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sabato 15 novembre 2014

"Intempestivamente"

Ilva, Gnudi incalza le banche: «Prestito in tempi brevi» 

Il commissario Piero Gnudi prova a stringere i tempi. Per incassare la seconda tranche del prestito ponte. E garantire un’altra boccata di ossigeno alla sua gestione della grande fabbrica. Le banche, invece, prendono altro tempo. Così il confronto tra il commissario di Governo, spedito al timone del colosso dell’acciaio, e i plenipotenziari degli istituti bancari si rivela un’altra tappa di avvicinamento. Un faccia a faccia che fonti vicino a Gnudi non esitano a definire come «un incontro sereno, andato tutto sommato bene» alla luce delle richiesta avanzate agli uomini delle banche. Perché la seconda fase del prestito ponte, da 125 milioni di euro, è di fondamentale importanza per poter proseguire i lavori dei cantieri Aia e per pagare gli stipendi di novembre, con annesse tredicesime.
In una parola, serve come l’aria per continuare a vivere ed evitare il tracollo. Per questo Gnudi, avrebbe insistito a lungo nell’illustrare la necessità che quei 125 milioni di euro. E avrebbe chiesto al pool di banche impegnato nel salvataggio dell'Ilva, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare, di erogare la seconda tranche del prestito in «tempi brevi» anche in assenza di un’offerta vincolante da parte dei possibili acquirenti. L’assenza, per ora, di un’offerta vincolante, dal punto di vista delle banche, infatti, alzerebbe il rischio del prestito erogato e di conseguenza il via libera allo sdoganamento di altri 125 milioni. È necessaria, quindi, una nuova valutazione degli istituti di credito per essere autorizzata e deliberata la seconda iniezione di liquidità. Verosimilmente entro la prossima settimana le banche dovrebbero dare una risposta.
Al momento i due maggiori pretendenti a subentrare ai Riva nella proprietà del colosso dell’acciaio, sono il gruppo Arcelor Mittal in cordata con il gruppo Marcegaglia e il gruppo siderurgico cremonese Arvedi. Nei giorni scorsi, peraltro, l'amministratore delegato di cassa depositi e prestiti Giovanni Gorno Tempini aveva manifestato l'interesse di Cdp ad un settore «strategico per il paese» come l'acciaio. Affermazioni che sembrano aver rimesso in moto i giochi sul gruppo. Fatto sta che per l’Ilva si stanno vivendo giorni per l’ennesima volta decisivi. Con la febbrile attività del commissario straordinario.
Su un altro binaro, invece, viaggia l’impegno di Vera Corbelli, commissario per le bonifiche, che ieri ha incontrato il sindaco Ippazio Stefàno. Il vertice è servito a fare il punto della situazione riguardo lo stato delle attività previste dal protocollo d’intesa del 26 luglio di due anni fa.
Piena sintonia si è riscontrata sulla decisione di intraprendere un confronto costante per una strategia più complessiva dell’area di Taranto «Ho apprezzato la visita del Commissario e l’attenzione che riserva alla città. Abbiamo trovato pieno accordo - ha spiegato Stefàno - sull’idea di avviare una strategia d’azione complessiva sulle problematiche legate all’ambientalizzazione per trasformare un’area di criticità in un’area di soluzioni». E a proposito di incontri le segreterie provinciali di Cgil, Cisl, Fiom e Fim, hanno giudicato intempestiva la proposta di un vertice avanzata dal presidente di Confindutria Vicenzo Cesario, con al centro la crisi Ilva.
«Tale appuntamento - si legge nella nota firmata da Giusepppe Massafra, Daniela Fumarola, Donato Stefanelli e Mimmo Panarelli - risulta intempestivo considerando che abbiamo avuto un incontro con il commissario straordinario Piero Gnudi, per discutere degli scenari che si prospettano intorno alla vicenda. Ed è stata evidenziata la necessità di individuare un luogo di confronto nel territorio per discutere di tali questioni. Riteniamo, però, che debba essere un luogo istituzionale, in stretta connessione con l’attività di governo nazionale. Per questo - concludono i segretari delle organizzazioni sindacali - va considerata l’ opportunità di ripristinare all’interno della consulta provinciale la funzione di raccordo e di elaborazione, per affrontare i temi dello sviluppo a Taranto».(Quot)

sabato 23 agosto 2014

Caritatevoli

Sopravvivenza Ilva, dalle banche arrivano 250 milioni

Ilva, i soldi delle banche arriveranno, la crisi di liquidità è scongiurata, almeno per il momento. Fonti qualificate rivelano al Secolo XIX che l’accordo sarebbe stato trovato su un prestito in due tranche da 125 milioni di euro l’una, che si renderanno disponibili a inizio settembre. La positiva novità promette di sbloccare la situazione di Taranto, con ricadute su tutti gli stabilimenti.
Novità emergono anche per il polo di Cornigliano, dove 1.750 operai sono in emergenza avendo i contratti di solidarietà in scadenza a fine settembre ed essendo necessario trovare una garanzia di continuità del reddito che consenta loro di arrivare a luglio 2015, quando potranno nuovamente accedere ai contratti di solidarietà. Su questo fronte il presidente della Regione Liguria aveva chiesto al presidente del Consiglio dei ministri un incontro tematico: Claudio Burlando e Matteo Renzi dovrebbero incontrarsi, secondo fonti, il 28 agosto.
Sul fronte banche la vicenda prende una piega positiva anche se non risolutiva. Il commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, aveva sollecitato 650 milioni a Intesa San Paolo, Unicredit e Banco Popolare all’indomani del decreto legge varato dal Consiglio dei ministri. Il prestito ponte sarebbe stato garantito, anche se non nella misura richiesta. Con il decreto Ilva il governo ha introdotto il principio della prededucibilità, mirato a garantire le banche di fronte al rischio di un eventuale default del gruppo. Gli istituti di credito ne hanno preso atto, continuando la discussione. Fonti ministeriali dicono ora che l’accordo sarebbe stato raggiunto su un prestito pari a 250 milioni, complessivamente: è meno della metà di quanto aveva chiesto Gnudi, ma c’è. (SecoloXIX)

giovedì 17 luglio 2014

Soldilva

Ilva: commissario Gnudi chiede alle banche 650 milioni di euro

Ammonterebbe a 650 milioni di euro la richiesta che il commissario dell'Ilva, Piero Gnudi, ha avanzato alle banche per il prestito ponte. Le banche con le quali il commissario ha avuto un incontro ieri a Milano sono Unicredit, Intesa San Paolo e Banco Popolare. Si tratta degli istituti con cui l'Ilva ha in piedi da mesi una trattativa al fine di reperire nuove risorse che le consentano di superare la grave crisi di liquidita' nella quale si trova. I 650 milioni che Gnudi avrebbe chiesto alle banche per l'Ilva sotto forma di prestito ponte sono quasi il doppio della cifra circolata in queste settimane e si avvicinano di piu' a quello che il sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi (peraltro intenzionato a non accettare alcuna proroga dell'incarico) ha indicato come fabbisogno dell'azienda sia per la seconda parte del 2014 che per il 2015. Ronchi, stimando i costi delle misure dell'Autorizzazione integrata ambientale attualmente in cantiere, ha parlato di un fabbisogno complessivo di 800 milioni, di cui 550 sino a giugno prossimo e 250 nella fase successiva. E di prestito ponte per circa 7-800 milioni si era parlato anche nei giorni delle trattative tra l'ex commissario dell'Ilva, Enrico Bondi - sostituito dal Governo ai primi di giugno proprio con Gnudi - e le stesse banche. Solo che a Bondi le banche hanno sempre detto no, non condividendo il suo piano industriale basato sull'uso del preridotto di ferro in alternativa all'agglomerato di minerali, valutando la contrarieta' manifestata dal gruppo Riva, azionista di maggioranza dell'Ilva, e temendo infine un rischio fallimento per l'azienda. Adesso con Gnudi commissario il quadro si presenta un po' diverso in quanto, proprio per garantire le banche, il Governo lo scorso giovedi' ha varato sull'Ilva un ennesimo decreto - che ora dovra' essere convertito in legge - il quale fa della prededuzione il suo punto di forza. In altri termini, le banche sanno che prestando i soldi all'Ilva, sono piu' "garantite" in caso di eventuale default aziendale. La prededuzione, recita il decreto, e' subordinata all'autorizzazione dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico ed e' valevole sia per la parte ambientale che per la gestione dell'esercizio aziendale. "Il ricorso alla prededucibilita' - si afferma nel testo che accompagna il decreto - e' volto a facilitare la concessione del finanziamento e si giustifica in ragione degli interessi di carattere generale che si intendono perseguire, in particolare il risanamento ambientale e la continuita' e valorizzazione dell'impresa. Il raggiungimento di tali obiettivi giustifica la compressione dei diritti particolari dei creditori, la cui possibilita' di soddisfacimento e', in ogni caso, rafforzata dalla continuita' dell'esercizio di attivita' di impresa". Se questa garanzia della prededuzione servira' ora ad allentare i cordoni della borsa delle banche, e in che misura, e' cosa che si vedra' nei prossimi giorni. E' indubbio, pero', che si siano ritrovate di fronte una maggiore richiesta da parte di Gnudi e le prime valutazioni avrebbero messo in evidenza proprio la rilevanza della richiesta, probabilmente inattesa e ritenuta anche impegnativa. In effetti, gli impegni cui l'Ilva deve assolvere nei prossimi mesi sono tanti e rilevanti. Oltre ai lavori per l'Aia, ci sono da pagare fornitori, imprese di appalto, che a Taranto reclamano uno scaduto di 46 milioni di euro, materie prime e stipendi ai dipendenti. Gia' questo mese, per esempio, a conferma delle difficolta', l'Ilva ha potuto pagare ai dipendenti solo gli stipendi di giugno e non anche il premio di produzione, quasi una quattordicesima che era in scadenza e che ora e' slittata ad agosto.
  Oggi alle 18.30, intanto, il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, incontrera' di nuovo, al Mise, i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm dopo il confronto del 3 luglio. Guidi parlera' del prestito ponte e del decreto varato dal Governo, che i sindacati contestano ritenendolo del tutto inadeguato alla critica situazione dell'azienda. I sindacati, infatti, oltre alla prededuzione del prestito ponte, attendevano anche misure per un utilizzo piu' immediato, ai fini del risanamento dell'Ilva, delle risorse che la Procura di Milano ha sequestrato ai Riva per reati fiscali e valutari (1,7 miliardi), misure che invece nel decreto non ci sono.
  A Taranto, infine, riparte oggi l'altoforno 5 ma si ferma il 4. Lo stop, che riguardera' da venerdi' anche l'altoforno 2 mentre rallenteranno l'attivita' le due acciaierie, e' conseguenza di un guasto verificatosi ieri ad uno dei moduli della centrale elettrica del siderurgico. Saranno necessari circa 20 giorni di lavori nonche' la collocazione in solidarieta' di circa 100 addetti delle acciaierie 1 e 2.
  L'inattivita' di parte della centrale non permette a quest'ultima di "bruciare", per la successiva conversione in energia, la stessa quantita' di gas di altiforni e cokerie. (AGI)

Galletti: "Cordata di imprese e' obiettivo prioritario per salvare l’Ilva"

Secondo il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, il ministero dello Sviluppo Economico si starebbe adoperando per mettere insieme una cordata di imprese in grado di rilevare l’Ilva dalla famiglia Riva
"So che il ministero dello Sviluppo Economico si sta muovendo in questo senso: è l'obiettivo primario". E’ stata questa la risposta del Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, a margine della riunione informale congiunta dei Ministri del Lavoro e dell'Ambiente dell'Unione Europea, ai giornalisti che gli hanno chiesto se il governo stesse lavorando ad una cordata di imprenditori per salvare l'Ilva. Intenzionati ad acquisire parte delle quote azionarie dal gruppo Riva sarebbero il gigante mondiale dell'acciaio ArcelorMittal (attualmente in pole position) e le aziende italiane Marcegaglia e Arvedi. Intanto la prossima settimana il pool di banche creditrici di Ilva si dovrebbero riunire per decidere sul prestito da 650 milioni di euro richiesto dal nuovo commissario dell'azienda, Piero Gnudi. (Cosmopolismedia)

Ilva, Intesa Sanpaolo disponibile a prestito ponte se c'è partner industriale

Intesa Sanpaolo è disponibile a fare la propria parte nel concedere nuova finanza all'Ilva se ci sono prospettive favorevoli e se esiste un partner industriale pronto a investire e sostenere il rilancio del gruppo.
Lo ha detta Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo a margine di un evento, aggiungendo che sviluppi sul tema sono attesi nelle prossime settimane.
"Così come per Alitalia, se c'è un partner industriale all'orizzonte e quindi se c'è una prospettiva e un progetto che porti ad una redditività futura, noi siamo disponibili ad analizzare tutte le operazioni sul mercato", ha risposto Messina in merito alle richieste formulata dal commissario straordinario dell'Ilva Piero Gnudi di un prestito ponte da 650 milioni di euro.
"Questo riguarda non solo le grandi aziende ma anche le piccole", ha sottolineato Messina.
"Quando esistono partner industriali che sono disponibili ad investire sulle aziende e a mettere liquidità, noi siamo disponibili a fare la nostra parte", ha ribadito.
A chi gli chiedeva se ci saranno discussioni sul tema a breve, Messina ha risposto: "Ancora no, però credo che sia questione di settimane".
La richiesta di un prestito ponte è stata avanzata anche alle altre banche creditrici di Ilva, UniCredit e Banco Popolare.
Secondo quanto riferito ieri da alcune fonti vicine alla situazione, le tre banche potrebbero potrebbero riunirsi tra la fine di questa settimana o più probabilmente all'inizio della prossima per elaborare una risposta formale e circostanziata alla richiesta formulata da Gnudi.
Sempre secondo le fonti, l'orientamento univoco delle banche è quello di convergere su un ammontare inferiore, pari circa a un terzo rispetto alla richiesta, mentre tra le condizioni poste vi è quella una manifestazione di interesse, anche sotto forma di lettera d'intenti, da parte di un potenziale partner industriale oltre all'orientamento favorevole delle autorità antitrust in merito a un'eventuale posizione dominante. (Reuters)

sabato 28 giugno 2014

Il cinismo dei banchieri e il capitalismo d'ufficio

«Se l’acciaio non conviene l’Ilva può anche chiudere»

Bini Smaghi:«L’Italia non competiva nella siderurgia»

«Se la siderurgia non è profittevole non deve essere tenuta in piedi. È un settore molto dipendente dal costo dell’energia e del lavoro, e l’Italia da questo punto di vista è poco competitiva ». Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere per anni ai vertici della Bce, è stato ieri a Bari ospite della Fondazione Tatarella per presentare il suo libro «33 false verità sull’Europa». Quell’Europa con cui giornalmente fa i conti il Sud e adesso anche l’Ilva, dopo che uno studio della banca svizzera Ubs ha evidenziato che la chiusura dello stabilimento tarantino potrebbe risolvere il problema della sovracapacità siderurgica europea.
Le 33 false verità del suo libro mettono in luce un aspetto comune a tutti gli Stati della Ue: spesso l’Europa è lo scudo di protezione delle politiche nazionali. Ci fa qualche esempio concreto della «colpa di Strasburgo»? «A Strasburgo o Bruxelles vengono date le colpe di tutto quello che non funziona, a cominciare dalla disoccupazione e dalla bassa crescita. Si sente spesso dire che l’Europa ci ha tolto la sovranità, ma se si pensa a ciò che deve essere fatto per creare occupazione in Italia, in particolare eliminando gli ostacoli agli investimenti che derivano dall’eccesso di burocrazia, da una giustizia troppo lenta, da un mercato del lavoro inefficiente o dall’insufficiente ricerca e sviluppo, ci si accorge che gli strumenti sono tutti a disposizione degli Stati membri e non a Bruxelles».
Il Sud è spesso accusato, anche dai numeri, di non saper spendere i fondi europei. O, quando li spende, di spenderli male. Verità o bugia?
«I dati lo confermano. La Polonia spende il 100% dei fondi strutturali, noi meno della metà. La colpa, dunque, è solo nostra».
Quanto è importante, anche per la nostra vita di tutti i giorni, la discussione di queste ore sulla richiesta dell’Italia ai vertici europei di escludere dal deficit il cofinanziamento dei fondi Ue?
«La richiesta non ha molte possibilità di successo, perché comunque il debito è debito e si deve finanziare sui mercati, e il debito italiano è troppo alto e non scende. Per di più una parte rilevante dei fondi Ue viene usata in Italia per finanziare spesa corrente piuttosto che infrastrutture».
Cosa pensa dell’idea, che qualcuno sta avanzando, di avere due euro, uno per il Sud e uno per il Nord dell’Europa economica? «
Non ha alcun senso. Alla fine saremmo solo noi, forse con i greci. Gli altri Paesi, dalla Spagna al Portogallo, vogliono stare con i paesi piu avanzati, non con quelli con maggiori rigidità e che non vogliono fare le riforme».
Perché in Italia non è stato possibile colmare il divario (o anche solo ridurlo) fra le due aree a diversa velocità economica, Nord e Sud, come invece è riuscito o quasi alla Germania tra Este e Ovest?
«In Italia gli enormi trasferimenti a Sud non sono stati accompagnati da riforme adeguate e da uno sviluppo del settore privato. C’è troppa economia pubblica nel Mezzogiorno, mentre lo sviluppo si dovrebbe fare attirando investimenti privati. Poi c’è la malavita che è un ostacolo fortissimo a fare impresa nel Mezzogiorno ».
Passando all’attualità territoriale, in Puglia, con la vicenda Ilva, ci si sta rendendo sempre più conto di quanto ormai anche le vicende locali o nazionali debbano essere inquadrate in contesti internazionali. Uno studio di Ubs dice che la eventuale chiusura dell’Ilva farebbe superare il problema della sovracapacità produttiva della siderurgia europea. Come lo si spiega agli operai di Taranto?
«Il problema dell’Ilva va risolto creando nuova occupazione, attirando altri investimenti, non tenendo in piedi settori che non sono piu profittevoli. La siderurgia è un settore molto dipendente dal costo dell’energia e del lavoro, e l’Italia da questo punto di vista è poco competitiva ».
Vuol dire che l’Italia deve rinunciare alla siderurgia, ancor prima che Taranto all’Ilva? «Se l’Italia non vuole rinunciare alla siderurgia, deve creare le condizioni per renderla competitiva». Allargando il discorso, dall’alto della sua esperienza non solo nella Banca d’Italia e nella Bce ma anche nelle banche d’affari, da Morgan Stanley International a Société Générale, ci spiega fino a che punto può arrivare il cinismo degli analisti? È vero che hanno a che fare con i numeri, ma leggere che «chiudere l’Ilva potrebbe essere un problema per gli 11 mila dipendenti di Taranto ma se ne avvantaggerebbero i concorrenti» lascia di stucco la gente di strada.
«Questi rapporti sono tecnici e non prendono in conto considerazioni sociali, che invece sono responsabilità della politica. La politica deve partire dai dati di fatto, dare una prospettiva di sviluppo più ampia, che tenga conto anche dell’inclusione sociale. La responsabilità della politica è di creare le condizioni affinché nuove imprese vengano a insediarsi nelMezzogiorno e creino occupazione. In altre parti d’Europa ci sono riusciti».
Oggi lei è presidente di Snam. La Puglia è spesso indicata come crocevia per l’arrivo e lo smistamento di gas da una parte dell’Europa o del Mediterraneo, all’altra. Spesso le popolazioni locali del più piccolo paese si oppongono. Come si conciliano gli interessi nazionali e internazionali con quelli locali?
«Ci sono molti pregiudizi, purtroppo, sulle infrastrutture. Alla fine ne paghiamo le conseguenze tutti, in prezzi di energia più elevati degli altri, e dunque in minore potere d’acquisto dei cittadini e meno occupazione. Siamo tutti più poveri, per scelte locali basate su pregiudizi. Non credo che l’Italia se lo può permettere ». (CdM)

sabato 14 giugno 2014

ILVA TRA BANCHE E ALTIFORNI

SERVE UN PRESTITO PONTE PER EVITARE IL TRACOLLO. MA AD ARCELORMITTALE NON PIACE IL PIANO AMBIENTALE


Come abbiamo avuto modo di riportare all’indomani della nomina di Piero Gnudi nel ruolo di neo commissario dell’Ilva, la speranza del Governo è che un uomo amico dell’esecutivo (attuale consigliere economico del ministro dello Sviluppo economico Guidi ed in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia), del mondo industriale (è stato presidente dell’Enel, ha lavorato per Eni ed Enichem, ed è stato anche membro del direttivo di Confindustria) e bancario italiano (sino al novembre 2011 ha fatto parte del Cda di Unicredit, una delle tre banche attualmente più esposte nei confronti dell’Ilva Spa), possa riuscire nell’immediato lì dove Bondi ha fallito: convincere gli istituti di credito a concedere all’azienda un prestito ponte di 7-800 milioni di euro, per garantire l’ordinaria amministrazione nei prossimi 2-3 mesi.
Di più alle banche non si può chiedere, specie in assenza di una proprietà certa: concetto espresso dagli istituti di credito all’ex commissario Bondi che sperava di convincere quest’ultimi a finanziare il suo piano industriale, poi bocciato dal gruppo Riva e Federacciai.
Del resto, la situazione finanziaria dell’Ilva Spa è ad un passo dall’amministrazione straordinaria, eventualità che se da un lato favorirebbe nuovi possibili acquirenti, creerebbe non pochi problemi nella gestione degli oltre 16mila lavoratori diretti dell’azienda. Ecco perché, un eventuale prestito ponte, favorirebbe Gnudi nell’imbastire una trattativa con i gruppi interessati sia a mettere le mani sul siderurgico (AncelorMittal e Arvedi come abbiamo avuto modo di spiegare nei giorni scorsi) che a scongiurare una sua “drammatica” chiusura (Marcegaglia). Gnudi è stato infatti scelto anche per questo. A partire dal 1994 ha fatto parte del Cda dell’IRI, ricoprendovi (dal 1997 al 1999) l’incarico di sovrintendere alle privatizzazioni e (dal 1999 al 2000) la carica di presidente ed amministratore delegato; sempre presso l’IRI ha svolto (dal 2000 al 2002) le funzioni di presidente del comitato dei liquidatori. Nel ‘95 è stato consulente economico del ministro dell’industria del Governo Dini che curò la privatizzazione dell’Ilva. Gnudi ha dunque recitato un ruolo importante nella privatizzazione dell’ex Italsider che il gruppo Riva acquistò nel 1995 e conosce molto bene l’argomento. Ed oggi, a 19 anni di distanza, potrebbe “rivendere” l’ex azienda di Stato ad un altro gruppo di privati: nel più classico dei corsi e ricorsi storici.
Ciò detto, tutti sanno, in primis lo stesso Gnudi, che gli eventuali compratori studieranno un nuovo piano industriale che difficilmente terrà conto del piano ambientale approvato dal Consiglio dei ministri il mese scorso: per legge infatti, è il piano industriale a doversi modulare su quello ambientale e non il contrario. Quest’ultimo però, redatto da tre esperti del ministero dell’Ambiente lo scorso autunno, ha recepito le prescrizioni dell’AIA riesaminata dalla commissione IPPC sotto il dicastero Clini nell’ottobre 2012. Evento che seguì al sequestro degli impianti dell’area a caldo da parte della Procura di Taranto nel luglio dello stesso anno. Non solo: perché il commissariamento dell’Ilva si rese necessario proprio a causa della mancata applicazione dell’AIA e non, o almeno non soltanto, a causa delle dimissioni dell’intero Cda della società Ilva, dell’ex ad Bondi e dell’ex direttore Ferrante dopo il sequestro per equivalente promosso dalla Procura a fine maggio 2013 (poi annullato dalla Cassazione nello scorso dicembre) come ancora oggi in molti sostengono per fare un po’ di sana disinformazione che dalle nostre parti non guasta mai.
Dunque è chiaro che i nuovi eventuali proprietari dell’Ilva, non avranno intenzione alcuna di accollarsi tutti gli interventi previsti dal piano ambientale (visto che quei lavori sarebbero dovuti essere effettuati nel corso degli ultimi decenni). Ed infatti, da ambienti finanziari trapela la notizia secondo cui proprio il piano ambientale sarebbe il nodo attorno al quale ruoterebbe l’eventuale entrata in Ilva del gruppo indiano ArcelorMittal.
Gli indiani, che come abbiamo più volte ribadito verrebbero a Taranto per evitare che altri colossi dell’acciaio si accaparrino il più grande siderurgico d’Europa e nello stesso tempo per togliere dal mercato europeo un concorrente e controllare il mercato italiano, non guarderebbero di buon occhio alla prevista e programmata fermata dell’AFO 5 (il più grande altoforno d’Europa che da solo garantisce il 40-45% della produzione del siderurgico tarantino). Secondo il piano ambientale la fermata dell’AFO 5 dovrà avvenire entro 6 mesi (dunque al massimo entro novembre prossimo): gli esperti avevano inizialmente programmato un calendario che prevedeva la fermata entro l’1 settembre 2014, la condensazione dei vapori loppa entro il 31 luglio 2015, la depolverazione campo di colata entro la stessa data (come previsto dalla prescrizione n. 16 dell’AIA).
Ora, invece, il riavvio dell’impianto dovrà essere autorizzato soltanto una volta ultimati i lavori e la verifica della loro efficacia. Questo perché AFO 5 ha bisogno di lavori strutturali di un certo rilievo: a valle dell’altoforno infatti dovranno essere sostituite anche due macchine di colata continua giunte ormai a fine vita, con un intervento manutentivo della durata prevista di almeno 7 mesi. In pratica anche con uno stop inferiore a questo lasso temporale non si avrebbe la possibilità di trasformare tutta la ghisa spillata, con un output finale comunque inferiore al normale regime produttivo. Del resto AFO 5 è quello che più interessa rispetto agli altri quattro. AFO 3 è stato infatti avviato alla dismissione. AFO 1 è fermo e secondo l’ispezione di ISPRA ed ARPA dello scorso marzo sono stati avviati “i lavori di fondazione, con l’azienda che ha comunicato che l’impianto non verrà riattivato fino a quando non saranno ultimati gli interventi di adeguamento”. Altri 4 mesi di tempo servono invece per completare i lavori sull’AFO 2, fermato l’estate scorsa per “crisi di mercato” e poi riavviato dall’Ilva all’inizio del novembre scorso, senza però aver ultimato tutti i lavori previsti. Soltanto su AFO 4, secondo quanto riportato da ISRPA ed ARPA, sono stati completati i lavori. In pratica, parliamo di un siderurgico più che “monco”. Per non parlare degli investimenti necessari alla sola manutenzione dello stabilimento, quasi del tutto abbandonata nel tempo, per cui già lo stesso Bondi aveva previsto investimenti per oltre un miliardo.
Sarà anche per questo che il sub commissario Edo Ronchi, sentendo puzza di bruciato, ha deciso di uscire di scena. Lo stesso ha annunciato una conferenza stampa per giovedì prossimo, nella quale dirà le sue verità. Sia come sia, la situazione è ad un passo dal baratro. E probabilmente nemmeno il “buon” Gnudi, l’amico di tutti, potrà evitare il tracollo del più grande siderurgico d’Europa.

(Gianmario Leone Quotidiano TarantoOggi 14 06 2014)

venerdì 6 giugno 2014

L'Italia, una repubblica bancaria!

Ilva, Piero Gnudi è il nuovo commissario


Vincono i Riva e vincono gli industriali. E perdono l'Ilva e la città di Taranto. È questo il primo giudizio che si può trarre dalla decisione del governo di Matteo Renzi che ha sostituito il commissario straordinario dell'acciaieria pugliese, Enrico Bondi, con il nuovo nominato Piero Gnudi.
La decisione era stata annunciata, «in tempi brevissimi», dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha voluto mettere le mani avanti: «Il processo di risanamento dell'Ilva deve continuare», ha detto alle agenzie di stampa.
Ma  le pressioni sul governo per far sostituire Bondi sono state esplicite e sono arrivate in prima persona e in più occasioni da Antonio Gozzi, presidente della Federacciai (la Confindustria dei siderurgici), oltre che, in modo più sotterraneo, dal mondo delle banche.
Osservando il mandato che gli era stato dato dal governo Letta, Bondi ha infatti tentato di coniugare il risanamento ambientale dell'Ilva con il mantenimento dell'intero ciclo produttivo, e quindi di tutti i gli 11 mila dipendenti tarantini del gruppo. Per mettere in atto il suo piano industriale servono però circa tre miliardi di euro, che il commissario contava di reperire con un aumento di capitale da 1,4 miliardi e con il ricorso a indebitamento bancario per altri 1,6 miliardi. E qui sono nati i problemi.
Le banche, per via del loro consulente Roland Berger, hanno recapitato a Bondi il messaggio che occorreva ridurre gli oneri della ristrutturazione. E i Riva, che pur estromessi dalla gestione hanno per legge la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale e di restare azionisti del gruppo, hanno fatto capire che le richieste di Bondi erano esagerate, e che comunque il commissario non era in grado di salvare l'Ilva e che doveva essere allontanato.
Una richiesta fatta propria da Gozzi, secondo il quale l'azienda – commissariata per il disastro ambientale causato dai Riva – doveva tornare ai legittimi proprietari.
Da notare, per spiegare questa ostilità, che Bondi non ha mai fatto segreto di voler ricorrere alla facoltà che la legge gli ha dato, e cioè di utilizzare per i lavori gli 1,2 miliardi di euro offshore sequestrati ai Riva dalla magistratura, nell'ambito delle indagini per fronte condotte dalla Procura di Milano.
In questi ultimi giorni il fronte comune banche-Riva sembra essersi tradotto nell'ipotesi di una cordata di imprenditori che starebbe valutando di farsi avanti per prendere i diversi pezzi dell'Ilva, e della quale potrebbero far parte il gruppo Marcegaglia, Arvedi e il gruppo Arcelor Mittal. I presupposti sarebbero però la riduzione degli interventi di salvaguardia ambientale, che Bondi ha stimato in un totale di circa 1,8 miliardi, e la chiusura di alcune lavorazioni, con il seguente taglio dei dipendenti. Con una postilla al veleno, che nessuno si è finora preoccupato di esplicitare: se lo stabilimento verrà in parte chiuso, c'è il rischio che i costi delle bonifiche necessarie ricadano sulla collettività.
Di qui le preoccupazioni dei dipendenti e di molti dipendenti, visto che sia Marcegaglia che Arvedi sono dal canto loro piuttosto indebitati, mentre Arcelor Mittal ha già avviato una pesante ristrutturazione dei propri impianti in Europa. Al governo questa ipotesi sembra aver trovato una sponda nel ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi.
Tra i  possibili sostituti di Bondi la spunta, alla fine, Piero Gnudi, consigliere economico della Guidi e in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia, oltre che presidente dell'Enel e più volte ministro. Toccherà adesso a Gnudi spiegare ai dipendenti dell'Ilva perché il loro futuro è a rischio. (L'Espresso)

Cambio della guardia per la gestione dell’Ilva. Piero Gnudi è stato nominato commissario al posto di Enrico Bondi per il quale è scaduto il mandato. Il governo ha deciso di rinunciare alla collaborazione di Bondi e glielo ha comunicato mercoledì nel tardo pomeriggio. Per non lasciare come sospesa nel vuoto la maggiore acciaieria europea e i suoi 12 mila addetti, è stato subito trovato il sostituto. La situazione è delicata, non solo al punto di vista giudiziario: le banche milanesi paventano di perdere la loro montagna di crediti. In precedenza erano circolati anche i nomi di Massimo Tononi e Fulvio Conti. Il “cambio di passo” chiesto da Renzi l’altra settimana, insomma, c’è stato. Ed è un cambio di passo che accelera, in un senso o nell’altro, la vicenda Ilva. Vicenda che, negli ultimi dieci giorni, ha avuto appunto quattro novità salienti: la disponibilità dichiarata dai Riva in una intervista al Sole 24 Ore a fare parte di una cordata con altri imprenditori, l’incontro a Roma fra Governo e Arcelor Mittal, il tentativo dei Riva di fare cambiare sede al processo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale che inizierà a Taranto il 19 giugno e, adesso, l’uscita di scena di Bondi.
Piero Gnudi è stato ministro per lo sport, il turismo e gli affari regionali durante il governo di Mario Monti. E’ molto legato anche a Romano Prodi, ma ha avuto rapporti con tutto il mondo politico ed economico. Il dirigente d’azienda è stato tra l’altro presidente di Enel per 9 anni e in precedenza di Iri, oltre che consigliere di Unicredit e Eni. (FQ)

sabato 31 maggio 2014

Crisi a pioggia e sprazzi di sole

Ilva, intesa sui debiti con le ditte appaltatrici

Un’intesa è stata trovata. Le ditte dell’indotto potranno rifiatare. Le banche pagheranno le fatture che Ilva riconoscerà. Il vertice di ieri mattina in Prefettura a Taranto è stato dunque positivo. «Le banche - dice Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto - s’impegnano, attraverso la mediazione di Interfidi, a creare nuova finanza, nuove linee di credito, a condizione che l’Ilva certifichi l’esigibilità del credito e accetti la canalizzazione. È un accordo che ci soddisfa».
La crisi di liquidità dell’Ilva ha generato una situazione insostenibile «con un monte crediti pari a 46 milioni di euro che riguarda le imprese pugliesi e tarantine», ha aggiunto Cesareo.Al vertice, che si è concluso poco dopo mezzogiorno, hanno partecipato non solo banche, Confindustria, Prefetto e Ilva, ma anche Interfidi provinciale, Camera di Commercio e Comune di Taranto. Era stato proprio Cesareo, nelle scorse settimane, ad andare in pressing per tentare un punto d’incontro con le banche, visto l’allarme lanciato dalle ditte dell’indotto, alcune sono impegnate in cantieri Aia, che, a causa della paralisi economica della fabbrica, erano entrate in una spirale d’incertezza e preoccupazione.
Un indotto che a Taranto e provincia, conta circa 6 mila dipendenti. Cesareo aveva parlato di una «situazione esplosiva», poiché i pagamenti da parte di Ilva sono in ritardo di almeno quattro mesi e dunque in arretrato sono anche le retribuzioni dei lavoratori. La crisi dell’Ilva non riguarda solo l’indotto. Se da un lato sono stati assicurati i pagamenti ai lavoratori diretti per il mese di maggio, l’arrivo dei bonifici è previsto il 12 giugno, dall’altro nei reparti si vive un clima di ansia e precarietà.
Il presidente degli industriali ionici, 24 ore prima del vertice in Prefettura, ha partecipato all’assemblea nazionale di Confindustria che si è svolta a Roma. In una riunione privata, ha detto chiaramente ai soci, che «se crolla l’Ilva, crolla l’intera industria manifatturiera italiana». Per questo ha chiesto al presidente Squinzi «la massima attenzione per il Caso-Ilva e per Taranto». E mentre ieri mattina in Prefettura veniva siglata un’intesa per far rifiatare le imprese, un gruppo di lavoratori della Itas srl, ditta dell’indotto che conta una sessantina di operai, ha protestato davanti alla direzione Ilva a causa del mancato stipendio. Il loro obiettivo era fermare l’emorragia dell’arretrato.
Ecco perché ieri mattina hanno deciso di organizzare un sit-in. «La situazione qui è complessa - spiega Francesco Rizzo, coordinatore provinciale Usb, che all’interno della ditta, rappresenta almeno la metà dei dipendenti - La Itas srl è totalmente inaffidabile». E per confermare questa affermazione divulga il contenuto dell’incontro avuto con l’Ilva a margine della protesta. Un incontro chiarificatore. «L’Ilva stamattina ci ha riferito che dal 1° aprile al 28 maggio, ha versato alla Itas srl, 540 mila euro - spiega Rizzo - La ditta ora vuole solo pagare lo stipendio di marzo e non aprile, ma questo vuol dire che 4 lavoratori, ad esempio, avranno una busta paga con “zero” euro, e oltre una ventina solo 500 euro».
Da qui la richiesta dell’Usb, che ha accolto il grido di allarme degli operai. «Ora noi chiediamo alla Itas - conclude Rizzo - a fronte del denaro ricevuto dall’Ilva, che venga corrisposto anche lo stipendio di aprile, per far rifiatare i lavoratori. Intanto stiamo già preparando la lettera di diffida e le ingiunzioni al pagamento immediato. Ad Ilva invece chiediamo, di bloccare il prossimo pagamento alla Itas srl, che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, almeno fino a che non saranno saldati gli arretrati ai dipendenti». (GdM)

venerdì 9 maggio 2014

Finalmente il Piano Ambientale Ilva in Gazzetta Ufficiale!

3 miliardi... Sarà un caso che viene pubblicato durante la festa di San Cataldo? Cercasi miracolo!


Il DPCM 14 marzo 2014 riporta non solo il Piano delle attività per lo stabilimento ILVA, ma anche la conclusione dei procedimenti di riesame e modifiche dell'AIA e raccomandazioni per la predisposizione del Piano industriale.
 In Gazzetta il DPCM 14 marzo 2014 che riporta (in allegato) il Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria previsto dal Decreto legge 4 giugno 2013, n. 61 (Decreto sul commissariamento dell'Ilva di Taranto), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89.

Si riporta nel Decreto l'esito dei procedimenti di riesame e modifiche dell'AIA del 26/10/2012 e si dispone che "le modalità di costruzione e di gestione delle discariche, nonché le modalità di gestione e smaltimento dei rifiuti del ciclo produttivo dell'ILVA S.p.A. saranno quindi individuate conformemente a quanto previsto dall'art. 12 del decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito con legge 30 ottobre 2013, n. 125. Il riesame per la parte inerente alla gestione delle acque e' da ritenersi concluso, mentre per le restanti aree ed attività dello stabilimento non considerate, non essendo presenti in merito le necessarie indicazioni nella proposta di piano del Comitato di esperti del 21/11/2013, l' ILVA dovrà presentare entro 12 mesi dall'entrata in vigore del decreto (entrato in vigore il giorno della pubblicazione - art.4) che approva il piano ambientale, una proposta organica di miglioramento ambientale. Tale proposta dovrà tenere conto anche delle modifiche di cui ai procedimenti ID 90/472 e ID 90/599 che sono da ritenersi conclusi.

L'Art. 3 contiene specifiche raccomandazioni per la predisposizione del Piano industriale: il Commissario straordinario dovrà considerare innovazioni tecnologiche tese all'eliminazione o comunque alla sostanziale riduzione della fase di produzione del coke tramite: uso di materia prima ferrosa costituita da ferro preridotto acquisito dall'esterno o anche della Direct Reduction, che comporta il trattamento del minerale di ferro con gas naturale; tecnologia di Smelting Reduction (Corex - Finex).
Inoltre, dovrà indicare la tempistica per la definizione dei progetti definitivi per gli interventi riportati nel piano ambientale nonché la puntuale previsione della ripartenza degli impianti; il riavvio di impianti non in esercizio o per i quali è prevista una fermata, dovrà essere valutato dall'Autorità competente sulla base di apposita richiesta da parte dell'Azienda.

Riferimenti normativi:
DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 14 marzo 2014
Approvazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, a norma dell'articolo 1, commi 5 e 7, del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89.
(GU Serie Generale n.105 del 8-5-2014)




Il Piano ambientale Ilva: «Si elimini o riduca il carbon coke»

Eliminare o ridurre sostanzialmente la produzione del coke e l'uso dello stesso nell'attività dell'Ilva di Taranto. É una delle "raccomandazioni" per il piano industriale indirizzate al commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e contenuta all'articolo 3 del Dpcm, firmato dal premier Matteo Renzi e controfirmato dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, col quale si approva il piano delle misure ambientali dell'Ilva.

lunedì 14 aprile 2014

Sbanche!

Banche sui lavori all'Ilva. Chi rimborserà prestito?

Ilva e banche approfondiscono il piano industriale dell'azienda, quello che sará ufficializzato non appena il piano ambientale già approvato con Dpcm dal Consiglio dei ministri verrá pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale». Nei giorni scorsi ci sono giá stati due incontri con i rappresentanti degli istituti - Unicredit, Intesa San Paolo e Popolare di Milano - che stanno negoziando con l'Ilva. All'ultimo c'erano sia il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, che il sub commissario Edo Ronchi, che poi hanno incontrato anche il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti. Quello con le banche é stato un confronto approfondito che ha riguardato sia gli investimenti industriali che ambientali. La novitá é che le banche hanno dato mandato a Roland Berger, societá tedesca specializzata in consulenza nei business industriali, di verificare fattibilitá e soprattutto costi dei due piani Ilva.Stando a quando si é appreso, rimane in piedi la possibilitá che le banche eroghino all'Ilva un prestito ponte di circa 500 milioni di euro, così come sollecitato da Bondi per far fronte alla mole di lavori necessari nel siderurgico. Le banche, peró, chiedono chiarezza anche su chi e come sottoscriverá l'aumento di capitale. In sostanza, siccome l'ultima legge sull'Ilva, la numero 6 dello scorso 6 febbraio, prevede l'aumento di capitale finalizzato al risanamento ambientale dell'azienda, le banche vogliono sapere chi, dopo un'eventuale concessione del prestito ponte, si fará carico dell'impegno piú rilevante. Se sará ancora l'attuale proprietá dei Riva, soluzione indicata in prima battuta dalla legge, oppure altri investitori, considerate le manifestazioni di interesse avanzate nei confronti dell'azienda. Dal gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal alla possibile cordata italiana lanciata come proposta da Marcegaglia.
Per le banche non é affatto secondario sapere quale assetto proprietario c'é nel futuro dell'Ilva considerato che nelle ultime settimane i costi del piano industriale sono passati da una previsione di 3 miliardi ad una di 4,3 miliardi e che l'orizzonte temporale del piano non si ferma piú al 2016 - anno in cui in base alla legge dovrá essere ultimata l'attuazione delle prescrizioni ambientali - ma arriva sino al 2020. In quella che puó considerarsi una sorta di seconda fase, i commissari dell'Ilva collocano infatti - per ora solo come scenario - la possibilitá di intensificare l'utilizzo del preridotto di ferro negli altiforni e nelle acciaierie passando dall'acquisto dall'estero, cosa che sta avvenendo da alcuni mesi, alla produzione a Taranto. Questo, ovviamente, richiede un investimento ad hoc. Ma richiede pure che la quota di acciaio col preridotto - sistema giá usato da altre aziende e che permette di ridurre ulteriormente le emissioni inquinanti - sia progressivamente aumentata e ci sia anche l'uso del gas al posto del carbon coke negli altiforni. In tal senso l'Ilva prevederebbe che la produzione di acciaio col preridotto debba attestarsi tra i 4 e 5 milioni di tonnellate annue, comprimendo quella fatta con l'agglomerato di minerali e il carbon coke, e che il gas destinato agli altiforni abbia un costo non superiore ai 23 centesimi per metro cubo. Questi due requisiti, nello scenario tracciato dall'Ilva, vengono giudicati fondamentali se, nella riconversione ecologica dell'azienda, si vuole passare dalla sperimentazione del preridotto di ferro - 2,5 milioni di tonnellate annue - ad un'utilizzazione maggiore, strutturale, con relativa produzione della materia a Taranto. Cosa che richiederebbe anche l’emissione di una nuova Aia.
Le banche hanno ascoltato con interesse il quadro esposto da Bondi e Ronchi sul futuro dell’Ilva, ma hanno appunto chiesto di sapere chi si fará carico del progetto e, quindi, chi saranno gli investitori. Sia le banche che Roland Berger sanno bene che il mandato di Bondi e Ronchi é a tempo determinato. Bondi, infatti, é stato nominato a giugno dell'anno scorso dal Governo e il suo incarico, stando alla legge 89 del 2013, quella che ha disposto il commissariamento dell'Ilva, non puó durare piú di 36 mesi salvo proroghe. La gestione commissariale, quindi, dovrebbe terminare a metá 2016, in parallelo col completamento dell'Aia. Che poi é la «missione» che era stata affidata dal Governo ai commissari mentre ora si delineano discorsi che vanno ben al di lá della sola Aia. Ma questo perché, come piú volte ha dichiarato il sub commissario Ronchi, strada facendo «ci siamo accorti che l'Ilva non ha solo bisogno di attuare le prescrizioni ambientali, ma deve anche intervenire nella manutenzione degli impianti, nell'innovazione e nella sicurezza sul lavoro. Solo cosí potremo farne una realtá industriale veramente competitiva oltreché sostenibile». D'altra parte, nell'aumento dei costi sino a poco piú di 4 miliardi, pesa anche la voce sicurezza sul lavoro, dove una societá incaricata dall'Ilva di «mappare» la situazione dello stabilimento, ha presentato un quadro di interventi da 6-700 milioni. Ed é proprio l'aumento dei costi che ora rende prudenti le banche nel confronto con l'Ilva e a porre con piú evidenza il problema di quale sará il futuro assetto proprietario dell'azienda. (GdM)

venerdì 11 aprile 2014

Gli ingrati compagni di merende di un tempo

L'importanza dell'Ilva per l'Italia

Kuczynski
I banchieri fanno bene a gestire con prudenza i soldi raccolti dai risparmiatori. Una regola non sempre osservata nel nostro Paese. Fanno bene anche a invocare, nei conciliaboli privati, l'intervento dell'azionista: li vada a chiedere ai Riva, Bondi, i soldi. Perfetto. Nessuno ha mai pensato che l'Ilva dovesse essere scaricata sul sistema del credito. I banchieri non fanno bene, invece, a trascurare il profilo strategico che l'Ilva ha per l'economia italiana. E, soprattutto, fanno male a sottovalutare la caratura sociale e giudiziaria che ha questo caso.
Non si tratta mica di un grande gruppo industriale che ha sbagliato una diversificazione o di una piccola impresa finita in asfissia. L'Ilva è il più grosso affaire – fra capitale e lavoro, diritto e impresa – che si sia verificato nella nostra storia. I banchieri italiani hanno, negli ultimi quindici anni, mostrato una abilità particolare nel finanziare gli imprenditori senza troppe garanzie. E potrebbe essere stato anche il caso dei Riva. Vero? Era il capitalismo di relazione, bellezza. Perfetto. Ora, però, le cose sono diverse. La ritrosia a sostenere adeguatamente anche la finanza di impresa dell'Ilva – nell'epoca del commissariamento – sembra non tenere conto di due cose: non solo il suo carattere strategico, ma anche il quadro di "tutela" statale in cui essa è inserita. Ognuno ha le sue idee sui magistrati di Taranto. Sui Riva. Su Bondi. Tutti ricordino però che l'Ilva, nel suo complesso, è una impresa commissariata dallo Stato italiano. Che non sarà un granché. Ma è pur sempre il nostro Stato. (Paolo Bricco - Sole24h)

giovedì 16 gennaio 2014

Le banche? Mica fesse: "Togliete i soldi di mano ai Riva!"

Ilva: banche dettano condizioni per sostenere piano

Le banche dettano le condizioni per sostenere il rilancio dell'Ilva: degli 1,3 mld chiesti dal commissario Enrico Bondi e' necessario sapere preliminarmente quanto sia disposto a versare Riva Fire, azionista di controllo. Ieri pomeriggio a Milano, secondo quanto si legge sul Messaggero, si sarebbe tenuto un nuovo vertice con le banche e i dirigenti della societa' hanno presentato la bozza del piano industriale 2020. Le banche, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Popolare, hanno pero' posto paletti, visto il verdetto della Cassazione che ha consentito alla famiglia Riva di rientrare in possesso di 2,1 mld, che potranno quindi essere utilizzati per sostenere Ilva (CdS)

giovedì 9 gennaio 2014

Mendicanza da ricchi

Vertice al ministero. Bondi: «All'Ilva servono 3 miliardi»
 

Tre miliardi di euro. Tanto serve all’Ilva del commissario Enrico Bondi per attuare gli interventi di risanamento ambientale prescritti dall’Aia e rilanciare lo stabilimento siderurgico di Taranto con investimenti che ne accrescano l’efficienza e la competitività. Questo fabbisogno è stato prospettato ieri alle banche dallo stesso Bondi, che ha incontrato i vertici delle banche più esposte con l’Ilva al ministero dello Sviluppo economico, presenti il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, e il sub commissario della stessa Ilva, Edo Ronchi. Per le banche, invece, c’erano l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, il direttore generale di Intesa San Paolo, Gaetano Miccichè, e l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti.
Tre miliardi quindi, ma come e dove trovarli? La soluzione che si sta facendo strada negli ultimi giorni è quella di proporre ai Riva un aumento di capitale dell’Ilva. Di questo Bondi aveva già parlato lo scorso 27 dicembre, quando sul nuovo decreto legge (il 136, varato dal Governo il 3 dicembre e pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 10 dicembre) è stato ascoltato dalla commissione Ambiente della Camera. E ora quest’ipotesi si è strutturata sotto forma di emendamento allo stesso decreto. A presentarlo, in accordo pare col Governo, il relatore del provvedimento, il deputato del Pd, Alessandro Bratti. L’emendamento sarà probabilmente votato lunedì.
Sarà proprio Bondi a fare un passaggio con i Riva sull’aumento di capitale. E si parte dal fatto che ora i beni e i conti del gruppo Riva sono stati dissequestrati dalla Corte di Cassazione che ha annullato l’ordinanza del gip di Taranto, Patrizia Todisco, per 8,1 miliardi. L’aumento di capitale che sarà chiesto ai Riva è scisso dalla possibilità, pure prevista dal nuovo decreto legge, che il commissario chieda all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate dalla Procura di Milano agli stessi Riva per reati fiscali e valutari. Una possibilità che rimane ma che, a quanto pare, richiederebbe tempi più lunghi rispetto alla necessità dell’Ilva di partire a tempi brevi con i lavori dell’Aia. Lo scorso 27 dicembre, infatti, Bondi ha detto ai parlamentari della commissione Ambiente che senza risorse sono a rischio gli investimenti ambientali messi in programma per quest’anno e pari a irca 6-700 milioni di euro.
I banchieri ieri hanno ascoltato l’esposizione di Bondi e si sono riservati una valutazione più approfondita. E’ chiaro che aspettano di vedere quale sarà la risposta dei Riva e la conversione del decreto in legge che darà più forza all’aumento di capitale. Di quanto dovrà essere l’aumento di capitale, ragioneranno, nel prosieguo del confronto, Ilva e banche. Alle quali toccherà stabilire quanto sarà la parte di credito e quanto di aumento di capitale vero e proprio. In quest’ultimo caso si parla di 1,3-1,4 miliardi ma è solo un dato indicativo. Almeno per ora.
Che sia necessario assicurare certezze di risorse al risanamento dell’Ilva è un punto richiamato anche dal presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci, subito dopo aver ascoltato Bondi. E anche i sindacati convengono su questa linea, sia pure con distinguo. La Fim Cisl di Taranto, per esempio, reputa «opportuno» che i Riva assicurino l’aumento di capitale. Ma non per far rientrare in gioco i Riva - perchè, per la Fim, non ci sono i margini per un loro rientro a Taranto -, quanto perchè, essendo comunque proprietari dell’azienda nonostante il commissariamento, avrebbero l’interesse a venderla risanata e con gli impianti a norma. La Uilm di Taranto, invece, non entra nel merito delle soluzioni tecniche e quindi non si pronuncia sull’aumento dei capitale da far sottoscrivere ai Riva, ma pone il problema di finanziare i lavori dell’Aia ed aprire i cantieri. «Questo - commenta la Uilm - è l’unico aspetto che ci interessa perchè non possiamo correre il rischio di rimanere impantanati dopo tre leggi ed una quarta in arrivo». E ieri infine Legambiente ha chiesto che non si protragga ancora la presentazione del piano delle misure ambientali, passo preliminare per il nuovo piano industriale dell’Ilva. (GdM)

sabato 3 agosto 2013

Fallimento

Taranto, M5S: “Ilva può fallire”. E il recupero crediti? “Solo per le banche”

Lo scenario non è così improbabile. Il rischio che l’Ilva fallisca, secondo il gruppo dei senatori del M5S, esiste realmente. “E se, come sembra, il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha ripreso l’attività investigativa, significa che i Riva, oltre agli 8,1 miliardi già sequestrati (provvedimento confermato dal tribunale del Riesame, ndr) potrebbe doversi accollare dell’altro”. A quel punto, per l’acciaieria Ilva sarebbe la fine.
Ma a prendere seriamente in considerazione il possibile crac del gruppo Ilva sono anche (o forse soprattutto) i partiti della maggioranza. E se l’azienda dei Riva dovesse davvero fallire, prima di ogni altro creditore, sarebbero le banche a vedersi corrispondere le somme dovute. Questo il contenuto dei tre distinti emendamenti (ma uguali nella sostanza) al decreto “salva Ilva bis” presentati nelle scorse settimane – dopo il via libera della Camera – dai senatori Luigi Perrone (Pdl), Stefano Collina (Pd) e Maria Paola Merloni (Scelta civica). Gli emendamenti sarebbero stati formulati in seguito ad alcuni incontri con il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi. L’amministratore delegato dimissionario dell’Ilva “è il garante nei confronti delle banche” spiega a ilfattoquotidiano.it il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Ergo non può essere rimosso. E pazienza se c’è un conflitto d’interessi. “Ma attualmente Bondi non è più amministratore di niente – chiarisce Orlando – oggi il vero azionista è il tribunale di Taranto. Se c’è qualcun altro però che ha la stessa autorevolezza di Bondi nei confronti del mondo creditizio, ce lo propongano”.
Parole ribadite anche a Claudia Mannino e altri deputati del M5S, che il 23 luglio scorso ne avevano chiesto la revoca dopo l’invio della contro-perizia rivelata dal Fatto in cui si imputava a tabacco, alcool e povertà la principale causa di tumore a Taranto.
Con la modifica introdotta dai tre senatori, Bondi riuscirebbe ad ottenere dagli istituti di credito i finanziamenti (1,8 miliardi) che serviranno per le attività di risanamento, avendo in sostanza la possibilità di garantire ad essi la restituzione dei crediti, anche in caso di un default delle finanze aziendali. Visti però i tempi stretti per l’approvazione del decreto (entro il 4 agosto), il governo ha chiesto ai senatori della maggioranza di ritirare i loro emendamenti (una trentina, su 105 totali). Detto, fatto. Ma la contropartita, chiesta e ottenuta dai rappresentanti di Pd, Pdl e Scelta civica a Palazzo Madama, è stata di tutto rispetto. Anzi, in questo modo, il progetto per salvare i crediti delle banche (insieme ad altri) viene messo in cassaforte.
Le modifiche, che i senatori della maggioranza avevano provato a introdurre in un primo momento, sono infatti confluite in un ordine del giorno che impegna il governo a fare propri i 7 punti e “ad inserirli nel primo provvedimento utile”, sottolinea il presidente della commissione Industria, Massimo Mucchetti (Pd). Tra questi anche il provvedimento che assicura Bondi: “introdurre disposizioni idonee a far sì che i finanziamenti a favore dell’impresa commissariata (…) siano prededucibili ai sensi ed agli effetti di cui all’articolo 182-quater del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267”.
In altre parole i debiti con le banche vanno pagati con preferenza rispetto a tutti gli altri creditori. “Il ‘virus Monti’, che assicura precedenza nei pagamenti alle banche rispetto alle imprese e lavoratori, colpisce ancora”, commenta il Movimento 5 stelle. Il decreto “salva Ilva bis” è legge. Ora le banche aspettano solo il provvedimento, che il governo si è impegnato a varare, e con il quale verranno messi al sicuro i loro crediti.
In sostanza prima le banche, poi l’interesse nazionale e i Riva e infine operai e cittadini. Forse. Questi ultimi, infatti, nel caso in cui l’Ilva dovesse decidere di chiudere lo stabilimento di Taranto non avrebbero alcuna garanzia. Per ricevere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), infatti, l’Ilva avrebbe dovuto fornire un documento fondamentale come il Piano di dismissione e bonifica degli impianti per fine esercizio. Una fideiussione bancaria, insomma, che sarebbe stata utilizzata per smantellare e bonificare l’intera zona sulla quale sorgeva il più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Un punto così importante che l’Ilva è riuscito a evitare: il piano e la fideiussione, infatti, risultano completamente mancanti nell’Aia del 2011 firmata dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e risulta inesistente anche nell’Aia parziale (poiché regolamenta solo le emissioni in atmosfera e non i rifiuti e le acque che dovevano essere regolamentate entro gennaio, ma nella realtà i tarantini attendono ancora) firmata il 27 ottobre 2012 dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
L’assenza del piano e delle fideiussioni per la fine d’esercizio è stata duramente criticata da Arpa Puglia e dai custodi giudiziari guidati da Barbara Valenzano che nei loro pareri finali alla bozza di autorizzazione scrissero chiaramente che l’Ilva avrebbe dovuto mettere nero su bianco gli impegni nell’eventualità di abbandonare Taranto con tutti “gli obblighi di fideiussione previsti dalla legge”. ( - FQ)

mercoledì 24 luglio 2013

Prima l'impresa, poi le banche. E i cittadini mai!

Dl Ilva: M5S, emendamenti pro-banche in caso fallimento, voteremo contro

"Nell'esaminare il decreto Ilva in Commissione, abbiamo scoperto una serie di incredibili emendamenti della maggioranza Pd-Pdl-Scelta Civica" che "se approvati garantirebbero in caso di fallimento di Ilva, il pagamento prioritario delle banche prima di ogni altro creditore, in primo luogo i lavoratori"
Lo riferisce il senatore Vito Petrocelli del Movimento 5 Stelle. Si tratta, spiega in una nota, di tre emendamenti di identico contenuto a prima firma Maria Paola Merloni (Sc), Luigi Perrone (Pdl), e Stefano Collina (Pd). Queste proposte prevedono che "i finanziamenti a favore dell'impresa commissariata in qualsiasi forma effettuati" dalla data del commissariamento e funzionali al piano di recupero ambientale e al piano industriale, sono "prededucibili" e quindi hanno priorita' rispetto agli altri crediti
"Il 'virus Monti' che da' precedenza nei pagamenti alle banche rispetto alle imprese e lavoratori, colpisce ancora. Gia' in occasione del decreto sblocca 40 miliardi per i pagamenti dei debiti delle pubbliche amministrazioni, avevamo denunciato e poi ottenuto che la priorita' fosse date alle imprese. Perfettamente in linea con questa impostazione, anche sul decreto Ilva ci opporremo a questo ragionamento e voteremo 'no' a questi emendamenti". (Il Sole 24 Ore Radiocor)

sabato 10 aprile 2010

martedì 29 aprile 2008

Amministrazione annacquata

Mentre in Puglia una regione di sinistra continua a spezzettare e privatizzare l'acqua di tutti, ad Aprilia, nella campagna laziale tradizionalmente legata alla destra i cittadini si uniscono per rivendicare il ritorno alla gestione pubblica dell'acqua.
Qualcosa non va con le ideologie?

A proposito di finanze dell'Acquedotto Pugliese, se n'è parlato nella trasmissione RAI Report del 14 ottobre 2007:

Gli Enti pubblici hanno sempre bisogno di soldi e li trovano facendo mutui e obbligazioni. Poi si fanno sistemare i debiti dalle banche che si inventano operazioni di finanza strutturata. E così si spostano i debiti in là nel tempo e il pacco se lo ritroveranno le giunte future. Questi scherzetti poi costano cari: le banche hanno un debole per le Regioni, le Province e i Comuni, perché di solito non capiscono i rischi che corrono e non si accorgono dei costi impliciti nelle operazioni “swap”. Gli “swap” fanno parte della famiglia dei derivati (la stessa dei derivati emessi sui mutui subprime che hanno messo in crisi le borse di mezzo mondo) e si chiamano così perché derivano il loro valore da variabili esterne.
Sono strumenti complessi e rischiosi, dove chi ne sa di più lucra profitti abnormi, e chi ne sa di meno perde tutto. Pare che in Italia non si possa vivere senza i derivati perché non hanno lasciato fuori nessuno, dalla grande Regione al piccolo Comune di montagna, dalla lavanderia, al policlinico, all’istituto delle suore. Sono almeno 30 mila le imprese private coinvolte, e 900 gli enti pubblici che ci stanno rimettendo centinaia di milioni. Siccome però nel caso degli enti pubblici passano per perdite potenziali, non vengono scritte da nessuna parte, e rimangono debiti fantasma. Per esempio all’azienda dell’Acquedotto Pugliese, di proprietà della Regione, le banche hanno fatto assumere un rischio così elevato che i cittadini pugliesi rischiano un domani di restare senza i soldi per riparare le tubature.

Ecco parte dell'intervista di Stefania Rimini all'Assessore al Bilancio della Regione Puglia, Francesco Saponaro:

"SF-In questi fondi le banche ci possono inserire per esempio anche titoli di stato dell’Europa dell’Est, obbligazioni dell’Alitalia o anche i bond del comune di Taranto che poi è fallito. Quando poi la Regione chiede che sia tolto dal suo fondo uno dei titoli a rischio, quanto le costa?
Ass FS-Mi dicono che è costato 2 milioni di euro.
SF-Sostituire solo il titolo Telecom?
Ass FS-Sostituire il titolo Telecom.
SF-Cioè ogni volta che uno si muove sono dolori.
Ass FS-E’ cosi dolori.
SF-Ad intascare i 2 milioni è la banca Merril Lynch che ha messo in piedi il fondo di ammortamento per la Regione Puglia. Per una storia simile e sempre con Merril Lynch nei guai è finita anche l’azienda pubblica dell’acqua, di cui la Regione Puglia è azionista. Qualche anno fa, all’epoca di Fitto, i soldi dell’Acquedotto Pugliese sono stati investiti in azioni che hanno avuto un andamento negativo:General Motors e Ford.
Ass FS-Nel bilancio dell’acquedotto pugliese, in un biennio, nel biennio 2004/2005 tutto ciò ha comportato l’accantonamento di circa 13 milioni di euro.
SF-Sono soldi che devono star fermi lì e se ne avessero bisogno per rifare le tubature non li possono usare. Servono a coprire un rischio perché il meccanismo è che se la Ford fallisce i soldi nel fondo ce li deve rimettere l’Acquedotto Pugliese e non la Banca.
Ass FS-sull’azienda pubblica, l’Acquedotto Pugliese e invece gli eventuali profitti legati alla gestione finanziaria del paniere...
SF-Chi se li prende?
Ass FS-...Se li prende la banca."