E mentre un colosso come l'Ilva di Taranto veniva messo in ginocchio da un forte nubifragio che ha colpito il capoluogo jonico, dell'Ilva di Taranto si parlava ad una conferenza che si è tenuta a Bergamo in occasione di "BergamoScienza". Alla conferenza in questione, dal titolo "LA STORIA DELL'ILVA DI TARANTO E L'IMPATTO DELLA INDUSTRIA SULLA SALUTE", ha partecipato come relatore Carlo La Vecchia. Se non lo ricordate.... è la stessa persona che, in qualità di consulente dell'Ilva, aveva firmato il dossier (insieme ad altri consulenti: Paolo Boffetta, Marcello Lotti e Angelo Moretti) con cui
contestavano le conclusioni dell’Arpa, della magistratura e degli esperti
del ministero della Salute autori dello studio “Sentieri” sull’impatto
delle emissioni dello stabilimento. Riferendosi proprio alla diffusione del tumore ai polmoni, i consulenti
sembravano riproporre vecchie tesi care alla famiglia Riva. Hanno scritto che
le neoplasie non dipendono dall’inquinamento prodotto dal siderurgico ma
dagli stili di vita dei tarantini perché «é noto che a Taranto, città
portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto
ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di
sigaretta era ridotto fino agli anni ’70». Per rinfrescare la memoria, si consiglia la lettura dell'articolo de La Stampa.
Chissà se La Vecchia a Bergamo ha spiegato che se i tarantini si ammalano di tumore è perchè fumano troppo o per altre ragioni.... A noi rimane senz'altro sconosciuto il motivo del perchè abbiano chiamato a parlare "dell'impatto reale di Ilva sulla salute dei tarantini della zona circostante" proprio ad un consulente di Ilva, membro del Centro Studi Ilva.
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venerdì 16 ottobre 2015
domenica 14 luglio 2013
Fumatori di ciminiere e scienziati in affitto
“Tumori causati dal fumo non dall’Ilva”. A Taranto è bufera sulla lettera di Bondi
«L’Ilva non ha colpe». Le cause del tumore ai polmoni dei tarantini sono da ricercare in altri fattori, a cominciare dal «fumo di tabacco e alcol, nonché nella difficoltà nell’accesso a cure mediche e a programmi di screening». È bufera sulla consulenza di 44 pagine che il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, allega alla missiva inviata a fine giugno al governatore della Puglia, Nichi Vendola e all’Arpa. E per approfondire l’argomento il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha deciso di convocare il Commissario straordinario dell’Ilva nelle prossime ore.
Nella lettera Bondi contesta i criteri adottati dall’Arpa e dalla Regione Puglia sul danno sanitario prodotto dal siderurgico. Ma quello che colpisce è il dossier firmato dai consulenti dell’Ilva Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretti, che contestano le conclusioni dell’Arpa, della magistratura e degli esperti del ministero della Salute autori dello studio “Sentieri” sull’impatto delle emissioni dello stabilimento.
Riferendosi proprio alla diffusione del tumore ai polmoni, i consulenti sembrano riproporre vecchie tesi care alla famiglia Riva. Scrivono che le neoplasie non dipendono dall’inquinamento prodotto dal siderurgico ma dagli stili di vita dei tarantini perché «é noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70». Passaggio che il commissario Bondi sembra condividere perché nella missiva inviata alla Regione e all’Arpa aggiunge che «dalla memoria emerge come i criteri adottati e la procedura valutativa seguita presentino numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell’attendibilità scientifica,sia sotto il profilo delle conclusioni raggiunte ».
Ricostruzione questa che fa inorridire il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che definisce «inaccettabili » gli argomenti di Bondi e conferma tutti i suoi dubbi «sull’affidare il ruolo di commissario dell’Ilva all’ad dell’azienda ». «Mi sarei aspettato dal commissario - rileva il governatore - una più netta presa di distanza dall’approccio negazionista che l’Ilva ha tenuto negli ultimi vent’anni. Come temevo, invece, le osservazioni di Bondi commissario non sembrano molto diverse da quelle di Bondi amministratore delegato».
Pesante anche l’assessore pugliese all’ambiente, Lorenzo Nicastro, secondo il quale la «priorità» del siderurgico è «la tutela della produzione e della sostenibilità economica dei processi dello stabilimento di Taranto rispetto all’esigenza di ricondurre gli impatti ambientali entro le prescrizioni di legge e dell’Aia». E se per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, Bondi deve dimettersi, i deputati del M5S bollano le conclusioni del commissario governativo come «vergognose e incredibili, ma non da censurare, bensì da diffondere in tutte le tv e giornali». E concludono: «Non può essere lui la persona idonea a svolgere questo delicatissimo ruolo». (LaStampa)
«L’Ilva non ha colpe». Le cause del tumore ai polmoni dei tarantini sono da ricercare in altri fattori, a cominciare dal «fumo di tabacco e alcol, nonché nella difficoltà nell’accesso a cure mediche e a programmi di screening». È bufera sulla consulenza di 44 pagine che il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, allega alla missiva inviata a fine giugno al governatore della Puglia, Nichi Vendola e all’Arpa. E per approfondire l’argomento il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha deciso di convocare il Commissario straordinario dell’Ilva nelle prossime ore.
Nella lettera Bondi contesta i criteri adottati dall’Arpa e dalla Regione Puglia sul danno sanitario prodotto dal siderurgico. Ma quello che colpisce è il dossier firmato dai consulenti dell’Ilva Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretti, che contestano le conclusioni dell’Arpa, della magistratura e degli esperti del ministero della Salute autori dello studio “Sentieri” sull’impatto delle emissioni dello stabilimento.
Riferendosi proprio alla diffusione del tumore ai polmoni, i consulenti sembrano riproporre vecchie tesi care alla famiglia Riva. Scrivono che le neoplasie non dipendono dall’inquinamento prodotto dal siderurgico ma dagli stili di vita dei tarantini perché «é noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70». Passaggio che il commissario Bondi sembra condividere perché nella missiva inviata alla Regione e all’Arpa aggiunge che «dalla memoria emerge come i criteri adottati e la procedura valutativa seguita presentino numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell’attendibilità scientifica,sia sotto il profilo delle conclusioni raggiunte ».
Ricostruzione questa che fa inorridire il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che definisce «inaccettabili » gli argomenti di Bondi e conferma tutti i suoi dubbi «sull’affidare il ruolo di commissario dell’Ilva all’ad dell’azienda ». «Mi sarei aspettato dal commissario - rileva il governatore - una più netta presa di distanza dall’approccio negazionista che l’Ilva ha tenuto negli ultimi vent’anni. Come temevo, invece, le osservazioni di Bondi commissario non sembrano molto diverse da quelle di Bondi amministratore delegato».
Pesante anche l’assessore pugliese all’ambiente, Lorenzo Nicastro, secondo il quale la «priorità» del siderurgico è «la tutela della produzione e della sostenibilità economica dei processi dello stabilimento di Taranto rispetto all’esigenza di ricondurre gli impatti ambientali entro le prescrizioni di legge e dell’Aia». E se per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, Bondi deve dimettersi, i deputati del M5S bollano le conclusioni del commissario governativo come «vergognose e incredibili, ma non da censurare, bensì da diffondere in tutte le tv e giornali». E concludono: «Non può essere lui la persona idonea a svolgere questo delicatissimo ruolo». (LaStampa)
venerdì 14 giugno 2013
giovedì 29 marzo 2012
Manca solo che dicano che l'Ilva pulisce l'aria!!!
Perizia epidemiologica, le osservazioni degli esperti incaricati dall’Ilva
Attribuire le responsabilità dell’inquinamento alla gestione statale e demolire il lavoro svolto dai periti incaricati dal gip Patrizia Todisco. E’ questa, in buona sostanza, la contromossa dell’Ilva, nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento che vede indagati i vertici dell’azienda.
Sono state presentate, infatti, le osservazioni dei periti incaricati dal gruppo Riva: il prof. Lorenzo Alessio, ordinario di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia, il prof. Vito Foà, ordinario di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Milano, Carlo La Vecchia, professore di Statistica Medica e Biometria all’Università Statale di Milano e responsabile del Dipartimento di Epidemiologia Generale all’Istituto Mario Negri di Milano, Angelo Moretto, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Milano, Stefano Porru, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia, e la dott.ssa Eva Negri, ricercatrice all’Istituto M. Negri di Milano.
EFETTI A BREVE TERMINE SULLA SALUTE - Nelle osservazioni si legge: «Per ciò che concerne gli effetti a breve termine – gli unici rilevanti nel procedimento in questione – le conclusioni che “l’esposizione agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione eventi di malattie e di morte” sono basate su una singola soglia (20 µg/m3) definita come valore-obiettivo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non attualmente in vigore nell’Unione Europea. Se si fosse utilizzato il limite UE ora in vigore di 40 µg/m3 e recepito con decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010, l’eccesso stimato di patologie e decessi a Taranto per gli effetti a breve termine sarebbe stato tendenzialmente nullo”.
EFFETTI A LUNGO TERMINE – Secondo gli esperti scelti dall’Ilva questi effetti “nella popolazione generale non sono coerenti in maschi e femmine, e quindi ragionevolmente non sono ascrivibili al solo inquinamento industriale ma, piuttosto, al ruolo residuo di differenze socio-economiche”. Una costante di queste osservazioni consiste nello scaricare le responsabilità dell’inquinamento sulla vecchia gestione statale. Ecco, infatti , cosa si legge subito dopo: “In ogni caso, se esistenti, detti effetti sarebbero comunque da attribuire ad esposizioni nel lontano passato, e di conseguenza della proprietà precedente (fino al 28 aprile 1995). Questi risultati non sono quindi rilevanti nel procedimento in esame”.
EFFETTI A LUNGO TERMINE SUI LAVORATORI – Gli esperti incaricati dal gruppo Riva affermano che gli effetti al lungo termine riferiti ai lavoratori “riguardano soggetti con pregresso impiego in siderurgia nel 1974-97, e quindi – se reali – vanno in larga parte attribuiti alla proprietà precedente. Anche questi non sono quindi rilevanti nel procedimento in esame”.
SALUTE DEI LAVORATORI – A pag. 12 è scritto che dai dati presenti nel capitolo 5 della perizia epidemiologica, non è possibile trarre alcuna valutazione sullo stato di salute dei lavoratori Ilva: “I dati di monitoraggio ambientale e biologico indicano, invece, che l’esposizione dei lavoratori a sostanze chimiche è controllata e al di sotto dei livelli considerati accettabili per l’ambiente di lavoro e, quindi, a dimostrazione dell’esistenza in Ilva di buone pratiche di igiene industriale e tutela della salute. Di conseguenza le valutazioni dei periti sono infondate”.
PM10 – Nelle osservazioni si dice: ”le concentrazioni di PM10 a Taranto, anche nelle centraline con valori più elevati, sono considerevolmente più basse che in molte altre aree urbane italiane, e in particolare nella Valle Padana”.
TUMORI – E’ questo uno dei passaggi più eclatanti: “La stima dell’1,1% di eccesso di mortalità a lungo termine nel complesso della popolazione attribuibile a PM 10 di origine industriale è basata su un insieme di dati incoerenti nei due sessi, oltre che per cause. Non vi è infatti nessun eccesso di tumori e, in particolare, di tumore del polmone, il principale organo bersaglio di inquinanti ambientali”.
Come anticipato, il filo conduttore di queste osservazioni consiste nel tenere fuori dalle responsabilità l’attuale gestione Ilva: “In ogni caso – è scritto a pagina 6 – gli effetti a lungo termine riflettono esposizioni del lontano passato”. Questa è soltanto una breve sintesi del documento messo a punto dagli esperti dell’Ilva. Un documento che la dice lunga su come il gruppo Riva intende basare la sua battaglia legale. E’ facile prevedere che l’udienza in programma domani al Tribunale di Taranto non sarà una passeggiata. Per nessuno. A confrontarsi saranno due visioni agli antipodi: da una parte l’inferno descritto dai periti incaricati dal gip Todisco, dall’altra lo scenario da mulino bianco proposto dagli esperti chiamati dall’azienda.
Alessandra Congedo (inchiostroverde)
Attribuire le responsabilità dell’inquinamento alla gestione statale e demolire il lavoro svolto dai periti incaricati dal gip Patrizia Todisco. E’ questa, in buona sostanza, la contromossa dell’Ilva, nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento che vede indagati i vertici dell’azienda.
Sono state presentate, infatti, le osservazioni dei periti incaricati dal gruppo Riva: il prof. Lorenzo Alessio, ordinario di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia, il prof. Vito Foà, ordinario di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Milano, Carlo La Vecchia, professore di Statistica Medica e Biometria all’Università Statale di Milano e responsabile del Dipartimento di Epidemiologia Generale all’Istituto Mario Negri di Milano, Angelo Moretto, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Milano, Stefano Porru, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia, e la dott.ssa Eva Negri, ricercatrice all’Istituto M. Negri di Milano.
EFETTI A BREVE TERMINE SULLA SALUTE - Nelle osservazioni si legge: «Per ciò che concerne gli effetti a breve termine – gli unici rilevanti nel procedimento in questione – le conclusioni che “l’esposizione agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione eventi di malattie e di morte” sono basate su una singola soglia (20 µg/m3) definita come valore-obiettivo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non attualmente in vigore nell’Unione Europea. Se si fosse utilizzato il limite UE ora in vigore di 40 µg/m3 e recepito con decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010, l’eccesso stimato di patologie e decessi a Taranto per gli effetti a breve termine sarebbe stato tendenzialmente nullo”.
EFFETTI A LUNGO TERMINE – Secondo gli esperti scelti dall’Ilva questi effetti “nella popolazione generale non sono coerenti in maschi e femmine, e quindi ragionevolmente non sono ascrivibili al solo inquinamento industriale ma, piuttosto, al ruolo residuo di differenze socio-economiche”. Una costante di queste osservazioni consiste nello scaricare le responsabilità dell’inquinamento sulla vecchia gestione statale. Ecco, infatti , cosa si legge subito dopo: “In ogni caso, se esistenti, detti effetti sarebbero comunque da attribuire ad esposizioni nel lontano passato, e di conseguenza della proprietà precedente (fino al 28 aprile 1995). Questi risultati non sono quindi rilevanti nel procedimento in esame”.
EFFETTI A LUNGO TERMINE SUI LAVORATORI – Gli esperti incaricati dal gruppo Riva affermano che gli effetti al lungo termine riferiti ai lavoratori “riguardano soggetti con pregresso impiego in siderurgia nel 1974-97, e quindi – se reali – vanno in larga parte attribuiti alla proprietà precedente. Anche questi non sono quindi rilevanti nel procedimento in esame”.
SALUTE DEI LAVORATORI – A pag. 12 è scritto che dai dati presenti nel capitolo 5 della perizia epidemiologica, non è possibile trarre alcuna valutazione sullo stato di salute dei lavoratori Ilva: “I dati di monitoraggio ambientale e biologico indicano, invece, che l’esposizione dei lavoratori a sostanze chimiche è controllata e al di sotto dei livelli considerati accettabili per l’ambiente di lavoro e, quindi, a dimostrazione dell’esistenza in Ilva di buone pratiche di igiene industriale e tutela della salute. Di conseguenza le valutazioni dei periti sono infondate”.
PM10 – Nelle osservazioni si dice: ”le concentrazioni di PM10 a Taranto, anche nelle centraline con valori più elevati, sono considerevolmente più basse che in molte altre aree urbane italiane, e in particolare nella Valle Padana”.
TUMORI – E’ questo uno dei passaggi più eclatanti: “La stima dell’1,1% di eccesso di mortalità a lungo termine nel complesso della popolazione attribuibile a PM 10 di origine industriale è basata su un insieme di dati incoerenti nei due sessi, oltre che per cause. Non vi è infatti nessun eccesso di tumori e, in particolare, di tumore del polmone, il principale organo bersaglio di inquinanti ambientali”.
Come anticipato, il filo conduttore di queste osservazioni consiste nel tenere fuori dalle responsabilità l’attuale gestione Ilva: “In ogni caso – è scritto a pagina 6 – gli effetti a lungo termine riflettono esposizioni del lontano passato”. Questa è soltanto una breve sintesi del documento messo a punto dagli esperti dell’Ilva. Un documento che la dice lunga su come il gruppo Riva intende basare la sua battaglia legale. E’ facile prevedere che l’udienza in programma domani al Tribunale di Taranto non sarà una passeggiata. Per nessuno. A confrontarsi saranno due visioni agli antipodi: da una parte l’inferno descritto dai periti incaricati dal gip Todisco, dall’altra lo scenario da mulino bianco proposto dagli esperti chiamati dall’azienda.
Alessandra Congedo (inchiostroverde)
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