"Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti non possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata ». (Margaret Mead)
Ilva, confermata la condanna per truffa a Fabio Riva
La Corte d'Appello conferma la condanna per truffa a carico di Fabio Riva.
La quarta Corte d'Appello penale di Milano ha confermato la condanna a
sei anni e sei mesi per Riva, accusato di associazione per delinquere e
truffa. I giudici hanno confermato anche le condanne per gli altri
imputati: cinque anni per Alfredo lo Monaco, amministratore della
società svizzera Eufintrade sa, e tre anni per Agostino Alberti, ex
dirigente del gruppo Ilva. Confermata la multa da 1,5 milioni di euro
per la riva fire e la confisca complessiva di 90,8 milioni di euro e una
provvisionale da 15 milioni di euro da versare al ministero dello
sviluppo economico, parte civile nel procedimento. Le motivazioni
saranno rese note entro 90 giorni.
Riva, rientrato in Italia il 5 giugno scorso dalla latitanza a Londra
e da allora in carcere, era presente in aula. In primo grado, nel
luglio scorso, Riva era stato condannato a sei anni e mezzo di
reclusione. "Faremo ricorso in Cassazione, la società Riva Fire non
doveva essere coinvolta" nel processo per associazione per delinquere e
truffa arrivato oggi alla sentenza di appello, ha detto l'avvocato Carlo
Paliero, difensore della società imputata per la legge 231/2001 sulla
responsabilità amministriva degli enti.
Il processo riguarda una presunta truffa ai danni dello stato
dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata
realizzata attraverso l'ottenimento di contributi pubblici, erogati da
Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle
imprese italiane che esportano. Secondo l'ipotesi accusatoria, il gruppo
della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente contributi pubblici,
interponendo in una serie di operazioni a Ilva spa la società svizzera
del gruppo, Ilva sa. La legge Ossola, che sarebbe stata raggirata,
prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da
parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a
contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, l'Ilva spa non avrebbe avuto diritto a questo tipo di
sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti, e quindi è stata
interposta in molte operazioni l'Ilva sa, la quale, nonostante non
avesse alcun ruolo operativo o produttivo, risultava l'acquirente dei
prodotti dell'Ilva e la società che aveva effettuato i contratti con gli
acquirenti esteri. Ilva sa emetteva nei confronti di Ilva spa delle
cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione
della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i
requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva sa,
che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero
senza ritardi o dilazioni. (Rep)
Ilva: per Fabio Riva chiesta la conferma della condanna
Il sostituto Pg Pietro De Petris ha chiesto ai giudici della Quarta
Corte d'Appello di Milano di confermare la sentenza di primo grado a
carico di Fabio Riva, figlio dell'ex patron dell'Ilva Emilio Riva,
deceduto il 30 aprile 2014. In primo grado Fabio Riva -
rientrato l'8 giugno in Italia dopo 2 anni e mezzo di latitanza a
Londra e adesso in carcere a Taranto - è stato condannato a sei anni e
sette mesi per le accuse di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato perpetrata dal gruppo Riva, attraverso l'Ilva di Taranto, che avrebbe ricevuto contributi pubblici senza averne diritto.
In primo grado erano stati condannati anche Alfredo Lo Monaco,
titolare della società svizzera Eufintrade Sa, e Agostino Alberti, ex
dirigente di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Riva), rispettivamente
a 5 e a 3 anni. Anche la società Riva Fire, di cui Fabio Riva era alla
guida, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità
amministrativa degli enti, era stata condannata a una multa di 1,5
milioni di euro. Il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d'Appello una
conferma anche per le loro condanne. Richiesta a cui si è associata
l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia, che rappresenta il ministero
dello Sviluppo Economico, parte civile.
Al centro della
vicenda giudiziaria che ha investito Fabio Riva c'è una presunta truffa
ai danni dello Stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro,
che sarebbe stata realizzata ottenendo contributi pubblici erogati da
Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle
imprese italiane che esportano, come previsto dalla legge Ossola. Il
gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente quei fondi,
interponendo in una serie di operazioni Ilva Sa, società svizzera che
non aveva alcun ruolo operativo o produttivo, ma risultava l'acquirente
dei prodotti dell'Ilva, che poi rivendeva alle società estere che
avevano siglato contratti con il gruppo. La legge prevede che a fronte
di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti
esteri, le imprese italiane possano accedere a dei contributi erogati da
Simest.
Per l'accusa, però, l'Ilva non avrebbe avuto diritto
a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti. Ilva
Sa, infatti, emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali
internazionali (promissory notes), che con l'interposizione della
società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i
requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva Sa,
che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero
senza ritardi o dilazioni. Il danno per lo Stato sarebbe stato doppio:
da una parte l'Ilva di Taranto ha ottenuto contributi ai quali non
avrebbe avuto diritto, dall'altra i soldi ricevuti dallo Stato italiano
venivano alla fine girati alla Ilva Sa in Svizzera, quando uno degli
obiettivi della legge che sarebbe stata raggirata è quella di dare soldi
al sistema imprenditoriale italiano perché contribuiscano alla sua
crescita e non per finire Oltreconfine. (Panorama)
Tutti colpevoli di truffa ai
danni dello stato. Nel processo che apre la stagione giudiziaria
milanese a carico della famiglia Riva, proprietaria del gruppo
siderurgico Ilva, è la procura a segnare il primo punto a favore. Il
dispositivo, letto dal presidente Giulia Flores Tanga della terza
sezione penale del Tribunale, è arrivato dopo dodici udienze condotte a
ritmo serrato per i tempi usuali della giustizia italiana. Sono bastati,
infatti, poco più di due mesi e mezzo per giungere a questa decisione,
che prevede una condanna a 6 anni e 6 mesi di carcere per Fabio Riva, che si trova ancora a Londra e sui cui pende un mandato di estradizione, cinque anni per Alfredo Lo Monaco, cittadino italo-svizzero proprietario della finanziaria Eufin Trade e tre anni per Agostino Alberti,
che al momento dei fatti contestati rivestiva il ruolo di direttore
amministrativo della società Riva Fire, la holding del gruppo di
proprietà della famiglia di industriali siderurgici. La condanna nei
confronti di Fabio Riva è più pesante della richiesta dei pm Mauro
Clerici e Stefano Civardi, che avevano proposto una pena di
5 anni e 4 mesi.
Agostino Alberti è l'unico degli imputati a cui sono state concesse le
attenuanti generiche.
Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile
ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre
al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca
di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui:
il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la
richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva
Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una
cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare
subito.
COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare
questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la
creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi
statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per
svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva
spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino,
che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai
clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin
Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il
“forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la
Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla
cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte
degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in
determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti
dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque
anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma
di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste
dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce
dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà
pagavano sempre in contanti.
La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali
(chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per
cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva
essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso
Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il
suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i
soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli
interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano
veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del
Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il
riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a
Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto
per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto
svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato
in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di
fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali,
finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.
LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice
scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di
incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati
in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per
cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra
le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i
commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come
si vedrà.
Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio.
Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai,
guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro
dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando
al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a
titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo
momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti
di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche
effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di
Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al
capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo
di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta
insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare
l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che
quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva
consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile
in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte
lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto
fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno
evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con
la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i
soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli
piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non
scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager:
«È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario?
Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto,
sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino».
Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è
la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».
MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva
ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben
evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”,
dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società,
anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano
contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro,
finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco
che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla
quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con
un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la
società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo:
nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava
la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento
ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande
apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel
testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti
dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha
mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.
Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il
ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il
piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai
nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere
insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal
e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa,
però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i
costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di
farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché
annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa
che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei
fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di
Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire.
Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il
procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce
proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di
completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra
l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica,
e l’arricchimento della famiglia.
Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da
risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la
possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si
farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le
banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il
decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza.
Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva
ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando
come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità
dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a
titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi
azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un
debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier
Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da
ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al
gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro
dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione
dell'ex commissario.
Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come
l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra
tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un
miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di
famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il
ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca,
incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a
presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade,
risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non
lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si
riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono
la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo?
La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende
Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va
detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale,
prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e
quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E
abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano
rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».
SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un
caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva
anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme
sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a
870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed
esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso.
In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo
migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso
alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar
corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza,
utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno
voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi.
Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca
asciutta. (L'Espresso)