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venerdì 18 aprile 2014

Parte civile?

Ilva, Cgil e Fiom saranno parte civile

Le segreterie nazionali e le segreterie provinciali di Taranto di Fiom e Cgil si costituiranno parte civile all’udienza preliminare che inizierà il 19 giugno prossimo a Taranto, legata all’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva. La procura ionica ha chiesto il rinvio a giudizio per 50 persone fisiche e tre società.
"Dopo vent'anni di denunce – sottolinea in una nota il segretario provinciale della Fiom Donato Stefanelli, che annuncia la decisione delle organizzazioni sindacali di costituirsi in giudizio – questo è un atto naturale e coerente. Sono tantissimi i casi che come Fiom con l’avvocato Massimiliano Del Vecchio abbiamo condotto nelle aule del Tribunale con diagnosi mediche o perizie epidemiologiche che certificavano quanto le lavorazioni all’interno del siderurgico avessero pesato su carcinomi o mesoteliomi di centinaia di operai dell’Ilva".
"Sono cause – ricorda – che abbiamo mosso contro l'azienda anche dieci, dodici e in alcuni casi vent'anni anni fa". Fiom e Cgil preannunciano, inoltre, la disponibilità "per ogni tipo di consulenza, anche legale, in materia di tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, nonchè la disponibilità dei propri uffici legali per il patrocinio delle controversie presso le più opportune sedi giudiziarie". (GdM)

lunedì 20 gennaio 2014

Ecco. Finalmente!

"Ilva, diossina concausa del tumore di un operaio"

Anche l'esposizione alla diossina può provocare tumori. Lo ha riconosciuto ad un lavoratore di Brindisi, dipendente dell'Ilva di Taranto, la corte d'Appello di Lecce. I giudici d'appello hanno ribaltato una sentenza di primo grado che invece aveva escluso la correlazione diossina-cancro affermando invece che quest'ultimo era insorto nel lavoratore, addetto ai forni a pozzo dell'Ilva, per problemi genetici. All'operaio è stata riconosciuta un'invalidità permanente del 30% e l'Inail adesso dovrà risarcirlo con la corresponsione della relativa indennità.
I giudici di Appello ritengono che sia provato come "l'attività lavorativa svolta dall'appellante ha esposto quest'ultimo all'azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina) che hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata". All'operaio è stata riconosciuta "una rendita per danno biologico corrispondente al 30% di invalidità permanente" secondo legge. L'Inail viene "condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali".
"La sentenza - commenta l'avvocato Massimiliano Del Vecchio, legale della Fiom Cgil di Taranto - va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all'Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato riconosciuto che le sostanze inquinanti  hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l'amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata".
"Tutto ciò è importante dal punto di vista del diritto e il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa - prosegue il legale della Fiom di Taranto -, per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha riconosciuto alla vedova la rendita per il decesso legandola alle emissioni inquinanti". Per l'avvocato Del Vecchio, "le fibre di amianto sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti per cui possiamo ritenerci al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio".
Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom Cgil, Maurizio Marcelli, parla infine di "conclusione positiva", a proposito della sentenza della Corte d'Appello, e di "strada da perseguire all'Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione". (Rep)

venerdì 14 dicembre 2012

Ars longa..

Morì in Arsenale Taranto chiesto rinvio a giudizio per sette persone

La procura di Taranto ha ribadito oggi, nel corso dell’udienza preliminare, la richiesta di rinvio a giudizio per 7 persone accusate, a vario titolo, di omicidio colposo e violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. I fatti si riferiscono all’incidente avvenuto il 25 gennaio del 2010 nell’Arsenale militare di Taranto in cui morì Giovanni De Cuia, di 54 anni, dipendente civile. La decisione del gup Giuseppe Tommasino è attesa per il primo febbraio 2013.
La vittima, addetto alla vigilanza, fu travolta e schiacciata da una catasta di materiale edile (diversi quintali di pannelli) impilata nei pressi di una officina in ristrutturazione. La richiesta di processo riguarda esponenti di una ditta appaltatrice e militari. I familiari del lavoratore si sono costituiti parte civile con l’avvocato Massimiliano Del Vecchio.

lunedì 1 ottobre 2012

Giustizia, esiste?

'Io, l'avvocato dei morti dell'Ilva'

di Tiziana Migliati (Espresso)
Si chiama Massimiliano Del Vecchio, da dieci anni combatte in aula per conto delle vittime dei gas nocivi. E racconta storie terribili: come quella dell'operaio costretto a togliersi la maschera col respiratore per rispondere alle telefonate dei capi

L avvocato Massimiliano Del Vecchio L'avvocato Massimiliano Del Vecchio
Alcuni di quegli operai intossicati dalle emissioni nocive dell'Ilva, lui non li ha mai conosciuti. Per loro parlano le diagnosi mediche, le perizie epidemiologiche, le carte e gli occhi dei familiari che si sono rivolti a lui, l'avvocato Massimiliano Del Vecchio, e che a ogni udienza si presentano in aula.
Sono circa 223 le cause promosse dai familiari e dagli eredi per lesioni o decessi ascrivibili a motivi di lavoro. Gran parte riguardano l'Ilva o ancor prima la Fintecna, quando la proprietà dello stabilimento era pubblica. Ma la casistica è più ampia: «Abbiamo posizioni processuali aperte contro il ministero della Difesa, ritenuto responsabile di aver procurato mesoteliomi su dipendenti civili dell'Arsenale, contro la Darsena cantiere navale, cause contro Cementir e la raffineria Eni. Insomma, copriamo tutto lo spettro dell'inquinamento ambientale sofferto da questa città. Lo facciamo da oltre vent'anni», dice il legale.
Del Vecchio è il coordinatore nazionale della consulenza giuridica della Fiom Cgil per la salute e la sicurezza. Il sindacato si è costituito parte civile nei processi che avranno udienza nei prossimi giorni a Taranto e che riguardano il siderurgico: Il 3 ottobre contro l'Ilva per 15 lavoratori deceduti per mesotelioma o carcinoma polmonare, incentrato sull'esposizione a rischio da amianto.
Il secondo processo, il 23 novembre, coinvolge i più importanti manager della siderurgia pubblica nazionale e i direttori dello stabilimento che si sono succeduti dal '66 al '94. Riguarda neoplasie di varia natura, determinate da un mix di polveri cancerogene: «Nei processi ci avvaliamo delle perizie degli epidemiologi della procura, dei nostri tecnici, come la dottoressa Fiorella Belpoggi che è la direttrice dell'istituto Ramazzini di Bologna e il dottor Marco Bottazzi consulente nazionale Inca», spiega Del Vecchio.

Chi è il lavoratore tipo che avvia un'azione legale contro l'Ilva?
«Soprattutto gli eredi. E poi gli operai che escono dal ciclo produttivo, e spesso si ammalano quando pensano di godersi la pensione: capita perché i tempi di latenza di queste patologie sono molto lunghi».
Adesso ci sono le prove che l'Ilva inquina: è possibile che si intentino anche cause collettive da parte di cittadini?
«Qualche giornale ha parlato impropriamente di class action, ma non è un'azione prevista per questo tipo di reato: omicidio colposo plurimo, con l'aggravante dei futili motivi costituiti dal profitto. Le cause pilota partono dai lavoratori che hanno una struttura sindacale e legale già rodata, ma non escludo che tra un po' possa determinarsi un ricorso massiccio alla tutela giudiziaria, come è stato per Seveso».
In questi giorni si parla delle norme che l'Ilva deve rispettare per contenere le emissioni nocive, si cerca di stabilire un limite al di sotto del quale l'azienda possa produrre inquinando meno. Cosa ne pensa?
«In realtà io ho sempre sostenuto che i limiti non possono determinare esenzione da colpa e responsabilità per l'azienda che produce sostanze cancerogene, anche se resta al di sotto. La misura per l'individuazione del limite massimo di sopportazione deve essere quello della salute umana, non è la salute che deve adeguarsi a quelli che sono i limiti definiti dalla pubblica amministrazione».
Il terzo processo contro l'Ilva avrà la sua sentenza il 17 ottobre e riguarda l'avvelenamento di un lavoratore da gas di altoforno...
«Sì, sono quei gas che respiriamo anche in città, seppur filtrati e diffusi a distanza di chilometri. Se aspirati sul luogo di lavoro determinano la morte. E c'è una vedova che si batte da 4 anni perché suo marito abbia una sentenza esemplare».
Chi era la vittima?
«Un lavoratore che rispondendo più volte al telefono nei pressi delle valvole dell'altoforno, quelle che impediscono la fuoriuscita del gas, si è esposto al progressivo avvelenamento da monossido di carbonio. L'operaio si toglieva la maschera col respiratore per rispondere al telefono: e la maggior parte delle telefonate proveniva proprio dal datore di lavoro, che sapeva che l'operaio agiva nei pressi di un ambiente pregno di gas».