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venerdì 10 luglio 2015

Tanti kilometri per tuffarsi vicino agli scarichi di Lizzano!


La foce del fiume Ostone che parte dall'abitato di Lizzano e si porta fino a mare gli scarichi fognari mal depurati di quel comune, è adiacente ad un'area di litorale tanto cara ai tarantini, quella della cosiddetta area amministrativa del comune di Taranto, tra Jamaica e Baia del Sol.
Secondo Goletta Verde, il mare, in prossimità della foce dell'Ostone presenta ancora livelli di inquinanti molto elevati e per otto di questi il giudizio è di "fortemente inquinato" per l'elevato inquinamento microbiologico riscontrato. 
Per questa ragione Legambiente chiede ai sindaci di fare fronte comune per chiudere il ciclo della depurazione con la realizzazione dei recapiti finali.
Sarà pure una questione di correnti, ma conviene fare attenzione a dove ci si tuffa!

Goletta Verde monitora il mare di Puglia. In provincia di Taranto fortemente inquinata la foce dell'Ostone a Marina di Lizzano

Goletta Verde presenta i risultati del monitoraggio in Puglia: Cariche batteriche elevate per 9 campionamenti su 30. Criticità alle foci di fiumi, torrenti e scarichi
Legambiente: "Dai monitoraggi di Goletta Verde risulta migliore la qualità delle acque in Puglia. Rimangono però le criticità su tutti i tratti di mare interessati dalle foci di fiumi e canali. Chiediamo al neo governatore Emiliano di istituire una cabina di regia fra assessorati competenti per puntare al massimo utilizzo in agricoltura dell'acqua depurata e affinata"

Nove campionamenti sui trenta eseguiti lungo le coste pugliesi, in corrispondenza delle foci di fiumi, canali e torrenti, presentano ancora livelli di inquinanti molto elevati e per otto di questi il giudizio è di "fortemente inquinato" per l'elevato inquinamento microbiologico riscontrato. Legambiente chiede ai sindaci di fare fronte comune per chiudere il ciclo della depurazione con la realizzazione dei recapiti finali e al neogovernatore Emiliano di istituire una cabina di regia fra assessorati competenti per puntare al massimo utilizzo in agricoltura dell'acqua depurata e affinata.

È questo in sintesi l'esito del monitoraggio effettuato in Puglia da Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio ed all'informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane

domenica 24 maggio 2015

In FLASH we trust!


Mutande a parte, il flashmob dei lavoratori di Teleperformance, in serata a Taranto, è stato anche caratterizzato dalle impronte delle mani dei bambini. Per esempio, i figili di quei lavoratori che in mancanza di soluzioni, rischiano di btutto, di rimanere senza lavoro. I dipendenti del call center sono duemila e con la manifestazione tarantina, in piazza Garibaldi, si è richiamata l’attenzione generale su un problema estremamente grave, dato che si tratta, fra le altre cose,del secondo insediamento produttivo di Taranto, dopo l’Ilva.

In mattinata era stata la volta del flashmob, con un corteo fra Manduria e Avetrana, dei cittadini residenti in quel territorio per dire no al progetto di depuratore con scarico di liquami in mare.

sabato 14 dicembre 2013

L'uomo intelligente fa la cacca e il bagno nello stesso mare...

TARANTO: DEPURATORE DI DUE COMUNI INQUINA IL MARE

 La Guardia costiera di Taranto ha sequestrato un depuratore delle acque reflue urbane: si tratta di quello che serve i comuni di Pulsano e Leporano. L'impianto violerebbe le norme di tutela ambientale e nel controllo della documentazione relativa, sarebbero emerse numerose irregolarità amministrative. La Capitaneria di porto, dopo mesi di indagine, è arrivata alla conclusione che l'impianto funzionava "assenza di autorizzazione allo scarico, senza rispettare la conformità ai parametri legislativi delle acque reflue sversate in mare".
Le ipotesi di reato vanno dal danneggiamento aggravato delle acque pubbliche, il getto pericoloso di cose, il deturpamento di bellezze naturali, il superamento dei valori tabellari allo scarico in acque superficiali, ai reati contro la pubblica amministrazione, a seguito dell'interruzione di un servizio di pubblica necessità.
Il monitoraggio è stato effettuato per tre mesi dagli uomini del Nucleo difesa mare. È stata inoltre riscontrata la presenza non autorizzata all'interno dello stabilimento di un ingente quantitativo di fanghi depurati e non smaltiti. I sopralluoghi effettuati lungo la condotta, che sfocia direttamente a mare, hanno evidenziato invece la fuoriuscita di liquami di varia natura immessi direttamente nelle acque "con evidente danneggiamento - ha evidenzia ancora la Capitaneria - delle acque marine e propagazione di un forte odore nauseabondo in tutta la zona circostante".
Dagli accertamenti effettuati è stato stimato che l'impianto riceve in ingresso i reflui urbani per più di 34mila abitanti, ma è dimensionato sulla base di soli 15mila abitanti. L'intero impianto di depurazione, per una superficie pari a circa 3.500 mq e la condotta a mare di lunghezza pari a circa 41 mq, sono stati quindi sottoposti a sequestro penale con facoltà d'uso al gestore.(giornaleprotezionecivile)

mercoledì 15 maggio 2013

Ilva: sete insaziabile e braccino corto!

Ilva deve alla Basilicata 3,7 milioni per l’acqua

I lucani sono creditori dell’Ilva di Taranto di una somma che supera abbondantemente i tre milioni emezzo di euro. Dal 2009 a oggi, nonostante un’aspra polemica, la più grande acciaieria d’europa ha infatti «dimenticato » di versare alla Basilicata gli oneri ambientali collegati al consumo idrico dello stabilimento. Ma è ancora più incredibile che la Regione non abbia finora fatto nulla per recuperare quei soldi. L’Ilva di Taranto utilizza per i propri impianti circa 250 litri al secondo di acqua prelevati dall’invaso del Sinni. La «bolletta » vera e propria, che copre il costo industriale dell’acqua, viene incassata dall’ex Ente irrigazione e risulta regolarmente pagata. Ma l’accordo di programma tra Puglia e Basilicata prevede anche una componente ambientale, che ristora i lucani per il «disagio» e dovrebbe finanziare le opere di manutenzione e salvaguardia del territorio. Soldi che la Basilicata non incassa da anni, né - per quanto è stato possibile verificare - ha mai sollecitato: 707mila euro per il 2009, 594mila euro per il 2010, 703mila euro per il 2011. Dal 2012 la componente ambientale per l’uso industriale è stata incrementata di due volte e mezzo, a 20 centesimi al metro cubo: il totale dovuto dall’Ilva non è ancora stato determinato ufficialmente (dovrà farlo il Comitato di coordinamento dell’accordo di programma che dovrebbe riunirsi a giugno), ma si parla di circa 1,767 milioni. In totale fanno 3,7 milioni, dei quali 2 possono considerarsi già un credito certo.
L’incremento degli oneri ambientali fu richiesto dall’ex assessore pugliese ai Lavori pubblici, Fabiano Amati, come arma per indurre l’Ilva a non usare più l’acqua potabile accettando quella ultra-affinata che dovrebbe essere prodotta dall’impianto del Gennarini. L’Ilva ha impugnato invano al Tar sia la delibera con le nuove tariffe, sia l’Aia che tra le prescrizioni conteneva proprio l’obbligo a utilizzare acqua affinata. Tuttavia il «depuratore» (il termine è improprio) di Gennarini- Bellavista non è ancora stato realizzato, nonostante la Protezione civile abbia da anni messo a disposizione i 14 milioni necessari e Aqp abbia da tempo effettuato l’aggiudicazione provvisoria della gara: per gestire l’impianto, infatti, l’Acquedotto chiede un contributo pari a circa 1 milione l’anno, soldi che la Regione Puglia aveva chiesto all’Ilva ottenendo un rifiuto. (GdM)

giovedì 25 aprile 2013

Altro da fè

Impianto Gennarini-Bellavista di Taranto, Amati: “Governo regionale disinteressato?”

“Trovo ingiustificabile il rinvio per l’assenza del Presidente Vendola, competente sull’argomento, e di altri componenti del governo regionale, dei lavori odierni della V commissione consiliare. La riunione era stata convocata oggi per discutere dell’impianto di ultraffinamento Gennarini-Bellavista di Taranto, con tutti i suoi riflessi sul consumo ormai ingiustificato di 250 litri al secondo di acqua prelevati dall’ILVA dallo schema del Sinni, sulla messa in esercizio dell’invaso artificiale Pappadai e sul rischio di perdere 14 milioni di euro erogati dalla Protezione civile nazionale.”
Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati.
“Se si esclude - dice - la giustificazione tempestiva giunta al Presidente Pentassuglia dall’Assessore Nicastro, che peraltro è il meno interessato per competenza alla questione, vorrei sperare che l’assenza di qualsiasi rappresentante del Governo regionale non sia stata causata da disinteresse ma da meri disguidi nella corrispondenza. Ove così non fosse, l’assenza dovrebbe essere considerata alla stregua di un grave inadempimento, al cospetto di politiche regionali che hanno da sempre posto a priorità l’argomento del risparmio idrico, della sua migliore gestione e dell’attivazione tempestiva di opere realizzate con ingenti risorse pubbliche.
A questo punto, non resta che sperare nella prossima riunione, che il Presidente Pentassuglia si è impegnato con tempestività a convocare, affinché si possa discutere con la presenza dei rappresentanti del Governo regionale interessati, magari sollecitati opportunamente dal Presidente Introna. L'ovvio auspicio è che nel frattempo non sia revocato dalla Protezione civile nazionale il finanziamento per 14 milioni di euro, da utilizzare per assicurare la piena funzionalità dell’impianto Gennarini-Bellavista.”
L'avvio in esercizio dell'impianto di super affinamento Gennarini-Bellavista di Taranto permetterebbe di sostituire con acque ultra affinate quelle prelevate dallo schema idraulico del Sinni e del Tara, attualmente utilizzate da ILVA, e di invasare, con la risorsa risparmiata, la Diga del Pappadai (in fase di collaudo), consentendo così di mettere in funzione una grande opera utile ad integrare la richiesta di acqua sia potabile che utilizzata per scopi irrigui. (comunicato Regione Puglia - ANNO X, Numero 1013, 24/04/2013)

sabato 14 luglio 2012

Riva ha finito di ubriacarsi con l'acqua da bere!

LA SENTENZA

L'Ilva perde la guerra dell'acqua
'No a quella potabile per l'acciaio'

I giudici del Tar bocciano il ricorso. Il siderurgico non potrà utilizzare per uso industriale l'acqua potabile del Sinni e del Tara, come fatto sinora, sottraendola di fatto ad altri scopi, come l'irrigazione in agricoltura

L'Ilva perde la "guerra dell'acqua". E' stato respinto, infatti, il ricorso presentato dall'azienda che contestava l'obbligo di utilizzare le acque provenienti del depuratore Gennarini- Bellavista. La disposizione era contenuta nell'Aia, l'autorizzazione ambientale integrata emessa dal ministero dell'Ambiente. Il siderurgico non potrà quindi utilizzare per uso industriale l'acqua potabile del Sinni e del Tara, come fatto sinora, sottraendola di fatto ad altri scopi, come l'irrigazione in agricoltura. I giudici amministrativi di Lecce hanno ritenuto legittima la prescrizione richiesta dalla Regione Puglia, di obbligare l'Ilva, entro 24 mesi, alla predisposizione di un
sistema di distribuzione interna, al fine di utilizzare nei propri impianti produttivi, e prioritariamente, le acque affinate degli impianti reflui civili di Taranto Gennarini/Bellavista, secondo accordi da stipulare con la Regione Puglia, che disciplineranno le modalità di gestione degli impianti e la relativa contribuzione annuale fissa al costo di gestione a carico di Ilva. Lo si legge in una nota firmata dall'assessore regionale Fabiano Amati.

"La sentenza del Tar Lecce - ha commentato l'assessore - affferma un principio di migliore utilizzo della risorsa idrica, per preservarla prioritariamente agli usi potabili. Devo sinceramente dire, che reputo utile che sull'argomento siano stati interpellati i giudici
amministrativi, perché oggi ci vediamo restituire uno statuizione di
principi idonea a chiarire un contesto normativo ed amministrativo oggettivamente complicato e controverso. Non nascondo tuttavia - ha concluso Fabiano Amati - che la decisione interviene in un contesto storico in cui i timori del rischio siccità appaiono più che fondati anche rispetto al 2004, quando il Commissario delegato per l'emergenza idrica in Puglia, aveva previsto il completamento del progetto dell'utilizzo industriale Ilva delle acque reflue di Taranto, al fine di riservare all'uso potabile ed irriguo le acque del Sinni e del Tara, il cui prelievo da parte di Ilva, ad oggi, è di 250 litri al secondo, immettendo nel ciclo produttivo, in termini sostitutivi, le acque reflue civili dopo l'apposito trattamento di ultra affinamento." Il Tar ha ritenuto legittimo l'ulteriore obbligo a carico dell'Iilva di predisporre, entro sei mesi dal rilascio dell'Aia, uno studio di fattibilità finalizzato a  ridurre il prelievo primario del 20% entro 3 anni e del 50% entro la scadenza dell'Aia, mediante il riuso delle acque dolci usate nel ciclo produttivo e attraverso il riutilizzo delle acque degli impianti di trattamento reflui civili della zona, secondo accordi da stipulare con la Regione, compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa  conforme alle esigenze di utilizzo.

La motivazione di legittimità posta a fondamento del rigetto del ricorso, nella parte relativa alle prescrizioni sull'approvvigionamento idrico dell'industria siderurgica tarantina, è relativa al "potere della Regione di incentivare il risparmio delle risorse idriche ha ora un esplicito riferimento nell'art. 99, secondo comma, del d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, per il quale: "Le regioni, nel rispetto dei principi della legislazione statale, e sentita l'Autorità di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti, adottano norme e misure volte a favorire il riciclo dell'acqua e il riutilizzo delle acque reflue depurate". A sua volta il D. M. 12 giugno 2003 n. 185, richiamato nella prescrizione impugnata, ha dettato norme tecniche "per il riutilizzo delle acque reflue domestiche, urbane ed industriali attraverso la regolamentazione delle destinazioni d'uso e dei relativi requisiti di qualità, ai fini della tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche, limitando il prelievo delle acque superficiali e sotterranee, riducendo l'impatto degli scarichi sui corpi idrici recettori e favorendo il risparmio idrico mediante l'utilizzo multiplo delle acque reflue" (art. 1, primo comma).

Tenuto conto del quadro normativo sommariamente delineato, la prescrizione con cui si favorisce l'uso delle acque affinate dell'impianto Gennarini/Bellavista si dimostra legittima e ragionevole, dal momento che viene accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all'attività produttiva, poiché l'utilizzazione delle acque non è prevista in via esclusiva (bensì "prioritariamente"), a seguito di accordi con la Regione Puglia (nei quali dovranno trovare adeguata considerazione tutte le ragioni rappresentate dall'Ilva, compresa la questione relativa alla realizzazione delle tubature di adduzione) e, soprattutto, "compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo" (così da salvaguardare le necessità tecniche di un approvvigionamento idrico idoneo al processo produttivo). Negli stessi termini del previo accordo con la Regione e della compatibilità con le esigenze di utilizzo si esprime la prescrizione (...) del parere istruttorio (che onera Ilva di predisporre uno studio di fattibilità finalizzato a ridurre il prelievo  primario)"(Giovanni di Meo - La Repubblica Bari)

lunedì 11 giugno 2012

Gli impianti assetati

Stop all'utilizzo di acqua potabile da parte dell'Ilva per il raffreddamento degli impianti


Con l'’arrivo dell’estate, tornano i timori di crisi idriche che, anche se auspicalmente meno gravi di quella che nel 2009 lasciò molti quartieri tarantini senz’acqua per settimane, possano creare disagi ai cittadini in un periodo in cui l’'acqua è necessaria più che mai per difendersi dalla calura.


Orbene in una regione come la nostra, afflitta da sempre dalla carenza di acqua dolce per la mancanza di fiumi nel proprio territorio, e costretta a rivolgersi a Basilicata e Campania per il proprio approviggionamento idrico, 250 litri d'’acqua potabile al secondo vengono utilizzati per il raffreddamento degli impianti dell’Ilva. L’'azienda utilizza allo scopo l’'acqua prelevata dal fiume Sinni, da 32 pozzi , dal fiume Tara, dal fiume Fiumicello, nonché l’'acqua del mar Piccolo.

La questione è davvero paradossale in una regione dove un giorno si e l'’altro pure si paventano crisi idriche e siccità. E si tratta di una incredibile storia di mala amministrazione in cui si è passati dalla lungimiranza di alcuni progetti partiti alla fine degli anni ‘80 alla incredibile situazione di stallo attuale con il ‘corollario’ di un vero e proprio scempio ambientale che non sembra destinato a fermarsi, almeno nel breve periodo.

La normativa in materia prescrive che debba essere privilegiato il riuso di acque reflue depurate per gli usi irrigui e industriali; tale indicazione è pienamente recepita nell’'AIA per l'’Ilva che prescrive all’'azienda l’'uso prioritario delle acque reflue ultraffinate.
Ma perché questo non avviene? La risposta sta nelle opere mai terminate, destinate alla depurazione delle acque, di cui si diceva sopra.

Ad oggi la situazione degli impianti è la seguente: sono funzionanti gli impianti di depurazione di Gennarini e di Bellavista; sono stati realizzati, ma non sono funzionanti e necessitano di opere di rifunzionalizzazione i due impianti di affinamento a servizio dei depuratori di Gennarini e Bellavista; è’ stato appaltato, ma è fermo, il lavoro di costruzione dell’'impianto di superaffinamento nelle vicinanze dell'’impianto di Bellavista e dell'’Ilva; è’ stata realizzata la condotta per portare i reflui sino al costruendo impianto di superaffinamento, ma la stessa è inutilizzata e necessita di lavori di ripristino.

Sono dunque state spese ingenti somme pubbliche e altre ne dovranno essere spese per la rifunzionalizzazione ed il ripristino, nonché la costruzione dell'’impianto di superaffinamento (per il quale la regione ha stanziato14.000.000 di euro) ma non si è ancora in grado di imporre all'’Ilva l'’uso di acque depurate, anche perché se non si terminano gli impianti l'Ilva avrà sempre la possibilità di dire che attende da anni che questi impianti vengano realizzati.

D’'altro canto l'’Ilva stessa sostiene di non poter utilizzare le acque reflue anche se sottoposte ad un processo di ultraffinamento perché inadeguate ai propri impianti. Sappiamo però che tale uso è attestato in altri stabilimenti siderurgici tra cui quello di Piombino e dunque il rifiuto opposto dall'’Ilva è del tutto pretestuoso.

La questione è dunque una e una sola: gli Enti pubblici interessati (Regione, Provincia, Comune e Acquedotto Pugliese) devono porre fine alle lungaggini intollerabili che hanno finora caratterizzato questa vicenda e accelerare, ciascuno per le proprie competenze i vari iter autorizzativi per giungere nel più breve tempo possibile al completamento degli impianti e alla conseguente possibilità di imporre all'’Ilva l'’uso delle acque reflue, impedendole l'’utilizzo di acqua potabile (o consentendoglielo solo nel caso di mancata disponibilità momentanea di acque reflue depurate).

Se questo non sarà fatto a brevissimo, gli stessi enti dovranno rispondere del colpevole e ’intollerabile spreco di una risorsa preziosa come l'’acqua potabile e delle risorse economiche sinora spese per gli impianti mai ultimati.


Legambiente Taranto

L'INGEGNERE ILVA CHE PARLO' DELL'ACQUA PURA

Peppe Carovigno, incuriosito dall'enorme quantita' d'acqua che sparavano sulle strade dell'Ilva il giorno del "PORTE APERTE" , pone una domanda all'ingegnere Cicerone. La risposta, ormai famosa, la sappiamo tutti....mentre la vera l'abbiamo vista la mattina del 9 Giugno.

TarasTV

mercoledì 14 marzo 2012

Eau de Gennarini

Depuratore Gennarini in tilt, liquami in mare a Lido Bruno

Una chiazza maleodorante è fuoriuscita dalla condotta del depuratore Gennarini al largo di Lido Bruno a San Vito, Taranto. I liquami non trattati si sono estesi per oltre 100 metri in mare a causa di un guasto alle vasche di depurazione. E’ stato una motovedetta della Guardia Costiera di Taranto, nel corso di uno specifico servizio di perlustrazione, a verificare la presenza dei fanghi in mare. Secondo la Capitaneria di porto si tratta di un fatto grave. ”L’episodio accertato – recita una nota della Guardia Costiera – si manifestava in tutta la sua gravità sia per le considerevoli dimensioni dell’inquinamento marino prodotto, sia per la presenza in mare di rifiuti solidi galleggianti di vario genere e sia per un intenso odore acre, percepibile a diverse decine di metri di distanza dalla chiazza”. Secondo l’Aqp lo sversamento è stato causato da un guasto improvviso nei giorni tra il 7 e l’8 marzo. Un’anomalia che è stata riparata ripristinando il regolare funzionamento dell’impianto. Nella sede del depuratore si sono recati sia i militari della Guardia Costiera che i tecnici dell’Arpa che hanno effettuato prelievi all’impianto e in mare. La procura di Taranto ha conferito alla Capitaneria di porto una delega di indagini per acquisire tutta la documentazione tecnico-amministrativa riguardante l’impianto di depurazione, con lo scopo di appurare le cause del malfunzionamento e stabilire eventuali responsabilita’. (avvisoainaviganti)
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WWF: “SU DEPURATORE TARANTO MAI PRESI PROVVEDIMENTI”
Non è il primo incidente che accade in un quartiere invaso da odori putrescenti da 10 anni

“Il Wwf esprime forti preoccupazioni per lo sversamento di fanghi e liquami dal depuratore di contrada Gennarini, a Taranto, avvenuto tra il 7 e 8 Marzo e annunciato in una nota dalla Guardia Costiera che ha rilevato come ‘l’episodio si sia manifestato in tutta la sua gravità sia per le considerevoli dimensioni dell’inquinamento marino prodotto, sia per la presenza in mare di rifiuti solidi galleggianti di vario genere e sia per un intenso odore acre, percepibile a diverse decine di metri di distanza dalla chiazza’. Non capiamo – continua l’associazione ambientalista - come mai sia possibile che per questo depuratore, visto che non è la prima volta che accade, non si siano presi provvedimenti definitivi”.
“Il Wwf ricorda che odori putrescenti appestano il quartiere da anni. Dopo ripetuti avvisi degli abitanti, ci ritroviamo dopo 10 anni con lo stesso problema. Ringraziamo la Guardia Costiera e le Autorità che prenderanno a cuore la risoluzione di questo problema, ed invitiamo l’AQP e le Autorità cittadine a farsi carico di ripristinare il danno prodotto e a verificare il danno ambientale per ripristinare in breve tempo uno degli angoli più caratteristici e popolosi della nostra città”.

sabato 10 marzo 2012

Norme fatte apposta per essere sospese...

E cosa ci si poteva aspettare dalla commissione IPPC messa su dalla Prestigiacomo?
Tra un po' va a finire che il comune dovrà pagare i danni all'Ilva perchè le inquina l'acqua di falda!!!


"Taranto, prime sospensive al Tar per l'Ilva
Il Tar di Lecce dà ragione all'Ilva di Taranto. E il gruppo Riva incassa una sentenza a favore e una sospensiva di alcuni aspetti dell'Aia dopo i ricorsi sugli interventi di bonifica per il polo siderurgico di Taranto. Secondo gli interventi di bonifica e risanamento ambientale ordinati dal ministero dell'Ambiente, in conferenza di servizi con la Regione Puglia, la provincia e il comune di Taranto, Ilva avrebbe dovuto recintare il proprio stabilimento che si estende su oltre 15 milioni di metri quadrati, con barriere sotterranee profonde fino a 60, 70 metri, fino ad incontrare l'acqua di falda.
Tutto questo dopo che il ministero dell'Ambiente aveva concordato con l'Ilva un piano di caratterizzazione del proprio sito produttivo su cui sono stati eseguiti oltre 6mila campionamenti e che questi campionamenti non avevano evidenziato particolari emergenze relative alla matrice terreno. Al contrario le analisi delle acque di falda dell'intera zona di Taranto hanno evidenziato criticità importanti. Ministero e Regione hanno puntato il dito contro l'Ilva come se fosse responsabile dell'inquinamento delle acque di falda. Ma l'Ilva è dotata di un sistema di trattamento delle acque reflue e, assistita dall'avvocato di Milano Francesco Perli, ha fatto ricorso al Tar, che con la sentenza Tar Puglia-Lecce n.329 ha accolto il ricorso e le successive impugnazioni, annullando sostanzialmente i provvedimenti emanati dal 2007 a oggi dal ministero dell'Ambiente e dalle amministraizoni regionali e locali verso l'Ilva. Per due ragioni. Innanzitutto perché non sono basati su una effettiva e concreta attività istruttoria che abbia identificato il contributo inquinante dei diversi settori, e poi perché hanno attribuito ad Ilva l'intero carico inquinante del sito di Taranto.
Il Tar di Lecce ha accolto anche un altro ricorso dell'Ilva, sospendendo l'efficacia di alcuni aspetti dell'Aia (Autorizzazione integrata ambientale) concessa allo stabilimento siderurgico di Taranto a metà 2011. Il disco rosso del Tar riguarda tre aspetti dell'Aia: sistemi di abbattimento di macro e micro inquinanti; piano di monitoraggio e controllo delle emissioni; revisione della rete di smaltimento delle acque reflue. Il giudizio di merito è fissato per il 6 giugno. «Non stiamo contestando tutto l'impianto dell'Aia – dice Perli - ma solo quello che palesemente non ci convince e ci danneggia». Da rilevare, però, che mentre l'Ilva ottiene un provvedimento favorevole dal Tar di Lecce, la stessa Aia firmata dall'ex ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è in procinto di essere rivista. Dopo le due perizie consegnate al gip di Taranto, Patrizia Todisco, nell'ambito del procedimento giudiziario che vede fra gli altri accusati Emilio e Nicola Riva, rispettivamente ex presidente e attuale presidente dell'Ilva di disastro ambientale, le istituzioni locali hanno infatti chiesto al ministro Corrado Clini di riesaminare l'Aia all'Ilva rendendola più severa. Clini ha manifestato disponibilità e il 14 marzo terrà un primo incontro a Bari. Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola esprime «soddisfazione per la tempestività con la quale il ministero dell'Ambiente ha accolto le nostre richieste»." (Sole24h)

"Il Tar dà ragione all’Ilva
Con una decisione che di fatto (almeno sino alla discussione di merito fissata per il prossimo 6 di giugno), mette in discussione la parte principale delle misure antinquinamento stabilite nell’Autorizzazione integrata ambientale concessa all’Ilva, il Tribunale amministrativo regionale ha accolto l’istanza cautelare presentata dal Gruppo Riva che si oppone alle prescrizioni del ministero. Nelle sedici pagine dell’ordinanza numero 1771, il presidente della sezione leccese del Tar, Antonio Cavallari, non valuta tutte le numerose prescrizioni così come li proponeva il collegio legale dell’Ilva, ma solo quelle «idonee ad arrecare alla ricorrente società un pregiudizio attuale e rilevante, rinvenibile unicamente per quanto concerne l’obbligo di installare sistemi di abbattimento dedicati alle emissioni di macro e microinquinanti dai camini E422, E423, E424, E425, E426, E428, nonché per la prevista divisione dell’attuale rete di smaltimento delle acque reflue di stabilimento e dei relativi scarichi autorizzati e, altresì – continua l’ordinanza – in ordine al censurato contrasto tra il parere definitivo e il Piano di monitoraggio e controllo».
I giudici amministrativi approfondiscono gli appunti anticipando quella che sarà la discussione di merito di giugno quando si dovranno esprimere in via definitiva. Per quanto riguarda ad esempio il punto che tratta le misure volte a contenere le emissioni d’inquinanti dai camini, i giudici definiscono «erronea e genericamente formulata», la prescrizione imposta dall’Aia «dal momento che i suddetti punti di emissione delle sostanze disperse in aria – dicono – risultano assoggettati ai valori limite fissati dall’autorizzazione e ad un sistema di verifica costante che ne permette la riconducibilità entro i limiti stessi» di cui lo stabilimento è già fornito. «Cosicché – si legge ancora nell’atto – la necessità di introdurre non meglio precisati “sistemi di abbattimento” si mostra priva della doverosa chiarificazione in ordine al contenuto specifico dell’obbligo imposto (in quanto ai metodi di abbattimento che all’individuazione dei micro e macroinquinanti da abbattere) alla società ricorrente, la quale adduce di avere già adottato le migliori tecniche disponibili; per tale aspetto – fa notare ancora il Tar – la sottoposizione del processo produttivo e altri dettami, senza che ne siano puntualmente definiti gli elementi, sia di ordine temporale che contenutistico (l’obbligo di contenimento delle emissioni, ndr), espone la società a un pregiudizio … stante l’assenza di sicuri parametri sulla base dei quali conformare l’attività richiesta e non procrastinabile».
Non meno articolata la parte che riguarda il ricorso sulle prescrizioni relative allo smaltimento delle acque reflue di stabilimento e dei relativi scarichi autorizzati. L’affidamento al Consorzio Asi della gestione della rete esterna – fanno notare i giudici – risulterebbe giustificata se all’imbocco finale fosse installato un depuratore (ad oggi solo previsto) ad uso esclusivo dell’Ilva. «Il mantenimento a carico dell’Ilva della gestione delle vasche – si legge nell’ordinanza – comporta il paventato pericolo che gli scarichi di altri operatori autorizzati affluiscano nel tratto terminale dei canali in concessione all’Ilva con inevitabili ripercussioni in tema di sua diretta responsabilità». La giustizia amministrativa infine dà ragione all’Ilva per quanto riguarda un supposto contrasto tra parere istruttorio e piano di monitoraggio per quanto riguarda più prescrizioni. «La distonia tra queste fonti, entrambe assunte nell’Aia – scrivono i giudici – determina perplessità in ordine agli adempimenti cui l’Ilva deve attenersi, non bastando la mera affermazione, resa in giudizio, circa la prevalenza del parere sul Pmc (piano di abbattimento degli inquinanti, ndr), essendo, al pari di quello, efficacia cogente».
In sede di merito, il 6 giugno, saranno discusse e giudicate tutte le altre prescrizioni contenute nell’Aia che non piacciono al gruppo Riva. Contro il ricorso si sono costituiti i ministeri dell’Ambiente, Salute, Sviluppo economico e dell’Interno oltre alla Regione Puglia, Provincia e comune di Taranto e i circoli ambientalisti di Taranto."
Nazareno Dinoi sul Corriere del Mezzogiorno

mercoledì 9 febbraio 2011

Acqua santa in faccia ai...

Ilva continuerà a usare l'acqua del Sinni. Rifiutata la proposta fatta dalla Regione
Salta il tavolo. Amati:«Sferrato un pugno in faccia alle istituzioni e ai cittadini pugliesi, agiremo d'autorità»


«Con la sua decisione, l’Ilva ha sferrato un pugno in faccia alle istituzioni e ai cittadini pugliesi. A questo punto ognuno andrà per la sua strada e la Regione Puglia assumerà tutte le iniziative autoritative, nel senso che governerà la vicenda con tutti i poteri che la legge le conferisce, non sprecandone nemmeno uno, visto che la decisione dell’Ilva non tiene conto del dovere di custodia della terra e di tutela del territorio che noi difendiamo». Questo il commento dell’assessore regionale alle Opere pubbliche e Protezione civile Fabiano Amati, a seguito della decisione assunta dall’Ilva di non negoziare più sulla possibilità di utilizzare l’acqua proveniente dall’impianto di affinamento Gennarini Bellavista di Taranto, risparmiando così i 250 litri al secondo che l’Ilva preleva dal Sinni ed utilizza per scopi industriali.

Il secco no da parte di Ilva è giunto nel corso della quarta riunione tecnica sull’argomento convocata dall’assessore Amati e alla quale hanno partecipato l’assessore ai Lavori pubblici della Provincia di Taranto Costanzo Carrieri, l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Taranto Alfredo Spalluto, il Direttore generale di Aqp Massimiliano bianco, il Segretario generale dell’Autorità di bacino della Puglia Antonio di Santo, il Dirigente dell’Ilva di Taranto Girolamo Archinà e dirigenti della Regione Puglia. La riunione di questa mattina seguiva un primo incontro tecnico relativo all’avvio dell’impianto, che si è svolto il 17 novembre 2010, una seconda riunione, svoltasi il 17 gennaio scorso, tra il presidente Nichi Vendola, l’assessore Fabiano Amati e il vice presidente dell’Ilva Fabio Riva, convocata per discutere dell’utilizzo dell’acqua del Sinni per le necessità industriali ed un terzo, svoltosi il 24 gennaio scorso. Dalle tre riunioni era emerso che il completamento e la messa in funzione dell’impianto di affinamento di Taranto Gennarini Bellavista avrebbe permesso di risparmiare i 250 litri al secondo di acqua destinata all’uso potabile, che l’Ilva preleva dal Sinni per le proprie attività, ed alimentare così la Diga Pappadai.

L’Ilva avrebbe potuto compensare il mancato prelievo dell’acqua dal Sinni utilizzando il quantitativo necessario dall’impianto di super affinamento Gennarini Bellavista, che sarebbe stato gestito da Acquedotto Pugliese. Sulla questione l’Ilva aveva dato la sua disponibilità all’approfondimento della questione ed in particolare, nel corso della scorsa riunione, si era convenuto sulla necessità di un confronto tecnico bilaterale tra Ilva e Acquedotto Pugliese destinato a verificare i costi di gestione dell’impianto per quantificare l’eventuale contributo che l’Ilva avrebbe dovuto versare in cambio dei 250 litri al secondo che proverrebbero dall’impianto di affinamento. (Corriere del Mezzogiorno)

sabato 8 gennaio 2011

Acciaio potabile?

Braccio di ferro Regione-Ilva stop all'uso di acqua potabile
Fino al 2006 lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa succhiava qualcosa come 800 litri al secondo, scesi a 600 litri, ridotti poi da un paio d'anni a 250 litri. L´assessore ai lavori pubblici Fabiano Amati contro lo spreco della risorsa utilizzata per raffreddare l'acciaio

La Regione vuole impedire che l'Ilva di Taranto continui a usare l'acqua potabile prelevata dal Sinni per raffreddare l'acciaio. Nella "Puglia sitibonda", è uno spreco che va avanti da un bel po': fino al 2006 lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa succhiava qualcosa come 800 litri al secondo, scesi a 600 litri, ridotti poi da un paio d'anni a 250 litri. "Io voglio evitare che quell'acqua sia utilizzata a scopi industriali" dice l'assessore ai Lavori pubblici della giunta Vendola, Fabiano Amati. Parole di buon senso che, però, a quanto pare non riescono a convincere l'Ilva. La discussione va avanti da almeno tre mesi, ma inutilmente. Va in scena un braccio di ferro che per il momento si combatte a colpi di missive, tra l'arrabbiato e l'ironico.
Emilio Riva, il patron del maxi impianto tarantino, non apre bocca (né tantomeno si arma di una stilografica). Attraverso qualcuno dei suoi collaboratori si era limitato a far sapere che quella era una buona idea. Ma niente di più. Collaboratori che, come racconta Amati in una lettera indirizzata allo stesso Riva, "avevano dichiarato correttamente di non poter assumere alcuna decisione perché esorbitante rispetto alle proprie competenze". Ecco perché già "mi ero permesso di rivolgermi a lei con una garbata (suppongo) e riservata richiesta d'incontro, che invece ha voluto negarmi. Come se la questione posta riguardasse la sostituzione di un rubinetto e non coinvolgesse il diritto dei cittadini a vivere meglio".
Amati adesso ci riprova: scrive per la seconda volta a Riva "nella speranza di risolvere questa spiacevole vicenda". Il titolare dei Lavori pubblici spiega come stanno le cose: Ilva potrebbe servirsi non dell'acqua potabile, ma di quella "riciclata" dal depuratore Bellavista in quel di Taranto, "purché contribuisca alle spese di gestione dell'impianto", affidato alle cure di Acquedotto pugliese. Se fosse così, "non sarebbe più obbligata a corrispondere all'Eipli (ente per l'irrigazione) e alla Regione Basilicata la somma di circa 2 milioni 500mila euro (una specie di inevitabile "dazio" da pagare per la tutela dell'ambiente, ndr)". A quel punto "parte del risparmio ottenuto potrebbe destinarlo per contribuire a tenere in piedi il Bellavista". Ad un costo che per Ilva sarebbe di poco superiore al milione di euro.
Appare un'offerta impossibile da rifiutare, eppure non c'è traccia di assenso da parte del gruppo industriale. Soprattutto, incalza Amati, i 250 litri recuperati - "una risorsa preziosa che andrebbe adoperata con parsimonia e solo per dare da bere" - potrebbero essere invasati nella diga Pappadai tirata su sempre nel Tarantino e "per la cui realizzazione abbiamo speso diversi miliardi, ma che rischia di diventare una nuova cattedrale nel deserto". Sì, insomma, ancora non funziona.
L'assessore confessa: "Ero indignato, ma ora sono dispiaciuto. Considero quanto la mancanza di prospettiva nella riflessione degli uomini sia in grado di infliggere danni non stimabili, perché manca l'unità di misura utile a determinarne il prezzo".

mercoledì 2 giugno 2010

Il mare scaricato

La questione dei depuratori e della salubrità delle nostre coste è affrontata dall'associazione Codici per la fascia litoranea di Pulsano.
Ecco un documento utilissimo per capire e chiedere alle istituzioni un intervento urgente.

L'associazione Codici manifesterà il disagio dei cittadini sabato mattina in data 5 giugno in piazza della Vittoria a Taranto

Depuratori e Scarichi Sulla Litoranea Di Pulsano_20100411_SintesiPoliziaProviciale[1]

sabato 27 marzo 2010

Depuratore bocciato: non si dà valore all'ambiente!

Il Tar boccia il depuratore di Manduria-Sava: “Non rispetta il volere dei comuni”

MANDURIA – Il Tar di Lecce ha annullato il parere favorevole di compatibilità ambientale espresso dal Servizio ecologia della Regione Puglia per il progetto relativo all’impianto con scarico nel mare di Specchiarica del depuratore a servizio degli abitanti di Sava, Manduria e delle marine di Manduria. La sentenza che porta la firma del presidente del Tar Aldo Ravalli è stata emessa ieri e boccia sonoramente i piani regionali e rimette in gioco tutti i progetti dell’Acquedotto pugliese fortemente sponsorizzati dal governo Vendola e dall’amministrazione di Sava ma osteggiati dall’amministrazione uscente di Manduria e dalle comunità di Maruggio e Avetrana.
Il dispositivo dei giudici rende nulli tutti i presupposti necessari alla realizzazione dell’opera ed entra nel merito del progetto evidenziando in esso delle incongruenze davvero macroscopiche. Oltre a motivi di ordine procedurale, come l’assenza dei pareri di merito della Provincia di Taranto e dei comuni interessati con particolare interesse per Manduria, il presidente Ravalli si è addentrato in questioni di natura economica e ambientale. Trovando contraddittorio, ad esempio, il comportamento della regione Puglia che prima (marzo del 2009) «riscontra notevoli carenze progettuali con particolare riferimento allo scarico dei reflui ed al loro impatto sull’ambiente marino, ordinando di conseguenza alla società proponente un supplemento istruttorio» mentre poi accetta la soluzione prospettata dall’Aqp «nonostante manchi la richiesta analisi costi-benefici nonché l’indicazione di eventuali alternative localizzatrici». In fase d’istruttoria la stessa Regione Puglia, fa notare il Tar, aveva dichiarato che l’opzione numero 3 (condotta sottomarina lunga 3600 metri e profonda 35) risultava “la più cautelativa” mentre quella numero 2 (condotta di 1000 metri e 10 di profondità) veniva definita “non ottima, in quanto lo scarico dei reflui depurati avviene all’interno dell’area Sic” (Sito di interesse comunitario). Nonostante questo gli uffici regionali stabilirono che doveva essere data comunque preferenza alla seconda ipotesi in quanto “appare quella che concretamente consente di ottenere i maggiori benefici ambientali con costi pubblici economicamente sostenibili”. E qui il presidente del Tar, Ravalli, sfodera una lezione di diritto-ambientale. Tra i costi di un tale progetto, il giudice amministrativista mette in parallelo «la somma che la collettività è disposta a pagare per assicurarsi un bene od un servizio desiderati e quanto è invece è disposta ad esborsare per evitare una cosa non gradita. Nella specie – rileva il giudice – andava dunque esemplificamente considerata, da un lato, la disponibilità a pagare per lo smaltimento dei reflui; dall’altro lato, la disponibilità a pagare della popolazione per la conservazione di un ambiente naturale quello in esame».
Di tutto ciò, si legge ancora nella sentenza, «non v’è traccia dato che sono stati considerati unicamente dati finanziari (che pure rientrano nella suddetta analisi costi benefici, ma non sono i soli), ossia l’esborso in termini contabili che le varie scelte ipotizzate avrebbero comportato, non anche le conseguenze che, in chiave sociale e soprattutto ambientale (e tradotte nei termini anzidetti), avrebbero potuto in concreto derivare dalle varie soluzioni prospettate». Tra gli altri motivi di accoglimento del ricorso, il Tar segnala anche la mancata considerazione, da parte degli uffici regionali, della proposta avanzata dall’amministrazione comunale di Manduria che nell’esprimere opposizione al depuratore così concepito, ipotizzava un piano di riutilizzo delle acque per l’agricoltura.
Nel ricorso in questione il Comune di Manduria è stato difeso dall’avvocato Gianluigi Pellegrino mentre la regione Puglia dall’avvocatessa Antonella Loffredo. L’Acquedotto pugliese non si è costituito. Possibile ora un ricorso al Consiglio di Stato.
(La Voce di Manduria)

martedì 23 febbraio 2010

Gennarini. Puzza preziosa

Taranto, liquami dal depuratore . Legambiente chiede i danni

Anche Legambiente, dopo il Comune di Taranto, chiede i danni per lo sversamento sulla battigia delle acque reflue urbane provenienti dall’impianto di depurazione Gennarini. A rispondere di getto pericoloso di cose sono i funzionari dell’Ente autonomo Acquedotto pugliese Mauro Spagnoletta, Mario Distefano e Vincenzo Salinaro, i rappresentanti dell’Associazione temporanea d’imprese affidataria del servizio di conduzione, manutenzione, controllo e custodia dell’impianto di depurazione Leonardo Gentile e Giuseppe Rotunno, i direttori tecnici dell’impianto nominati dall’Ati Francesco Salatino e Felice Maraglino, i dirigenti comunali Antonio Liscio, ex responsabile del Settore Lavori Pubblici del Comune, Santo Barracato, ex responsabile della Direzione gestione patrimonio e lavori pubblici, e Cosimo Borsci, ex capo servizio tecnico della stessa Direzione.
Il Comune di Taranto si era già costituito parte civile con l’avv. Pasquale Annicchiarico chiedendo un risarcimento di un milione di euro. Ieri è stata la volta di Legambiente che tramite l’avv. Eligio Curci ha chiesto un risarcimento danni pari a 2 milioni di euro. Il dirigente comunale Baraccato è accusato anche di innovazioni non autorizzate sul demanio marittimo e nella fascia di rispetto dal confine demaniale (articoli 54 e 55 del codice della navigazione).
Il depuratore Gennarini fu sottoposto a sequestro probatorio dai militari della Capitaneria di Porto il 20 gennaio del 2005. Il decreto esecutivo, che portava la firma dell’allora procuratore aggiunto Franco Sebastio e dei pubblici ministeri Filomena Di Tursi e Antonella Montanaro, riguar dava tutte le strutture, compresi l’impianto di sollevamento costiero per lo scarico dei reflui e il manufatto in cemento armato destinato allo scarico diretto sulla battigia.
L’inchiesta fu avviata in seguito a una denuncia presentata dall’ex consigliere comunale Nello De Gregorio. Dal vecchio scarico a mare, parallelo alla condotta sottomarina, non sarebbero fuoriuscite acque perfettamente depurate a norma di legge.
Il 16 settembre del ’98, i carabinieri del Noe disposero il sequestro probatorio, con facoltà d’uso, di 16 depuratori in funzione nel capoluogo e in alcuni Comuni dell’hinterland. Ed anche in quel la occasione si parlò di inadempimenti contrattuali, strutture inadeguate e sversamento di liquami non conformi ai limiti con sentiti. Già il 25 ottobre del 2004, secondo quanto riferisce l’ex consigliere comunale De Gregorio, il dirigente del servizio di Igiene pubblica dell’Asl, Cosimo Scarne ra lamentava attraverso una nota inviata al Comune di Taranto e al direttore compartimentale dell’Acquedotto Pugliese, la mancata installazione/attivazione del doppio sistema di monitoraggio.
I liquami sarebbero stati sversati in mare a causa del malfun zionamento del depuratore e del mancato funzionamento delle pompe di sollevamento dell’impianto di pompaggio della condotta sottomarina. Ieri i funzionari dell’Acquedotto hanno chiesto di definire la propria posizione con una oblazione. La decisione del giudice monocratico è attesa per il 19 aprile. [Mimmo Mazza su GdM]

mercoledì 26 agosto 2009

I cittadini contro i luquami nella Gravina di Ginosa

GINOSA I DANNI PIÙ EVIDENTI ALLA CONDOTTA IN LOCALITÀ «NIDO DEL CORVO». BLOCCATE LE VISITE
Liquami nella gravina allarme rosso per l’ambiente
Conseguenze disastrose del nubifragio di inizio agosto
ANTONELLA DE BIASI (Gazzetta di Taranto, 26ago09, p.VII)


• GINOSA. Una copiosa fuoriuscita di liquami dalla rete fognante allocata nell’alveo della Gravina di Ginosa, in località “Nido del Corvo” ha inevitabilmente stravolto il cartellone estivo in corso.
Infatti numerose pro-Loco, Associazioni Culturali, Gruppi organizzati ed Amministrazioni in questi mesi estivi hanno approntato numerose iniziative per far conoscere il territorio delle gravine sia a forestieri che a giovani residenti. Il cartellone estivo che prevedeva comunque alcune manifestazioni in gravina è stato quindi stravolto dagli elementi naturali. La segnalazione arriva da un ambientalista locale che ha spiegato come all’ indomani della serata dello scorso 8 agosto dedicata al dialetto ginosino una piena, “conse - guente di un robusto nubifragio verificatosi nel pomeriggio del 9 agosto, ha portato letteralmente via l’ampio palco attrezzato per questa ed altre manifestazioni. Il torrente intorno alle 15 ha cominciato a ruggire e con un fronte di 2 metri d’acqua ha spazzato l’alveo della gravina. Già alle 17 si potevano verificare i danni a carico delle 2 reti fognanti ospitate nel sottosuolo e di quella di superficie. La conseguenza più nefasta di questo danneggiamento è la fuoriuscita di liquami a cielo aperto. A 15 giorni da quell’evento si osserva un copioso ruscellamento a cielo aperto dei liquami che fuoriescono dalle condotte che ormai raggiunge la contrada Pozzillo, al di sotto del quartiere Piantata e del complesso Pierri”.
Un vero peccato se si pensa come nonostante quella di Ginosa sia la Gravina più ricca di testimonianze storiche ed antropologiche e la più percorribile essa è del tutto assente dal cartellone estivo di quest’anno. “La stessa Pro-Loco privata dell’edi - zione estiva della Passio, giudicata da molti manifestazione quanto mai posticcia per la sua collocazione agostana e assolutamente fuori luogo per contenuti culturali di rappresentazione religiosa – si legge nella segnalazione - non è riuscita in quello che invece ad altre è apparsa cosa naturale e cioè organizzare visite guidate ed escursioni”.
Il problema sanitario, anche ai più irresponsabili, appare in tutta la sua grave ampiezza. “Le comitive che in questi giorni si avventurano per visitare i siti della civiltà rupestre devono affrontare oltre al caldo anche un forte tanfo di fogna ed organizzare gli attraversamenti da un versante all’altro con il posizionamento di pietre “di ponte” – prosegue piccata la segnalazione - come se non bastassero l’of - fesa del tempo, l’abbandono e l’incuria, Ginosa stenta a recuperare il degrado galoppante del suo centro storico e di quanto la Gravina ed il suo habitat rupestre può offrire prima che ai forestieri ai suoi giovani, alle future generazioni. Una Amministrazione più aperta e partecipata da parte dei cittadini, incentivata ed attuata per gli interventi più cruciali sul territorio e sull’habitat rupestre, sicuramente avrebbe evitato il ripetersi ogni 5 anni di danni al sistema fognario allocato in gravina e inutili spese sempre a carico dei cittadini riproponendo nel nostro piccolo la socializzazione delle sole spese”.