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mercoledì 6 maggio 2015

Uno non ha i soldi, l'altro non ne sa niente, e il tumore non veniva dall'Ilva


Che sia un titolo buono per un western alla Sergio Leone?
Intanto almeno una controllata ai titoli la potevano dare... 

Nuova sentenza a favorevole di Ilva e Riva Fire, su ricorsi di cittadini malati

Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti umani, anche il Tribunale di Taranto emette una nuova sentenza che rigetta il ricorso di una cittadina del quartiere Tamburi nei confronti sia di Ilva che della holding Riva Fire.
La sentenza 1501/2015, pubblicata il 4 maggio, ha infatti rigettato il ricorso di una cittadina vissuta dal 1978 al 2010 nel quartiere Tamburi, arco di tempo in cui avrebbe contratto una grave malattia tumorale. Una relazione allegata al ricorso, redatta da un medico, metteva in relazione le emissioni inquinanti con la patologia contratta.
Nonostante il ricorso tempestivo nei confronti di Ilva, nei confronti della quale avanzava una richiesta di risarcimento da 861.018 euro, l’entrata in amministrazione straordinaria dell’azienda difesa dagli avvocati Giuseppe Lombardi, Lotario Benedetto Dittrich, Cristina Grassi, ed Enrico Claudio Schiavone, ha portato a dichiarare improcedibile la domanda di risarcimento nei confronti dell’azienda a causa dello stato di insolvenza.
Diverso il discorso per quanto riguarda la Riva Fire, difesa dagli avvocati Francesco Perli e Dario Lupo.
Il Tribunale tarantino ha infatti accolto in toto la posizione dei legali che chiedevano la dichiarazione della nullità dell’atto, per la «carenza di legittimazione passiva della loro assistita». In pratica la sentenza ha invece deciso la domanda nei confronti di Riva Fire s.p.a., controllante di ILVA s.p.a., rigettandola e statuendo l'assoluta estraneità della società Riva Fire s.p.a. all'oggetto della controversia, «dal momento che trattasi della società controllante il pacchetto azionario di maggioranza di ILVA s.p.a. e quindi non ha alcuna diretta ingerenza nell'attività industriale svolta da quest'ultima società, tanto meno nelle concrete scelte gestionali e produttive riguardanti il locale stabilimento siderurgico».
Inoltre il Tribunale ha anche rilevato che la consulenza tecnica spiegata in corso di causa «ha escluso ogni possibile incidenza del fattore di inquinamento ambientale nell'eziogenesi della patologia di cui soffre l'attrice e che invece ha natura idiopatica, connessa a fattori ereditari e genetici».
Ciò confuta di fatto la perizia della ricorrente, assistita dall’avvocato Mino Cavallo.
In pratica quindi il Tribunale ha stabilito alla luce degli elementi forniti dalla varie parti che la grave malattia di cui soffre la signora non è stata provocata dalle diossine e dal benzo(a)pirene contenuti nelle emissioni dello stabilimento siderurgico e la società controllante l'ILVA s.p.a. non può essere in ogni caso chiamata a risarcire l'eventuale danno a terzi. (Siderweb)

giovedì 28 novembre 2013

La mummia lancia bende (a salve?) contro il padrone

Ilva usata come bancomat – Bondi chiede ai Riva un risarcimento di 500 milioni


Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, ha presentato al Tribunale di Milano una richiesta di risarcimento nei confronti della famiglia Riva, quantificando in quasi 500 milioni di euro le risorse che la società capogruppo, Riva Fire, avrebbe sottratto all’Ilva a partire dalla seconda metà degli anni ’90. La notizia è stata riportata dal Sole 24 Ore. Secondo il commissario nominato dal governo, tramite Riva Fire la famiglia proprietaria dell’acciaieria avrebbe sottratto all’Ilva risorse attraverso un contratto di “assistenza tecnica e di servizi”.
“L’accusa è giuridicamente pesante e  infamante -  scrive Paola Bricco sull’inserto Imprese e territori del Sole – per diciassette anni – dal 1995 – l’Ilva è stata usata dai Riva come un bancomat. In linguaggio giuridico Riva Fire – come società – e i Riva – in quanto amministratori della capogruppo e in alcuni casi anche dell’Ilva – avrebbero attuato un esercizio abusivo delle attivita’ di direzione e di coordinamento della controllata che ha come attivita’ principale l’acciaieria di Taranto, violando i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale. In pratica i Riva avrebbero distolto dall’Ilva soldi veri, che adesso Bondi e i suoi collaboratori quantificano in poco meno di mezzo miliardo di euro, trasferendo negli anni questa cifra in Riva Fire attraverso un contratto di “assistenza tecnica e di servizi”, stipulato fra le due societa’ nel 1999.
L’Ilva, società eminentemente manifatturiera, non disponeva di tutte le competenze, tecniche e nel rapporto con il mercato, per funzionare bene. Dunque, per diciassette anni ha acquisito questi servizi dalla controllante, Riva Fire, pagando dei prezzi che ora vengono ritenuti non corretti. Questo accordo infra-gruppo risulta in continuita’ con un altro contratto, risalente al 1995, anno della privatizzazione con cui l’Iri cedette alla famiglia milanese un pezzo di Italsider. Ieri l’Ilva ha depositato la richiesta di risarcimento nella sezione specializzata in diritto dell’impresa del Tribunale di Milano, guidata dal magistrato Marianna Galiotto. La richiesta e’ stata formulata in via autonoma dall’Ilva nell’ambito di un giudizio civile promosso dalla Valbruna Nederland (la famiglia Amenduni, socia di minoranza di Ilva), che non era per nulla persuasa dei flussi di denaro in uscita dalla controllata verso la capogruppo.
Bondi, assistito dall’avvocato Giuseppe Lombardi e dal professor Lotario Dittrich, muove pesantemente contro i Riva, dopo avere compiuto verifiche sulla non congruita’ dei meccanismi finanziari e industriali congegnati da questi ultimi. E, nel farlo, si appoggia a una relazione tecnica predisposta da PricewaterhouseCoopers Advisory. La richiesta di risarcimento danni viene rivolta a quasi tutto l’albero genealogico dei Riva: Fabio Arturo (latitante in Inghilterra, a Londra il 14 gennaio prossimo l’ultima udienza per l’estradizione), Nicola (ultimo presidente dell’Ilva, prima di Bruno Ferrante), Angelo Massimo, Claudio, Daniele, Emilio Massimo, il fondatore Emilio e il fratello Cesare Federico, per i quali oggi, proprio a Milano, si tiene la prima udienza preliminare per evasione fiscale”. (inchiostroverde)