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venerdì 26 giugno 2015

Poveretti...

La famiglia Riva (ex di Ilva) è inondata di dividendi


La famiglia Riva, titolari dell'omonimo gruppo siderurgico, ha ancora un tesoro di quasi 640 milioni di euro chiuso in un forziere lussemburghese mentre in Italia festeggia a suon di dividendi. Il capitale è rappresentato da 104,3 milioni di riserva sovraprezzo azioni, da 6 milioni di riserve e da quasi 480 milioni di utili portati a nuovo segnati nei conti 2014 appena depositati della Stahlbeteiligungen Holding (Stahlb) basata nel Granducato e controllata dall'italiana Riva Forni Elettrici.
In Stahlb che vanta un totale di attivo di 820 milioni, figurano 121 milioni di liquidità e 410 milioni di immobilizzazioni finanziarie che rappresentano le quote di controllo della canadese Les Industries Associées de l'Acier Ltée, delle belghe Thy Marcinelle e Tréfilerie de Fontaine l'Eveque, della spagnola Siderurgica Sevillana, della tedesca Riva Stahl Gmbh, della francese Parside nonché il 22,7% dell'italiana Muzzana Trasporti che lo scorso anno ha incorporato Riva Energia. Stahlb, che funge da tesoreria di gruppo, ha finanziato Riva Forni Elettrici per oltre 287 milioni e ha distribuito alla controllante una maxicedola di 458,1 milioni durante lo scorso anno.
Dalla fusione con la controllata Centre de Coordination Siderurgique, realizzatasi lo scorso anno, ha incassato un sovrapprezzo di 283,1 milioni mentre dalle partecipate Riva Stahl e Thy Marcinelle ha beneficiato di dividendi per rispettivi 127,5 e 24 milioni.
La controllante Riva Forni Elettrici se la passa bene. Ha infatti appena incassato un'altra cedola di 50,5 milioni, questa volta riveniente dalla controllata Riva Acciaio, capogruppo industriale italiana dei Riva. La operativa, di cui amministratore unico è Cesare Federico Riva, uno dei figli del defunto patron Emilio, occupa mille e 400 addetti e ha segnato nel 2014 un utile di 32,3 milioni rispetto alla perdita di 41,5 milioni dell'esercizio precedente. Anno su anno i ricavi sono saliti da 743 a 788 milioni, vendendo oltre 1,3 milioni di tonnellate di prodotti siderurgici.
Banca Fideuram, quattro ricapitalizzazioni
Quattro ricapitalizzazioni per portare Banca Fideuram a un capitale di 300 milioni di euro e realizzare così l'integrazione con Intesa Private Banking (Intesa Pb) dalla quale nascerà, dal prossimo 1 luglio, la prima private bank italiana. La complessa operazione di accorpamento, al termine della quale sarà operativa la nuova Fideuram Intesa Private Banking, in breve Fideuram spa, è dettagliata nel verbale dell'assemblea straordinaria dello scorso 22 giugno di Banca Fideuram, ancora presieduta dal presidente uscente Enrico Salza. Le ricapitalizzazioni sono tre, mediante conferimento di rami d'azienda da parte della controllante Intesa Sanpaolo e l'ultima a titolo gratuito.
Le motivazioni dell'operazione sono spiegate da Salza ai consiglieri: con l'integrazione «si rafforza il gruppo Intesa sui segmenti private e high net worth individuals, incrementando la dimensione, la quota di mercato e la redditività», inoltre «si migliora e allarga il portafoglio prodotti e si incrementa il livello di servizio offerto ai clienti». La nuova banca private è stata autorizzata da Banca d'Italia e dalla Bce dopo, con una lettera del 17 giugno scorso firmata dal numero uno dell'Eurotower Mario Draghi. Il presidente di Fideuram spa sarà Matteo Colafrancesco, fino a ieri a.d. e d.g. di Banca Fideuram, e l'amministratore delegato sarà Paolo Molesini, fino a ieri a.d. di Intesa Pb. (Italiaoggi)

sabato 19 luglio 2014

La successione del clan

Claudio Riva è il vero successore di Emilio

Mentre il commissario dell’Ilva Piero Gnudi chiede alle banche un prestito-ponte di almeno 650 milioni di euro per garantire liquidità all’impianto di Taranto, la famiglia proprietaria Riva dimostra di avere ancora ingenti flussi di liquidità intercompany. Lo prova il bilancio 2013 di Stahlbeteiligungen (Stahl), holding lussemburghese con asset per oltre 1,7 miliardi che qualche settimana fa ha deciso di pagare un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici (Rfe), a sua volta detenuta da Utia, capogruppo dei Riva nel Granducato, che possiede Riva Fire, unica holding italiana. Rfe ha usato 86,8 milioni di quella cedola per rimborsare pare dei debiti che ha verso la controllata Dentro Stahl vi sono il 100% della canadese Industries associes de l’acier, il 99,9% delle belghe Thy Marcinelle e Trefileries de Fontaine, della spagnola Sidurgica Sevillana e della francese Parsider, il 99,1% della belga Centre de coordination siderurgique, il 75% della tedesca Riva Stahl Gmbh e il 25% di Riva Energia.
Intanto Claudio Riva, il terzo dei sei figli avuti dal defunto Emilio Riva, si conferma come il vero successo operativo dell’imprenditore. Nelle scorse settimane, infatti, ha assunto le cariche di presidente di Riva Fire e Rfe, dove è affiancato come amministratore delegato da Cesare Federico Riva (nipote di Emilio), diventando inoltre amministratore unico di Fire al posto del padre scomparso, controllata di Riva Fire. Claudio Riva ha avuto nell’Ilva ruoli importanti, ricoprendo la carica di amministratore delegato ma nel 2010 aveva deciso di dedicarsi unicamente all’attività armatoriale (Società Navali Unite Genova), che nella galassia Riva ha comunque un suo peso. (Italiaoggi)

sabato 28 giugno 2014

Girano le scatole cinesi dei Riva

Ilva: Riva, il gioco dei soldi continua

A volte ritornano. In pochi forse si ricorderanno della Stahlbeteiligungen, la storica cassaforte lussemburghese della famiglia Riva di cui ci siamo occupati negli ultimi due anni. E il cui Cda il 13 dicembre 2012 accettò le dimissioni di Fabio Riva (entro questo mese si dovrebbe conoscere il responso sul ricorso presentato dai legali di quest’ultimo sull’estradizione richiesta dalla Procura di Taranto ed accettata dalla Corte inglese lo scorso febbraio), nominando in sua sostituzione tal Mauro Pozzi, domiciliato in Spagna a Siviglia. Al vice presidente della Riva FIRE, l’incarico era stato rinnovato proprio nel giugno del 2012 (poco prima della bufera del 26 luglio) ed esteso sino al 2018.
In questi giorni ‘Radiocor’, agenzia di stampa de “IlSole24Ore”, ha consultato il bilancio 2013 della holding Stahlbeteiligungen, i cui conti sono ancora in rosso: in base a quanto certificato nel bilancio 2011, alla Stahl, oltre alla quota Ilva, facevano capo diversi asset in Germania, Belgio, Canada, Spagna, Francia, per un totale di 4,8 miliardi di euro (asset che controlla ancora oggi: la canadese Les Industries Associees de l’Acier, la belga Thy Marcinelle, la spagnola Siderurgica Sevillana, la tedesca Riva Sthal, la francese Parsider, oltre al 25% dell’italiana Riva Energia).
Nell’agosto 2012 invece, il gruppo Riva aveva proceduto ad una serie di fusioni, con l’assorbimento di “Ilva International Sa” da parte di “Italia Ilva Commerciale”, mentre Stahlbeteiligungen aveva assorbito l’altra lussemburghese Parfinex. Poi a fine novembre 2012, nacque la Siderlux scindendo dalla Stahlbeteiligungen la quota di Ilva Spa. L’operazione comportò una riduzione di capitale della Stahl da 140 milioni a 59,6 milioni di euro. I restanti 81,3 milioni andarono a costituire il capitale sociale di Siderlux, interamente sottoscritto e controllato dalla Riva FIRE. In pratica la Stahl conservò tutte le partecipazioni tranne la quota del 25,38% dell’Ilva, che confluì nella Siderlux.
Ricapitolando il gioco delle scatole cinesi imbastito dalla famiglia Riva nel corso degli anni, non bisogna dimenticare che il gruppo possiede anche la società lussemburghese “Utia”, che partecipa del 39% nella cassaforte italiana (la FIRE) e che è a sua volta controllata dalla “Monomarch holding”, società di diritto olandese che fa capo ad una delle casseforti di famiglia, la Luxpack di Curacao.
Ecco perché ancora oggi non è affatto semplice acquisire le quote dell’Ilva Spa, controllata per il 61,62% dalla Riva FIRE, per il 25,38% dalla Siderlux (posseduta a sua volta dalla stessa Riva FIRE), per il 10,05% dalla Valbruna Nederland, società olandese della famiglia Amenduni, e per il 2,95% dalla Allbest, un’altra società lussemburghese.
Inoltre, non bisogna dimenticare come nell’importante assemblea della holding capogruppo Riva FIRE, riunitasi il 17 ottobre del 2012, venne deliberata la scissione parziale e proporzionale della società a favore della controllata Riva Forni Elettrici. In particolare, fu conferito il ramo di azienda relativo alla produzione e commercializzazione di prodotti lunghi, cioè le partecipazioni di Riva Acciaio, Stahlbeteiligungen Holding, Riva Energia, Muzzana Trasporti e Parsider.
Operazione non da poco, visto che sotto la Riva Forni Elettrici passarono riserve per 310,6 milioni, di cui 210,6 milioni serviranno come dotazione patrimoniale della controllata. Con la separazione dei prodotti piani da quelli lunghi, si volle completare la riorganizzazione societaria del gruppo Riva FIRE che nel corso del 2012, con diverse operazioni straordinarie, consentì l’accorciamento della catena di controllo e l’eliminazione degli intrecci partecipativi tra le controllate attive nel settore dei prodotti lunghi e quelle operanti nel settore piani.
Tornando alle carte consultate da ‘Radiocor’, la finanziaria Stahlbeteiligungen nei primi mesi del 2014 è stata nuovamente al centro “di una girandola di operazioni infra-gruppo di compensazione di debiti e crediti”. Che ha comportato la riduzione del capitale di 925 milioni della filiale belga (e creditrice) Ccs e il pagamento di un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici. Come emerge dai documenti consultati da ‘Radiocor’, Stahl ha chiuso il 2013 con una perdita di 18,6 milioni di euro dopo avere perso 45 milioni nel 2012. Nell’esercizio la holding ha proceduto a 46 milioni di svalutazioni e gli asset a fine 2013 totalizzavano 1,79 miliardi, per 1,44 miliardi relativi a partecipazioni.
Come ricorda ‘Radiocor’, l’asset più importante resta il controllo del 99% del belga Centre de Coordination Siderurgique che si occupa del cash pooling (cioè dei flussi in entrata e in uscita) delle filiali estere e del finanziamento a breve, con 1,27 miliardi di mezzi propri a fine 2013 e un utile di esercizio di 36,4 milioni. La Stahl risulta però anche debitrice a fine 2013 del Ccs per ben 1,1 miliardi. Come riporta il bilancio della società belga, “il 28 febbraio 2014 Ccs ha ridotto il capitale portandolo da 1 miliardo a 75 milioni e il rimborso è stato effettuato per compensazione del credito detenuto verso gli azionisti”, cioè la Stahl e Riva Acciaio. Il 26 marzo la Stahl ha “poi deciso di pagare un dividendo di 97 milioni al suo azionista unico la Riva Forni Elettrici prelevandolo dall’utile riportato a nuovo”, che ammontava a 543 milioni di euro a fine 2013. Poi, lo scorso 31 marzo la Riva Forni Elettrici ha saldato “parte del suo debito verso la Stahl, ovvero 87 milioni (su un totale di 354 milioni) che rappresentavano le scadenze a quella data”.
Ma la stessa Riva Forni Elettrici non se la passa meglio. Proprio ieri infatti, “IlSole24Ore” ha pubblicato i dati del bilancio 2013. Che ha riportato un fatturato di 3,7 miliardi di euro a fronte di una produzione di 7,6 milioni di tonnellate (trasformate in 4 di vergella, 2 di tondo e una di barre e billette laminate), per una perdita complessiva di 60 milioni (che il gruppo addebita sia alla crisi economica, che alle vicende che colpirono gli stabilimenti del Nord Italia con il sequestro della Procura di Taranto del settembre scorso ed agli investimenti operati dal gruppo su impianti e macchinari ammontanti ad 84 milioni di euro).
Anche se i dati del primo trimestre del 2014 segnalano un’inversione di tendenza: fatturato in aumento a 976 milioni, a fronte di una produzione di 2,162 milioni di tonnellate. Ennesima dimostrazione di come il ferro vecchio da rottamare sia proprio l’Ilva di Taranto. E di come mentre in riva alla città dei Due Mari si continua a perdere tempo con chiacchiere da bar e beghe da quattro soldi, altrove quest’ultimi continuano a girare in un labirinto senza fine.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.06.2014)