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martedì 26 maggio 2015

Gireranno le pale!

Parco eolico ‘near shore’ di Taranto: i lavori sono iniziati

Sono partiti i lavori del parco eolico ‘near shore’ di Taranto: l’unico impianto di questo tipo autorizzato in Italia. A darne conferma l’ingegner Luigi Severini, progettista e direttore dei lavori. Probabilmente in pochi ricordano l’esistenza di questo progetto. Anche perché a differenza dell’Ilva o del progetto Tempa Rossa dell’Eni, non consente visibilità locale e nazionale: e quindi non importa a quella società civile che da sempre si dice impegnata nel “difendere” l’ambiente di Taranto e soprattutto che da anni “lavora” per progettare una città diversa. Un silenzio tombale ha avvolto questo progetto: se non fosse per un ricorso del comitato cittadino “Taranto Futura” e per qualche scarno e breve comunicato di qualche associazione nei giorni seguenti all’autorizzazione.
Il 10 febbraio del 2014, il ministero delle Infrastrutture dette il via libera definitivo alla realizzazione del parco eolico “near shore” che sorgerà nella rada del Mar Grande di Taranto. L’autorizzazione unica prevista dall’art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 per una centrale eolica offshore, rilasciata dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti dopo l’ok del ministero dello Sviluppo Economico e del ministero dell’Ambiente, dopo la conferenza dei servizi alla quale parteciparono tutte le amministrazioni interessate, arrivò in realtà il 27 giugno del 2013 da parte del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, con tanto di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 13 luglio. L’ultimo “ostacolo” per la realizzazione dell’opera, se di ostacolo vogliamo parlare, è il pronunciamento del Consiglio di Stato il prossimo 18 giugno sull’appello presentato dal Comune di Taranto dopo che l’amministrazione si vide respingere dal Tar di Lecce (il 19 febbraio del 2014) il ricorso presentato nell’ottobre 2013 nel quale chiedeva l’annullamento, con sospensiva, del provvedimento del giugno 2013 con cui venne dato l’ok al progetto da parte del ministero dei Trasporti: il ricorso fu giudicato infondato in tutti i punti.
Sconfitta abbondantemente preannunciata, e che certamente si riproporrà il prossimo 18 giugno al Consiglio di Stato, non solo perché in questo settore il parere di un’amministrazione comunale non ha valore vincolante per legge, ma soprattutto perché la delibera n. 30 che fu inviata al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nell’aprile del 2013, era priva del necessario supporto motivazionale e quindi inammissibile. Del resto, nel testo di quell’atto vi era scritto semplicemente che il Consiglio comunale “esprime parere contrario” alla realizzazione del parco eolico nella rada di Mar Grande (molto simile a quanto sin qui avvenuto con il progetto Tempa Rossa dell’Eni). Questo partorì il Consiglio Comunale del 5 aprile 2013. Del resto, al di là della mera presa di posizione del Consiglio comunale e del ricorso al Tar di Lecce, l’iter burocratico ed operativo per la realizzazione dell’opera è sempre andato avanti senza grandi intoppi.
Il 9 aprile 2013 l’Azienda sanitaria locale di Taranto comunicava il proprio parere positivo con prescrizioni e lo stesso giorno ARPA Puglia prendeva atto della compatibilità e comunicava il suo intervento in un tempo successivo alla costruzione; il 4 giugno 2013 l’Autorità di bacino della Puglia esprimeva parere favorevole con prescrizioni, mentre dieci giorni dopo, il 14 giugno, la società Terna rilasciava il benestare al progetto delle opere di connessione alla Rete elettrica di trasmissione nazionale. Inoltre è bene ricordare che la Provincia di Taranto, competente in materia di rilascio di autorizzazione per “l’immersione in mare di materiale derivante da attività di escavo e attività di posa in mare di cavi e condotte” (secondo quanto previsto dall’art. 109 del Codice dell’Ambiente in base all’art. 8 della legge regionale n. 17 del 14 giugno 2007), non ha rilasciato “espressamente tale autorizzazione né espresso il suo dissenso”; per questo motivo il ministero dell’Ambiente, pur non ritenendo ammissibile in materia ambientale la regola del “silenzio-assenso”, il 3 giugno 2013 comunicò alla Provincia le modalità di rilascio dell’autorizzazione concessa alla Beleolico srl (la società detentrice del progetto), pur sostenendo in Conferenza dei Servizi che “l’autorizzazione alla realizzazione del parco eolico sia subordinata all’autorizzazione della Provincia o che comunque detta autorizzazione avvenga prima dell’inizio dei lavori”.
Questi ultimi provvedimenti consentirono l’ok del 27 giugno 2013 (precedentemente, il 13 dicembre 2012, presso gli uffici della Capitaneria di Porto di Taranto, si svolse l’importante conferenza dei servizi conclusiva al fine di rilasciare la concessione demaniale marittima per la realizzazione del progetto, iter conclusosi il 10 gennaio 2013). Dal giorno dopo infatti, la società Beleolico srl (che il 31 agosto 2012 ricevette dalla Societ Energy S.p.A. il ramo d’azienda avente ad oggetto la realizzazione del parco eolico che la stessa presentò l’8 luglio del 2008), dette il via operativo al progetto. Secondo le ultime informazioni in nostro possesso, l’amministratore unico della Societ Energy risulta essere Benito Papadia, socio di Giovanni Colomba (entrambi gestori dell’Histò San Pietro sul Mar Piccolo). La Beleolico, che vede all’interno del Cda proprio Giovanni Colomba, ha come amministratore Gianluca Colomba e come ad il francese Levy Jacques Edouard Jean. Proprietarie della Beleolico risultano essere due società: l’impresa Del Fiume Spa (con sede sempre a San Giorgio) e la Belenergia Spa che ha sede in Lussemburgo. Nei mesi scorsi sono stati effettuati carotaggi e caratterizzazioni, firmati contratti di fornitura anche con la Vestas per gli aerogeneratori, acquistati certificati di borsa di energia elettrica.
Ricordiamo che la realizzazione del parco avverrà nella rada esterna del porto di Taranto e sarà costituito da 10 aerogeneratori, ognuno di tre megawatt di potenza, capace di generare trenta megawatt di energia. Saranno disposti in due zone distinte: sei turbine esterne alla diga foranea e quattro esterne al molo polisettoriale (le zone prospicienti al Terminal Container e al V sporgente). Le torri, alte circa 110 metri, convoglieranno l’energia prodotta direttamente alla rete nazionale attraverso un cavo sottomarino lungo due chilometri. I 30 megawatt di energia saranno sufficienti a rendere il porto di Taranto autonomo e indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico. L’opera, chiamata tecnicamente “near shore”, occuperà una porzione d’area che non ricade nel sito di interesse nazionale né interessa direttamente aree SIC (interesse comunitario) o ZPS (zone protezione speciale). Il parco nascerà in uno specchio d’acqua distante 100 metri dalla costa e 7 chilometri dalla città di Taranto. L’investimento complessivo dell’opera è stato stimato in 63 milioni di euro.
Su queste colonne abbiamo sempre espresso dissenso verso quest’opera, la cui realizzazione denunciammo inascoltati nell’agosto del 2012, in piena bufera Ilva, dopo che il 24 luglio 2012 il ministero dell’Ambiente pubblicò sul suo sito ufficiale il decreto con i pareri delle commissioni VIA e VAS, che davano il loro ok definitivo al progetto definito “di pubblica utilità”. Perché non crediamo che l’alternativa alla grande industria possa essere un parco eolico in mezzo al mare. Per non parlare dei danni che subiranno da un lato i delfini presenti in gran numero in quella zona di mare (non a caso sono diverse le prescrizioni in merito) ed i volatili che spesso a causa delle pale eoliche perdono del tutto il senso dell’orientamento. Ancora una volta dunque, questa città subirà uno sfregio alla sua bellezza ed alla sua storia. Infangata dall’inettitudine di un’intera classe politica, divorata dai famelici interessi economici dei soliti noti, trascurata dalla superficialità e dal disinteresse della gran parte della cittadinanza.
Altrove, per esempio a Manfredonia, una ventina di associazioni diverse (Fidas Zapponeta, Lipu Foggia, Italia Nostra, Impegno Comune Manfredonia, Città Dinamica, F.A.I. Fondo Ambiente Italiano, Centro Studi Naturalistici-Onlus, A.S.D. Delfino Manfredonia, Rifiuti Zero, Associazione Altura, Associazione AICO, ACLI di Foggia), ed altre che si aggiunsero successivamente, proprio nel febbraio del 2014, mentre il parco eolico ‘near shore’ di Taranto otteneva l’ok definitivo, vincevano la loro battaglia costringendo il Consiglio dei Ministri a sospendere in via definitiva l’iter del progetto dell’opera (sul qual pendeva la procedure di VIA al ministero dell’Ambiente e l’autorizzazione del ministero delle Infrastrutture). A dimostrazione che uniti si può. A Taranto, invece, siamo ancora una volta costretti ad usare il passato: “uniti si poteva”. Auguri.
Gianmario Leone

mercoledì 27 giugno 2012

MAR GRANDE, UN PO’ DI CHIAREZZA
 I dati e i colpevoli dell’inquinamento del nostro mare

Non amiamo essere antipatici. Né autoreferenziali. Ma siamo costretti a diventarlo per vicissitudini a noi contingenti. Termine che in filosofia indica ciò che non è necessario e quindi si contrappone a ciò che è essenziale. Cosa che in questa città avviene oramai a cadenza quotidiana, il che non lascia presagire nulla di buono per il prossimo futuro. Anche perché, ancora oggi, non siamo riusciti a capire bene, ma forse è un nostro limite, quanti siano i giocatori seduti al tavolo dell’ambiente e quali i loro reali obiettivi. E sì, perché tutto ad un tratto, Taranto scopre che la grande industria utilizza degli scarichi in Mar Grande in cui riversa, da sempre, ogni genere di elemento inquinante. Di più, si scopre che “stranamente” i fondali e la qualità dell’acqua di quel tratto di mare antistante gli scarichi, è incredibilmente poco confortante e rassicurante. E così, alla fine dei conti, accade che nella nostra società in cui oramai Facebook regna sovrano, si eleva quasi alle stelle l’indignazione e la protesta generale. Si grida alla scandalo, ogni due parole usate c’è il termine vergogna, s’incolpano politici e organi di controllo assenti dallo svolgere il loro dovere, si giura vendetta e si promette guerra totale alla grande industria. Si creano gruppi, sottogruppi, si condividono foto, video, volantini, si procede con esposti alla magistratura, si annunciano ulteriori prelevi che riveleranno un qualcosa che in realtà tutti sanno da sempre: ovvero che i nostri Due Mari sono profondamente inquinati. Il tutto, mentre la Capitaneria di Porto assicura che la zona è stata bonificata dall’Ecotaras e che le immagini mostrate nei video sono meno preoccupanti di ciò che sembrano: perché non trattasi di idrocarburi, bensì di elementi di origine vegetale. Il che ci lascia quantomeno increduli. Il tutto, mentre ARPA Puglia conferma che nonostante siamo di fronte ad un sito “super inquinato”, tuttavia non bisogna lasciarsi troppo impressionare dalle immagini. Dalle immagini no. Ma dai dati ufficiali, da quelli sì. Anche perché, nonostante più di qualcuno in questi giorni sta indossando come al solito i panni del martire o della bocca della verità, i dati sull’inquinamento prodotto dagli scarichi della grande industria sono ben noti. E questo giornale ne ha scritto e denunciato appena ne è entrato in possesso. Solo che in questa città, a tutti i livelli, sono in troppi quelli che soffrono di protagonismo e primogenitura: se non sono loro i primi a parlarne e a denunciarne, il tutto resta ben nascosto. In questa pagina, infatti, trovate quello che pubblicammo il 14 settembre del 2011. Ovvero ciò che avvenne il 9 maggio del 2008, quando si tenne un convegno indetto dall’Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. L’incontro riunì importanti scienziati e professori universitari, i quali illustrarono le ricerche condotte sullo stato dell'ambiente (acqua, aria e suolo) di Taranto. Quel giorno, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l’IAMC (l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto), presentarono uno studio su “Inquinanti prioritari nel Mar Piccolo e nel golfo di Taranto: analisi di rischio”. Essendo uno studio scientifico, vi risparmiammo i dati puramente tecnici, per andare all’essenziale: e cioè capire chi e quanto ha inquinato la rada di Mar Grande e la rada di Mar Piccolo. Nello studio del CNR e dell’IAMC, vennero analizzati i contaminanti prioritari stabiliti dalla Convenzione di Stoccolma del 2001, tra cui i famosi IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e il PCB (policlorodifenili). Lo studio del CNR e dell’IAMC aveva come base di partenza i sedimenti marini, che sono una fase di accumulo di inquinanti e sede di importanti processi chimico-fisici che influenzano la biodisponibilità e la speciazione. Le attività svolte dallo studio sono state tre: la caratterizzazione degli scarichi industriali, la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini e le valutazioni eco tossicologiche. Solo per chiarezza, vi riproponiamo qualche numero. I principali scarichi industriali sono tre: due appartengono all’Ilva ed uno all’Eni. La portata oraria dei due scarichi Ilva riportata nello studio, è di 3.480.000 metri cubi al giorno (1450.000 ogni ora), mentre quello dell’Eni di 240.000 metri cubi al giorno (10.000 ogni ora). Partendo da questi dati, è stato calcolato che nel Porto di Taranto in totale sono stati mediamente scaricati ogni ora 13,2 kg di idrocarburi alifatici, di cui il 7% proveniente dallo scarico Eni ed il 93% dagli scarichi Ilva. Per quanto riguarda gli IPA, invece, fu calcolato che i reflui Ilva scaricano 3,46 kg/ora di IPA, per un totale di 83 kg al giorno che fanno 30.309 kg all’anno. Per quanto riguarda la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini, vennero individuate tre aree di studio: Mar Grande, Mar Piccolo e Porto di Taranto. Nello studio del CNR e dell’IAMC, presentato quel 9 maggio del 2008 attraverso la proiezione di 29 slide, la mappa della distribuzione degli IPA nei sedimenti dei Mari di Taranto era inequivocabilmente chiara: le maggiori concentrazioni furono individuate nelle aree prospicienti i tre scarichi industriali. Vi risparmiamo, perché non interessano in questa sede, i dati sull’inquinamento del Mar Piccolo, sull’aria e sul suolo di altri inquinanti. Dunque, gli studi scientifici esistono. Come esistono anche i dati. E i relativi colpevoli. Eppure, ancora oggi, c’è chi finge di non sapere e di scoprire all’improvviso cose abbondantemente conosciute e denunciate da tempo. Questo giornale non vuole nessun premio, sia chiaro. Non parteciperà mai a ridicole gare sul chi “arriva prima”. Ma ci piacerebbe che almeno si facessero le cose in maniera seria, onesta e costruttiva. Gianmario Leone (Taranto oggi)

domenica 18 dicembre 2011

Anche i militari respirano!

Disastro ambientale e sanitario a Taranto: alta l’attenzione degli Stati maggiori militari

«È oramai noto a tutti la profonda tragedia ambientale e sanitaria che vivono i cittadini di Taranto. Oltre il 90% delle diossine emesse in Italia, e circa il 9% di quella emessa in Europa, proviene da Taranto». Così afferma il maresciallo Antonello Ciavarelli, delegato Cocer della Marina militare. «Tutto ciò non poteva lasciare indifferente e preoccupata la numerosissima comunità dei Militari e delle Forze di Polizia presenti in città. Dopo le delibere del Consiglio di base della Guardia di Finanza, anche i Cocer di Guardia Costiera e della Marina Militare hanno chiesto ai vertici militari corrispondenti azioni di prevenzione e tutela della salute».
Il Comandante generale della Guardia Costiera risponde: “in riscontro alla richiesta afferente l’effettuazione di monitoraggi ambientali per l’accertamento di eventuali agenti inquinanti nell’ambito portuale di Taranto, si rappresenta che è stato all’uopo interessata la Capitaneria di Porto di Taranto che ha prontamente provveduto ad investire della problematica la competente Azienda Sanitaria locale e l’Autorità portuale di Taranto per l’effettuazione dei monitoraggi/campionamenti ambientali. In merito l’Autorità portuale ha fatto conoscere che intende proseguire l’attività di monitoraggio dell’aria, ampliando anche alla matrice acqua, avendo in corso apposita attività istruttoria per la stipula di una convenzione con l’ARPA Puglia, i cui dati rilevati saranno resi pubblici per la più ampia conoscenza possibile anche attraverso il sito della citata agenzia per l’ambiente”

A sua volta il Capo di Stato Maggiore della Marina ha dichiarato: “Nel prendere atto, di quanto segnalato con la delibera in parola, intendo dare ampia assicurazione che la Forza Armata è molto sensibile alle problematiche correlate alla tutela dell’ambiente nei luoghi di lavoro, e in generale alla salute del personale dipendente. In tale contesto ho disposto che gli Alti Comandi competenti per territorio, prendano contatto con le autorità locali, al fine di valutare a cura delle citate competenti autorità, l’effettuazione di appositi monitoraggio/campionamenti ambientali nei pressi delle strutture militari. Per quanto afferente agli aspetti ambientali ad oggi non risulta un protocollo di screening finalizzato ad una diagnosi precoce di patologie correlate con le sostanze inquinanti in questione. Al momento, comunque non si ha evidenza, tra il personale militare, di patologie correlate con le sostanze citate nella delibera. Ad ogni buon conto, ho dato disposizione agli organi sanitari di prestare la massima attenzione al fine di verificare se nell’ambito dei previsti controlli periodici o in qualsiasi altro momento dell’attività lavorativa del personale dipendente, dovessero sorgere indizi di patologie correlabili all’ambiente di lavoro”.

«Tutto ciò è sicuramente di grande conforto per i rappresentanti militari – sottolinea Ciavarelli. Come si può dedurre, i vertici, per primi, hanno interpretato come costruttive le richieste dei consigli di rappresentanza ed hanno mostrato sensibilità verso le questioni ambientali e sanitarie del proprio personale e della comunità nella quale i militari vivono. I recentissimi successi normativi in materia di amianto, sono un esempio di tale sensibilità all’interno della Marina, in particolare».

«L’aspetto più rilevante delle azioni dei vertici Marina Militare e Guardia Costiera, oltre che delle rappresentanze Militari, è sicuramente quello pedagogico nei confronti delle Istituzioni locali e dei cittadini. Infatti, un controllo più puntuale in varie zone della città e soprattutto nel porto, di cui si spera un potenziamento, porterà ad una maggiore presa di coscienza fra i cittadini della reale situazione ambientale/sanitaria. Per le industrie, le centraline che monitorizzano h24 soprattutto nella zona industriale del porto, saranno la prova del nove per poter dimostrare il rispetto delle norme e quindi delle salute dei cittadini che convivono con la stessa industria. Viceversa, potrà essere l’occasione per migliorare la condotta e diminuire l’inquinamento». «Come rappresentanti del personale – conclude Ciavarelli – possiamo vantare sentimenti condivisi con l’amministrazione di appartenenza. Sentimenti che esprimono sensibilità alla tutela della salute dei nostri lavoratori, con lo scopo profondo di meglio adoperarsi per il bene del prossimo. La consapevolezza è che se vi è rispetto per se stessi (in questo caso di militari e cittadini), ci può essere rispetto per il prossimo. Solo così si può migliorare la qualità della vita, ed arrivare alla ricchezza morale e di conseguenza anche quella economica»
Fonte: GRnet

venerdì 26 febbraio 2010

Sidercastor, non proprio in regola!

Relativamente alle delucidazioni ed alle assicurazioni richieste nei giorni scorsi dal sottoscritto alla Capitaneria di Porto di Taranto, circa il possesso, da parte della nave SIDERCASTOR, di proprietà Ilva, delle certificazioni ed autorizzazioni previste, in materia di sicurezza marittima e di prevenzione dell’inquinamento marino, ricevo con soddisfazione e prontezza la risposta da parte del C.te C.V. Paolo Zumbo che allego integralmente alla presente per Vs. conoscenza.
Desidero rammentare che la mia segnalazione alle autorità marittime scaturiva dall’aver rilevato che la suddetta M/N navigava nella rada di Mar Grande con vistosi danni sullo scafo (zona prodiera), a cui si aggiungeva anche la mancanza delle linee di riferimento e delle indicazioni numeriche, previste per legge, che risultavano ricoperte dalla diffusa ruggine su tutta la”opera morta” dello stesso scafo.
La risposta del Comando della Capitaneria, ci riferisce, pur confermando l’idoneità alla navigazione per quella nave, che la stessa è sottoposta alla sorveglianza da parte dell’ “ORGANO TECNICO” per alcune irregolarità effettivamente riscontrate, relativamente al “Regolamento per la Sicurezza della Navigazione e della Vita Umana” e per il danno subito nella parte prodiera a causa di un urto con un rimorchiatore, nel corso di una manovra. L’ORGANO TECNICO ha, pertanto, stabilito alla data del 31 marzo p.v. il termine ultimo per le riparazioni necessarie.
Ringrazio il C.te P.Zumbo per la Sua cortese risposta.
Taranto, li 26 febbraio 2010
Prof. Fabio Matacchiera