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giovedì 24 dicembre 2015

Bancacciacchi

Banche e acciaio, è guerra tra l'Italia e l'Ue: bocciati gli aiuti all'Ilva

Si tratta dunque di uno scontro tra l'Italia e l'Unione europea senza precedenti. E stavolta è Roma all'offensiva. Mai si erano concentrati tanti elementi di conflittualità in uno spazio di tempo così breve. La tensione registrata la scorsa settimana al Consiglio europeo tra il presidente del consiglio e la Cancelliera tedesca Merkel assume adesso tutta un'altra luce. Tutto ha ormai preso la forma e la sostanza di un braccio di ferro che mira a cambiare non tanto - o almeno non ora - gli equilibri all'interno dell'Unione ma a modificare il perimetro dei tre negoziati cui i due contendenti saranno chiamati a discutere nel 2016.
Non è un caso che l'Italia, dinanzi alle lettere spedite in questi giorni da Bruxelles, abbia iniziato a valutare tutte le contromisure. Compresa quella più radicale: il ricorso alla Corte di Giustizia.
Sul caso Ilva, infatti, il governo insiste nel richiamare l'attenzione sulla circostanza che non si tratta di un semplice "salvataggio" ma anche di un'operazione finalizzata al risanamento ambientale. E secondo l'esecutivo italiano, proprio la disciplina europea prevede l'intervento pubblico in questi casi e in modo particolare in riferimento all'intervento siderurgico. La procedura di infrazione, nella fattispecie, non è stata ancora completata. Ma se l'esito dovesse essere negativo, Palazzo Chigi è pronto ad attivare appunto il ricorso alla corte di Giustizia.
Una soluzione che in questi giorni è in corso di valutazione anche per la questione Tercas. Anzi, sulla vicenda della banca teramana la decisione verrà presa in tempi strettissimi. E tutto sta portando verso la linea dello scontro totale: ricorso alla Corte di Lussemburgo. Non solo. Per rendere l'impatto ancora più avvelenato, potrebbe essere accompagnato dalla richiesta di risarcimento danni alla Commissione. Una procedura che, se avesse un esito positivo, porterebbe un cifra considerevole nelle casse dello Stato.
Lo stesso può valere per il cosiddetto decreto salva-banche che - fanno notare i ministri competenti - è stato modificato con un emendamento alla legge di Stabilità nella parte concernente il fondo interbancario. Quel fondo non è più obbligatorio bensì volontario. E chi ha usufruito di quegli stanziamenti - come la Tercas - li restituirà per attingere dal nuovo fondo "volontario". Un percorso accettato alla fine dalle banche con la garanzia che sarebbe stato applicato il medesimo regime fiscale: quello che permette la deducibilità.
Del resto l'attenzione dell'esecutivo sul sistema bancario sta crescendo sempre più. Il timore che le recenti vicende possano compromettere il flusso dei finanziamenti alle attività imprenditoriali e ai privati sta diventando una sorta di incubo per Palazzo Chigi. Soprattutto la paura che il complesso degli istituti di credito nostrani non vengano più percepiti come affidabili. Se questi due fantasmi si trasformassero in realtà, il primo effetto sarebbe una vera e propria mazzata sulle previsioni del governo relativa alla crescita nel prossimo anno. Tant'è che una delle parole d'ordine pronunciate in questi giorni da Renzi tocca le banche e la necessità di rafforzarle attraverso il loro accorpamento.
Ma dietro queste due partite, ossia quella degli istituti di credito e dell'Ilva, se ne gioca una terza. Che Palazzo Chigi considera la più importante. Il via libera al deficit al 2,4 per cento nel 2016. Questa soglia, infatti, non è stata preventivamente concordata con Bruxelles. Il negoziato di settembre- ottobre aveva prodotto per l'Italia l'ampliamento dei margini di spesa fino al 2,2 per cento. Ora, però, c'è questo 0,2 per cento in più che espone l'esecutivo italiano al rischio di un'altra procedura d'infrazione. Renzi è sicuro di poter trattare, come lo scorso anno, una via d'uscita.
Ma le tre battaglie non saranno combattute separatamente. Nel governo italiano, sono certi che anche le due ultime missive spedite dalla Commissione sulle banche e sull'Ilva rientrino nella tattica di Bruxelles di aprire una trattativa sui tre fronti per poi discutere su quale chiudere un occhio.
Il premier è invece convinto di poter vincere contemporaneamente sui tre tavoli. Con una premessa che vale per tutte le tappe da affrontare da qui alla prossima primavera: il vero interlocutore è la Germania di Angela Merkel. Solo se la Cancelliera approverà la linea della flessibilità per l'Italia, allora Bruxelles si adeguerà. Era questo il fulcro della lite che ha segnato l'ultima riunione del consiglio europeo tra "Matteo e Angela". Questo sarà il centro del loro prossimo incontro. (Rep)

giovedì 17 dicembre 2015

E quanto ci voleva a puntare 'sto mirino!

Ilva: Italia nel mirino di Bruxelles per aiuti di Stato

La Commissione Ue si appresta, salvo colpi di scena, ad aprire un'indagine formale nei confronti dell'Italia per verificare se gli interventi previsti dalla legge 'Salva-Ilva' sono in contrasto che le norme Ue che vietano gli aiuti di Stato. Inoltre, apprende l'Ansa da fonti Ue, Bruxelles nutre dubbi anche sugli 800 milioni che verrebbero stanziati con la Stabilità 2016.
Nel mirino dei servizi di Bruxelles che vigilano sulla concorrenza ci sarebbero tra l'altro i fondi già erogati in favore dell'Ilva a vario titolo - nella proposta di decisione di cui l'Ansa ha preso visione si citano due prestiti, rispettivamente da 250 e 400 milioni - anche se in parte legati alla necessità di fare fronte all'emergenza ambientale venutasi a creare nell'impianto e nei suoi dintorni. E questo nonostante la garanzia dello Stato sui 400 milioni sia stata concessa a un tasso d'interesse del 3,12%, ovvero in linea con i tassi di mercato. Inoltre, in base alla bozza di decisione, anche la garanzia dello Stato sugli 800 milioni previsti nella legge di stabilità 2016, "se attuata nella corrente formula, contiene aiuti di Stato". E questo perchè la Commissione nutre "dubbi" sul fatto che un garante privato si assumerebbe un tale rischio su una società insolvente che è nelle stesse condizioni dell'Ilva. Il dossier preparato dai servizi antitrust di Bruxelles, a quanto si è appreso, potrebbe essere formalizzato dalla commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager già prima della pausa per le festività di fine anno. (ANSA)

mercoledì 2 dicembre 2015

Requiem milanese?

L’Ilva è agli sgoccioli. Come Taranto

Sul Corriere della Sera di oggi c’è una intera pagina di Federico Fubini sulla crisi dell’Ilva, crisi che è economica e industriale prima ancora che sociale. Crisi che resta da decenni ambientale, che è il vero nodo mai sciolto. Perché è sicuramente vero che come scrive Fubini che un’Ilva risanata sarebbe troppo competitiva per i suoi concorrenti ma intanto l’Ilva risanata non è, né tantomeno lo sarà con (l’annaquato) piano ambientale che – si accettano scommesse – non sarà portato a termine per la scadenza prevista (luglio 2016) con l’inevitabile e scontato ulteriore decreto salva-azienda che prorogherà i termini, permettendo alle fonti inquinanti di…inquinare un altro po’. In fondo chi ha sopportato (in alcuni casi persino favorito) oltre mezzo secolo di inquinamento, può benissimo sopportare ancora. No?
Tra il crollo dei prezzi dell’acciaio, i prestiti che non arrivano e quei 50 milioni di euro che bruciano ogni mese, l’azienda dei Riva non riesce a far fronte alle spese essenziali
Corriere della Sera, mercoledì 2 dicembre 2015
«L’acciaio o la vita: scegli» recita la scritta a spray nero sulle mura della chiesa di Tamburi, il quartiere di Taranto più devastato dall’epidemia di tumori attorno agli impianti Ilva. Non fosse perché la produzione è scesa quasi a metà della capacità industriale, la più vasta d’Europa, le ombre di polvere nera sui muri oggi incutono meno paura. Ma a scegliere per gli abitanti di Tamburi e gli oltre dodicimila di là dal muro, gli addetti di un impianto grande come la città, rischia di essere qualcun altro. Fuori da Taranto, e in parte anche dall’Italia.
Per l’Ilva di Taranto e di Genova, 14.200 dipendenti diretti e altri ottomila nell’indotto, sono tornati tempi terribili. L’azienda sta ingaggiando la sua battaglia finale per la sopravvivenza: la stagione che si apre sarà decisiva per capire se uno dei maggiori gruppi siderurgici del continente, un interesse strategico per l’Italia, può arrivare – e a quali condizioni – alla seconda metà del 2016. La sola certezza è che in queste settimane gli ostacoli stanno tornano ben visibili in molte direzioni: dalla Svizzera, da Bruxelles, così come dalle stesse casse del gruppo che nel 2015 brucerà oltre mezzo miliardo di euro, e ormai fatica a far fronte ad alcune delle spese essenziali.
Il mese scorso, una corte penale federale del Canton Ticino ha bloccato per molti anni a venire il rimpatrio in Italia di 1,2 miliardi di euro depositati su un trust svizzero riconducibile a Emilio e Adriano Riva. Quelle risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano andare al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Non succederà, non nel futuro prevedibile. Il tribunale elvetico è stato quasi sprezzante: «Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni – ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita». Quali che siano gli indizi a carico, in effetti i due fratelli Riva non sono ancora neppure rinviati a giudizio. Il sequestro dei loro fondi non era il vanto di uno Stato capace di garantire i diritti di proprietà di qualunque investitore, anche discutibile, finché provato colpevole.
Nell’immediato, il rifiuto opposto dalla Svizzera avrà almeno una conseguenza: cambiare la legge di Stabilità votata in Senato dieci giorni fa. L’articolo 489 della manovra prevede infatti una garanzia dello Stato italiano «esplicita, incondizionata e irrevocabile» su prestiti per 800 milioni che l’Ilva commissariata avrebbe potuto chiedere alle banche in attesa di ricevere i fondi dei Riva. Ora che non arriveranno, non è scontato che lo Stato possa garantire le banche sulla base di una rete di sicurezza che non c’è più. In parte, è quanto sta già succedendo: a fine aprile il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha firmato un decreto con cui garantisce un altro prestito da 400 milioni di Cassa depositi e prestiti, banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, sempre coperto dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare.
Ora quella garanzia pubblica a vantaggio dell’Ilva sta attirando l’attenzione di Bruxelles. «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva. A Bruxelles si ricorda che le regole comunitarie proibiscono aiuti di Stato a operatori cronicamente in perdita, e Ilva sta bruciando cassa per 50 milioni al mese dopo aver perso 2 miliardi dal 2012 all’anno passato. Non sempre in realtà le norme vengono applicate con intransigenza: la tedesca Salzgitter ha ricevuto ripetuti aumenti di capitale dal suo azionista di controllo, il Land della Bassa Sassonia, e nel 2002 i Chantiers de l’Atlantique furono salvati con 650 milioni dal governo di Parigi senza contraccolpi traumatici. Ma a Bruxelles si è sempre più convinti che, «in linea di principio», nessuna azienda debba essere tenuta artificialmente in vita usando il denaro dei contribuenti. Da parte di Arcelor-Mittal e altri concorrenti europei, la pressione sulla Commissione perché stacchi la spina all’Ilva è fortissima: significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto. A Bruxelles si vedrebbe di buon occhio una cessione del gruppo, magari a pezzi, ma è quasi impossibile: nessuno al mondo, neanche gratis, comprerebbe un impianto al 78% sotto sequestro della magistratura italiana. Poco importa che un’Ilva risanata sarebbe anche troppo competitiva per i suoi avversari.
Massimo Rosso e Aldo Ranieri, operai degli altiforni di Taranto, si accontenterebbero di molto meno. Per ora – dicono – basterebbe che l’azienda fornisse guanti, maschere protettive e tute ignifughe nuove quando serve. L’Ilva, oggi, non ha cassa neanche per questo.
Federico Fubini (Mimmomazza)


Un nuovo caso di “cannibalismo industriale” si va profilando nel nostro paese. Sulle sorti dell'Ilva di Taranto si stanno addensando attenzioni pericolose. Da un lato le banche svizzere che hanno bloccato il trasferimento in Italia dei fondi esportati dalla famiglia Riva, ex proprietaria dell'Ilva. I tribunali svizzeri ritengono che la richiesta dello Stato italiano di riavere i soldi dei Riva – circa 1,2 miliardi di euro - corrisponda ad esproprio. Le risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano infatti essere destinate al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Ma le autorità giudiziarie (e le banche) svizzere ritengono che “Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni — ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita”.
Ma il blocco del recupero dei fondi neri della famiglia Riva apre un buco sui finanziamenti pubblici destinati a mantenere in produzione l'Ilva. Sette mesi fa il ministro del Tesoro Padoan aveva firmato un decreto attraverso cui veniva garantito un altro prestito da 400 milioni da parte della Cassa Depositi e Prestiti, di Banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, coperto proprio dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare dalla Svizzera.
Ma questo piano di mantenimento dell'Ilva sta attirando le malevaole attenzioni della Commissione Europea. Il Corriere della Sera di oggi riporta che «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva”.
Eppure, lo stesso Corriere rammenta che in altri casi, la stessa Commissione Europea ha chiuso gli occhi di fronte ad aiuti pubblici verso società tedesche o francesi in difficoltà. Cita il caso della Salzigitter dove è intervenuto il governo del land della Bassa Sassonia (lo stesso che ha le mani in pasta con la Volkswagen) oppure dei Cantieri dell'Atlantico che hanno ricevuto 650 milioni dal governo francese. Ma a fare pressione sulla Commissione Europea sembra che siano soprattutto le multinazionali della siderurgia interessate a chiudere l'Ilva e a prendersi la sua rilevantissima quota di mercato. Si parla infatti dell'interessamento della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. “Significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto” precisa il Corriere della Sera. Le ipotesi alternative ventilate da Bruxelles non sono migliori: uno spacchettamento dell'Ilva e di fatto il suo depotenziamento, “perchè nessuno intende comprare una azienda piena di debiti e sotto il controllo dello stato”.
Insomma per l'Ilva si prospetta un altro classico caso di cannibalismo industriale che ha già portato alla scomparsa in Italia della chimica e di buona parte della farmaceutica oltre che alla chiusura dell'Italsider di Bagnoli, appena ristrutturata, negli anni '80. Chi ne ha tratto giovamento? Le multinazionali tedesche e francesi. (Contropiano)

mercoledì 15 ottobre 2014

Infrangente

Ilva: Commissione Ue, avanti con procedura di infrazione

La Commissione europea incalza l'Italia sul caso Ilva di Taranto. L'esecutivo europeo, a quanto si è appreso, ha deciso di inviare alle autorità italiane un parare motivato, seconda fase della procedura d'infrazione già aperta a suo tempo, perchè non avrebbe fatto abbastanza per garantire il rispetto degli impegni assunti dall'Ilva.
L'apertura della procedura d'infrazione contro l'Italia per l'Ilva di Taranto risale al settembre 2013. Dello scorso aprile è invece l'invio di una lettera di messa in mora complementare in cui si ipotizzava la sospensione dell'attività dello stabilimento. Nella stessa lettera venivano contestate alle autorità italiane ulteriori violazioni di norme ambientali, in particolare di alcuni articoli della direttiva sulle emissioni industriali (Ied) e di quella Seveso.
L'Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles il 26 giugno. Ma l'analisi degli argomenti presentati dalle autorità nazionali non deve aver convinto gli uomini del commissario Ue all'ambiente Janez Potocnik, il quale ha quindi deciso di passare alla fase due della procedura. Ora l'Italia ha qualche settimana di tempo per replicare al parere motivato: se anche questa volta non riuscirà a convincere Bruxelles, rischia di essere deferita alla Corte di giustizia dell'Unione.
Gnudi,sorprende che ci sia ancora procedura infrazione - "In realtà, abbiamo approvato una Aia che è una delle più avanzate che esiste al mondo. La stiamo attuando, e mi sono anche un po' meravigliato che ci sia ancora questa procedura di infrazione", dice il Commissario straordinario dell'Ilva, Piero Gnudi, commentando le notizie che arrivano dalla Commissione Ue sulla procedura di infrazione contro l'Italia per il caso dell'Ilva di Taranto. "Andremo a Bruxelles a cercare di chiarire la nostra posizione", ha aggiunto, a margine di una audizione in Senato.
"La soluzione del problema è trovare un nuovo azionista", ribadisce Gnudi, in audizione al Senato. "Abbiamo in corso le trattative, in data room sono in tre. Indubbiamente la trattativa in cui siamo più avanti è quella con ArcelorMittal", poi "ci sono Jindal e Arvedi", conferma. "Non è una cosa di breve periodo: è una trattativa complicata, e come tale ci vuole tempo". In data room oggi "tutti partner industriali", ma "c'è anche un fondo che ha chiesto di entrare, e lo faremo entrare".
Bonelli, commissione Ue sconfessa Gnudi e Galletti - "Una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi e del ministro dell'Ambiente Galletti": così il co-portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, definisce la decisione della commissione europea di andare avanti con la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per il caso Ilva. "La decisione della commissione europea - sostiene Bonelli - di depositare un parere motivato e di continuare nella procedura d'infrazione contro il governo italiano, perché non avrebbe fatto abbastanza per garantire gli impegni sull'Ilva, è una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi, che proprio ieri aveva parlato dell'attuazione del 75% delle prescrizioni ambientali nello stabilimento siderurgico di Taranto, e del ministro dell'Ambiente Galletti". (ANSA)

mercoledì 16 aprile 2014

Metonimia di una città. Ilva=Taranto

Ilva, Bruxelles incalza Italia:Taranto fuorilegge

La Commissione Ue incalza l'Italia sullo stabilimento siderurgico di Taranto. Nel quadro della procedura di infrazione già aperta sull'Ilva, Bruxelles si appresta a inviare a Roma una nuova lettera di messa in mora 'complementarè per la violazione di alcuni articoli delle direttive sulle Emissioni industriali (che dal gennaio 2014 sostituisce la normativa Ue sulla prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento Ippc) e Seveso. Secondo quanto si apprende, la nuova iniziativa della Commissione nasce dall'analisi dettagliata della risposta inviata a Bruxelles dall'Italia a dicembre 2013 in seguito alla prima lettera di messa in mora, risalente al settembre 2013.
I contenuti del documento atterrato sulle scrivanie dei tecnici della dg Ambiente, invece di fornire rassicurazioni, dimostrerebbero al contrario che l'Ilva di Taranto non sta attuando molte delle condizioni previste dall'autorizzazione integrata ambientale, e che lo stabilimento provoca ancora «inquinamento significativo». Inoltre, nonostante vi sia prova che la violazione delle condizioni previste dall'autorizzazione pongono questioni di pericolo immediato per la salute umana e importanti effetti negativi per l'ambiente, l'Italia non ha sospeso l'attività dello stabilimento. Ma lo stesso permesso Ippc «è inadeguato», secondo Bruxelles, poichè non prevede tutti i requisiti necessari in merito alle discariche nel sito dell'Ilva, alla gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti, al trattamento delle acque reflue, alla protezione e al monitoraggio del suolo e delle acque sotterranee. Come se tutto questo non bastasse, l'Italia viene accusata anche di violazione della direttiva Seveso, poichè risulta che l'aggiornamento della relazione sulla sicurezza dello stabilimento, iniziata nel 2008, non è stata ancora conclusa, mentre secondo la normativa, il report deve essere rivisto, e dove essere necessariamente aggiornato, ogni cinque anni.
Nel settembre scorso, in occasione dell'apertura della procedura di infrazione, il commissario Ue all'Ambiente Janez Potocnik aveva evidenziato come il caso Ilva sia «un chiaro esempio del fallimento nell'adozione di misure adeguate per proteggere la salute umana e l'ambiente». Da allora ad oggi sono trascorsi più di sei mesi, ma vista da Bruxelles la situazione non sembra essere molto cambiata. A quanto si è appreso, la decisione sulla messa in mora complementare dell'Italia per il caso Ilva è stata presa oggi dall'esecutivo europeo e potrebbe essere ufficializzata domani.

lunedì 16 dicembre 2013

Altri dati per la Commissione

Ilva, Commissione europea indaga su emissioni in mare

Nell’ambito della procedura di infrazione già avviata contro l’Italia il 26 settembre scorso per i mancati controlli sull'inquinamento prodotto dall’Ilva di Taranto, la Commissione europea sta compiendo accertamenti anche sulle emissioni in mare. Lo rende noto il comitato Legamjonici, che aveva informato la stessa Commissione Europea dell’esistenza di uno studio in grado di attribuire possibili responsabilità sulla contaminazione dei mitili del primo seno di Mar Piccolo anche all’Ilva di Taranto, integrando una denuncia già presentata sull'inquinamento del mare.
"Legamjonici – sottolinea in una nota la portavoce Daniela Spera – ha fatto notare alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea che l’Ilva di Taranto è fonte inquinante ancora attiva e che continua a contaminare i terreni circostanti e le acque. Per questa ragione abbiamo chiesto l’intervento immediato delle Autorità Europee".
Nella lettera di risposta, la Commissione europea fa presente che le informazioni trasmesse da Legamjonici "saranno prese in considerazione nell’ambito della procedura d’infrazione". Uno studio allegato dal comitato ambientalista, condotto dal Dipartimento di Ingegneria Civile Idraulica del Politecnico di Bari in merito alla circolazione degli inquinanti nel Mar Piccolo, spiega "che il flusso d’acqua degli scarichi Ilva in Mar Grande, combinato con l’effetto dell’idrovora che preleva l'acqua da Mar Piccolo, condiziona la circolazione idrica in tutto il bacino, determinando la possibilità che gli inquinanti scaricati nel canale arrivino, tramite l’effetto del vento e delle maree, in 15 giorni nel Mar Piccolo, contaminando quindi le cozze". (GdM)

giovedì 26 settembre 2013

Tarantini vale nulla, italiani vale poco, europei per fortuna vale qualcosa!

La Commissione europea ha deciso oggi a Bruxelles di inviare all'Italia una lettera di messa in mora, primo stadio della procedura d'infrazione comunitaria, per non aver garantito finora che l'Ilva di Taranto rispetti le prescrizioni dell'Ue relative alle emissioni industriali, con gravi conseguenze per la salute umana e l'ambiente. L'Italia è inoltre inadempiente anche rispetto alla direttiva sulla responsabilità ambientale, che sancisce il principio "chi inquina paga". Le prescrizioni non rispettate (o rospettate solo parzialmente) erano contenute nell'autorizzazione integrata ambientale (Aia), che applica la direttiva Ue sulla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento ("direttiva Ippc") proveniente dalle attività industriali ad alto potenziale inquinante.
La Commissione ha agito in seguito a diverse denunce provenienti da cittadini e Ong, e in particolare Peace Link e il Fondo Antidiossina, che nel maggio scorso, incontrando il commissario all'Ambiente Janez Potocnik, avevano denunciato la non ottemperanza da parte dell'Ilva di 35 prescrizioni dell'Aia su 90.
Il governo italiano ha ora due mesi per rispondere a Bruxelles. Secondo la Commissione, "la maggior parte dei problemi deriva dalla mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell'acciaio". In un comunicato, l'Esecutivo Ue aggiunge che "le prove di laboratorio evidenziano un forte inquinamento dell'aria, del suolo, delle acque di superficie e delle falde acquifere, sia sul sito dell'Ilva, sia nelle zone abitate adiacenti della città di Taranto. In particolare, l'inquinamento del quartiere cittadino di Tamburi è riconducibile alle attività dell'acciaieria".
Oltre a queste violazioni della direttiva Ippc, alla Commissione "risulta che le autorità italiane non hanno garantito che l'operatore dello stabilimento Ilva di Taranto adottasse le misure correttive necessarie e sostenesse i costi di tali misure per rimediare ai danni già causati", come avrebbe dovuto fare in applicazione della direttiva Ue sulla responsabilità per danno ambientale.
La Commissione, "pur ritenendo un segnale positivo i recenti impegni assunti dalle autorità italiane per rimediare alla situazione, chiede tuttavia all'Italia di rispettare gli obblighi cui è tenuta ai sensi della direttiva Ippc e della direttiva sulla responsabilità ambientale", ed "è pronta ad aiutare le autorità italiane nei loro sforzi per risolvere queste questioni gravi", conclude la nota di Bruxelles. (tmnews)

martedì 24 settembre 2013

Tra un po' proteggeranno per legge anche il cane di Riva...

Il decreto sul commissariamento Ilva: si estende anche alle controllate dei Riva

fonte
Spunta la soluzione tecnica del governo sul caos Ilva-Riva: il commissariamento dell'Ilva esteso alle "controllate o collegate", con l'eventuale nomina di fino a 3 subcommissari. E' quanto prevede la bozza del decreto che il Governo ha approntato per sbloccare la produzione dopo il sequestro ai Riva, secondo quanto riporta l'agenzia Ansa. Sarà possibile consentire utilizzo e gestione di beni, azioni e liquidità sotto sequestro preventivo. Con un dl in 5 articoli, per norme da far entrare in vigore "il giorno stesso della pubblicazione", e applicabili anche "ai sequestri già disposti" prima di quella data, il Governo punta a varare una soluzione al caso Riva disponendo che - sono le parole con cui il ministro Flavio Zanonato ha ieri indicato il senso della norma - "se avviene un sequestro deve avvenire tutelando l'attività produttiva".
Il primo articolo estende il decreto del commissariamento Ilva dello scorso 4 giugno a tutte le società controllate o collegate. Il secondo ne estende il regime, prevede la nomina di "fino a tre subcommissari" per le società alle quali viene esteso il commissariamento, e la tenuta di una "contabilità speciale riguardante i beni oggetto di sequestro". Commissario e subcommissari, è inoltre previsto, "sono immessi nella titolarità e nel possesso delle azioni, delle quote sociali, dei cespiti aziendali e della liquidità delle società" sotto commissariamento, "e le amministrano al fine di perseguire l'esercizio delle attività d'impresa". A Commissari e subcommissari anche il compito di redigere e approvare i bilanci della spa Ilva e delle sue controllate, prevede il terzo articolo.
Mentre il quarto tocca il nodo dei beni sotto sequestro preventivo, compresi titoli, quote azionarie e liquidità, anche se in deposito; e indica che "l'organo di nomina giudiziale ne consente l'utilizzo e la gestione agli organi societari esercitando i necessari poteri di vigilanza". La liquidazione dei beni sequestrati e la destinazione dei ricavi al fondo unico di Giustizia è una ipotesi prevista nel caso in cui "l'attività di impresa non sia concretamente e oggettivamente perseguibile". L'ultimo articolo dispone l'immediata entrata in vigore delle norme. Il dl va inquadrato come "ulteriori disposizioni urgenti a tutela di imprese di interesse strategico nazionale".
Mentre il governo si dà da fare, lo stesso accade in Europa. Domani la Commissione dovrebbe aprire la procedura di infrazione contro l'Italia sul caso Ilva: il Belpaese non ha rispettato gli obblighi indicati dall'Aia (autorizzazione integrata ambientale) per le emissioni inquinanti e non ha imposto all'azienda il rispetto della direttiva sulla responsabilità civile per danno all'ambiente. (Rep)

domenica 22 settembre 2013

Un titolo ambiguo...



Pare brutto, nel 2013, pensare di "buttare via" tutti quei soldi per migliorare (manco risolvere) la compatibilità ambientale? Costavano meno quattro tarantini tumorati e una fetta d'Italia trasformata in discarica per sempre?
E come "scongiuriamo" l'infrazione, col certificato medico taroccato come gli studenti che si assentano nel giorno delle interrogazioni?
Ah, che brutta cosa il giornalismo ambiguo (e manco troppo...)!

L'ilva produrrà acciaio pulito. Ma a che prezzo?
A Taranto si produrrà acciaio pulito. Quando non si sa. Nel frattempo, gli scarichi dell’Ilva finiscono sotto la lente della Commissione europea che, salvo dietrofront dell’ultimo minuto, giovedì prossimo aprirà una procedura di infrazione in materia ambientale contro l’Italia. Contraddizioni, ennesime, di una vicenda, quella dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che è ben lontana da una soluzione.
Circa 2 milioni di tonnellate annue, sulle otto in totale concesse dalla nuova Aia, potrebbero essere prodotte con una tecnologia che non avrà più bisogno dell’agglomerato e delle cokerie. Il vantaggio è quello di un drastico abbattimento dell’inquinamento e un incremento della produttività degli altoforni. Saranno usati pallets di ferro preridotto e metano al posto del carbon coke. Inoltre, verrebbero ridimensionati i parchi minerali e lo spolverio, purtroppo tipico di queste aree, subirebbe una riduzione complessiva dovuta anche al fatto che il preridotto si presenta in forma spugnosa.
“Una sfida - ha detto il sub commissario Edo Ronchi - non solo per risanare la fabbrica, ma anche per produrre acciaio in modo pulito”. E annuncia un accordo con un pool di banche da 2,4 miliardi di euro per finanziare i lavori dell’Autorizzazione integrata ambientale. Un miliardo e 800 milioni per la stessa Aia in tre anni, il resto, invece, per manutenzioni e innovazioni impiantistiche.
LA SIDERURGIA ECOLOGICA IN EUROPA
Taranto, quindi, come la siderurgia austriaca. Il siderurgico di Linz è stato in grado, nel tempo, di adeguare le sue tecniche produttive alle migliori disponibili al momento diventando punto di riferimento normativo a livello europeo in materia ambientale. Inoltre, è riuscito a mantenere competitiva la propria produzione nei confronti della concorrenza degli operatori dei paesi emergenti. La città austriaca ospita un’acciaieria che produce più della metà dell’acciaio che si produce a Taranto. Eppure Linz è la seconda città dell’Austria per salubrità dell’aria.
O come a Dortmund, conosciuta come la città dell’acciaio e della birra nella Ruhr più profonda e industrializzata. Ma al giorno d’oggi non ci sono più minatori all’opera e gli altiforni sono ormai raffreddati da tempo. Restano in città le ex fabbriche diventate musei e luoghi di ritrovo culturale. E ancora Duisburg ed Essen, completamente riconvertite e ora fiori all’occhiello della cultura tedesca.
Metz, in Francia, Bilbao, in Spagna, Heerhungowaard, in Olanda. Tutte città riconvertite all’acciaio pulito. Tutte, tranne Taranto, dove invece si è ad un punto di non ritorno: o la salute o il lavoro.
VIOLATI I LIMITI, ITALIA A RISCHIO INFRAZIONE
“L’Ilva ha violato i limiti di vari permessi ambientali concessi dalle autorità italiane, e l'Italia non ha monitorato a sufficienza queste violazioni e non ha preso misure adeguate”, spiega una fonte della Commissione Ue. Al ministero dell’Ambiente, che è in costante contatto con la Commissione sui vari temi ambientali, al momento non è ancora arrivata nessuna comunicazione ufficiale. Però, secondo quanto apprende l’agenzia Ansa, già nelle prossime ore il ministro Orlando invierà una lettera al commissario all’ambiente Janez Potocnik, con tutti gli aggiornamenti inerenti la salvaguardia ambientale dell’Ilva, resi possibili dal commissariamento dell’azienda.
Dal marzo 2012 è attivo un fitto carteggio tra la Commissione e l’Italia finalizzato all’acquisizione, da parte di Bruxelles, delle informazioni necessarie a valutare la situazione. Le risposte italiane date finora non sono però bastate a rassicurare la Commissione sul rispetto delle norme europee in materia di ambiente. Tanto che la proposta di avvio della procedura d’infrazione ha superato la fase istruttoria ed è pronta per essere esaminata dal collegio dei commissari. Si lavora per scongiurarla. (panorama)

sabato 21 settembre 2013

Roba da vantarsene!

Ma se ai Riva gli arrivasse una multa per eccesso di velocità, toglierebbero i limiti in tutta Italia?
O forse, sposterebbero gli autovelox dove non rileverebbero nulla (come è stato fatto per le centraline ai Tamburi...).
www.formiche.net

Ilva: Zanonato, a giorni decreto per sblocco attività Riva

"Il decreto conto che sia fatto all'inizio della prossima settimana, quindi nei prossimi giorni". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, interpellato sullo stop delle attivita' del Gruppo Riva dopo il decreto di sequestro disposto dai magistrati. Il ministro ha spiegato che per rendere coerente la norma con il sistema giuridico dovra' essere valutata dal ministero di Giustizia: "Facciamo un decreto - ha detto ancora Zanonato - il decreto poi verra' convertito in legge dalla Camera con le eventuali modifiche che le Camere vorranno apportare" . (AGI)

Ilva, Ue: possibile procedura  di infrazione contro l'Italia

A meno di novità che potrebbero emergere nei contatti tra Bruxelles e Roma, giovedì la Commissione Ue dovrebbe aprire una procedura di infrazione contro l'Italia per gli scarichi dell'Ilva e la violazione da parte del gruppo siderurgico di altre norme ambientali. La Commissione intende censurare l'Italia perché non ha controllato in misura sufficiente le violazioni commesse dall'Ilva e, di conseguenza, non ha preso le misure necessarie.
Nelle prossime ore il ministro dell'Ambiente Orlando invierà una lettere al commissario Potocnik, con tutti gli aggiornamenti inerenti la salvaguardia ambientale dell'Ilva, resi possibili dal commissariamento dell'azienda. A quanto si apprende Orlando e Potocnik si incontreranno a New York la prossima settimana.
Il ministro dell'Ambiente e il commissario Ue Potocnik dovrebbero incontrarsi durante la sessione dell'assemblea generale dell'Onu dedicata al clima. Fonti del ministero dell'Ambiente fanno inoltre sapere che al momento non sono ancora pervenute comunicazioni ufficiali da Bruxelles e che con la Commissione Ue sono in corso contatti continui.
"E' stata un'altra giornata di lavoro intenso sulla questione Riva. Per la prima volta dopo il sequestro, azionisti, management dell'azienda e custode si sono incontrati nel mio ufficio al Mise per capire come far ripartire al più presto la produzione degli impianti sequestrati. Ci sono due questioni principali da risolvere". È la dichiarazione postata dal ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, sul suo profilo Facebook.
"Il custode deve capire come recuperare - e successivamente impiegare - le risorse sequestrate e al momento conservate nel Fondo Unico di Giustizia. Questi fondi - spiega Zanonato - servono per il funzionamento di base delle aziende, in primis per il pagamento degli stipendi e dei fornitori. Poi bisogna chiarire, in modo inequivocabile, che un'azienda o un impianto produttivo, quando vengono sequestrati, devono continuare nella loro produzione. Bloccare l'operatività di un'azienda, anche per un breve periodo, significa farle perdere clienti, fatturato, quote di mercato, con conseguenze gravissime sul fronte occupazionale. Per questo, insieme al ministero della Giustizia, stiamo predisponendo una norma, da portare in Cdm nei prossimi giorni, che consenta al giudice di disporre il sequestro di un'impresa senza pregiudicarne l'operatività".
"Sarà una norma importante per tutte le aziende. Lavoriamo - scrive ancora Zanonato - con la piena consapevolezza che bisogna superare tante difficoltà nel minor tempo possibile. Il futuro di tanti lavoratori e delle loro famiglie è a rischio. Proprio per questo, insieme ai miei collaboratori, continueremo a mettercela tutta". (RAI)

lunedì 15 luglio 2013

Le infrazioni di Bruxelles sono efficaci come l'ambulanza ad Hiroshima...


Ilva: Bruxelles chiede nuovi documenti all'Italia
L'Ilva di Taranto resta sotto la lente di Bruxelles. Mentre la Commissione Ue sta finendo di valutare i documenti ricevuti a metà giugno da Roma (nel contesto di una procedura di informazione), l'8 luglio ha inviato all'Italia nuove richieste, col termine di tre settimane per rispondere. Lo riferiscono fonti europee all'ANSA.

sabato 18 maggio 2013

Cosa ci aspettiamo dall'Europa?

Procedura di infrazione. Questo è il massimo che può fare l'Europa.
Ovvero tassare l'Italia per le inadempienze, aggiungendo una nuova tassa a quelle che già l'Italia ha versato per Ilva e co.
Il bilancio dell'operazione non può che essere a carico dei cittadini, costretti a pagare due volte: per l'inquinamento (in ambiente e salute) e per le tasse (i fondi per l'infrazione distolti da voci di spesa nazionali più utili).
Serve davvero questo teatrino?

I conti ancora sbagliati dell'Ilva
Denunciate le inadempienze ambientali a Taranto. Il governo ammette a denti stretti. Rischio proceduta di infrazione europea. La solita vecchia storia degli impegni presi e non rispettati.

I conti della salute, in casa Ilva, non tornano. Rivela una delegazione Ong di Taranto, volata a Bruxelles per informare i servizi della Direzione generale Ambiente della Commissione Ue sulla situazione degli impianti, che il gruppo siderurgico non ha rispettato 35 delle 94 prescrizioni impartite dalle autorità comunitarie per la piena messa in sicurezza degli impianti pugliesi. Il 9 maggio l’azienda ha dichiarato che le inottemperanze sarebbero solo nove. L’Ong ha cifre diverse. Oltretutto, fa notare, le prescrizioni contenute nell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) erano legate a un calendario ormai ampiamente scaduto. Se non saranno applicate, l’Italia sarà colpita da una procedura di infrazione Ue.
 Le violazioni, secondo quanto riferito a TmNews dalla delegazione guidata da Alessandro Marescotti di Peacelink e da Fabio Matacchiera del Fondo antidiossina, contengono alcune circostanze particolarmente importanti, ad esempio quelle (nn. 40, 51, 58, 65 e 67) riguardanti il confinamento, mai effettuato, delle polveri tossiche che fuoriescono non filtrare dalla base (e non dalle ciminiere) di certe installazioni. Numerose altre prescrizioni non attuate riguardano le centraline e i sistemi di monitoraggio delle emissioni di vario tipo dagli impianti e dai camini, e il 'biomonitoraggio' su organismi e terreni e sul latte materno nell'area circostante.
 Un dramma? Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, ritiene si possa aggirare: basta rimodulare le scadenze non rispettate dall'azienda, dandole più tempo. "Come aveva chiesto l'Ilva - ha detto l’esponente del governo -, stiamo valutando la riconsiderazione della tempistica di alcuni di questi interventi, mentre altri sono stati realizzati o sono in corso di realizzazione", pur essendo scaduti i termini: "Ci sono interventi di grande rilievo nell'organizzazione della produzione e di consistenza tecnologica tale che dobbiamo trovare i tempi giusti per ottenere questi risultati".

Si immagina, insomma, che sia sufficiente “una messa a punto della tempistica" di quanto era già previsto dall'Aia. "Stiamo vedendo come applicare (le prescrizioni, ndr), stiamo sollecitando interventi e stiamo seguendo il piano di investimenti che l'Ilva si è impegnata ad approvare" ha proseguito il sottosegretario, aggiungendo testualmente che le prescrizioni non ancora attuate "sono in corso di rispetto".
 E nel caso che l 'Azienda non ottemperi alle prescrizioni, neanche se sono riscadenzate? "La legge è molto chiara nel prevedere eventuali sanzioni", ha risposto De Vincenti.
 L’Europa ha cercato di mettere a posto ciò che l’Italia aveva trascurato per anni, a un costo micidiale per gli uomini e l’ambiente. Ancora una volta, a quanto pare, non è bastato. Abbiamo preso impegni che non abbiamo potuto (o non potevamo)  rispettare. Adesso chiediamo di rinegoziarli pagando ancora con la nostra credibilità. Scommettiamo che fra mesi e mesi saremo ancora qui a parlarne? (Lastampa)

mercoledì 30 gennaio 2013

Un po' di ENI

Tempa rossa in commissione europea

Doppio risultato, dopo la discussione a Bruxelles delle due petizioni del Comitato Legamjonici contro l'Inquinamento, presentate a fine 2011 ed inizio 2012: la prima sul progetto di Raffineria Eni, Tempa Rossa, con annesse relazioni sulla sicurezza alimentare dei mitili e la presunta violazione dei regolamenti comunitari del 2006 e del 2011 sulla classificazione e controllo dei molluschi bivalvi e sui limiti restrittivi di diossine e pcb in Mar Piccolo; l'altra sui progetti di hidrocracking, metanodotti, centrale a turbogas e sulla richiesta di una via, valutazione di impatto ambientale, unica. Ieri mattina, in conferenza stampa, al Centro Magna Grecia, Daniela Spera, a nome del comitato, ha spiegato le fasi dell'iter, arrivato ad un punto significativo il 22 gennaio, con la sua esposizione delle problematiche, in suolo belga, nel corso della seduta della Commissione europea delle petizioni (presso la Commissione Europea del Parlamento Europeo): l'organismo ha una funzione investigativa, può garantire l'accesso a mezzi di ricorso extra giudiziari, organizzare missioni d'informazione e riferire al riguardo in seduta plenaria, fino ad arrivare alle procedure di infrazione sull'applicazione delle direttive europee. Il primo risultato si aggancia alla prima petizione: il rischio dell'aumento dell'inquinamento in Mar Grande, a causa del Tempa Rossa dell'Eni, ha fatto scoprire il caso del primo seno del Mar Piccolo, da dove le cozze dovrebbero traslocare. Allora, la Direzione Generale Sanco (Salute e Consumatori) della Commissione europea avrebbe deciso di chiedere alle autorità italiane ulteriori documentazioni sulla classificazione delle acque di Mar Piccolo ai fini mitilicoli. Tutto questo unitamente alla denuncia della possibile violazione del diritto comunitario sulla valutazione di impatto ambientale e sulla direttiva Seveso: «Gli stabilimenti avrebbero dovuto variare l'assetto urbanistico, se si poteva aumentare il rischio di incidente rilevante. Lo Stato membro dell'Unione Europea deve tenere conto della vicinanza dei luoghi frequentati dal pubblico. Pensiamo ai rischi della costruzione di due serbatoi di 180.000 metri cubici accanto alle cisterne esistenti. Il sindaco non ha informato la popolazione, nessuno è stato addestrato ad affrontare il rischio». «Il rischio di inquinamento del Mar Grande con il transito di petroliere, il carico del greggio, il lavaggio dei serbatoi, può aumentare - ha continuato Daniela Spera – e, poiché il novellame del primo seno di Mar Piccolo dovrebbe essere trasferito in Mar Grande, il progetto non dovrebbe essere realizzato se si vuole tutelare la mitilicoltura». La stessa, ha esposto in Commissione un'altra possibile violazione: il “Tempa Rossa” sarebbe stato autorizzato quando l'Eni non aveva ottemperato alle prescrizioni di Via/Aia del 2009 e 2010. Il secondo risultato, riguarda la seconda petizione: c'è conferma della richiesta di risposte alle autorità italiane sulle modalità di valutazione di impatto ambientale. Le inchieste rimangono aperte. Le Autorità italiane risponderanno a Bruxelles e Legamjonici potrà inviare integrazioni e fare ricorsi. «Cittadini apartitici - ha concluso - sono andati a proprie spese a Bruxelles, dopo essere stati ignorati dai politici locali, di Regione e Consiglio Comunale. In futuro, presenteremo una petizione sulla sicurezza dei prodotti alimentari ed un ricorso alla Corte Giustizia dei Diritti Umani a Strasburgo, riferendoci, come precedente, ad una sentenza sulla cattiva gestione dei rifiuti in Italia»."
(Il Quotidiano - Francesca RANA)

Dal sito di Legamjonici la rassegna stampa dell'azione dei cittadini contro lo scempio territoriale del progetto Tempa Rossa.
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martedì 3 febbraio 2009

Comunicato stampa

AIA Ilva: la Commissione Europea ha aperto da nove mesi la procedura d'infrazione per l'Italia!

In un comunicato stampa l'Ilva parla di "presunta procedura di infrazione" aperta dalla Commissione Europea.
Con il presente intendiamo dare evidenza invece della effettiva apertura di una infrazione a danno dell'Italia per le mancanze in tema di Autorizzazione Integrata Ambientale.
La Commissione Europea ha risposto, riservando "massima attenzione", ad una mail inviata in data 4 Novembre 2008 da Lea Cifarelli, cittadina e membro del Comitato per Taranto.
Ricordando che lo stabilimento Ilva di Taranto rientra in tutte le attività industriali disciplinate dalla direttiva IPPC e che "dalle ultime informazioni ricevute, l'ILVA non ha ancora ricevuto alcuna autorizzazione ad essa conforme entro il termine stabilito del 30 ottobre 2007", informa di aver ufficialmente avviato già dall'8 Maggio 2008 procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese.
La Direttiva IPPC, ricordiamolo, riguarda la prevenzione e il controllo integrato dell'inquinamento e prevede, per le aziende rientranti sotto la propria disciplina, l'obbligo di produrre secondo limiti basati sull'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili (BAT). Tutti i Paesi membri sono stati chiamati al suo rispetto già dal 1996, con termine ultimo previsto per il 30 ottobre 2007. Undici anni di tempo in cui l'Italia non è riuscita a mettersi al passo, chiedendo una proroga al 31 marzo prossimo.
L'Unione Europea, quindi, avvia procedura d'infrazione per il nostro Paese relativamente all'impianto siderurgico Ilva di Taranto per "la mancanza di sviluppi nel rilascio di detta autorizzazione".
Alla nota ufficiale della CE l'Italia -si apprende- risponde con una lettera attualmente al vaglio della stessa commissione.
Dall'Unione Europea non si nasconde la preoccupazione per una situazione che “laddove necessario, porterà all'adozione di tutte le misure necessarie ad assicurare il pieno rispetto della direttiva IPPC."
Val la pena di ricordare che l'Autorizzazione Integrata Ambientale al vaglio del Ministero dell'Ambiente e prevista dalla direttiva IPPC, è una procedura aperta alle osservazioni del pubblico interessato, in ottemperanza alla convenzione di Aarhus riguardante ogni materia di pubblico e rilevante interesse.
Mentre nel nostro Paese si stenta a perseguire il bene pubblico e a coinvolgere ed agevolare la partecipazione dei cittadini, ci conforta l'attenzione della Comunità Europea ad un problema di elevatissima incidenza come quello ambientale della nostra città. Questa risposta, a firma del Capo Unità, Marianne Wenning, è altresì la dimostrazione di come i cittadini possano e debbano partecipare alla costruzione del proprio destino, pretendendo la vivibilità e la sostenibilità del proprio territorio, senza deroga alcuna, specie difronte a diritti quali quello alla salute ed alla vita.
Difficile non confrontare, al contrario, l'atteggiamento di chiusura e di contrapposizione ideologica che sta caratterizzando il Governo Italiano nell'intera vicenda di autorizzazione integrata ambientale.

Ogni dubbio dell'Ilva circa la "presunta procedura dI infrazione" viene fugato dal documento che il Comitato per Taranto invia a tutte le redazioni dei giornali a firma del Capo Unità, Marianne Wedding con preghiera di pubblicazione.

lunedì 2 febbraio 2009

Infrazione comunitaria in corso per l'Italia

Qualità dell'aria – Aperta procedura d'infrazione per l'Italia

Insieme a Cipro, Estonia, Germania, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna e Svezia, dopo l'entrata in vigore lo scorso giugno della nuova direttiva, l'Italia non ha rispettato i valori limite per il PM10 imposti nel 2005

L'Italia viola le norme sulla qualità dell'aria e l'Ue avvia procedura d'infrazione per il nostro Paese e per altri dieci. Insieme a Cipro, Estonia, Germania, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna e Svezia, dopo l'entrata in vigore lo scorso giugno della nuova direttiva Ue sulla qualità dell'aria, l'Italia non ha rispettato i valori limite per il PM10 imposti nel 2005. Dopo la recente revisione della direttiva, che prevede di poter prorogare al 2011 l'effettivo rispetto dei valori, la lettera della Commissione è partita ieri per quei Paesi che entro metà gennaio avrebbero dovuto comunicare dati e azioni da intraprendere per rientrare nei parametri e non l'hanno fatto.
Le polveri sottili sono causa di gravi malattie per l'uomo e, come sottolineato dal Commissario Ue all'ambiente Stavros Dimas, vanno attentamente monitorate e rappresentano una priorità assoluta nelle politiche ambientali europee. Una nota ufficiale Ue specifica che le PM10 sono prodotte principalmente dall'industria, dai veicoli e dal riscaldamento domestico.
L'avvertimento Ue all'Italia arriva all'indomani di una serie di recenti rapporti ambientali che hanno messo al centro proprio gli inquinanti elaborando i dati dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale relativi alle emissioni. L'ultimo in ordine di tempo è stato presentato dall'Istat che ha reso disponibili gli aggregati Namea (National Accounts Matrix including Environmental Accounts) ovvero una matrice che integra i conti economici nazionali con i dati ambientali, per il periodo 1990-2006. Le elaborazioni dividono gli inquinanti atmosferici in tre tipologie (gas a effetto serra, gas che danno origine al fenomeno dell'acidificazione ed emissioni che portano alla formazione di ozono troposferico) e per ciascuna vengono indicate le attività umane responsabili della formazione di quella specifica tipologia di inquinante.
Emerge dalle elaborazioni Istat che nel 2006 un insieme di «attività produttive» è stato responsabile di oltre l'80 per cento delle emissioni di inquinanti ad effetto serra e di più del 90% di quelle che portano all'acidificazione. La parte restante è attribuibile alle attività di consumo delle famiglie. Va specificato che nella voce «attività produttive» sono comprese le più diverse tipologie di «azioni»: non solo industrie, quindi, ma anche agricoltura, caccia, silvicoltura, smaltimento dei rifiuti, trasporti e servizi.
...
Grazie ad un altro inventario Ispra, Ines-Inventario delle emissioni e loro sorgenti, è stato anche stilato un elenco delle industrie più inquinanti d'Italia e l'Ilva di Taranto si colloca al primo posto in ben 10 delle 14 classifiche elaborate in base ai principali inquinanti.
Dopo l'uscita del rapporto Istat, Legambiente ha puntualizzato il ruolo dei micro, oltre che dei macro inquinanti, nel monitoraggio della nostra aria.
A questo proposito è uscito a metà gennaio un nuovo rapporto Ispra sulle emissioni in atmosfera di policlorobifenili (Pcb) e esaclorobenzene (Hcb). È il primo rapporto elaborato in Italia a contenere dati sui microinquinanti e che analizza le proprietà fisico-chimiche e gli aspetti tossicologici per poi individuare i processi e le attività che possono essere causa della loro emissione. Lo studio dei Pcb e degli Hcb è un fatto recente: spesso, infatti, l'attenzione è rivolta alle diossine, mentre per quanto riguarda questi inquinanti le campagne di monitoraggio risultano in numero nettamente inferiore. (Villaggio Globale)

giovedì 4 dicembre 2008

Mai piccoli abbastanza, per la Grande Europa!

Ecco il testo di una lettera di una cittadina tarantina alla Comunità Europea per denunciare la situazione di questa città e chiedere l'intervento comunitario cui l'ufficio addetto ha prontamente risposto! (e qui?)

Dear Mr.Dimas, I call for a speed and strong european political action to save Taranto and stop the italian government. If you coluld come here and see what Ilva is doing to our lives, our health and environment, you will not believe it. Hundreds of people live too close to the biggest european steel industry eating dioxine and breathing poison. I hope you can act as soon as possible. Thank you very much

Ed ecco la risposta: