venerdì 20 novembre 2009

Sindaco straripante...

Questa mattina un sindaco frizzante e straripante ha rubato il palco al coordinamento Altamarea, ospitato nel Salone degli Specchi di Palazzo di Città per la conferenza stampa di presentazione della manifestazione del 28 novembre prossimo.
Nel corso dei saluti ha dichiarato che, dopo due anni di mancata risposta da parte dell'ufficio legale del Comune, interrogato in merito, ha domandato una consulenza all'avvocato Masera, professore all'Università di Milano, per la richiesta dei danni contro tutti (Stato, privati) relativamente al danno ambientale subito dalla città.
Forse era meglio una conferenza stampa apposita, in cui si sarebbe potuto tenere un contraddittorio con giornalisti e cittadini informati preventivamente?
Ovviamente siamo d'accordo sulla richiesta dei danni così come condannammo il ritiro di parte civile di Comune e Provincia al processo Ilva, ma ci sfuggono una serie di questioni relative alla responsabilità dell'ufficio legale del Comune di fronte a tutta la città, all'opportunità di rivolgersi ad esterni quando in città andrebbe incentivata la preparazione degli avvocati sulle questioni ambientali, al fine di questa richiesta tardiva.
Speriamo che il sindaco voglia recuperare il tempo perduto nel rapporto con la grande industria ma vorremmo chiarire che sebbene la giunta si sia sentita a suo agio a presenziare alla conferenza stampa di Altamarea, il rapporto di cittadini ed associazioni con l'amministrazione è tutt'altro che sereno.
Basta ricordare le scandalose questioni dei rifiuti (raccolta differenziata, discariche, ricatto occupazionale), inceneritore, trivellazioni ENI, e le magre figure che sindaco, presidente della provincia ed annessi fanno fare alla città nelle occasioni di relazione con i poteri forti (si vedano le scandalose affermazioni di ieri all'Ilva, per esempio).
E avvisiamo che il giorno della manifestazione non sarà tollerata alcuna passerella per nessun amministratore o politico e che, chi di questi vi prenderà parte, sia conscio di dover rendere conto nel bene e nel male del suo operato!

Già, già...

Riva: «Si faccia il referendum sull'Ilva»

«Il referendum sull’Ilva? Si faccia pure, non ho nulla in contrario. E’ una questione di democrazia». A 80 anni suonati non c’è nulla che spaventi Emilio Riva, il patriarca dell’acciaio. Il voto non lo teme, nè lo scoraggia. «Si faccia il referendum - dice Riva - e se i cittadini diranno che dovrò chiudere, vuol dire che chiuderò». E quando a Riva viene ricordato che il referendum è solo consultivo e non abroga alcunchè, il big dell’acciaio dice: «Ma se è consultivo, allora, che lo facciamo a fare?». Nel rapporto che avete presentato, dite che avete migliorato la fabbrica. Investimenti realizzati, miliardi spesi, migliaia di assunzioni fatte. Ma perchè il rapporto tra Ilva e città continua ad essere ostile? «Ostile? Non ho sondaggi in mio possesso, però sono convinto che su 100 tarantini, 2 mi sono ostili. Leggetevi la lettera di quegli operai che si dicono pronti ad occupare la città se al referendum dovesse passare la linea pro-chiusura dell’Ilva. Sono rimasto colpito da quella lettera».
Presidente Riva, ma senza gli Atti d’intesa con la Regione o la legge anti-diossina, avreste investito? «Quegli atti non sono un’imposizione. Abbiamo concordato con la Regione le cose da fare e la mia azienda ha rispettato e sta rispettando gli impegni assunti. Non si crede ai dati che indicano un miglioramento? Allora facciamo un contradditorio pubblico, invitiamo i giornali, tutte le televisioni. Io non lo temo. Metto a disposizioni i miei tecnici e i miei dirigenti».
Presidente, come vede il futuro dell’acciaio?
«Difficile. Il prossimo anno, lo dicono tutti, sarà dura. Ma io non mi scoraggio. E d’altronde perchè dovrei, visto che alla mia età ne ho viste tante? Io continuo ad investire. Dico di più: l’anno prossimo aumenterò la produzione di Taranto. Non la venderò? Vuol dire che me la terrò qui, ma io scommetto che la ripresa, prima o poi, verrà».
E che la situazione sia pesante lo ricorda in un intervento anche Giuseppe Pasini, presidente di Federacciai. «Nel 2009 la produzione siderurgica in Italia è calata del 40 per cento, in Europa del 38 e negli Stati Uniti del 50. Vanno a gonfie vele solo India e Cina. Su 69mila addetti in Italia, 20mila sono tra cassa integrazione e contratti di solidarietà. Temo che il prossimo anno molti saranno costretti a chiudere» . (GdM)

BUUUUUUM!

Ok le chiacchiere dei Riva... ma Stefàno è vergognoso!


I Riva: «Abbiamo speso 4 miliardi e migliorato questa fabbrica»


Emilio e Fabio Riva, rispettivamente presidente e vice presidente del gruppo siderurgico, affidano ad un mare di numeri il compito di spiegare quanto e come è cambiata l’Ilva di Taranto dalla privatizzazione ad oggi. Quanto e come abbia investito negli impianti e nel miglioramento dell’ambiente. L’occasione è la presentazione del «Rapporto ambiente e sicurezza 2009». I Riva incassano il consenso di Comune, Provincia e Regione (il sindaco Ezio Stefàno si dichiara addirittura «orgoglioso»), ma Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa Puglia (l’Agenzia di protezione ambientale), che interviene dopo, ridimensiona subito qualche entusiasmo eccessivo. Non che passi avanti non ce ne siano stati, dice in sostanza Assennato, «ma ha ancora delle carenze il rapporto sull’am - biente che l’Ilva ci presenta. Non è affatto secondario, per esempio, che tutti i dati dell’azienda non siano validati e certificati e non abbiano l’ok di un ente di auditing. Questo è molto importante perchè non ci può essere autoreferenzialità. Di autorefenzialità non vive nessuno, nemmeno l’Università».
Assennato invita quindi l’Ilva a far certificare quanto sostiene nel suo bilancio e la invita anche ad attrezzarsi per controllare direttamente i dati. «Oggi l’Ilva si affida ai campionamenti e ai controlli dell’Arpa, il che ci sta anche bene perchè pensiamo che il nostro lavoro sia stato uno stimolo a migliorare e a raggiungere risultati che non solo cinque anni fa, ma anche un anno fa, sembravano impensabili. Tuttavia - dice Assennato - l’Ilva deve anche avere una sua rete autonoma per monitorare ciò che accade nel perimetro della fabbrica e appena fuori di esso».
Il direttore dell’Arpa Puglia cita l’acciaieria di Gand, controllata dal colosso Arcelor Mittal, e sprona l’Ilva a fare di più per l’efficienza energetica e nella gestione dei rifiuti. «Accogliamo i suggerimenti dell’Arpa - dice Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento che interviene subito dopo Assennato - e diciamo che di questi rapporti ne faremo ancora. Non vogliamo fermarci qui con i miglioramenti e gli investimenti, tutt’altro. I controlli? Ma l’Ilva, per alcuni aspetti, è monitorata in continuo, cosa che certo non avviene per le altre aziende del nostro settore in Europa. Così come non è da trascurare, sotto il profilo dell’ef ficienza energetica e dell’impatto ambientale, il fatto che l’Ilva oggi utilizzi meno coke per produrre una tonnellata di ghisa».
E prima di Capogrosso era stato proprio Fabio Riva a fissare le priorità dell’azienda: «Investimenti tecnologici, compatibilità ambientale, costante manutenzione, formazione del personale per avere più sicurezza. Detto così, sembra semplice, ma in realtà occorre uno sforzo molto complesso». Poi un salto nel tempo, a quel 1995 quando i Riva acquisirono dall’Iri l’acciaio sino a quel momento gestito dallo Stato.
«Gli impianti versavano tutti in condizioni critiche e abbiamo subito cominciato un’opera di adeguamento» dice Fabio Riva, che legge alla platea la nota con cui il padre, Emilio - presente in sala -, introduce il «Rapporto ambiente e sicurezza 2009». «Migliorare l’ecocompatibilità - è il Riva-pensiero - è stato un processo complesso ma ci siamo mossi subito. Tutti gli utili sono stati completamente reinvestiti nell’azienda. Nei confronti dei tarantini non potevamo usare slogans, nè false speranze. Abbiamo quindi investito tempo e denaro. Abbiamo seguito la politica del fare».
E oggi i numeri aziendali dicono che dal ‘95 al 2008 sono stati spesi quasi 4 miliardi di euro a Taranto, che quasi un miliardo è stato investito nel miglioramento ambientale, che la fabbrica esprime il 75 per cento del Prodotto interno lordo provinciale e il 20 per cento di quello regionale. Quindi gli altri numeri del rapporto sottolineati dall’inge - gner Adolfo Buffo. Che rifiuta l’equazione Taranto città più inquinata d’Italia perchè c’è l’Ilva. «Se prendiamo il Pm10 (le polveri sottili - ndr), la qualità dell’aria di Taranto rilevata attraverso le centraline dell’Arpa non è difforme da quella delle altre città italiane anche non industriali. Ce lo dice il rapporto Ispra 2008 con dati 2007. E, sempre per il Pm10, se consideriamo la classifica di Legambiente, Taranto, su 82 città, è al 51esimo posto con 25 sforamenti a fine ottobre 2009 sui 35 ammessi per legge».
Buffo cita anche la riduzione della diossina grazie all’impianto Urea e conferma il nuovo studio sull’ulteriore abbattimento delle emissioni entro fine anno, anche se poi proprio Assennato dirà che «il problema di Taranto non è, e non è mai stato, la diossina, ma gli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) e il benzene. Non è un caso che Riva sia partito dalle cokerie perchè era qui il problema più grosso».
Si diceva prima del consenso degli enti locali. Da Gianni Florido, presidente della Provincia, a Michele Losappio, assessore regionale al Lavoro, arrivano parole di apprezzamento all’Ilva. E il sindaco Ezio Stefàno dice che «oggi i tarantini che studiano e lavorano fuori hanno un motivo d’orgoglio in più, oltre la storia della Magna Grecia e la presenza della Marina, ed è quanto l’Ilva sta facendo». Resta solo da capire perchè, se non ci sono più problemi o se il miglioramento è così netto, a Taranto si farà comunque un referendum pro o contro l’Ilva, perchè i cittadini verranno comunque chiamati a pronunciarsi, e perchè tra pochi giorni migliaia di persone torneranno a sfilare in strada per chiedere aria più pulita.
Domenico Palmiotti GdM

Processate per favore!

Incidenti mortali all’Ilva: al via i processi d’appello

Tempi brevi per i processi d’appello per gli incidenti sul lavoro. A garantire la celerità dei procedimenti è stato ieri mattina il presidente della sezione tarantina della corte d’appello di Lecce Antonio Marsano, incardinando il giudizio di secondo grado per due gravi incidenti mortali all’Ilva di Taranto. Si tratta di quelli di Silvio Murri, accaduto il 30 maggio del 2004, e di Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, verificatosi il 12 giugno del 2003. Ieri erano in programma le relative udienze, aggiornate di qualche giorno: il 15 dicembre sarà celebrato il processo Murri, il 7 gennaio quello Franco-D’Ettorre.
Era stata l’associazione «12 giugno», che porta come nome la data del doppio infortunio mortale e che da tempo si batte per rivendicare più sicurezza e più tutela dei lavoratori nel centro siderurgico Ilva, a sollecitare la magistratura a fissare in tempi brevi le udienze di appello dei processi proprio per dare una risposta di giustizia alle famiglie delle vittime. Per la morte di Silvio Murri, avvenuta all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto il 21 maggio del 2004, ci sono state in primo grado tre condanne ed un patteggiamento.
Il giudice monocratico Francesco Cacucci il 22 dicembre del 2008 ha inflitto un anno e 4 mesi di reclusione a Luigi Buzzerio, capo reparto; un anno e due mesi a Giovanni Ritelli, tecnico ponteggiatore; e un anno a Giuseppe D’Aniello, operatore (tutti con pena sospesa).
Il 7 ottobre del 2008, invece, il capo squadra dell’Ilva, Leonardo Contento, aveva patteggiato un anno e 4 mesi di reclusione (pena sospesa). Il 15 dicembre sarà riesaminata la posizione di Buzzerio, Ritelli e D’Aniello, difesi dall’avv. Egidio Albanese.
I familiari della vittima si sono costituiti parte civile tramite gli avvocati Carlo Petrone e Francesco Murianni. Silvio Murri, secondo le risultanze dell’inchiesta, stava smontando insieme ad altri due colleghi un ponteggio quando la struttura crollò sotto i suoi piedi. L’operaio fece un volo di 8 metri e morì dopo dieci giorni di agonia senza mai aver ripreso conoscenza. Per l’incidente in cui morirono Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre il 18 ottobre di un anno fa, invece, ll giudice Valeria Ingenito ha condannato a un anno e 4 mesi di carcere Luigi Caporosso, direttore dello stabilimento, e a un anno di reclusione con pena sospesa il responsabile manutenzione meccanica dell’area Pma dell’Ilva, Salvatore Zimbaro, il responsabile preparazione minerali del siderurgico, Giancarlo Quaranta, e tre rappresentanti della ditta Cemit: l’amministratore Gerardo Pappalardo, il responsabile dell’Ufficio Tecnico Franco Antonio Pinto e il responsabile servizio protezione e prevenzione Giuseppe Bruno. MIMMO MAZZA (GdM)

Altamarea incontra la stampa

Questa mattina, venerdì 20 novembre alle h. 10,00 c/o il salone degli specchi di Palazzo di Città Conferenza stampa di AltaMarea per presentare la Grande Marcia contro l'inquinamento del 28 Novembre

giovedì 19 novembre 2009

Capipopolo...


Guai ad importunare il padrone!

E' Luigi Abbate di BS Television
Giornalista scomodo all'Ilva: gli è stato tolto il microfono
Il giornalista stava chiedendo conto a Riva delle emissioni di benzo(a)pirene cancerogeno e degli ammalati per tumore.

19 novembre 2009 - Alessandro Marescotti

INCREDIBILE!
Questa mattina è stato tolto il microfono dalle mani del giornalista Luigi Abbate che stava intervistando Emilio Riva nella conferenza di presentazione del Rapporto Ambiente e Sicurezza dell'ILVA. Poco fa BS Televison ha mandato in onda le immagini dell'incredibile episodio. Il giornalista stava chiedendo conto a Riva delle emissioni di benzo(a)pirene cancerogeno e degli ammalati per tumore.
Di fronte a questi episodi PeaceLink ritira ogni credito alle aperture di facciata della dirigenza Ilva al dialogo con le associazioni ambientaliste e con la società civile.
Quando ad un giornalista viene tolto il microfono viene tolta la voce e la libertà di esprimersi. Viene tolta la possibilità di esercitare lo spirito critico che è il sale del giornalismo.
Il civile confronto e il pluralismo sono elementi indispensabili. Se dentro l'Ilva vige ancora questo clima di chiusura e di limitazione delle più elementari libertà di comunicazione, allora ogni dialogo è minato alla radice.
PeaceLink esprime piena solidarietà al giornalista di BS Television Luigi Abbate e sottolinea come l'articolo 21 della Costituzione sulla libertà di espressione del pensiero si applica anche ai giornalisti che fanno domande a Emilio Riva.
Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink

Futuro amaro...quanto durerà l'Ilva?

SIDERURGIA: RIVA E PASINI, UNO SCENARIO ANCORA DIFFICILE

(AGI) – Taranto, 19 nov. -Le previsioni di mercato per il 2010 restano molto difficili “ma io continuero’ ad investire e nel 2010 aumentero’ la produzione del siderurgico di Taranto”: lo ha affermato Emilio Riva, presidente dell’omonimo Gruppo siderurgico che controlla l’Ilva di Taranto, a margine della presentazione del rapporto “Ambiente e sicurezza”. Di scenario difficile ha parlato anche Giuseppe Pasini, presidente di Federacciai. “La siderurgia italiana chiude l’anno con il 40% in meno di produzione- ha sottolineato Pasini- siamo in linea con il dato europeo che e’ -38%, per non parlare degli Stati Uniti, dove il crollo produttivo e’ stato del 50%. Ma – ha rilevato ancora Pasini- Cina e India crescono. Solo la Cina e’ passata dal 15% di alcuni anni fa nella produzione mondiale di acciaio ad oltre il 50% di oggi”. Pasini ha quindi parlato di futuro incerto. “Oggi – ha detto sempre il presidente di Federacciai- su 69mila dipendenti del settore siderurgico in Italia, 20mila sono divisi tra cassa integrazione e contratti di solidarieta’, il che vuol dire che questo settore sta utilizzando massicciamente tutti gli ammortizzatori sociali possibili, ma il prossimo anno prevedo che molte aziende chiuderanno e debbano tagliare anche i posti di lavoro”.(AGI) cli/Tib/sec

Rapporto Ilva... vergognoso!

COMUNICATO STAMPA
Il Rapporto ILVA non fa emergere particolari criticità. Ma, attenzione, la situazione reale è ben diversa.

In riferimento a quanto oggi è stato diffuso dalla direzione Ilva di Taranto, nell'incontro tenutosi alle ore 10,00 presso lo stesso stabilimento, circa le problematiche ambientali e di sicurezza, intendo intervenire per esprimere le mie grosse e motivate perplessità, nonchè il mio più forte disappunto nel dover constatare che siano state fatte dichiarazioni che non esprimono nella concretezza quella che è la situazione reale. Infatti, il rapporto ambiente e sicurezza dell’ILVA non fa emergere, paradossalmente, particolari criticità, nonostante la situazione reale sia ben diversa e assai grave.

Ecco alcune legittime osservazioni:
A) Problema aria: il rapporto Ilva dedica ampio spazio ai macroinquinanti. Ma la vera criticità sono quelli come diossina e benzo(a)pirene. L’ILVA utilizza i dati delle centraline ARPA per far conoscere i parametri "codificati da normativa vigente". Quindi ancora non si fa sempre riferimento alle emissioni di diossina. Ma anche senza considerare il dato della diossina, occorreva soffermarsi sul dato del benzo(a)pirene che costituisce una criticità soprattutto per il quartiere Tamburi. Dai dati Arpa emerge, infatti, il notevole superamento del valori relativi al benzo(a)pirene, in particolare al quartiere Tamburi per l’anno 2008. Il benzo(a)pirene è cancerogeno e genotossico come la diossina. Sappiamo che il benzo(a)pirene viene emesso in notevole quantità anche dalla cokeria. Su questo dato di qualità dell’aria del quartiere Tamburi, il Rapporto Ilva non si sofferma. Tuttavia, le analisi dell’Arpa hanno rilevato (con il sistema wind-selector) la direzione di provenienza del benzo(a)pirene e questo è riscontrabile anche nel rapporto Arpa inviato al Sindaco. Lì emerge che quando il vento spira dall’area industriale al quartiere Tamburi si impennano sia i valori della diossina sia quelli del benzo(a)pirene.

B) Problema monitoraggio diossine: non si dice nulla sul campionamento in continuo (il controllo 24 ore su 24) di cui l’Ilva avrebbe già dovuto presentare il progetto in base all’articolo 3 della legge regionale antidiossina.

C) Problema bonifiche: questo problema è strategico perché rappresenta il lascito dello stabilimento siderurgico alle future generazioni. Sulla base dei dati delle “vecchie” caratterizzazioni del suolo dell’Ilva, tutto (o quasi) risulta a norma. Infatti, l’Ilva dichiara solo 16 superamenti su 5514 analisi del suolo e del sottosuolo. Ma sarebbe importante, alla luce di nuove analisi, verificare se effettivamente la situazione del suolo e del sottosuolo è diffusamente a norma. Sono stati recentemente resi noti dall’Arpa al Sindaco di Taranto, nella relazione del 7 settembre 2009, dei superamenti per i PCB nel suolo (“individuati da Arpa, ma non rilevati da Ilva”). Questo apre scenari del tutto nuovi. Il rapporto Ilva, invece, traccia un quadro di normalità piuttosto rassicurante. Dovranno essere le future generazioni a scoprire quale è la reale situazione del suolo e del sottosuolo dell’area del siderurgico?
Taranto, li 19 novembre 2009
Prof. Fabio Matacchiera
(già Pres. Ass. Caretta caretta)

Salvate le grotte!

I commissione. Si unanime al ddl sul patrimonio geologico e speleologico

Unanimità da parte di tutti i consiglieri regionali in prima commissione bilancio sul parere finanziario al disegno di legge “tutela e valorizzazione del patrimonio geologico e speleologico”.
Stanziati 50mila euro sul bilancio del 2009 per l’applicazione della legge che in particolare si propone di valorizzare il patrimonio geologico e speleologico pugliese, di tutelare i numerosi geositi e ipogei naturali presenti sul nostro territorio (ad oggi la Federazione Speleologica regionale ha rilevato, catalogato e classificato oltre 1200 cavità ipogee) e di avviare un censimento (assente a tutt’oggi) di tutto il patrimonio naturale e artificiale.
La legge prevede infatti l’istituzione di due catasti regionali, quello dei geositi e quello delle grotte e delle cavità artificiali i cui luoghi saranno gestiti e tutelati per legge. Nei siti individuati dai catasti regionali sarà vietato ad esempio abbandonare rifiuti o realizzare nuove cave e discariche.
Il monitoraggio e il controllo sullo stato di conservazione del patrimonio speleologico toccherà al Corpo forestale dello stato, ma anche alle polizie provinciali e municipali, alle guardie ecologiche volontarie e alle guardie di caccia e pesca avvalendosi, eventualmente, del supporto della federazione speleologica pugliese.
Il ddl intende infine anche promuovere l’interesse per la speleologia non solo con l’organizzazione di attività di studio e di ricerca ma anche con le attività di formazione tecnica e culturale degli speleologi e delle guide speleologiche. (su.nap.)

mercoledì 18 novembre 2009

Giustizia per Antonio Mingolla!

Morì operaio dell'appalto all'Ilva. Sei a giudizio per omicidio colposo

TARANTO - Il gup del tribunale di Taranto Pompeo Carriere ha rinviato a giudizio sei persone per concorso in omicidio colposo in relazione all’incidente avvenuto all’interno dello stabilimento Ilva il 18 aprile 2006 in cui perse la vita Antonio Mingolla, di 47 anni, di Mesagne (Brindisi). L’uomo era dipendente della ditta appaltatrice Cmt e stava lavorando con altri colleghi alla sostituzione di una valvola quando fu investito da una nube tossica.
A partire dall’1 febbraio prossimo inizierà il processo a carico di tre funzionari dell’Ilva, di due rappresentanti della Cmt e del titolare della ditta subappaltatrice Smi. La moglie della vittima, Franca Caliolo, si è costituita parte civile. (Gazzetta del Mezzogiorno)

"Mò avaste" dai quartieri

OLTRE LA MANIFESTAZIONE

Il 28 novembre la città, come l'anno scorso, manifesterà contro un inquinamento che è tra i più gravi d'Europa. Sarà un altro segnale, ma non potrà decidere tutto.
Ancora meno deciderà il referendum sulla chiusura totale o parziale dell'Ilva, agitato con gran chiasso dalla stampa. Perché è unicamente consultivo: esprime cioè un parere che può facilmente restare lettera morta, come per il Petrolchimico di Marghera. A Riva non fa assolutamente paura, ma coglierà l'occasione per tentare di minacciare e ricattare, creando divisione tra fabbrica e città.
Solo noi cittadini, se siamo uniti, possiamo tentare di cambiare qualcosa. Non possiamo fidarci dei politici. Abbiamo problemi serissimi: disoccupazione, nocività e mortalità; interne ed esterne all'area industriale, attività produttive tradizionali minacciate dall'inquinamento, sanità inadeguata.
Riguardo agli amministratori: possiamo fidarci di chi parla di raccolta differenziata dei rifiuti e poi riattiva un inceneritore? Di chi, riguardo alla tutela del mare, non dice nulla sui dragaggi?
Per questo, partecipiamo alla manifestazione del 28 novembre, ma soprattutto organizziamoci insieme a chi vuole costituire un controllo popolare su tutte le questioni determinanti per la città. Non basta una sola grande manifestazione per risolvere tutto. Occorre che la città conosca le condizioni della fabbrica, che cittadini e operai impongano insieme, almeno, il rispetto delle leggi europee in materia di sicurezza e inquinamento, come primo tassello per una più ampia rivendicazione di diritti troppo a lungo disattesi. Perché per rispettare la vita degli operai e la salute dei cittadini non si è costretti a chiudere una fabbrica, si devono fare meno profitti. Ma occorre anche ampliare l'occupazione, intervenendo da subito sulle questioni ambientali; e occorre progettare e imporre, noi cittadini, un futuro della città fatto di lavori che ne risanino l'ambiente.
PAZIENZA E FIDUCIA SONO FINITE. MO' AVASTE!

Comitati di Quartiere cittadini

ENI condonata... ennesima fregatura!

L'ENI, sulle pagine dei giornali locali, fa circolare la voce di voler rinunciare al raddoppio della capacità di raffinazione nei suoi stabilimenti di Taranto per i quali è in corso l'Autorizzazione Integrata Ambientale presso il ministero dell'Ambiente.
A parte il facile richiamo alla favola della volpe e dell'uva... legato alle condizioni restrittive delle'AIA che impediscono di caricare ulteriormente l'ambiente tarantino di ulteriori quantità di inquinanti, leggendo attentamente gli articoli, si coglie chiaramente che l'ENI otterrà sicuramente di passare dalle 5mila tonnellate per cui è stata autorizzata alle 6,5 attuali! Dal momento che la Società non è stata mai autorizzata ad un incremento di raffinazione del 30%, è evidente che gli impianti attuali erano abusivi!
E nessuno dice niente, anzi... stendiamo pure il tappeto rosso a chi a pochi metri dalla città si permette di fare quello che vuole in barba a concessioni e leggi!
E non è un impiantino da quattro soldi! si tratta di migliaia di metri cubi di gas e fumi immessi nell'aria e di immensi serbatoi altamente pericolosi!



Ecco un video che mostra l'esplosione di una raffineria negli Stati Uniti: clicca sull'immagine

martedì 17 novembre 2009

Ilva e diossina: tutti sapevano nessuno si è mosso

A Taranto si produce il 90% della diossina prodotta in Italia, l’8,8% del totale europeo e il formaggio prodotto a Taranto è contaminato
Dov’erano gli organi di controllo, le istituzioni, cosa faceva la politica locale, nazionale?

17 novembre 2009 - Valentina D'Amico
Fonte: Il Fatto Quotidiano - 17 novembre 2009

L’ultimo intervento della magistratura è del 3 novembre scorso.
Su mandato della Procura di Taranto, la guardia di finanza ha sequestrato quattro pontili nello scalo portuale utilizzati dall’acciaieria più grande d’Italia per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti. Si contestano violazioni in materia ambientale, tra cui lo stoccaggio di rifiuti speciali.
L’Ilva avrebbe operato senza autorizzazioni. Tra i denunciati, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento.
È l’ennesimo legnata per una città martoriata dall’inquinamento, la “Seveso del sud” l’hanno ribattezzata gli ambientalisti. Con la differenza che se a Seveso, nel ‘76, l’inquinamento da diossina fu un fatto repentino (un guasto a un reattore provocò lo sprigionarsi di una nube tossica che avvelenò la popolazione, inquinò l’ambiente), a Taranto la diossina sparge morte lenta “da 45 anni” denuncia Peacelink, l’associazione che ha smascherato lo stato dei fatti nel 2005.
Da allora sappiamo che a Taranto si produce il 90% della diossina prodotta in Italia, l’8,8% del totale europeo e che il formaggio prodotto a Taranto è contaminato e per questo oltre mille capi di bestiame l’anno scorso sono stati abbattuti, con grave danno per le aziende zootecniche della zona. Eppure i dati sulla diossina erano pubblici, bastava leggere il registro Ines, inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti.
Dov’erano gli organi di controllo, le istituzioni, cosa faceva la politica locale, nazionale? Il cancro della mia città - Taranto
Gli europarlamentari, anche quelli italiani, già dal 2001 conoscevano il pericolo. Gliene dava conto la Commissione europea nel promemoria “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati”. La notizia la dà, di nuovo, Peacelink. Con quella nota la Commissione Ue spiegava che “le autorità di regolamentazione hanno esternato timori per gli effetti negativi che l’esposizione a lungo termine a quantità anche infinitesimali di diossine e PCB (i bifenili policlorurati, ndr) può produrre sulla salute umana e sull’ambiente” e, esortando a “informare l’opinione pubblica”, avvertiva che “la sinterizzazione dei minerali ferrosi potrebbe diventare in futuro la fonte principale di emissioni industriali”.
Bene, anzi male. Gli europarlamentari italiani avrebbero dovuto sapere che proprio in Italia, a Taranto è ubicato l’impianto di sinterizzazione di minerali ferrosi più grande d’Europa. Un colosso che si estende per una superficie che è il doppio di quella della città che lo ospita.
Gioia e dolore dei tarantini, 13mila occupati nello stabilimento, 20mila con l’indotto. Il ricatto occupazionale tiene sotto scacco da sempre la città, paralizza le istituzioni, spesso resesi complici.
“Occorreva informare gli abitanti – dice Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione – ma nulla è stato fatto anzi, si facevano pascolare le pecore attorno all’impianto e i consumatori, ignari, consumavano prodotti contaminati da diossine, furani e PCB”.
Un mese fa la Asl di Taranto ha riscontrato la contaminazione anche nelle uova dei pollai di Martina Franca, 20 km a nord di Taranto.
“La diossina – dice Marescotti – può avere un impatto sulla salute di chi consuma ma anche di chi non è ancora nato. Le donne in età fertile o in stato di gravidanza dovrebbero essere tutelate”.
In due anni già due mamme hanno scritto a Peacelink denunciando la malattia dei figli. Un ventenne colpito da linfoma linfoblastico (la denuncia è del settembre scorso) e l’altro, un bambino nato con la labiopalatoschisi, una malformazione della bocca. Daniela S, la sua mamma, due anni fa raccontò: “Nello stesso mese, nello stesso ospedale di Taranto si sono avuti 4 casi simili”.
“L’unico atto concreto finora – afferma l’ingegnere Biagio De Marzo, ex capoufficio tecnico all’Ilva, componente di Peacelink e dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie – è stata la legge regionale che nel 2008 ha imposto alle industrie pugliesi il limite europeo di 0,4 nanogrammi per metro cubo di tossicità equivalente per le emissioni di diossina. Una legge purtroppo depotenziata dal compromesso firmato nel febbraio scorso tra Governo e Regione Puglia, con la regia del sottosegretario Gianni Letta”.
La legge imponeva all’Ilva una riduzione progressiva della diossina entro date prestabilite.
“Il compromesso istituzionale – spiega De Marzo – ha fatto slittare il primo termine da aprile 2009 a giugno 2009, e quindi via via tutti gli altri. Di questo passo come si farà a rispettare la data del 2010?”.
Rimane il paradosso che mentre la Regione, proprio perché spinta dalle pressioni degli ambientalisti sul caso Ilva, è riuscita a uniformarsi agli stardard del resto dei paesi europei, l’Italia ancora non lo fa.
Il decreto legislativo 152/2006 prevede infatti un limite alle emissioni di diossina immensamente superiore, “pari a 10 mila nanogrammi in concentrazione totale, e 333 per tossicità equivalente!” spiega De Marzo.
Secondo Peacelink il decreto sarebbe peraltro viziato da incostituzionalità perché avrebbe dovuto attenersi a quanto prescritto dalla legge delega (la 308 del 2004) che sanciva il rispetto dei principi e delle norme comunitarie “e palesemente non lo ho fa fatto”.
Taranto intanto è spaccata tra quanti hanno proposto un referendum popolare per la chiusura dello stabilimento e quanti invece ne difendono la vita in nome dell’occupazione. Per ora ci ha pensato il consiglio comunale a sbloccare il dilemma. Il referendum avrebbe dovuto tenersi in primavera, in concomitanza delle elezioni regionali. Troppo scomodo. E con i soli voti dei consiglieri di maggioranza si approva una modifica al regolamento sul referendum consultivo che fa slittare il tutto.

Se il virus corre è colpa dell’inquinamento

INFLUENZA A. Il tossicologo Antonio Marfella svela il legame tra l’indebolimento delle difese immunitarie provocato dalla presenza di diossine e smog con la maggiore velocità della diffusione del contagio in Campania. «Altro che promiscuità».

Antonio Marfella* è impegnato da tempo nei comitati civici contro i rifiuti e i veleni. Che, da anni, provenienti da ogni dove, infestano la Campania, ex “Felix”.
Il governo ha detto che la particolare incidenza del virus dell’influenza A nella regione è colpa di una non meglio definita “promiscuità”, nonché del dato demografico. Lei, invece, ha un’altra spiegazione. Quale?

Sappiamo che questo virus AH1N1 di origine suina proviene da allevamenti intensivi e (loro sì) certamente “promiscui” di animali e, per ora, non sembra particolarmente pericoloso ma molto contagioso. Possiamo ragionare con una certa serenità su alcuni dati ormai certi: il virus è in circolazione in Italia da vari mesi prima dell’estate; mai come quest’anno a Napoli abbiamo registrato il record degli sforamenti di polveri sottili pm10: oltre il triplo rispetto al 2007. In confronto a tutte le altre città metropolitane d’Italia (Milano circa 60 sforamenti), siamo costretti a rilevare una situazione in controtendenza nazionale di grave peggioramento degli sforamenti di polveri sottili pm10. Ciò che però maggiormente colpisce a Napoli è la differenza qualitativa di tali sforamenti: abbiamo registrato ben 26 sforamenti su 31 giorni nel solo mese di agosto in presenza di traffico automobilistico pressoché assente.
Come lo spiega?
Una buona parte di questi sforamenti non è attribuibile al traffico auto, né certo al riscaldamento, ma a un’attività portuale selvaggia e non controllata e, soprattutto ad agosto, ai roghi di rifiuti registrati ogni notte nella zone periferiche di Napoli nord. In più, le polveri sottili pm10 in eccesso specificamente “ingolfano” le cellule chiave del sistema immunitario polmonare: i macrofagi. Attraverso una ridotta capacità di risposta dei macrofagi (specie per il fenomeno “presentazione antigeni” ancor più importante in presenza di nuovi antigeni virali come in questo caso) e una iperproduzione di citochine flogogene, l’eccesso di pm10 favorisce la diffusione e la virulenza di agenti tipo virus dell’influenza.
Questo che vuol dire?
Non sembra quanto meno irrazionale osservare che la velocità di diffusione tripla registrata ufficialmente nella diffusione del virus dell’influenza a Napoli sia correlabile alla presenza almeno tripla di eccesso di polveri sottili pm10, epicentro della diffusione in Campania, specie tra i bambini asmatici, in città in costante incremento di casi. A una maggiore diffusione del virus, in parallelo consegue un maggior numero di casi complicati specie nei soggetti più a rischio. Va ulteriormente considerato che in Campania possiamo supporre anche un’anomala presenza di sostanze a specifica capacità immunosoppressiva come le diossine e le sostanze diossino simili Pcb. Sinora nessun dato di biomonitoraggio è stato pubblicato dallo Stato, nonostante i molti milioni di euro investiti su questo (ancora assente) biomonitoraggio tossicologico su matrici umane.
Anche il Nobel Montagnier, da lei “intervistato” sabato scorso, la pensa nello stesso modo...
“Mascherandomi” da giornalista ho solo maieuticamente “accompagnato” il prof. Montagnier nel surriportato ragionamento: la sua simpatica conclusione è stata: «Prendete l’aliscafo e andate a respirare a Capri! ».
Quali sono le sostanze più inquinanti presenti nella regione e quali le patologie connesse?
In Campania i dati ufficiali delle indagini sulle ecomafie parlano di una quantità di rifiuti industriali che vengono importati per una cifra compresa tra i 600mila e 1,5 milioni di tonnellate/ anno di rifiuti tossici di tutti i tipi e generi da molti decenni. Nelle nostre terre possiamo purtroppo dire che sono ampiamente rappresentati pressoché tutti i tipi e generi di rifiuti tossici e nocivi di produzione industriale, dai metalli pesanti alle diossine. Registriamo una situazione cosiddetta “a spot”. Le zone interessate sono complessivamente modeste, circa il 3-4 per cento dell’intera regione, ma accade che in una zona si registri la presenza di concentrazioni eccezionali di inquinanti gravi come metalli pesanti e, a pochi ettari di distanza, tutto è invece nella perfetta norma della Campania Felix di antica memoria.
Una regione martoriata.
I problemi che viviamo in Campania possiamo riassumerli così: siamo ai vertici nazionali di tutti i parametri negativi, innanzitutto in tema di fertilità femminile e maschile (ad esempio registriamo il minor numero di spermatozoi tra i giovani maschi); gravi e diffusi problemi di patologie endocrine come quelle tiroidee e patologie cronicodegenerative correlabili a inquinamento con sostanze “tipo endocrine disruptor” come il diabete di tipo II. Incremento di incidenza di malformazioni neonatali e tumori, specie nelle zone “spot” dove sono avvenuti gli sversamenti abusivi di rifiuti tossici. Il paradosso epidemiologico è che si tratta delle zone rurali più belle e fertili che circondano l’area metropolitana di Napoli e Caserta.
Perché della correlazione inquinamentodiffusione del virus non se ne è affatto parlato?
Per ovvie responsabilità di governo, locale soprattutto. Un virus nuovo è un virus nuovo per tutto il mondo, un vaccino in ritardo è un vaccino in ritardo in tutto il mondo, l’inquinamento grave, diffuso e incontrollato del territorio è una responsabilità grave e sanzionabile del governo locale di quel territorio.
Nel resto d’Italia quali sono le zone più esposte al rischio sanitario su cui bisognerebbe intervenire con operazioni di bonifica del territorio?
L’Italia intera dispone delle migliori leggi di tutela del lavoro in Europa ma opera i peggiori controlli di tutta Europa. Si è sempre chiuso un occhio sulle spese di smaltimento delle industrie per evitare difficoltà alla produzione e ora che abbiamo anche una crisi grave e globale non credo proprio che sia migliorato nulla, anzi, penso che le cose siano peggiorate. Nel corso dell’ultimo Congres so nazionale dei medici igienisti (ottobre 2009) la sessione “Ambiente e salute” era presieduta dai prof. Marinelli e Triassi (della greca Neapolis, oggi Infelix), dal prof. Sciacca (della greca Priolo-Siracusa, la bella città più grande di Atene, oggi la città delle malformazioni neonatali più gravi di Italia), dal prof. Conversano della Spartana Taranto, la città della diossina ufficiale di Italia (Ilva) e dalle “new entry” calabresi, la illira Amantea e la greca Crotone (quella delle Scuole tossiche). Sostanzialmente il Meridione di Italia, tutta la ex Magna Grecia, in linea con le antichissime abitudini commerciali marinare anche illecite, soffre dei più gravi e ormai scoperti problemi di “sversamenti” e “affondamenti” tossici e nocivi. Da millenni la Magna Grecia ha con il “celtico Nord” commerci turpi e redditizi come gli schiavi. Da alcuni decenni sono commerci di rifiuti industriali nocivi e tossici. Solo ora si comincia a capire che è un commercio illecito e turpe molto conveniente (manca una valida legge penale) ma è molto pericoloso per la salute delle stesse popolazioni residenti, malviventi e loro famiglie incluse.
La necessità di tutelare l’ambiente e il territorio, grazie alle battaglie degli ambientalisti, è diventata una delle priorità politiche planetarie. Se, però, a breve termine non ci saranno interventi concreti, è da catastrofisti affermare che in gioco c’è la stessa sopravvivenza del genere umano?
Da tempo faccio riflettere sulla necessità di misurare il tempo che passa non più in anni, ma in ore! Biologicamente e dal punto di vista ambientalista è più corretto. L’organismo dell’uomo è meravigliosamente “settato” per vivere al massimo un milione di ore (circa 120 anni). Io ora sono un essere umano di circa 550mila ore. Abbiamo impiegato decine di migliaia di anni (diversi miliardi di ore) per diventare un miliardo di esseri umani su questa meravigliosa navicella spaziale (come la chiama padre Alex Zanotelli) che è la Terra. Tra sole centomila ore passeremo da sei a sette miliardi di esseri umani. Siamo una navicella spaziale sovrappopolata che sta esaurendo le risorse e viaggia nello spazio senza un capitano di Vascello responsabile (l’Onu). Io credo che abbiamo tutta l’intelligenza, la tecnologia, le risorse per affrontare, risolvere e mettere ordine in questa navicella spaziale.
Che fare, allora?
Dobbiamo solo convincerci che abbiamo poco tempo e sviluppare un nuovo umanesimo ambientale in termini economici e una “Nuova sobrietà responsabile per abitare la Terra”, come proprio ieri ha ancora una volta ricordato papa Benedetto XVI.

CHI E’?*
Antonio Marfella è un oncologo e tossicologo dell’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori Giovanni Pascale di Napoli. Consulente delle Assise di palazzo Marigliano, ha presentato, insieme agli autori, il documentario Biutiful Cauntri; da anni chiede di attuare diffuse analisi di diossina sull’uomo per dimostrare il grado di inquinamento dei territori campani. In una puntata di “Report” di alcuni mesi fa Marfella mostrò i risultati di analisi fatte su alcune persone, tra cui se stesso. L’Oms considera «accettato » più che accettabile il valore di 10 picogrammi di diossina per grammo per gli abitanti delle grandi città. Nel sangue di Marfella sono stati trovati 74 picogrammi per grammo.
(Terranews)
Altre informazioni su La terra dei fuochi

CONTROLLI ISPRA ARPA SU LIVELLI DIOSSINA ILVA

Nella mattinata di oggi i tecnici di ISPRA e ARPA Puglia hanno iniziato presso lo stabilimento Ilva di Taranto i concordati campionamenti dei livelli di diossina al camino di agglomerazione E312. Altri campionamenti, sempre della durata di 8 ore, saranno effettuati domani e giovedi'.
Quella di oggi e' la seconda serie di 3 campionamenti, dopo quella effettuata a luglio, e la prima a pieno regime produttivo della linea interessata. Nei prossimi mesi proseguiranno le attivita' di campionamento, secondo quanto sottoscritto nel Protocollo firmato presso la Presidenza del Consiglio lo scorso febbraio. Il campionamento dei livelli di diossina, insieme ai sopralluoghi ad impianti siderurgici europei similari allo stabilimento di Taranto, consentiranno ad Ispra e Arpa di completare il quadro conoscitivo dello stato dell'arte in materia di emissioni di diossine. Da parte della direzione dello stabilimento - si legge in una nota - e' stato garantito il necessario supporto logistico e la pronta disponibilita' alle esigenze espresse dai tecnici dei due enti.(AGI)

Volantini per tutti

Taranto_Altamarea 2009

Manifestazione Altamarea: ci siamo!


I Dieci Comandamenti di Altamarea
Inquinamento a Taranto: tutti in corteo il 28 novembre 2009, raduno alle ore 9 in piazzale dell'Arsenale
Dall'adozione delle migliori tecnologie industriali al monitoraggio continuo degli inquinanti, dall'informazione alla popolazione alla costruzione di uno sviluppo ecosostenibile. Ecco in sintesi i dieci punti che porteranno il "popolo inquinato" in piazza a manifestare per il diritto alla salute.
15 novembre 2009 - Altamarea

Altamarea, Coordinamento di cittadini e associazioni di Taranto
28 novembre 2009, ore 9 raduno piazzale Arsenale (via Di Palma, Taranto)

GRANDE MARCIA CONTRO L'INQUINAMENTO

1. INQUINANTI, MONITORAGGIO E STANDARD EUROPEI. Prescrizioni restrittive per le emissioni industriali a tutela della salute di cittadini e lavoratori. Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che fissi limiti agli inquinanti secondo standard europei e preveda l'adeguamento degli impianti alla migliori tecnologie in assoluto e salvaguardia dell'occupazione. Copertura completa dei parchi minerali. Piena applicazione delle leggi per la sicurezza sul lavoro. Sistema di monitoraggio delle emissioni industriali complessive e informazione dei cittadini su Internet.

2. ILVA E DIOSSINA. Piena applicazione della legge regionale antidiossina. Controllo 24 ore su 24 con il "campionamento continuo".

3. ENI ED ENIPOWER. No all'incremento della raffinazione e della produzione energetica. Campionamento continuo. No a sondaggi e perforazioni petrolifere nel Golfo di Taranto.

4. OCCUPAZIONE E SVILUPPO ECOSOSTENIBILE. Investimenti per un'economia alternativa alla grande industria . bonifica del territorio, manutenzione urbana, portualità, retroportualità, parco delle gravine, attività agricole, ittiche e turustiche con l'ambiente.

5. RISARCIMENTO MESTIERI TRADIZIONALI. Realizzazione di mappe d'impatto. Sostegno e risarcimento ad allevatori, agricoltori, pescatori ed imprenditori locali rovinati dalle emissioni industriali.

6. INFORMAZIONE DELLA POPOLAZIONE. Applicazione sul territorio della "legge Seveso" sui rischi di incidente rilevante con informazione della popolazione sui piani di emergenza.

7. RIFIUTI. No ad inceneritori e assimilati, sì alla raccolta differenziata porta a porta e all'incremento dei posti di lavoro per la gestione del recupero. No.ad autorizzazioni e ampliamenti di discariche per rifiuti speciali. Sostegno alle lotte dei comitati antidiscarica della provincia di Taranto

8. ENERGIE RINNOVABILI. No al nucleare, sì al risparmio energetico e alle energie rinnovabili.

9. SALUTE, CONTROLLI E RICERCA. Screening dei cittadini per verificare la contaminazione dei cittadini (diossina, arsenico, metalli pesanti, ecc.), realizzazione di un effettivo registro tumori e di mappe epidemiologiche per tutte le patologie legate all'impatto industriale. Attivazione di un Centro Ambiente e Salute ubicato vicino all’area industriale specializzato nei controlli ambientali e sanitari dell'area industriale. Creazione di un polo scientifico-tecnologico di eccellenza in campo ambientale.

10. TUTELA DEL MARE. Rifacimento della condotta sottomarina e tutela del del mare.
Note:

Per altre informazioni consulta il sito di Altamarea: www.google.it/group/altamareanews
La manifestazione è autofinanziata dai cittadini. Per sostenere le spese:
c/c postale n.13579743, intestato a AIL TARANTO Associaz. Italiana contro le Leucemie, Causale: "Altamarea".

Volantini di Altamarea (1112 Kb - Formato pdf)

Un libro da leggere!


Giuseppe De Marzo, BUEN VIVIR - Per una nuova democrazia della Terra, Casa editrice Ediesse
Prefazione di Adolfo Pérez Esquivel / Postfazione di Gianni Minà

L’umanità è immersa in una crisi inedita, le cui cause vanno indagate in profondità. Cause complesse che mettono in luce l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza e che pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta. Concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione non riescono oggi ad affrontare e a risolvere problemi così complessi e interdipendenti. La conseguenza è un altro enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste domande forti ma le risposte appaiono estremamente deboli. Domande come: esiste un’alternativa al modello capitalista? è realizzabile migliorare la vita di miliardi di persone tenute ai margini? si può coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente? è possibile sperimentare un nuovo patto sociale e ripensare le forme della rappresentanza? Dall’America latina all’Asia, all’Africa, a molte comunità e territori del Nord del mondo i conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di un campo nuovo. Una sociologia dell’assenza che a partire dalla democrazia deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva lavora alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir e su una relazione armoniosa con la natura. Educazione popolare, autogoverno, orizzontalità, giustizia sociale, mutualismo, creatività e decolonizzazione del potere sono gli strumenti e le pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire una democrazia della Terra. Il protagonismo dei movimenti indigeni, dei movimenti impegnati per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza mette in luce la rottura del contratto sociale e la necessità di ridefinirlo a partire dalle nuove condizioni poste dalle crisi.
Giuseppe De Marzo, economista, attivista e portavoce dell’associazione A Sud.

lunedì 16 novembre 2009

vasche dei veleni

Taranto, prime condanne per le "vasche dei veleni" della M.M.

Il gup del tribunale di Taranto Pompeo Carriere ha condannato con il rito abbreviato due imprenditori campani per una serie di irregolarità compiute nelle operazioni di smaltimento dei residui di un deposito della Marina Militare a Taranto. Gli imprenditori sono Pasquale e Carmine Reale, di Monteforte Irpino (Avellino), rappresentanti dell’Associazione temporanea d’imprese che il 9 dicembre del 2002 si aggiudicò l’appalto per lo svuotamento e lo smaltimento dei residui.
I due sono stati condannati a un anno di carcere (pena condonata) e al pagamento 2,6 milioni di euro ciascuno per violazioni amministrative in relazione all’annotazione nei registri doganali di entrata e uscita del quantitativo di idrocarburi detenuto, per la sottrazione al pagamento dei diritti di confine di oltre 82mila metri cubi di indrocarburi e per il mancato pagamento dell’accisa sugli olii minerali.
Il deposito, situato nei pressi della base di Chiapparo, fu sequestrato dalla Guardia di Finanza nel giugno del 2004. Nelle vasche erano stati depositati liquidi considerati pericolosi, per i quali non sarebbe stata pagata l’accisa, ovvero il dazio doganale. Il gup ha rinviato a giudizio per gli stessi reati quattro ufficiali della Marina Militare e un altro imprenditore. La prima udienza è fissata per il 5 marzo prossimo. (Gazzetta Mezzogiorno)

Grazie ai "risanatori"!

Crolla palazzo di Taranto vecchia

Parte di un edificio in via Garibaldi, nella città vecchia di Taranto, è crollata in serata sotto lo sguardo impaurito di automobilisti e pedoni. Il cedimento del palazzo, disabitato da anni, non ha provocato feriti, mentre si è reso necessario lo sgombero delle due famiglie che abitano nello stabile adiacente.
Sul posto sono intervenuti i vigili urbani, che hanno transennato l’immobile e messo in sicurezza la zona. (La gazzetta del mezzogiorno)

Ci sono ancora gli operai di una volta

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera inviata da un gruppo di operai ILVA:


Abbiamo letto a malincuore la lettera inviata a Tarantosera da alcuni dipendenti Ilva e pubblicata dai quotidiani locali il 08/11/2009. Ci dispiace rispondere ai colleghi che non condividiamo la loro scelta anche se comprendiamo i loro timori riguardo l’eventuale chiusura totale o parziale dello stabilimento. Riteniamo opportuno evidenziare che anche noi siamo preoccupati per la nostra occupazione, ma se sentiamo continuamente che l’Ilva sta cercando di rispettare le norme ambientali e poi si legge di sversamenti in mare di sostanze tossiche e non parliamo solo di diossina, ci domandiamo: chi ci prende più in giro, l’Ilva o noi stessi? Amiamo troppo la nostra città e non sopportiamo più che sia continuamente protagonista nelle cronache per malattie e inquinamento. Cari colleghi, siamo tutti consapevoli che questa situazione di crisi ci rende incerti e timorosi ma non possiamo tralasciare il diritto inalienabile della salute pubblica. Ambiente e lavoro devono coesistere, la nostra città non merita di essere fatta a pezzi da qualcosa che in verità ci rende ciechi e ignoranti. Dobbiamo lottare affinchè possiamo dimostrare che non siamo sacrificabili ma desiderosi di portare Taranto a ben altri traguardi.
Non firmeremo questa lettera, sperando che non si consideri ciò un atto vile. Riteniamo opportuno seguire una strategia per raggiungere un obbiettivo comune: liberare Taranto da questa morsa che la rende la città più inquinata e dissestata d’Italia e forse d’Europa. Non demonizziamo la fabbrica ma speriamo sia possibile renderla ecocompatibile e cioè che possa soddisfare le nostre esigenze senza compromettere quelle delle generazioni future ma, se questo non fosse possibile, se continueremo a permettere di distruggere il nostro ambiente finiremo col distruggere noi stessi. Per tanto crediamo che la nostra generazione abbia il dovere di impegnarsi e approfondire le questioni ambientali. Per rimediare a 50 anni di scelte che hanno di fatto distrutto questo territorio, non possiamo più accettare il ricatto occupazionale, l’occupazione a qualunque costo, per dare un alternativa ai nostri figli, che non siano costretti come noi a scegliere tra la fabbrica o andare via , come hanno già fatto molti nostri fratelli.
Apprendiamo comunque con piacere la volontà da parte dei nostri colleghi di essere disposti a manifestare, anche se con mezzi discutibili (bloccare la città), per vedere rispettati i propri diritti. Allo stesso tempo ci chiediamo come abbiamo fatto a rimanere inermi d’avanti all’abuso di 52 settimane di cassa integrazione ordinaria e ancora di più altre 52 di straordinaria che nessuno sa come andrà a finire, da parte di un gruppo che fino al 2008 proclamava record su record elargendo premi anche cospicui ma solo per pochi?

Taranto 13/11/2009



Frittura d'aria

domenica 15 novembre 2009

Inquinamento di Stato a Taranto

La bocciatura del Tar delle nomine delle Commissioni del ministero dell’Ambiente provoca una vacatio legis circa la limitazione delle attività inquinanti della grande industria. A pagare le conseguenze maggiori, ancora la Puglia.


L’ultima sentenza del Tar sulle nomine dei componenti delle Commissioni indicate dal ministero dell’Ambiente rischia di consegnare alla confusione più totale i vincoli normativi predisposti per limitare le attività inquinanti dell’industria. Una vacatio legis che potrà provocare enormi danni all’ambiente e al territorio. Ed è proprio Taranto, una delle città più inquinate d’Italia a causa della presenza dell’impianto siderurgico dell’Ilva, che rischia di pagarne presto le conseguenze. Il pericolo è inequivocabilmente verificabile nella vicenda dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale): introdotta con direttiva 61/96 (direttiva Ippc), è lo strumento cardine della Ue per l’attuazione di politiche ambientali che mirano a realizzare la riduzione complessiva dell’inquinamento prodotto dal settore industriale.
Tecnicamente l’Aia attua un approccio preventivo e integrato che punta a evitare, o se non è possibile a ridurre, le emissioni intervenendo nelle varie fasi del processo, alla sua fonte. L’Aia riguarda anche l’efficienza dell’uso dell’energia e «le misure necessarie per prevenire gli incidenti». La prima “anomalia” del legislatore è il parziale recepimento della direttiva, nel 1999. A seguito di procedura d’infrazione, viene delegato il governo nel 2003 e il recepimento avverrà due anni dopo. Il legislatore comunitario attraverso la direttiva si prefigge di attuare la riduzione integrata dell’inquinamento nell’aria, nell’acqua e nel suolo. La centralità Ippc nelle politiche comunitarie trova piena conferma nel VI Programma comunitario per l’ambiente: “Ambiente 2010 il nostro futuro, la nostra scelta”. Nell’obiettivo generale “ambientesalute” è specificato che occorre «ottenere una qualità dell’ambiente tale che i livelli di contaminanti di origine antropica non diano adito a conseguenze o a rischi per la salute umana».
Tutte le aziende italiane, circa 8.000, dovevano ottenere l’Aia entro l’ottobre 2007. I grandi impianti di competenza statale sono 200: a tutt’oggi le Aia concesse ammontano a circa 30. Emblematico e cinico, si diceva, è il caso della martoriata Taranto. Dichiarata per legge “città a elevato rischio di crisi ambientale”, e con una emissione di diossina pari al 90 per cento del totale prodotto in Italia. In Europa il limite diossine in un metro cubo di aria è di 4 diecimiliardesimi di grammo. In Italia con una furbata “aggregativa” (media tra 200 congeneri diversi di diossine e simili) si è stabilito un limite enormemente superiore. E da nessuno è stato mai modificato. Diciotto mesi fa un accordo tra ministero dell’Ambiente ed enti locali fissava in 300 giorni il tempo massimo per l’ottenimento dell’Aia ai 7 impianti maggiormente inquinanti di Taranto.
Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle sorgenti), oltre alla diossina, a Taranto l’industria immette in atmosfera il 95 per cento degli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) prodotti da tutto il settore industriale italiano, oltre al 57 per cento di mercurio e rilevanti quantitativi di cadmio e cromo. L’Aia, congiuntamente ai Piani regionali di risanamento e tutela della qualità dell’aria e dell’acqua, può arginare gli effetti di quel “mattatoio”, silente e cinico. Intanto, i numeri dimostrano quanta indifferenza possa essere mostrata dalla politica e dalle istituzioni: la commissione Aia del ministro Prestigiacomo ha concesso 26 Aia.
Pur nell’evidente emergenza di Taranto, su 157 Aia complessive il maggiore emettitore di inquinanti, l’Ilva, è stato posto come ordine di intervento al 113esimo posto, al 13esimo la raffineria Eni, al 96esimo la centrale Edison, al 118esimo Enipower. Taranto dovrà sorbirsi patologie e inquinamento almeno per un altro lustro, considerando il ritmo di produzione di 26 Aia della Commissione. E ora la confusione normativa non potrà che dilatare i tempi. Eppure i 7 impianti hanno prodotto complessivamente negli ultimi quattro anni utili annui per circa un miliardo di euro. Con grande gioia dei proprietari delle industrie. Tra cui lo Stato con Eni ed Enel.
Erasmo Venosi su Terra

Il Comitato per Taranto aveva paventato questo rischio quando si espresse sul presidente della commissione IPPC, il "giovane siciliano" Dario Ticali. Poco dopo l'intervista di Antonietta Podda per RPS e l'inchiesta di Sandra Amurri sull'Espresso portarono alla "rimozione" di Bonaventura Lamacchia - colui che doveva occuparsi dell'Ilva di Taranto - per problemi giudiziari.

E qui i virus ringrazieranno Riva & co.?

Il nobel Montagnier a Napoli: influenza,l'inquinamento indebolisce difese

NAPOLI (14 novembre) - «Andate tutti a Capri», dice sorridendo il premio Nobel Luc Montagnier rivolgendosi ai napoletani, spiegando che l'inquinamento contribuisce a indebolire le difese immunitarie contro l'influenza A.
Il consiglio è poi di insistere sulla prevenzione con gli antiossidanti, come la papaia. Quindi Montagnier presenta le sue nuove ipotesi, secondo cui potrebbe essere batterica l'origine del Parkinson e dell'Alzheimer Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per avere isolato il virus dell'Aids, il virologo francese ha partecipato al convegno «La Vita, la Forma, La Relazione», oggi all'Istituto degli Studi Filosofici di Napoli.
A proposito del virus H1N1, Montagnier ha spiegato che «tutti i fattori che abbassano le difese immunitarie accelerano la propagazione del virus e che, sicuramente, gli agenti inquinanti sono tra questi». Quindi ha aggiunto: «Consiglio di prevenire l'influenza con prodotti antiossidanti, come la papaia». Ha poi osservato che «l'influenza si sta propagando in una forma benigna e che per questo motivo molte persone evitano il vaccino. Al momento il virus non ha subito mutazioni rispetto alla forma originaria, ma qualora si ricombinasse con il virus dell'influenza aviaria diventerebbe molto più pericoloso. Tuttavia, è un'ipotesi molto poco probabile».
Montagnier ha presentato anche la sua ricerca attuale: il trattamento con onde elettromagnetiche delle malattie batteriche. «Se lo studio confermerà i dati dei test - ha concluso - avrà risvolti importanti per le malattie infettive per cui, oggi, non si hanno diagnosi precoci. Inoltre, dalle nostre ricerche è emerso che anche malattie come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer potrebbero avere origini batteriche. Ciò aprirebbe strade insperate per la loro cura». (il Mattino)

Prestigiacomo bocciata e noi...fregati!

MINISTERO. Il Tribunale amministrativo del Lazio giudica illegittime le nomine fatte dal ministro Prestigiacomo per le commissioni Via, Ippc e Covis. A rischio decine di autorizzazioni per grandi opere, tra cui la centrale di Porto Tolle.

Il Tar del Lazio ha bocciato venerdì scorso le commissioni del ministero dell’Ambiente che devono dare il via libera alle centrali elettriche e delle dighe e dare l’autorizzazione alle industrie a funzionare. La nomina dei commissari fatta dall’attuale ministro Stefania Prestigiacomo è illegittima: i vecchi membri delle commissioni hanno fatto ricorso alla giustizia amministrativa e l’hanno vinto. Non potevano essere “licenziati”, perché i loro contratti erano ancora validi e per i tecnici non vale lo spoil system. E ora, al ministero, si aprono due bei problemi - come denuncia il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «grave approssimazione ». Il primo riguarda le decine di attività su cui le commissioni hanno deliberato: sono, ad esempio, illegittime le opere su cui la commissione Valutazione di impatto ambientale (Via) ha dato parere positivo? Il secondo gira attorno al danno economico che lo Stato si vedrà probabilmente costretto a risarcire.
Nel giugno 2008, infatti, il ministro rimandava a casa i membri di ben tre commissioni di primaria importanza: Via, Covis (danno ambientale) e Ippc (inquinamento industriale). Gli esperti, naturalmente, erano stati nominati dal ministro Pecoraro Scanio ma per le funzioni tecniche non esiste un meccanismo di avvicendamento politico e il loro contratto non era in scadenza, ma il nuovo responsabile del dicastero - rispondendo all’appello alla contrazione della spesa pubblica - aveva diminuito di 10 unità i membri delle tre commissioni. Un motivo valido, secondo il ministro, per rifarle da zero. Ma il Tar ha deciso diversamente. «La Corte ha giudicato incostituzionale la norma - spiega l’avvocato Valentina Stefutti, che ha patrocinato i ricorrenti - ma questo è addirittura un argomento secondario.
Semplicemente, ha riconosciuto che la commissione era la stessa. O veniva confermata o si spiegava la ragione per cui non si confermava ». Insomma, un passo azzardato. Che ora mette a rischio, almeno teorico, anche gli atti compiuti dalla nuova commissione. Solo per quello che riguarda la valutazione di impatto ambientale, un pacchetto di 44 opere tra cui la centrale a carbone di Porto Tolle e altri 11 impianti energetici, per un totale di oltre 5.000 megawatt (gli impianti nucleari previsti dal governo, per fare un paragone, dovrebbero produrne 4.000); dighe; autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi; elettrodotti; raffinerie; ampliamenti di porti e aeroporti.
E poi, il danno economico. Se il giudizio del Tar verrà confermato dal Consiglio di Stato (nel caso probabile in cui il ministero ricorresse), i membri dovranno essere reintegrati e pagati, oppure semplicemente pagati. La sola commissione Via costa circa 7 milioni di euro l’anno, di cui una parte consistente (quasi il 70%) va agli emolumenti dei commissari. È ipotizzabile un costo per l’erario di 3-4 milioni aggiuntivi. A meno che non venga riconosciuto - come è successo in altre cause sempre contro il ministero dell’Ambiente - anche il danno biologico. In quel caso è ipotizzabile addirittura un raddoppio della cifra. Chi lo pagherà? (Terra)

Leggi anche:
Tutto daccapo per la commissione Via-Vas (Villaggio globale)
Min. Ambiente, Tar dà ragione ad ex membri commissione tecnica (Reuters)
Prestigiacomo sconfessata. "Nuove nomine illegittime" (La Repubblica)

Corso di Riciclaggio!


Da Lunedì 16 novembre 2009 alle ore 16.30 a giovedì 19 novembre 2009 alle ore 18.00 presso il Castello Aragonese di Taranto si svolgerà il Corso di Riciclaggio, tenuto dal maestro ALDINO nel quale verrà insegnata la manipolazione della plastica che quotidianamente utilizziamo (bottiglie, contenitori vari, ecc...). Attraverso questo corso si imparerà a creare oggetti d'arredo e suppellettili vari.

Per Info: Comitato di Quartiere Paolo VI via 25 aprile lotto 7 ed.36
Numero ALDINO: 3484237987 consigliabile
Numero COMITATO: 0994721307
Facebook: Comitatodiquartierepaolovi
Sito internet: http://comitatopaolovi.jimdo.com/

sabato 14 novembre 2009

Marepiccolo, dove?


Mentre a Bari veniva proiettato il film che lancia Paolo VI come periferia disperata più fotogenica d'Italia quella stessa sera, il 6 novembre 2009, Paolo VI, trascorreva sorniona il suo sempre, fatto di buio e fumo.

Abbiamo il nuovo Piano Regionale delle Acque

Piano Regionale di tutela delle acque

Il Piano, partendo da approfondita e dettagliata analisi territoriale, dallo stato delle risorse idriche regionali e dalle problematiche connesse alla salvaguardia delle stesse, delinea gli indirizzi per lo sviluppo delle azioni da intraprendere nel settore fognario-depurativo nonché per l’attuazione delle altre iniziative ed interventi, finalizzati ad assicurare la migliore tutela igienico-sanitaria ed ambientale. Alcuni file potrebbero richiedere la password: pugliapta

Oligodemocrazia

Rinviato referendum sulla chiusura dell'Ilva di Taranto
Il referendum chiesto dal comitato «Taranto Futura », presieduto dall’avvocato Nico Russo, non potrà più tenersi a fine marzo

Il referendum consultivo sulla chiusura dell’Ilva si rinvia. Così ha deciso ieri, a maggioranza, il consiglio comunale di Taranto con la sola opposizione formale dei consiglieri Mario Laruccia (Riformisti), Giampaolo Vietri (Pdl) e col «no» che il movimento «Agorà» (Massimiliano Di Cuia e Giovanni Ungaro) poi affida ad un comunicato stampa. Ma cosa è accaduto? La maggioranza di centrosinistra ha modificato il regolamento approvando un emendamento del presidente del Consiglio comunale, Gina Lupo. In estrema sintesi, il testo prevede che il referendum consultivo non possa svolgersi in concomitanza con le elezioni comunali, provinciali, circoscrizionali e regionali. Questa è la novità. E, in questo modo, il referendum chiesto dal comitato «Taranto Futura », presieduto dall’avvocato Nico Russo, non potrà più tenersi a fine marzo.
Il motivo è riconducibile alla necessità di non influenzare il dibattito ed il voto previsto per le elezioni regionali. Tesi, questa, respinta dall’opposizione. Laruccia, infatti, obietta che «anche le elezioni politiche hanno un’influenza sul territorio » mentre per Di Cuia «Il rinvio del referendum sull’Ilva è un grave errore e dimostra in quale modo questa maggioranza intende amministrare il nostro territorio: sfuggendo il confronto e negando ai cittadini la possibilità di dire la loro su una questione così importante». Ovvero, di esprimersi sulla chiusura dello stabilimento siderurgico oppure dell’area a caldo.
Complessivamente sono cinque i quesiti referendari proposti.

  1. Il primo quesito chiede di esprimersi sulla chiusura dell'Ilva, «con l'impegno del Governo di tutelare l'occupazione, impiegando le maestranze per lo smantellamento e bonifica dell'area in cui sono attualmente situati gli impianti industriali, e di destinare l'area stessa per altre attività economiche non inquinanti ».
  2. Il secondo quesito propone la chiusura dell'area a caldo dell'Ilva, «maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali, con l'impegno del Governo di far impiegare i lavoratori dell’area a caldo in altre attività».
  3. Il terzo propone che il Comune di Taranto chieda all'Ilva il risarcimento dei danni per inquinamento ambientale.
  4. Il quarto quesito chiede che il sindaco obblighi l'Ilva Spa e le altre industrie di Taranto a bonificare il territorio e il mare inquinato a loro spese, sulla base del principio «chi inquina paga», così come sancito dall'art. 174 comma 2 del Trattato dell'Unione Europea.
  5. Il quinto quesito, infine, chiede che «il Consiglio Comunale di Taranto si adegui al risultato positivo derivante dal referendum consultivo in materia di ambiente, sulla chiusura totale o parziale dell'Ilva (della sola area a caldo), con la tutela dell'occupazione, così come prospettato dai quesiti referendari del Comitato Promotore «Taranto Futura», nel pieno rispetto del principio della sovranità popolare, così come previsto dall'art. 1 della Costituzione».
Fabio Venere, La Gazzetta del Mezzogiorno

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