domenica 19 maggio 2013

Pro-Paganda!

Pubblichiamo gli stralci degli interventi di Clini e Mellone al famoso incontro sull'Ilva, tratti da un bell'articolo di Luciano Manna per Peacelink, in cui tra gli altri c'era anche un Alessandro Langiu decisamente "innocuo e sterilizzato".
Si conferma un'intervento di pura propaganda, a tratti razzista e cinico dove i burattini tarantini sono dipinti come la vergogna di se' stessi.
Così si gestisce l'opinione ai tempi dei tavoli culturali...

  
Clini e Mellone sull'ILVA, tra palco e realtà

 L'ex ministro e lo scrittore intervengono all'università di Tor Vergata, facoltà di economia, in un incontro dibattito sull'Ilva di Taranto

Corrado Clini
"Questa emergenza dei tumori della pleura dipende da un rischio che è presente oggi? No! Dipende dalla storia dell’inquinamento industriale e dell’inquinamento del territorio di Taranto.
Queste malattie che sono state contratte allora non sono delle influenze, sono delle malattie croniche, degenerative che hanno un tempo di incubazione di 20, 30 anni e immaginare che invece siano il risultato di una situazione attuale è proprio sbagliato da un punto di vista tecnico ma è sbagliato da un punto di vista di valutazione dei rischi perché oggi non c’è più quel problema, l’amianto è stato messo fuori legge ala fine degli anni ‘80.
La stessa cosa vale per le problematiche legate alla contaminazione del suolo soprattutto da pcb e da diossine, che sono state emesse in una quantità spaventosa da quegli impianti industriali, sino a qualche anno fa.
 L’ilva è un centro siderurgico di interesse pubblico
Ha consolidato nel corso dei decenni una rete di relazioni con tutta la struttura sociale del territorio, oggi leggo sui giornali, finalmente fatta luce sulle connivenze, posso dirvi, è una cretinata, il problema non è questo, il problema è che era fisiologico che il comune, la provincia, regione, le organizzazioni sindacali, la chiesa, tutti avessero avuto un collegamento in qualche modo con questa grande struttura industriale, vuoi perché bisognava far assumere delle persone, vuoi perché bisognava far lavorare le imprese del territorio, quelle dei trasporti e quelli delle pulizie, vuoi perché c’era bisogno di investimenti per attività esterne di interesse comune è esattamente quello che è avvenuto in tutte le realtà industriali italiane delle partecipazioni statali."
L'ex ministro continua a parlare di AIA, prodotti finiti sequestrati e controlli arpa, per tanto è bene seguire con attenzione il file audio


Angelo Mellone
"Anche chi si immagina un futuro non pervenibile per Taranto si inventa anche un passato mai esistito, Taranto era una città, un’isola fortificata di 18mila abitanti di cui 800 vivevano nei conventi e nei palazzi nobiliari e gli altri 17mila abitavano in case malsane, in quello che adesso è lo splendido centro storico, prima era un posto dove più della metà della popolazione era affetta da tifo, tubercolosi, colera, tisi, sifilide, dove c’era una densità di abitanti anche anche di 9 persone per stanza calcolando stanze di 3x4 perché c’era gente che viveva ammassata peggio delle galline nei pollai.
Taranto era questa, era una città povera, malsana, di gente mal nutrita dove non c’era , dove non c’era una biblioteca, dove non c’era una sega di niente, questa è Taranto
Mi fa sorridere ed essere piuttosto perplesso quando, anche in buona fede, mi si viene a prospettare l’ipotesi di Taranto città d’arte, Alessandro che come me ha viaggiato sa che basta arrivare a Martina franca o a lecce per capire la differenza tra Taranto e una città d’arte.
Taranto è una città carina, che, puoi fare delle cose, insomma è una città che è diventata tale, è diventata più provincia di lecce e terra d’otranto perché prima è diventata una citta di proprietà della marina militare e dell’industria di guerra"

sabato 18 maggio 2013

Compagni di merende

Il gip presso il Tribunale di Taranto Patrizia Todisco potrebbe decidere nella prossima settimana se scarcerare e disporre i domiciliari per il dimissionario presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, del Pd, che mercoledi' scorso e' stato arrestato dalla Finanza insieme ad altre quattro persone per concussione. Ieri Florido, presenti i suoi avvocati, e' stato interrogato in carcere ed ha respinto l'accusa che avrebbe fatto ripetute e insistenti pressioni sui dirigenti dell'assessorato all'Ambiente della Provincia, e in particolare su Luigi Romandini, affinche' all'Ilva venisse rilasciata l'autorizzazione all'uso della discarica "Mater Gratiae" all'interno del siderurgico.
  Nella sua deposizione al gip, Florido ha invece spiegato che non c'e' stata alcuna pressione ad operare illegalmente ma che ha solo chiesto agli uffici dell'ente di decidere o favorevolmente o negativamente sulle istanze dell'azienda per evitare che il contenzioso approdasse poi al Tar con un costo per la stessa Provincia. E infatti, ha rammentato Florido, piu' volte l'Ilva e' ricorsa al Tar contro gli atti della Provincia spesso avendo ragione.
  Oggi, intanto, ha lasciato il carcere per essere sottoposto ai domiciliari Girolamo Archina', ex consulente Ilva addetto ai rapporti istituzionali, che era stato arrestato il 26 novembre scorso. Mercoledi' scorso Archina' era stato colpito da una seconda ordinanza di custodia cautelare in carcere per la vicenda della discarica per la quale sono in carcere Florido e l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva, mentre e' ai domiciliari l'ex direttore generale dell'ente, Vincenzo Specchia.
  L'ultima ordinanza era stata notificata ad Archina' proprio il giorno in cui il Tribunale del Riesame, accogliendo l'istanza dei suoi avvocati, gli aveva concesso per ragioni di salute i domiciliari. Ed e' proprio a questa decisione del Riesame che gli avvocati si sono rifatti a fronte del secondo provvedimento restrittivo, chiedendo al gip la scarcerazione di Archina', disposta oggi.
  Negli atti dell'autoritá giudiziaria il ruolo di Archina' e' ampiamente descritto come colui che molto attivamente, e attraverso ripetute pressioni, interviene sul mondo politico, istituzionale e amministrativo tarantino e pugliese per fare gli interessi dell'Ilva ed evitare che l'azienda venisse "penalizzata". Un ruolo che per i magistrati si esplica contro regole e leggi. Nell'ultima ordinanza il gip Todisco afferma che Archina' era perfettamente a conoscenza delle decisioni della Provincia prima ancora che venissero formalizzate, e che sapeva benissimo anche degli avvicendamenti dei dirigenti. "Un maestro degli insabbiamenti" era stato invece definito Archina' da Emilio Riva, patron del gruppo siderurgico, stando ad un'altra intercettazione. Emilio Riva che, al pari del figlio Nicola, entrambi ex presidenti Ilva, e' ai domiciliari dallo scorso 26 luglio sempre nell'ambito dell'inchiesta sul siderurgico, mentre un altro figlio, Fabio, destinatario di un pe'rovvedimento restrittivo dallo scorso 26 novembre, e' ancora in Inghilterra dove e' stata richiesta l'estradizione in Italia.
  Archina', infine, era stato allontanato dall'Ilva gia' prima del suo arresto. Ai primi di agosto, infatti, appena vennero fuori le intercettazioni che lo riguardavano, il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, decise di inbterrompere il rapporto di lavoro. (AGI).

Parole sante!

Tartarugaio: forte l'impatto dell'edificio, la Sovrintendenza spieghi i suoi pareri

Tartarugaio: forte l'impatto dell'edificio, la Sovrintendenza spieghi i suoi pareri Legambiente ha scritto al Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto ribadendo la sua contrarietà alla realizzazione del cosiddetto "tartarugaio" e chiedendo spiegazioni per gli stringatissimi pareri favorevoli espressi in merito dalla Sovrintendenza.
Nella lettera, viene ripercorso l'iter che ha condotto alla realizzazione di un manufatto edilizio che per Legambiente rappresenta un vero e proprio "schiaffo" per un paesaggio urbano, quello della città vecchia di Taranto, il cui skyline e la cui morfologia è stata definitivamente trasformata da un progetto che poco o nulla ha in termini di rispetto e salvaguardia del patrimonio storico e ambientale.
Per la realizzazione del progetto in questione infatti, oltre ad aver demolito un edificio esistente (e che magari avrebbe potuto ospitare esso stesso le attività del "Centro", dopo opportuna riqualificazione), si è proceduto a realizzare una serie di opere cosiddette "marittime", consistenti in una nuova colmata a mare al di sotto dei bastioni su mar Grande. La nuova colmata a mare ha permesso che il nuovo edificio non fosse realizzato sull'area del vecchio edificio demolito, ma più aggettante verso il mare. La nuova posizione e la volumetria maggiore del nuovo edificio rappresentano ora una vera e propria barriera visiva verso il mare per chi transita sul corso Vittorio Emanuele II in direzione del ponte girevole.
Il Comune di Taranto ha richiesto  due volte un parere di compatibilità alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Lecce, Brindisi e Taranto, una prima volta nel 2003 per il progetto originario ed una seconda volta nel 2012 per il progetto di variante. In entrambi i casi gli stringatissimi pareri favorevoli espressi dalla Sovrintendenza hanno posto quali uniche e identiche condizioni che "i materiali e le finiture esterne, nonché gli elementi di arredo fisso posti all'esterno, siano concordati con la scrivente nel corso di specifico sopralluogo".
Non una parola sull'impatto che una struttura del genere potesse avere in un contesto delicato come quello di un centro storico e della città vecchia di Taranto in particolare. Non una parola sulle opere marittime e sulla alterazione della morfologia e della conformazione fisica dell'isola. L'unica attenzione che la Sovrintendenza pone quali caratteri di compatibilità con la presenza di un centro storico alle spalle, riguardano i materiali di finitura esterna (che da ciò che si sta realizzando vediamo essere in blocchetti di tufo o carparo di colore giallo ocra), la tipologia degli infissi esterni e, immaginiamo, anche le panchine che verranno poste all'esterno (come efficacemente evidenziato dalle immagini render che campeggiano all'esterno del cantiere).
Davvero molto poco, quasi nulla, rispetto alla modificazione del paesaggio urbano di un unicum come la città vecchia di Taranto. Un parere, insomma, per Legambiente incomprensibile. Da qui la richiesta di motivarne le ragioni, dopo aver preso visione dell'opera, avanzata al Soprintendente. 

Cosa ci aspettiamo dall'Europa?

Procedura di infrazione. Questo è il massimo che può fare l'Europa.
Ovvero tassare l'Italia per le inadempienze, aggiungendo una nuova tassa a quelle che già l'Italia ha versato per Ilva e co.
Il bilancio dell'operazione non può che essere a carico dei cittadini, costretti a pagare due volte: per l'inquinamento (in ambiente e salute) e per le tasse (i fondi per l'infrazione distolti da voci di spesa nazionali più utili).
Serve davvero questo teatrino?

I conti ancora sbagliati dell'Ilva

Denunciate le inadempienze ambientali a Taranto. Il governo ammette a denti stretti. Rischio proceduta di infrazione europea. La solita vecchia storia degli impegni presi e non rispettati.

I conti della salute, in casa Ilva, non tornano. Rivela una delegazione Ong di Taranto, volata a Bruxelles per informare i servizi della Direzione generale Ambiente della Commissione Ue sulla situazione degli impianti, che il gruppo siderurgico non ha rispettato 35 delle 94 prescrizioni impartite dalle autorità comunitarie per la piena messa in sicurezza degli impianti pugliesi. Il 9 maggio l’azienda ha dichiarato che le inottemperanze sarebbero solo nove. L’Ong ha cifre diverse. Oltretutto, fa notare, le prescrizioni contenute nell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) erano legate a un calendario ormai ampiamente scaduto. Se non saranno applicate, l’Italia sarà colpita da una procedura di infrazione Ue.
 Le violazioni, secondo quanto riferito a TmNews dalla delegazione guidata da Alessandro Marescotti di Peacelink e da Fabio Matacchiera del Fondo antidiossina, contengono alcune circostanze particolarmente importanti, ad esempio quelle (nn. 40, 51, 58, 65 e 67) riguardanti il confinamento, mai effettuato, delle polveri tossiche che fuoriescono non filtrare dalla base (e non dalle ciminiere) di certe installazioni. Numerose altre prescrizioni non attuate riguardano le centraline e i sistemi di monitoraggio delle emissioni di vario tipo dagli impianti e dai camini, e il 'biomonitoraggio' su organismi e terreni e sul latte materno nell'area circostante.
 Un dramma? Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, ritiene si possa aggirare: basta rimodulare le scadenze non rispettate dall'azienda, dandole più tempo. "Come aveva chiesto l'Ilva - ha detto l’esponente del governo -, stiamo valutando la riconsiderazione della tempistica di alcuni di questi interventi, mentre altri sono stati realizzati o sono in corso di realizzazione", pur essendo scaduti i termini: "Ci sono interventi di grande rilievo nell'organizzazione della produzione e di consistenza tecnologica tale che dobbiamo trovare i tempi giusti per ottenere questi risultati".

Si immagina, insomma, che sia sufficiente “una messa a punto della tempistica" di quanto era già previsto dall'Aia. "Stiamo vedendo come applicare (le prescrizioni, ndr), stiamo sollecitando interventi e stiamo seguendo il piano di investimenti che l'Ilva si è impegnata ad approvare" ha proseguito il sottosegretario, aggiungendo testualmente che le prescrizioni non ancora attuate "sono in corso di rispetto".
 E nel caso che l 'Azienda non ottemperi alle prescrizioni, neanche se sono riscadenzate? "La legge è molto chiara nel prevedere eventuali sanzioni", ha risposto De Vincenti.
 L’Europa ha cercato di mettere a posto ciò che l’Italia aveva trascurato per anni, a un costo micidiale per gli uomini e l’ambiente. Ancora una volta, a quanto pare, non è bastato. Abbiamo preso impegni che non abbiamo potuto (o non potevamo)  rispettare. Adesso chiediamo di rinegoziarli pagando ancora con la nostra credibilità. Scommettiamo che fra mesi e mesi saremo ancora qui a parlarne? (Lastampa)

venerdì 17 maggio 2013

Auto blu? No, grigio discarica!

Ansa
Gazzetta del Mezzogiorno


Ilva, bufera su Taranto dopo gli arresti oggi gli interrogatori

Scatteranno oggi pomeriggio alle 15.30 nella casa circondariale di Taranto gli interrogatori di garanzia delle tre persone destinatarie dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta denominata «Ambiente svenduto».
A comparire dinanzi al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, firmataria dei provvedimenti chiesti dalla Procura ed eseguiti dalla Guardia di Finanza, saranno il presidente della Provincia Gianni Florido (difeso dagli avvocati Carlo e Claudio Petrone), l’ex assessore provinciale Michele Conserva (assistito dall’avvocato Michele Rossetti) e l’ex responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva Girolamo Archinà (difeso dagli avvocati Giandomenico Caiazza e Gianluca Pierotti). Sarà invece interrogato per rogatoria l’ex direttore generale della Provincia di Taranto Vincenzo Specchia, attualmente segretario generale al Comune di Lecce, finito agli arresti domiciliari e assistito dall’avvocato Andrea Sambati. Intanto è già stata fissata per il 23 maggio l’udienza dinanzi al tribunale del riesame contro i provvedimenti restrittivi, udienza che per ora riguarda il solo Archinà.

Il presidente Florido ieri mattina ha rassegnato le dimissioni con un fax inviato al segretario generale della Provincia dalla matricola del carcere, dimissioni irrevocabili che rappresentano la cesura con la vita politica ed un primo segnale nei confronti della magistratura. Il gip Patrizia Todisco ritiene sussistenti nei suoi confronti i gravi indizi di colpevolezza riguardo un episodio di tentata concussione ed uno di concussione consumata nei confronti di dirigenti della Provincia riguardo a permessi e autorizzazioni chieste dall’Ilva. Sotto il profilo delle esigenze cautelari, posti alla base del suo arresto e del trasferimento in carcere, invece vengono rilevate il rischio di inquinamento delle prove e quello di reiterazione del reato, esigenze cautelari che le dimissioni dalla carica potrebbero contribuire ad affievolire, almeno fino alla concessione degli arresti domiciliari pur se va ricordato che l’ex assessore provinciale Michele Conserva, dimessosi nel settembre scorso, pur avendo lasciato tutte le cariche politiche e nonostante quasi cinque mesi di custodia cautelare ai domiciliari nel primo round di «Ambiente svenduto», è comunque anch’egli finito in carcere l’altra mattina.
Secondo l’accusa, Florido e Conserva avrebbero agito in piena comunione di intenti per favorire l’Ilva, non lesinando pressioni sui dirigenti del settore ambiente della Provincia. L’ex dirigente Luigi Romandini ha dichiarato ai finanzieri del Gruppo di Taranto di essere stato invitato nell’ufficio di Florido e di essere stato invitato a evadere le richieste provenienti dall’Ilva quasi ad horas. «Di fronte alla mia legittima e doverosa richiesta di esaminarle nei tempi dovuti - ha detto Romandini nell’interrogatorio a cui è stato sottoposto dagli inquirenti - egli mi rispondeva “se non se la sente faccia due righe e si dimetta”... in concidenza con il conferimento di incarico al direttore generale Vincenzo Specchia le pressioni e le attività intimidatorie nei miei confronti divennero più accentuate e furono portate avanti da Specchia che mi dichiarava di agire su espressa volontà del presidente che asseriva essere scontento della mia attività perché non in linea con i suoi voleri e adirato con me tanto da avere deciso di allontanarmi con ogni mezzo dalla direzione del settore».
Per il gip Patrizia Todisco «dalle indagini è emerso che che le condotte di Florido, Conserva e Specchia fossero ispirate e pilotate da Archinà, il quale era talmente introdotto nei meccanismi di nomina dell’ente da essere al corrente anche delle nomine in cantiere. Archinà è informato di tutto, caldeggia nomine e spostamenti dei dirigenti, ispira ed orienta le condotte di Florido e Conserva (ed indirettamente di Specchia) e, senza la sua invasiva presenza, non si spiegano le ragioni per le quali negli uffici della Provincia si insistesse tanto per una solerte e positiva risposta alle istanze dell’Ilva. Del tutto evidente - scrive ancora il magistrato - è il vantaggio economico (e dunque l’utilità) che l’Ilva avrebbe conseguito con il rilascio della agognata autorizzazione all’esercizio della discarica in località Mater Gratiae, poiché essa evitava il ricorso a forme alternative di smaltimento di quelli che sono, si badi, rifiuti pericolosi, sicuramente molto onerose». (Mazza - GdM)

È stata spedita via fax dal carcere di Taranto alla segreteria generale della Provincia la lettera di dimissioni di Gianni Florido, il presidente dell'amministrazione provinciale arrestato ieri. Le dimissioni sono state protocollate nel pomeriggio. Florido da questo momento ha venti giorni di tempo per fare eventualmente dietrofront. Scaduto questo termine, il prefetto, d'intesa col ministero dell'Interno, è tenuto a nominare il commissario prefettizio che, dopo due mesi, in virtù di un decreto presidenziale assume la denominazione di commissario straordinario. Ma il consiglio provinciale potrebbe essere sciolto molto prima in seguito alle probabili dimissioni della maggioranza dei consiglieri (un minimo di 16).
La sospensione del prefetto. Il Prefetto di Taranto Claudio Sammartino ha dichiarato, nei riguardi del presidente della provincia Gianni Florido, arrestato ieri nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva denominata 'Ambiente svenduto', la sussistenza della causa di sospensione di diritto dalla carica. Una nota della Prefettura comunica che la decisione è ''conseguente all'applicazione delle misure coercitive disposte dall'Autorità giudiziaria''.
''Il provvedimento prefettizio si legge ancora - viene notificato al presidente e ai componenti del Consiglio provinciale che hanno convalidato l'elezione''. Florido avrebbe peraltro annunciato le dimissioni attraverso un telegramma dal carcere.
Le dimissioni Pd. I consiglieri provinciali e gli assessori del Pd hanno deciso di rassegnare le dimissioni dalle loro funzioni a seguito dell'arresto di Florido. Le dimissioni, sottolinea in una nota il gruppo consiliare del Pd, ''saranno depositate presso la segreteria generale della Provincia di Taranto non appena saranno pervenute quelle del presidente Gianni Florido'', che - a quanto si è saputo - ha già manifestato l'intenzione di dimettersi.
La solidarietà. «Siamo convinti che il presidente della Provincia di Taranto saprà fornire ai giudici i necessari chiarimenti in merito ai pesanti addebiti che gli vengono contestati». Lo dichiarano in una nota i gruppi consiliari di maggioranza alla Provincia di Taranto riferendosi all'inchiesta sull'Ilva denominata 'Ambiente svenduto' che ieri ha portato all'arresto del presidente Gianni Florido (Pd), accusato di concussione.
Insieme con Florido, 61 anni, esponente Pd, presidente della Provincia di Taranto e a capo dal 2004 di una giunta di centrosinistra, sono state arrestate ieri altre tre persone: l'ex assessore provinciale all'Ambiente Michele Conserva, 53 anni, che gia' il 26 novembre scorso era andato ai domiciliari per la stessa inchiesta, e, ai domiciliari, l'ex direttore generale della Provincia, e attuale segretario generale del Comune di Lecce, Vincenzo Specchia, 60 anni, che è stato sospeso dall'incarico; nel carcere di Taranto, dov'è detenuto sempre dal 26 novembre ma per l'inchiesta-madre sull'inquinamento, i finanzieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato il provvedimento inoltre all'ex dirigente dell'Ilva Girolamo Archina', 67 anni.
«Crediamo che la giustizia - sottolineano Luciano Santoro (capogruppo Pd), Giorgio Grimaldi (capogruppo Sel), Mino Sampietro (Gruppo indipendente), Cosimo Lariccia (capogruppo Udc) e Domenico Pavone (capogruppo Lista Florido) - debba fare rapidamente il suo corso e confidiamo nell'azione della magistratura impegnata a fare chiarezza sulla vicenda». Al presidente Florido i componenti della maggioranza manifestano «vicinanza e solidarietà come amici oltre che come donne e uomini che hanno condiviso con lui una importante esperienza politica e amministrativa». Ieri intanto il coordinamento provinciale di Sel ha annunciato, con un comunicato, le dimissioni degli assessori Franco Gentile e Giovanni Longo e dei due consiglieri provinciali. (Quot)


Mater Gratiae ora pro nobis

MATER GRATIE: UNA STORIA CHE PARTE DAL 1995
 

La storia delle discariche dell’Ilva affonda le sue radici in un arco di tempo che parte dai primi anni ’90 ed arriva sino ai giorni nostri. E’ un caso di cui ci siamo occupati in tempi non sospetti, a differenza di tutti quelli che oggi si divertono a fare i fenomeni su internet e sui giornali locali e nazionali. Ma in fondo abbiamo sempre saputo che sarebbe andata a finire così. Quanto meno, almeno la Storia ci sta dando ragione. Proviamo dunque ad avvolgere ancora una volta il nastro degli eventi, facendo un doppio salto nel passato. Ad esempio tornando indietro al 15 marzo del 2011. Roma, via Cristoforo Colombo 44, ore 14: sede del ministero dell’Ambiente. Quel giorno di oltre due anni fa, è in programma un’importantissima Conferenza dei Servizi Decisoria “per acquisire le intese ed i concerti previsti dalla normativa vigente in materia d’approvazione dei progetti di bonifica concernenti l’intervento sul “Sito di Interesse Nazionale di Taranto”. Il verbale di quella conferenza vide per la prima volta la luce durante l’audizione della V Commissione Ambiente della Regione Puglia del 1 giugno del 2011, che poi licenziò il testo della legge sul “Piano Bonifiche delle falde acquifere” una settimana dopo, l’8 giugno. Da quella data però, della legge in questione non si è più avuta notizia. In quel famoso verbale, la Conferenza dei Servizi Decisoria sosteneva come il Piano di Caratterizzazione sito-specifico presentato dall’Ilva fosse incompleto, vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire definitivamente il livello di effettivo inquinamento”. Il messaggio era, già allora, fin troppo chiaro: senza un Analisi di Rischio seria e completa, nessuna vera bonifica sarebbe mai potuta essere effettuata: ed infatti, in pieno 2013, nulla si è mosso. Inoltre, nel verbale venivano chiariti due punti di snodo fondamentali per giungere alla verità sull’effettivo livello di inquinamento della falda. Primo: “per gli analiti quali metalli e metalloidi la competenza sulla definizione dei valori di fondo è dell’Arpa Puglia” (non è un caso del resto se proprio l’ente regionale per la protezione ambientale si sta occupando di fare gli stessi esami per il I seno del Mar Piccolo, ndr). Proseguendo nel verbale, la Conferenza dei Servizi specificava, non senza ironia, che per gli “analiti quali Cianuri totali, benzo(a)pirene, cromo totale, mercurio, piombo etc, la loro esclusiva natura antropica rende un ossimoro la loro ricerca come elementi naturali”. Che la falda fosse profondamente inquinata, tanto da richiedere l’estrema urgenza di una sua messa in sicurezza, fu del resto la stessa Ilva S.p.A ad ammetterlo, attraverso una nota inviata e protocollata DIR/28 del 16/04/2010, acquisita dalla Direzione Generale TRI del Ministero dell’Ambiente, del Territorio ed del Mare nell’ambito del procedimento del rilascio dell’A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale), in cui venivano riportati i dati dei piezometri effettuati per stabilire la qualità delle acque superficiali e di quelle profonde. E sia nella falda di superficie con “manganese, ferro,alluminio, arsenico, cromo esavalente e cianuri totali per gli inorganici, mentre i contaminanti organici riscontrati sono IPA, BTXES e diversi composti clorurati”, sia nella falda profonda con “piombo, ferro, manganese,alluminio, cromo totale, nichel e arsenico mentre per gli inquinanti organici si è avuto il superamento per triclorometano, tetracloroetilene, diversi IPA”, i campioni superavano di tre o più parametri il valore limite di accettabilità. Nonostante quella nota, con una determina datata 11 maggio 2010, la Regione Puglia concludeva il procedimento rilasciando il provvedimento di VIA (Valutazione d’impatto ambientale) a favore del progetto dell’Ilva (“Discarica per rifiuti speciali non pericolosi prodotti dallo stabilimento Ilva di Taranto e dalle aziende partecipate presenti nel territorio della provincia in area Cava Mater Gratiae, in agro di Statte”, presentato dall’azienda nel luglio del lontano 2004, proprio quando partì l’iter per il rilascio della prima autorizzazione integrata ambientale). I Comuni di Taranto e Statte ricorsero al Tar, ma il tribunale amministrativo dette ragione all’Ilva, in quanto la Regione aveva proceduto al rilascio della VIA dopo aver più volte sollecitato le due amministrazioni a prendere parte al procedimento, e dopo che anche la stessa Ilva aveva più volte inviato il progetto in essere agli uffici competenti senza avere risposta alcuna. Ma nella sentenza del Tar di Lecce del marzo 2011, si leggeva anche dell’altro. Ovvero che “in particolare è stato rilevato che dai dati presentati la presenza delle discariche Ilva non influenza la qualità della falda acquifera. Anche con riferimento all’impermeabilizzazione, l’Ilva ha provveduto ad adeguarsi alla prescrizioni della Provincia”. Strano, molto strano. Perché la Conferenza dei Servizi Decisoria, in merito alla discarica “ex Cava Due Mari” e alla discarica “Mater Gratiae”, evidenziava varie osservazioni e prescrizioni. In primis, veniva sottolineato come “in corrispondenza di queste due discariche deve essere eseguito il monitoraggio della falda, attraverso dei piezometri che devono essere ubicati a monte e a valle idrogeologico rispetto a ciascuna discarica presente nell’area”. Inoltre, considerando che le linee di flusso della falda sotterranea presenti in quell’area hanno diversa orientazione, “si ritiene che debbano essere opportunatamente previsti dei pozzi da posizione uno in corrispondenza di ciascun lato della discarica ad una distanza massima dalla stessa pari a 500 metri e alla profondità che si dimostri idonea per monitorare tutta la falda sottostante le discariche in questione”. Tutto questo non è stato mai fatto. Anche perché l’Ilva ricorse subito al Tar di Lecce contro tutte le osservazioni e le prescrizioni presenti nel verbale di quella Conferenza dei Servizi Decisoria. Inutile dirvi, infine, che l’Ilva, proprio in relazione alla discarica “ex 2^ categoria di tipo “B Speciale” in area Cava Mater Gratiae” e “ex 2^ categoria di tipo C”, mise a bilancio un intervento di investimento totale di 8.010.000 €, di cui una parte concluso addirittura nel 2008, dal titolo “L’investimento ha introdotto una nuova tecnologia in grado di garantire un alto grado di protezione dell’ambiente attraverso lo smaltimento dei rifiuti in impianto appropriato, garantendo inoltre una sensibile riduzione della movimentazione dei rifiuti”. Di tutto questo parlammo nel 2011 e nel 2012, restando ovviamente ignorati.
Ma non c’è solo questo. Pochi sanno di cosa stiamo realmente parlando: la “Mater Gratiae” occupa 1.500.00 m3 ed è una delle discariche più grandi d’Italia, si trova nel territorio del Comune di Statte ed è all’interno del siderurgico, ma soprattutto la sua autorizzazione all’utilizzo è in prorogatio dal lontano 2006. Non solo: perché dall’AIA rilasciata nell’autunno scorso ed entrata a far parte della legge 231/2012, la sezione riguardante le norme da rispettare per la gestione delle discariche di rifiuti pericolosi è stata stralciata. Il suo aggiornamento è stato prima previsto per il 31 gennaio scorso, poi rinviato dalla commissione IPPC al prossimo 31 maggio, perché manca ancora parte della documentazione che l’Ilva deve fornire. Dunque la discarica Mater Gratiae viene utilizzata da sette anni con una semplice “proroga”.
Come detto però, questa storia ha radici lontane. C’è infatti un documento che risale al 28 giugno del 1995, a firma del ministero dell’Ambiente e del ministero dei Beni Culturali, che altro non era che il rilascio di VIA per il progetto di quella discarica. Quel giorno a Roma infatti, si discuteva dell’approvazione del “progetto sottoposto a valutazione di impatto ambientale (VIA) riguardante le due discariche di seconda categoria rispettivamente di tipo B e C, da realizzarsi all’interno dell’area industriale Ilva di Taranto in una zona già utilizzata per l’attivia estrattiva e precisamente all’interno di un’area dismessa di una vasta cava di materiale calcareo, denominata Cava Mater Gratiae”. Già nel 1995 si parlava di una cava profondamente alterata dall’attività estrattiva e profonda 30-35 metri, distante 3 km in linea d’aria da Taranto, Statte, Massafra e Crispiano. Peraltro all’epoca si prevedeva che il 70% dell’intera capacità di smaltimento dei rifiuti era destinata all’attività produttiva dell’Ilva, mentre il restante 30% doveva soddisfare le esigenze di smaltimento esterne costituito dalle province di Taranto e Lecce. In quel documento, peraltro, s’intravedeva già la linea di pressapochismo che sarebbe seguita nei decenni a venire: “in linea di massima non sembrano esserci elementi di incoerenza tra il progetto Ilva e i programmi esistenti sulla previsione di produzione dei rifiuti”. E che le nostre istituzioni conoscessero a fondo il problema, lo evidenziano le istanze, osservazioni e pareri espressi dal comune di Statte (20 gennaio e 12 aprile 1994), comune di Taranto (25 gennaio 1994) e Provincia di Taranto (25 gennaio e 23 aprile 1994): una vita fa. Cosa ancora più grave, in quel documento che di fatto riteneva il progetto dell’Ilva per la realizzazione della discarica per rifiuti tossico-nocivi nell’area Cava Mater Gratiae compatibile con le caratteristiche del sito, si denunciava il non pervenuto parere della Regione Puglia nonostante i vari solleciti. Si rilasciava l’ok al progetto prescrivendo una serie di provvedimenti che non è dato sapere se siano mai stati realizzati. Questa è la Storia.
Ciò che sta avvenendo oggi altro non è che il crollo di un sistema politico-economico messo in piedi decenni addietro e portato avanti sino ai giorni nostri. Stiamo vivendo un cambiamento epocale a cui, purtroppo, questa città arriva del tutto impreparata. E le responsabilità sono di tutti coloro i quali hanno governato per decenni e di tutti coloro i quali sino a ieri hanno fatto finta di non sapere, non vedere e non sentire. Chi pensa che con qualche arresto si volterà pagina, si sbaglia di grosso. Chi pensa che la magistratura potrà risolvere i problemi di questa città, è del tutto fuori strada. Ricostruire dalla macerie non sarà facile. Ci vorranno decenni. Ma questo non l’ha capito quasi nessuno. Siamo ancora ridotti ognuno a rincorre il proprio ego, a difendere orgogliosi il nostro piccolo orticello. A gioire per un arresto che di fatto cambia poco o niente.
Gianmario Leone TarantoOggi 16 05 2013

giovedì 16 maggio 2013

Adesso sappiamo? Adesso??

A volte i giornalisti si lasciano prendere dalla foga apocalittica... L'eutanasia del PD trova nell'Ilva solo un piccolo ennesimo sintomo. E comunque, per realismo e non per qualunquismo, secondo la percezione generale (fino ad ora sempre tardivamente confermata da indagini), non c'è organizzazione politica o sindacale locale che sia estranea all'influenza del portafoglio Ilva!
 

Arresti Ilva, Pd a fine corsa
Adesso sappiamo che Ilva produceva, inquinava e ammazzava, non solo nell’inerzia del ministero dell’Ambiente; ma anche per via dei rapporti illeciti con la politica locale, gli arrestati presidente della Provincia Gianni Florido ed ex assessore all’ambiente Michele Conserva, entrambi del Pd. Fra qualche tempo sapremo se mazzette e autorizzazioni prezzolate ci sono state anche a livello nazionale.
Che Ilva continui a inquinare e ammazzare legalmente per via di una legge voluta da Clini e Monti è cosa nota a tutti: ottenuta l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), Ilva ha potuto continuare a produrre nelle stesse condizioni che avevano portato al sequestro degli impianti. Questo perché l’Aia, di per sé, non ha eliminato l’inquinamento; si è limitata a prescrivere una serie di interventi che dovrebbero essere completati entro la fine del 2014 (sarà un miracolo se li completeranno – ammesso che vogliano farlo e che trovino i soldi – nel 2017); nel frattempo, respirate il meno possibile e, se potete, andate a vivere da qualche altra parte.
Il sindaco di Bari, Emiliano (Pd), ha espresso con chiarezza un dilemma che gli eredi di Gramsci, Togliatti e Berlinguer avrebbero dovuto risolvere da subito con sdegno: “Per mancanza di indirizzo politico non si capisce se dobbiamo andare fino in fondo senza guardare in faccia a nessuno o se bisogna trovare un punto di equilibrio sulla ragione di Stato, cioè sul fatto che non ci possiamo permettere di chiudere l’Ilva senza trovare un’alternativa occupazionale”. Il che riecheggia sinistramente le parole di Mussolini, quando giustificava l’entrata in guerra con le poche centinaia di morti (per Ilva si contano a migliaia) che gli avrebbero permesso di sedersi da vincitore al tavolo della pace.
E tuttavia, se i termini della questione fossero questi, si potrebbe anche giustificare la cinica realpolitik del Pd. Ma il punto è che la scelta in favore della continuità produttiva non è stata dolorosamente adottata per un superiore interesse collettivo; ma a seguito delle care, vecchie, appetitose mazzette. Ilva necessita di una discarica per smaltire, all’interno dello stabilimento, rifiuti industriali e polveri; discarica che non può essere autorizzata (mancanza di requisiti tecnico-giuridici; fra un po’ sapremo quali). Così Archinà (il facilitatore alle dipendenze di Ilva), risolve il problema nel solito modo: pressioni e quattrini. Dice sempre Emiliano: “In questa vicenda è chiaro che è possibile che qualche soggetto politico che aveva il controllo dei controllori sia rimasto impigliato perché non è facile il ruolo del sindaco di Taranto, così come quello del presidente della Provincia di Taranto e del presidente della Regione”. È chiaro, vero? E allora perché il Pd non si è dato da fare per controllare meglio? I controllori erano persone sue; Ilva non era una fabbrichetta di quartiere: che ci fosse un mostruoso inquinamento lo sapevano tutti. La scelta tra inquinare e ammazzare ancora per qualche anno, ma con la prospettiva di salvare un polo produttivo di immenso valore per l’occupazione richiedeva quantomeno informazioni corrette. Prescrizioni e autorizzazioni sono sufficienti? Sono state ottenute legalmente? Non è che la malattia endemica della nazione, la corruzione, ha colpito anche lì? Se lo sa Emiliano che “è possibile che qualche soggetto politico sia rimasto impigliato”, com’è che i vertici del partito non ci hanno pensato? Magari perché Ilva era tra i finanziatori del Pd?
Ma poi: i vertici del Pd si occupano solo di alleanze, di ministri e sottosegretari, insomma di poltrone? Dei problemi reali, dei cittadini di un’intera Provincia, dei lavoratori di tutto il paese (Ilva ne coinvolge decine di migliaia), della scelta tra morte per inquinamento e morte per inedia, chi diavolo deve occuparsi? Quando il Pd ha chiesto il voto degli abitantidi Taranto avrà pur preso qualche impegno sul problema Il-va. Poi, dopo le elezioni, se n’è dimenticato?
E infine: Clini, l’iperattivo ministro dell’Ambiente, il protagonista dello scontro con la magistratura tarantina, l’uomo privo di dubbi che ha imposto la riapertura degli impianti, come diavolo ha rilasciato l’Aia? Quali accertamenti ha fatto? Qui c’era una discarica che non poteva essere autorizzata; e che era essenziale nel quadro complessivo dell’attività produttiva poiché vi dovevano essere stoccati rifiuti tossici e nocivi e polveri inquinanti. Nessun controllo, le autorizzazioni ci sono, tutto bene. Ma dove vive?
La domanda, per la verità, non è nuova. Clini è stato per anni direttore generale del ministero dell’Ambiente. Le decennali malefatte dei padroni di Ilva sono state sempre ignorate, le autorizzazioni concesse, gli interventi omessi. Ma lui non ne ha mai saputo niente. “Mi occupavo di altro”, ha reiteratamente risposto a chi gli chiedeva come mai Ilva aveva potuto fare quello che voleva, in spregio della legge e delle sentenze di condanna che pure c’erano state. Di altro che? In realtà, tra il 1991 e il 2000, è stato direttore generale del Servizio prevenzione dell’inquinamento atmosferico e acustico nelle industrie, pubblicando perfino un rapporto sulle 18 aree a rischio di incidente rilevate in Italia. E, in quel periodo Ilva c’era, inquinava e ammazzava. Proprio come adesso. Sarebbe interessante sapere se, tra quelle 18 aree, Il-va compariva; e anche se Clini inviò alle competenti Procure della Repubblica uno straccio di denuncia: sapete, qui ci sono 18 aziende (magari di più) che inquinano, tanto che, secondo me, c’è un rischio ambientale; fate qualcosa. (FQ)


"Ho detto no all'Ilva e mi hanno cacciato"

“Dare quell’autorizzazione all’Ilva era come dare la patente a un non vedente”. Parla un ex dirigente del settore Ecologia della Provincia di Taranto, Luigi Romandini, allontanato dall’amministrazione dopo che si era rifiutato di concedere l’ok per la discarica interna allo stabilimento. Si tratta della vicenda per la quale il gip ha disposto gli arresti per il presidente della Provincia, l’ex assessore all’Ambiente e l’ex segretario, quest’ultimo ai domiciliari

mercoledì 15 maggio 2013

Manette Sante?

Sono anni che questo blog e la gran parte della cittadinanza attiva e critica di questa città avanza qualche "lecito" sospetto sulla "condotta" della Provincia di Taranto e dei suoi amministratori.
Due post storici tra tanti altri:
La provincia di Collodi...pardòn, Taranto!
I fuochi d'artificio elettorali
Ed ora... lentamente, qualcosa si muove
...

Ilva, Florido “pilotato” da Archinà: “Amministrazione asservita all’azienda”

Le condotte del presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, dell’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva e dell’ex dg della provincia di Taranto Vincenzo Specchia, per il gip Todisco sono “ispirate e pilotate” da Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’azienda, che oltre a essere particolarmente “introdotto nei meccanismi di nomina dell’ente” è anche “informato di tutto, caldeggia nomine e spostamenti dei dirigenti e, senza la sua invasiva presenza, non si spiegano le ragioni per le quali negli uffici dell’amministrazione provinciale si insistesse tanto per una solerte e positiva risposta alle istanze dell’Ilva”.
E quando la risposta è negativa allora qualcuno deve dare spiegazioni. Lo dice chiaramente proprio Archinà intercettato al telefono l’11 marzo 2010. L’avvocato Francesco Perli, uno dei legali dell’Ilva, chiede spiegazioni in merito ad una nuova lettera inviata dalla Provincia all’azienda. Una lettera sulla discarica assolutamente inattesa dal legale tanto da definirla come “due dita negli occhi” e sulla quale l’ex pr dell’Ilva non sa fornire spiegazioni. Archinà si giustifica dicendo “non so quali siano state le indicazioni che ha dato il presidente della provincia agli uffici” e dopo aver appreso però che il presidente aveva rassicurato l’Ilva dicendo “tutto a posto, gli uffici procederanno” lancia l’anatema: “E ora bisogna chiedere il conto al presidente della provincia e il ‘tutto a posto’ costa sta a significare”.
    Un quadro in cui, secondo l’accusa, si nota “una inquietante, forte inclinazione comportamentale ad asservire il pubblico ufficio, i pubblici poteri rispettivamente esercitati, al conseguimento di obiettivi di favore economico a beneficio di determinati soggetti (ovviamente, non di soggetti qualunque…), in spregio dei principi di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione”. E anche dagli interrogatori effettuati nei mesi scorsi dai finanzieri sarebbero giunti riscontri puntuali sulla “capacità di penetrazione dei vertici aziendali negli apparati della pubblica amministrazione” talmente radicata da permettere di “intervenire direttamente a condizionare i processi decisionali quanto alla nomina dei dirigenti responsabili dei settori strategici ai fini del consolidamento degli interessi illeciti degli indagati”. (FQ)



F. Matacchiera-Il tornado e le discariche Ilva
Permessi illeciti per ottenere l'Aia, l'autorizzazione ambientale con la quale la grande fabbrica di acciaio ha potuto continuare a produrre e inquinare. Queste le accuse che hanno portato a una nuova pioggia di manette a Taranto nell'ambito dell'inchiesta "ambiente svenduto", che seguono di poco l'ok al dissequestro delle tonnellate di prodotti finiti e semilavorati dell'Ilva. Tra gli arrestati anche il presidente della Provincia Gianni Florido, 61 anni, alla guida dell'amministrazione dal 2004 (eletto per il secondo mandato nel 2009 col Pd) e in passato segretario generale della Cisl ionica.            L'operazione è scattata alle prime luci del mattino. I militari della Guardia di Finanza hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare spiccate dal gip Patrizia Todisco. Gli arrestati sono, oltre a Florido per il quale l'accusa sarebbe di concussione; l'ex assessore all'Ambiente Michele Conserva (Pd) e l'ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia, per il quale sono stati disposti i domiciliari. Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare anche Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali del colosso siderurgico che avrebbe lavorato per agevolare l'attività della grande fabbrica accusata di disastro ambientale. Ad Archinà l'ordinanza è stata notificata in carcere, l'ex dirigente Ilva è detenuto dal 26 novembre.
          Al centro del nuovo terremoto giudiziario le manovre attivate per ottenere l'autorizzazione della discarica "Mater Gratiae", realizzata in una cava all’interno dello stabilimento Ilva. Documenti necessari all'ottenimento dell'Aia: l'autorizzazione ambientale per l'acciaieria è stato rilasciato una prima volta dal governo Berlusconi, dall'allora ministro Stefania Prestigiacomo, e recentemente da Corrado Clini, dell'esecutivo Monti. Nel sito vengono smaltiti i rifiuti industriali e le polveri prodotte dagli impianti ritenuti la fonte dell'inquinamento killer inquadrato con l’indagine per disastro ambientale. Florido e Conserva sono accusati di aver indotto, dal 2006 al 2011, dirigenti del settore ecologia e ambiente della Provincia di Taranto a rilasciare i permesi per la discarica gestita dall'Ilva "in carenza dei requisiti tecnico-giuridici". Quella procedura autorizzativa sarebbe stata viziata da una serie di passaggi sospetti e di pressioni indebite tutte fotografate dall'attività condotte dalle Fiamme Gialle del comando provinciale. Nel mirino l'attività svolta dagli uffici della Provincia, compente al rilascio delle autorizzazioni ambientali. In quegli uffici la pratica relativa alla discarica sarebbe stata accompagnata da pressioni illecite che hanno portato alla emissione dei provvedimenti restrittivi. Anche in questo caso regista delle operazioni condotte sottotraccia dall'Ilva sarebbe stato Girolamo Archinà, l'ex potentissimo responsabile dei rapporti istituzionali dell'azienda, in carcere dallo scorso 26 novembre.
         Per questo all'ex dirigente è stato notificato in cella un nuovo provvedimento restrittivo. Ma a far rumore è soprattutto il coinvolgimento di Florido. Tarantino, sposato e con due figlie, con alle spalle una lunga militanza nella Cisl, di cui è stato anche segretario provinciale, è stato eletto per la prima volta nel 2004 e nel 2009 è stato confermato con oltre centomila preferenze. Nel 2007, all'indomani del dissesto finanziario del Comune di Taranto, si era anche candidato sindaco di Taranto con una coalizione di centrosinistra ma al ballottaggio era stato sconfitto dall'attuale sindaco Ezio Stefano.
         Negli ultimi mesi si era anche parlato di una possibile candidatura di Florido al Parlamento, tant'è che si ipotizzavano sue dimissioni anticipate dalla carica di presidente della Provincia anche in relazione al ventilato scioglimento delle stesse Province, cosa che poi non si è più verificata. E comunque la maggioranza di centrosinistra votò in aula, in Consiglio,un documento chiedendogli di restare alla guida dell'ente. Da vedere adesso che accade in Provincia perché all'indomani delle dimissioni del vice presidente Costanzo Carrieri, del Pd, eletto presidente del consorzio Asi, non sarebbe stata formalizzata la nomina di un nuovo vice presidente, mentre la delega all'Ambiente lasciata da Conserva è stata subito trasferita a Giampiero Mancarelli, del Pd, che è anche titolare del Bilancio.
       In questo capitolo dell'inchiesta condotta dal pool della Procura della Repubblica di Taranto, guidata da Franco Sebastio, non ci sarebbero altri indagati. (Rep)

Amarcord...
ph. Vito Leone

Ilva: sete insaziabile e braccino corto!

Ilva deve alla Basilicata 3,7 milioni per l’acqua

I lucani sono creditori dell’Ilva di Taranto di una somma che supera abbondantemente i tre milioni emezzo di euro. Dal 2009 a oggi, nonostante un’aspra polemica, la più grande acciaieria d’europa ha infatti «dimenticato » di versare alla Basilicata gli oneri ambientali collegati al consumo idrico dello stabilimento. Ma è ancora più incredibile che la Regione non abbia finora fatto nulla per recuperare quei soldi. L’Ilva di Taranto utilizza per i propri impianti circa 250 litri al secondo di acqua prelevati dall’invaso del Sinni. La «bolletta » vera e propria, che copre il costo industriale dell’acqua, viene incassata dall’ex Ente irrigazione e risulta regolarmente pagata. Ma l’accordo di programma tra Puglia e Basilicata prevede anche una componente ambientale, che ristora i lucani per il «disagio» e dovrebbe finanziare le opere di manutenzione e salvaguardia del territorio. Soldi che la Basilicata non incassa da anni, né - per quanto è stato possibile verificare - ha mai sollecitato: 707mila euro per il 2009, 594mila euro per il 2010, 703mila euro per il 2011. Dal 2012 la componente ambientale per l’uso industriale è stata incrementata di due volte e mezzo, a 20 centesimi al metro cubo: il totale dovuto dall’Ilva non è ancora stato determinato ufficialmente (dovrà farlo il Comitato di coordinamento dell’accordo di programma che dovrebbe riunirsi a giugno), ma si parla di circa 1,767 milioni. In totale fanno 3,7 milioni, dei quali 2 possono considerarsi già un credito certo.
L’incremento degli oneri ambientali fu richiesto dall’ex assessore pugliese ai Lavori pubblici, Fabiano Amati, come arma per indurre l’Ilva a non usare più l’acqua potabile accettando quella ultra-affinata che dovrebbe essere prodotta dall’impianto del Gennarini. L’Ilva ha impugnato invano al Tar sia la delibera con le nuove tariffe, sia l’Aia che tra le prescrizioni conteneva proprio l’obbligo a utilizzare acqua affinata. Tuttavia il «depuratore» (il termine è improprio) di Gennarini- Bellavista non è ancora stato realizzato, nonostante la Protezione civile abbia da anni messo a disposizione i 14 milioni necessari e Aqp abbia da tempo effettuato l’aggiudicazione provvisoria della gara: per gestire l’impianto, infatti, l’Acquedotto chiede un contributo pari a circa 1 milione l’anno, soldi che la Regione Puglia aveva chiesto all’Ilva ottenendo un rifiuto. (GdM)

martedì 14 maggio 2013

Money makes the world go round


Ilva: gip firma dissequestro prodotti

Il gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di dissequestro dei prodotti finiti e semilavorati dell'Ilva sotto sigilli dal 26 novembre 2012. Il provvedimento è in corso di notifica all'azienda e ai custodi giudiziari dell'area caldo dello stabilimento. I prodotti dissequestrati ammontano ad un milione 700mila tonnellate per un valore commerciale, stimato dai custodi giudiziari, di circa 800 milioni di euro. (ansa)

lunedì 13 maggio 2013

La dittatura della comunicazione

Ecco alcuni esempi di controllo e gestione delle informazioni che illustrano il valore strategico di un impresa e il potere delle lobby che dietro di essa si muovono.
Attraverso la comunicazione nei "salotti" della cultura, si completa quella mirabile operazione di propaganda mediatica nazionale, messa in atto per zittire i tarantini sconfessando l'operato della magistratura e di tutte le persone disinteressate che hanno prestato le loro professionalità per fare luce sulla vicenda Italsider-Ilva.
Da una parte l'ex ministro circense si circonda di addomesticati in un ambiente favorevole per continuare a difendere le sue vergogne.
Dall'altra avvocati allo sbaraglio promettono analisi rigorose a partire da un quadro falso e di parte: quello dell'accanimento contro un'Ilva buona e brava che ha speso tanto per "ambientalizzare" gli impianti e tutelare la salute di cittadini e operai...
Vista da qui fa ridere, ma anche, tanto, piangere di rabbia!
Per fortuna che c'è ancora chi porta lontano da qui la vera voce della città!

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Il primo link che consigliamo di "ascoltare", infatti, è la buona notizia!

Un racconto dalla Taranto di oggi, devastata da oltre quarant’anni di siderurgia, prima pubblica e poi privata. Una città alle corde, stretta tra lavoro che uccide, invalida e ammala, e i veleni – copiosi, irrefrenabili, mortali – rigurgitati dalla grande fabbrica.
Un ritmo – quello scandito dal ciclo integrale dell’acciaio – che si è impresso nella vita dei tarantini, piegando due generazioni di lavoratori. Un racconto complesso e articolato che ora esplode, con l’avvelenamento dell’aria, della terra, delle acque, e le emergenti malattie “ambientali”. Da qualche tempo queste colpiscono, in misura preoccupante, anche i bambini.
L’Ilva di Taranto, di proprietà del gruppo Riva, produce 10 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, e occupa oltre 12 mila dipendenti, cui vanno aggiunti i circa 3mila dell’indotto. Il gruppo Riva è il nono produttore mondiale d’acciaio. Il solo stabilimento tarantino gli frutta il 70 per cento della produzione.
Adattamento dell’omonimo ciclo in cinque puntate trasmesso da Rai Radio3 dal 15 al 19 ottobre 2012, nel programma Tre soldi.
Menzione Speciale al Premio annesso al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia 2013.
Prodotto da Ornella Bellucci
Anno 2013 © creative commons
per informazioni e richieste presentazioni: ornella.bellucci@gmail.com




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...che faccia tosta a parlare di dramma e poi dire che l'Ilva si è adoperata per efficienza e ecocompatibilità (dopo le condanne per mobbing e per morti bianche...)!

Il dramma ILVA. Profili di diritto ambientale e responsabilità dell’Ente” è l’argomento della relazione che l’avvocato Luciano Butti, partner dello Studio B&P Avvocati, terrà lunedì 13 maggio 2013 alle ore 16.45 presso l’aula Ederle della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova – Palazzo del Bo.
All’evento, organizzato da ELSA (European Law Student Association) parteciperà il professor Enrico Mario Ambrosetti, ordinario di Diritto Penale a Giurisprudenza. In occasione della conferenza sarà presentato il volume Diventare giurista di Luciano Butti.
«La conferenza incentrata su un caso di attualità come l’ILVA – spiega Giulia Funghi, Presidente di ELSA Padova – permette alla nostra associazione di porre in risalto le problematiche ambientali legate alle note vicende che hanno interessato il polo siderurgico di Taranto».
Dalla privatizzazione dell’ILVA, nel 1995, ad oggi, lo stabilimento è stato interessato da un impegnativo piano di ammodernamento tecnologico degli impianti anche per limitare l’impatto ambientale delle attività, rendendo al tempo stesso i processi produttivi più efficienti e sicuri. Nonostante questo nel 2012 sono state depositate preso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie, una chimica e l’altra epidemiologica. I dati emersi, confermati dallo studio SENTIERI condotto dall’Istituto Superiore della Sanità sono drammatici: si registrano diossine, amianto e svariate altre sostanze tossiche; inoltre sono preoccupanti i dati sull’aumento del tasso di mortalità e di sviluppo di gravi patologie, in particolare tra i bambini e i neonati.
«Con questa conferenza speriamo di riuscire a dare risposta a diverse domande, – conclude Funghi – tra cui quale sia il modo per individuare un adeguato bilanciamento tra i valori della tutela della salute, dell’impatto ambientale e dell’occupazione». (venetoeconomia)


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Ed ecco l'ennesima "vetrina" di Clini


ARF, ARF, AAARF!

mnews
Terzo assalto dell'Ilva all'acciaio sequestrato a novembre dalla procura di Taranto. I legali della grande fabbrica, infatti, hanno formulato una nuova istanza per ottenere la restituzione di un milione e settecentomila tonnellate di tubi, bramme e coils sequestrate a novembre perché ritenute provento di reato. La nuova richiesta è stata presentata all'indomani del deposito della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha spazzato via i dubbi di costituzionalità della cosiddetta legge "salva Ilva". La normativa, infatti, prevede che l'azienda possa produrre e commercializzare i suoi prodotti, compresi quelli realizzati prima dell'entrata in vigore della norma.
Su questi presupposti i difensori di Ilva hanno richiesto alla procura la restituzione della merce che ha un valore di circa un miliardo di euro. Nel documento, a cui è stata allegata la sentenza della Consulta, i legali hanno più volte posto l'accento sulla illegittimità, a loro avviso, della conferma del sequestro all'indomani dell'approvazione della legge "salva Ilva".
"A far data quantomeno dal 5 gennaio, data di entrata in vigore della legge  -  scrivono gli avvocati dell'Ilva  -  il perdurante vincolo dei beni in oggetto è divenuto illegittimo". E sottolineano come "codesta procura della repubblica si sia assunta una gravissima responsabilità ad impedire la commercializzazione dei prodotti Ilva da 5 gennaio ad oggi con danni di enorme rilevanza".
La stessa istanza era stata già respinta dal gip per due volte, su parere negativo della procura. Nell'ultima occasione i giudici tarantini avevano stigmatizzato di non poter decidere senza il deposito della motivazione della sentenza della Consulta sulla legge "salva Ilva".  (Rep)

Sul punto, però, la Consulta non fa un esplicito riferimento alle merci sequestrate ma parla solo di merci realizzate prima del decreto e della legge e in proposito scrive: "L'intervento del legislatore che con una norma singolare autorizza la commercializzazione di tutti i prodotti, anche realizzati prima dell'entrata in vigore del dl n.207 del 2012 - è il decreto da cui è poi nata la legge di conversione 231/2012 ndr - rende esplicito un effetto necessario e implicito della autorizzazione alla prosecuzione dell'attività produttiva, giacchè non avrebbe senso alcuno permettere la produzione senza consentire la commercializzazione delle merci realizzate, attività entrambe essenziali per il normale svolgimento di un'attività imprenditoriale".
Per la Corte Costituzionale, si afferma nelle motivazioni della sentenza sulla legge 231, "distinguere tra materiale realizzato prima e dopo l'entrata in vigore del decreto legge sarebbe in contrasto con la ratio della norma generale e di quella speciale, entrambe mirate ad assicurare la continuità dell'attività aziendale e andrebbe invece nella direzione di rendere più difficoltosa possibile l'attività stessa, assottigliando le risorse disponibili per effetto della vendita di materiale non illecito in sè perchè privo di potenzialità inquinanti".
Si vedrà quindi nei prossimi giorni cosa risponderanno i magistrati di Taranto alla richiesta di dissequestro. (Rep)


Il buon esempio

Eternit: Guariniello, condanna a 20 anni

Magistrato Torino cita caso Ilva, 'imputati spregiudicati'

(ANSA) - TORINO, 13 MAG - Tracciando un parallelo con il caso Ilva di Taranto, il pg Raffaele Guariniello ha ribadito la richiesta di condannare a vent'anni di carcere i vertici della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis De Cartier, per gli oltre duemila fra morti e malati provocati secondo l'accusa dall'amianto lavorato in quattro stabilimenti italiani della multinazionale. Guariniello ha sottolineato che la Suprema corte parla di ''pervicacia e spregiudicatezza'' degli imputati.

I soldi bastano per "comprare" la stima dei concittadini?

NO!

Bonifiche a Taranto. Stefàno chiede più soldi

Il neoministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha dedicato una giornata intera ad un’azione conoscitiva sull’emergenza Taranto per individuare criticità e fare il punto sulle bonifiche dell’area industriale, del Mar Piccolo, di Statte e del quartiere Tamburi, sull’applicazione delle Autorizzazioni integrate ambientali per l’Ilva e le altre aziende (Cementir, Eni, ecc), sui lavori di riqualificazione del porto e sull’utilizzo delle ex aree demaniali militari, passate al Comune di Taranto.
Orlando, che prende il posto di Clini nel coordinamento della cabina di regia sul capoluogo jonico, ha singolarmente audito il sindaco e il presidente della Provincia di Taranto, Ippazio Stefàno e Gianni Florido, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, il garante dell’applicazione dell’Aia Vitaliano Esposito, il prefetto di Taranto Claudio Sammartino, il commissario straordinario per gli interventi di bonifica, Alfio Pini, e il presidente dell’Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete, che è anche il commissario straordinario per l’attuazione delle opere previste dalla legge per il risanamento ambientale e la riqualificazione della città.
Quest’ultimo ha portato all’attenzione del ministro le questioni relative agli interventi ambientali, ma anche le prospettive del porto, «per sviluppare – spiega – le attività diverse da Ilva e riequilibrare l’incidenza del comparto industriale, dal momento che l’acciaieria incide per il 70-80% sulla movimentazione nel porto».
Il presidente della Regione Vendola ha insistito sulla questione del patto di stabilità, che blocca qualsiasi investimento di Regione e Comuni. Mentre il sindaco ha chiesto che vengano escluse le spese ambientali dal patto. In realtà il primo cittadino ha battuto cassa, ha chiesto uomini e mezzi per il rafforzamento della cabina di regia e dei controlli sui cronoprogrammi dei progetti, per evitare lunghi tempi di attesa nelle procedure che prevedono il via libera di più ministeri o di più autorità, come sta accadendo con i dragaggi del porto, o come è accaduto con il divieto di sepoltura nel cimitero inquinato.
Se a molti appaiono pochi i soldi messi a disposizione dal governo per le bonifiche, sempre nuovi imprevisti fanno aumentare le spese, come l’utilizzo delle ex aree demaniali della Marina militare, passate al Comune, ma con tutto l’amianto di cui sono carichi edifici e capannoni. Così, un intervento per ridare spazi verdi e strutture ai tarantini, rischia di ritorcersi come un boomerang: «Ho chiesto ulteriori fondi al ministro Orlando – racconta il sindaco Stefàno – perché il Comune ha le procedure ordinarie da svolgere oltre a quelle straordinarie per le bonifiche, ma il personale è sempre lo stesso e, solo per fare un esempio, continuiamo a fare le pulizie del quartiere Tamburi che dovrebbe pagare l’Ilva».
Il ministro dell’Ambiente ha preso appunti e fatto domande a tutti i suoi interlocutori e potrebbe costituirsi nell’appello al Consiglio di Stato che l’Autorità portuale di Taranto intende proporre sulla decisione del Tar di Lecce. Quest’ultimo, accogliendo il ricorso avanzato da Terminal Rinfuse contro il mancato rinnovo della concessione dell’uso di parte del molo polisettoriale, ha infatti sospeso gli effetti di tutti gli atti di programmazione, dal decreto che ha nominato Prete commissario straordinario all’accordo per lo sviluppo del traffico container, bloccando così la riqualificazione del porto. (A. FLAVETTA GdM)