lunedì 31 agosto 2015

Quasi quasi banale

Alla ricerca dell'Appia perduta: a Taranto tra mare di cristallo e vento buono

Disegno di Riccardo Mannelli

Nella "città meticcia" che è stata "capitale della Magna Grecia": "Perché un luogo in una posizione simile non è diventato Bilbao?

"L'accesso a Taranto è negato al pedone sprovvisto di cesoie e grimaldello, se arriva per la strada delle strade, la più antica d'Europa. Può scavalcare guard-rail, saltare oltre reticolati di recinzione, ma alla fine i cancelli con lucchetto e sigillo giudiziario gli diranno che se non è un Marine non passerà mai. E da un bel po' che mastichiamo fiele, impotenti, davanti ai mostri rugginosi chiamati Ilva, Eni, Cementir. La nostra direttrice finisce dritta nell'altoforno dell'acciaieria. È la sua ultima metamorfosi. È stata discarica, tangenziale, oleodotto, tratturo, campo di frumento. Ora è il fuoco dell'inferno.
"Hanno ammazzato un angelo / era una notte oscura hanno ammazzato un angelo / quelli della questura.
La fiamma ossidrica / el pie de porco xe questi i feri / del mio bel mestier".
Mi torna in mente un canto della mala triestina, mentre ripieghiamo penosamente, a borracce vuote, sotto immense nubi migranti spinte da uno scirocco infuocato. La mappa Igm del 1952 dice che stiamo errando in mezzo a floridi campi e masserie dai nomi antichi  -  Tre Palmienti, Miraglia, Zitarella, Giangrande  -  e invece siamo persi in uno spazio sterile, sotto spaventosi svincoli, tra una stazione ferroviaria disabitata, la case avvelenate del rione Tamburi, un canale di acqua ferma, lungo il quale non si incontra anima viva, e un arcipelago di palazzine abbandonate. Difatti tutto è successo dopo il 1952.
Per uscire dalla trappola dobbiamo tornare indietro di tre chilometri, fino a un sottopasso della ferrovia, dopo il quale saccheggiamo, esausti, il frigorifero di una stazione di servizio. Birra Raffo tarantina, che segnerà le ultime miglia del viaggio. Comincia a piovere, l'arrivo non potrebbe essere più triste. "Pare Cernobyl e poteva essere un paradiso" attacca discorso un automobilista alla pompa di benzina. "Lì oltre c'è il cimitero  -  osserva rassegnato  -  ci fanno respirare veleno anche da morti". Pare impossibile che a venti chilometri da qui vi siano spiagge da Acapulco. Un camionista che all'Ilva ci ha lavorato: "Tutto è peggiorato quando hanno mandato via gli operai anziani, quelli che sapevano limitare le emissioni ".
Ma come è arcana e affascinante Taranto Vecchia, aggrappata all'isolotto che fa da intercapedine fra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Reti colorate alla greca, odore di pescheria di una volta, vicoli più belli di quelli di Sorrento, le donne sfrontate che ti danno del "tu", le case che il tempo ha lasciato invecchiare in pace. Ma anche lì si nasconde il Maligno, lo denuncia un cartello del comitato di quartiere: "Basta crolli, fuori gli speculatori da Taranto". Sul lato della città nuova, due poderose colonne doriche, di gran lunga anteriori alla tracciatura dell'Appia, dicono intanto che qui la storia che conta è tutta anteriore al dominio romano.
"Questa città meticcia è stata capitale della Magna Grecia e poi, con Roma, ha scontato per secoli il suo passaggio ad Annibale" dice il fotografo Peppe Carducci, consigliandoci di vedere il museo storico, "uno dei più importanti del mondo", ma lamenta che la sua è una città cresciuta troppo in fretta, appunto con l'Ilva, e che quindi ha perso memoria della sua grandezza. Siamo lì, inebetiti davanti a un mare di cristallo, col vento buono di Sudovest che porta via i veleni e spalanca alla vista la cresta montana delle Calabrie. "Perché una città in una posizione simile non è diventata Bilbao?", si chiede Marco Ciriello davanti a un cartoccio di fritto di paranza con Malvasia del Salento.
E di nuovo rimastichiamo il destino del Sud, condannato non solo dalle camorre e dalla Dc, ma anche  -  come denuncia Ermanno Rea  -  da una sinistra anti-gramsciana che l'ha "nutrito di sofismi e speranze anziché di progetti". "E difatti  -  incalza Marco  -  De Mita ammonisce che un politico deve costruire il consenso alimentando la speranza, che mai si estingue, al contrario della gratitudine per le cose fatte, che svanisce all'istante ". In questo deserto delle idee, la balle rancorose di Salvini arrivano fin qui dal profondo Nord. Un capannello di operai Ilva alla fermata del bus aziendale  -  che ha il nome di "Appia"!  -  mugugna contro gli stranieri che non pagherebbero i bus e sarebbero protetti dai controllori. Deprimenti guerre tra poveri.
Alla ricerca dell'Appia perduta: a Taranto tra mare di cristallo e vento buono
Mattina presto, viale di lecci sul mare; poi via Mazzini, dritto verso il sole che nasce. Il gruppo si sgrana, ciascuno segue la sua curiosità. Sala Bingo "due mari", trattoria "Gesù Cristo", banchetti di cozze agli incroci. Dopo il circolo ricreativo "Titti", i resti della Casa del Fascio con la scritta "Noi tireremo dritto", perfetta per il nostro viaggio. Porte aperte su forni del pane e profumo grandioso di focaccia. Colonna sonora: saracinesche che aprono, scooter, richiami maschili incomprensibili, sciacquatura di tazzine ai bar. Questa non è gente, è popolo. Esce in ciabatte, sente la strada come il corridoio di casa, e io faccio parte di un flusso, anche da solo mi sento accompagnato. Mi accorgo che il mio "daimon" mi accompagna. Non ho mai assistito a un trascolorare così dolce del centro in periferia. Chiese di una bruttezza atroce certificano l'assenza di Dio nella mente dei chierici, ma subito vince la campagna con bouganvillee profumate, panni stesi come vele al vento e banchetti di bacche di gelso. Impariamo da un carrozziere che i fichi in vendita non sono tali ma primizie di inizio estate e hanno il nome di fioroni. Quanto al fico come frutto, qui si chiama fica, ride l'uomo in tuta blu, e si trova solo d'agosto. L'approccio è sempre velocissimo, privo di preamboli. Ahmed il tunisino col suo carretto di souvenir mi chiede dove vado. (26-continua) (Rep)

sabato 29 agosto 2015

Un mostro solo per i romanzatori. Una bella fabbrica per lo Stato Italiano

Alla ricerca dell'Appia perduta: in trappola davanti all'Ilva tra sterpaglie e guard rail


Disegno di Riccardo Mannelli 

Tra noi e Taranto era l'ultimo ostacolo, un passaggio obbligato. Le mappe dicevano di deviare ma sarebbe stato un tradimento

L'ILVA di Taranto ci aspettava, fauci spalancate, in fondo alla nostra strada. Lo sentivamo, nella notte, il drago che dormicchiava sornione. Si era disteso apposta sul cammino dell'Appia antica col corpo smisurato, la cresta fumante trapassata dai fulmini e la pancia abitata dal fuoco perenne. Tra noi e la città dello Jonio era quello l'ultimo ostacolo. Un passaggio obbligato, sui ponti delle fiabe. Le mappe antiche dicevano che avremmo potuto deviare, ma ogni altra soluzione sarebbe stata un ripiego, una sconfitta, un tradimento. Come se non bastasse, il meteo non annunciava buono. E noi ci preparavamo, inquieti, all'incontro fatale.
La sera della vigilia, a Palagiano, fu dolce e ingannatrice. Dopo il nubifragio l'aria si era fatta straordinariamente leggera sul Metaponto, come accade fra un temporale e l'altro. In uno svolìo di rondini, tutto il paese era per strada con sedie davanti agli usci di casa, ai tavoli dei bar, sulle panchine, o in piedi, in crocchi di uomini adulti dalle mani grosse da contadini incrociate dietro la schiena. Il Sud non è terra di case di riposo. I vecchi erano tutti fuori, si scambiavano saluti vocalici greci, tipo "Eù" o "Aè", ben diversi dagli "Iee" e "Iaa" della Campania tirrenica. I serbatoi d'acqua sui tetti parlavano di una sete atavica, le strade erano piene di biciclette, le verdure nei negozi costavano un terzo che al Nord, e adolescenti impacciati bighellonavano con cappellini da baseball alla rovescia e acconciature americane.
...
Avevamo bisogno di un mago, decisamente. E il mago apparve, chiamato dalla Strada. Aveva saputo di noi per un passaparola partito da lontano, un'altra volta da Melfi, da quel Raffaele Nigro che ci proteggeva come un nume tutelare. Era uno di quei gentiluomini di rara cultura e modestia che solo il Sud sa generare. A 85 anni emanava l'entusiasmo di un ragazzo. Asciutto e frugale, barbetta caprina, parlava di archeologia come un libro stampato e conosceva il terreno come pochi. I notabili di Mottola, Massafra, Palagiano e Palagianello guardavano a lui come a un vanto e lo chiamavano " il Professore". Roberto Caprara era il suo nome, e quella sera, davanti a una pizza fumante, fu lui a darci la chiave dell'ultimo pezzo della nostra strada.
Disse: nel tratto dopo Benevento la mitica "Numero uno" scompare rapidamente, sostituita da itinerari più adriatici, più filanti, fino a essere rimpiazzata dall'Appia Traiana. Nel quarto secolo arriva la crisi finanziaria dell'Impero e il vecchio percorso decade per assenza di manutenzione per poi impaludarsi prima del settimo secolo a causa di un bradisismo che fa inclinare l'Italia verso Ovest. Chi da Taranto vuole raggiungere Napoli deve scegliere strade più collinari, deviando a destra per Mottola e poi a sinistra per Matera. Un'allungatoia pazzesca rispetto al rettilineo originale. E poi c'è la storia dei cavalli di Massafra, quotatissimi alla corte di Napoli, i quali, secondo un documento del 1264, trottano fino al cospetto del re zigzagando per strade tortuose fino a Melfi e Avellino lungo la dorsale del Formicoso.
A quel punto il Mago della storia antica aprì la copia anastatica di un testo settecentesco  -  " La via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi" di Francesco Maria Pratilli  -  e ne lesse alcune parti. "Lasciando Castellaneta, scendeva l'Appia per circa un miglio e mezzo nel luogo che chiamasi Petto di Lepore verso l'osteria detta il Pagliarone, appartenente al principe di Acquaviva, e distante miglia sei da Candile. Di lì incamminasi verso la terra di Palagiano posseduta dal duca di Martina, Caracciolo". Avevamo i brividi. Lui chiuse il librone e disse: "Vedete, dopo il Pratilli più nessun archeologo ha rifatto l'Appia a piedi. Voi sì, avete messo la strada sotto le scarpe, e ora potete parlare a ragion veduta. Io stesso non ho mai scritto un rigo senza aver consumato le suole".
...
Partimmo sotto uno svincolo, accompagnati da un branco di cani coperti di zecche. Ma la campagna teneva duro, rispondeva alla diossina dell'Ilva con un commovente fervore di pompe, decespugliatori e trattori in movimento. Pelli squamate di serpente e neri tubi sottili per l'irrigazione fischiavano come cobra sotto gli ulivi. Gli agrumeti erano protetti dai veleni da immensi teli funebri squarciati dal vento e verso Taranto la polvere sotto nubi enormi esprimeva tonalità inaudite: malva, zolfo, terra di Siena e ciclamino. Un tipo passando in trattore ci filmò con lo smartphone. Un bruco giallo rosso e verde ci attraversò la strada, io ci misi sotto la mappa e lui imboccò la strada giusta.



Alla ricerca dell'Appia perduta: in trappola davanti all'Ilva tra sterpaglie e guard rail
Infografica di Annalisa Varlotta
Il drago, sempre più vicino, induceva intanto a foschi pensieri. Tàranto, pensavo tra me. E se si dicesse Tarànto, come taranta, come tarantola, il ragno della malora? Passò un contadino, era stato operaio dell'Ilva anche lui. Antonio Lisi da Massafra. Disse: io sputo ancora rosso quando mi vien la tosse. Soffro di bronchite. Qui ci hanno accoppato due volte. Prima con l'Ilva e oggi con i frutti avvelenati della campagna. La diossina? Dipende dal vento. Una cosa è con lo scirocco, altra cosa col maestrale. Come arrivare alla ferriera? Seguite l'asmalt. Che roba è? L'asmalt, l'asmalt, insistette quasi gridando, e ci mostrò l'asfalto sotto le suole.
Ma ormai era saltato tutto, nemmeno la mappa ci serviva più a niente. Eravamo in trappola, in mezzo a un intrico di guard rail, persi in un deserto di sterpaglia, con a destra la Statale Jonica, a sinistra la Statale 7, e davanti la torre del drago circondata di tubi e squame di lamiera che il vento forte faceva tuonare sotto nubi a forma di incudine. (25-continua)
(Rep)

giovedì 27 agosto 2015

Scippo pesante

Ilva, maxi-furto di niobio: sott’accusa tre dipendenti 

Sono stati incriminati ufficialmente in tre per la sottrazione di un ingente quantitativo di “niobio” dall’interno dell’area siderurgica.
Si tratta di tre dipendenti della società Ilva, a carico dei quali il sostituto procuratore della Repubblica Lanfranco Marazia ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
I tre uomini sono accusati di furto con l’aggravante di aver commesso l’episodio con abuso della relazione di prestazione d’opera. Il sostituto procuratore della Repubblica, infatti, ha evidenziato in contestazione proprio la circostanza che gli indagati avessero facilità di movimento all’interno dello stabilimento per essere dipendenti della società siderurgica.
A suo tempo, ed esattamente alla fine del settembre dell’anno scorso, erano stati gli agenti della Squadra Mobile a stroncare l’attività illecita dei dipendenti-Ilva.
Due tarantini residenti nella provincia jonica, rispettivamente di 45 e 38 anni, e un 38enne originario della provincia barese, erano stati colti nella flagranza del reato, mentre stavano trafugando a bordo di un grosso camion ben tre tonnellate di “niobio”.
Come è noto, il niobio è un preziosissimo metallo usato come componente di leghe metalliche e di alcuni tipi di acciaio inossidabile. L’ingente quantità di metallo costituito da piccole pietre era contenuto in tre grosse sacche di tela di colore bianco, che a loro volta erano custodite all’interno di una cassa di legno.
Secondo quella che fu la ricostruzione dell’epoca, le indagini degli investigatori della Squadra Mobile erano partite nei giorni precedenti al blitz, dopo la segnalazione di un addetto alla vigilanza dell’Ilva di Taranto che aveva notato, in un piazzale all’interno dello stabilimento siderurgico, l’inusuale presenza di una grossa cassa di legno.
Analizzando il contenuto e presumendo che lo stesso potesse essere oggetto di un imminente furto, gli agenti avevano così predisposto una serie di servizi di appostamento, supportati anche dalle moderne tecnologie di rilevamento satellitare, per risalire agli eventuali autori dell’illecito trafugamento.
Dopo alcuni giorni, i poliziotti avevano notato che la grossa cassa era stata caricata a bordo di un camion che appena uscito dallo stabilimento aveva imboccato la strada statale 106.
Alcuni chilometri dopo gli agenti avevano così fermato il grosso mezzo e avevano recuperato il prezioso carico che era nascosto sul fondo del camion sotto numerosi rottami di zinco.
Le successive indagini avevano permesso di accertare le responsabilità di due dipendenti dell’Ilva: un capo squadra ed un addetto al magazzino che avevano insieme architettato il furto del prezioso minerale. Era stato pure incriminato il camionista, di origini baresi, dipendente di una ditta di trasporti, che aveva accettato dietro compenso di trasportarlo.
Dopo quanto accertato le tre tonnellate di “niobio”, per un valore commerciale di circa 90mila euro, erano state riconsegnate ai legittimi proprietari.
Noto con il nome di columbio, poichè scoperto nel minerale columbite, il niobio è usato particolarmente nell’industria automobilistica. (Quot)

martedì 25 agosto 2015

A Teatro con l'ARPA!


Complimenti per l'ironia di Re Giorgio!
Certo che ha scelto proprio un finale drammaturgico per tutta questa vicenda!
Questa rappresentazione venne presentata su questo Blog più di un anno fa, auspicando che sarebbe presto approdata a Taranto. E finalmente giunse!  
Una sola nota dolente che sottolinea quanto dalle pratiche baresi emerga sempre una certa leggerezza e negligenza nei confronti della "periferia": visto che hanno, supponiamo, eloquentemente deciso di fare la prima di questo spettacolo a Taranto, almeno potevano scrivere bene l'indirizzo!
Non esiste e non è mai esistito un "lungomare Garibaldi" ma tutt'al più una via Garibaldi altrimenti detta "La Marina"!
Tra l'altro, via Garibaldi è lunga 1km... un civico, un incrocio, un riferimento non sarebbe guastato.
Ma da Bari sembra tutto piccolo piccolo..



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ARPA Puglia – Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale della Puglia presenta:

NEMICO DEL POPOLO (di H. Ibsen)
A cura di Archivio Zeta

Drammaturgia e regia: Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti
Con: Enrica Sangiovanni, Gianluca Guidotti, Alfredo Puccetti, Luciano Ardiccioni
 
1 settembre - Taranto, Lungomare Garibaldi
2 settembre – Brindisi, Scalinata Virgiliana
3 settembre – Bari, Ex Manifattura Tabacchi
 
Seminario introduttivo “Il dilemma salute-lavoro nel teatro europeo di fine ‘800: il caso Ibsen”
31 agosto ore 17:30
Ex Palazzo delle Poste - Bari


Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 19:00
Ingresso gratuitoinfotel. 3391014198


Un acido al giorno

Afo1, non era vapore innocuo ma vapore con acido solfidrico: "letale se inalato"

Oggi inviamo ad Arpa e al Presidente della Regione Michele Emiliano una seconda relazione tecnica che stima in 290 chilogrammi le emissioni di H2S (acido solfidrico) fuoriuscite dall'Altoforno 1 dell'ILVA fra le ore 14.30 del 12 agosto e le ore 9.30 del 13 agosto 2015.
In queste 19 ore di malfunzionamento del nuovo sistema di granulazione della loppa si è liberato non semplice "vapore" ma "vapore acido" contenente acido solfidrico classificato con la frase di rischio H330 ("letale se inalato").
Arpa, dopo l'ispezione del 14 e 15 agosto, nella sua relazione al Presidente della Regione Michele Emiliano non ha menzionato l'emissione di acido solfidrico fornendo ai giornalisti l'idea che Ilva emetta vapori innocui.

Tali vapori trascinano invece particolato e sono caratterizzati da un ph fortemente acido.
L'acido solfidrico non a caso è contraddistinto dal simbolo di rischio chimico del teschio.

PeaceLink auspica che Arpa svolga il suo ruolo d'ora in poi in collaborazione con i cittadini, le associazioni e le ecosentinelle.
Questa è la relazione tecnica di PeaceLink al direttore generale dell'Arpa Giorgio Assennato e al Presidente della regione Michele Emiliano:
http://tinyurl.com/pf7nxay
Per PeaceLink Antonia Battaglia Luciano Manna  Alessandro Marescotti

domenica 23 agosto 2015

Radioattività estiva


Autorizzazione per rifiuti radioattivi, è bufera a Taranto

Scoppia la polemica sull’autorizzazione data alla Cisa di Massafra per il “confinamento temporaneo” di rifiuti radioattivi anche se nella sua relazione, presentata all'atto della richiesta di Aia, la società massafrese afferma che non ci sono rischi per gli abitanti. Intanto da più parti si levano parole di protesta. L’assessore regionale Liviano, si dice «lontanissimo da questi politici», con chiaro riferimento alla Provincia presieduta da Tamburrano. Anche Sel e Verdi accusano l’amministrazione provinciale. Ed è polemica anche sul presunto conflitto di interessi che riguarda il dirigente della Provincia Dilonardo.
Questi i fatti. La Provincia di Taranto ha rilasciato un'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per una validità di sedici anni alla Cisa spa di Massafra, il cui titolare è l’imprenditore Antonio Albanese, per il «confinamento temporaneo» di materiali radioattivi o che comunque sono stati a contatto con essi, tecnicamente definiti come «mezzi risultati positivi ai rilievi radiometrici». Il provvedimento riguarda anche «lo smantellamento dello scrubber», un depuratore di scarichi gassosi. A fronte di queste concessioni il gestore deve versare una «garanzia finanziaria» di 7 milioni di euro, cifra che sarà “impegnata” fino a due anni dopo la validità del provvedimento. La determina è stata firmata il 6 agosto scorso dal dirigente all’Ambiente, l’ingegner Martino Dilonardo, ma è priva dei «pareri obbligatori non vincolanti» del Comitato tecnico provinciale; e sono «esclusi i provvedimenti in materia di Via, Vas e Aia».
Secondo quanto previsto dal Regolamento per il funzionamento del Comitato, approvato con delibera di Consiglio Provinciale n.49 del 24 giugno 2010, esso «esprime pareri obbligatori non vincolanti sulle istanze di autorizzazione e/o approvazione, ivi compreso la revoca delle autorizzazioni rilasciate, sulle materie delegate ex Legge regionale 30/1986 e confermate con Legge regionale n.17 del 14 giugno 2007». Secondo il legislatore, dunque, il dirigente potrebbe anche autorizzare l’Aia nonostante il parere (consultivo) negativo del Comitato, assumendosi eventualmente le proprie responsabilità in altre sedi, ma obbliga lo stesso a registrare questo giudizio: si tratta di una conditio sine qua non. Parere però che il dirigente non ha incassato perché fino al 6 agosto, quando ha firmato l’atto, il Comitato che lui stesso ha la facoltà di insediare non è stato «costituito».
Dilonardo, quindi, attraverso la determina ha dato il via libera all’Aia per Cisa pur scrivendo: «Considerato che L.R.30/1986, all’art.5 comma 1 delega le Province per l’approvazione ed i progetti e per l’autorizzazione all’esercizio degli impianti di gestione dei rifiuti anche pericolosi, mentre l’art.5 comma 9 dispone che le Province si avvalgono di appositi comitati tecnici nei quali deve essere comunque garantita la presenza di esperti nei settori chimico, ingegneristico, geologico e sanitario, con specifica competenza nella materia dello smaltimento dei rifiuti».
L’attuale dirigente, dunque, ha ritenuto opportuno procedere al rilascio dell’Aia nonostante il mancato parere del Comitato. Si era invece rifiutato di approvare la richiesta il 3 ottobre scorso il suo predecessore, l’architetto Roberto Di Giacinto, poi sostituito appunto con Dilonardo dal presidente della Provincia e sindaco di Massafra Martino Tamburrano (insediatosi in via Anfiteatro il 29 settembre scorso). A ricordarlo è lo stesso Dilonardo nella sua determina riprendendo la relazione del “responsabile del procedimento - Funzionario tecnico”, ingegner Emiliano Morrone, figlio dell’ex dirigente all’Ambiente della Provincia Ignazio (ora in pensione), in quanto ha ritenuto l’istanza «improcedibile per incompetenza della Provincia». Successivamente Cisa ha fornito le sue controdeduzioni all’ufficio competente di Palazzo del Governo, documentazione che ha completato il 6 febbraio scorso quando Dilonardo aveva già preso il posto di Di Giacinto. Il dirigente ha quindi convocato varie conferenze di servizi dove l’Arpa ha richiesto alcune integrazioni e ha dettato una serie di prescrizioni. Cisa, quindi, ha trasmesso le sue controdeduzioni richieste dall’agenzia diretta da Assennato e la Provincia, senza ritenere opportuno di farle verificare ad Arpa stessa che le aveva chieste, le ha ritenute idonee allegandole alla relazione istruttoria.
Nella determina lo stesso dirigente ha rilevato che mancano i provvedimenti in materia di Via, Vas e Aia da parte dei soggetti che compongono la conferenza dei servizi, salvo poi scrivere al punto 5 che «la realizzazione dell’area dedicata al confinamento temporaneo dei mezzi risultati positivi ai rilievi radiometrici non costituisce modifica sostanziale in ambito Via, trattandosi di un presidio ambientale e che l’eventuale smantellamento dello scrubber è soggetto ad istanza di valutazione di modifica sostanziale/non sostanziale in ambito Via».
Secondo quanto scritto da Dilonardo al ventesimo punto della determina, per il provvedimento da lui firmato «è ammesso, entro 60 giorni dalla notifica, ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, ovvero, in alternativa, entro 120 giorni al Presidente della Repubblica». (Quot)

sabato 22 agosto 2015

Solita presa per i fondelli?

Ilva, porto: la bufala delle benne ecologiche e il minerale disperso 

 Nel Porto di Taranto le gru dell'Ilva cospargono minerale durante le operazioni di scarico

dispersione di minerale al secondo sporgente ilva
Queste le operazioni di scarico minerale che questa mattina erano in corso al secondo sporgente del Porto di Taranto. Sono evidenti le dispersioni di minerale che cospargono materiale ovunque: sulla banchina, in mare e sulla stessa nave. Un metodo di scarico, quello con le benne, che non era consentito dalla prescrizione Nr.5 dell'AIA concessa all'Ilva, per cui Ilva riceveva diffida dal Ministero dell'Ambiente e notifiche da parte di Ispra a seguito delle ispezioni trimestrali. Ma come ben sappiamo la successione dei decreti concede tutto questo.
Nella seconda fotografia possiamo notare l'unica benne ecologica esistente al secondo sporgente, è la prima a sinistra, la sua gemella invece giace sul fondale dello specchio d'acqua del quarto sporgente dal dicembre 2014. Pertanto una è ammarata, l'altra, quella del secondo, aspettiamo di vederla all'opera.
La prescizione nr.5 è la seguente: "Si prescrive all’Azienda, con riferimento alle emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali che siano trasportati via mare, l’adeguamento a quanto previsto dalla BAT n. 11, con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti, entro 3 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA".
Ma cosa ha dichiarato Ilva in merito alla prescrizione nr.5 nell'ultima relazione trimestrale di luglio 2015 mentre le sue "benne ecologiche" "operano" nel porto di Taranto?
"La prescrizione è attuata, tutte le "benne ecologiche" sono state montate e sono regolarmente  in funzione"
Cosa diceva Ispra nel 2013 quando, facendo ispezioni nel porto, verificava questo tipo di operazione?
"l'adempimento alla prescrizione debba avvenire solo attraverso contenitori con scarico automatico o scaricatori continui coperti, con conseguente esclusione del sistema di scarico con benna attualmente adottato presso lo sporgente 2 per le macchine scaricatrici DM1, DM2 e DM3 e presso lo sporgente 4 per la macchina scaricatrice DM 6". scarico minerale nel porto di taranto e dispersione di minerale dalle benne
A seguito delle segnalazioni di Ispra, Ilva riceveva la notifica di diffida per inosservanza delle prescrizioni autorizzative da parte del Ministero dell'Ambiente.
Le fotografie pubblicate, già nella giornata di oggi, saranno inviate agli uffici della Commissione europea
e alla Procura di Taranto, inoltre saranno inoltrate ad Arpa Puglia per verificare gli esiti delle ultime ispezioni trimetrali e capire se in queste sono state evidenziate situazioni come quelle odierne.
Abbiamo già chiesto a mezzo posta elettronica certificata, sia al Ministero dell'Ambiente che ad Arpa Puglia, spiegazioni sulla mancata pubblicazione degli allegati alla relazione trimestrale Ilva e del verbale ispettivo nello stabilimento, entrambi relativi al secondo trimestre del 2015. Abbiamo quindi chiesto di prendere visione dei documenti. (Peacelink)

giovedì 20 agosto 2015

Re Giorgio, il rassicuratore!

Ma siamo sicuri che i tecnici dell'ARPA siano andati nel posto giusto? 

Arpa Puglia: Ilva non inquina. Qualità dell'aria con valori nella norma

A Taranto "non solo i valori sulla qualità dell’aria sono nella norma, ma sono intrinsecamente molto bassi perchè la principale sorgente di emissioni (le cokerie, ndr), purtroppo per la produzione e per fortuna per i cittadini, è spenta. Quindi, per questo, il benzo(a)pirene è bassissimo e la situazione è accettabile". Lo ha detto Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, l’Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente, ribadendo i dati forniti nella relazione tecnica inviata al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano dopo l’evento emissivo del 13 agosto relativo all’altoforno 1 dell’Ilva di Taranto, segnalato dagli ambientalisti.
Assennato, in un incontro con la stampa tenuto nella sede barese dell’Arpa in videoconferenza con le sedi di Taranto e Brindisi, ha spiegato che "nella relazione abbiamo evidenziato che l’avvio del nuovo impianto di granulazione e condensazione vapori dell’Altoforno 1 è stato interrotto dalle 14.30 del 12 agosto alle 9.30 del 13 per un problema tecnico e questo ha prodotto vapori".
"Quello che però succederà quando si riattiveranno tutte le batterie di cokerie – ha detto il direttore – non possiamo dirlo. Ci auguriamo che la situazione sia tanto avanzata dal punto di vista tecnologico da determinare un rimbalzo molto modesto, altrimenti denunceremo come abbiamo fatto con la nostra valutazione del danno sanitario, in cui abbiamo chiarito che pur realizzando tutte le prescrizioni dell’Aia, con quella capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate di acciaio, il rischio sanitario sarebbe comunque inaccettabile e sarebbe necessario fare ulteriori interventi di tipo tecnologico e di tipo gestionale per riportare il livello entro limiti accettabili".

LE POLEMICHE CON PEACELINK - Le dichiarazioni di Assennato seguono quelle rilasciate nei giorni scorsi dal presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, che ha denunciato emissioni anomale dall’Ilva.
"Quelle dichiarazioni – ha detto Assennato – hanno scosso la pace estiva e hanno ragionevolmente innescato delle contro reazioni che hanno poi portato a questa sequenza di eventi e di interventi. Ma noi non ci facciamo scuotere perchè il nostro compito come organo tecnico-scientifico è quello di tutelare e monitorare il territorio, informare i cittadini e aprirci a contraddittori quando richiesti".
"Non mi sento sotto attacco - ha continuato il numero uno di Arpa Puglia – sono il direttore di una organizzazione complessa con 380 dirigenti e funzionari nella quale ciascuno fa la propria attività professionale con elevato livello di qualità, sempre pronti al confronto. Dispiace viceversa che qualcuno ci neghi questa possibilità di confronto, bypassandoci e rivolgendosi direttamente al potere politico, questo è controproducente per gli interessi degli ambientalisti". (GdM)

mercoledì 19 agosto 2015

Accadde al Museo

Eva Degl’Innocenti, un manager per il MARTA di Taranto

Toscana, 39 anni, archeologa. Da ieri è Eva Degl’Innocenti il manager del Museo Archeologico Nazionale MARTA di Taranto.
Scelta insieme agli altri 19 nuovi dirigenti museali dal Ministero per i Beni culturali, Eva Degl’Innocenti può vantare un solido curriculum, non solo accademico: dopo essere stata project manager del museo nazionale del Medioevo a Parigi, oggi è pronta ad affrontare questa nuova sfida italiana.
Il ministro Franceschini l’ha nominata per guidare il nuovo corso del Museo Archeologico di Taranto sulla base di una laurea, conseguita a Pisa, in Conservazione dei Beni Culturali, con indirizzo archeologico, e di una Specializzazione in Archeologia.
Eva Degl’Innocenti ha poi conseguito il dottorato di ricerca europeo presso l’Università degli studi di Siena in Storia, archeologia e archivi del Medioevo e dal 2013 dirige il Servizio dei beni culturali e del museo Coriosolis della Comunità dei Comuni Plancoët Plèlan in Bretagna. Dal 1995 al 2008 ha condotto scavi archeologici in Italia e in Tunisia ed è autrice di numerose pubblicazioni, oltre ad aver insegnato in diverse università italiane e francesi.
L’abbiamo contattata per conoscere meglio quale sarà il ruolo dei manager all’interno dei musei italiani e quali progetti abbia in mente per il MARTA.

Non più direttori ma manager. Cosa cambia davvero per i Musei?


Un direttore deve assicurare sicuramente la politica scientifica di ricerca e la conservazione, ma deve anche riuscire a valorizzare il museo mettendo in atto una vera e propria strategia di marketing.
Deve quindi avere competenze di tipo manageriale e una capacità di gestione non soltanto delle risorse umane, ma del museo come struttura e come sistema, anche economico, per far sì che il museo diventi un volano di sviluppo economico e turistico del territorio in cui si inserisce, in questo caso Taranto e la regione pugliese.

Il patrimonio artistico italiano è davvero enorme, eppure mai adeguatamente valorizzato come risorsa economica. Dal confronto con l’estero, secondo la sua esperienza, cosa manca ancora?


Manca questo approccio manageriale. Bisogna capire che un museo non può essere soltanto una struttura di tutela e conservazione, elementi che sono fondamentali, perché se non c’è la conservazione e la tutela non c’è ovviamente valorizzazione.
Ma l’aspetto della valorizzazione è altrettanto basilare: ci sono innanzitutto gli elementi legati alla fruizione di un museo, specie quando è pubblico e dunque è necessario assicurare la divulgazione e una democrazia culturale, un’accessibilità a un largo pubblico.
Ci deve essere, poi, anche un elemento pedagogico, quindi è necessario rendere comprensibile quello che si vuole comunicare.
Il museo deve diventare un luogo di legame sociale e di produzione culturale , quindi anche di creazione di eventi altri rispetto all’elemento caratterizzante – nel caso del MARTA l’archeologia – e soprattutto deve riuscire ad attirare pubblico. Un museo ha anche come principio quello di poter creare dei ricavi e non solo delle spese, deve quindi diventare un elemento di sviluppo territoriale ed economico.
Ecco perché un manager deve assicurare una gestione finanziaria e fare anche delle scelte di marketing, privilegiando alcune azioni rispetto ad altre. Per fare questo è necessario evidentemente una conoscenza approfondita anche delle tecniche di marketing, quindi ad esempio capire il pubblico di un museo e riuscire a conquistare il non-pubblico, che è una categoria importante in una strategia di marketing. Non-pubblico può essere ad esempio anche la popolazione locale, gli abitanti di una città.

In Italia per anni si è identificato il museo con la sola conservazione e tutela, pensando che l’elemento valorizzazione e marketing, così come la parte finanziaria, che prevede anche l’eventuale ricerca di fondi privati, fosse in realtà una negazione dell’elemento culturale.
Valorizzazione e tutela fanno invece parte di un tutt’uno, sono un elemento unico basato due aspetti fondamentali: conoscenza e ricerca. Se l’aspetto scientifico non è garantito, non si può parlare neanche di marketing.
Non si parla di trasformare un museo in un McDonald, ma di gestire una struttura culturale .
La mia esperienza francese me lo dimostra. In Francia non si è avuta difficoltà a capire che questi due aspetti non sono in contrasto tra loro, ma sono elementi che devono assolutamente unirsi in un connubio per assicurare una buona gestione di una struttura museale. Ci sono decenni e decenni di esperienza da questo punto di vista che permettono al Louvre, ad esempio, di essere il museo con più visitatori del mondo intero.

I musei italiani sembrano essere rimasti indietro quanto a tecnologia e innovazione. Quali novità pensa di introdurre a Taranto?

In un museo come quello di Taranto si potrebbero introdurre, per esempio, progetti di interattività, quindi utilizzare nuove tecnologie come gli schermi tattili, che permetterebbero di acquisire un altro pubblico molto importante come quello dei portatori di handicap, che spesso è completamente sconosciuto ai musei italiani e che invece è un pubblico molto attento e consistente. Non solo da un punto di vista di dovere morale, ma anche da un punto di vista di marketing, perché si tratta di un pubblico molto esigente, che trovando una struttura in grado di accoglierlo in modo adeguato, con un’offerta culturale soddisfacente, può creare itinerari turistici che generano poi sviluppo territoriale anche al di là del museo.
I musei hanno ricadute di guadagni anche indirette infatti, tramite le strutture alberghiere, le strutture di ristorazione, le strutture economiche della città e della regione.
Altro elemento importante può essere l’idea di creare percorsi per smartphone. Ci sono app interessantissime che si possono semplicemente scaricare e rendere accessibili a tutti, permettendo una buona pubblicità per il museo, dato che il visitatore può prepararsi alla visita già da casa e poi scegliere tra le opere che preferisce una volta giunto nella struttura.
Sempre attraverso questo strumento si potrebbe anche coinvolgere il territorio, dato che grazie alle tecnologie mobili si può arrivare a creare dei veri e propri itinerari culturali, che comprendano non solo il museo ma anche il suo territorio. Nel caso di Taranto, ad esempio, si potrebbero includere tutti i siti archeologici a cui i singoli reperti sono legati o un percorso attraverso l’intera città.
La terza idea potrebbe essere quella delle ricostruzioni 3D, che in archeologia sono fondamentali perché il pubblico ha difficoltà – come del resto gli stessi archeologici – a immaginare come fossero le strutture, conservate solo in parte. Dunque un approccio che potenzia la conoscenza anche visiva e permette al grande pubblico di capire quelle strutture architettoniche che altrimenti avrebbe difficoltà ad immaginare.

Una medievista per un museo archeologico che ospita per lo più reperti magno-greci e romani. Ci racconta il viaggio che l’ha portata a questo incarico prestigioso?


Già attraverso i miei studi universitari e attraverso la mia formazione di laurea e post-lauream, durante il dottorato, ho frequentato corsi di archeologia classica, anche di levatura internazionale. Tra l’altro nei miei scavi, ad esempio in Tunisia, abbiamo trovato una città anche romana, mentre ho partecipato a scavi anche a Roma, quindi ho come esperienza anche quella dell’archeologia classica.
In Francia dirigo un museo del territorio in cui l’archeologia gallo-romana è l’elemento più importante e me ne occupo ormai da cinque anni.
Inoltre, io non sarò una ricercatrice del museo di Taranto, quindi non dovrò fare questo tipo di lavoro. Anzi, quello che intendo fare è riuscire a creare una task force di ricercatori e di specialisti anche dei singoli materiali e dei singoli contesti che permettano di avere un avanzamento negli studi e un aggiornamento scientifico delle varie classi di materiali e dei vari contesti.
Questo è un approccio molto archeologico, perché nell’archeologia oggi ci sono i vari specialisti e non c’è più un unico archeologo onnisciente, ma si circonda dei professionisti e delle figure giuste per le varie tematiche e problematiche.
Ciò che intendo fare è quindi costituire un asse diretto molto importante con le Università, soprattutto pugliesi, fra cui quella del Salento, che secondo me è una delle Università di spicco del meridione italiano e anzi dell’intero Paese, e quindi riuscire ad avere degli stagisti che permettano un aggiornamento scientifico dei materiali.

Under 40 e donna. Si sente il simbolo di una nuova generazione che riesce finalmente a trovare spazi auterovoli?


Sono molto fiera del fatto che il nostro Paese permetta di avere incarichi manageriali molto importanti alle donne, prima destinati quasi esclusivamente agli uomini. Anche guardando alle statistiche nella riuscita universitaria, in effetti le donne ottengono anche più risultati dei colleghi uomini.
Penso che questa sia stata una possibilità che il Ministro ci ha dato e quindi lo ringrazio, perché mi sembra importante che anche le donne possano dimostrare il loro valore.
Per quanto riguarda la mia generazione, poi, credo che sia un messaggio di speranza. In questi giorni ho ricevuto chiamate da molti amici archeologi, anche pugliesi, per cui è stato un po’ un messaggio per una generazione che purtroppo, a causa della congiuntura economica non molto favorevole, si è demoralizzata, riducendosi a una ad una visione davvero pessimista.
Credo, invece, che questo segnale possa contribuire a ridare una prospettiva positiva e di rinascita della cultura e dell’archeologia in Italia.

Cosa risponde alle polemiche nate circa l’esterofila nella scelta di sette dei nuovi dirigenti museali?


Per quanto riguarda le polemiche non mi sento di entrare nel merito delle scelte della commissione, che rispetto perché formata da membri di grande levatura.
Non parlerei neanche di esterofilia, perché per me è più uno spirito internazionale e cosmopolita che per fortuna c’è.
Del resto, come amante dell’archeologia anche classica e direttrice del Museo di Taranto, la cultura greca ci insegna che il concetto di cosmopolitismo non è qualcosa di cui doversi vergognare, ma c’era anche nel mondo classico e fa parte della cultura italiana e che semmai va riconosciuto come elemento di sviluppo e non di arretratezza.
In più, io come italiana residente da sette anni in Francia, in un Paese straniero che mi ha accolta a braccia aperte e mi ha permesso di realizzare un bel progetto di valorizzazione museale, non potrei certo criticare una apertura verso dei cittadini stranieri che vengono a ricoprire una carica di questo tipo in Italia. (pinguinomag)

Quando le ciminiere sputarono margherite...

Dal sito dell'ARPA

Relazione Tecnica - Impatto Ambientale derivante dall'accensione dell'AFO1
Si pubblica la relazione tecnica sull'Impatto Ambientale derivante dall'accensione dell'AFO 1.

martedì 18 agosto 2015

Re Giorgio temporeggia in attesa che sfornino il coke

Assennato: "Ilva, resta tantissimo da fare"

DIRETTORE Assennato a che punto è l'ambientalizzazione dell'Ilva?
"Per la verità qualcosa è stato fatto ma tantissimo rimane da fare e bisogna ammettere che sono le cose più importanti, costose e difficili da realizzare come la copertura dei parchi minerali ed il completamento della copertura dei nastri trasportatori. Si tratta nel primo caso di coprire un'area gigantesca con piramidi di polveri ferrose alte decine di metri. Un'opera costosissima e difficile anche da progettare. Nel secondo caso va completata la copertura dei binari che trasportano le materie prime dal porto fino agli impianti del siderurgico. E' una ferrovia di diverse decine di chilometri. Secondo la prima previsione, nell'ottanta per cento rientrava poco più della metà dei lavori di copertura ma non sappiamo a che punto sono realmente ".
Quando si faranno questi lavori?
"La verità è che nessuno lo sa. La scadenza diciamo naturale, secondo l'Autorizzazione integrata ambientale sarebbe stata l'anno prossimo ma l'ultima legge ha affidato ad un decreto del presidente del Consiglio il cronoprogramma del 20 per cento rimanente di lavori dopo il completamento dell'ottanta per cento".
Lei ed il suo ufficio tempo fa avete avanzato dubbi perfino sul raggiungimento dell'ottanta per cento dei lavori Aia. La soglia di legge è stato raggiunta?
"Al momento non siamo in grado di dirlo. E' il ministero che deve dirlo dopo aver stabilito i criteri. Noi a luglio dicemmo che non c'era chiarezza nella comunicazione fra Ilva e ministero per l'Ambiente e pubblicammo le comunicazioni. Noi abbiamo fatto la nostra parte collaborando con Ispra e ministero ed abbiamo fatto l'ispezione nel siderurgico prima di fine luglio. Dai nostri calcoli mancava qualcosa ".
Veniamo all'altoforno 1, lei ha criticato fortemente la comunicazione dell'Ilva.
"E lo ribadisco. La politica della propaganda è autolesionistica. Non fa bene all'Ilva e neanche alla città di Taranto. Questi proclami sono assurdi e suicidi, generano anticorpi".
Fra i diffidenti c'è anche il presidente Emiliano.
"Certo. Sul web giravano delle foto con una nube rossastra. Siamo andati a controllare e fortunatamente possiamo dire che si è trattato di un falso allarme: era semplicemente vapore fotografato con la luce del primo mattino".
Ilva dice che l'altoforno 1 appena riaperto inquinerà di meno.
"Sicuramente ci sono stati miglioramenti perché i lavori sono stati fatti ma è presto per stime e bilanci. Come dice il presidente Emiliano, ovviamente la riapertura dell'altoforno comporta aumento di emissioni. Infatti durante i controlli di Ferragosto abbiamo trovato qualche problema sulle polveri però bisogna anche ammettere che il sistema non è calibrato, è stato appena installato e va calibrato. Peraltro gli autocontrolli non sono sanzionabili. Il monitoraggio dell'altoforno 1 e dei suoi camini è una delle nostre priorità. Fra tre mesi è prevista una nuova visita ispettiva e faremo nuovi campionamenti, questa volta più precisi e con valore legale. Significa che se ci sono sforamenti, l'Ilva subirà sanzioni ".
Quanto può incidere sull'ambiente la riapertura dell'altoforno 1.
"È molto difficile che l'apertura di un altoforno possa incidere sull'ambiente. Lo diciamo da sempre: il 99 per cento del rischio cancerogeno deriva dalle cokerie, non dagli altoforni. Quando riapriranno le batterie delle cokerie capiremo veramente come sta la situazione ". (RepBa)

Le nuvole come le macchie degli psicologi?

Emissioni anomale ILVA. L'ARPA Puglia ha fatto una relazione sulle immagini sbagliate

Le osservazioni di Peacelink sulle emissioni anomale
 
ARPA smentisce gli ambientalisti?
No. Semplicemente l'ARPA ha visto le immagini sbagliate, avrebbe dovuto vedere queste:
https://www.facebook.com/DAmatoRosa/videos/876543715767971/?pnref=story
Se avesse visto queste immagini, ARPA non avrebbe parlato di "vapore".
Nella sua relazione al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, ARPA Puglia parla infatti di "foto di nubi di vapore" con "colorazione rosata" che sarebbe "verosimilmente dovuta all'ora" (le 6.50 del mattino del 13 agosto).
Nel filmato di cui forniamo il link si vedono invece inquivocabili nubi dense di color grigio che nessun tecnico scambierebbe con vapore.
E' questo filmato di 1 minuto e 49 secondi del 13 agosto, apparso sul profilo facebook dell'europarlamentareb Rosa D'Amato, che ha suscitato scalpore, tanto da totalizzare oltre 4200 visualizzazioni.

E' un filmato girato all'interno della fabbrica in cui emerge un quadro inaccettabile di emissioni diffuse e fuggitive, specie mentre entra in funzione il tanto declamato Altoforno 1 rifatto e "messo a norma".
Non è la prima volta che ILVA annuncia il rifacimento di impianti che all'inaugurazione risultano malfuzionanti. E' già accaduto nel gennaio 2010 con l'avvio dell'acciaieria 2. Era stata rifatta ma dalle immagini video girate da una ecosentinella risultava mal funzionante (le immagini dei fumi anomali di allora sono su http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/31005.html). Anche in quella occasione fummo criticati, ma alla fine ILVA riconobbe che c'era un malfunzionamento tecnico perché l'evidenza delle immagini delle ecosentinelle ci dava ragione.
PeaceLink in giornata invierà al Presidente Michele Emiliano una relazione di risposta alla relazione ARPA, che tuttavia per la verità ammette una "strumentazione non ancora calibrata per il monitoraggio".
Il sistema di monitoraggio dell'ILVA è infatti ancora carente e per alcuni versi non rappresentativo della realtà che si vuole controllare, tanto che in diverse giornate le rilevazioni degli inquinanti cancerogeni IPA interne all'ILVA risultano paradossalmente inferiori rispetto alle rilavazioni nel quartiere Tamburi: praticamente gli operai della cokeria potrebbero consegnare con gesto caritatevole agli abitanti dei Tamburi le loro mascherine anti-inquinamento. E' incredibile ma è così. ILVA per alcuni versi risulterebbe addirittura più sicura del quartiere Tamburi. Come emerge dai dati di monitoraggio degli IPA pubblicati sul sito dell'ARPA, nell'ILVA vi sarebbe meno inquinamento cancerogeno che nel quartiere Tamburi. Ma ARPA crede veramente a questi dati? Noi abbiamo da tempo sollevato il problema del sistema di monitoraggio ILVA, che non ci soddisfa. Le famose centraline anti-inquinamento che ILVA non voleva al suo interno (è emerso nelle intercettazioni) ora sono state piazzate e paradossalmente esse forniscono dati talmente rassicuranti che in alcuni giorni si riscontrano valori di IPA paragonabili a quelli riscontrati nel Parco Nazionale del Pollino o nella Valle d'Itria. Noi non crediamo che i lavoratori ILVA stiano vivendo in un villaggio Valtur. E vorremmo un confronto perché si avvii un vero monitoraggio dei punti critici.
Ma al di là degli aspetti tecnici specifici contingenti, l'ARPA, forte dei tranquillizzanti dati tecnici che dice di poseedere, dovrebbe dichiarare se l'area a caldo dell'ILVA è ancora pericolosa per la vita e la salute dei tarantini o se può essere dissequestrata. Se non lo dice, tutto il resto è un virtuosismo tecnico che non rassicura i cittadini e neppure noi.
Alessandro Marescotti , Presidente di PeaceLink

giovedì 13 agosto 2015

L'Ilva da i numeri: paradossi e risate "old Ilva style"!

Ripartenza Afo 1, benefici ambientali ed energetici  a seguito degli interventi Aia. 

Con la ripresa delle attività dell’ Altoforno 1, tornato in marcia da qualche giorno, ILVA stima i benefici che si otterranno sia dal punto di vista dell’impatto ambientale che da quello energetico a seguito degli interventi effettuati sull’impianto stesso. In merito alle direttive dettate dall’AIA, i lavori di condensazione vapori loppa, di depolverazione campo di colata e di depolverazione Stock House hanno rappresentato gli impegni migliorativi sul versante ambientale e verso una sostanziale ottimizzazione dei consumi energetici, invece, sono incentrate le attività effettuate sul sistema di recupero gas e sul rifacimento Cowper . Nel dettaglio, i lavori sulla condensazione vapori loppa permetteranno di ridurre le emissioni diffuse di acido solfidrico (H2S) da 67g H2S/tghisa a 1g H2S/tghisa. Ipotizzando una produzione giornaliera di ghisa pari a 5500 t/giorno, la stima del beneficio ambientale in termini di riduzione di emissioni della sostanza chimica, come riportato nella tabella seguente, diverrà considerevole.


Gli interventi sulla depolverazione campo di colata permetteranno, inoltre, di aumentare il rendimento dei sistemi di captazione a monte del sistema di filtrazione tale da ridurre le emissioni diffuse e convogliate, come rimarcato in tabella:


Un altro intervento realizzato in Altoforno 1 è rappresentato dal nuovo sistema di depolverazione Stock House. L’obiettivo è quello di ridurre le emissioni a carattere diffuso tramite il miglioramento della captazione della parte alta dei sili di caricamento delle Stock House. Come si evince dalla tabella di seguito, è stimato il rispetto del valore limite di emissione convogliata di 10 mg/Nm3, previsto nel riesame AIA, in sostituzione del limite di 40 mg/Nm3.


Per ciò che concerne gli interventi favorevoli all’ottimizzazione energetica, la ristrutturazione del sistema di recupero gas di altoforno permetterà il riciclo di una maggiore quantità di gas AFO disponibile alle centrali termoelettriche. Si eviterà, così, l’utilizzo di azoto necessario per la depressurizzazione. Il rifacimento del Cowper 14 consentirà, invece, un miglioramento dell’efficienza termica degli stessi Cowper con conseguente innalzamento della temperatura del fluido necessario alla marcia dell’altoforno con conseguente riduzione del fabbisogno energetico dell’altoforno (agenti riducenti). (Ilva)

mercoledì 12 agosto 2015

Dalle discariche alla green economy?

I maliziosi penserebbero che servirebbero molte discariche per smaltire tanti terreni da bonificare...
Noi ci limitiamo a pensare che questa folgorazione sulla via di Damasco richieda qualche buona azione nella direzione giusta prima di poter essere credibile, data la fonte. 
Ai posteri l'ardua sentenza!

 

Antonio Caramia: “L’Ilva va chiusa”

L’Ilva va chiusa, ora, senza se e senza ma. A dirlo non è un esponente del mondo ambientalista ma - ed è una notizia - Antonio Caramia, ex presidente dell’Associazione degli Industriali di Taranto, noto imprenditore attivo proprio nell’area industriale e patron della discarica Italcave.
Una presa di posizione clamorosa, quindi, visto il curriculum di Caramia. “Ma è possibile che dobbiamo restare paralizzati da anni a piangere l’Ilva e a tentare impossibili respirazioni bocca a bocca per rianimare piccoli pezzi superstiti della grande industria? Quando una grande impresa fallisce con una scia di disastri che porta con sé, e lascia a casa migliaia di persone, piuttosto che tentare di salvare l’insalvabile e accontentarsi di ‘spizzichi e bocconi’ per dar lavoro a poche centinaia di lavoratori, magari perdurando le condizioni di insicurezza e di rischio, non è meglio cambiare passo, come dice il premier Renzi, rottamare ciò che è ormai distrutto e mutare rotta? Si può partire da un tesoretto, quello confiscato alla Famiglia Riva, di oltre un miliardo, che giace inutilizzato da tempo, a cui si aggiungono i fondi stanziati per il capitolo Ilva.  Ora, versarli in una caraffa senza fondo come l’Azienda sinistrata e decotta, significa solo sprecarli e tentare un’operazione da spiritisti, quella di evocare il fantasma dell’Ilva per fargli battere gli ultimi colpi.
Ma i fantasmi non hanno corpo, non sfamano, non mantengono famiglie, strutture, città e soprattutto non rilanciano l’economia. E poi evocano pagine tristi e drammatiche per la città, morti, dolori, recriminazioni, proteste. Quelle immagini che hanno impresso un volto funesto alla città che ormai da anni si identifica con quelle tragedie. Dici Taranto e tutti pensano all’inquinamento e al degrado industriale, dici Taranto è tutti pensano al fallimento dell’industria pesante”.
“Dobbiamo avere il coraggio di dire che per una serie di fattori ed effetti collaterali ormai evidenti agli occhi di tutti, quel modello industriale è fallito, o se preferite una espressione più neutrale, è superato” continua Caramia. “Allora non resta che riprendere fiato, dotarsi di una visione strategica e tentare la strada opposta, di una post-industrializzazione leggera, compatibile con il territorio e con il modello vincente che si è affermato in Puglia negli ultimi due decenni, grazie al mix di turismo, agricoltura, masserie, cinema e natura. Smantellare in sicurezza la Fabbrica e riconvertire le sue strutture in progetti che possano rilanciare il territorio partendo dal triangolo virtuoso di ambiente, cultura e turismo. I capitali cospicui a disposizione per l’impresa di smantellamento e riconversione potrebbero dare lavoro a decine di migliaia di persone, recuperando da un verso gli operai lasciati a casa dall’Ilva, dall’altra aprendo a giovani e a specializzati.
Potrebbero produrre effetti a cascata anche nell’agricoltura e nell’artigianato, potrebbero attrarre da noi le popolazioni anziani e benestanti del nord Europa, sia per il periodo di vacanza sia per venire qui a vivere la loro vecchiaia alla luce del sole. E lancerebbero un messaggio magnifico, tonificante, per la città e per la regione: il sud si riprende, si risveglia, bonifica i luoghi degradati e inquinanti, riqualifica il territorio e rende nuovamente vivibili i quartieri vicini; non difende i cocci infranti del passato ma tenta strade più nuove e più antiche. A Taranto, si direbbe, il Sud, torna a pensare in grande come si addice alla Magna Grecia, di cui la nostra città ha tutto il diritto di essere capitale. L’importante è avere il coraggio di osare, senza salti indietro nel più recente e più infame passato che ha trascinato Taranto e le aree limitrofe in una malfamata decadenza”. (TaBuonasera)

Basta benedizioni?

«Industria feroce con la città». Don Filippo parla dell’enciclica di Papa Francesco e richiama l’attenzione sul disastro jonico 

«L’ingiusto conflitto che si vive a Taranto tra difesa del lavoro e difesa dell’ambiente» è un esempio da cui partire per la nuova esperienza di fede calibrata sul rispetto della terra. Il vescovo Filippo Santoro parla a Radio Vaticana. Lo spunto viene dal cammino indicato da Papa Fracesco con la sua enciclica “Laudato si’”. Un quadro in cui Don Filippo ha nuovamente acceso i riflettori sulla condizione della sua città. Epicentro di un disastro ambientale che deve rapportarsi con la necessità di salvaguardare i posti di lavoro.
«Non possiamo pensare alla nostra fede trascurando la cura della casa comune, come sottolinea il Papa. La conversione ecologica - ha spiegato il vescovo - è proprio un cammino che ci interpella tutti. Innanzitutto, interpella noi, qui, nella situazione di Taranto - ha ricordato l’arcivescovo - con l’Ilva e con la grande problematica del conflitto ingiusto tra difesa dell’ambiente e difesa del lavoro. Se ti trovi in un contesto come questo, come Chiesa non puoi non considerare la sfida che questa problematica ti offre».
Anzitutto, ha spiega l’esponente della Cei, «per i malati e per i morti che ci sono stati a causa dell’inquinamento e poi anche per il dramma che comporta vedere un territorio così bello inquinato e contaminato: una terra che ha una vocazione agricola, turistica, artigianale, culturale, invasa in maniera così forte, così feroce, da un tipo di modello di sviluppo che è quello industriale».
Questa, ha sottolineato l’arcivescovo tarantino «è l’economia che uccide, l’economia che invece di favorire lo sviluppo della persona, delle famiglie, della società, diventa l’idolo, diventa il lucro, diventa il profitto. In questo senso, è proprio salutare il richiamo che ci fa il Papa».
Così la proclamazione da parte di Papa Francesco di una «giornata per la custodia del “Creato”, dopo la pubblicazione dell'enciclica “Laudato si’”», indica la volontà di Jorge Mario Bergoglio, ha spiegato Santoro, di «mettere l’attenzione sul tema dell’ambiente come un elemento non secondario della nostra esperienza di fede». Un cammino che monsignor Filippo Santoro ha voluto ribadire come arcivescovo di Taranto ma anche in qualità di presidente della commissione per i problemi sociali e il lavoro della Cei, la conferenza Episcopale italiana. (Quot)









 

martedì 11 agosto 2015

Con questo caldo, un altro po' di fresco non fa male!

Respinto l’appello, Fabio Riva resta in carcere 


Fabio Riva deve restare in carcere. Lo hanno deciso i giudici del Tribunale che hanno respinto l’appello proposto dal difensore dell’industriale lombardo finito in cella a Taranto ai primi di giugno, non appena rientrato in Italia. I magistrati hanno depositato il solo dispositivo e si sono riservati di motivare il loro verdetto nei prossimi giorni. Di certo ha retto la linea della procura che aveva insistito sul mantenimento del provvedimento restrittivo, sulla base della sussistenza delle esigenze di natura cautelare.
Una posizione che aveva già convinto il giudice delle indagini preliminari che aveva respinto, nelle scorse settimane, l’istanza di revoca o attenuazione della misura avanzata dall’avvocato Nicola Marseglia, difensore di Riva. Contro quella decisione, il legale aveva proposto appello in Tribunale. Ma la sua richiesta si è fermata dinanzi al semaforo rosso acceso dal collegio giudicante. In camera di consiglio accusa e difesa si erano date un’aspra battaglia sul destino dell’ex vicepresidente della Riva Fire, travolto insieme a tutto il gruppo industriale del patron Emilio Riva dal turbine giudiziario battezzato “Ambiente Svenduto”.
Era il 26 novembre del 2012, quando per il figlio del patron scattò una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Quel giorno in cella finì Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile delle pubbliche relazioni dell’acciaieria. Alla retata, sfuggì, invece, proprio Fabio Riva. L’industriale si trovava a Londra nel momento in cui la Guardia di Finanza eseguì gli arresti. Per Riva il provvedimento restrittivo venne trasformato ben presto in mandato di cattura europeo, con richiesta di estradizione recapitata in Inghilterra dalla procura jonica alla luce del ruolo contestato a Riva nel procedimento che ha inquadrato il disastro ambientale attribuito alla grande fabbrica. Dopo due anni e mezzo di permanenza a Londra, il nodo diplomatico è stato sciolto a giugno. Con Fabio Riva che è rientrato in patria ed è stato accolto dalle Fiamme Gialle non appena sbarcato all’aeroporto di Fiumicino. Da quel giorno, l’industriale è rinchiuso nel carcere di Largo Magli.
In camera di consiglio, nel corso della discussione tenuta la scorsa settimana, la procura ha ribadito che a carico di Riva continua a sussistere sia il pericolo di inquinamento probatorio sia quello di fuga. Valutazioni alle quali si è opposto il difensore dell’imputato. L’avvocato Nicola Marseglia ha sostenuto la totale assenza di esigenze cautelari, anche alla luce dell’evoluzione del processone che è già sbarcato a giudizio. Mentre in aula lo stesso Riva aveva preso la parola, per fornire la sua versione su una delle intercettazioni simbolo dell’inchiesta. Ovvero quella in cui proprio lui sembrava sminuire la crescita di tumori in città. Una interpretazione delle sue parole che Riva ha seccamente smentito. Il round in camera di consiglio, però, se lo è aggiudicato nuovamente la procura. Con il dispositivo che tiene in cella l’ex uomo forte del gruppo Ilva.
Intanto prenderà il via il prossimo 20 ottobre il processo in cui è sfociata la clamorosa inchiesta battezzata “Ambiente svenduto”. Alla sbarra 44 imputati e tre società. Tutti rimasti invischiati nelle indagini sul disastro ambientale e sanitario di Taranto. Il rinvio a giudizio è stato decretato lo scorso 23 luglio dal gup Vilma Gilli, al termine di una lunghissima udienza preliminare. Il magistrato ha accolto la richiesta avanzata dal pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio. (Quot)

A carte scoperte!


Dopo l'ottavo decreto che consente all'Ilva di camminare anche sui morti si è persa ogni forma di pudore: la parte più beceramente industrialista del PD, di cui Mucchetti è sempre stato esponente di spicco, è scesa in campo con le armi sguainate per difendere il mostro ad ogni costo. 
Nei loro discorsi (tipo: "Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali") resta solo qualche vaga postilla, più retorica o interpuntiva che altro, all'ambiente. I cittadini sono spariti dal loro panorama fatto di tonnellate di materia varia e soldi. 
Gli esseri umani sono trasfigurati nell'immagine dei posti di lavoro che dovrebbero andare ad occupare, con le loro famiglie, con la loro facile sostituibilità, una volta ammalati o deceduti. 
Anche la magistratura finisce sul banco degli imputati, giudicata da una Commissione di chissà quali esperti... di nomina politica!
La falange oplitica dell'oligarchia industriale e finanziaria ha trovato i suoi arieti da mandare sotto a testa bassa! 
Eccovi questa bella disquisizione sul preridotto.
Una specie di concerto d'arpa sull'incendio che divampa.

Restituite a Taranto l’industria dell’acciaio

Caro direttore, il tuo giornale ha avuto il merito di riproporre per primo la questione meridionale come banco di prova del governo, con l’intervista al ministro Guidi e l’intervento (molto concreto) dell’ad di Invitalia, Domenico Arcuri.
Senatore Pd e presidente della Commissione Industria del Senato e domenica, con il fondo di Luca Ricolfi, ha sostenuto l’appello (giustissimo) del premier, Matteo Renzi, contro la cultura del piagnisteo. A mio parere, va ora aggiunto che, proprio per non ricadere nel “genericissimo”, questo banco di prova potrà funzionare nel tempo se superiamo, adesso, la prova del fuoco costituita dall’Ilva.
Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali. Diversamente, il fallimento dell’azienda avrebbe conseguenze sociali ed economiche tali da azzerare la credibilità di ogni altra politica per il Mezzogiorno se è vero che, come dice il governo, chiudere l’Ilva costerebbe 8 miliardi. Vengo al dunque.
L’Ilva, si sa, raggiunge il pareggio operativo con una produzione giornaliera di 21.500 tonnellate di acciaio. Naturalmente, a pieno regime, l’Ilva può produrre di più e guadagnare, anche parecchio. Ma questo è il traguardo del futuro, non il punto di partenza di oggi. L’azienda ha spento l’altoforno principale, l’AFO5, per fine campagna, tenendo in funzione due degli altri tre altoforni (AFO2, AFO4). Questa scelta riduce la produzione a 12.000 tonnellate al giorno, determinando, dati i costi fissi, perdite operative di un centinaio di milioni di euro. Non crocifiggo nessuno per questo. Sarebbe errato e ingeneroso. Ogni congiuntura ha le sue ragioni. Ma non possiamo nemmeno dimenticare che, quando a metà 2014 si decise di “cambiare passo” lasciando cadere il piano industriale dell’allora commissario Bondi, l’Ilva perdeva 35 milioni al mese. Nella seconda metà dell’anno scorso, all’apparente recupero del conto economico anche grazie a introiti non operativi, corrispose l’aumento dei debiti fino al punto di rendere inevitabile il ricorso all’amministrazione straordinaria. Ora, per fermare l’emorragia in attesa della ripartenza di AFO5, bisogna aumentare la produttività degli impianti attivi senza aggravare l’impatto ambientale. Un’operazione che può funzionare se si caricano con preridotto gli altri altiforni nella misura del 20% del potenziale. Sento dire che l’azienda avrebbe fatto o avrebbe in animo di fare un ordine d’acquisto di 800 mila tonnellate di questo semilavorato. Sarebbe assai interessante. Con l’utilizzo del 20% di preridotto in carica, il professor Mapelli, di nuovo consulente dell’Ilva, calcolò a suo tempo un incremento della produttività dell’11% e un decremento del 15% delle emissioni di CO 2, delle polveri sottili e degli idrocarburi aromatici. Quando a Taranto si potrà arrivare all’utilizzo del solo preridotto con soli forni elettrici, a parità di produttività gli idrocarburi aromatici spariranno del tutto dalle emissioni, le polveri sottili scenderanno al 5% dei livelli attuali e la CO2 sarà un terzo di quella attuale.
Tutto questo è rimasto lettera morta perché il piano industriale, centrato sull’innovazione del preridotto, è stato contrastato da Federacciai, che lo bollò ex cathedra come non sostenibile sul piano economico. Non mi interessa, in questa sede, aprire processi al passato, per quanto prossimo. Basterà ricordare che, tre-quattro mesi dopo, lo stesso presidente di Federacciai propose di produrre il preridotto a Piombino per contrastare il pretende algerino all’acciaieria toscana. Del resto, oggi guardano al preridotto alcune delle maggiori acciaierie del Nord per contrastare, con l’innovazione, la scarsità e la crescente onerosità del rottame, la loro materia prima. Il fatto è che i costi del preridotto stanno scendendo sui mercati internazionali, come era previsto da Bondi, purtroppo inascoltato.
L’Ilva dovrebbe guardare all’innovazione del preridotto non solo per obiettivi congiunturali, ma anche per avere un processo produttivo più snello e flessibile, non più basato solo sul carbone. L’Ilva del 2015 produce ancora gli acciai dell’Ilva pubblica (in venti anni è stata introdotto una sola vera novità di prodotto), mentre i concorrenti europei hanno sviluppato almeno 6 nuove categorie di acciaio (ciascuna categoria composta da 6 a 10 specialità) che hanno conquistato i mercati della meccanica, del settore automobilistico/veicoli commerciali e delle condutture.
Lo sviluppo di nuovi prodotti e l’incremento di produttività degli impianti possono realizzarsi solo se gli operatori si troveranno senza incombenze e pressioni di natura ecologica, che deconcentrano i gestori e compromettono la produttività. Siamo sicuri che, quando AFO5 tornerà a produrre, allora automaticamente Ilva supererà il break-even? Pongo la domanda perché, secondo i tecnici, esistono altri colli di bottiglia a valle degli altiforni. Come potrebbe migliorare il rapporto con la città e pure con la magistratura? La magistratura di Taranto ha commesso anche errori materiali e giuridici clamorosi come è emerso nei lavori della Commissione Industria del Senato, oltre che in Cassazione, ma resta un interlocutore stimabile e utile alla società, in ogni caso decisivo. Ora, se l’azienda si impegnasse ad affrontare la sorgente di gran parte dei pericoli ambientali che ne frenano l’attività, il clima, e non mi riferisco a quello atmosferico, potrebbe migliorare. Questa sorgente di pericolo si chiama carbone: carbone e la sua trasformazione in coke. Ricordiamoci che l’Ilva deve gestire a ridosso della città 10 grandi cokerie. È prudente immaginare che non sorgano altri conflitti senza un progetto di graduale superamento del carbone? (Sole24h)

lunedì 10 agosto 2015

Tempi roventi per le cozze

L’afa colpisce la produzione di cozze, danni per 15 milioni

Anni fa la contaminazione della diossina e dei metalli pesanti che, a seguito dell’inquinamento, si sono posati sui fondali del Mar Piccolo. Adesso, invece, l’eccezionale ondata di afa delle ultime settimane che ha innalzato la temperatura dell’acqua provocando una specie di asfissia del seme. Non c’è pace per le cozze di Taranto, il prodotto ittico più rinomato, simbolo dell’economia marinara della città, da qualche tempo alle prese con problemi che ne compromettono la produzione e lo sbocco sul mercato.
Per due tre-stagioni consecutive diverse tonnellate di cozze allevate nel primo seno di Mar Piccolo, pronte ad essere messe in vendita, sono finite al macero, distrutte in discarica, perchè ai controlli dell’Asl erano risultate avere una presenza di sostanze inquinanti superiori ai livelli previsti. Se fossero finite al consumo, avrebbero potuto causare danni alla salute. Un’altra delle conseguenze provocate dall’impatto sul Mar Piccolo delle attività dell’Ilva e dell’Arsenale della Marina Militare. È stato quindi necessario individuare nuove zone in Mar Grande - più aperto alle correnti rispetto a Mar Piccolo che è invece una specie di mare interno di Taranto - nelle quali trasferire parte degli impianti della mitilicoltura.
Mar Piccolo è così rimasto soprattutto il luogo dove allevare i semi delle cozze da trasferire poi in Mar Grande per la successiva maturazione. Adesso, invece, i rischi vengono dall’eccesso di caldo. Che può notevolmente ridimensionare la produzione di cozze per il 2016. Si registra infatti un aumento anomalo delle temperature per un periodo prolungato e con una media di 34 gradi avvertiti in mare. Gli operatori segnalano una perdita tra il 60 e il 70 per cento della produzione di mitili adulti con un netto incremento rispetto agli ultimi anni. Trentamila tonnellate di cozze sono già inutilizzabili e il danno valutato, secondo le prime stime, in oltre 15 milioni di euro.
I mitilicoltori hanno fatto il punto della situazione in un incontro col Comune di Taranto. Tre, in particolare, le richieste avanzate. Anzitutto, avere la disponibilità di alcune aree di Mar Grande dove trasferire il prodotto inferiore a 5 centimetri di taglia, quello non adulto quindi. Influenzato dal gioco delle correnti, questo specchio di mare registra infatti temperature più basse rispetto al Mar Piccolo. Verrà poi chiesto al Consiglio nazionale delle ricerche di mettere a disposizione dei mitilicoltori i dati del monitoraggio ambientale sul Mar Piccolo, oggi fatto solo per finalità scientifiche, e, infine, si cercherà di ottenere al più presto un incontro con la Regione Puglia (assessorato alle Politiche agroalimentari) per vedere come indennizzare i produttori che hanno accusato un danno.

Mitilicoltori tarantini e Comune assicurano: il prodotto certificato e controllato che si acquista e che va, soprattutto in questo periodo, sulle tavole di migliaia di persone, non presenta alcun rischio di commestibilità e nocività. Il problema è soprattutto per la produzione futura che potrebbe notevolmente ridimensionarsi. L’estate e il caldo portano fisiologicamente una moria di semi delle cozze, ma quest’anno si è ben oltre i livelli reputati fisiologici dalla categoria. (Sole24h)

Solita routine di morte

Video Rai

Taranto, "Macché bonifiche, qui è peggio di prima" le voci dei cittadini del quartiere Tamburi 

 
Al quartiere Tamburi, che sorge proprio sotto l’Ilva, a pochi metri dal parco minerali (a poco servono le paratie costruite per limitare che le polveri volino verso la zona abitata) i palazzi e le strade sono coperti di una polvere rossastra. Gli abitanti sembrano scettici su quelli che saranno i risultati della bonifica, avviata a febbraio, che prevede la rimozione di 30 cm di suolo inquinato che viene poi sostituito con terreno vergine dopo un'operazione di nebulizzazione per evitare che ci sia dispersione di polvere. Interviste di Silvia Balducci. (RaiNews)

sabato 8 agosto 2015

Auguri!

Ilva: prima colata di ghisa dall'altoforno 1 a Taranto

Come da programma, nel pomeriggio di oggi, intorno alle 14, e' avvenuta la prima colata di ghisa dall'altoforno 1 dell'Ilva di Taranto. Si e' trattato di una colata di prova a cui ne seguiranno altre simili in attesa che l'impianto vada a regime nell'arco di una decina di giorni. L'altoforno 1 e' stato riacceso nel pomeriggio di giovedi' scorso dopo un fermo durato due anni e mezzo, a partire dagli inizi di dicembre del 2012, per consentire che l'impianto fosse adeguato alle prescrizioni ambientali dell'Aia. Interventi che sono stati completati appunto nei giorni scorsi. L'altoforno 1 produce 5.400 tonnellate di ghisa al giorno e la sua operativita' permettera' ora all'Ilva di avere tre altiforni su quattro in marcia - e' fermo da marzo l'Afo 5 per lavori di risanamento ambientale - e raggiungere quindi una produzione che e' pari al 60% delle capacita'. A fine anno l'Ilva conta di chiudere il bilancio produttivo con 6 milioni di tonnellate di acciaio. Gli interventi all'altoforno 1 sono costati 114 milioni di euro, le imprese appaltatrici coinvolte nei lavori sono state una settantina con un impiego di circa 600 lavoratori ai quali vanno aggiunti altri 100 interni, dipendenti dell'Ilva. Il riavvio dell'altoforno 1 ha riportato al lavoro dai contratti di solidarieta' circa 400 dipendenti dell'Ilva. Qualche giorno prima del riavvio dell'altoforno era tornata a produrre anche l'acciaieria 1, anch'essa fermata per lavori, ma a meta' marzo, con altri 300 addetti rientrati al lavoro. (Cq)

Punti di vista PD sull'Ilva

Il bambolotto delle oligarchie mette il broncio al portavoce di una regione intera

Lui tende la mano, Renzi la ritira. Emiliano freddato su Ilva e Tap

Quando prende la parola, durante la direzione nazionale monotematica sul Sud convocata da Matteo Renzi, Michele Emiliano ha perso parecchia della baldanza della vigilia. «Sono tutti molto preoccupati di quel che dirò – spiega rivolgendosi direttamente al premier segretario durante il suo intervento – chi ti è più vicino mi ha invitato a essere positivo». Ma quello più preoccupato, in realtà, sembra lui stesso, il presidente della Puglia. Che si esibisce in un intervento piuttosto breve e sottotono, accorato e tutto in difesa. Ancora, evidentemente, sotto l’effetto del durissimo trattamento che Renzi gli ha riservato.
Nella sua relazione introduttiva, il presidente del Consiglio cita più volte Marcello Pittella, il presidente della Basilicata, e Vincenzo De Luca, governatore della Campania. Ne loda i risultati, da Matera capitale a Melfi, dalla raccolta differenziata di Salerno agli sforzi per Bagnoli. Per Emiliano (così come per il presidente della Sicilia, Rosario Crocetta, alle prese però con difficoltà politiche oggettive), non una parola. E, invece, moltissime bacchettate: su Ilva, su Tap, sulle trivellazioni. Eppure l’ex sindaco di Bari si era avvicinato al banco della segreteria per stringere la mano a Renzi, che non sentiva né vedeva da prima che iniziasse la campagna elettorale, per tentare di recuperare posizioni. Ricavandone una freddezza ostentata, che non gli era sfuggita. Anche il parlamentare barese Dario Ginefra ne aveva perorato la causa invitando il segretario nazionale e il segretario regionale a scambiarsi un gesto che desse «plastica rappresentazione di una relazione diversa da quella delle romanzesche interpretazioni» dei giornalisti. Appello caduto nel silenzio gelido di Renzi.
Emiliano, è noto, prima e dopo il voto del 31 maggio aveva criticato aspramente il governo sulla riforma della scuola, aveva annunciato opposizione alla decisione di far approdare il gasdotto Tap sulla spiaggia di Melendugno, aveva giudicato mal scritto il penultimo e l’ultimo decreto Ilva (che consente il funzionamento di uno stabilimento per il quale non esclude la chiusura, posizione opposta a quella del governo), infine aveva annunciato ricorso contro le trivellazioni in Adriatico. Renzi non deve aver dimenticato nulla. Così come non deve aver gradito quell’ultima promessa – «scateneremo l’inferno del cambiamento» – con cui Emiliano aveva accolto l’annuncio di una direzione nazionale dedicata alla questione meridionale, intestandosi una sorta di battaglia da Sud (con il plauso di tantissimi amministratori meridionali che lo incitavano anche ieri alla pugna).
A dimostrare tutta l’insofferenza del premier, è appunto il suo discorso dal Nazareno. Parla della Puglia più volte. Ne cita i successi, dalla Mermec dell’amico Vito Pertosa alla sfida per Taranto annunciata dal ministro per i Beni culturali Franceschini. Rivendica gli sforzi del governo nel suo territorio. Cita perfino i «ragazzi di Proforma», l’agenzia barese di comunicazione alla quale egli stesso si affida, per «la bellissima campagna sul Tap con cui si dimostra che un gasdotto non pregiudica le potenzialità turistiche del territorio». Emiliano, che del Pd pugliese è segretario e che è stato eletto solo due mesi fa governatore, no, non merita incoraggiamento né considerazione. Per lui solo staffilate. Su Ilva. «Noi a Taranto ci siamo andati – rivendica Renzi – il decreto legge che tiene aperta quell’industria, con una battaglia quotidiana del tutto sottovalutata, è il numero 1 del 2015. Ma tutta l’attenzione è stata riservata alle interpretazioni normative». Su Tap. «So che ci sono opinioni diverse, ma si dovrebbe osservare che il gasdotto convive perfettamente con la spiaggia a Ibiza dove il turismo non è affatto crollato». Sulle trivellazioni. «Lo sblocca Italia non ha autorizzato alcuna trivella. Ma è possibile che dalla parte croata dell’Adriatico si intervenga e da quella italiana non si possa fare neppure ricerca?».
Ed Emiliano? Parla per quarto, poco dopo un galvanizzato De Luca, e sceglie il registro – non tanto consueto, per lui, ma fa parte della mutazione in corso - della prudenza. «Noi possiamo essere per te, presidente, uno strumento per risolvere la crisi economica italiana. Siamo a tua disposizione, delle questioni correntizie non ci frega niente. Se qualche volta osservo, da giurista, un’incongruenza non devi prendertela: sono un giurista. Noi siamo il frutto di sangue e sudore versato, non solo metaforicamente. In luoghi difficilissimi dove abbiamo portato la bandiera della civiltà attraverso il centrosinistra e il Pd, non possiamo essere convocati a bacchetta. Dobbiamo condividere strategia e visione. Poi vedrai di cosa siamo capaci». Chi, nella platea del Nazareno, si aspettava un Emiliano che «scassasse» tutto, forse è deluso. «Non sono pazzo – concede al termine della direzione – abbiamo incassato l’impegno a discutere di questione meridionale e a farlo prima di stabilire la spesa con la legge di stabilità. È molto. Andiamo avanti». (CdM)