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lunedì 9 novembre 2015

Quisquilie renziane e regalini a Riva & co.

Fisco, Ilva assolta da accusa di frode da 52 milioni. Il governo Renzi ha depenalizzato il reato

L’intento con cui vengono fatte le leggi spesso si vede dai loro effetti: l’“abuso del diritto” non è più reato, e per questo il processo ai danni dell’ex patron dell’Ilva, Emilio Riva (morto nell’aprile 2014), due ex manager del gruppo e un dirigente della Deutsche Bank per una presunta frode da 52 milioni di euro si è concluso mercoledì con l’assoluzione degli imputati. È l’effetto del combinato disposto di due decreti attuativi della delega fiscale approvati dal governo Renzi ed entrati in vigore il primo ottobre. Il motivo? Hanno depenalizzato l’abuso del diritto, il comportamento che racchiude tutte le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano vantaggi fiscali indebiti per le imprese, ma con effetti anche sulla frode fiscale realizzata proprio mediante esso.
Nel febbraio dello scorso anno, oltre a Emilio Riva, erano stati mandati a processo Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale (nonché componente del cda) del gruppo Riva, e Angelo Mormina, per l’incarico avuto in qualità di managing director di Deutsche Bank (filiale di Londra). L’accusa nei loro confronti era di aver violato l’art. 3 della legge 74/2000 (“dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”), al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l’accusa era di aver “creato” elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse.
Gli indagati, in sostanza, nella dichiarazione dei redditi per il 2007 “ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata all’unico scopo di consentire alla consolidata Ilva Spa l’abbattimento del reddito, mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158 milioni di euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire Spa, una pari riduzione della base imponibile per un’evasione di imposta Ires pari a 52,4 milioni di euro”, si leggeva nel capo di imputazione. Ieri la prima sezione penale non ha fatto altro che accogliere la richiesta del pm Stefano Civardi formulata proprio alla luce delle modifiche apportate dalla riforma fiscale alla legge 74 del 2000: gli imputati hanno pagato le sanzioni amministrative (per Emilio Riva il reato si è estinto con la sua morte).
Cos’è successo? Il primo decreto fiscale ha depenalizzato l’abuso del diritto, mentre il secondo (che ha riformato i reati tributari) ha chiarito che questo non può essere associato alla frode prevista dall’art. 3 della legge del 74 del 2000. In esso sono state ricomprese le “operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente” (art. 1), che però non integrano quelle previste dall’abuso d’ufficio. E per quest’ultimo restano solo le sanzioni amministrative. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato” è infatti la formula scritta nel dispositivo con cui al Tribunale di Milano si è chiuso il processo.
Nel febbraio scorso, il pm Francesco Greco, capo del pool reati finanziari della Procura di Milano si era detto preoccupato in relazione ai decreti fiscali per “il contrasto che si potrebbe creare tra frode fiscale e abuso del diritto, perché io non ho mai visto un caso di abuso del diritto che non fosse fraudolento”. Il contrasto è stato sanato così. Nell’aprile scorso, Confindustria ha esultato per il varo del decreto sull’abuso del diritto da parte del Consiglio dei ministri: “Finalmente l’Italia si dota di una norma generale anti-elusiva come richiedevamo da tempo”.
di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli da Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015

martedì 21 ottobre 2014

Il senso dei Riva per gli "affari"

«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»

La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di "frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato, finalizzato a  vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di 90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere all’estero quanto più denaro possibile".

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CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la "fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata  una società ad hoc in Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90 giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)

giovedì 17 ottobre 2013

E adesso prendetevela con la Procura di Milano...

Non solo la Procura di Taranto indaga sul "sistema Riva" ma anche, a quanto pare, la Procura di Milano. A  seguito di una serie di perquisizioni effettuate due giorni fa dalla Gdf , la Procura di Milano ha avviato una serie di indagini sui "rapporti tra la società Rive Fire di Emilio Riva e la controllata Ilva" da cui emergerebbe "un' appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza del colosso siderurgico". Si potrebbe pensare che questa indagine sia  il proseguimento dell'inchiesta avviata dalla Procura di Taranto "ambiente venduto" ed invece non è così: trattasi di una "tranche distinta dalle indagini che lo scorso maggio hanno portato al sequestro di 1,2 miliardi di euro a carico dei Riva".
Chissà se i dipendenti Riva del Nord Italia, ultimamente visti a manifestare con tanto di striscioni e manifesti contro il gip Todisco, chissà se se la prenderanno anche stavolta con la Procura... ma di Milano!


 

Riportiamo qui di seguito alcuni articoli sull'indagine in corso da parte della Procura di Milano:

da GdM
MILANO – La Procura di Milano sta indagando sui rapporti tra la società Rive Fire di Emilio Riva e la controllata Ilva con l’ipotesi di appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza del colosso siderurgico. E’ emerso a seguito di una serie di perquisizioni effettuate due giorni fa dalla Gdf. Si tratta di una nuova tranche dell’inchiesta sui Riva, che ipotizza anche il reato di frode fiscale. Tranche distinta dalle indagini che lo scorso maggio hanno portato al sequestro di 1,2 miliardi di euro a carico dei Riva.

Da quanto si è saputo, infatti, il sospetto è che Riva Fire, la controllante dell’Ilva di Taranto, abbia incassato utili a scapito della controllata e a danno dei soci di minoranza che avrebbero così ottenuto meno dividendi rispetto al dovuto dal colosso siderurgico. Da quanto si è appreso, gli investigatori del nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano, coordinati dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, starebbero vagliando oltre alla posizione del 'patriarcà Emilio Riva, rimasto al vertice di Rive Fire, anche quelle degli ex amministratori della controllante, tra cui una serie di familiari di Emilio Riva.

La Gdf, che lunedì scorso ha effettuato una serie di perquisizioni nelle società del gruppo Riva, sta analizzando i bilanci dal 2008 in poi di Riva Fire, dell’Ilva e di Riva Forni Elettrici, la nuova denominazione del gruppo Riva. Secondo l'accusa, infatti, Riva Fire attraverso una serie di contratti di servizi stipulati con l’Ilva avrebbe incassato utili da quest’ultima, che invece a bilancio avrebbe iscritto costi maggiori legati a quei contratti e distribuito quindi meno dividendi. Un altro sistema, secondo l’accusa, per svuotare le casse dell’Ilva a danno dei soci di minoranza e trasferire gli utili in Riva Fire, la holding familiare. Da qui l’accusa di appropriazione indebita, a cui sono legate anche ipotesi di frode fiscale.

Una tranche di inchiesta, quella su cui stanno lavorando gli inquirenti, del tutto distinta, dunque, rispetto al procedimento che lo scorso maggio ha portato al sequestro di 1,9 miliardi di euro (e non 1,2 come scritto in precedenza) per i reati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni. In relazione a quel sequestro, i pm hanno ipotizzato che Emilio e il fratello Adriano Riva (quest’ultimo non risulta coinvolto nella nuova tranche) assieme ad alcuni professionisti abbiano sottratto soldi alle casse dell’Ilva, nascondendoli in paradisi fiscali e facendoli poi rientrare in Italia attraverso lo scudo fiscale.



Il Sole 24 ore
Nuove perquisizioni e nuovi reati fiscali e societari contestati dai magistrati. L'inchiesta della procura di Milano sui quasi due miliardi di euro portati all'estero della famiglia Riva fa un nuovo passo avanti. Ieri i militari del Nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano hanno perquisito le sedi di alcune società del gruppo siderurgico che controlla l'Ilva di Taranto alla ricerca di carte e documentazione utile alle indagini. I sostituti procuratori Stefano Civardi e Mauro Clerici - titolari dell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco - avrebbero invece contestato nuovi reati fiscali legati alla sovrastima di rapporti intercompany nelle operazioni che hanno avuto per oggetto alcuni passaggi societari in Lussemburgo che hanno permesso alla famiglia Riva di accumulare i quasi due miliardi di euro sequestrati nei mesi scorsi. I pm ipotizzerebbero anche eventuali reati societari legati alle infrazioni fiscali.

Emilio e Adriano Riva sono indagati per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori. Con i due industriali sono stati iscritti nel registro degli indagati anche due professionisti dello studio legale-tributario Biscozzi Nobili di Milano: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, entrambi accusati di riciclaggio.
Il "tesoretto" dei Riva è stato sequestrato lo scorso maggio dalla Guardia di Finanza perché – scrive il gip di Fabrizio D'Arcangelo nel decreto di sequestro – i soldi «costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata» da parte degli indagati «ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori».

Nel mirino della procura di Milano ci sono tre operazioni societarie passate al setaccio in questi mesi dagli uomini della Gdf. La prima, del dicembre 1995, riguarda la cessione di quote della società olandese Oak. La seconda è relativa alla vendita di una holding lussemburghese, la Stahlbeteiligungen Holding Sa, avvenuta nel maggio 1997. La terza riguarda invece la cessione dell'11,75% dell'Ilva Spa nel luglio 2003. Le tre operazioni hanno permesso ai due fratelli di generare una provvista complessiva di 1,39 miliardi di euro, dei quali 1,18 sono stati "rimpatriati giuridicamente" (il patrimonio è stato cioè regolarizzato, ma è rimasto all'estero) con lo scudo fiscale del 2009.
I soldi erano raccolti in alcuni trust di Jersey. Lo scorso agosto l'indagine ha portato al sequestro di altri 700 milioni di euro appartenenti alle famiglie di Emilio e Adriano Riva, facendo così salire il totale a circa 1,9 miliardi di euro. I finanzieri hanno anche scoperto altri trust in Nuova Zelanda e alle Bahamas più altri trust domiciliati a Jersey e i cui beneficiari sono i figli dei due Riva. I soldi sono stati investiti dalla Ubs Trustee di Jersey in gran parte in titoli di Stato altamente liquidi e sono stati parzialmente rimpatriati e depositati nel Fondo unico della giustizia.


 

 

martedì 2 luglio 2013

Alle prese con l'Occulto

Ilva, il Riesame conferma sequestro soldi: “Governo aziendale occulto” 

Esiste un “governo aziendale occulto” che opera nello stabilimento Ilva di Taranto, una “struttura ombra costituita da soggetti denominati ‘fiduciari’ non inquadrati nell’organizo di Ilva spa, ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva”. Lo scrive il tribunale del Riesame nelle motivazioni con le quali conferma il maxi sequestro per equivalente da 8,1 miliardi di euro ai danni della società Riva Fire che controlla Ilva spa.
Nelle quarantuno pagine del provvedimento il collegio di magistrati rivela la presenza di alcuni soggetti “funzionalmente dipendenti di altre societa del Gruppo Riva”, ma “ufficialmente distaccati all’internodello stabilimento” e altri che invece pur non essendo “ufficialmente impiegati presso Ilva spa” ricoprono incarico di vertice come Lanfranco Legnani che “oltre ad essere componente dell’organismo di vigilanza di Ilva, ricopriva anche l’incarico di ‘direttore ombra’ dello stabilimento”. Altri ancora, aggunge il tribunale “operavano od operano all’interno dello stabilimento come consulenti esterni”. Figure, che secondo due informative della Guardia di finanza di Taranto, “di fatto governavano il siderurgico, impartendo le necessarie disposizioni, occupando alloggi nella provincia di Taranto che risultavano formalmente ‘uffici in attività’ della Riva Fire spa”. Una struttura ombra, quindi, che secondo la procura ionica è “lo strumento di controllo della proprietà sulla vita dello stabilimento” con il compito “effettivo”, quindi, di “verificare l’operato dei dipendenti assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali”. Ed è quindi attraverso i fiduciari che la Riva Fire – e di conseguenza i membri della famiglia proprietaria della fabbrica – controllava la fabbrica. Attraverso queste figure che “hanno esercitato un penetrante dominio su Ilva spa” e hanno dettato “dall’esterno le linee della politica aziendale” la famiglia Riva continuava – al di là di dimissioni formali e cessazioni di incarichi ufficiali – a mantenere saldamente le mani sullo stabilimento di Taranto.
Un nuovo filone di indagine che, quindi, si apre nella vicenda che vede indagati per disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari la proprietà e i vertici dello stabilimento. Ma i soggetti iscritti nel registro degli indagati, prima della chiusura dell’attività investigativa, potrebbero aumentare ancora: i fiduciari, infatti, “hanno in tale veste – scrivono i giudici del riesame – concorso con i successivi amministratori nella commissione dei reati”. Non solo. La loro esistenza e la loro azione conferma la legittimità del maxisequestro disposto dal gip Patrizia Todisco perché avvalorano le responsabilità della società Riva Fire che attraverso “i propri amministratori e per il tramite dei fiduciari”, ha attivamente partecipato alla fase delle scelte decisionali concementi Ia gestione dello stabilimento di Taranto e quindi “la consumazione degli illeciti, perseguendo quindi un proprio interesse”.
Ma il martedì nero della famiglia Riva non ha come epicentro solo il palazzo di giusitizia del capoluogo ionico. La procura di Milano, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio per Emilio Riva e altre tre persone nell’ambito di un’ inchiesta per frode fiscale dell’Ilva per 52 milioni. L’87enne ex patron dell’Ilva, agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso, è indagato in qualità di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società Riva Fire spa, nonché di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società consolidata Ilva spa. (FQ)