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domenica 27 dicembre 2015

Svendere please!

Ilva, preavviso infrazione Ue: «No aiuti di Stato, vendete»

Era prevista da settimane ed è arrivata. L’Unione Europea si appresta ad aprire una procedura di infrazione verso l’Italia a proposito dell’Ilva. A settembre 2013 toccò alle violazioni ambientali, stavolta, invece, finiscono sotto la lente i provvedimenti finanziari che, su proposta del Governo, il Parlamento ha approvato all’interno di varie leggi e che Bruxelles considera aiuti di Stato e quindi incompatibili con le regole dell’Unione. «Mi riferisco all’indagine preliminare in corso riguardante gli aiuti garantiti all’Ilva» scrive in una lettera di una cartella e mezza il commissario europeo Margrethe Vestager al sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, annunciando le intenzioni di Bruxelles. «Considerando le lamentele ricevute, come anticipato durante i nostri incontri del 10 settembre 2015, la Commissione dovrà presto decidere formali provvedimenti sulle misure finanziarie già garantite» specifica Vestager, responsabile della Concorrenza.«La lettera? Non costituisce affatto una sorpresa - commentano Piero Gnudi e Corrado Carrubba, commissari straordinari dell’Ilva -. Sapevamo che l’Unione Europea si stava muovendo su questa strada». «Il Governo ha già tenuto delle riunioni sul tema e altre ne convocherà - puntualizza Gnudi -. Alle obiezioni di Bruxelles sarà data risposta».
A quanto pare, se la Commissione ritiene che siano tutti aiuti di Stato i 300 milioni di prestito inseriti nell’ultimo decreto legge, gli 800 di prestito garantito dallo Stato inseriti nella legge di Stabilità 2016 e gli altri 400 di prestito garantito della legge 20 di marzo 2015, il Governo italiano intende far valere il principio che in materia di risanamento ambientale l’azione pubblica non è preclusa dalle norme europee. In sostanza, il messaggio che Roma lancia a Bruxelles è che il Governo è intervenuto intensamente per l’Ilva perchè c’è una questione ambientale grave e complessa. E che senza bonifica, l’azienda non potrà mai tornare a produrre a pieno regime, nè essere competitiva. Lo ha detto mesi fa il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, lo ha sottolineato giorni addietro a Bari il capo di gabinetto del Mef, Roberto Garofoli («l’ambientalizzazione e il risanamento ambientale costituiscono una sfera nella quale la disciplina dell’Unione Europea prevede che il pubblico possa intervenire»), e lo conferma addesso il sottosegretario Gozi.
In verità non è che Bruxelles non sappia che per l’Ilva il problema ambientale è prioritario. Scrive infatti Vestager a Gozi: «Sono consapevole dell’urgente bisogno di disinquinamento sia all’interno dell’Ilva che nell’area adiacente di Taranto. Ecco perchè sono pienamente a favore del supporto pubblico per il disinquinamento del sito e dell’area circostante». Così come «prendo nota dell’impegno dell’Italia a fare tutti i passi necessari per recuperare alla fine il supporto pubblico da coloro che sono i responsabili dell’inquinamento». Tuttavia, dice ancora il commissario, il salvataggio e gli aiuti per le fabbriche in pericolo dell’industria dell’acciaio «rimangono proibiti sotto le regole Ue» e «queste regole vengono applicate constantemente nei confronti di un numero di Stati membri da quando sono state introdotte». Esiste una «capacità produttiva strutturale», rammenta il commissario al Governo, e «le compagnie dell’acciaio non dovrebbero essere tenute nel mercato artificialmente a spese del contribuente se non sono economicamente autosufficienti». Questo non va bene, dice Vestager. Tant’è che il Consiglio dell’Unione del 9 novembre ha ribadito che non devono esserci «deroghe» nella disciplina degli aiuti di Stato. Invece «le parti stanno sostenendo che gli aiuti pubblici in corso stanno consentendo all’Ilva di continuare la sua produzione ed aggiornare i suoi impianti con i soldi del contribuente, così falsando la competizione». E’ vero che l’acciaieria va risanata, ma la strada giusta è coinvolgere i privati, suggerisce Bruxelles, che invita il Governo ad andare avanti con la vendita così come prevede l’ultimo decreto legge (cessione entro giugno 2016). Scrive infatti Vestager: «La migliore garanzia per lo sviluppo a lungo termine della produzione dell’acciaio e i lavori collegati nella regione di Taranto, è, non appena possibile, organizzare la vendita dei beni dell’Ilva agli operatori solvibili che possano aggiornarli per assicurare la compatibilità ambientale» e gestirli ad un uso produttivo. Segue quindi l’incoraggiamento della Ue al Governo: «L’annuncio, la scorsa settimana, dell’intenzione di organizzare il processo di vendita prima rispetto a quanto inizialmente pianificato, è un passo gradito». Basterà questo a disinnescare il conflitto tra Roma e Bruxelles?  (GdM)

Botti di Natale

Ilva: Emiliano, spero che la compri l'Eni

"L'Eni potrebbe essere l'acquirente ideale dell'Ilva di Taranto", perché "si passerebbe dal carbone al gas per l'alimentazione della fabbrica. Così facendo le emissioni di CO2 si abbasserebbero del 60 per cento e quelle della diossina sarebbero abbattute addirittura del 100 per cento". Lo dice a Repubblica il governatore della Puglia, Michele Emiliano.
    "La verità è che lavoro per decarbonizzare la Puglia, dove sbarcherà dall'Azerbaigian il metanodotto di Tap. Ne ho parlato a Parigi, alla conferenza sul clima", spiega. "Occorre cambiare registro. E puntare sul gas per evitare che Ilva chiuda rovinosamente. I nuovi impianti avrebbero un costo accettabile e nel momento in cui entreranno in funzione nel giro di dieci anni, i vecchi altiforni diventerebbero un brutto ricordo. Per l'Eni sarebbe un affare, secondo me". "Il premier Renzi insieme col sottosegretario De Vincenti e il ministro Guidi, devono avere fiducia nel sottoscritto. A mio parere, ci stanno pensando. La mia non è una sfida, ma una proposta di collaborazione". "Non ho avuto contatti con la multinazionale, comunque ho l'impressione che sia favorevole a questo progetto", precisa.
    L'alternativa è che "qualche privato metterà le mani sull'Ilva solo per smontarla e ricavarne vantaggi economici.
    Perché mai nessuno comprerebbe un'azienda che cade a pezzi e che ha bisogno del carbone per funzionare". (ANSA).

Vendere l'Ilva all'Eni? "E' follia pura, vuol dire confondere le pere con le mele. L'idea che l'Eni possa mettersi a fare acciaio è irrealizzabile, con buona pace di Emiliano". Così Davide Crippa, capogruppo M5S alla Camera, commenta all'Adnkronos l'idea del governatore pugliese Michele Emiliano, che oggi, dalle pagine di Repubblica, ha auspicato che sia l'Eni ad acquistare l'Ilva.
"Il problema - secondo Crippa - è che l'Eni figura tra le maggiori creditrici dell'Ilva. C'era un problema di forniture di gas, dall'Ilva non pagavano le fatture. Ma da qui a pensare di poter vendere all'Eni ce ne vuole...". Per i 5 Stelle, dall'empasse dell'Ilva si esce "scordandosi di fare concorrenza sulla produzione primaria, dobbiamo puntare piuttosto su ricerca e innovazione". Bisogna "convertire la produzione in tutt'altro, dimenticare questa produzione obsoleta - suggerisce Crippa - e puntare su un piano rilancio che parta dalla valorizzazione turistica - partendo dalle bonifiche dell'area - e passando poi alle energie rinnovabili".
"Noi, ad esempio - ricorda il grillino - avevamo proposto di locare intere aree a canone zero per le imprese che volevano produrre rinnovabili, a patto che poi rinvestissero parte degli utili sulla bonifica della zona".(ADNKRONOS)

sabato 5 dicembre 2015

Nove!!!

Ilva, ecco il nono decreto del Governo
300 milioni per accelerare la vendita

«Abbiamo varato un decreto legge che accelera la cessione a terzi dei complessi aziendali del gruppo Ilva. Il dl fissa al 30 giugno 2016 il termine per il completamento dell’operazione di trasferimento a una nuova compagine societaria per un futuro stabile di Ilva». Lo ha annunciato Claudio De Vincenti al termine del Cdm.Per Ilva arriverà «una nuova compagine societaria che consenta di dare un futuro stabile, definitivo, di prospettiva industriale e risanamento ambientale dell'Ilva», ha sottolineato ancora il sottosegretario.
Il ministro Galletti
«La parte ambientale - ha spiegato il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti al termine del Consiglio dei ministri - resta un elemento determinante del salvataggio dell'Ilva e la posticipazione del termine di realizzazione del piano ambientale dal 4 agosto al 31 dicembre è dovuta dal fatto che il piano che presenterà l'aggiudicatario potrà portare modifiche al piano ambientale». Le modifiche, sottolinea ancora il ministro, avverranno «con le stesse procedure della formazione del piano ambientale».
La caccia a investitori italiani
Il percorso seguito finora per il risanamento dell'Ilva è stato accidentato, ricco di sorprese. E altre si annunciano, a partire da un nuovo tentativo di coinvolgere l'imprenditoria privata, italiana e internazionale, nell'azionariato del gruppo. Per il momento è una semplice eventualità, certamente difficile da realizzare perché si tratta di una strada già percorsa senza successo. Ma la situazione è d'emergenza, con perdite elevate e prospettive drammatiche perché il tesoretto di 1,2 miliardi di euro dei Riva è rimasto al riparo in Svizzera e non è affluito nelle casse del gruppo, la Cassa depositi e prestiti ha fatto sapere in un vertice a Palazzo Chigi tenuto nei giorni scorsi che non è nelle condizioni di assumersi l'intero peso del salvataggio, la nuova società (newco) che doveva essere costituita nella primavera scorsa con l'apporto d'investitori finanziari è rimasta sulla carta. Per questo occorre rimescolare le carte, o almeno tentarci. Così, per il momento con grande prudenza, sono ripartite verifiche informali per tentare l'impossibile, cioè ridare solidità all'assetto azionario dell'Ilva coinvolgendo soci privati. Mai dire mai, dunque, anche se proprio nel recente passato Piero Gnudi, all'epoca commissario straordinario unico, ci ha provato senza risparmiarsi ma senza riuscirci. E le difficoltà che hanno impedito di raggiungere l'obiettivo rimangono tutte, perfino aggravate. Nell'attesa di capire quale sarà l'esito dei contatti avviati, lo scenario di nuove partnership viene definito una semplice eventualità, che non deve interferire con il lavoro in cui sono impegnati i vertici aziendali, interamente rinnovati meno di un anno fa.
L’odissea dell’acciaieria
La Via Crucis dell'Ilva è cominciata con la fase uno, in cui era al comando il commissario straordinario Enrico Bondi, che ha puntato sul piano industriale messo a punto con i consulenti di McKinsey. Poi, uscito di scena Bondi, è arrivato Piero Gnudi, convinto che la priorità fosse trovare un nuovo assetto dell'azionariato, per ridare solidità al gruppo con l'apporto di soci privati, internazionali e italiani. I tentativi non sono riusciti, perché i potenziali azionisti hanno detto con chiarezza che i problemi dell'Ilva erano drammatici, gli investimenti ambientali non sopportabili da privati, le inchieste avviate dalla magistratura (soprattutto di Taranto) determinano un quadro di assoluta incertezza. Contemporaneamente si è fatta strada la convinzione che i privati intendessero forzare la mano, ingigantendo i problemi dell'Ilva, per poi conquistarla con quattro denari. Insomma, il sospetto è stato che ArcelorMittal guidasse una cordata della serie «I furbetti dell'acciaio», parafrasando la definizione dei «Furbetti del quartierino», coniata dallo spregiudicato finanziere Stefano Ricucci nell'estate del 2005. Così l'operazione Gnudi non ha avuto esito ed è cominciata la fase tre, con la regia dell'ex amministratore delegato di Luxottica, Andrea Guerra, passato nel ruolo di super consulente per Palazzo Chigi. L'occasione da non perdere è stata considerata l'inchiesta della Procura di Milano contro i Riva, gli ex azionisti di comando dell'Ilva, finiti sulla panchina degli imputati, ritenuti colpevoli di una lunga serie di reati. Erano giorni in cui Guerra, sia pure dietro le quinte, spendeva parole di elogio per il lavoro svolto dai magistrati milanesi. Da Palazzo di Giustizia filtravano due certezze: l'Ubs, il colosso svizzero in cui sono parcheggiati i trust dei Riva, era pronto a consegnare i quattrini (i famosi 1,2 miliardi) e la magistratura svizzera avrebbe dato via libera.
La decisione del tribunale svizzero
Il tutto si è verificato, ma è mancato l'ultimo passaggio. Nei giorni scorsi il Tribunale di Bellinzona, a cui hanno fatto ricorso in appello due esponenti della famiglia Riva, ha bloccato tutto, sottolineando (con parole dure) che il tesoretto non si tocca fino a sentenza definitiva di un processo (quello contro i Riva) ancora agli albori. Una vera doccia fredda, per l'Ilva e dintorni, arrivata all'improvviso. L'effetto è di riaprire i giochi sul futuro del gruppo che, proprio negli ultimi due mesi, ha registrato qualche notizia positiva, a partire dal contenimento delle perdite (sotto i 20 milioni al mese contro i 50 milioni dei momenti peggiori) per arrivare all'incremento del portafoglio ordini (più 23 per cento il risultato di ottobre su settembre e più 20 per cento in novembre rapportato a ottobre). Significativa, in particolare, viene considerata la vittoria nella gara promossa dalla Snam per una fornitura di oltre 5 milioni di euro. L'impegno di chi si batte in prima linea c'è. Il problema è la mancanza di soldi in cassa. E non è un problema di poco conto.
I sindacati: «Tanti dubbi, non svendere»
Il Consiglio dei Ministri, con l’ennesimo decreto, il nono, modifica ancora una volta le carte in tavola, arrivando questa volta a indicare la data di vendita dello stabilimento Ilva di Taranto e spostando in avanti il termine dell’applicazione dell’Aia. Così Rosario Rappa, segretario nazionale Fiom-Cgil in una nota. «Siamo in presenza di un decreto che rischia di scaricare i costi sul pubblico e gli utili sul privato, facendo pagare ai lavoratori attualmente occupati pesanti costi in termini occupazionali. Inoltre, riteniamo gravissima la volontà di allungare i tempi del processo di ambientalizzazione, per la quale devono essere rispettati i tempi indicati nell’Aia» afferma il sindacalista. «Ancora una volta - continua - contraddicendo quanto fino ad ora aveva dichiarato, il governo prende decisioni senza consultare le organizzazioni sindacali.» «È assolutamente necessaria una immediata convocazione alla presidenza del Consiglio dei ministri, qualora questo non avvenisse metteremo in campo tutte le iniziative di mobilitazione necessarie». «Bene iniziare a fissare date - ribatte Marco Bentivoglio segretario generale di Fim-Cisl - ma senza passi concreti di rinvio in rinvio la situazione si sta logorando irreversibilmente. Da tempo sosteniamo che il più grande siderurgico d’Europa debba essere gestito da chi ha esperienze e capacità del settore. È positivo aver fissato una data in cui cedere ad un soggetto industriale che guidi il Gruppo ad una più attenta gestione industriale e recuperi il troppo tempo perduto sull’ambientalizzazione e il rilancio industriale». (CdM)

sabato 21 novembre 2015

Chi va e chi viene

L'Ilva perde l'appalto per il gasdotto Tap

L’Ilva perde un altro «pezzo» di Tap, il gasdotto che secondo le intenzioni della Trans adriatic pipeline dovrà portare il gas dall’Est all’Italia, approdando sulle coste salentine. Ieri la Tap ha ufficializzato l’assegnazione alla società greca Corinth Pipeworks la fornitura di 495 chilometri circa di tubi lineari da 48 pollici per la tratta onshore del gasdotto in Grecia. Il contratto prevede la fornitura complessiva di circa 270.000 tonnellate di tubi lineari.Ian Bradshaw, managing director di Tap, spiega l’aggiudicazione della commessa ai greci, sottolineando che il gruppo ha presentato «una offerta solida, al livello dei più alti standard industriali del settore».
Non proprio di prammatica i ringraziamenti alle altre imprese partecipanti, tra cui appunto l’Ilva di Taranto: «Tap ha messo in atto un rigoroso processo di selezione, basato sulle competenze tecniche delle aziende, sugli standard di sicurezza e sulla adozione delle migliori pratiche internazionali». Sembra un riferimento, nemmeno tanto velato, alle difficoltà produttive dello stabilimento siderurgico di Taranto, alle prese con una crisi che ormai non è solo ambientale e giudiziaria.
Già alcune settimane fa, l’Ilva aveva perso una prima importante commessa per il gasdotto Tap, con l’assegnazione della fornitura di 170mila tonnellate di acciaio ai tedeschi della Salzigitter Mannesmann. Ora questo ulteriore smacco anche se nei giorni scorsi il management del siderurgico si era affannato ad annunciare la ripresa degli ordinativi.
«Siamo in una fase in cui bisogna passare dalle promesse ai fatti: la gente a Taranto attende dei segni chiari, delle risposte precise da parte del governo» ha detto ieri monsignor Filippo Santoro arcivescovo di Taranto, intervistato da Radio Vaticana. «Visto che nella legge di stabilità del presidente Renzi sono stati stanziati 800 milioni di euro a favore dell’Ilva, attendiamo che ora seguano i fatti» ha detto Santoro. «A livello locale, aspettiamo proprio una svolta, altrimenti sarà troppo tardi. Quando c'è una malattia come un cancro, o si taglia o si cura. Abbiamo visto che il governo ha intenzione di curarlo, ma se i provvedimenti non vengono messi in atto con urgenza, non so fino a quando la pazienza del popolo potrà durare. Oggi, la situazione dell’Ilva è che la difesa del lavoro, con i vari ammortizzatori sociali, sta funzionando. L'occupazione continua, grazie a tutte queste varie forme di sostegno al lavoro. Però, per il futuro, di fatto, c'è un calo della produzione».
Confindustria Taranto, infine, saluta positivamente l’emendamento alla legge di stabilità sul Fondo di Garanzia per le imprese dell’indotto Ilva ma sostiene che «si tratta di una misura che, pur testimoniando nuovamente l'attenzione del Governo, non va ancora nella direzione auspicata». Confindustria tornerà «ad avanzare gli opportuni suggerimenti affinchè la misura possa arrivare alla Camera modificata nei criteri di semplificazione di accesso al Fondo di Garanzia. L’auspicio ulteriore è quello che oltre questa misura, opportunamente rimodulata, possano intervenire altri provvedimenti a sostegno della platea dei creditori dell’indotto». (GdM)


All’Ilva tornano i vecchi clienti. Vinta la gara per i tubi di Snam

Antichi clienti tornano. Ilva si è aggiudicata la gara di Snam per la fornitura di 45 chilometri di tubi (diametro di 16 pollici) del valore di oltre 5 milioni di euro. Un segnale importante di inversione di tendenza perché nei mesi scorsi il colosso siderurgico aveva perso diversi clienti storici, non solo Snam (l’ultima commessa risaliva a gennaio 2014) ma anche Fiat. E i risultati del nuovo corso cominciano a vedersi nel portafoglio ordini complessivo dell’azienda guidata dal direttore generale Massimo Rosini (foto): Ilva, infatti, prevede di chiudere il mese di novembre con un incremento del 10% di raccolta ordini rispetto a ottobre, che era già stato il miglior mese del 2015 e aveva registrato un balzo del 23% su settembre. Con l’aggiudicazione della gara di Snam, Ilva prova in un certo senso a mettersi alle spalle anche le polemiche delle settimane scorse sull’esclusione dall’appalto del Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto che trasporterà in Europa il gas naturale proveniente dal Mar Caspio (partendo dal confine tra Grecia e Turchia dove si connetterà al Trans Anatolian Pipeline), attraversando la regione settentrionale della Grecia, l’Albania e il Mar Adriatico per approdare in Salento, quindi nella Puglia dove Ilva (a Taranto) può contare sulla maggiore acciaieria d’Europa. Dopo l’assegnazione a fine ottobre ai tedeschi di Salzgitter Mannesmann del contratto per la fornitura di circa 270 chilometri di tubi lineari, ieri Tap ha assegnato il secondo contratto della stessa gara, da 495 chilometri, ai greci della Corinth Pipeworks. (Corsera)

lunedì 27 aprile 2015

Direttamente dal mercatino della Salinella

http://macchineutensili.gruppoilva.com/

In vendita macchinari Ilva. Solo mezzi inutilizzati, ma è allarme tra gli operai

L'Ilva mette in vendita le macchine utensili che non utilizza più nel ciclo produttivo. La notizia è apparsa sul sito dell'azienda e nella serata di ieri è stata rilanciata dai sindacalisti sui social network e su whatsapp destando molte preoccupazioni. Sarebbe la prima volta, infatti, che l'azienda, che dallo scorso 21 gennaio è in amministrazione straordinaria con la legge Marzano, ricorre alla vendita dei propri beni strumentali. Una mossa che i sindacalisti hanno interpretato come un ulteriore segnale delle difficoltà finanziarie attraversate dall'Ilva.
Nella comunicazione apparsa sul sito si parla di 61 macchine utensili disponibili tra alesatrici, calandre, fresatrici, cesoie, gruette a bandiera, induttori magnetici, molatrici, idropulitrici ad alta pressione, presse piegatrici, torni, trapani ed altro ancora. Si tratta ovviamente di macchine di grandi dimensioni per uso industriale, che arrivano a un peso anche di 6-7 tonnellate. Di ciascun impianto è indicata la marca, si può visionare lo stato attraverso una foto ed è indicato soprattutto se è funzionante o non funzionante ripristinabile.
L'Ilva nel sito specifica che le macchine in vendita sono tutte nello stabilimento di Taranto, indica la procedura da seguire per conoscerne il prezzo, per fissare un appuntamento per vederle direttamente e puntualizza che la vendita può avvenire solo a imprese specializzate nella riparazione o demolizione. «Non è certo un bell'annuncio e domani mattina (oggi per chi legge, ndr) cercheremo di capire dall'Ilva quello che sta avvenendo», dice Vincenzo Castronuovo della Fim Cisl di Taranto.
«A due giorni dal mancato pagamento della festività del 25 Aprile, slittato a gennaio per motivi di liquidità - prosegue il sindacalista - i lavoratori si stanno chiedendo cosa stia davvero accadendo. L'incertezza è grande e se l'Ilva, come temiamo, ricorre anche a queste vendite per fare un po’ di cassa vuol dire che sta messa male. E allora che succederà più avanti? Lo stipendio di aprile il 12 maggio ci sarà pagato?». (GdM)

martedì 13 gennaio 2015

E chi la vuole?

L’Ilva “rimane di proprietà di Ilva spa, non diventa pubblica”. E “potrà essere messa sul mercato tra due-tre anni”, probabilmente nel 2017 quando “secondo le nostre stime potrà ritornare in utile“. Però, vista la spada di Damocle delle richieste di risarcimento miliardarie che pendono sullo stabilimento, sarà “difficile” che uno straniero voglia comprarlo. Parola del commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, in audizione davanti alle commissioni Industria e Ambiente del Senato, che hanno ricevuto il decreto sul siderurgico di Taranto varato il 24 dicembre e devono esprimere il proprio parere.
“Il percorso studiato è l’amministrazione straordinaria“, ha ricordato Gnudi. Nell’ambito di quel percorso sarà nominato un commissario (probabile la conferma dello stesso Gnudi) e del comitato di sorveglianza. Trattandosi di un fallimento, come ha spiegato Gnudi, questo comporterà il blocco dei pagamenti con “alcune eccezioni per i fornitori considerati strategici”. Secondo quanto riferito da Gnudi questi saranno pagati dalla newco, la nuova società “a capitale pubblico che dovrebbe teoricamente prendere in affitto l’azienda e che cercherà di porre in essere tutte le iniziative per risolvere i problemi”. Al termine del contratto di affitto e a risanamento avvenuto, “tra due-tre anni, l’azienda torna di proprietà dell’amministrazione straordinaria che avrà la possibilità di venderla a terzi, ma potrà anche venderla alla newco”. Sulla cui composizione però Gnudi non si è sbilanciato: ha solo detto che sarà “decisa dal governo”.
“Il piano industriale”, ha affermato poi Gnudi, “lo dovrà fare la società che prende in affitto l’Ilva, però per capire in quante spanne d’acqua siamo anche noi abbiamo fatto un piano a 5 anni. Quest’anno perderemo dei soldi, perché bisogna chiudere, dopo il suo ciclo ventennale, un forno che è il più grande d’Europa e ci sarà bisogno di 7-8 mesi per ricostruirlo. Ma nel 2016 si potrà tornare già in pareggio e nel 2017 in utile”.
In seguito bisognerà vendere il siderurgico “a un gruppo che garantisca che l’azienda continui ad operare in Italia”, ha auspicato Gnudi. “Abbiamo fatto vari esperimenti e tentativi di vendere l’azienda e abbiamo trovato un forte interesse in vari tipi di imprenditori, due indiani (Ancelor-Mittal e Jindal, ndr), dei portoghesi, vari fondi e ci sono naturalmente anche gli italiani, Arvedi e Marcegaglia“. Queste aziende “hanno mandato a Taranto fior di tecnici che hanno fatto un esame accurato all’impianto e hanno tutti detto che forse è l’impianto più efficiente d’Europa”. Solo che “ci sono già 4,5 miliardi di richieste di danno da parte di vari enti e c’è una causa che si chiama ‘Cliente svenduto’ in cui ci sono 1.600 parti civili. È un contesto molto complicato. Difficile che uno straniero si assuma una problematica” simile.
Nella mattinata di martedì l’aula del Senato ha intanto approvato il parere espresso dalla commissione Affari costituzionali sui requisiti costituzionali di necessità e urgenza del decreto Ilva, che inizia così il suo iter parlamentare di conversione in legge. Un percorso che si preannuncia in salita: mentre continua a far discutere l’immunità concessa al commissario ma anche ai futuri acquirenti, il relatore Salvatore Tomaselli ha già auspicato “miglioramenti” al decreto che dovrà essere convertito, a pena di decadenza, entro il 6 marzo. (FQ)

lunedì 18 marzo 2013

Il tesssoooro è salvo!

Ilva incassa l'ok del tribunale: stop alla vendita dell'acciaio

Il tribunale ha accolto l’appello dell’Ilva contro la decisione del gip di autorizzare la vendita dell’acciaio finito sotto sequestro nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. L’azienda contestava in particolare l’affidamento delle operazioni di commercializzazione ai custodi giudiziari e anche la decisione di sequestrare il ricavato delle operazioni di vendita. "Decisione inopportuna - aveva tuonato l'Ilva - le risorse potrebbero essere usate per l'attuazione dell'Aia".
Si parla del milione e 700mila tonnellate di acciaio che l’azienda stima in un miliardo di euro di valore, mentre secondo i custodi  il valore è di circa 800 milioni euro. Sulla merce ferma nel porto ormai da mesi, si sta consumando una vero braccio di ferro, con l’Ilva minaccia di chiedere il risarcimento per le commesse che nel frattempo sono saltate (Rep.)

lunedì 25 febbraio 2013

Manco gli scacchi!


Ilva: ricorso contro ordinanza vendita merci da parte dei custodi

Ilva ha presentato oggi al Tribunale di Taranto una impugnazione in cui chiede l'annullamento dell'ordinanza con cui il gip Patrizia Todisco ha autorizzato la vendita da parte dei Custodi dell'acciaio sequestrato all'interno dello stabilimento siderurgico il 26 novembre 2012, vincolando il ricavato della vendita di questi beni in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza senza che nulla del ricavato possa essere utilizzato per l'attuazione dell'AIA. Ilva, in una nota , motiva l'istanza presentata come una violazione all'articolo 1 del DL 207, convertito poi nella legge 231 del 2012, che prescrive sia il diritto all'esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell'azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimita' costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale, secondo l'azienda, non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi. Nella richiesta di annullamento, Ilva fa riferimento inoltre alla violazione dell'articolo 260 comma 3 del codice di procedura penale, relativo alla conservazione dei beni sequestrati, non ravvisando l'urgenza del provvedimento in considerazione dell'ormai prossimo pronunciamento della Corte costituzionale e avendo la Procura aspettato oltre due mesi e mezzo prima di chiedere il Provvedimento. Infine i legali dell'Ilva hanno addotto vizi di motivazione in merito alla valutazione dei beni da parte dei custodi. (AGI).

martedì 12 febbraio 2013

Ilva: la procura di Taranto chiede al gip Todisco la vendita dell'acciaio sequestrato


E' di pochi minuti fa la la notizia della richiesta della Procura di Taranto al giudice Patrizia Todisco di vendere i prodotti posti sotto sequestro il 26 novembre scorso:


"La procura di Taranto ha chiesto al giudice delle indagini preliminari Patrizia Todisco di vendere i prodotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre 2012 benche' realizzati a dispetto del sequestro senza facoltà d'uso dell'area a caldo dello stabilimento. I magistrati a quanto si è appreso motivano la richiesta con la necessità di preservare coils e bramme, che sono soggette alle intemperie e potrebbero deteriorarsi. "(ansa)

TARANTO – E' sempre più scontro aperto sull'Ilva. L’ultima mossa arriva dalla Procura di Taranto, che ha chiesto al gip Patrizia Todisco di vendere i prodotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre 2012 perch‚ realizzati a dispetto del sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo dello stabilimento. In tutto si tratta di circa 1,8 milioni di tonnellate di acciaio per un valore stimato dall’azienda tra gli 800 milioni e il miliardo di euro.

Domani, intanto, il caso Ilva approda davanti alla Corte Costituzionale. E’ fissata in mattinata la camera di consiglio che dovrà valutare l’ammissibilità dei due conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato presentati dalla Procura di Taranto contro il governo, uno per il decreto legge salva-Ilva, l'altro per la relativa legge di conversione. Domani sono 11 gli affari iscritti a ruolo che la Corte discuterà: l’ultimo riguarda appunto i conflitti sull'Ilva. In questa prima fase la Corte dovrà solo valutare se il ricorso ha i requisiti oggettivi e soggettivi per passare alla fase di merito: se cioè le parti in causa sono qualificabili come poteri dello Stato e se la materia del conflitto è fondata. Un passaggio, comunque, che non si può definire solo formale e che apre, di fatto, un nuovo fronte in una vicenda estremamente delicata.

In gioco ci sono posti di lavoro, un grande gruppo industriale che rappresenta uno dei cardini dell’industria pensate italiana, e la salute dei cittadini, compromessa da una produzione che inquina da anni. I magistrati hanno imposto per questo ripetuti stop all’azienda, disponendo il sequestro di prodotti e semilavorati e confermando le loro decisioni di fronte alle istanze di dissequestro avanzate dall’Ilva. Un braccio di ferro che l’approvazione delle nuove norme non ha fermato, anzi ha rinfocolato.

Soprattutto perch‚ la salva-Ilva consente al gruppo di proseguire produzione e commercializzazione dell’acciaio nonostante i sequestri. I pm sostengono che, in questo modo, il governo "legittima" la commissione di un reato e impedisce l’esercizio dell’azione penale interferendo con l’indagine per disastro ambientale: ci sarebbe un’ingerenza, dunque, nella sfera di esercizio delle funzioni della magistratura indicate nella Costituzione.

Ma in tutti questi aspetti la Corte Costituzionale si addentrerà in un secondo momento, quando affronterà il merito nel caso in cui domani i conflitti siano ammessi. Per diversi osservatori ed esperti, appare improbabile che la Consulta possa giudicare inammissibili i conflitti, anche perch‚, qualora persistessero dubbi in proposito, la Corte può sempre riservarsi di dichiarare l’inammissibilità in un secondo momento, durante la discussione di merito.

Quel che appare certo è che se si passerà al merito, i tempi saranno accelerati e il caso avrà quindi una sorta di corsia preferenziale. E’ stato lo stesso neo presidente della Consulta, Franco Gallo, nel giorno del suo insediamento, il 29 gennaio scorso, ad assicurare che si farà il possibile per accelerare l'iter della decisione, utilizzando la norma che consente alla Corte di dimezzare i tempi.

In questo caso, nell’ammettere il ricorso la Consulta potrebbe contestualmente con un’ordinanza intervenire sui termini dati alla Procura di Taranto per notificare il ricorso al governo, su quelli dati al governo per costituirsi e sui tempi per depositare il ricorso con prova dell’avvenuta notifica nella cancelleria della Corte Costituzionale. Se la strada seguita sarà questa e i tempi concessi saranno utilizzati interamente, si dovrebbe arrivare all’udienza di merito ai primi di aprile. (gazzettadelmezzogiorno.it)

lunedì 10 ottobre 2011

Quando c'è da guadagnare Riva ha sempre il portafogli pieno!

Edison cede a Ilva centrali Taranto. Venduto intero capitale sociale

Edison cede a Ilva centrali Taranto (ANSA) - MILANO, 10 OTT - Edison ha ceduto all'Ilva del Gruppo Riva le centrali termoelettriche di Taranto Energia per 164,4 milioni di euro. Lo comunica il gruppo di Foro Buonaparte in una nota.
Alla Ilva e' stato ceduto l'intero capitale sociale di Taranto Energia, societa' nella quale Edison ha conferito il ramo d'azienda costituito dalle centrali termoelettriche CET 2 e CET 3, situate all'interno del sito industriale dell'Ilva nella citta' pugliese. (Ansa)

sabato 7 marzo 2009

La Difesa si "svende" l'arsenale

... servono soldi per pagare le missioni militari?

Un albergo di lusso al posto di una caserma, di un forte o di una struttura militare ormai in disuso ma situata in posizione 'strategica' sotto il profilo turistico: è una prospettiva destinata a realizzarsi, anche se non nel breve periodo, se andrà a buon fine il processo di progressiva dismissione dei beni che la Difesa considera non più funzionali alle proprie esigenze. Per far conoscere agli investitori il considerevole patrimonio architettonico, storico e culturale della Difesa, il ministero ha deciso di partecipare al Salone mondiale Mipim di Cannes.
"Non andiamo lì per vendere", si affretta a precisare Ignazio La Russa, durante la conferenza stampa di presentazione dell'evento. "Si tratta di una pura opera di informazione sulle opportunità di investimento per chi vorrà assicurarsi immobili di grande prestigio".
Questa grande fiera immobiliare, dal 10 al 13 marzo, sarà la 'vetrina' ideale per promuovere ''strutture poste in luoghi di grande prestigio, spesso nei centri storici delle città d'arte''. In quest'ottica, ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una conferenza a Roma, sarà possibile individuare ''strutture da dare in futuro in gestione anche per un utilizzo turistico-alberghiero''. Al Mipim, comunque, la Difesa ''non andrà per vendere. Questa è la 'cornice' di un progetto che ancora deve realizzarsi. Per la 'tela' - chiarisce - ci sarà tempo''.
I beni considerati non più utili dalla Difesa sono un migliaio su tutto il territorio italiano (l'arsenale e l'Isola di S. Andrea a Venezia, la Caserma Montebello a Milano, la Caserma La Marmora a Torino, Forte Cavour dell'Isola Palmara a La Spezia, il Comprensorio San Gallo a Firenze, Palazzo Brasini e l'arsenale a Taranto) e tra questi almeno 200 sono considerati ''di pregio''. Le strutture, ha rilevato il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, potranno essere messe a disposizione dei Comuni, mentre le aree industriali militari non più in attività potrebbero rivelarsi utili per il sistema industriale civile. In cambio delle dismissioni dei beni, la Difesa potrà ottenere ''lavori di ristrutturazione di caserme, opere di manutenzione, realizzazione di nuovi alloggi per il personale''.
Il progetto si concretizzerà anche in virtù della legge 133 del 6 agosto del 2008, che consente al ministero della Difesa di effettuare, in autonomia, l'attività di alienazione, permuta, valorizzazione e gestione dei beni immobiliari. E' stato così avviato il processo di individuazione di tutti i possedimenti demaniali che potrebbero essere messi sul mercato. Dal punto di vista dei militari, ha osservato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, il flusso di risorse che in questo modo finirà nelle casse dello Stato ''potrà incrementare l'efficienza di questa 'macchina' per il bene del Paese''.
Al Salone Mondiale immobiliare Mipim 2009 la Difesa esporrà ''un consistente repertorio fotografico di quelle installazioni di cui già si prevede l'alienzazione e quindi - spiegano alla Difesa - la conseguente immissione sul mercato immobiliare''. La gran parte delle strutture militari in Italia vanta ''una consistenza storica, architettonica e paesaggistica di inestimabile retaggio tradizionale''. Per dirla con lo slogan che accompagnerà il ministero a Cannes, ''un'eredità di valore''. (Adkronos)
La Russa intende affittare o magari vendere (non subito, l'attuale legge non lo consente) tale patrimonio.
Il fatto è che l'operazione rischia di dar vita ad un "doppione" e sprecare così parte delle risorse recuperate. Perché l'idea di cedere o affittare pezzi del patrimonio pubblico non è una novità: nel precedente governo Prodi era stata avviata una operazione ad hoc, chiamata "Valore Paese", che avrebbe dovuto appunto valorizzare gli immobili della Difesa. Il progetto era stato affidato all'Agenzia del Demanio, guidata allora da Elisabetta Spitz, alla quale - attraverso due decreti - la Difesa stessa aveva "girato" la gestione di circa 400 caserme. L'Agenzia avrebbe dovuto concederle in affitto per 50 anni garantendo agli affittuari la tutela degli investimenti effettuati. Poi il governo è cambiato, la Spitz è stata sostituita con Maurizio Prato e l'operazione non è mai davvero decollata. Peccato che nel frattempo l'Agenzia si fosse dotata di una Spa istituita apposta e tuttora esistente, necessaria per seguire gli affitti (e un domani, probabilmente le vendite). E che la Difesa - che nel frattempo si è ripresa l'Arsenale Venezia "passato" a suo tempo alla Spitz - ancora non ce l'abbia. Quando l'offerta sul mercato davvero ripartirà, gli immobili e terreni di Stato potranno comunque contare sulla "concorrenza" di ben due "agenzie".(Repubblica)