manna, Pellegrino ed
anche il direttore dell'Arpa Giorgio Assennato, il direttore
scientifico dell'Arpa Massimo Blonda. Ecco la lista di tutti gli
indagati: Emilio Riva (1926), Nicola Riva (1958), Fabio Arturo Riva
(1954); Luigi Capogrosso (1955), Marco Andelmi (1971), Angelo Cavallo
(1968), Ivan Dimaggio (1969), Salvatore De Felice (1964), Salvatore
D'Alò (1959), Girolamo Archinà (1946), Francesco Pervi (1954), Bruno
Ferrante (1947), Adolfo Buffo (1956), Antonio Colucci (1959), Cosimo
Giovinazzi (1974), Giuseppe Dinoi (1984), Giovanni Raffaelli (1963),
Sergio Palmisano (1973), Vincenzo Dimastromatteo (1970), Lanfranco
Legnani (1939), Alfredo Cerinani (1944), Giovanni Rebaioli (1948),
Agostino Pastorino (1953), Enrico Bessone (1968), Giuseppe Casartelli
(1943), Cesare Cotti (1953), Giovanni Florido (1952), Michele Conserva
(1960), Vincenzo Specchia (1953), Lorenzo Liberti (1942), Roberto
Primerano (1974), Marco Gerardo (1975), Angelo Veste (1938), Giovanni
Bardaro (1962), Donato Perrini (1958), Cataldo De Michele (1959), Nicola
Vendola (1958), Ippazio Stefàno (1945), Donato Pentassuglia (1967),
Antonello Antonicelli (1974), Francesco Manna (1974), Nicola Fratoianni
(1972), davide filippo Pellegrino (1961), Massimo Blonda (1957), Giorgio
Assennato (1948), Lorenzo Nicastro (1955), Luigi Pelaggi (1954), Dario
Ticali (1975), caterina Vittoria Romeo (1951), Pierfrancesco Palmisano
(1953), Ilva spa (in persona del commissario straordinario Enrico
Bondi), Riva Fire spa (in persona del consigliere delegato e legale
rappresentante Angelo Massimo Riva ), Riva Forni Elettrici spa (in
persona del presidente legale e rappresentante Cesare Federico Riva).
(CdM)
Ilva, un sistema infetto: concussione, corruzione e disastro ambientale. 50 richieste di rinvio a giudizio
Ci sono impresentabili di serie A e impresentabili di serie Z. Campagne
mediatiche per chiedere la testa di Tizio, mentre i Caio e i Sempronio
rimangono al loro posto, nascondendosi dietro il dito della "presunzione
d'innocenza", in Italia valida solo per i politici.
Ieri il ministro Boschi (Riforme)
ha spiegato ai pochi deputati presenti in Aula che il governo, proprio
per la presunzione d'innocenza, non ha alcuna intenzione di chiedere le
dimissioni dei sottosegretari indagati o imputati (Barraciu, De Caro, De
Filippo, Bubbico) figuriamoci del ministro Lupi (concorso in abuso
d'ufficio). Resta da capire perchè Renzi abbia sostenuto che la Baracciu
non andava bene come indagata candidata governatrice della Sardegna, ma
è perfetta come sottosegretario alla Cultura. Dopo pressioni di stampa e opinione pubblica, il sottosegretario Gentile (NCD) si è dimesso. Nessuno
ha fiatato (e la notizia è rapidamente scomparsa dai principali
quotidiani) per il rinvio a giudizio del compagno di partito Roberto
Formigoni, ex governatore della Lombardia, presidente della
Commissione Agricoltura. Sul suo capo accuse di corruzione e
associazione a delinquere nell'inchiesta Maugeri sulla Sanità.
Bazzeccole.
Oggi giunge notizia della richiesta di rinvio a giudizio per Nichi Vendola,
accusato di concussione aggravata nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva
di Taranto, altra indagine che rischia di venire archiviata dai media
con troppa fretta. Secondo gli inquirenti il governatore della Puglia
avrebbe abusato del suo ruolo e, assieme al patron Fabio Riva e all'ex responsabile delle comunicazioni dell'azienda Girolamo Archinà (quello della famigerata intercettazione pubblicata dal Fatto alcuni mesi fa),
avrebbe "implicitamente minacciato" con la "mancata riconferma
nell'incarico" Giorgio Assennato, direttore dell'ARPA (Agenzia
Regionale per la Protezione Ambientale), allo scopo di renderlo più
'morbido' nei confronti dell'azienda, in particolare sulle
"emissioni nocive prodotte dall'impianto siderurgico dell'Ilva s.p.a. ed
a dare quindi utilità a quest'ultima, consistente nella possibilità di
proseguire l'attività produttiva ai massimi livelli, come sino ad allora
avvenuto, senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o
rimodulazioni". E' un'accusa gravissima di un'inchiesta che, non a caso, si chiama "ambiente svenduto".
Oltre a quella di Vendola, ci sono altre 50 richieste di rinvio a giudizio: per i Riva (Fabio, Emilio, Nicola), Archinà, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso l'accusa è di associazione
a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di
sostanze alimentari e all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di
lavoro. Fabio Riva assieme ad Archinà deve rispondere anche del reato di corruzione
in atti giudiziari: avrebbero versato una tangente di 10mila euro ad un
professore universitario (Lorenzo Liberti) che collaborava con la
Procura proprio sulle emissioni dell'Ilva. Tra i neo imputati anche Luigi Pelaggi,
che nel 2011, quando venne rilasciata l'autorizzazione ambientale
all'Ilva, faceva parte della commissione incaricata a decidere. Pelaggi
era anche alla guida della segreteria tecnica dell'allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Imputati anche il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno (omissioni
in atti d'ufficio, non avrebbe adottato provvedimenti per "prevenire ed
eliminare i pericoli" causati dall'Ilva di cui era a conoscenza) e l'ex presidente della Provincia, Gianni Florido (tentata concussione, pressioni per far ottenere l'autorizzazione alla discarica ILVA).
L'inchiesta è partita nel 2009, ma il caso è deflagrato negli ultimi
due anni, con il lungo braccio di ferro relativo alla chiusura degli
impianti, fino al "sequestro per equivalente di beni, quote societarie e denaro fino alla concorrenza di 8.1 miliardi di euro nei
confronti di Riva Fire e Ilva". Decisione poi annullata senza rinvio
dalla Cassazione. Ma la questione Ilva si trascina da oltre un decennio.
Il patriarca Emilio Riva ha già collezionato due condanne (nel 2002 e
nel 2007) per l'inquinamento prodotto dall'azienda, senza che i vertici
avessero messo in atto delle contromisure a tutela dell'ambiente.
Un caso anche politico, che ha visto i governi e i vari ministri
dell'Ambiente che si sono succeduti (Monti-Clini, Letta-Orlando)
incapaci di fornire risposte convincenti. E con un evidente
conflitto d'interessi: Enrico Bondi è stato nominato dal governo Letta
commissario governativo del gruppo Ilva, un mese dopo aver lasciato il
precedente incarico: amministratore delegato della stessa azienda. (IBT)
Per
la Procura di Taranto Emilio Riva e i suoi figli Nicola e Fabio
(rifugiato in Inghilterra in attesa di giudizio di appello
sull’estradizione), proprietari dell’Ilva, insieme all’ex direttore
dello stabilimento Luigi Capogrosso, devono essere processati. I Pm
hanno infatti oggi richiesto il rinvio a giudizio per 50 persone e tre
società.
L’inchiesta era stata già
avviata nel 2009, ma di fatto la svolta era avvenuta nel 2012, grazie a
due perizie che evidenziavano il pesante impatto dell’Ilva sull’ambiente
e soprattutto sulla salute dei cittadini di Taranto. Da li partì il
sequestro degli impianti e successivamente i primi arresti.
Le accuse depositate oggi
dalla Procura sono decisamente gravissime e riguardano non solo i
proprietari dell’Ilva, ma anche i loro ‘fiduciari’ (il cosiddetto
governo ombra della fabbrica). Vanno dall’associazione a delinquere,
disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari,
fino all’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni, corruzione,
concussione, falso e infine abuso d`ufficio. Fra le accuse c’è anche
quella di aver fatto pressioni su politici e amministratori, mass media,
organizzazioni sindacali, forze dell’ordine e clero, per ridimensionare
i problemi ambientali e consentire allo stabilimento di proseguire
l’attività produttiva “senza il minimo rispetto anzi in totale
violazione e spregio della normativa vigente”. Ma non solo. Rinviato a
giudizio per concussione aggravata anche il presidente della Regione
Puglia, Nichi Vendola, leader di Sel. Vendola è imputato dalla Procura
per le pressioni sui vertici dell’Arpa Puglia, affinché ‘ammorbidisse’
l’azione di controllo sull’Ilva, in particolare in relazione alle
emissioni nocive prodotte dall'impianto siderurgico, dando così la
possibilità a quest’ultimo di proseguire indisturbato l’attività
produttiva, senza dover subire riduzioni o rimodulazioni.
Riguardo al presidente
dell'Ilva, Bruno Ferrante, ecco quanto dichiara la Procura nel
fascicolo: “In concorso tra loro nella gestione dell'Ilva di Taranto
operavano e non impedivano con continuità e piena consapevolezza una
massiva attività di sversamento nell'aria-ambiente di sostanze nocive
per la salute umana, animale e vegetale, diffondendo tali sostanze nelle
aree interne allo
stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti lo stesso, in
particolare Ipa, benzoapirene, diossine, metalli ed altre polveri
nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e
cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei
quartieri vicino al siderurgico e ciò anche in epoca successiva al
provvedimento di sequestro preventivo di tutta l'area a caldo”, avvenuta
il 26 luglio del 2012.
L’ex direttore Adolfo Buffo è
invece accusato di aver omesso le misure di sicurezza necessarie alla
protezione dei lavoratori, e di aver quindi causato la morte di due
operai a ottobre e novembre del 2012, Claudio Marsella e Francesco
Zaccaria.
Diverse, infine, le accuse,
che vanno dall'associazione a delinquere alla concussione, che
coinvolgono Girolamo Archinà, l'ex consulente dell'Ilva, licenziato ad
agosto 2012 e poi arrestato a novembre 2012. Archinà è stato uno dei
personaggi chiave dell'indagine, colui che manteneva infatti i rapporti
con i personaggi delle istituzioni, della politica e del sindacato. Era
lui quindi il cosidetto ‘maestro degli insabbiamenti’.
La Procura ha chiesto il
processo anche per il sindaco di Taranto, per omissione di atti
d’ufficio e per Gianni Florido, l’ex presidente della Provincia di
Taranto (Pd), dimessosi a maggio in seguito all’arresto. Florido in
particolare è accusato per le pressioni esercitate nei confronti
dell’assessorato all’Ambiente affinché assumesse un atteggiamento di
favore nei confronti dell’Ilva e facilitasse le autorizzazioni in
materia ambientale. Oggetto di indagine anche la discarica Mater
Gratiae, nell'area di Statte (Taranto) e di proprietà Ilva, che ad
ottobre scorso il Parlamento ha poi definitivamente autorizzato con una
legge.
A questo punto sarà compito
del Gup fissare la data dell’udienza per il rinvio o meno a giudizio
delle persone per le quali la Procura ha chiesto il processo.
(Dazebao)
Vendola, chiesto il rinvio a giudizio sul caso Ilva: “Concussione aggravata”
Non sono bastate oltre sette ore di interrogatorio per convincere la
Procura di Taranto dell’innocenza del governatore di Puglia
Nichi Vendola, accusato di concussione al termine dell’inchiesta “
ambiente svenduto” sull’
Ilva
di Taranto. Un interrogatorio caratterizzato da “troppi non ricordo”,
che secondo fonti investigative oggi si sono tradotti per il leader di
Sinistra ecologia e libertà
nella richiesta di rinvio a giudizio che gli inquirenti hanno
depositato poche ore fa. Per il pool di magistrati guidati dal
procuratore
Franco Sebastio, infatti, Vendola in accordo con
Fabio Riva, proprietario della fabbrica, e l’ex potente responsabile delle relazioni istituzionali
Girolamo Archinà
ha abusato “della sua qualita di Presidente della Regione Puglia” e
“mediante minaccia implicita della mancata riconferma nell’incarico” di
direttore dell’
Arpa Puglia, ha costretto
Giorgio Assennato ad “ammorbidire” la posizione della’agenzia regionale di
protezione ambientale
“nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’impianto
siderurgico dell’Ilva s.p.a. ed a dare quindi utilità a quest’ultima,
consistente nella possibilità di proseguire l’
attività produttiva ai massimi livelli, come sino ad allora avvenuto, senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni”.
Proprio Assennato, infatti, con una nota del
21 giugno 2010 aveva suggerito “sulla scorta dei risultati dei campionamenti della qualità dell’aria eseguiti dall’
Arpa nell’anno 2009 che avevano evidenziato valori estremamente elevati di
benzo(a)pirene,
l’esigenza di procedere ad una riduzione e rimodulazione del ciclo
produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto”. Un’ipotesi che
aveva mandato su tutte le furie i Riva e lo stesso Vendola che il giorno
dopo, il 22 giugno 2010, in un incontro con gli assessori
Nicola Fratoianni e
Michele Losappio,
aveva “fortemente criticato” l’operato dell’Arpa e sostenuto che ‘cosi
com’è Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto…’” ribadendo che
“in nessun caso l’attività produttiva dell’Ilva avrebbe dovuto subire
ripercussioni”. Non solo. I pm scrivono che dopo sole 24 ore Vendola ha convocato il
direttore scientifico dell’agenzia,
Massimo Blonda,
“per ribadirgli i concetti espressi nell’incontro” del giorno
precedente. Infine, il 15 luglio successivo, aveva indetto una riunione
informale alla quale hanno partecipato anche i Riva, Archinà e l’allora
direttore dell’Ilva
Luigi Capogrosso, mentre Giorgio Assennato, “che pure era stato convocato” era stato lasciato fuori dalla stanza e “ammonito dal dirigente
Antonicelli, su incarico del Vendola, a non utilizzare i dati tecnici sul benzo(a)pirene come ‘
bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano’”. Accuse gravi, insomma, per le quali
Nichi Vendola rischia di finire sotto processo.
La stessa richiesta è stata formulata per gli altri 49 indagati e per le tre società (
Ilva, Riva Fire e
Riva Forni Elettrici) finite nell’inchiesta all’atto di chiusura delle indagini. La Procura di
Taranto, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio anche per Emilio, Nicola e
Fabio Riva accusati di associazione a delinquere insieme ad Archinà, al direttore
Capogrosso, al consulente legale dell’azienda
Francesco Perli
e a cinque fiduciari, finalizzata al disastro ambientale,
all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di
cautele sui luoghi di lavoro. Non solo. Fabio Riva e Archinà dovranno
rispondere anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato
secondo i pm una tangente da 10mila euro a
Lorenzo Liberti, docente universitario e all’epoca dei fatti consulente della procura che indagava sulle emissioni della fabbrica.
Rischiano il processo anche il sindaco di Taranto
Ippazio Stefàno e l’ex presidente della Provincia,
Gianni Florido.
Stefàno è accusato di omissioni in atti d’ufficio, perché in qualità di
primo cittadino e quindi di autorità locale avrebbe omesso di adottare
provvedimenti per “prevenire e di eliminare i gravi pericoli” derivanti
dall’allarmante situazione di emergenza dovuta ai veleni dell’Ilva di
cui era a conoscenza. Un
atteggiamento omissivo, che secondo i magistrati, avrebbe procurato alla famiglia riva e all’Ilva un
vantaggio economico
visto che non sono stati abbassati i livelli produttivi. Florido,
finito in carcere il 15 maggio 2013 è accusato insieme all’ex assessore
all’Ambiente,
Michele Conserva, e ad Archinà, di tentata concussione: secondo le dichiarazioni del dirigente
Luigi Romandini, Florido a Conserva avrebbero fatto pressioni perché il dirigente rilasciasse l’autorizzazione alla
discarica Ilva per permettere all’azienda di smaltire i rifuti all’interno risparmiando così milioni di euro.
Richiesta di
rinvio a giudizio anche per
Luigi Pelaggi, ex capo della segreteria tecnica del ministro
Stefania Prestigiacomo e membro della commissione che nel 2011 rilasciò l’autorizzazione a produrre all’Ilva.
(FQ)