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mercoledì 14 gennaio 2015

Piano piano. Si respira

Da domani stop altiforni

 La direzione Ilva ha comunicato nel pomeriggio alle organizzazioni sindacali che "a causa di un ridotto approvvigionamento delle materie prime", si procederà da domani mattina alle 7, a scorrimento, alla fermata per 48 ore di ciascun altoforno, a partire dall’Afo 4. Seguiranno le fermate degli Altoforni 2 e 5. Secondo fonti sindacali, i lavoratori coinvolti, che andranno a smaltire ferie o in contratto di solidarietà, sono circa 250.
La fermata degli altiforni avrà ripercussioni più durature su altri reparti. La Colata continua 2 (Cco2) si fermerà dalle 7 di domani alla stessa ora del 21 gennaio; la Colata continua 1 (Cco1) dalle 7 del 16 gennaio alle 7 del 21 gennaio; la Colata continua 4 (Cco4) dalle 23 del 17 gennaio sino al 21 gennaio; il Treno nastri 1 (Tna1) dalle 23 del 16 gennaio fino al 23 gennaio, il reparto Slitter (laminatoio a freddo) dalle 23 di oggi al 19 gennaio. Tutte le ripartenze sono previste alle ore 7. (GdM)

mercoledì 26 marzo 2014

Ma quanto sono zuccherosi!

Riportiamo questo comunicato stampa ilva per registrare il cambiamento di stile nella nuova versione statalpolitica.
Il cerchiobottismo sfacciato e falso che sa di cetriolo lubrificato ha preso il posto della vecchia parola del padrone.
Poveri noi...

ILVA: REPENTINA RISOLUZIONE DEL GUASTO ALLA CENTRALE ELETTRICA
RIPRESA LA FUNZIONALITÀ DEGLI ALTIFORNI 2‐4‐5 MASSIMA ATTENZIONE ALLA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE E DEL LAVORO
 

Taranto, 26 marzo 2014 – ILVA comunica che nelle prime ore di oggi (01:30)  è stato completamente  riparato il guasto a un gruppo della centrale elettrica situata all’interno dello st abilimento di Taranto. Il  gruppo  termoelettrico  è  quindi  rientrato  in  parallelo  riprendendo  cosi  l’er ogazione  di  energia.  Il  m alfunzionamento, che si era verificato nelle prime ore della mattina di domenica 23 marzo 2014, è stato quindi risolto in circa 68 ore.
In questo modo AFO2, AFO4 e AFO5 ritornano ora alla normale produzione e con seguenzialmente è stato avviato il riassorbimento di tutti gli addetti interessati dal fermo temporaneo d eciso per salvaguardare l’ambiente dai Commissari Straord nari di ILVA: da stamattina hanno ripreso a la vorare circa 100 persone mentre le rimanenti 125 circa ritorneranno in servizio al massimo entro il prossimo venerdì 29 marzo. 
"L'inconveniente  tecnico  alla  centrale  elettrica  aveva  determinato  ‐  ha  osservato  Edo  Ronchi,  Sub  Commissario ILVA ‐ una riduzione del consumo nella centrale del gas prodotto  dagli altiforni. Anziché  bruciare   il  gas   in   eccesso   nelle   torce,   la  gestione  commissariale,   per   cautela   ambientale,   ha  immediatamente proceduto a ridu ne la produzione fermando a turno i tre altifor ni. Mi pare sia anche da segnalare la rapidità dell'intervento che ha consentito di tornare alla normalità produttiva".
La repentina riparazione del guasto è un segno evidente del percorso virtuos o avviato dalla gestione commissariale di ILVA: al verificarsi dell'inconveniente tecnico sono stati infatti fermati  temporaneamente gli impianti interessati avviando contestualmente il ripristino della piena efficienza energetica. Così in meno  di tre giorni è stato possibile riprendere  la produzione, avviare il riassorbimento  della forza lavoro e salvaguardare l'ambiente. (Ilva)

lunedì 24 marzo 2014

Ilva Taranto: riacceso l'altoforno più grande d'Europa

Ieri l'improvviso fermo dell'Afo5 a causa di un guasto alla centrale elettrica gestita dalla Taranto Energia. Oggi il suo riavvio. Ma i polmoni de* tarantin* non ne hanno sentito la mancanza....

(ANSA) - TARANTO, 24 MAR - Dopo meno di 24 ore, tempo massimo previsto per il fermo tecnico, l'Ilva ha riavviato l'Altoforno 5, il più grande d'Europa, la cui produzione era stata congelata a causa di un guasto alla centrale elettrica interna, gestita dalla società 'Taranto Energia'. L'azienda ha fermato, sempre in via temporanea, l'altoforno 4 e il Treno nastri 1. La squadra di manutenzione sta ripristinando la turbina della centrale che trasforma in energia il gas prodotto dagli altiforni e dalle cokerie.

Un guasto alla centrale elettrica blocca parte dell'attività dell'Ilva. Il colosso siderurgico a Taranto ha riavviato questa mattina l'alfoforno 5, il più grande d'Europa, dopo uno stop di quasi 24 ore e ha fermato invece l'altoforno 4. La prosecuzione della fermata si rende necessaria a causa del guasto verificatosi ieri alla centrale elettrica del siderurgico che non consente attualmente di lavorare, trasformandola in energia, tutta la quantità di gas prodotta dagli altiforni e dalle cokerie.
L'altoforno 5 era stato fermato ieri. Anche lo stop dell'altoforno 4 sarà temporaneo, probabilmente sino a domattina. Tra le ipotesi al vaglio c'è quella di fermare per qualche ora anche l'altoforno 2. Tutto dipenderà dai tempi necessari a riparare il guasto alla centrale. Rimarrà invece fermo una settimana il Treno nastri 1, uno degli impianti dell'area a freddo che per il suo funzionamento utilizza l'energia prodotta dalla centrale.
Il guasto verificatosi alla centrale elettrica dell'Ilva di Taranto provoca anche 225 esuberi temporanei tra le due acciaierie e il Treno nastri 1. Lo ha comunicato stamattina l'azienda che ha incontrato i sindacati metalmeccanici. I lavoratori interessati ricorreranno ai contratti di solidarietà già in uso nello stabilimento. Ieri l'Ilva ha dovuto fermare per il guasto sia l'altoforno 5 che il Treno Nastri 1 e stamattina, ripartito il 5, ha dovuto fermare l'altoforno 4. In entrambi i casi si tratta di fermate temporanee.
(RepBA)

giovedì 5 dicembre 2013

La Favola da due soldi per bimbi creduloni

Ecco partire dalle pagine aranciosbiadite del Sole24ore l'ennesimo attacco alla società civile, questa plebaglia maleducata e irriverente dove imperano "gli ambientalisti e i sindacalisti radicali, i magistrati ignari dei funzionamenti minimi di un'impresa e gli amministratori convertitisi all'autoparalisi". Una massa di ignoranti! Ma come si permette questa gentaglia di attaccare con l'arco e le frecce il colosso della siderurgia? E, addirittura, di toccare il "Pantalone" numero uno di confindustria e dei governi da quando la Fiat li ha snobbati tutti?
Come si fa a pensare di fermare l'AFO5, la "Ferrari" degli altoforni? (senza filtri, ovviamente..)
Un paio di articoli ben assestati che danno qualche buffetto ai Riva per par condicio (ma sotto sotto li assolvono) e, soprattutto, difendono la tesi dell'industria nuova e necessaria, agli occhi dell'opinione pubblica piccolo borghese (quella medio-alta è già abbastanza connivente ed empatica...).
Bravi soldatini, ops, giornalisti!

Enzo D'Alò


Ilva sul filo dell'equilibrio finanziario

La superficie di accesso all'altoforno cinque è sconnessa. Falsi piani, dislivelli, scale, piccole discese, pozze d'acqua. I piedi di tutti procedono con prudenza. Le teste sono custodite dai caschetti.
L'altoforno cinque è uno degli snodi nevralgici di quel delicato organismo industriale e umano che è l'Ilva di Taranto. Mentre cala la sera uno degli ultimi bastioni del capitalismo italiano - ferro e fuoco, uomini e macchine - con i suoi fischi e i suoi rumori, le sue scintille e la ruggine delle sue strutture restituisce il senso di una storia novecentesca che, piaccia o no ai retori della cultura anti-industriale, è la nostra, non di altri.
L'altoforno cinque, però, non è soltanto una testimonianza del passato, come desidererebbero gli ambientalisti e i sindacalisti radicali, i magistrati ignari dei funzionamenti minimi di un'impresa e gli amministratori convertitisi all'autoparalisi per espiare la sottomissione psicologica ai Riva e agli Archinà. Tutti inconsapevoli che la chiusura dell'area a caldo sancirebbe la morte dell'Ilva e la trasformazione di Taranto in una nuova Bagnoli.
L'altoforno cinque è anche una delle poste in palio - produttive e tecnologiche - maggiori della partita a dadi con cui l'impegno (e la fortuna) degli uomini definirà la sorte della maggiore acciaieria europea. L'altoforno cinque è stato costruito nel 1994. Rifatto dieci anni dopo, nel 2004, adesso sperimenterà un rifacimento totale l'anno prossimo. Sarà svuotato dall'interno e verrà rimodulato pezzo per pezzo con un investimento che - da progetto - varrà fra i 130 e i 150 milioni di euro. Questo lavoro si dovrebbe svolgere dal settembre del 2014 al luglio del 2015. Contestualmente dovrebbero essere rifatte le batterie, le strutture dove dal carbon fossile si produce il coke, che poi finisce negli altoforni.
Il nuovo altoforno e le nuove batterie dovrebbero consentire miglioramenti marginali a un sistema che, sotto il profilo della pura efficienza produttiva, ha sempre avuto buoni rendimenti. Basti pensare che, secondo l'analisi mensile della Wdeh (l'associazione metallurgica tedesca), nel biennio 2011-2012 l'altoforno cinque ha conteso il primo posto nella classifica dei più efficienti in Europa al suo equivalente di IJmuiden, nei Paesi Bassi, di proprietà degli indiani di Tata Steel. Un indicatore dell'efficienza è, per esempio, rappresentato dai chili di coke necessari per produrre mille chili di ghisa: 304 a Taranto, 340 nelle acciaierie tedesche.
La complessità dell'Ilva - stretta fra la dimensione dell'efficienza industriale e la cifra della sicurezza ambientale - è ben percepibile nella torre di controllo. Da qui i tecnici verificano che gli standard produttivi e i livelli di emissione siano rispettati. Nella fisiologia dell'Ilva si tratta del sistema centrale nervoso, formato da tre primi strati di cellule rappresentati dalle procedure formalizzate, dall'audit interno e dalle società di certificazioni incaricate di vagliare i processi. Su di esse si sono addensate cellule provenienti dall'esterno. E, oggi, la torretta di controllo è metaforicamente racchiusa dalle ispezioni dell'Ispra e dell'Arpa, dai controlli dei vigili del fuoco ogni volta che qualcosa non funziona, dai carabinieri del Noe, dai sindacati che talvolta raccolgono informazioni per il retropensiero di precostituirsi una posizione giuridicamente favorevole.
La natura bifida - produttiva e ambientale, prigioniera del passato e proiettata verso il futuro - dell'acciaieria esprime poi un punto di caduta duplice nella quotidianità gestionale e nella prospettiva strategica. Nel riposizionamento dalla produzione di massa e ad alta redditività con un atteggiamento impositivo verso i clienti dell'epoca Riva all'ampliamento della gamma di offerta con la ricerca di un migliore rapporto fra qualità e prezzo della nuova gestione Bondi, l'Ilva deve confrontarsi con un mercato sempre più competitivo. Gli spread ottenibili sono di pochi punti sopra il costo delle commodity. I magazzini, assai pingui quando c'era la famiglia lombarda, vengono gestiti con grande oculatezza. Quando possibile, si operano dei destoccaggi. Il risultato, nella complessa dialettica fra conto economico e stato patrimoniale, è quello di una posizione finanziaria stabile. Dunque, di certo la situazione, per quanto ancora delicata, non è più paragonabile al dramma sperimentato da gennaio ad aprile, quando ogni mese l'Ilva bruciava intorno ai 50 milioni di euro. Anche se l'Ebitda è ancora negativo. Allo stesso modo, un'impostazione meno padronale all'esterno (verso i clienti) è coerente con un maggiore dialogo interno (per esempio, nei processi decisionali con Genova e con Novi Ligure).
Il sentimento di paura per il futuro e la fatica fisica di ogni minuto vissuti da chi lavora nelle cokerie e negli altiforni, nelle batterie e ai nastri trasportatori fanno il paio con l'impegno nervoso e la tensione quotidiana di chi - fra il management, nella palazzina blu dell'Ilva - deve intrecciare l'oggi con il domani, come fanno i pescatori con i loro cestini di vimini nella città vecchia di Taranto. Prendiamo il problema del piano industriale, affidato a McKinsey. La sua calibratura definitiva dipenderà dalla versione finale del piano ambientale. Nel prossimo futuro, andrà in Consiglio dei Ministri per trovare la forma del decreto. Dopo la firma del decreto Bondi, avrà trenta giorni per redigere un piano industriale, che andrà prima comunicato ai Riva (proprietari dell'impresa) e quindi approvato dal Mise. L'ingegnerizzazione finanziaria e la curvatura strategica del piano industriale non potranno non dipendere dall'entità delle cose da fare contenute nel piano ambientale. A quel punto si porrà la questione delle risorse. Martedì il Governo ha scelto di consentire al Commissario di utilizzare quelle sequestrate per reati fiscali e valutari ai Riva. (Sole24h)

Ed ecco, a seguire, dopo gli attacchi a testa bassa  ai nemici del "progresso" ecco la favola della "brava gente al lavoro", dell'eroe pianista e degli orchi cattivi con la toga sporca:

L'Ilva del futuro punta sul prodotto

Sentinella, a che punto è la notte? Non chiedetelo, per favore, a chi lavora all'Ilva. Hanno facce serie e impaurite. I loro profili sono contratti. Sembrano avere assorbito l'ostilità autoassolutoria e la distanza inquisitoria che li circonda quando timbrano il cartellino di uscita alla fine del turno. Una freddezza assimilabile al vento inospitale che, alle quattro del pomeriggio, batte sull'altoforno cinque, sulla palazzina direzionale blu e sulle colline minerali.
Qui lavorano in dodicimila. Ingegneri, operai, tecnici. Non fanno finta. Non sono assassini, anche se capita che ai loro figli alle recite scolastiche assegnino la parte delle ciminiere. Sono un pezzo di Italia industriale che - fra dramma ambientale, minorità della politica, unilateralità della magistratura - rischia di scomparire, contribuendo a consegnare il Paese alla fisionomia della piccola impresa: se va bene un destino da subfornitori di lusso, se va male un futuro da terzisti o da camerieri a basso costo della manifattura internazionale. Fabbricano acciaio. E si dedicano a due lavori: la produzione, perché senza di essa la fabbrica chiude, e la trasformazione dell'acciaieria secondo le prescrizioni dell'Aia, in mezzo a mille ritardi e resistenze regolamentari, nessuno che fuori dall'acciaieria firma nulla, e se poi tocca a me dimostrare di avere fatto tutto correttamente, meglio stare fermi, io in galera per quelli non ci finisco.

giovedì 26 settembre 2013

E rispunta anche il rigassificatore!

Chiuderà un altro altoforno

L’Ilva conferma: potrà fare a meno di un altoforno e di quattro batterie. E potrebbe disfarsi, progressivamente, dell’impianto di agglomerazione. Detto, martedì sera nell’incontro a Roma con i sindacati nazionali, dal commissario Enrico Bondi. Ridetto, ieri a Taranto, dal responsabile delle relazioni industriali Enrico Martino durante la riunione in fabbrica tra dirigenza aziendale e segreterie di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm.
C’è una postilla: niente contraccolpi occupazionali dalla chiusura degli impianti. Almeno così ha assicurato il management aziendale, alludendo a una collocazione degli esuberi su altri impianti, in particolare il tubificio. I sindacati, però, rimangono cauti.
L’Ilva potrà fare a meno di un altoforno e di “pezzi” vitali alla produzione di ghisa, a quel ciclo integrale realizzato nell’”area a caldo”, ritenuta altamente inquinante e sequestrata dalla magistratura. Perché accada ciò, tuttavia, dovrà compiersi la «rivoluzione verde» - pensate il paradosso - già annunciata dal sub-commissario Ronchi ai consiglieri comunali di Taranto: l’utilizzo dei pallets di ferro pre-ridotto che elimineranno il ricorso al parco minerali, l’alimentazione a metano negli altoforni e nelle acciaierie. Andando a buon fine la sperimentazione si potrà dire addio a un altoforno (uno solo?). L’Ilva lo ha prospettato con chiarezza ieri. Occorrerà quindi un po’ di tempo perché si vedano gli effetti di una trasformazione ora in fase sperimentale.
Ieri, i vertici aziendali non hanno escluso, oparlando ai sindacati, che l’azienda possa arrivare a una gestione autonoma delle nuove tecnologie e dei materiali. Una vaga allusione alla necessità di dotarsi, per esempio, di un rigassificatore per il trasporto del metano (o shale gas)?
Non è un caso che la dirigenza dello stabilimento siderurgico abbiano fatto coincidere l’annuncio con l’aggiornamento sullo stato dei lavori previsti dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale.
Perché da gennaio è spento l’altoforno 1, principale indiziato tra gli impianti a rischio chiusura definitiva. E ferme sono quattro batterie del reparto cokeria. Sul tema i sindacati hanno da tempo incalzato la nuova gestione commissariale. Ieri si è aperto uno spiraglio. L’Ilva ha ordinato il materiale necessario per avviare i lavori all’altoforno 1 e c’è ottimismo sulla possibilità di iniziare a breve, a parte lo stato di avanzamento in altre aree dello stabilimento.
A detta dell’Ilva, insomma, sono stati consegnati gli ordini alle aziende chiamate a lavorare sull’eco-compatibilità degli impianti. Lo stabilimento siderurgico continua, comunque, a lamentare pesanti ritardi della burocrazia nella concessione della autorizzazioni previste per i lavori.
Resta, però, la contraddizione di fondo: sarà l’altoforno 1 a chiudere? O un altro? Oppure alla fermata dell’altoforno 1 si aggiungerà quella di un altro altoforno? Perché c’è anche da dire che l’Ilva ha specificato ieri che il suo cronoprogramam prevede la riapertura la prossima estate dell’altoforno 1 quando, a settembre si fermerà per i lavori Aia il «cuore» della produzione, l’altoforno 5. I conti non tornano. L’Autorizzazione integrata ambientale prevede, infatti, che l’altoforno 5 sia chiuso a giugno. L’azienda chiederà uno slittamento, già aveva paventato l’ipotesi, ma sui tempi bisognerà chiarire ancora qualcosa.
«Aspettiamo il piano industriale a novembre» dice il segretario generale della Uilm Antonio Talò. Gli fa eco il segretario della Fim Cisl Mimmo Panarelli: «Il fatto che l’Ilva abbia escluso ricadute occupazionali lo trovo positivo. Una cosa non capisco - aggiunge Panarelli - perché la sperimentazione dei nuovi materiali deve coinvolgere gli altoforni se riguarda cokerie e agglomerato». «Un po’ di interrogativi dobbiamo porceli» chiosa Talò della Uilm. E aggiunge: «L’Ilva ha un linguaggio contraddittorio. Di certo non ripartiranno un altoforno e un pezzo della cokeria. Ne guadagnerà l’ambiente e sarà un grandissimo risultato. Ma il prezzo da pagare potrebbe essere assai salato in termini occupazionali. Occorrerà trovare una soluzione». 8gdM)

domenica 1 settembre 2013

Tutti pendono dalla garza della mummia di stato (e di Riva)

Ilva, Bondi incontra i sindacati. "Così cambierò il siderurgico"

Repubblica
Enrico Bondi "svela" come sarà l'Ilva che per un massimo di 36 mesi, da giugno scorso, è chiamato a gestire come commissario nominato dal Governo. Bondi, infatti, incontrerà domattina a Roma il coordinamento sindacale di tutti gli stabilimenti dell'Ilva, alla presenza dei segretari nazionali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil. E' la prima volta dal suo insediamento come commissario, avvenuto con decreto legge il 4 giugno scorso, che Bondi incontra i sindacati. Nell'Ilva di Taranto, intanto, è ripartita dal 29 agosto l'acciaieria 1 fermata nelle scorse settimane per consentire alcuni lavori previsti dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Non ancora fissata, invece, la ripartenza del Treno nastri 1 (come il "gemello" 2, produce coils) che comunque, per i sindacati, dovrebbe avvenire a breve visto che nell'impianto sono stati richiamati i manutentori. Rimangono invece fermi, per i lavori dell'Aia, gli altiforni 1 e 2.
Nel primo incontro con i rappresentanti dei lavoratori il commissario non presenterà il piano industriale perché ci sta ancora lavorando, ma spiegherà comunque a grandi linee come intende gestire l'azienda, quali sono le sue priorità, come sta andando il mercato. Dall'insediamento (4 giugno, col decreto  61 poi convertito nella legge 89 del 3 agosto) a oggi, Bondi - che è affiancato anche dal sub commissario Edo Ronchi nominato dal ministero dell'Ambiente - si è concentrato soprattutto su due fronti: riorganizzazione dell'Ilva, travolta da una pesante inchiesta giudiziaria per disastro ambientale scoppiata a fine luglio 2012, e attuazione delle disposizioni dell'Aia, ossia la serie di prescrizioni finalizzate a ridurre l'inquinamento di parchi minerali, cokerie, altiforni e acciaierie. Bondi è stato nominato commissario proprio perchè l'Ilva gestita dalla famiglia Riva - che resta comunque proprietaria - non ha attuato, secondo i tempi fissati, tutto ciò che l'Autorizzazione intergrata ambientale obbligava a fare.
E così, tra le prime iniziative assunte dal commissario, ci sono state sia un'accelerazione dei lavori agli impianti (l'azienda ha dichiarato di aver speso a metà luglio metà dell'impegno 2013), sia la costituzione di un dipartimento tecnico ad hoc, con 30 ingegneri, alla cui guida Bondi ha chiamato Erder Mingoli, ex manager Lucchini. Nei primi tre mesi di Bondi commissario però (in precedenza è stato ad dell'Ilva nominato dai Riva) non sono mancati gli scontri. Come quello provocato dalla relazione di Bondi in cui contestava sulla base di analisi commissionate dall'azienda i criteri con cui Regione e Arpa avevano definito per l'Ilva la Valutazione di danno sanitario (Vds). In quel documento, Bondi attribuiva tra l'altro i dati sull'incidenza dei tumori all'elevato consumo di sigarette da parte della popolazione e al fatto che molti tarantini avessero lavorato tra Arsenale della Marina e Cantieri navali venendo così a contatto con l'amianto.
Pian piano le polemiche sono poi rientrate, ma il livello di attenzione sul tema Ilva è rimasto comunque molto elevato. Prova ne sono la contrastata approvazione in Senato del decreto legge sul commissariamento dell'azienda (l'1 agosto l'assemblea l'ha votato senza modifiche così come era giunto dalla Camera sia per evitare di farlo decadere, sia per evitare l'ostruzionismo di Cinque Stelle), sia il fatto che lunedi scorso con un nuovo decreto inserito nel pacchetto della Pa, il Governo abbia autorizzato due discariche nell'Ilva per i rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi. Anche in questo caso le reazioni sono state aspre, nonostante il chiarimento alla Regione del ministro Orlando che ha giustificato la scelta del decreto legge per una questione di tempi: con l'avanzamento dei lavori dell'Aia, c'è infatti bisogno di siti idonei dove trasportare i rifiuti industriali prodotti dalla bonifica del siderurgico. (Rep)

mercoledì 12 giugno 2013

Altroforno!

Ilva, stop a due impianti e 800 esuberi. Sebastio: "Risanare costerà caro"

La crisi di mercato ferma un altoforno Ilva e un'acciaieria. Mentre a Roma il procuratore Franco Sebastio rilancia il tema del risanamento della grande fabbrica. L’azienda ha annunciato lo stop dell’altoforno numero 2 a partire da luglio nel corso di un incontro con i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm. A margine dell’incontro si è appresa anche l’intenzione dell’attuale commissario Enrico Bondi di azzerare il ruolo dei “fiduciari”, uomini della proprietà non alle dirette dipendenze del siderurgico sul cui ruolo sta indagando anche la Guardia di Finanza. La persistenza picchiata delle commesse, invece, ha convinto i manager della grande fabbrica ad anticipare la fermata dell’impianto.
Il blocco di Afo2 comporterà l’esubero di ottocento lavoratori che beneficeranno dei contratti di solidarietà. Così il numero delle tute blu tarantine fuori dal ciclo produttivo salirà in estate a duemila.  Oltre all’altoforno chiuderà a cascata l’acciaieria numero uno. Sull’Afo/2 saranno anticipati i lavori di ristrutturazione previsti dal cronoprogramma dell’autorizzazione integrata ambientale. E proprio sulla ristrutturazione dei reparti inquinanti si è soffermato nel pomeriggio il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione industria del Senato. Il magistrato ha fatto riferimento al sequestro record scattato nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale.
“Lacifra di otto miliardi e cento milioni di euro sequestrati all’Ilva come equivalente per il risanamento  – ha detto – è una cifra al di sotto della realtà e che a malapena riuscirà a risanare. Solo per costruire le coperture dei parchi minerali – ha spiegato – occorrono svariati miliardi di euro. E questo solo per proteggere le prime abitazioni che sorgono a cento metri”. Il procuratore ha anche smentito che sia stata la città ad andare addosso alla fabbrica, durante il suo sviluppo, come aveva sostenuto anche l’ex premier Romano Prodi.
“Smettiamolo di dire che la città è cresciuta intorno all’Ilva. Il cimitero, ad esempio, – ha specificato – è lì da duecento anni”. Il magistrato ha anche parlato del recente decreto salva Ilva bis sostenendo che “tre anni per i lavori di risanamento sono un periodo troppo lungo” e  ha aggiunto che “in maniera indiretta il decreto rafforza la nostra iniziativa”. Infine ha confermato l’intenzione della procura di "definire l’indagine per disastro ambientale entro l’estate”. (Rep)

venerdì 3 maggio 2013

L'Ilva cade a pezzi

In seguito alla scoppio di una tubazione di acqua marina che raffredda il sistema degli altoforni dello stabilimento Ilva di Taranto, ieri pomeriggio si é aperta una voragine profonda un metro sulla strada che collega l'Altoforno 2 all'Altoforno 4. Un loco trattore, rimorchio che tira i vagoni, che era parcheggiato davanti al capannone del reparto Man/Ref-Afo, è caduto nella buca. Il mezzo era privo di autista. Gli impianti non hanno subito danni, attività produttiva regolare. (ANSA)

martedì 26 marzo 2013

Minimizzare SEMPRE!

Tanto per cambiare, in una delle infinite mattine tarantine ci si sveglia così


Che è successo?

Nota stampa Ilva

Questa mattina, intorno alle ore 8 circa, durante la fase di svuotamento di un rigolone ghisa sul campo di colata dell'altoforno n. 4, per un inconveniente tecnico in corso di accertamento,una piccola parte del getto di ghisa è caduta sul terreno sottostante, generando emissione di fumo visibile anche dall'esterno dello Stabilimento. Dell'accaduto sono stati informati l'Arpa e il comando provinciale dei vigili del fuoco. Non si registrano danni a persone e le attività sono riprese regolarmente.

Massì... sono solo due gocce di ghisa!

lunedì 18 marzo 2013

Ma stanno ambientalizzando o revampando?

Ferrante manovra i burattini sindacali con la solita tranquillità dei padroni di sempre. Loro parlano di lavoratori in esubero, lui legge profitti per i Riva.
E così l'AIA diventa il giochino di parole che trasforma l'imposizione della fine delle attività inquinanti in un'ordinaria attività di rinnovamento degli impianti per continuare a produrre indisturbati.



Ilva Taranto: altiforni 1-5 non piu' stop in contemporanea

All'Ilva gli altiforni 1 e 5 potrebbero non rimanere piu' fermi insieme. Azienda e sindacati stanno infatti verificando la possibilita' di far ripartire prima l'altoforno 1 e solo successivamente bloccare l'altoforno 5. Stando alla tabella di marcia dell'Autorizzazione integrata ambientale, infatti, l'altoforno 1, che e' stato fermato ai primi di dicembre scorso, ripartira' nell'arco di 18-24 mesi, mentre l'altoforno 5, che sara' fermato a giugno del 2014, ripartira' alla fine dello stesso anno. Per i sindacati metalmeccanici, se si riuscisse ad evitare lo stop contemporaneo dei due altiforni, nel prossimo anno gli esuberi potrebbero essere contenuti in 4000-4500. (Repubblica)

mercoledì 20 febbraio 2013

I conti della serva: abituati a dare i numeri (a vanvera)

Ilva: 2 mld e 250 mln stima per interventi nel siderurgico




Da 3 miliardi e mezzo a 2 miliardi e 250 milioni: il costo per mettere a norma lo stabilimento dell'Ilva di Taranto si abbatte, nel giro di qualche mese, di oltre un miliardo di euro. Tre miliardi e mezzo era infatti la stima piu' volte e' circolata per gli interventi di adeguamento dell'Aia. Adesso, invece, nel piano con cui l'Ilva chiede la cassa integrazione straordinaria per 6.417 lavoratori, si parla esplicitamente di 2 miliardi e 250 milioni. I sindacati affermano che l'Ilva, posta davanti al problema, ha spiegato che i 3 miliardi e mezzo erano una stima mentre ora si e' nella fase della quantificazione perche' si stanno definendo le progettazioni, stringendo i contatti con le imprese fornitrici e in diversi casi gli ordini di lavoro e di acquisto sono gia' partiti. C'e', insomma, avrebbe detto l'Ilva ai sindacati, un quadro piu' realistico. E comunque, avrebbe avvertito l'azienda, con le cifre dell'Aia si potrebbe ancora salire o scendere del 20%. L'esistenza di questo ampio margine di oscillazione, secondo l'Ilva, dipende dal fatto che una valutazione "definitiva potra' essere fatta una volta ricevute le offerte tecniche complete per tutte le attivita' previste".
  L'intervento piu' imponente e' quello delle cokerie con 860 milioni, seguito dagli altiforni 1 e 5 con 400 milioni e i parchi minerali con 300. Ma anche se non sono gli oltre 3 miliardi dei mesi scorsi, l'Ilva fa comunque presente ai sindacati che si tratta di importi significativi tanto piu' per un'azienda in grave crisi di liquidita' e che ancora nei giorni scorsi, a fronte della decisione del gip sulle merci sequestrate, ha sottolineato come sia inopportuno "blindare" il ricavato nella vendita - 800 milioni e' il valore commerciale stimato dai custodi giudiziari - in un deposito vincolato e non utilizzarlo invece "in attitivita' piu' utili all'interesse dei cittadini come appunto l'attuazione dell'Aia". L'Aia, con l'organizzazione degli interventi e la tipologia degli investimenti, sara' uno dei temi che i sindacati solleveranno domani al tavolo ministeriale per la cassa integrazione.
  Invece, a controllare che l'Ilva stia davvero adempiendo alle prescrizioni della legge 231 dello scorso dicembre, saranno i tecnici dell'Ispra che dovrebbero arrivare a Taranto a fine mese nel siderurgico. (AGI) .





Nota Ilva

Ilva ha presentato  la richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione nell’ambito degli  adempimenti richiesti dall’AIA . Il numero dei lavoratori interessati va da  circa 4.400 a un  massimo di 6.500 circa.
La richiesta , che e' di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione , dovrebbe avere una durata di 24 mesi , a partire dal 3 marzo prossimo. Il piano di ristrutturazione aziendale presentato dalla Società prevede anche la chiusura di alcune linee produttive, in particolare  dell’altoforno 1, già  chiuso, e dell’altoforno 5.
Con tale richiesta, l’Azienda conferma l'impegno previsto dall’Autorizzazione Integrata Ambientale.

sabato 16 febbraio 2013

Tempo di papi nuovi, le fumate vanno di moda!

Ilva: nube nera da Afo5, intervento Arpa

La presenza di una nube nera proveniente dall'Ilva e' stata segnalata da decine di cittadini al centralino dei vigili del fuoco. Alla base di queste emissioni, definite anomale dai vigili del fuoco, potrebbero esserci - secondo fonti sindacali - problemi tecnici all'altoforno 5, uno degli impianti dell'area a caldo sottoposti a sequestro dal 26 luglio 2012 sul quale sono in corso lavori di manutenzione. Sul posto sono intervenuti i tecnici dell'Arpa per accertare la natura delle emissioni. (ARPA)

Ed ecco il comunicato stampa diffuso dall'Ilva sulla vicenda, in quel perfetto stile "tutto sotto controllo" tenuto da sempre. Giusto per farsi un'idea di quanto (non) sia cambiato affatto il rapporto (di presa per il...) tra l'azienda e la cittadinanza.

Nota stampa Ilva

Questa mattina, poco dopo le ore 9, a causa di un problema tecnico di natura elettro-strumentale, si è registrata la fuoriuscita di fumi dalla bocca dell'Altoforno n. 5.
L'evento, della durata meno di un minuto, è stato determinato dall'improvviso blocco di una turbina conseguentemente all'apertura di un interruttore ausiliario di un quadro elettrico.
Il blocco ha determinato l'avaria del sistema di regolazione della pressione del gas di bocca dell'altoforno, facendo così scattare i sistemi di sicurezza con l'apertura automatica dei "Bleender" (valvole di sicurezza) a causa dell'aumento di pressione.
Tempestivamente registrata l'anomalia, gli operatori di sala hanno immediatamente provveduto a diminuire la portata del vento caldo di altoforno con conseguente immediata diminuzione della pressione del gas di bocca e chiusura manuale delle stesse valvole di sicurezza.
Nessuna conseguenza per le persone e gli impianti e non si registrano emissioni di sostanze pericolose.
Dell'accaduto, come da procedura, è stata informata la direzione provinciale dell'Arpa.

mercoledì 21 novembre 2012

Non ci credono neanche più i sindacati!

Ilva, la nuova sfida ai magistrati
"Dissequestro degli impianti o chiusura"

Nell'istanza presentata al tribunale l'azienda pone come condizione per il rispetto delle direttive Aia il dissequestro dell'area a caldo: "Altrimenti l'attività sarebbe insostenibile". Ma dalla Procura si profila un nuovo no

TARANTO - "Se il sequestro preventivo dovesse permanere, pur a fronte del mutato quadro autorizzatorio, l'ovvia insostenibilità economico-finanziaria condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell'attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo". Lo dicono il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, e l'avvocato Marco De Luca di Milano nell'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo del siderurgico presentata ieri alla Procura di Taranto.
Il dissequestro, per l'azienda, è funzionale all'attuazione di quanto l'Autorizzazione ambientale prescrive. Solo l'attività di impresa, dice l'Ilva, "può generare le risorse necessarie alla relativa ottemperanza" dell'Aia. L'Ilva fa altresì presente che l'assolvimento degli obblighi dell'Aia, che pone una serie di interventi ambientali e impiantistici, richiede necessariamente il ricorso al credito che "risulta impossibile in presenza di provvedimenti limitativi della proprietà e della gestione dello stabilimento". Il vincolo sull'area a caldo, dice l'Ilva con riferimento al sequestro giudiziario, "diviene, da subito, economicamente insostenibile".
Secondo indiscrezioni, tuttavia, sarà negativo
il parere della Procura della Repubblica di Taranto sull'istanza di dissequestro degli impianti dell'area a caldo. Per questo motivo, la decisione sull'istanza di dissequestro non sarà presa dalla Procura ma dal gip del Tribunale, al quale gli stessi pm gireranno l'istanza con il parere negativo motivato. Tutto questo dovrebbe avvenire domani, la decisione probabilmente in settimana.
Una doccia fredda per la città e per gli operai del siderurgico. Tra la spada di Damocle delle ferie forzate e della cassa integrazione da una parte, e l'incubo dei veleni che dalle cimieniere dello stabilimento si riversano sulla città provocando inquinamento e morte. Proprio stamattina è stato aggiornato al 27 novembre il confronto tra Ilva e sindacati metalmeccanici per discutere della cassa integrazione ordinaria per 2mila persone per il siderurgico di Taranto chiesta dall'azienda per crisi di mercato. L'incontro odierno è finito in un nulla di fatto e i sindacati dichiarano che molto probabilmente si va "verso un mancato accordo perchè non esistono i presupposti per il ricorso alla cassa nell'Ilva". Domani i sindacalisti tarantini di Fim, Fiom e Uilm saranno a Roma per partecipare alla riunione del coordinamento sindacale nazionale del gruppo Ilva ed è già partita la lettera con cui Cgil, Cisl e Uil nazionali e Fim, Fiom e Uilm nazionali, su sollecitazione delle organizzazioni locali, chiedono l'intervento di Palazzo Chigi nel caso Ilva.
"C'è una situazione davvero singolare - commenta Cosimo Panarelli, segretario Fim Cisl Taranto - nel senso che l'Autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata, il ministero dell'Ambiente ha approvato il piano dell'Ilva sull'Aia e l'azienda resta ferma e non fa partire i lavori di messa a norma della fabbrica sotto il profilo ambientale perchè, afferma, c'è il sequestro giudiziario che glielo impedisce. Da questa situazione bisogna uscire al più presto facendo chiarezza".
Da lunedì scorso non essendoci ancora stato l'accordo sulla cassa integrazione, all'Ilva sono scattate le ferie forzate per circa 500 operai della produzione lamiere e del rivestimento tubi, ed entro fine settimana, si è appreso oggi nell'incontro azienda-sindacati, dovrebbe fermarsi anche il tubificio 2, la cui fermata inizialmente era stata collocata tra oggi e domani. Nel momento in cui si fermerà il tubificio 2 il numero dei lavoratori Ilva in ferie forzate salirà a circa 700 anche se l'Ilva proprio oggi ha detto ai sindacati che per quest'area dello stabilimento si apre qualche prospettiva in quanto sono in via di formalizzazione due nuovi ordini di lavoro. Ci vorranno però una ventina di giorni ancora tra perfezionamento dell'ordine, avvio della produzione delle lamiere necessarie a fabbricare i tubi, e rientro del personale interessato al lavoro. I sindacati premono affinchè l'Ilva faccia chiarezza su quanto accadrà nel siderurgico nel momento in cui partiranno i lavori dell'Aia. Il primo a fermarsi sarà a dicembre l'altoforno 1, dove inizialmente l'azienda aveva prospettato una ricollocazione all'interno di circa mille esuberi, mentre ora la situazione è cambiata.
'L'Ilva - spiegano i sindacalisti -ci ha detto che tutto il personale dell'altoforno 1 sarebbe stato rioccupato all'interno qualora la fermata dell'impianto fosse stata consensuale, cioè tra azienda e custodi giudiziari, invece l'impianto ora si sta fermando, ci dice sempre l'azienda, perchè l'hanno ordinato i custodi. E sarà uno stop senza il conseguente rifacimento". Nei giorni scorsi l'Ilva, nell'ambito del piano per l'Aia, aveva cercato anche di far passare la fermata dell'altoforno 2, che dall'Aia non è invece prevista, sostenendo che, fermando l'altoforno 1 e le batterie di cokeria 3-4-5-6, avrebbe avuto problemi di approvvigionamento di coke anche sull'altoforno 2. Il ministero dell'Ambiente ha respinto la fermata dell'altoforno 2, dichiarando che è una misura non prevista dall'Aia, la quale per quest'impianto prevede solo interventi di depolverazione. L'Ilva, si apprende da fonti sindacali, è stata invitata dal ministero ad approvvigionarsi all'esterno di coke qualora dovesse avere problemi in proposito. (La Repubblica)

mercoledì 24 ottobre 2012

Luci ed ombre di porpora

Non è che sia proprio chiaro il ruolo della Cei e di Santoro nella repressione di alcune correnti pauperistiche della chiesa in sudamerica... Ma quantomeno sottolineamo una personalità ed un senso di resposabilità diversi rispetto al simulacro che l'ha preceduto. Vedremo...

 Ilva: arcivescovo Taranto, "volevo salire sull'altoforno"  

"Volevo salire sull'altoforno per portare conforto agli operai, ma non mi hanno fatto salire per ragioni di sicurezza. Cosi' sono scesi loro a incontrarmi". Al briefing sui lavori del Sinodo, l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, racconta che cosa sia la Nuova Evangelizzazione per lui, tornato in Italia dopo 27 anni in Brasile, prima da prete e poi da vescovo. "Lo stile pastorale brasiliano - spiega il presule - e' quello di entrare immediatamente in contatto con la gente. La prossimita' della Chiesa alle persone e ai loro problemi". "A Taranto - racconta - ho incrociato un corteo e fermata la macchina ho continuato a piedi, i partecipanti mi hanno applaudito". "A Taranto - esemplifica ancora l'arcivescovo Santoro - sono andato dagli operai che rischiano la disoccupazione per la questione dell'Ilva, ma ho visitato anche le associazioni contro le leucemie e i tumori. L'attenzione del vescovo non e' un 'partito preso', la via deve essere quella di uno sviluppo sostenibile tutelando entrambi i valori: l'occupazione e la salute". "Accoglienza e condivisione sono necessari alla Nuova Evangelizzazione e il confronto tra le esperienze al Sinodo e' utilissimo, i vescovi latino americani portano la loro esperienza su questi aspetti e ascoltano con interesse - sottolinea il presule - la testimonianza dei padri che arrivano dalle realta' radicalmente secolarizzate dell'Occidente. Questo e' un segnale fortissimo, anche in Brasile, infatti, ho constato che gradualmente si affermano questi modi di vivere".
  E sono esperienze importanti, per Santoro, anche quelle presentate dai vescovi dell'Asia in tema di liberta' religiosa, e dell'Africa, dove i problemi sono ancor piu' drammatici.
  Dall'Assemblea dei vescovi latino-americani di Aparecida, spiega l'ex vescovo di Petropolis, e' arrivata l'indicazione di una "conversione pastorale" che ora, giura, "ritrovo nei documenti della Cei". (AGI)

giovedì 11 ottobre 2012

Si gioca sulla variabile tempo...

Tutto tace per raffreddare gli animi e dare all'Ilva e ministrame vario la possibilità di soverchiare le voci del dissenso sui media.
La solita tattica per stancare i lettori e poter agire a freddo nelle retrovie... Roba di andreottiana memoria per dei tecnici dell'aggiramento.
L'Ilva non fa i compiti? Massì, lo studente ora fa finta di applicarsi, i genitori vanno a braccetto col preside mentre docenti e compagni di scuola si devono tenere l'inquinatore in aula...
E' questa l'italia competitiva della squadra di Monti?

Ilva: scaduto ultimatum procura ma a Taranto nessuna tensione

Oggi doveva essere la 'data X', quella in cui sarebbe scattato il giro di vite della Procura e dei custodi sull'Ilva di Taranto con l'avvio delle operazioni di spegnimento degli impianti per porre fine all'inquinamento. In realta' la disponibilita' dell'Ilva a fermare dal primo dicembre prossimo l'altoforno 1 e le batterie di cokeria collegate, l'annuncio che questo stop non provochera' personale in esubero perche' i 942 addetti saranno tutti ricollocati nella fabbrica e molti anche nel risanamento dello stesso impianto, ma soprattutto il fatto che Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva, abbia messo a disposizione dei custodi il personale tecnico che servira' per tutte le fermate, hanno un po' depotenziato la scadenza odierna. La preoccupazione per cio' che riservera' il futuro lavorativo resta si' tutta per gli 11.500 dipendenti diretti del siderurgico di Taranto, ai quali vanno aggiunti alcune migliaia dell'indotto, ma oggi non ci sara' nessun 'gruppo speciale' che entrera' nell'Ilva, ne' partiranno denunce alla Procura per omissioni, perche' l'azienda ha dato dei segnali e dichiara di voler recepire l'ultima direttiva dei custodi giudiziali, quella notificata sabato scorso, e che dava appunto cinque giorni, con scadenza oggi, per avviare le operazioni di spegnimento. L'unico punto che andra' chiarito riguarda l'altoforno 5 dove custodi e azienda sono attestati su tempi diversi, con i primi che ne chiedono lo spegnimento immediato dopo l'altoforno 1 e la seconda che per ora ha solo affidato alla societa' Paul Wurth lo studio preliminare dei disegni tecnici dell'impianto e piazzato la fermata e il rifacimento dello stesso altoforno 5 tra meta' e fine 2015. Ieri, incontrando Ferrante, i sindacati hanno posto il problema di come due anni e mezzo di attesa per l'altoforno 5 siano troppi e che questo rischia probabilmente di provocare un intervento specifico della Procura, anche se l'Ilva ha poi detto che solo che dopo Paul Wurth avra' completato la fase preliminare si potra' parlare meglio di tempi e che comunque per approvvigionarsi di tutti i materiali impiantistici e tecnologici che servono all'Afo 5, il piu' grande d'Europa, servono due anni. Divisi sui tempi, sindacati e Ilva sono tuttavia uniti su un punto fondamentale, ovvero che l'altoforno 5 non puo' fermarsi a partire da ora, contestualmente all1, perche' se cosi' fosse la fabbrica sarebbe costretta a chiudere e gli esuberi, non piu' ricollocabili, sarebbero diverse migliaia. Ma al di la' di quello che accadra' per l'altoforno 5, resta comunque un dato di fatto: questi giorni sono trascorsi in un clima relativamente piu' tranquillo e lo testimonia il fatto che dall'ultimatum della Procura di sabato scorso ad oggi all'Ilva non ci sia stata un'ora di sciopero, ne' lavoratori che si sono arrampicati sugli impianti a diverse decine di metri di altezza, al contrario di quanto avvenuto giorni addietro. E sembra in discesa anche il cammino della nuova Autorizzazione integrata ambientale all'Ilva. Oggi terminera' il lavoro istruttorio dei tecnici, dopodiche' il provvedimento andra' in conferenza dei servizi per l'ultimo esame e quindi alla firma del ministro Corrado Clini. Tra i punti fermi dell'Aia, la limitazione produttiva a 8 milioni di tonnellate di acciaio sin quando il risanamento del siderurgico non sara' stato completato e l'intervento su tutte le emissioni nocive nell'aria. Stop, poi, all'uso del pet-coke, potenziamento dei controlli e dei monitoraggi, interventi per la depolverazone negli altiforni e soprattutto copertura del parco minerali, diventato, per le polveri siderurgiche che inondano il vicino rione Tamburi nei giorni di vento, un po' la questione simbolo. L'Ilva aveva annunciato di aver affidato per la copertura uno studio di fattibilita' e che la risposta sarebbe arrivata in 15 mesi, l'Aia invece chiede invece per il parco primario, che e' il piu' esteso, il progetto esecutivo in tre mesi dal 30 ottobre prossimo e la copertura in tre anni. (AGI)

martedì 9 ottobre 2012

Tra i buffoni spunta il solito Buffo...

Non è per copiare, ma per diffondere il più possibile (annunciamo un po' in sordina che il nostro blog ha toccato quota 500 visite in un giorno!) l'ottimo post pubblicato sul blog di Corporeus Corpora che rende giustizia tecnica e giuridica della nostra "più ironica" visione di quella bimba capricciosa che si chiama Ilva di Taranto. Riportiamo il testo integralmente per completezza ma vi inviatiamo a leggerlo direttamente sul loro blog cliccando qui

Ilva inizia gli spegnimenti ma ciurla nel manico: Corporeus corpora la pensa così 

Il neo direttore Buffo in conferenza stampa

Proviamo a vedere che accade se quel che l'ingegner Buffo (neodirettore dell'ILVA di Taranto) comunica oggi, riguardo alle operazioni di spegnimento e bonifica - ex misure cautelari, lo mettiamo a confronto col testo del provvedimento di rigetto dell'istanza già presentata dall'azienda e respinta drasticamente dalla dottoressa Todisco. Documento da noi non a caso pubblicato integralmente nella tarda serata di ieri. In più, alcune considerazione tecniche necessarie sulle tempistiche di spegnimento.



Iniziamo la disamina, volutamente scevra da considerazioni di mercato e geopolitiche (che pure hanno parte non piccola nella faccenda, sebbene mai se ne parli), partendo da quel che abbiamo appreso dalle labbra del dottor Buffo, utilizzando le parole de "La Repubblica":




"L'altoforno 1 sarà spento entro la fine di novembre. E' stato affidato l'incarico alla società Paul Wurth, che si occuperà anche del progetto per ricostruirlo". Annuncia il direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, Adolfo Buffo durante la conferenza stampa convocata per tranquillizzare gli animi e spiegare le strategie dell'azienda."Tutte le attività prescritte sono state realizzate e comunicate ai custodi giudiziari", continua Buffo che annuncia anche l'intenzione di procedere allo spegnimento dell'altoforno 5, il più grande d'Europa. "La società Paul Wurth ha ricevuto incarico il 4 ottobre scorso dall'Ilva di progettare lo spegnimento dell'altoforno 5", spiega il direttore dello stabilimento. La Paul Wurth ha cominciato a raccogliere i disegni della struttura dell'altoforno, che venne costruito dai giapponesi della Nippon Steel. Il tutto "è stato comunicato ai custodi giudiziari", riferisce ancora Buffo. Tempi lunghi, però, per lo stop, previsto per il primo luglio 2015: la sua ricostruzione si concluderà il 31 dicembre 2015.

Per avere nozione più estesa delle dichiarazioni di Buffo, passate dall'ottimo blog Comitato per Taranto, che giunge a conclusioni simili alle nostre.
Proseguiamo intanto col mostrarvi l'articolo del
Corriere del Giorno in cui appena due giorni fa si scriveva per sommicapi quali fossero i più recenti ordini dei custodi e della procura, a quanto pare rivolti a reprimere comportamenti dilatori:



Riassumendo, "lo spegnimento degli altiforni 1 e 5, la dismissione dell'altiforno 3 (da sottoporre a bonifica), lo stop di 7 batterie e interventi di bonifica delle acciaierie".
A questo punto occorre far presente due cose fondamentali:

  • La prima è che l'altiforno 5, il meno obsoleto (ma comunque quasi trentennale) ed il più grande, è il cuore della produzione, che potrebbe svolgersi quasi interamente lì. Ovviamente è anche il più inquinante, per ragioni di quantità: non a caso ne è stato ordinato il rapido spegnimento
  • La seconda è che non esistono ragioni di ordine tecnico che giustifichino una tale differenza di tempistiche tra lo spegnimento del cosiddetto AFO1 e quello dell'AFO5. Parliamo infatti di quasi 3 anni. Immaginiamo intanto che la ricollocazione dei 942 operai internamente all'azienda, promessa da Aldo Buffo, si realizzi con lo spostamento da un altiforno all'altro, allo scopo di mantenere inalterata la produzione e inevitabilmente l'inquinamento. Bonis Pauca.

In merito a quanto qui sopra affermato riportiamo delle fonti (Politecnico di Torino):



L'altoforno è una struttura in muratura rivestita al proprio interno di refrattari dove si raggiunge una temperatura di 2 mila gradi e avviene la fusione.
Mentre la cokeria, l'impianto più inquinante, ha un ciclo di vita che può arrivare a 40 anni, l'altoforno ha una vita media di 12-15 anni.
In questo arco di tempo marcia 24 ore su 24 a regime termico costante. [...]

Il blocco dell'attività produttiva è un aspetto molto critico e delicato, perchè può produrre danni enormi a tutta la filiera siderurgica se non operato correttamente.
L'impianto più complicato da fermare è la cokeria, formata nel caso di Taranto, da una serie di circa 200 forni in sequenza. [...]

Per fermare la cokeria pugliese servono almeno 2 mesi.
Molto meno, una ventina di giorni, dovrebbero essere sufficienti a bloccare e svuotare ciascuno degli altoforni.
Anche qui, il minimo errore può provocare il crollo dell'impianto, ovvero il cedimento interno di tutto il materiale refrattario.
L'altoforno è una sorta di reattore, alto fra i 35 e i 40 metri, con una base, detta crogiolo, di 14 metri. [...]

«Anche se non si verificassero guasti - dice Carlo Mapelli, docente di metallurgia al Politecnico di Milano, al sito siderweb.com - il tempo per rimandare a regime l'area a caldo dell'Ilva sarebbe tra i sei e gli otto mesi».
Questo breve testo ci permette alcune considerazioni importanti. Ogni tot anni (15 parrebbe) gli altiforni sono in qualche modo "rigenerati". Per condurre in porto questa operazione, certamente delicata, tali impianti devono essere "spenti". E quindi riaccesi. Ciò indica che la cosa non solo è possibile, ma che avviene necessariamente ed è già avvenuta varie volte dagli anni '60 in poi. Andando a buon fine, sia nel fermare che nel ripartire. Come tecnici di provata esperienza ci hanno altrove confermato.

Prendiamo per buone queste tempistiche: più o meno 20 giorni per spegnere gli altiforni (senza chissà quali differenze tra l'uno e l'altro), sei/otto mesi per "riaccenderli"; due mesi per arrestare invece le cockerie.

Alla luce della tecnica attuale parrebbe pertanto che 3 anni per cessare le attività altamente inquinanti dell'AFO5 siano davvero una mostruosità.

La motivazione "tecnica" di tale enorme differenza nelle tempistiche di spegnimento degli altiforni 1 e 5 riteniamo sia pertanto inaccettabile.

Passiamo adesso alla grande ossessione italica, il diritto, tanto bello a leggersi quanto tristemente ovunque inapplicato. In questo caso, alla cosiddetta norma del caso singolo, quella che promana dal giudice naturale. In questa fase del procedimento dal GIP e dal Tribunale del riesame.

Quale fonte migliore se non, appunto, l'ultimo provvedimento del GIP che rigettava le richieste aziendali di proseguire la produzione?

In quelle pagine, a vostra disposizione su Corporeus corpora, leggiamo fra le altre cose questo:

 




Il PM chiama i custodi alla pronta eliminazione (non riduzione) delle emissioni nocive ancora in atto (cioè tutte quelle ancora in atto), immediatamente. Fin qui, appunto, la Procura, che abbiamo già visto esprimersi in modo ancora più cogente e dettagliato, successivamente all'atto in questione, nell'articolo del Corriere del Giorno. Ma, al solito, Patrizia Todisco nulla lascia al caso e passa a riferirsi all'altra fonte, a lei sovraordinata, ovvero il Tribunale del riesame. Che cita per lunghissimi estratti:

 


 
"L'obiettivo è uno ed uno solo, ovverosia il raggiungimento, il più celermente possibile, del risanamento ambientale e l'interruzione delle attività inquinanti." Molto chiaro, posto che appunto gli altiforni 1 e 5 inquinano e se ne ordina lo spegnimento. Ancora:

 


Nel conflitto, laddove esistente come a Taranto, tra "iniziativa economica e diritto alla salute (dei cittadini e dei lavoratori) è scontato che debba prevalere il secondo... per la stessa previsione - contenuta nell'articolo 41 cpv. della Costituzione - che l'iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Forse non è scontato ricordare che la dignità (umana) e la sicurezza sono generate dalla salute personale ed ambientale. In assenza di tali requisiti non c'è nemmeno libertà, se non quella di sopportare ansia, dolore e finanche morte.
E continuiamo col riesame, ancora citato, sul perchè dell'azienda non ci possa fidare:

 


Qui non c'è nemmeno da evidenziare, solo da leggere. Senza procura, custodi, GIP, riesame, ILVA ha dimostrato negli anni la sua capacità di sgusciare, elidere, rallentare quasi ogni operazione che comportasse costi. E' idea di Corporeus Corpora che anche oggi, mediante il dottor Buffo, abbia fatto lo stesso.
Ma non precorriamo i tempi, qui parla il direttamente GIP, traducendo a parole i richiami del riesame a realtà e Costituzione, appena letti :

 



"... non è possibile aspettare i 3 o 4 anni previsti da ILVA per realizzare le misure indicate (peraltro non assolutamente sufficienti) ed in attesa di subire le sue dannose emissione, occorre invece adottare un piano drastico che da subito impediscxa l'attività inquinante...".

Se pensate ai tempi, indicati da ILVA oggi, per lo spegnimento di AFO5 (previsto nel 2015, quindi tra 3 anni pieni), torniamo infine alle solite profferte e promesse aziendali, a cui risponde negativamente il GIP già con questo provvedimento datato 29.9.2012. Ci paiono semplicemente ripresentate sotto mentite spoglie.

Prima di trarre le conclusioni accludiamo un'ultima parte testuale, in cui il GIP accuratamente riporta un passo chiave vergato dal riesame. Esso per certi aspetti pare davvero tagliare la testa al toro, riparando all'ambiguità, da noi all'epoca prontamente stigmatizzata, dell'originario dispositivo:




Nel passo, citato dalla dottoressa Todisco, il riesame ammette "la gravità e l'attualità dell'emergenza sanitaria ed ambientale" ai fini di un "tempestivo intervento... funzionale alla neutralizzazione delle fonti inquinanti e, conseguentemente, alla eliminazione delle emissioni illecite." e prosegue che "va condiviso pienamente quanto osservato dal GIP... allorquando viene specificato come la situazione di grave ed attualissima emergenza ambientale e sanitaria imponga l'immediata adozione del sequestro preventivo - senza facoltà d'uso" e che "solo la compiuta realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo.... potrebbe legittimare l'autorizzazione .... ad una ripresa della operatività dei predetti impianti".

Che ne deduciamo?
In primo luogo il riesame, organo sovraordinato alla procedura, accetta dati e deduzioni del GIP. In secondo luogo parla di una "ripresa" eventuale, quando e se tutte le emissioni oltre le soglie saranno neutralizzate. Mai di una continuazione. Una ripresa.

E quando si riprende? Dopo che ci si è fermati, necessariamente, nella produzione di inquinamento letale.
E quando ci si ferma? "Immediatamente", poichè la minaccia è "gravissima ed attuale" e l'inquinamento deve cessare integralmente "il più celermente possibile". A parere concorde di Procura, GIP, Riesame, periti, ARPA.

Corporeus corpora ritiene pertanto che le dichiarazioni rese in conferenza stampa dal direttore Buffo, all'apparenza rivolte a soddisfare le richieste del tribunale (e così presentate dai media), appartengano invece alla usuale strategia ILVA di guadagnar tempo, rimanendo inerte sugli snodi importanti e costosi del gigantesco problema, da loro causato. Oltrechè da controlli palesemente morbidi e disattenti. E forse penalmente rilevanti.

Nessuna motivazione a nostra conoscenza, vuolsi di carattere tecnico o giuridico o processuale (con voi ormai condivisa), portano a ritenere che lo spegnimento di un impianto obsoleto, già da tempo messo a regime bassissimo, più la chiusura di due batterie integrino minimamente quel che il diritto chiede e la tecnica consente. Per tacere di morale e buon senso.

Un'altra brutta pagina che prima Italsider, oggi ILVA, ci pare regalino a questa angosciata comunità. Una brutta pagina come sempre amplificata dai media.
Alla luce di quanto da noi raccontato, guardate un pò che servizio manda in onda Repubblica, ad esempio:

Intervista di Repubblica Web a Palombella, UILM - clicca qui

Molto più interessante sarebbe parlare in concreto di bonifiche, magari aprendo un dibattito pubblico.
Magari al margine di un grande convegno, di cui da tanto auspichiamo l'avvento.

Wired ha iniziato. Leggete QUI.

Una rete per sapere e diffondere

Ecco l'ultima ordinanza del GIP Todisco pubblicata con grande servizio per tutta la città dal blog, la bacheca della wikileaks tarantina che invitiamo i nostri lettori a frequentare più spesso!


Corporeus corpora è impegnato da mesi nel tentativo arduo di offrire alla comunità nazionale la possibilità di consultare le principali fonti processuali su cui si costruisce il procedimento in corso, che ricordiamo essere ancora nella fase preliminare, nonchè la serie di misure di rilievo, quali il sequestro dello stabilimento, che ne sono derivate.

Ciò allo scopo di mettere i lettori, direttamente interessati o meno, nella condizione di giudicare da loro stessi il possibile futuro, la correttezza delle posizioni in campo e l'autorevolezza dei protagonisti di queste vicende che la dicono lunga sul fallimento del nostro sistema paese.

Saltando così le pastoie di una stampa che dimentica troppo spesso le regole fondamentali della professione, condensate nella tanto famosa quanto anglosassone (e poco latina) regola delle 5 W, forse anche perchè molto più che in altri paesi direttamente dipendente dalle sovvenzioni governative, parlamentari e lobbistiche.

Ultimo (per ora) della serie di atti integralmente riprodotti sul nostro sito, pubblichiamo oggi in versione integrale l'ordinanza del 29.9.2012, con cui la dottoressa Todisco, GIP delle indagini preliminari, critica severamente l'approccio aziendale alle questioni di immediata urgenza ed emergenza sanitaria, oltrechè ambientale, poste da procura, custodi e dallo stesso GIP. E ne rigetta l'istanza del 18 settembre, rivolta al prosieguo della produzione. "Senza condizioni".

Ultimatum
L'ultima pagina, non inserita su scribd, è in fondo al pezzo.



In seguito a questo provvedimento due giorni fa la procura ingiunge ultimativamente alla proprietà lo spegnimento degli altiforni 1 e 5, la dismissione e la bonifica del numero 3, lo stop di 7 batterie ed altri interventi urgenti sulle acciaierie.

In caso contrario pone il caso di uno stop coattivo, praticato da una società specializzata già identificata e disponibile, non essendo disposta ad un'ulteriore diluizione nel tempo della procedura d'urgenza.

AFO 5
Due atti inequivocabili che in queste ore trovano un'apparente, parziale ricezione da parte del direttore dello stabilimento Adolfo Buffo, mentre il presidente Ferrante si affretta a dire che gli oltre 900 dipendenti destinati ad abbandonare le precedenti mansioni saranno ricollocati e riassorbiti da ILVA.

Attenzione però: Buffo parla dell'altoforno 1 e delle batterie 5-6.

C'è da ricordare che ad oggi tutta la produzione necessaria ad ILVA è sostenibile anche dal solo altiforno 5 (in effige), il più grande e relativamente moderno.

L'unico vitale per lo stabilimento, il più grande d'Europa e fonte accertata di grande pollution.
Per sapere cosa pensiamo a Corporeus corpora di quel che dice Buffo e di come ciò si integra nella vicenda processuale e tecina, leggete Ilva inizia gli spegnimenti ma ciurla nel manico, ricca di documentazione.


Prossimamente su questo sito altri leaks, questa volta scientifici: come funziona davvero ILVA, quali le maggiori criticità e la posizione reale delle agenzie locali preposte al controllo.

Un grazie alle nostre fonti occulte, senza cui questa attività di trasparenza e democrazia virtuale non sarebbero possibili.

Qualsiasi commento, domanda, interazione, specie se tecnici, saranno bene accetti.

Così come la propagazione di questo post nel gran mare internetico.


lunedì 8 ottobre 2012

E invece niente sciopero!

Anche gli storici amici di Riva smettono di obbedire a bacchetta e si voltano verso il padrone a chiedere un cenno... Solo Clini e Angeletti continuano ad abbaiare a comando...


Ilva: cittadini al contrattacco, "azienda inadempiente"



(AGI) - Taranto, 7 ott. - Preoccupazione e critiche verso l'Ilva da parte di Fim Cisl e del comitato 'Cittadini e lavoratori liberi e pensanti' perche' l'azienda "non dato alcun segnale sinora", ma nessuno sciopero. Questa la situazione a Taranto quando manca poco alla nuova direttiva di custodi e Procura che obbliga l'Ilva - in parte sotto sequestro per disastro ambientale - ad avviare le operazioni di spegnimento degli impianti entro cinque giorni.
L'ultima direttiva si rifa' al piano di fermate consegnate dai custodi all'Ilva lo scorso 17 settembre e rimasto inattuato. Piano che prevedeva che le fermate dovessero cominciare dall'altoforno 1 e che nei giorni scorsi era stato oggetto di un punto di situazione in un vertice a Palazzo di Giustizia. In questa sede i custodi avevano segnalato alla Procura come l'Ilva non avesse fatto nulla nell'arco di due settimane per attuare il piano. E di qui la decisione dei magistrati di imprimere una stretta.
  "L'accelerazione data dalla Procura - afferma Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl di Taranto - conferma le nostre preoccupazioni e le nostre previsioni.
Gia' da meta' settembre avevamo detto chiaramente all'azienda che il piano da 400 milioni era del tutto inadeguato, che bisognava dare segnali di voler investire piu' forti e convincenti, che bisognava mettere in campo proposte di risanamento della fabbrica che andassero in direzione delle prescrizioni della Magistratura. Questo non e' avvenuto. Cosi' come l'Ilva, che pure aveva annunciato la volonta' di anticipare la fermata dell'altoforno 1, gia' prevista, in realta' non l'ha fatta. Dal sequestro a oggi nessun impianto si e' fermato: stanno marciando tutti, anche se al minimo. Se ora dovessi scioperare - aggiunge Panarelli - lo dovrei fare contro Riva che non rispetta gli impegni. Ma il gioco e' finito: se l'Ilva non vuole investire, lo dica chiaramente.
Noi vogliamo tutelare l'ambiente e il lavoro ma riscontriamo una grandissima assenza dell'Ilva". "Noi non ci opporremo ad alcuna azione della Magistratura tesa a ripristinare la legalita' e a far cessare reati gravi come quello del disastro ambientale - afferma Cataldo Ranieri, del comitato "Cittadini e lavoratori liberi e pensanti" - noi non vogliamo essere complici di chi, presumibilmente, sta causando a Taranto grandi problemi a partire dalle morti e dalle malattie dovute all'inquinamento.
  Ma al tempo stesso poniamo anche il problema di migliaia di lavoratori. Problema di reddito e non di ammortizzatori sociali perche' noi vogliamo lavorare. Non vogliamo il male della nostra citta' perche' siamo tarantini anche noi, ma chiediamo che si pensi al futuro dei lavoratori adesso che gli impianti stanno per fermarsi davvero. Se siamo a questo punto, la colpa e' solo di Riva. Non e' che l'Ilva non abbia i soldi per investire, il punto e' che non vuole assolutamente investire per risanare il siderurgico di Taranto". (AGI).

I sindacati attendono risposte soprattutto dall'azienda e congelano qualsiasi manifestazione pubblica. In questa fase avrebbe il sapore della protesta contro la magistratura. "Per ora non ci sarà nessuno sciopero perché farlo significherebbe scioperare e protestare contro la magistratura, quando invece la responsabilità di tutto quello che sta accadendo è una e una soltanto: dell'Ilva e del gruppo Riva", afferma Donato Stefanelli, segretario della Fiom Cgil di Taranto. "L'Ilva non ha fatto nulla in questi due mesi - sostiene Stefanelli -. La fermata dell'altoforno 1 era già programmata dall'azienda. Perché non farla subito così come chiesto dai custodi giudiziari? Perché dal 26 luglio il presidente dell'Ilva Ferrante non ha dato un segnale concreto di cambiamento, continuando ad agire come se nulla fosse? Non conosco un atto dell'Ilva che vada realmente incontro all'esigenza di risanamento, ma solo continui rinvii e proposte largamente insufficienti e poco credibili". 
Stamattina la Fiom Cgil presenterà ai lavoratori la piattaforma sindacale sul risanamento in tempi brevi degli impianti e sulla salute dei lavoratori. "La fabbrica deve cambiare significativamente - insiste Stefanelli -. Un nostro gruppo è stato di recente in Germania, a Duisburg, e lì ci sono realtà siderurgiche che ci dimostrano che quello che noi chiediamo è possibile. Ferrante sappia che il tempo è scaduto. E anche l'Autorizzazione integrata ambientale deve contenere tutte le prescrizioni della magistratura, le migliori tecnologie disponibili e la valutazione del danno sanitario così come chiesto dal presidente della Regione Vendola".
Sulla vicenda interviene anche il governatore pugliese Nichi Vendola: "L'ilva ancora non ha fatto nulla e non ha ancora presentato nessuna carta credibile di ambientalizzazione. L'ilva sta facendo un gioco pericoloso: quello di lasciare o nelle mani della magistratura o nelle mani della politica il cerino acceso. L'ilva forse ha deciso di disimpegnarsi da taranto, ma non è possibile che un gruppo che ha riempito il proprio portafoglio di profitti ciclopici possa far morire una fabbrica che fa campare ventimila famiglie". (Repubblica)


ANGELETTI, HA INQUINATO 40 ANNI, ASPETTATE 4 MESI - All'Ilva e' stato consentito di inquinare per 40 anni, "possono aspettare quattro mesi". Lo ha affermato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, intervenendo sulla vicenda del gruppo siderurgico, oggi, a margine dell'inaugurazione di uno stabilimento della Barilla. Per l'Ilva, minacciata di chiusura per l'elevato inquinamento, "servono le stesse regole con cui si produce acciaio in tutta Europa - ha detto - secondo me l'azienda non ha fatto abbastanza, ora bisogna imporre di applicare le stesse regole europee, non di piu' e non di meno". La produzione "ovviamente - ha aggiunto Angeletti - non si puo' chiudere perche' altrimenti tutti quelli che usano acciaio dovranno comprare da qualche altra parte. Non ci sono soluzioni alternative". "D'altronde - ha concluso - se hanno consentito di inquinare per 40 anni possono aspettare quattro mesi".
ANNUNCIATE ASSEMBLEE CONGIUNTE FIM E UILM - Fim Cisl e Uilm Uil terranno all'Ilva di Taranto assemblee congiunte per informare i lavoratori della situazione che si va profilando nel siderurgico alla luce dell'ultimatum della Procura che ha imposto all'azienda di avviare entro 5 giorni le operazioni di spegnimento degli impianti, termine che scade l'11 ottobre. "C'e' grande tensione tra i lavoratori anche se nessuno chiede di scioperare - dicono fonti sindacali - la gente vuole porre domande, sapere che accade, conoscere l'evolversi dei fatti. Vuol capire che ne sara' dei posti di lavoro se si fermera' anche il grande altoforno 5, se ci sara' o meno ricorso agli ammortizzatori sociali e di che tipo e in che misura".Il fatto che Fim e Uilm facciano le assemblee per conto proprio sancisce ulteriormente la spaccatura con la Fiom Cgil. Spaccatura determinatasi a fronte della decisione di Fim e Uilm di effettuare degli scioperi nei giorni scorsi ai quali la Fiom non ha aderito perche' ha ritenuto le proteste contro la magistratura, che ha disposto il sequestro dell'area a caldo del siderurgico. Per la Fim, inoltre, si e' rivelato difficile ricucire negli ultimi giorni considerato che la Fiom Cgil, afferma il sindacato cislino, le assemblee le ha gia' fatte col proprio segretario nazionale Landini. "E' bastato sapere alla Fiom - dicono ancora nel sindacato dei metalmeccanici Cisl - che noi avevamo intenzione di chiedere un confronto con l'Ilva e loro si sono gia' mossi e autonomamente hanno fatto richiesta di incontro all'azienda". Intanto la segreteria confederale della Camera del Lavoro di Taranto ha definito congiuntamente alle categorie dello Spi e della Fiom, cosi' come deciso nell'ultimo comitato direttivo, un calendario di assemblee per discutere sul tema "dall'emergenza ILVA alla vertenza per ambientalizzazione, bonifica e riqualificazione dell'apparato produttivo e del territorio ionico". In particolare oggi alle 17 e' previsto un appuntamento alla Lega dei pensionati Spi al quartiere Salinella a Taranto. (Affaritaliani)

Ilva, la Procura: chiusura in 5 giorni. Clini: impossibile
Per il ministro dell’Ambiente l’impianto è “troppo complesso” per essere spento. E sulla Procura: «Mi auguro che ci siano convergenze. Sono fiducioso». (Articolotre)