mercoledì 8 gennaio 2014
lunedì 11 novembre 2013
Città chiusa: visite!
Un protocollo operativo di sicurezza per prevenire gli incidenti sul lavoro è stato firmato nella prefettura di Taranto dai dirigenti di Ilva ed Eni alla presenza dei ministri dell'Ambiente Andrea Orlando e del Lavoro Enrico Giovannini. Il documento presuppone un'analisi dei mancati infortuni e dei «quasi incidenti» e un'attività di formazione per i lavoratori diretti e dell'appalto. Per la stesura del protocollo hanno avuto un ruolo attivo gli enti di vigilanza e controllo e le stesse aziende. Alla cerimonia di oggi, oltre al prefetto, Claudio Sammartino, hanno partecipato anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefano. Le verifiche saranno periodiche per l'effettiva efficacia dei corsi di formazione. La firma sul documento di Confindustria consentirà di estendere il protocollo anche alle altre aziende dell'area industriale e delle ditte appaltatrici. È previsto, ha sottolineato il prefetto, un monitoraggio continuo nei cantieri con particolare attenzione ai fattori di rischio. «L'obiettivo ambizioso - ha aggiunto - è quello di avere zero infortuni. Il Nucleo operativo interno integrerà anche attività previste dell'Autorizzazione integrata concessa all'Ilva».
ORLANDO - «Mi son sempre chiesto perché vengono chiamate morti bianche, sono invece morti nerissime che macchiano un territorio, un'area industriale, un'economia. L'occupazione non è più fonte di benessere, ma è negazione di tutto questo». Lo ha detto il ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, nel corso dell'incontro in cui è stato sottoscritto a Taranto il protocollo operativo sulla sicurezza nelle aziende dell'area industriale. «Taranto - ha proseguito - è una città colpita negli anni da infortuni sul lavoro gravissimi e spesso mortali. Quando assumono una dimensione così grande non possono essere definite tragedie. Il rosario di croci sulla fabbrica diventa una questione sociale nella questione sociale. Parliamo non di morti sul lavoro ma di lavoro». Bisogna «farsi una domanda» ha spiegato Orlando «e cioè: cosa dovranno subire ancora i lavoratori e che cosa potevamo fare e non abbiamo fatto? Una risposta parziale l'abbiamo elaborata perchè non si stratta solo di omissioni o disattenzioni, ma anche di incapacità di far procedere organizzazione aziendale». Il ministro ha sottolineato che in occasione, giorni fa, del Convegno di Taranto su Ambiente e lavoro organizzato dalla Curia, ha «incontrato amici che erano stati in servizio nell'Arsenale militare» e che gli hanno «raccontato dell'amianto lavorato come il cemento, impastato con le pale. A fine dell'orario di lavoro ricevevano un cartone di latte. Ci sono situazioni su cui bisogna fermarsi a riflettere. Sono stati fatti passi avanti importanti - ha dichiarato Orlando - ma se ancora esiste una questione sociale nella questione sociale vuol dire che c'e ancora molto da fare».
GIOVANNINI - «Riteniamo determinanti la qualità del capitale umano attraverso la formazione e gli investimenti da parte delle imprese. Per questo, nel disegno di legge di stabilità, si prevede la riduzione del cuneo fiscale a favore delle aziende che avranno risultati in termini di incidentalità minore». Lo ha detto a Taranto il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, che ha evidenziato l'importanza del protocollo operativo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro firmato oggi da Ilva ed Eni, soprattutto per la novità del monitoraggio continuo delle attività di formazione e sui cantieri. Il ministro ha chiesto al prefetto di Taranto Claudio Sammartino un resoconto periodico sull'efficacia dello stesso protocollo «poichè - ha concluso - firmare intese è facile, ma realizzarle è un'altra cosa. Un rapporto trimestrale può essere indispensabile per noi che possiamo intervenire». (CdM)
mercoledì 12 settembre 2012
Domande senza risposta
Alcoa, Ilva, Carbosulcis: le principali tappe di tre vicende tutte italiane
Negli ultimi mesi si è assistito al susseguirsi di tre casi di cronaca industriale; sul piatto della bilancia la chiusura degli stabilimenti in ragione della loro anti-economicità, dello sperpero di denaro pubblico prodotto o dell’impatto ambientale nocivo versus il destino di centinaia di lavoratori costretti alla cassa integrazione. Una storia in realtà lunga decenni: nonostante, infatti, i nuovi sviluppi che giustificano il loro ritorno sulle pagine nazionali – che siano sentenze o scioperi eclatanti – queste tre vicende sono tutt’altro che nuove alle cronache italiane. Al di là delle differenze che le contraddistinguono, esse riflettono una crisi industriale del Paese che impone, oggi più che mai, di stabilire una chiara politica nazionale in materia. Per capire la sorte del nostro comparto manifatturiero e le condizioni normative, sociali, ambientali del suo sviluppo.
L’azienda americana Alcoa, terzo produttore al mondo di alluminio, acquisisce nel 1996 la società a partecipazione statale Alumix, disponendo un'unità produttiva di alluminio primario a Portovesme, in Sardegna, a cui si deve l’intera produzione di alluminio primario dell’Italia. I problemi per lo stabilimento di Portovesme, in produzione dal 1973, arrivano nel 2009 quando l’azienda inizia a collezionare perdite operative continue a causa degli alti costi di produzione - in gran parte dipesi dall’alto consumo di energia della centrale - e del calo del prezzo dell’alluminio sul mercato internazionale, una situazione aggravata dalla crisi economica attuale. Nel 2010, Alcoa firma un memorandum d’intesa con governo e sindacati nel quale l’azienda mostrava la volontà a mantenere operativo l’impianto in accordo con un piano industriale di investimento. Sempre nel 2010, il governo italiano emana il decreto legge 3/2010, recante misure per la sicurezza dell’approvvigionamento di energia elettrica nelle isole maggiori (il cosiddetto decreto “salva Alcoa”), che prevedeva tariffe elettriche agevolate poi bollate dall’UE come aiuti di stato. Alla fine del 2011, nonostante fosse stato sostenuto il 70% degli interventi previsti nel piano firmato l’anno precedente, Alcoa ha dichiarato che le condizioni generali impedivano all’impianto di essere profittevole e competitivo. A gennaio 2012 arriva il comunicato dell’azienda che intende chiudere lo stabilimento di Portovesme che ha una capacità produttiva di 150.000 ton/anno e dà lavoro a 500 lavoratori.
La Sardegna ospita anche l’altro stabilimento al centro del dibattito attuale: la miniera di carbone di Nuraxi Figus, l’ultima ancora operativa in Italia, di proprietà della Carbosulcis. La sua storia inizia a metà dell’Ottocento quando fu approvata la prima concessione per la coltivazione del giacimento di carbone; uno sviluppo che incontrerà una prima crisi in concomitanza con il crollo del 1929. Nel 1935, fu l’intervento statale a risollevare le sorti dell’attività mineraria e a rilanciare il settore che incrementò così i livelli produttivi e occupazionali. Un’ulteriore crisi fu scongiurata negli anni ‘60 quando l’Enel, proprietaria delle miniere, decise per il blocco dell’attività estrattiva ritenuta anti economica; i rischi sulle ricadute occupazionali della zona portarono nel 1976 l’Ente minerario Sardo e l’EGAM, poi assorbita dall’ENI, a costituire la Carbosulcis al fine di rilevare dall’Enel la proprietà e la gestione delle miniere e salvarle dalla chiusura definitiva. Negli anni si cercò di creare un mercato per il carbone solforoso del Sulcis prevedendo progetti di gassificazione e di produzione di energia termoelettrica, mai andati in porto; la produzione riprese solo nel 1988 a seguito della legge mineraria del 1985 che stanziava finanziamenti pubblici per il rilancio del bacino carbonifero. Nel 1995 Carbosulcis fu messa in vendita per essere privatizzata ma l’asta andò deserta; le prospettive di chiusura portarono ad una nuova ondata di lotte sindacali, forti proteste e occupazioni delle miniere. In questi anni, l’Eni decide di uscire definitivamente dal settore carbonifero e la miniera del Sulcis viene presa in carico dalla Regione Sardegna per gestire la transizione alla privatizzazione che ad oggi non si è ancora compiuta.
L’acciaieria di Taranto viene costituita all’inizio degli anni ‘60 dall’Ilva che a quel tempo aveva il nome di Italsider. A seguito di una serie di vicende aziendali che hanno portato alla liquidazione di Italsider, l’azienda, divenuta Ilva, verrà smembrata dal processo di privatizzazione che porterà i suoi impianti siderurgici alla chiusura o alla vendita. Quest’ultimo è il caso del grande polo siderurgico di Taranto che sarà ceduto nel 1995 al Gruppo Riva. I problemi dell’impianto pugliese, a differenza dei due poli sardi del carbone e dell’alluminio, non sono strettamente connessi alla sua economicità e competitività sul mercato bensì agli impatti ambientali delle sue attività. È su tali aspetti che si giocano le sorti del complesso industriale e delle migliaia di lavoratori diretti in esso impiegati: il 26 luglio 2012, infatti, il GIP di Taranto ha disposto il sequestro dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. Dalle ragioni esposte nell’ordinanza emergerebbe la carenza di misure di sicurezza che avrebbe inasprito il grado di inquinamento dell’attività in loco. Ciò nonostante, la forte ricaduta occupazionale dell’azienda ha portato in piazza migliaia di lavoratori a manifestare contro la chiusura del polo siderurgico.
Risulta chiaro come gli eventi di Taranto e della Sardegna riflettano, più in generale, le problematiche che si riscontrano a livello nazionale di incertezza regolatoria e, prima ancora, politica e industriale. L’inefficacia della politica e la tutela degli interessi esistenti, a scapito delle generazioni future, hanno protratto nel tempo situazioni critiche oggi divenute delle vere e proprie emergenze, costose sia in termini di denaro pubblico speso che di vite umane coinvolte. Serve, quindi, una politica industriale seria che definisca obiettivi e strumenti chiari ed efficienti, essenziali oggi in un contesto di mercati liberalizzati e competitivi in cui situazioni di riconversione industriale e territoriale sono sempre più frequenti. (Agienergia)
martedì 17 aprile 2012
Due morti al mese per i veleni dell'Ilva
«Ecco come risanare salvando i nostri operai»
«L’inquinamento dell’Ilva a Taranto pesa tre volte di più dei residenti. Circa 250 chilogrammi di inquinanti per ogni cittadino e due decessi al mese per inquinamento». A sostenerlo è il presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti, che ha citato i dati delle perizie, chimica e medica, in mano alla procura nell’ambito dell’inchiesta a carico dei vertici e dei dirigenti dell’azienda per disastro ambientale. Ieri pomeriggio, alla vigilia del vertice tra i rappresentanti degli enti locali pugliesi e tarantini con il premier Mario Monti, i rappresentanti del mondo ambientalista tarantino, a Roma, nella sala stampa della Camera dei deputati, hanno parlato di «Ilva: emergenza ambientale e occupazionale a Taranto». Al centro il progetto di messa in sicurezza della falda acquifera che potrebbe rendere protagonisti del disinquinamento «gli stessi lavoratori Ilva che oggi rischiano la cassa integrazione in caso di sequestro, da parte della magistratura, di alcuni impianti dell’area a caldo». Con questa iniziativa «si potranno tenere insieme le diverse esigenze: combattere l’inquinamento, la salute dei cittadini e l’occupazione».
Oggi pomeriggio, intanto, Taranto avvia con il governo-Monti il confronto sul futuro della città. Al centro del dibattito la grande questione ambientale e il rapporto con la grande industria, ma il discorso non rimarrà confinato e ristretto a questo ambito. I rappresentanti degli enti locali vogliono introdurre il concetto del risarcimento come unica soluzione capace di restituire ai tarantini quanto hanno dato nei decenni all’Italia in termini di servitù militari e aree per l’industria, ricevendone in cambio stipendi e redditi, ma anche inquinamento e malattie. A fronte dei danni ambientali, oggi certificati, Taranto chiede con forza un sostegno al governo nazionale per portare avanti una complessiva azione di risarcimento ambientale da porre al servizio di una nuova stagione di sviluppo e di diversificazione produttiva. Il passaggio centrale è l’indispensabile e massiccio finanziamento delle bonifiche del suolo e dell’acqua avvelenati da decenni di presenza industriale senza controlli sulle emissioni. A Palazzo Chigi saranno presenti il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, l’assessore Lorenzo Nicastro, il sindaco di Taranto Ezio Stefàno, il presidente della Provincia Gianni Florido e una delegazione di parlamentari pugliesi. Assenti, perché non convocate, le organizzazioni sindacali, anche se Fim e Uilm hanno organizzato un presidio in piazza Montecitorio. I due sindacati di categoria intendono ribadire «l’esigenza di ottenere risposte idonee e concrete capaci di garantire il miglioramento della situazione ambientale attraverso la bonifica dei siti inquinati e programmi in grado di coniugare ambiente, lavoro e continuità produttiva». Saranno presenti anche i verdi e gli ecologisti insieme ai cittadini di Taranto. I Verdi chiedono «impegni immediati e tangibili per far partire la bonifica di un’area dove, secondo la procura di Taranto, inquinamento provoca malattia e morte». L’incontro con il premier Mario Monti è il frutto di un’iniziativa bipartisan.
Cesare Bechis (CdS)
IL SIT-IN - E’ previsto a partire dalle ore 15, in Piazza Montecitorio (dietro l’Obelisco), un sit-in dei Verdi e degli Ecologisti insieme ai cittadini di Taranto. “Chiediamo che la città più inquinata d’Europa torni a respirare”. Dichiara il Presidente dei Verdi Angelo Bonelli che chiede al Governo “impegni immediati e tangibili per far partire la bonifica di un’area dove, secondo la procura di Taranto, inquinamento provoca malattia e morte. Taranto, città che tanto ha sofferto in termini di vite umane, a causa dell’inquinamento va avviato un processo di conversione ecologica. Bisogna fare quello che è già stato fatto a Pittsburgh e a Bilbao, città che non solo hanno chiuso con l’inquinamento ma che sono diventate esempio di qualità della vita e di innovazione – conclude Bonelli -. I cittadini di Taranto hanno diritto ad un futuro diverso ed è un dovere del governo porre le basi per uscire, finalmente, da un’economia alla diossina che provoca ‘malattie e morte’”.(inchiostroverde)
sabato 25 febbraio 2012
Non mescoliamo "scorze e fave"!
La cosa non è poi andata in porto perchè la politica e i grandi interessi che ci costringono ad essere pecore assenzienti si sono opposti a questo scatto di dignità e di cittadinanza...
Guardatevi la partita, bevete birra e mangiate popcorn,... ma non disturbate i Padroni!
Comunicato stampa di Palestra Popolare Mustakì- Taranto
Nel calcio di oggi, quello globalizzato, delle squadre multinazionali, degli sponsor arabi e delle agevolazioni fiscali per permettere alle società italiane di competere alla pari con le corazzate multimilionarie inglesi e spagnole, un campionato di Lega Pro, la vecchia e polverosa serie C1, rappresenta veramente poco. Si parla spesso di società fantasma, calcio scommesse, bilanci truccati, questa è la normale cronaca dei campionati minori e non solo. Nonostante questa fase, molto più complicata di come l’abbiamo descritta, la Lega Pro è piena di squadre con una tradizione calcistica molto forte e radicata. Taranto e Ternana che si incontreranno domani in uno scontro al vertice falsato dalle penalizzazioni, ad esempio, sono proprio due città di questo tipo, accomunate in questo caso anche da una forte presenza sul territorio della grande industria. Una coincidenza molto particolare in questo caso, dove la passione per lo sport più bello del mondo si mescola a causa di decisioni arbitrarie con problemi di ben altra importanza.
Taranto infatti da decenni vive un periodo di profonda crisi, morale, economica, ambientale e la sua squadra di calcio riflette questa situazione, stipendi pagati con difficoltà e tanti problemi che vengono sanzionati con rigore dagli organi di controllo della figc. Fin qui quasi niente di nuovo. La cosa eccezionale invece è che il pubblico rossoblù ha deciso una raccolta fondi per venire incontro simbolicamente alle esigenze della propria squadra del cuore coronando il sogno, per una domenica, di essere lo sponsor della propria compagine. La scelta dello sponsor come la stessa raccolta fondi è stata effettuata tramite un sondaggio sul sito di Taranto Supporters attraverso il quale i tifosi si sono espressi, scegliendo come frase da applicare sulle maglie lo slogan RespiriAmo Taranto. Sulla semantica c’è poco da dire, è una dichiarazione d’amore verso la propria città e la squadra che la rappresenta. Fin qui niente di male.
Ma Taranto come ormai tutti sanno è una città dove si respira male, dove balconi e polmoni si riempiono di minerali e sostanze tossiche che dallo stabilimento siderurgico chiudono in una cappa mortale tutta la città. Evidentemente questa frase deve aver urtato la coscienza di quelli che una volta si chiamavano padroni, di quelli che tra i Due mari decidono da anni della nostra vita e della nostra morte, scegliendo il nostro destino biologico, economico, sociale e morale. Questi infatti non vogliono proprio che neanche si parli di Respiro per questa città, figuriamoci poi durante una partita di calcio, per cui supponiamo ragionevolmente che, con la complicità del Ministero dell’Interno che da queste parti più che altrove sembra essere sempre dalla stessa parte, cioè dalla parte dei più “forti”, i padroni dell’Ilva, della Cementir e dell’Eni hanno reagito con la solita violenza e il solito muro, smentendo ancora una volta tutti quei politici che si affannano, chissà perché, a “cercare il dialogo con la grande industria”. Insomma RespiriAmo Taranto, che in un primo tempo era stato accolto favorevolmente e poi misteriosamente e frettolosamente rifiutato come si vede nei documenti consultabili sul sito di TarantoSupporters (http://www.tarantosupporters.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10810:contro-mari-avversi-sempre-navigheremo&catid=11:articoli&Itemid=104 ), secondo il ministero e secondo la figc è uno slogan politico, per cui non si addice ad essere lo sponsor di una squadra di calcio. Insomma, per essere chiari, respirare a Taranto e amare questa città oggi, per lo Stato Italiano, non è una necessità, bensì un atto politico, di parte. Ed è vero, lo è, quando politica significa preservare il bene comune che è la nostra terra, la nostra vita e la nostra dignità. E' politico nell'accezione più alta e meravigliosa del termine,che individua nella politica lo spazio pubblico, in cui i cittadini partecipano e si esprimono per il bene della polìs, di tutti.
Come Palestra Popolare Mustakì, esprimiamo il nostro più profondo disprezzo per questa decisione assurda, stupida, offensiva e provocatoria, palesemente assunta in malafede e auspichiamo da parte degli organi “competenti” di tornare immediatamente indietro su questa decisione.
Ci sembra l'ennesima beffa per una città che lentamente e tra mille problemi e contraddizioni, da un po' di tempo cerca di ritrovare la sua dignità, esprimendo pian piano un'idea alternativa rispetto alla grande industria che determina in tutto e per tutto la sua vita. Anche lo sport deve fare la sua parte: il seguito, la partecipazione,i valori e la sua valenza sociale lo impongono. Nel piccolo della nostra Palestra Popolare, proviamo a farlo ormai da anni, così come altre associazioni cittadine che nello sport hanno individuato l'ennesimo grimaldello per provare a cambiare tutti insieme questo territorio.
Chiediamo quindi l'intervento ed una presa di posizione chiara e netta della FGIC e del CONI provinciale, affinchè pongano anch'essi, dall'interno, una questione così importante per questa città e la sua gente. Per non scrivere un'altra brutta pagina di sport asservito ai poteri forti, sordo e timoroso rispetto a quello che gli succede intorno rendendolo ancora una volta slegato e lontano dalle nostre vite.
--------------------
Dal sito di Tarantosupporters

Sembrava tutto pronto per l’esordio dello slogan “respiriAMO Taranto”, deciso dalla tifoseria tarantina e onorabilmente accettato dalla società, sulla maglia del Magico, sin dalla partita di domani a Terni.
D’altronde, la Lega era stata avvisata e aveva dato il suo benestare con un'email, mercoledì 22 u.s.
Ed invece, ecco che oggi giunge la revoca, con comunicato ufficiale.

Ci sono veramente pochi dubbi su quale siano le ragioni (non citate) che hanno spinto la Lega ad adottare questa decisione. Come è ormai troppo evidente, i padroni delle fabbriche che ammorbano la città di Taranto e minano la salute dei suoi cittadini (Ilva, Eni, Cementir, inceneritori) sono troppo potenti e hanno interessi troppo grandi perché possano placidamente piegarsi alle nostre richieste di una città più pulita. Anche uno slogan sulla maglia, visibile in televisione nelle sintesi delle partite in gran parte d’Italia, avrebbe potuto arrecargli non pochi danni di immagine. Per cui, poco ci sarà voluto a fare pressioni sui pavidi dirigenti della Lega Pro.
Cascano male, questi malfattori. Dalle parti della Città dei Due Mari siamo da sempre abituati a combattere e a non lasciarci sopraffare dalle situazioni avverse.
-
Chiediamo, tanto per iniziare, che la Lega torni sui suoi passi e conceda immediatamente l’autorizzazione all’AS Taranto per mostrare lo slogan sulla maglia.
-
Invitiamo tutti i tifosi ad esprimersi attraverso il sondaggio che abbiamo pubblicato in home e chiediamo all'AS Taranto Calcio di attuare la strategia che verrà maggiormente votata.
-
Invitiamo tutti i tarantini, in città e nel resto d’Italia, ad esporre la scritta “RespiriAMO Taranto: Fermiamo il disastro ambientale” e a mandarci le foto.
venerdì 27 gennaio 2012
E la nave va?
Aspettiamo questa ennesima colletta nazionale, e speriamo
Per il bene di tanti lavoratori. E che possano aumentare e aprire a nuove economie.
venerdì 30 aprile 2010
Uno strumento per la partecipazione!
Posta Certificata gratuita al cittadino.
Dopo un primo periodo di sperimentazione, il Ministero per la pubblica amministrazione e innovazione inaugura il sito web tramite il quale verrà fornito il servizio di posta elettronica certificata gratuita per il cittadino, un'iniziativa realizzata dal governo in collaborazione con Poste Italiane.
Queste le istruzioni: "Per richiedere l'attivazione del servizio di Posta Certificata al cittadino, a partire da lunedì 26 aprile sarà sufficiente collegarsi al portale www.postacertificata.gov.it e seguire la procedura guidata che consente di inserire la richiesta in maniera semplice e veloce. Trascorse 24 ore dalla registrazione online (ed entro 3 mesi) ci si potrà quindi recare presso uno degli Uffici postali abilitati per l'identificazione e la conseguente firma sul modulo di adesione. Il richiedente dovrà portar con sé un documento di riconoscimento personale e uno comprovante il codice fiscale (codice fiscale in originale o tessera sanitaria). Bisogna inoltre portare anche una fotocopia di entrambi i documenti che dovranno essere consegnate all'ufficio postale."
Riguardo alla posta certificata, il ministero ha istituito un nuovo servizio per il facile reperimento degli indirizzi PEC. Il sito è www.paginepecpa.gov.it, un motore di ricerca delle PEC di Ministeri, Regioni, Province, Comuni, etc.
È lo stesso Ministero a ricordare che tutte le Pubbliche amministrazioni devono:
- dotarsi di una casella di posta elettronica certificata per qualsiasi scambio di informazioni e documenti (articolo 6 del Codice dell'amministrazione digitale);
- istituire una casella Pec per ciascun registro di protocollo (comma 3 dell'articolo 47 del Codice dell'amministrazione digitale);
- dare comunicazione al DigitPA degli indirizzi Pec istituiti per ciascun registro di protocollo (comma 8 dell'articolo 16 della legge 2/2009);
- pubblicare nella pagina iniziale del sito web istituzionale l'indirizzo Pec a cui il cittadino può rivolgersi (comma 2-ter dell'articolo 54 del Codice dell'amministrazione digitale);
- comunicare con i propri dipendenti unicamente tramite Pec (comma 6 dell'articolo 16-bis della legge 2/2009).
mercoledì 24 febbraio 2010
Scajola strozza la cultura a Taranto
“E’ a rischio il finanziamento di circa due milioni e 600.000 euro che la Regione Puglia aveva stanziato per la ristrutturazione del museo MarTa di Taranto” ha affermato L’Assessore provinciale ai Lavori pubblici e alla Programmazione territoriale Costanzo Carrieri.
Nel 2008 la Regione Puglia aveva dato il via libera al primo lotto del progetto di ristrutturazione e di funzionamento del museo di Taranto, ma i lavori non sono ancora potuti iniziare a causa della mancanza del nulla osta del Ministero dello Sviluppo Economico. “Il rischio – spiega l’esponente della giunta Florido – è quello di perdere i fondi in questione o che questi soldi vengano spesi per altri territori e altri scopi.
La classe dirigente della nostra provincia faccia dunque fronte comune per difendere le nostre aspettative di crescita economica, sociale e culturale.” Ancora una volta Taranto e la sua provincia vengono trattate con una certa superficialità; la politica ha il dovere di vigilare e rendere conto degli impegni assunti con i cittadini. “Siamo ancora in tempo per salvare questo finanziamento, ma bisogna far presto.” conclude Florido.(sudnews)
mercoledì 4 febbraio 2009
Comunicato stampa e interrogazione parlamentare
E oggi l'Onorevole Zazzera lo chiederà per noi al "ministro".
Interrogazione Zazzera

