Ilva, operaio ucciso da tumore: 10 imputati
In dieci sott’accusa per il decesso di un operaio che lavorava nel
reparto Mof dell’Ilva. Sono stati incriminati dal procuratore aggiunto
della Repubblica Pietro Argentino, che ha chiesto il processo per ex
dirigenti della ex Italsider e della società Ilva Spa, che operarono in
qualità di direttori di stabilimento, e per due medici.
Si tratta di Gian Battista Spallanzani di 86 anni, Sergio Noce di 79,
Attilio Angelini di 76, Girolamo Morsillo di 81, Francesco Chindemi di
70, Nicola Muni di 80, Ettore Mario Salvatore di 68, Luigi Capogrosso di
59, che compaiono nel procedimento come responsabili di stabilimento. E
poi di Giancarlo Negri di 73 anni e di Luciano Greco di 59, in qualità
di medici che operavano nello stabilimento.
Secondo le accuse formulate dal dottor Argentino, nelle rispettive
qualità e in concorso fra loro, avrebbero caginato il decesso di Nicola
Bozza, dipendente della società siderurgica dall’ottobre 1969 al gennaio
2004, per «carcinoma gastrico con metastasi polmonari, epatiche e
linfonodali».
Il procedimento, basato sui risultati di consulenze
tecnico-scientifiche, si è tradotto nella contestazione a carico dei
dieci imputati sula base dei tispettivi compiti.
Agli ex direttori di stabilimento è imputato i fatto di aver omesso di
informare e istruire il lavoratore sul rischio dell’amianto presente
negli ambienti di lavoro; di informarlo circa la necessità dell’uso dei
dispositivi di protezione individuale per le vie respiratorie e di
fornirgli i dispositivi adeguati.
Quanto ai medici, l’accusa formulata dalla procura è di aver omesso di
pretendere l’osservanza degli obblighi previsti dalla normativa. In
sostanza, sulla base di queste omissioni, tutti avrebbero concorso
affinchè il lavoratore operasse all’interno del reparto Mof,
inizialmente come manovratore ferroviario e poi come locomotorista
ferroviario.
Proprio in quel reparto, secondo le conclusioni dell’inchiesta della
procura della Repubblica, vi sarebbero stati notevoli rischi derivanti
dalla esposizione alle fibre di amianto. E ciò, in maniera particolare,
dal momento che soprattutto in quel reparto non sarebbe mai stata
effettuata una bonifica dei materiali che contenevano l’amianto.
In virtù di questa situazione, il dipendente - all’oscuro dei rischi che
correva nell’espletamento dell’attività lavorativa - avrebbe contratto
la malattia che lo aveva portato alla morte nel novembre del 2007.
Il procedimento aperto dal dottor Argentino, che sarà esaminato dal
giudice dell’udienza preliminare del tribunale, costituisce un’appendice
alla maxi-inchiesta sfociata nel processo celebrato dal tribunale
monocratico (giudice dottor Simone Orazio) e conclusosi con la condanna
di dirigenti della società a partecipazione statale Italsider e della
società privata Ilva.
In quella circostanza, grazie anche alle perizie provenienti dal
procedimento «Ambiente svenduto» (ancora all’esame del gup Vilma Gilli),
sarebbe stata acclarata la responsabilità della esposizione alle fibre
di amianto, presente in moltissimi materiali che arricchivano i reparti
del siderugico, nelle malattie e nei decessi che colpirono decine e
decine di dipendenti dell’area siderurgica.
(Quotidiano)