LA REALTÀ AGRICOLA ODIERNA è MERCIFICATA E RESA ORMAI A BRANDELLI
DAL SACCHEGGIO DELLE TERRE E DAI MERCATI . Di questo ed altro si parlerà a Maruggio in un incontro organizzato dal COMITATO CITTADINO ANTINUCLEARE MARUGGIO. L'incontro dibattito dal titolo "Un'agricoltura saggia e collettiva è ancora possibile" si terrà sabato 09 novembre 2013 alle ore 18.30 (VIA VITTORIO EMANUELE 14, C/O ARCI PAISÀ) a Maruggio.
SARÀ PROIETTATO IL FILMATO "SEMI RESISTENTI”
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mercoledì 6 novembre 2013
giovedì 14 luglio 2011
Inchiesta arte: il Comitato per Taranto collabora con L'Espresso
Riportiamo un'inchiesta condotta da Riccardo Bocca, giornalista de L'Espresso sul degrado dei beni culturali italiani. Il Comitato per Taranto ha collaborato inviando una serie di segnalazioni che a suo tempo vennero postate sul nostro blog, di cui un paio (Palazzo Carducci e il mosaico romano di Torre Ovo) sono state pubblicate.
Il turismo è chiuso per dissesto
di Riccardo Bocca (L'Espresso)
Capolavori inaccessibili. Coperti di rifiuti. Usati come spartitraffico. O abbandonati da anni. Dal Piemonte alla Campania, dalla Val d'Aosta alla Calabria, ecco i tesori naturalistici e artistici che gridano vendetta
(07 luglio 2011)
I rinforzi di cemento armato che deturpano i Sassi di Matera I rinforzi di cemento armato che deturpano i Sassi di MateraUno dice: i Sassi di Matera. E già basta a evocare, in tutta la sua magia, un vanto della Basilicata e della nostra nazione. Patrimonio dell'Unesco dal 1993, testimonianza storica di valore assoluto, dovrebbe essere un "gioiello da custodire con venerazione", come invoca Pio Acito di Legambiente Lucania. E invece no: "Quasi fosse normale, questa meraviglia viene in continuazione aggredita dai responsabili pubblici con interventi invasivi". Basti pensare, sostiene Acito, che "si rimedia ai crolli dei Sassi con rinforzi in cemento armato, coperti da mattoni di tufo che nascondono lo scempio". E non basta il problema della scalinata crollata, anni fa, in via San Potito, "ora in fase di recupero con assurdi pilastri di ferro e cemento già utilizzati per altre parti malridotte".
Il peggio, secondo i materani che abitano nei Sassi ristrutturati (circa 2 mila famiglie), è la strada carrabile interna, "utilizzata come una qualunque circonvallazione con migliaia di auto". Un sigillo di modernità invasiva a cui i cittadini abbinano, loro malgrado, l'enorme buca scavata nel 2006 accanto al convento di Sant'Agostino: "Doveva diventare, per volontà della Soprintendenza regionale ai beni paesaggistici, un parcheggio riservato ai propri dipendenti", ricorda Acito: "Di fatto, ha sventrato un orto-giardino trasformandolo in discarica di materiali inerti". Della serie: "Il miglior biglietto da visita, per chi entra nella nostra città...".
L'hanno ribattezzato turismo harakiri, gli esasperati addetti ai beni culturali e alla tutela del territorio. E' la specialità nostrana di scoraggiare i visitatori, internazionali e non, con inefficienze ed errori da matita blu. "Una combinazione fatale di sciatteria, furbizia autolesionista e incapacità di promozione", la chiama Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all'Università dell'Aquila: "A parte forse il Colosseo, la Torre di Pisa e qualche altro splendore naturale, il territorio soffre la disattenzione cronica alle sue bellezze". Un handicap che lega Nord e Sud, e che è in perfetta sintonia con il sondaggio commissionato all'Istituto Ipsos dal Fondo per l'ambiente italiano (Fai): "Abbiamo chiesto a un campione di italiani cosa più rappresentasse l'identità nazionale", dice un ricercatore, "e al primo posto si è piazzato il tris di "arte, cultura e musica" (44 per cento), seguito da "monumenti e architettura" (40)". Peccato, va però aggiunto, che nel medesimo sondaggio gli italiani abbiano indicato anche le associazioni no profit da loro finanziate l'anno scorso. E che quelle "culturali", o in ogni caso dedicate alla "valorizzazione del patrimonio architettonico e artistico", non siano andate oltre il decimo posto.
"Un controsenso, amare i nostri gioielli e non volerli sostenere, che è figlio dell'abbondanza", afferma Marco Magnifico, vicepresidente del Fai. Se l'Italia non valorizza, anzi mortifica il binomio arte e natura, "è insomma colpa dell'assuefazione all'eccellenza, sfociata oggi in puro masochismo". Altrimenti non si spiegherebbero, continua Magnifico, le condizioni della reggia di Carditello, a un passo da Caserta. "La struttura borbonica, posseduta dal Consorzio di bonifica del basso Volturno e adesso all'asta, sarebbe la perfetta meta estiva per gli appassionati di storia e architettura". Invece offre ai turisti un triste spettacolo: "Abbiamo il territorio marchiato da collinette di pattume seppellito", indica chi vive nella zona. E peggio ancora si mostra l'interno della reggia, dietro a un cancello chiuso per proteggere dai cedimenti del tetto. "Tempo fa, i custodi hanno scoperto che rubavano le tegole settecentesche. Dopodiché qualcuno ha sottratto le panche. Infine, i soliti furbi si sono portati via molti gradini dello scalone". Cos'altro aggiungere? "Che per i visitatori stranieri è una vergogna inqualificabile", dice Magnifico, "mentre per noi italiani è una delle tante, tantissime occasioni sfumate...".
Si potrebbe pensare: ecco le solite sventure in terra di Gomorra. Ecco il solito degrado di un Meridione sempre più abbandonato a se stesso. "E in parte è così", lamentano gli ambientalisti campani. Resta il fatto che, anche cambiando regione e costumi, il vizietto dell'autogol turistico si ripresenta puntuale. "Venite in Liguria, ad Albenga, a scoprire come si punisce una cittadina di mare...", invita l'attivista del Wwf ligure Fernanda Pescetto. E in effetti non ha tutti i torti a parlare in quest'angolo di Ponente di "soluzioni miopi". A indignarla, in particolare, è il trattamento riservato al fiume Centa: "Malgrado la sua foce sia un Sito di interesse comunitario, è stata massacrata da un sottopasso ferroviario con tanto di fettuccia stradale". Costo dell'operazione: 2 milioni 800 mila euro, divisi tra il comune di Albenga (2,5 milioni) e la Regione. E non è l'unico dettaglio a generare polemiche: "Il corso del Centa è stato escluso dal centro rinchiudendolo in grandi muraglioni", aggiunge Pescetto. Risultato: "Per vedere il fiume e le colline, i turisti più volenterosi provano ad arrampicarsi sugli argini di cemento, ma sono talmente alti che devono arrendersi"
Incapacità? Disattenzione per il territorio? O inevitabili costi della modernità? Le spiegazioni per gli harakiri turistici, in Italia, sono le più svariate. Resta il fatto che la reazione degli italiani, di fronte a queste situazioni, è sempre identica: "Un faticoso dispiacere", lo definisce Silvio Cinquini dell'associazione di volontariato Fti (Ferrovie turistiche italiane). "Quest'estate, per dire, i turisti potrebbero sperimentare certe splendide linee secondarie, attraverso paesaggi e sapori dimenticati". Ma per ragioni che oscillano tra carenza di fondi, scarsità di personale o anche solo aggiustamenti delle linee, queste tratte vengono sospese. "Mi riferisco, ad esempio, alla ferrovia in Abruzzo tra Sulmona a Carpinone, che oltre al primato della stazione italiana Fs più alta dopo il Brennero (è quella di Rivisondoli-Pescocostanzo, 1.268 metri), vanta una superlativa balconata sopra al Parco della Maiella". Situazione che potrebbe essere sfruttata al meglio, quest'estate, non fosse appunto che in luglio e agosto è negata da lavori in corso. "Stesso destino", aggiunge Cinquini, "riservato d'altronde alla linea da Palazzolo a Paratico-Sarnico, che dal lago d'Iseo costeggia dolcemente il fiume Oglio". Anche se in questo caso, i motivi dello stop sono ancora più sconsolanti: "E' l'unica tratta italiana gestita da volontari e a imporre la pausa estiva ci ha pensato la crisi economica...".
"Il problema", a sentire il vicepresidente del Fai Magnifico, "è che al di là dei singoli episodi, i cittadini si aspettano ancora che intervenga lo Stato. Non capendo, invece, che in questo settore i vertici pubblici si sforzano poco: anzi, pochissimo". Per la nostra politica, dice insomma Magnifico, "la ricchezza culturale e ambientale è un orpello: niente che meriti eccessive attenzioni" o una "sorveglianza severa e costante" da parte delle sovrintendenze. Dopodiché è naturale che questo clima pesante, per non dire asfittico, si riverberi nell'estate 2011 su tante perle della Penisola. "Com'è accettabile", chiedono ad esempio gli abitanti di Aosta, "che l'Area funeraria fuori Porta Decumana, necropoli romana nel cuore della città, sia visitabile soltanto il primo mercoledì del mese, per giunta appena dalle 14 alle 18? "Perché una città viva come Milano", domanda Alessandra Perego del Wwf lombardo, "lascia che l'orto botanico di Brera, segnalato da tutte le guide, resti chiusa in agosto per assenza di personale?". E ancora: com'è potuto accadere che la Cittadella di Alessandria, superba fortificazione a pianta ellittica del Diciottesimo secolo, oggi in condizioni critiche, sia visitabile giusto in occasioni speciali, e per cortese disponibilità dei volontari Fai?
"La verità", dicono gli addetti ai lavori, "è che in troppe regioni siamo all'allarme rosso". E la situazione, aggiungono, "peggiora a velocità spaziale". Di recente, non a caso, il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, ha parlato in via informale del deserto di uomini e mezzi con cui si confronta l'Italia: partendo dal personale nei musei ("Il Louvre ha oltre 2 mila dipendenti, gli Uffizi non arrivano a 200..."), passando per la mancanza di professionisti ("Servono archeologi, architetti, storici, bibliotecari...") e arrivando alla miseria di attrezzature ("Dalle auto al carburante, dai cellulari ai computer..."). Una rincorsa all'efficienza che, a livello nazionale, alimenta fiumi di frustrazione, provocando sul fronte locale danni a tutto campo. "In sei giorni abbiamo ricevuto più di cento segnalazioni", dice dalla Puglia Pasquale Salvemini, responsabile Wwf del numero verde 800 085 898 per gli scempi territoriali. "Tra le occasioni perse dal turismo 2011", racconta Luigi Oliva del Comitato per Taranto, "c'è nella città vecchia Palazzo Carducci, gioiello del Diciassettesimo secolo depredato pezzo dopo pezzo". Non più allegro, nel foggiano, è il capitolo della riserva naturale Isola Varano, dove Salvemini denuncia accanto al mare "cataste di rifiuti a rischio come bombole di gas, plastica di ogni genere e ferraglia arrugginita". Senza affrontare, per carità di patria, i botta e risposta sul mosaico romano di Maruggio, in provincia di Taranto. Un reperto presentato dagli ambientalisti come "magnifica opera d'arte a 20 metri dal mare", ma "ricoperto in buona parte da terriccio e ciuffi d'erba", nonché "privato dei suoi pezzi migliori".
Certo, riflette un sovrintendente, non è casuale che in libreria trionfino saggi come "Vandali, l'assalto alle bellezze d'Italia" (di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), o "La colata, il partito del cemento" (del pool Garibaldi-Massari-Preve-Salvaggiulo-Sansa). "La sensazione", interviene Nuccio Barillà di Legambiente Calabria, "è che gli italiani stiano realizzando quanto sia devastante, in termini culturali ed economici, questa sindrome autodistruttiva". Tanto più che, in parallelo, "il potere insiste a concentrarsi su tutt'altro, non afferrando quest'opportunità di riscossa nazionale".
Per la cronaca, tra gli esempi di harakiri calabresi, Barillà segnala la collina di Pentimele, "uno dei luoghi più suggestivi del nostro Sud: invidiabile affaccio sopra Reggio Calabria, con tanto di fortezze ottocentesche e panorama fino all'Etna, abbandonato senza pudore tra sterpaglie e buche". Una vergogna che i reggini fanno benissimo a non tollerare, ma che nell'Italia 2011, patria di sfacciati abusi e trascuratezze, non riesce ad aggiudicarsi la palma della miglior sciatteria. "L'esempio più incredibile di com'è gestito il nostro patrimonio", dice Giovanni La Magna di Wwf Campania, si trova piuttosto nel napoletano: "A Bacoli, dove il pubblico può visitare la celebre Piscina Mirabile, cioè la più grande cisterna romana esistente". Un tesoro, è logico, che richiederebbe infinite cure. Ma quando telefoni al numero indicato dal Circuito informativo campano per i Beni culturali, non trovi un ufficio turistico che illustri gli orari. E neppure custodi poliglotti adeguati al compito. A rispondere, in dialetto, è la gentile signora Giovanna. Che circondata dal rumore dei muratori, per il quale si scusa, spiega: "Non ci sta problema! Venite qui a casa mia, al numero nove di via Pihttp://www.blogger.com/img/blank.gifscina Mirabile, che ho io le chiavi della cisterna". Altrimenti, aggiunge, "c'è pure Filomena...".
Si accettano scommesse sulla reazione di un turista giapponese. O anche, più banalmente, di un visitatore bergamasco.
Se anche tu sei a conoscenza di uno più casi di tesori naturalistici o artistici mal gestiti in Italia (e non descritti in questo articolo) puoi segnalarlo nei commenti qui sotto, aiutandoci a integrare la nostra inchiesta. Grazie!
Il turismo è chiuso per dissesto
di Riccardo Bocca (L'Espresso)
Capolavori inaccessibili. Coperti di rifiuti. Usati come spartitraffico. O abbandonati da anni. Dal Piemonte alla Campania, dalla Val d'Aosta alla Calabria, ecco i tesori naturalistici e artistici che gridano vendetta
(07 luglio 2011)
I rinforzi di cemento armato che deturpano i Sassi di Matera I rinforzi di cemento armato che deturpano i Sassi di MateraUno dice: i Sassi di Matera. E già basta a evocare, in tutta la sua magia, un vanto della Basilicata e della nostra nazione. Patrimonio dell'Unesco dal 1993, testimonianza storica di valore assoluto, dovrebbe essere un "gioiello da custodire con venerazione", come invoca Pio Acito di Legambiente Lucania. E invece no: "Quasi fosse normale, questa meraviglia viene in continuazione aggredita dai responsabili pubblici con interventi invasivi". Basti pensare, sostiene Acito, che "si rimedia ai crolli dei Sassi con rinforzi in cemento armato, coperti da mattoni di tufo che nascondono lo scempio". E non basta il problema della scalinata crollata, anni fa, in via San Potito, "ora in fase di recupero con assurdi pilastri di ferro e cemento già utilizzati per altre parti malridotte".
Il peggio, secondo i materani che abitano nei Sassi ristrutturati (circa 2 mila famiglie), è la strada carrabile interna, "utilizzata come una qualunque circonvallazione con migliaia di auto". Un sigillo di modernità invasiva a cui i cittadini abbinano, loro malgrado, l'enorme buca scavata nel 2006 accanto al convento di Sant'Agostino: "Doveva diventare, per volontà della Soprintendenza regionale ai beni paesaggistici, un parcheggio riservato ai propri dipendenti", ricorda Acito: "Di fatto, ha sventrato un orto-giardino trasformandolo in discarica di materiali inerti". Della serie: "Il miglior biglietto da visita, per chi entra nella nostra città...".
L'hanno ribattezzato turismo harakiri, gli esasperati addetti ai beni culturali e alla tutela del territorio. E' la specialità nostrana di scoraggiare i visitatori, internazionali e non, con inefficienze ed errori da matita blu. "Una combinazione fatale di sciatteria, furbizia autolesionista e incapacità di promozione", la chiama Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all'Università dell'Aquila: "A parte forse il Colosseo, la Torre di Pisa e qualche altro splendore naturale, il territorio soffre la disattenzione cronica alle sue bellezze". Un handicap che lega Nord e Sud, e che è in perfetta sintonia con il sondaggio commissionato all'Istituto Ipsos dal Fondo per l'ambiente italiano (Fai): "Abbiamo chiesto a un campione di italiani cosa più rappresentasse l'identità nazionale", dice un ricercatore, "e al primo posto si è piazzato il tris di "arte, cultura e musica" (44 per cento), seguito da "monumenti e architettura" (40)". Peccato, va però aggiunto, che nel medesimo sondaggio gli italiani abbiano indicato anche le associazioni no profit da loro finanziate l'anno scorso. E che quelle "culturali", o in ogni caso dedicate alla "valorizzazione del patrimonio architettonico e artistico", non siano andate oltre il decimo posto.
"Un controsenso, amare i nostri gioielli e non volerli sostenere, che è figlio dell'abbondanza", afferma Marco Magnifico, vicepresidente del Fai. Se l'Italia non valorizza, anzi mortifica il binomio arte e natura, "è insomma colpa dell'assuefazione all'eccellenza, sfociata oggi in puro masochismo". Altrimenti non si spiegherebbero, continua Magnifico, le condizioni della reggia di Carditello, a un passo da Caserta. "La struttura borbonica, posseduta dal Consorzio di bonifica del basso Volturno e adesso all'asta, sarebbe la perfetta meta estiva per gli appassionati di storia e architettura". Invece offre ai turisti un triste spettacolo: "Abbiamo il territorio marchiato da collinette di pattume seppellito", indica chi vive nella zona. E peggio ancora si mostra l'interno della reggia, dietro a un cancello chiuso per proteggere dai cedimenti del tetto. "Tempo fa, i custodi hanno scoperto che rubavano le tegole settecentesche. Dopodiché qualcuno ha sottratto le panche. Infine, i soliti furbi si sono portati via molti gradini dello scalone". Cos'altro aggiungere? "Che per i visitatori stranieri è una vergogna inqualificabile", dice Magnifico, "mentre per noi italiani è una delle tante, tantissime occasioni sfumate...".
Si potrebbe pensare: ecco le solite sventure in terra di Gomorra. Ecco il solito degrado di un Meridione sempre più abbandonato a se stesso. "E in parte è così", lamentano gli ambientalisti campani. Resta il fatto che, anche cambiando regione e costumi, il vizietto dell'autogol turistico si ripresenta puntuale. "Venite in Liguria, ad Albenga, a scoprire come si punisce una cittadina di mare...", invita l'attivista del Wwf ligure Fernanda Pescetto. E in effetti non ha tutti i torti a parlare in quest'angolo di Ponente di "soluzioni miopi". A indignarla, in particolare, è il trattamento riservato al fiume Centa: "Malgrado la sua foce sia un Sito di interesse comunitario, è stata massacrata da un sottopasso ferroviario con tanto di fettuccia stradale". Costo dell'operazione: 2 milioni 800 mila euro, divisi tra il comune di Albenga (2,5 milioni) e la Regione. E non è l'unico dettaglio a generare polemiche: "Il corso del Centa è stato escluso dal centro rinchiudendolo in grandi muraglioni", aggiunge Pescetto. Risultato: "Per vedere il fiume e le colline, i turisti più volenterosi provano ad arrampicarsi sugli argini di cemento, ma sono talmente alti che devono arrendersi"
Incapacità? Disattenzione per il territorio? O inevitabili costi della modernità? Le spiegazioni per gli harakiri turistici, in Italia, sono le più svariate. Resta il fatto che la reazione degli italiani, di fronte a queste situazioni, è sempre identica: "Un faticoso dispiacere", lo definisce Silvio Cinquini dell'associazione di volontariato Fti (Ferrovie turistiche italiane). "Quest'estate, per dire, i turisti potrebbero sperimentare certe splendide linee secondarie, attraverso paesaggi e sapori dimenticati". Ma per ragioni che oscillano tra carenza di fondi, scarsità di personale o anche solo aggiustamenti delle linee, queste tratte vengono sospese. "Mi riferisco, ad esempio, alla ferrovia in Abruzzo tra Sulmona a Carpinone, che oltre al primato della stazione italiana Fs più alta dopo il Brennero (è quella di Rivisondoli-Pescocostanzo, 1.268 metri), vanta una superlativa balconata sopra al Parco della Maiella". Situazione che potrebbe essere sfruttata al meglio, quest'estate, non fosse appunto che in luglio e agosto è negata da lavori in corso. "Stesso destino", aggiunge Cinquini, "riservato d'altronde alla linea da Palazzolo a Paratico-Sarnico, che dal lago d'Iseo costeggia dolcemente il fiume Oglio". Anche se in questo caso, i motivi dello stop sono ancora più sconsolanti: "E' l'unica tratta italiana gestita da volontari e a imporre la pausa estiva ci ha pensato la crisi economica...".
"Il problema", a sentire il vicepresidente del Fai Magnifico, "è che al di là dei singoli episodi, i cittadini si aspettano ancora che intervenga lo Stato. Non capendo, invece, che in questo settore i vertici pubblici si sforzano poco: anzi, pochissimo". Per la nostra politica, dice insomma Magnifico, "la ricchezza culturale e ambientale è un orpello: niente che meriti eccessive attenzioni" o una "sorveglianza severa e costante" da parte delle sovrintendenze. Dopodiché è naturale che questo clima pesante, per non dire asfittico, si riverberi nell'estate 2011 su tante perle della Penisola. "Com'è accettabile", chiedono ad esempio gli abitanti di Aosta, "che l'Area funeraria fuori Porta Decumana, necropoli romana nel cuore della città, sia visitabile soltanto il primo mercoledì del mese, per giunta appena dalle 14 alle 18? "Perché una città viva come Milano", domanda Alessandra Perego del Wwf lombardo, "lascia che l'orto botanico di Brera, segnalato da tutte le guide, resti chiusa in agosto per assenza di personale?". E ancora: com'è potuto accadere che la Cittadella di Alessandria, superba fortificazione a pianta ellittica del Diciottesimo secolo, oggi in condizioni critiche, sia visitabile giusto in occasioni speciali, e per cortese disponibilità dei volontari Fai?
"La verità", dicono gli addetti ai lavori, "è che in troppe regioni siamo all'allarme rosso". E la situazione, aggiungono, "peggiora a velocità spaziale". Di recente, non a caso, il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, ha parlato in via informale del deserto di uomini e mezzi con cui si confronta l'Italia: partendo dal personale nei musei ("Il Louvre ha oltre 2 mila dipendenti, gli Uffizi non arrivano a 200..."), passando per la mancanza di professionisti ("Servono archeologi, architetti, storici, bibliotecari...") e arrivando alla miseria di attrezzature ("Dalle auto al carburante, dai cellulari ai computer..."). Una rincorsa all'efficienza che, a livello nazionale, alimenta fiumi di frustrazione, provocando sul fronte locale danni a tutto campo. "In sei giorni abbiamo ricevuto più di cento segnalazioni", dice dalla Puglia Pasquale Salvemini, responsabile Wwf del numero verde 800 085 898 per gli scempi territoriali. "Tra le occasioni perse dal turismo 2011", racconta Luigi Oliva del Comitato per Taranto, "c'è nella città vecchia Palazzo Carducci, gioiello del Diciassettesimo secolo depredato pezzo dopo pezzo". Non più allegro, nel foggiano, è il capitolo della riserva naturale Isola Varano, dove Salvemini denuncia accanto al mare "cataste di rifiuti a rischio come bombole di gas, plastica di ogni genere e ferraglia arrugginita". Senza affrontare, per carità di patria, i botta e risposta sul mosaico romano di Maruggio, in provincia di Taranto. Un reperto presentato dagli ambientalisti come "magnifica opera d'arte a 20 metri dal mare", ma "ricoperto in buona parte da terriccio e ciuffi d'erba", nonché "privato dei suoi pezzi migliori".
Certo, riflette un sovrintendente, non è casuale che in libreria trionfino saggi come "Vandali, l'assalto alle bellezze d'Italia" (di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), o "La colata, il partito del cemento" (del pool Garibaldi-Massari-Preve-Salvaggiulo-Sansa). "La sensazione", interviene Nuccio Barillà di Legambiente Calabria, "è che gli italiani stiano realizzando quanto sia devastante, in termini culturali ed economici, questa sindrome autodistruttiva". Tanto più che, in parallelo, "il potere insiste a concentrarsi su tutt'altro, non afferrando quest'opportunità di riscossa nazionale".
Per la cronaca, tra gli esempi di harakiri calabresi, Barillà segnala la collina di Pentimele, "uno dei luoghi più suggestivi del nostro Sud: invidiabile affaccio sopra Reggio Calabria, con tanto di fortezze ottocentesche e panorama fino all'Etna, abbandonato senza pudore tra sterpaglie e buche". Una vergogna che i reggini fanno benissimo a non tollerare, ma che nell'Italia 2011, patria di sfacciati abusi e trascuratezze, non riesce ad aggiudicarsi la palma della miglior sciatteria. "L'esempio più incredibile di com'è gestito il nostro patrimonio", dice Giovanni La Magna di Wwf Campania, si trova piuttosto nel napoletano: "A Bacoli, dove il pubblico può visitare la celebre Piscina Mirabile, cioè la più grande cisterna romana esistente". Un tesoro, è logico, che richiederebbe infinite cure. Ma quando telefoni al numero indicato dal Circuito informativo campano per i Beni culturali, non trovi un ufficio turistico che illustri gli orari. E neppure custodi poliglotti adeguati al compito. A rispondere, in dialetto, è la gentile signora Giovanna. Che circondata dal rumore dei muratori, per il quale si scusa, spiega: "Non ci sta problema! Venite qui a casa mia, al numero nove di via Pihttp://www.blogger.com/img/blank.gifscina Mirabile, che ho io le chiavi della cisterna". Altrimenti, aggiunge, "c'è pure Filomena...".
Si accettano scommesse sulla reazione di un turista giapponese. O anche, più banalmente, di un visitatore bergamasco.
Se anche tu sei a conoscenza di uno più casi di tesori naturalistici o artistici mal gestiti in Italia (e non descritti in questo articolo) puoi segnalarlo nei commenti qui sotto, aiutandoci a integrare la nostra inchiesta. Grazie!
sabato 27 marzo 2010
Depuratore bocciato: non si dà valore all'ambiente!
Il Tar boccia il depuratore di Manduria-Sava: “Non rispetta il volere dei comuni”
MANDURIA – Il Tar di Lecce ha annullato il parere favorevole di compatibilità ambientale espresso dal Servizio ecologia della Regione Puglia per il progetto relativo all’impianto con scarico nel mare di Specchiarica del depuratore a servizio degli abitanti di Sava, Manduria e delle marine di Manduria. La sentenza che porta la firma del presidente del Tar Aldo Ravalli è stata emessa ieri e boccia sonoramente i piani regionali e rimette in gioco tutti i progetti dell’Acquedotto pugliese fortemente sponsorizzati dal governo Vendola e dall’amministrazione di Sava ma osteggiati dall’amministrazione uscente di Manduria e dalle comunità di Maruggio e Avetrana.
Il dispositivo dei giudici rende nulli tutti i presupposti necessari alla realizzazione dell’opera ed entra nel merito del progetto evidenziando in esso delle incongruenze davvero macroscopiche. Oltre a motivi di ordine procedurale, come l’assenza dei pareri di merito della Provincia di Taranto e dei comuni interessati con particolare interesse per Manduria, il presidente Ravalli si è addentrato in questioni di natura economica e ambientale. Trovando contraddittorio, ad esempio, il comportamento della regione Puglia che prima (marzo del 2009) «riscontra notevoli carenze progettuali con particolare riferimento allo scarico dei reflui ed al loro impatto sull’ambiente marino, ordinando di conseguenza alla società proponente un supplemento istruttorio» mentre poi accetta la soluzione prospettata dall’Aqp «nonostante manchi la richiesta analisi costi-benefici nonché l’indicazione di eventuali alternative localizzatrici». In fase d’istruttoria la stessa Regione Puglia, fa notare il Tar, aveva dichiarato che l’opzione numero 3 (condotta sottomarina lunga 3600 metri e profonda 35) risultava “la più cautelativa” mentre quella numero 2 (condotta di 1000 metri e 10 di profondità) veniva definita “non ottima, in quanto lo scarico dei reflui depurati avviene all’interno dell’area Sic” (Sito di interesse comunitario). Nonostante questo gli uffici regionali stabilirono che doveva essere data comunque preferenza alla seconda ipotesi in quanto “appare quella che concretamente consente di ottenere i maggiori benefici ambientali con costi pubblici economicamente sostenibili”. E qui il presidente del Tar, Ravalli, sfodera una lezione di diritto-ambientale. Tra i costi di un tale progetto, il giudice amministrativista mette in parallelo «la somma che la collettività è disposta a pagare per assicurarsi un bene od un servizio desiderati e quanto è invece è disposta ad esborsare per evitare una cosa non gradita. Nella specie – rileva il giudice – andava dunque esemplificamente considerata, da un lato, la disponibilità a pagare per lo smaltimento dei reflui; dall’altro lato, la disponibilità a pagare della popolazione per la conservazione di un ambiente naturale quello in esame».
Di tutto ciò, si legge ancora nella sentenza, «non v’è traccia dato che sono stati considerati unicamente dati finanziari (che pure rientrano nella suddetta analisi costi benefici, ma non sono i soli), ossia l’esborso in termini contabili che le varie scelte ipotizzate avrebbero comportato, non anche le conseguenze che, in chiave sociale e soprattutto ambientale (e tradotte nei termini anzidetti), avrebbero potuto in concreto derivare dalle varie soluzioni prospettate». Tra gli altri motivi di accoglimento del ricorso, il Tar segnala anche la mancata considerazione, da parte degli uffici regionali, della proposta avanzata dall’amministrazione comunale di Manduria che nell’esprimere opposizione al depuratore così concepito, ipotizzava un piano di riutilizzo delle acque per l’agricoltura.
Nel ricorso in questione il Comune di Manduria è stato difeso dall’avvocato Gianluigi Pellegrino mentre la regione Puglia dall’avvocatessa Antonella Loffredo. L’Acquedotto pugliese non si è costituito. Possibile ora un ricorso al Consiglio di Stato.
(La Voce di Manduria)
Il dispositivo dei giudici rende nulli tutti i presupposti necessari alla realizzazione dell’opera ed entra nel merito del progetto evidenziando in esso delle incongruenze davvero macroscopiche. Oltre a motivi di ordine procedurale, come l’assenza dei pareri di merito della Provincia di Taranto e dei comuni interessati con particolare interesse per Manduria, il presidente Ravalli si è addentrato in questioni di natura economica e ambientale. Trovando contraddittorio, ad esempio, il comportamento della regione Puglia che prima (marzo del 2009) «riscontra notevoli carenze progettuali con particolare riferimento allo scarico dei reflui ed al loro impatto sull’ambiente marino, ordinando di conseguenza alla società proponente un supplemento istruttorio» mentre poi accetta la soluzione prospettata dall’Aqp «nonostante manchi la richiesta analisi costi-benefici nonché l’indicazione di eventuali alternative localizzatrici». In fase d’istruttoria la stessa Regione Puglia, fa notare il Tar, aveva dichiarato che l’opzione numero 3 (condotta sottomarina lunga 3600 metri e profonda 35) risultava “la più cautelativa” mentre quella numero 2 (condotta di 1000 metri e 10 di profondità) veniva definita “non ottima, in quanto lo scarico dei reflui depurati avviene all’interno dell’area Sic” (Sito di interesse comunitario). Nonostante questo gli uffici regionali stabilirono che doveva essere data comunque preferenza alla seconda ipotesi in quanto “appare quella che concretamente consente di ottenere i maggiori benefici ambientali con costi pubblici economicamente sostenibili”. E qui il presidente del Tar, Ravalli, sfodera una lezione di diritto-ambientale. Tra i costi di un tale progetto, il giudice amministrativista mette in parallelo «la somma che la collettività è disposta a pagare per assicurarsi un bene od un servizio desiderati e quanto è invece è disposta ad esborsare per evitare una cosa non gradita. Nella specie – rileva il giudice – andava dunque esemplificamente considerata, da un lato, la disponibilità a pagare per lo smaltimento dei reflui; dall’altro lato, la disponibilità a pagare della popolazione per la conservazione di un ambiente naturale quello in esame».
Di tutto ciò, si legge ancora nella sentenza, «non v’è traccia dato che sono stati considerati unicamente dati finanziari (che pure rientrano nella suddetta analisi costi benefici, ma non sono i soli), ossia l’esborso in termini contabili che le varie scelte ipotizzate avrebbero comportato, non anche le conseguenze che, in chiave sociale e soprattutto ambientale (e tradotte nei termini anzidetti), avrebbero potuto in concreto derivare dalle varie soluzioni prospettate». Tra gli altri motivi di accoglimento del ricorso, il Tar segnala anche la mancata considerazione, da parte degli uffici regionali, della proposta avanzata dall’amministrazione comunale di Manduria che nell’esprimere opposizione al depuratore così concepito, ipotizzava un piano di riutilizzo delle acque per l’agricoltura.
Nel ricorso in questione il Comune di Manduria è stato difeso dall’avvocato Gianluigi Pellegrino mentre la regione Puglia dall’avvocatessa Antonella Loffredo. L’Acquedotto pugliese non si è costituito. Possibile ora un ricorso al Consiglio di Stato.
(La Voce di Manduria)
venerdì 26 febbraio 2010
venerdì 5 febbraio 2010
Da Maruggio: No al Nucleare!
Comunicato stampa

Il comitato cittadino antinucleare di Maruggio ed il coordinamento provinciale antinucleare tarantino organizzano un DIBATTITO PUBBLICO a Maruggio il 20 febbraio 2010 sulla questione nucleare: VERITÀ e FALSITÀ. Nello specifico saranno trattati i seguenti punti:
1) NECESSITÀ per l’Italia di aumentare la sua produzione energetica anche attraverso l’energia nucleare intesa come alternativa al petrolio;
2) COSTO dell’energia nucleare;
3) ESISTENZA delle centrali “sicure” di nuova generazione;
4) INQUINAMENTO relativo ed assoluto delle centrali nucleari – le scorie radioattive.
Questa iniziativa, a cui ne seguiranno delle altre, ha lo scopo di elevare la conoscenza e la coscienza nell’ambito dell’energia atomica, sui rischi connessi al suo uso civile e militare, di dire NO alla costruzione delle centrali nucleari previste dal Decreto Sviluppo approvato dal governo italiano nel luglio 2009.
Ripartire dalle lotte contro il nucleare degli anni ’80, culminate con la vittoria del referendum del 1987, diventa imperativo. Con gli ipotetici siti di Ostuni, Avetrana, Carovigno, la Puglia viene messa ancora una volta sotto attacco: la logica dello sfruttamento si appresta a ripresentare l’antico modello di sviluppo basato su grandi opere con il loro corredo di grandi devastazioni ambientali e di morte. La questione nucleare non può assolutamente essere staccata da una situazione territoriale generale. Il territorio salentino ha subito e continua a subire gli effetti disastrosi di precise scelte economiche, politiche ed ambientali. Il salento poteva vantare storicamente una economia molto forte e specifica, ben radicata sul proprio territorio (vedi agricoltura, artigianato, pesca, etc.). L’asservimento completo della nostra terra, attraverso la sua ristrutturazione con mega impianti industriali e mega poli energetici, svela adesso il falso miraggio ed il ricatto occupazionale, con il rischio di irreversibilità e di terra bruciata di tutto il territorio salentino. In che cosa possiamo rioccupare la forza lavoro, quando le antiche economie ormai non esistono più? Sono bastati solo alcuni decenni di scelte liberiste e coloniali per sacrificare questo territorio, lasciando adesso solo morte e distruzione. Quale alternativa occupazionale possono fornire le istituzioni dopo aver totalmente disgregato il tessuto sociale e culturale di un territorio che esiste ora soltanto come grosso contenitore di diossine, di veleni, di termovalorizzatori, di discariche, di rifiuti di ogni genere, di rigassificatori, del 90 % in surplus di produzione energetica, che sicuramente non giustifica la stessa scelta nucleare.
CHE FARE QUINDI? Innanzitutto cercare di riannodare le fila di un movimento spesso frammentato nelle mille vertenze che si aprono sui territori. Dare solidarietà e sostegno all’emancipazione popolare, anche attraverso una corretta informazione ed iniziative volte a contrastare la disgregazione delle lotte popolari, ribadendo il concetto dell’unità delle lotte popolari stesse per vincere la logica del sistema che vorrebbe lavoratori contro lavoratori, cittadini contro lavoratori, il mondo del lavoro contro l’ambiente. Riconoscere che questa società non è più sostenibile: non è più pensabile un consumo sfrenato di qualsiasi fonte energetica che si è costituita in milioni di anni e che noi sprechiamo in appena un secolo di cosiddetta civiltà industriale. Educare la gente verso il risparmio energetico ed una netta riduzione del consumo di energia. Investire nelle vere energie alternative per un loro corretto utilizzo, contrastando la politica dei mega impianti energetici, che permettono solo il profitto di pochi a discapito dell’interesse collettivo, favorendo la diffusione dei micro impianti, gli unici che permettono realmente a tutti di risparmiare, salvaguardando al tempo stesso gli ecosistemi e l’ambiente in cui viviamo.
Questo è lo spirito dell’iniziativa che si terrà a MARUGGIO IL 20 FEBBRAIO 2010 ALLE ORE 17:30 C/O L’AUDITORIUM PARROCCHIALE IN PIAZZA S. GIOVANNI.
INTERVERRÀ COME RELATORE IL TECNICO NUCLEARE GIORGIO FERRARI.
comitato cittadino antinucleare Maruggio
coordinamento provinciale antinucleare tarantino

Il comitato cittadino antinucleare di Maruggio ed il coordinamento provinciale antinucleare tarantino organizzano un DIBATTITO PUBBLICO a Maruggio il 20 febbraio 2010 sulla questione nucleare: VERITÀ e FALSITÀ. Nello specifico saranno trattati i seguenti punti:
1) NECESSITÀ per l’Italia di aumentare la sua produzione energetica anche attraverso l’energia nucleare intesa come alternativa al petrolio;
2) COSTO dell’energia nucleare;
3) ESISTENZA delle centrali “sicure” di nuova generazione;
4) INQUINAMENTO relativo ed assoluto delle centrali nucleari – le scorie radioattive.
Questa iniziativa, a cui ne seguiranno delle altre, ha lo scopo di elevare la conoscenza e la coscienza nell’ambito dell’energia atomica, sui rischi connessi al suo uso civile e militare, di dire NO alla costruzione delle centrali nucleari previste dal Decreto Sviluppo approvato dal governo italiano nel luglio 2009.
Ripartire dalle lotte contro il nucleare degli anni ’80, culminate con la vittoria del referendum del 1987, diventa imperativo. Con gli ipotetici siti di Ostuni, Avetrana, Carovigno, la Puglia viene messa ancora una volta sotto attacco: la logica dello sfruttamento si appresta a ripresentare l’antico modello di sviluppo basato su grandi opere con il loro corredo di grandi devastazioni ambientali e di morte. La questione nucleare non può assolutamente essere staccata da una situazione territoriale generale. Il territorio salentino ha subito e continua a subire gli effetti disastrosi di precise scelte economiche, politiche ed ambientali. Il salento poteva vantare storicamente una economia molto forte e specifica, ben radicata sul proprio territorio (vedi agricoltura, artigianato, pesca, etc.). L’asservimento completo della nostra terra, attraverso la sua ristrutturazione con mega impianti industriali e mega poli energetici, svela adesso il falso miraggio ed il ricatto occupazionale, con il rischio di irreversibilità e di terra bruciata di tutto il territorio salentino. In che cosa possiamo rioccupare la forza lavoro, quando le antiche economie ormai non esistono più? Sono bastati solo alcuni decenni di scelte liberiste e coloniali per sacrificare questo territorio, lasciando adesso solo morte e distruzione. Quale alternativa occupazionale possono fornire le istituzioni dopo aver totalmente disgregato il tessuto sociale e culturale di un territorio che esiste ora soltanto come grosso contenitore di diossine, di veleni, di termovalorizzatori, di discariche, di rifiuti di ogni genere, di rigassificatori, del 90 % in surplus di produzione energetica, che sicuramente non giustifica la stessa scelta nucleare.
CHE FARE QUINDI? Innanzitutto cercare di riannodare le fila di un movimento spesso frammentato nelle mille vertenze che si aprono sui territori. Dare solidarietà e sostegno all’emancipazione popolare, anche attraverso una corretta informazione ed iniziative volte a contrastare la disgregazione delle lotte popolari, ribadendo il concetto dell’unità delle lotte popolari stesse per vincere la logica del sistema che vorrebbe lavoratori contro lavoratori, cittadini contro lavoratori, il mondo del lavoro contro l’ambiente. Riconoscere che questa società non è più sostenibile: non è più pensabile un consumo sfrenato di qualsiasi fonte energetica che si è costituita in milioni di anni e che noi sprechiamo in appena un secolo di cosiddetta civiltà industriale. Educare la gente verso il risparmio energetico ed una netta riduzione del consumo di energia. Investire nelle vere energie alternative per un loro corretto utilizzo, contrastando la politica dei mega impianti energetici, che permettono solo il profitto di pochi a discapito dell’interesse collettivo, favorendo la diffusione dei micro impianti, gli unici che permettono realmente a tutti di risparmiare, salvaguardando al tempo stesso gli ecosistemi e l’ambiente in cui viviamo.
Questo è lo spirito dell’iniziativa che si terrà a MARUGGIO IL 20 FEBBRAIO 2010 ALLE ORE 17:30 C/O L’AUDITORIUM PARROCCHIALE IN PIAZZA S. GIOVANNI.
INTERVERRÀ COME RELATORE IL TECNICO NUCLEARE GIORGIO FERRARI.
comitato cittadino antinucleare Maruggio
coordinamento provinciale antinucleare tarantino
martedì 3 marzo 2009
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