martedì 12 novembre 2013
Videoinchiesta: l'Ambiente svenduto passo per passo
martedì 5 novembre 2013
Corrado, Stefania..."Non c'è problema!"
Con il deposito di tutti gli atti dell’inchiesta «Ambiente svenduto» sull’Ilva di Taranto è possibile comprendere appieno il sistema nel quale la famiglia Riva si è mossa per ottenere le autorizzazioni all’esercizio dello stabilimento siderurgico ed evitare provvedimenti punitivi da parte delle varie autorità preposte ai controlli. È il 9 giugno del 2010 quando Ivo Allegrini, ex direttore del Cnr Lazio e componente del Centro Studi Ilva, chiama il potente responsabile delle relazioni esterne della fabbrica Girolamo Archinà (arrestato il 26 novembre 2012 e tutt’ora ai domiciliari) per discutere della bocciatura delle nomine dei direttori generali presso il ministero dell’Ambiente, guidato allora da Stefania Prestigiacomo.
Allegrini dice ad Archinà - così si legge in una informativa del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza - di aver incontrato, in mattinata, il «loro amico Corrado» («io stamattina ho visto per altri motivi il nostro amico Corrado»), il quale lo avrebbe informato che gli sarebbe stata conferita un’ulteriore delega di direttore generale («gli hanno dato la delega che danno pure ad altri direttori generali, no!»), ed in relazione a ciò gli avrebbe chiesto un report relativo allo stabilimento di Taranto («allora mi ha detto: “Fatemi una nota di tutto quello che praticamente, del casino che sta succedendo giù a Taranto no!»), riferendosi, evidentemente, alle problematiche inerenti al rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale per il siderurgico, palesando, inoltre, che era suo intendimento rimettere le «cose in sesto», in considerazione del fatto che, a suo parere, negli ultimi mesi nessuno aveva fatto nulla in merito («perché nel limite del possibile io, insomma, cerco di rimettere le cose in sesto perché mi rendo conto che qui nessuno ha fatto un cazzo per diversi mesi nel passato...»).
Ricevuta tale notizia, Archinà, dimostrando - sempre secondo i militari delle Fiamme Gialle - di aver ben compreso chi fosse il «nostro amico Corrado», cui faceva riferimento Allegrini come la «Gazzetta» rivelò nell’agosto 2012, chiedeva se quella persona avesse ricevuto la delega specifica anche in relazione alle procedure Aia, al che Allegrini ribadiva che Corrado aveva avuto la delega di tutti i direttori generali, facendo, in ciò, chiaramente intendere che si trattava di una delega ampia che gli consentiva anche di occuparsi delle procedure connesse al rilascio dell’Aia. A tal proposito Allegrini, avendo promesso a Corrado che entro il successivo venerdì gli avrebbe consegnato personalmente il «report sulla situazione di Taranto», si accordava con Archinà perché predisponesse l’appunto per grandi linee ed in maniera stringata per poi consegnarlo personalmente all’amico Corrado.
Secondo la Guardia di Finanza si può «affermare con buon grado di attendibilità che “il nostro amico Corrado”, al quale fanno riferimento il prof. Ivo Allegrini e Girolamo Archinà è da individuarsi nella persona del dott. Corrado Clini, all’epoca dei fatti direttore generale presso il Ministero dell’Ambiente». I magistrati hanno, però, ritenuto di non approfondire ulteriormente la vicenda, non acquisendo i tabulati di Allegrini, per verificare eventuali telefonate con Clini, né interrogandolo. Lo stesso Clini, d’altronde, alla «Gazzetta» dieci giorni fa ha smentito di essere «mai stato uomo Ilva».
Nessun accertamento ulteriore, inoltre, è stato compiuto su un altro caso scottante che emerge dalla lettura delle carte, ovvero il contributo di 4-5mila euro chiesto a Fabio Riva dall'avvocato Luigi Pelaggi, capo della segreteria tecnica del ministero dell'Ambiente (indagato per concorso in abuso e rivelazione di segreto d'ufficio) per l'organizzazione di un convegno che la fondazione Liberamente - fondata dall’allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo con i ministri Mariastella Gelmini e Franco Frattini - organizzò il 10 luglio del 2010 a Siracusa. I finanzieri scrivono che Pelaggi, per conto del ministro Prestigiacomo, chiese a Fabio Riva un contributo di 4/5.000 euro per la sponsorizzazione di tale evento («io farò poi una piccola noticina, diciamo sugli obiettivi della fondazione, perché lei mi ha pregato di divulgarla con chi abbiamo avuto contatto... e per quanto riguarda i contributi se uno voglia aderire sono 4 o 5.000 euro»), specificando che per esaudire i desiderata del ministro, che gli aveva chiesto di contattare tutti coloro con i quali erano stati intrattenuti dei contatti, era costretto a fare circa cinquanta telefonate («però mi diceva "fammi questa cortesia Luigi...” e infatti ecco lunedì di ponte me lo ha infelicitato, nel senso che mi devo fare una cinquantina di telefonate…»). Naturalmente Fabio Riva assicurò il contributo, tranquillizzando il suo interlocutore («non c'è… non c'è problema!» ). (GdM)
sabato 19 ottobre 2013
Il mucchio selvaggio
Ilva, inchiesta alla fine gli indagati saranno 50
È scattato il conto alla rovescia per la chiusura dell’inchiesta avviata nel giugno del 2010 sul disastro ambientale provocato dall’Ilva. Dopo anni di indagini, arresti e sequestri, il pool di magistrati coordinati dal procuratore capo Franco Sebastio sta mettendo ordine nei 90 faldoni di atti giudiziari messi in fila sinora allo scopo di notificare agli indagati - che dovrebbero essere una cinquantina tra politici, funzionari pubblici, dirigenti e proprietari dello stabilimento siderurgico - il canonico avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio.
Negli ultimi giorni i finanzieri del Gruppo di Taranto e del Nucleo di polizia tributaria hanno dato seguito alle ultime deleghe, allo scopo di delineare al meglio le condotte di quanti hanno consentito che per anni gli impianti dell’area a caldo della più grande acciaieria d’Europa fossero causa di malattie e morte per operai e cittadini, come accertato dai consulenti del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
Due le direzioni seguite dagli inquirenti: Bari e Roma. Sul primo fronte, va registrato l’interrogatorio dell’assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, chiamato dai finanzieri nella veste di persona informata sui fatti per spiegare alcune vicende, risalenti all’estate del 2010, emerse nel riascolto delle intercettazioni telefoniche compiute tre anni fa a carico di Fabio Riva, il vicepresidente di Riva Group sfuggito all’arresto il 26 novembre del 2012 e tutt’ora latitante a Londra, e Girolamo Archinà, il potente consulente dell’Ilva ancora sottoposto agli arresti domiciliari. Stando a quanto si è appreso, a Nicastro sarebbe stato chiesto conto dei rapporti tra il governatore Nichi Vendola e il direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato, rapporti sui quali già in passato si era soffermata la Guardia di Finanza, ipotizzando addirittura la tentata concussione.
L’altro fronte caldo è quello romano e riguarda il ministero dell’Ambiente per il ruolo che politici e funzionari pubblici avrebbero avuto nel rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale firmata a favore dell’Ilva il 4 agosto 2011 dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e dall’allora direttore generale Corrado Clini. Alcuni consulenti dell’Ilva, intercettati dai finanzieri, sostennero che quell’Aia era stata di fatto scritta da loro, una affermazione sulla quale gli inquirenti hanno lavorato per accertare eventuali complicità a livello ministeriale. (GdM)
lunedì 29 luglio 2013
Tutto per AIA!
Non sarà di fuoco come quella del2012, contrassegnata da arresti, sequestri, scioperi, vertici e udienze, ma l'estate 2013 per l'inchiesta «Ambiente svenduto» si annuncia tutt'altro che all'insegna delle ferie.
Svanita la possibilità di notificare l'avviso di conclusione delle indagini preliminari e depositare la relativa richiesta di rinvio a giudizio in tempo per far proseguire per almeno un altro anno la custodia cautelare a Emilio Riva, suo figlio Nicola e l'ex direttore dello stabilimento siderurgico llva Luigi Capogrosso, il pool di magistrati coordinati dal procuratore Franco Sebastio ha delegato alla Guardia di Finanza di completare gli accertamenti riguardanti l'iter seguito per il rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale il 4 agosto del 2011. Quel provvedimento, frrmato dall'allora ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo, è durato lo spazio di pochi mesi, visto che nel marzo del 2012 la Regione Puglia chiese e ottenne la sua revisione, e con tiene in sè molti dubbi sulla reale efficacia delle misure previste, considerato che mentre a Roma si apparecchiavano i tavoli per la sua formulazione, a Taranto i periti nominati dal gip Patrizia Todisco effettuavano la consulenza disposta tramite incidente probatorio e il cui esito· ovvero gli impianti dell'area a caldo dell'Ilva sono fonte di malattie e morti per operai e cittadini - ha avuto le conseguenze a tutti note. Dunque, una azienda in possesso di Aia e nel proclamato rispetto della stessa, provocava malattie e morti: dov'è l'errore?
I finanzieri stanno acquisendo, e l'attività proseguirà nei prossimi giorni, tutta la documentazione riguardante quell'autorizzazione, nel tentativo di capire come si è giunti al rilascio dell'Aia, chi ha partecipato alle riunioni, quali sono stati i pareri espressi, quali tentativi -in parte già documentati dalle intercettazioni telefoniche - sono stati fatti, ed eventualmente andati a buon fme, da parte dei rappresentanti e dei lobbisti dell'Uva per non inserire prescrizioni eccessivamente penalizzanti dal punto di vista economico.
L'Aia fu rilasciata il 4 agosto del 2011 dal ministro Prestigiacomo, con il consenso della Regione Puglia e degli enti locali, dopo un'istruttoria di 5 anni e con la previsione di 462 prescrizioni, contro molte delle quali peraltro l'il va propose ricorso al Tar di Lecce. Ma quell'Aia era utile per limitare le emissioni inquinanti dell'Ilva oppure si trattava di un provvedimento sin troppo accondiscendente? Saranno i finanzieri a tentare di trovare una risposta. Intanto, però, un giudizio per molti versi disinteressato giunge dall'ex ministrodell'Ambiente, Corrado Clini, che, a udito nei giorni scorsi
al Senato, ha dichiarato senza mezzi termini che «l'autorizzazione rilasciata il4 agosto 2011 è in larga misura distante, se non in contrasto, con la direttiva europea 2008/ 1/ CE ed il decreto legislativo 128/ 2010 che regolamentano l'Aia. lnfatti le prescrizioni non assicurano una valutazione integrata degli impatti delle attività produttive dello stabilimento e non tengono conto dell'aggiornamento Bat e i dati di base relativi allo stato dell'ambiente (inclusi i dati epidemiologici) nel quale gli impianti
industriali operano, risultano almeno incompleti, e pertanto non sono completamente rispettate le condizioni della direttiva europea 200/1 all'art.6 che richiede come condizione preliminare alla autorizzazione la conoscenza dello stato del sito su cui l'impianto sorge». (GdM - pag.7 - Mimmo Mazza)
mercoledì 22 agosto 2012
Ilva, tutto è cominciato da una fetta di pecorino...
Più o meno negli stessi anni, però, si è sviluppato l’iter che ha portato al rilascio dell'Aia, Autorizzazione integrata ambientale, firmata dal ministro Prestigiacomo il 4 agosto 2011. Su questa procedura, e sull'attività della commissione di nomina governativa, pare essersi concentrata l’attenzione degli inquirenti per altri due filoni di inchiesta collaterali a quello su corruzione in atti giudiziari, per il quale sono indagati i vertici dell’Ilva e un ex perito della procura. Le indagini sarebbero mirate a politici e funzionari, per cercare di fare luce sul sistema di complicità e sulla zona grigia tra istituzioni e tecnici che avrebbe permesso all'azienda di “pilotare” la stessa Aia a proprio vantaggio, oltre ad annullare i controlli ed edulcorare i dati sull'impatto ambientale.
Fortissimi sospetti dei magistrati, surrogati in parte da “copiose” intercettazioni telefoniche, si parla di un dossier da 600 pagine, che ruotano in parte proprio sulla lunghissima incubazione dell'Aia che lo scorso marzo, appena 8 mesi dopo il suo varo, è già stata dichiarata inadeguata, tanto è vero che è in corso la procedura di revisione che si concluderà il 30 settembre (domani a Roma si apre il tavolo tecnico). Tra le persone più chiacchierate di questa vicenda, parallela ma non certo meno importante a quella sull'inquinamento, visto che a quanto pare coinvolgerebbe anche esponenti parlamentari e importanti istituzioni locali, c'è sicuramente l'ingegner Dario Ticali, presidente della commissione Aia Ippc.
A lui, a quanto pare, si riferiva il ministro Clini l’altro giorno quando parlava di membri in procinto di dare le dimissioni dall’incarico, per l’evidente incompatibilità del ruolo. Ticali infatti sarebbe finito nelle intercettazioni svolte dalla Guardia di Finanza, in particolare per contatti con l'avvocato Luigi Pelaggi, legale Ilva ma anche ex capo della segreteria tecnica del ministro Prestigiacomo, ossia colei che ha firmato l’Aia da rifare. Il caso Ilva pullula di protagonisti che spesso hanno un doppio ruolo, presente o passato, e collegamenti reciproci non certo entusiasmanti dal punto di vista morale, fatti salvi i profili penali che sono al vaglio della magistratura.
Il 16 febbraio 2009, dopo il disegno legge della regione Puglia che prevedeva il limite di 0,4 nanogrammi a metro cubo per la diossina entro il 2010 (e 2,5 nanogrammi per il 2009), si tenne a Roma un tavolo un tavolo in cui il governo Berlusconi fece di tutto per indurre Vendola a fare marcia indietro. Il ministro Prestigiacomo – due anni prima di firmare l'Aia – fece l'avvocato dell’Ilva dichiarando «il disegno di legge proposto da Vendola sull'Ilva di Taranto, se approvato dal Consiglio regionale implicherebbe la chiusura dello stabilimento entro 4 mesi». Secondo il direttore dello stabilimento, l'ingegner Luigi Capogrosso, attualmente indagato dai magistrati di Taranto «l’Ilva non può rispettare il limite, né 2,5 nanogrammi a metro cubo, né 0,4 nanogrammi a metro cubo anche in presenza dell'impianto urea».
La ciliegina sulla torta fu messa proprio dall'ingegner Ticali, che nell'occasione rappresentava il ministero dell'Ambiente: «Il limite desumibile dalle tre campagne dovrebbe tendere a 3,5 nanogrammi a metro cubo, contemplando quindi valori emissivi fino a 5 nanogrammi a metro cubo». Il presidente della commissione per l’Aia, che doveva mettere all'Ilva una sorta di “museruola” legislativa per contenere le sue emissioni nei limiti di legge, ha insomma proposto per i valori di diossina valori più alti di quelli chiesti dalla stessa fabbrica. Non solo: siccome gli ultimi dati relativi alla diossina dicono che l’Ilva è in grado di scendere sotto lo 0,1 (ancora meno di 0,4), vuol dire che Ticali proponeva un limite 500 volte superiore a quello reale.
Da notare che nel 2011, Ilva ha dichiarato dopo una serie di autocontrolli di essere nell'ambito dei nuovi limiti di legge (0,39 nanogrammi). Peccato che però una verifica fatta dall’Arpa a Roma sullo spettometro di massa ad alta risoluzione utilizzato dagli esperti del Cnr, che nell’occasione ha fatto da consulente all'azienda, abbia evidenziato che il macchinario non funzionasse. Circostanza che, a quanto pare, ha attirato l’attenzione dei magistrati per uno stralcio di indagine. Anche la vicenda del benzoapirene, però, ha avuto un ruolo importante nella genesi dell'Aia e delle inchieste dei magistrati. Il 4 giugno 2010 infatti Arpa rende noto che il 98% del benzoapirene che inquina Taranto (il Tamburi) proviene proprio dalla cokeria dell'Ilva.
Di fronte a questa preoccupante evidenza, la Regione prende una decisione incomprensibile: affida a propri tecnici un monitoraggio diagnostico degli impianti, nonostante il più che eloquente rapporto Arpa che è un'agenzia regionale. L'evidente sovrapposizione viene comunicata al direttore Giorgio Assennato a cose fatte, tanto che dalle intercettazioni risulta che il professore si sia recato a Bari ad un incontro col presidente Vendola e i vertici dell'Ilva, e sia stato fatto accomodare fuori dalla porta in attesa con una scelta che il governatore non ha ancora chiarito. Risale a quel periodo peraltro la conversazione telefonica nella quale Girolamo Archinà, ex pr Ilva, dice «bisogna distruggere Assennato». Due mesi dopo, il 13 agosto 2010, il governo ha emanato il decreto 155/2010 che rinvia al 2013 il limite di un nanogrammo per metro cubo, facendo secondo molti e per ovvi motivi un grande favore all’Ilva. (Salvatore Maria Righi - L'Unità)
lunedì 20 agosto 2012
TUTTI sapevano TUTTO!
L’esplosivo rapporto del Noe (Nucleo operativo ecologico) dei carabinieri di Lecce del maggiore Nicola Candido, che documentava il disastro ambientale di Taranto, con le fughe di emissioni «diffuse e fuggitive» dagli impianti di area a caldo dell’Ilva, arrivò a Roma, al ministero dell’Ambiente. Eravamo alla vigilia dell’approvazione, dopo sette anni, dell’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, e non successe nulla. Nessun intervento, interrogativo, nessuna iniziativa fu presa. Eppure, quel rapporto del Noe con la denuncia di centinaia di «eventi irregolari» è parte integrante delle accuse mosse dalla Procura di Taranto all’Ilva. L’allora ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, giura che non vi furono pressioni di sorta per l’AIA, che fu approvata il 4 agosto del 2011. Anche se dalle intercettazioni telefoniche e ambientali risulta, invece, che i dirigenti dell’Ilva si mossero con funzionari della Regione Puglia e con la commissione ministeriale per addolcire l’AIA. Ma rimane un mistero come della prova dell’inquinamento in corso a Taranto nessuno tenne conto. Era l’aprile dell’anno scorso. Circolavano in rete video o fotografie che riprendevano «strani» sbuffi dall’acciaieria dell’Ilva e più in generale dall’area a caldo dello stabilimento. Con il via libera della procura, il Noe dei carabinieri di Lecce piazzò alcune telecamere esterne ai perimetri dell’Ilva. Mise sotto intercettazione visiva e sonora per quaranta giorni quello che accadeva, 24 ore su 24, nella acciaieria più grande d’Europa. E registrò il cosiddetto fenomeno di «slopping» in occasione delle colate d’acciaio, la fuoriuscita cioè di ossido di ferro, una nuvola rossastra che posandosi sporca di rosso gard rail e asfalto della provinciale, dall’acciaieria 1 e 2. Dal primo aprile al 10 maggio del 2011 furono segnalati 121 fenomeni di «slopping» all’acciaieria 1 e 65 all’acciaieria 2. Nel secondo caso, la metà di quelle emissioni dell’acciaieria 1. E per gli uomini del Noe che fecero domande e acquisirono documentazione, fu chiara la ragione della differenza: all’acciaieria 2 erano stati montati sistemi di captazione di fumi più moderni. In ogni caso, la dimensione dei fenomeni era tale che non potevano essere giustificati per la eccessiva frequenza. Naturalmente viene spontaneo chiedersi se rispetto a un anno fa la situazione è migliorata o meno. E la risposta (molto informale) che arriva da chi monitora l’inquinamento è che gli «slopping sono ridimensionati ma non eliminati». Ma perché avvengono e cosa si può fare per eliminarli? Intanto è evidente che la differenza tra le due acciaierie indica una possibile soluzione, sull’efficacia dei sistemi di captazione, poi la causa potrebbe trarre origine da «rotture meccaniche», da «errori tecnici», dalle stesse «torce meccaniche». L’attività di monitoraggio del Noe dei carabinieri di Lecce, nella primavera dello scorso anno non si fermò soltanto alle acciaierie. Dalla gestione dei rottami ferrosi, un’area all’aperto dove attraverso piccole colate di materiali incandescenti, ad alta temperatura, viene recuperato il ferro, si notavano, di notte, dei bagliori. Erano emissioni in atmosfera di fumi non captati. E poi le cosiddette torce, collegate all’acciaieria, dove vengono convogliati i gas della colata. Sono dei sistemi d’emergenza che per gli 007 del Noe in realtà servono a smaltire gas, ovvero rifiuti che dovrebbero essere recuperati diversamente. Il rapporto del Noe dei carabinieri di Lecce è parte integrante delle accuse della Procura di Lecce che, tra l’altro, trova conferme nel lavoro dei periti chimici durante l’incidente probatorio. E sempre al Noe toccò verificare alcuni esposti con allegati video su quello che accadeva nel reparto cokerie. Il 28 novembre del 2011, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce entrarono all’Ilva. Scrive il gip Patrizia Todisco: «L’esito fu sconcertante. Durante la fase di scaricamento i militari notavano personalmente, in sede di sopralluogo, la generazione di emissioni fuggitive provenienti dai forni che, una volta aperti per fare fuoriuscire il coke distillato, lasciavano uscire i gas del processo che invece dovrebbero essere captati da appositi aspiratori/abbattitori». (La Stampa)
giovedì 17 novembre 2011
Il nuovo Ministro dell'Ambiente? Aiuto!!!
Direttore generale del ministero dell'Ambiente dal 1990, attualmente della Direzione per lo Sviluppo sostenibile, il Clima e l'Energia del dicastero, il neoministro è nato a Latina il 17 luglio 1947 e si è laureato nel 1972 in Medicina e Chirurgia presso l'Università di Parma. Dopo aver fatto da "sherpa" a decine di conferenze e incontri internazionali, la sua competenza e la sua credibilità all'estero sono elevatissime. La lunghissima permanenza al ministero fa di Clini un tecnico supernavigato, che ha lavorato sia al servizio di Berlusconi che di Prodi. "Sono un servitore dello Stato ed è un impegno che onorerò nel modo migliore", ha commentato a caldo dopo la nomina. "Spero di convincere - ha aggiunto - che realizzare una logica di sviluppo sostenibile in Italia sarà un driver per la crescita".
Non che in passato Clini non abbia avuto motivi di scontro con la sinistra e il movimento ecologista. Le tensioni sono esplose soprattutto quando l'ex direttore generale ha sposato con enfasi l'ostilità del centrodestra per il Protocollo di Kyoto e le politiche europee a sostegno del clima e della riconversione energetica. Se l'Italia è stata sul punto di far saltare la direttiva 20-20-20 1, considerata ormai universalmente un caposaldo delle politiche Ue, è stato anche per il lavoro svolto all'epoca da Clini. Senza dimenticare che il neoministro è stato (e probabilmente è ancora) un nuclearista convinto.
"Peccati" che ora sembrano almeno in parte perdonati. In questo momento, dice ancora Della Seta, "è la persona più adatta perché chiunque altro rischierebbe di finire stritolato". Giudizio condiviso da Legambiente che lo definisce "una persona seria e competente che giudicheremo dai fatti, una persona affidabile che soprattutto sa di cosa parla". Se Stefania Prestigacomo esordì con la frase shock "io di ambiente non so nulla", effettivamente è già un bel passo avanti. (La Repubblica)
lunedì 8 agosto 2011
Ilva: Altamarea diffida Maroni
Al Ministro dell’interno Roberto MARONI
Fax 06 4741717
e, p.c. Ministro dell’ambiente Stefania PRESTIGIACOMO
Fax 06 57288490
Presidente della Regione Puglia Nichi VENDOLA
Fax 080 5406260
Presidente della Provincia di Taranto Gianni FLORIDO
Fax 099 4587214
Sindaco di Taranto Ippazio STEFÀNO
Fax 099 4760019
Dir. Gen. ARPA Puglia Giorgio ASSENNATO
Fax 080 5460150
Prefetto di Taranto Carmela PAGANO
Fax 099 4545666
Procuratore della Repubblica di Taranto Franco SEBASTIO
Fax 099 7343417.
Redazioni di stampa e TV
OGGETTO: Gravi inadempienze su Certificato Prevenzione Incendi e nulla osta sull’analisi di rischio di incidente rilevante di Ilva SpA stabilimento di Taranto.
L’Ilva di Taranto è un centro siderurgico a ciclo integrale che impiega più di 13.000 lavoratori diretti oltre alcune migliaia di terzi e si estende su un’area di oltre 1200 ettari piena di impianti complessi e pericolosi. Tale area è attaccata, senza soluzione di continuità, ad un quartiere di 17.000 abitanti di una città di circa 180.000 abitanti. Lo stabilimento produce l’80% dell’acciaio italiano ed è il principale responsabile dell’inquinamento di origine industriale che fa di Taranto la città più inquinata d’Europa.
Per ridurre l’inquinamento di origine industriale in Europa fu emessa la Direttiva 61/96/CE, la cosiddetta Direttiva IPPC (Integrated Prevention Pollution Control) che stabiliva che tutte le aziende dovessero essere in possesso di AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) entro il 30 ottobre 2007. Al contrario che nel resto d’Europa, in Italia quella data non è stata rispettata ed in particolare l’Ilva di Taranto, ai primi di agosto 2011, è priva di AIA idonea a ridurre l’inquinamento. Quello stabilimento continuerà, così, a produrre e ad inquinare “a norma” di un’AIA indecente ed abnorme quale è quella che dicono che sia stata firmata dal Ministro dell’ambiente e che dovrebbe diventare operativa al termine del percorso amministrativo non ancora completato. A Taranto altrettanto male vanno le cose rispetto alle cosiddette “Direttive Seveso” in materia di prevenzione dei grandi rischi industriali e di sicurezza delle cittadinanze coinvolte, in cui il Ministero dell’interno ha una primaria responsabilità tramite il Corpo dei Vigili del Fuoco e le Prefetture.
Nel procedimento per l’AIA di Ilva Taranto, "AltaMarea” ha prodotto, come "pubblico interessato", osservazioni ed argomentazioni finalizzate ad inserire precise prescrizioni contro l’inquinamento, a tutela della salute e sicurezza dei cittadini e dei lavoratori. Tali indicazioni sono state pervicacemente bocciate dalla Commissione IPPC, preposta all’istruttoria del procedimento, con la implicita connivenza delle strutture ministeriali, incapaci di opporsi alla determinazione di chi vuole "chiudere la partita" a tutti i costi e che agisce sotto il “mantello” della nomina ricevuta direttamente dal Ministro dell’ambiente. Abbiamo stigmatizzato invano l’inqualificabile operato della Commissione e delle sue continue modifiche a vantaggio dell’azienda. Tale operato illegittimo e non sanzionato permetterà ad Ilva di gestire gli impianti “a norma di AIA”, senza riduzioni effettive dell'enorme carico inquinante che grava sulla città a danno della salute.
L’azienda, inoltre, in tema di sicurezza dei lavoratori stessi e della città che la ospita, ha beneficiato del comportamento debole, accondiscendente e indulgente degli organismi e delle autorità centrali e periferiche competenti, incluso quelle gravitanti sul Ministero dell’interno.
È per questo, quindi, che ci rivolgiamo direttamente al Ministro Roberto MARONI per sottolineare che il Ministero che dirige è stato in disparte nell’intero procedimento e forse non ha conosciuto a fondo le pesanti denunce di AltaMarea sui temi della sicurezza. Il Ministero dell’interno è stato del tutto assente nelle conferenze dei Servizi presso il Ministero dell’ambiente del 22 febbraio 2011 e del 5 luglio 2011 per valutare il Parere Istruttorio Conclusivo (PIC) espresso dalla commissione IPPC sul rilascio dell’AIA dell’Ilva di Taranto. La Conferenza dei Servizi del 5 luglio 2011 ha dato parere favorevole al PIC nonostante che le associazioni, coerentemente con le inascoltate rigorose contestazioni tecniche, scientifiche e normative, avessero definito quel PIC inaccettabile, illegittimo, iniquo, inadeguato a ridurre l’inquinamento industriale. Dopo anni di traccheggiamenti, ora l’Ilva sta per ottenere un’AIA annacquata e inefficace ai fini della riduzione dell’inquinamento con gravissime conseguenze negative per la salute e sicurezza della cittadinanza e dei lavoratori, utile solo a permettere all’azienda di ottenere dalla BEI (Banca Europea di Investimenti) un prestito legato alla presentazione dell’AIA, comunque ottenuta.
Il procedimento per il rilascio dell’AIA ad Ilva Taranto è iniziato solo il 28 febbraio 2007 mentre la già citata Direttiva 61/96/CEE, con un preavviso di ben 11 anni, aveva fissato il 30 ottobre 2007 come termine ultimo entro il quale tutte le aziende europee dovessero essere in possesso dell’AIA per poter mantenere in esercizio i propri impianti. Secondo la Direttiva europea era possibile una sola proroga di 6 mesi, assolutamente non prorogabile ulteriormente. Quei paletti non hanno subito modifiche nei successivi aggiornamenti comunitari per cui l’Ilva per l’Europa è stata “fuorilegge” per anni senza che nessuna Autorità sia intervenuta.
L’associazionismo di Taranto, presente nel procedimento fin dall’inizio, ha prodotto tanti documenti acquisiti agli atti del Ministero dell’ambiente ma respinti dalla commissione IPPC con argomentazioni inconsistenti, sostenute con l’arroganza e la protervia di chi gode della massima “copertura politica”, alla faccia della salute e della sicurezza di cittadini e di lavoratori. Di tutto questo abbiamo relazionato ovunque, senza successo alcuno, e anche in sede di Conferenza dei Servizi. Ora ci dicono che il Ministro dell’ambiente ha firmato l’AIA e noi attendiamo di conoscerne i contenuti specifici per intraprendere ogni possibile azione giuridica.
Nel frattempo, però, chiediamo al Ministro dell’interno di intervenire immediatamente su aspetti importantissimi che rientrano sotto la responsabilità del suo Ministero e che anche l’AIA avrebbe dovuto fare propri perché addirittura preliminari all’AIA stessa. .
Se i rappresentanti del Ministero dell’interno fossero stati presenti nel procedimento o almeno ne avessero esaminato la documentazione, avrebbero colto, a meno di cecità e sordità assolute, il senso profondo delle obiezioni/osservazioni presentate da “AltaMarea” e da altre associazioni. In particolare la loro sensibilità di funzionari del Ministero dell’interno sarebbe stata turbata dalla gravità dei fatti segnalati in merito alle vicende del CPI e del nulla osta analisi RIR, questioni che istituzionalmente ricadono sotto la responsabilità, non esclusiva ma sicuramente primaria, del Ministero dell’interno (Corpo Vigili del Fuoco e Prefetti).
Mettiamo da parte i cavilli e i formalismi dilatori più o meno leciti che pretenderebbero di giustificare l’ingiustificabile; da cittadini di questo Paese rileviamo che l’inadeguatezza generale del sistema normativo – giuridico - amministrativo dell’Italia, accompagnata dal lassismo o dall’insufficiente senso civico di tante donne e uomini coinvolti in qualità di servitori dello Stato su temi di grande impatto, fa sì che l’Ilva di Taranto possa continuare impunemente ad inquinare acqua, aria e suolo. Con l’aggravante che da una decina di anni risulta essere priva di Certificato Prevenzione Incendi (CPI) e di nulla osta sull’analisi di rischio di incidente rilevante, pilastri della sicurezza generale.
La gravità eccezionale della situazione di Taranto è testimoniata dagli innumerevoli procedimenti giudiziari in corso contro proprietà e dirigenza Ilva. Essa è parzialmente illustrata nei seguenti allegati: I) Denuncia dei Carabinieri del NOE di Lecce prot. 41/10 del 2 luglio 2011; II) Delibera n. 207/X del 21/7/2011 del Consiglio Intermedio di Rappresentanza (COIR) della Marina Militare – Corpo della Capitaneria di Porto; III) Nota prot. AIL/PEC/04/10 del 15/10/2010 di AltaMarea alla Prefettura di Taranto sul Piano di Emergenza Esterno, rimasta inesitata. Inoltre, per informazione diretta del Ministro dell’interno, si allega copia degli ultimi tre documenti specifici sulla vicenda AIA inviati da AltaMarea a Minambiente ed altre Autorità interessate: IV) Nota prot. 016/2011 del 3/4/2011; V) Nota prot. 020/2011 del 15/6/2011; VI) Nota prot. 030/2011 del 4 luglio 2011.
In conclusione, diffidiamo il Ministro dell’interno ad intervenire e verificare le responsabilità che noi intravvediamo soprattutto nelle strutture decentrate e nelle persone, inclusi i Prefetti ed i Comandanti regionali e provinciali dei VVF che si sono succeduti nel tempo a Taranto, persone o timorose di affrontare poteri forti o comunque acquiescenti verso cavilli e dilazioni messi in campo dalle aziende. Preghiamo il Ministro di voler esercitare il suo potere per rimettere tutto sui binari della legalità e del rispetto delle norme. Guai a Dio se si dovesse verificare un incidente, anche meno grave di quello occorso alla ThyssenKrupp di Torino, ed accertare in tale dannata occasione che tante iniquità sono state commesse nel campo della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, con la consapevolezza delle Autorità competenti. Le Istituzioni centrali, regionali e locali comunque coinvolte nelle vicende industriali tarantine hanno la responsabilità storica di decidere il presente ed il futuro del territorio ionico e della salute dei suoi abitanti e dei lavoratori impegnati.
Con osservanza
Il Presidente di “AltaMarea”, Biagio De Marzo
giovedì 30 giugno 2011
Per l'AIA Ilva si traffica a porte chiuse..
Nei prossimi giorni è previsto l’incontro tra ministero e azienda per discutere l’autorizzazione integrata ambientale. Forti i timori di un accordo al ribasso che non tuteli la salute.
L’incontro è di quelli che non possono non suscitare sospetti e alimentare dietrologie. E vedi seduti sullo stesso tavolo il ministero dell’ambiente e i manager dello stabilimento Ilva di Taranto. L’autorizzazione integrata ambientale sarà il tema del summit, sul quale si sono alzate molte voci contrarie. Soprattutto per le modalità. Perchè è stato il ministero dell’Ambiente, secondo quanto ha dichiarato Elisabetta Zamparutti, deputata radicale in commissione Ambiente che sull’argomento ha presentato un’interrogazione parlamentare, a chiedere di incontrare il Gruppo Riva. Che, nell’occasione, presenterà oltre cento osservazioni sul parere espresso dalla commissione Ippc, di nomina ministeriale. In questo organismo, è bene ricordere, siedono rappresentanti del Comune di Taranto, della Provincia, della Regione, dell’Arpa Puglia e dell’Ispra.
Le oltre mille pagine del documento finale, frutto di un compromesso tra tutte le forze in campo, sono state però contestate dalle associazioni ambientaliste che hanno sottolineato l’esistenze di quelle che vengono definite «incongruenze». Per superare le quali hanno chiesto una cosa apparentemente molto semplice: «Vorremmo che nel documento venisse quantificato il beneficio dopo il rilascio dell’Aia», come afferma Alessandro Marescotti di Peacelink. Uno dei principi cardine che l’autorità che rilascia l’autorizzazione integrata ambientale deve seguire è che «devono essere prese le opportune misure di prevenzione dell’inquinamento, applicando in particolare le migliori tecniche disponibili». A far discutere è anche la tempistica della convocazione prevista per il 4 luglio.
Il giorno dopo, il 5, è prevista la conferenza dei servizi per il rilascio dell’Aia. Una coincidenza giudicata «irrituale» dalla Zamparutti e «ai limiti della legalità» dal fisico Erasmo Venosi che per conto del ministero dell’Ambiente aveva seguito la vicenda alcuni anni fa. Emergerebbe, inoltre, che dall’appuntamento del 5 luglio sarebbero state tenute fuori le associazioni ambientaliste. Che ieri hanno prodotto un ultimo, disperato tentativo. Esponenti dell’associazione Alta Marea sono stati ricevuti dal presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, al quale è stato chiesto di stoppare l’iniziativa del gruppo Riva. Nei giorni scorsi, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Lecce avevano chiesto il sequestro di alcuni impianti dell’Ilva di Taranto.
La richiesta era conseguenza di un rapporto spedito alla procura di Taranto nell’ambito dell’inchiesta sulle emissioni nocive dai camini dello stabilimento siderurgico. Richiesta formulata dopo che i controlli compiuti nell’arco di 120 giorni avevano evidenziato una serie di anomalie come l’accensione delle http://www.blogger.com/img/blank.giftorce di acciaieria. La richiesta del Noe è avvenuta nell’ambito dell’incidente probatorio in cui è stato disposto l’affidamento della nuova perizia sull’inquinamento con la nomina di tre medici. L’inchiesta fu aperta dopo le denunce sulle emissioni di benzoapirene e di diossina.
«Duole constatare – sottolinea l’Ilva in una nota – come il dibattito su inquinamento e industria sia sempre penalizzante per quest’ultima anche quando, come a Taranto, sono stati spesi negli ultimi dieci anni un miliardo di euro per la piena sostenibilita’ dell’impianto». Da oltre un anno i Verdi, attraverso il loro presidente Angelo Bonelli, chiedono al Governatore della Puglia Vendola un indagine epidemiologica nell’area di Taranto per verificare la relazione fra morti e l’inquinamento.
(Vincenzo Mulè, Terra)
mercoledì 8 giugno 2011
Taranto, regno della diossina protetto dalla Prestigiacomo
Emilio Riva, padre padrone dell’Ilva, e 29 dirigenti sono stati rinviati a giudizio per la morte di quindici operai. Qui si produce il 90% della diossina di tutta Europa. Eppure Riva è legato a doppio filo sia al ministro dell’Ambiente sia al presidente pugliese Nichi Vendola. La legislazione ambientalista qui ha vita dura.
7 giugno 2011 - 11:19
Emilio Riva, il padre padrone dell’Ilva di Taranto, più altri ventinove suoi dirigenti sono stati rinviati a giudizio per la morte di quindici operai. Per la procura di Taranto i tumori che hanno fatto ammalare e morire i 15 uomini, a partire dal 1975, sono riconducibili alle omissioni e alle violazioni compiute dai trenta responsabili dell’impianto che rende quella pugliese tra le città più inquinate d’Europa. Basti pensare che si produce qui il 90% della diossina di tutto il vecchio continente.
Una notizia, questa, che al di fuori dei quotidiani locali ha trovato scarsa eco. Ma non stupisce. Da sempre quel che accade dentro e fuori l’impianto siderurgico pugliese trova poco interesse, anche negli uffici del nostro ministero dell’Ambiente. Grazie al rapporto speciale che lega Emilio Riva al ministro Stefania Prestigiacomo, ma anche al presidente della regione Puglia Nichi Vendola. Esistono leggi “salva Ilva” e curiose dimenticanze che rendono impossibile ancora oggi il monitoraggio continuo delle diossine e del benzopirene sversato dall’impianto su una consistente fetta della Puglia.
Qualche giorno fa, solo per citare l’ultimo episodio, Aldo Pugliese, segretario generale della Uil, ha scritto a Nichi Vendola parole di fuoco: “C’è un pericoloso immobilismo della Regione per quanto riguarda l’Ilva. L'ultimo approfondimento relativo alla situazione dei problemi della sicurezza e dell’ambiente dello stabilimento di Taranto, peraltro previsto dal protocollo sottoscritto da Regione Puglia, organizzazioni sindacali e Ilva, risale al 30 luglio 2008. Quindi, ad oggi, nessun incontro utile al monitoraggio dell'applicazione del protocollo in questione è più stato convocato, come concordato, presso la Prefettura di Taranto”.
Ci sono inoltre ritardi nella messa in sicurezza e nel monitoraggio nella cokeria, nell’altoforno, nell’area stoccaggi e nel parco minerali.
Ancora più grave, scrive il sindacalista. “Siamo ancora all’anno zero per quanto riguarda la bonifica di 115 kmq di territorio e rimane sempre da verificare il livello sin qui raggiunto per quanto attiene le bonifiche da amianto”.
Riva è la parolina magica con cui arrivano autorizzazioni ambientali e si chiude un occhio sui ritardi. A Bari come a Roma. Proprio in questi giorni è in via di approvazione la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale con la quale si permetterà un aumento di produzione di acciaio (e, quindi, delle sostanze inquinanti) da 9 milioni di tonnellate a 15 milioni. Nelle cokerie sono previsti l’aumento delle polveri (da 822 a 1267 tonnellate all'anno), del benzene (da 13 a 15 milioni di tonnellate), dell’anidride solforosa (da 2160 a 6343 tonnellate), del biossido d’azoto (da 2200 a quasi 5000 tonnellate). Anche per l'impianto di agglomerazione, sono previsti aumenti di emissione quasi del doppio rispetto al 2005 per polveri, anidride solforosa e ossidi di azoto.
La regione nicchia, il ministero pure.
Riva è, per così dire, un uomo molto legato al nostro governo e al ministro Prestigiacomo. Imprenditore che sa ben ramificare i suoi investimenti, fu l’uomo che nel 2008 rilevò le quote dell’armatore Daponte nell’affaire Cai, cedendole poi al figlio, facente capo alla stessa sua società, e avallando la delicata fase di passaggio della compagnia di bandiera italiana. Un’operazione grazie alla quale il governo potè mostrarsi orgoglioso di aver “salvato” Alitalia da morte certa. L’erede Riva siede ancora oggi nel consiglio di amministrazione della nuova Alitalia.
Proprio in quel periodo il ministro Prestigiacomo si batteva strenuamente, anche ad agosto, per contestare il nuovo monitoraggio delle diossine svolto a Taranto. Perché fino ad allora neanche esisteva un controllo puntuale e preciso sull’aria che uscendo dai camini Ilva ammorbava per sempre il territorio.
L’8 agosto di quello stesso 2008, il ministro scrisse all’Arpa Puglia che le analisi attestanti il rischio ambientale a causa dell’alta percentuale di diossina, degli elevati valori del benzopirene - ritenuto uno degli inquinanti più cancerogeni prodotto dalle cokerie - erano da cestinare. «Le campagne di rilevazione effettuate - è scritto - non possono essere ritenute valide ai fini dell’individuazione di specifiche criticità ambientali e per imporre limiti più elevati rispetto a quelli definiti dalle norme o raggiungibili con le migliori tecniche disponibili». Proprio quello che dice sempre Riva. Ma i dati non lasciano scampo: sono di otto volte superiori rispetto a quelli imposti da alcuni Paesi europei e di certo, come ha spiegato Giorgio Assennato - direttore dell’Arpa - «almeno il doppio rispetto alla media Ue. In Italia manca una legge sulle diossine».
Dal 2008 ad oggi nulla è stato fatto.
Anzi qualcosa sì, ma non in direzione della salute pubblica. A novembre del 2008, mentre Cai decollava, il ministro è intervenuta numerose volte per minimizzare i dati sull’inquinamento e «evitare la chiusura dell’Ilva», mentre gli allevatori pugliesi mandavano al macello migliaia di capi malati di diossina, e la popolazione tarantina prendeva consapevolezza dei rischi per la salute.
A onor del vero l’estate scorsa fu proprio il ministro a inaugurare a Taranto, nell’impianto Ilva, un nuovo e moderno sistema per ridurre le “diossine del 50%”. Ma proprio negli stessi giorni qualcuno, nella disattenzione generale, ha inserito nel recepimento della direttiva europea sull'aria pulita sottoposto al parere delle Commissioni Ambiente di Camera un emendamento per prorogare l'entrata in vigore dei limiti alla concentrazione di benzopirene. «Un regalo – ha detto il senatore Pd Roberto Della Seta – che il ministro Prestigiacomo ha voluto portare all’Ilva». E non finisce qui.
L’Ilva ha da poco annunciato di aver ridotto del 40% le emissioni nocive di benzopirene nel primo trimestre del 2011. Ma gli ambientalisti fanno scoprire il trucco: «I dati non sono un successo: le emissioni superano in media del 93% i limiti della precedente normativa – dichiara Taranto sociale e Alessandro Marescotti di Peacelink – e se il governo non avesse cambiato la norma per decreto sarebbero certamente fuorilegge. Se fosse in vigore la precedente normativa sul benzoapirene che il governo ha cambiato il 13 agosto 2010 eliminando il
limite - fanno rilevare gli ambientalisti - i dati non dovrebbero infatti superare 1 nanogrammo a metro cubo. Invece tale valore è quest'anno abbondantemente superato: 1,55 ng/m3 a gennaio, 2,82 ng/m3 a febbraio e 1,43 ng/m3 a marzo 2011. La media è 1,93 ng/m3 mentre la media annua non dovrebbe superare 1 ng/m3 stando alla precedente normativa che il governo ha cambiato».
L'Ilva, secondo gli ambientalisti, «con evidente intento propagandistico, raffronta tale dato cattivo con quello “pessimo” del 2010 (che era 3 ng/m3); confronta cioè un dato inaccettabile (1,93) con un dato ancora peggiore (3), ma entrambi sono superiori a 1. L’Ilva inoltre ammette implicitamente di essere responsabile di quel dato, che si riferisce (si badi bene) all'aria del quartiere Tamburi e non ai camini».
Ad agosto, quindi, dal ministero dell’Ambiente è giunto un altro aiutino a Riva. Il decreto legislativo 155/2010 ha così rimandato al 2013 il raggiungimento dell'obiettivo di un nanogrammo per metrocubo di benzo(a)pirene in aria. Il lavoro del governo trova sponda in regione: il presidente Vendola avrebbe potuto sollevare entro il 14 settembre scorso la questione di legittimità costituzionale. Ma non l’ha fatto. «Perché? – chiedono in una nota i Verdi pugliesi – E perché in Commissione Stato- Regioni la Puglia non ha sollevato alcuna obiezione rispetto alla norma “salva Ilva” che in quella sede fu approvata senza alcuna obiezione? Eppure in quella sede la Puglia avrebbe potuto far sentire la sua voce».
I camini dell’Ilva continuano ad emettere fumi, e i cittadini, sperando nel lavoro dei magistrati, incrociano le dita e sperano che ad agosto non arrivino altri “regalini”
Stefania Fanni su linkiesta
lunedì 22 febbraio 2010
E il ministro che farà?

Il giornale ITALIA TERRA NOSTRA invita il ministro per l’ambiente e la tutela del mare ad un confronto pubblico in sede televisiva sul seguente tema di notevole interesse pubblico: NAVI DEI VELENI: SEGRETI DI STATI E MULTINAZIONALI. Il ministro Stefania Prestigiacomo avrà a disposizione trenta giorni di tempo a partire da oggi – come prescrive la legge – per accettare il confronto dialettico prove alla mano. Il ministro godrà della facoltà di avvalersi di esperti, studiosi, scienziati, militari, addetti ai lavori (a lei favorevoli); potrà anche optare per una rete tv di suo gradimento, anche di proprietà e/o controllata da patron Berlusconi. Il giornalista Gianni Lannes sarà invece in studio da solo e fornirà soltanto prove materiali sui misfatti perpetrati in un trentennio dalle autorità e dai poteri forti. Un contraddittorio pubblico non si rifiuta mai: così vedremo chi mente agli italiani e al mondo intero. Stop alle menzogne di Stato. E’ in gioco la vita di milioni di persone. Se il ministro Prestigiacomo optasse per la latitanza, allora sarà chiaro a tutti il messaggio. (p.s. l’invito è stato recapitato oggi stesso a Salvatore Bianca, addetto stampa nonché portavoce del ministro, alla segreteria del ministro e perfino all’ufficio stampa).(Terranostra)
sabato 13 febbraio 2010
Scorie nucleari? In "buone" mani!
Il ministro Prestigiacomo potrebbe illustrare a stretto giro di posta agli italiani se per caso il governo Berlusconi ovvero la Sogin – incaricata dal 1999 di smantellare le centrali nucleari e i centri di ricerca – abbia per caso appaltato alla ‘Ndrangheta lo smantellamento della centrale nucleare di Caorso. Un funzionario della Sogin, tale Marco Sabatini mi ha risposto (a mezzo di posta elettronica) che gli atti intercorsi tra la Sogin e la Ecoge srl (contratto di appalto e carteggio epistolare ) sono di natura riservata e non è possibile mostrarli a un giornalista. Una classica operazione sottobanco in barba alle norme legislative italiane e comunitarie. Nel sito atomico di Caorso ho fotografato i camion della Ecoge srl (sede a Genova). I rapporti della Direzione Investigativa Antimafia, a partire dall’anno 2002, parlano chiaro: la società a responsabilità limitata dei Mamone è organica alla ‘Ndrangheta. Ergo: la più efferata organizzazione criminale attualmente operativa nel mondo è una garanzia anche per chi ha in mano le redini del Belpaese. In fondo anche il presidente pro tempore Berlusconi ha dichiarato pubblicamente a proposito della Calabria: “lo Stato italiano deve riprendersi il controllo del territorio”. Dunque ora non lo controlla e non è in atto alcuna vera lotta alle mafie. Altri elementi oggettivi e spunti di riflessione: il nucleare militare fuori dalla contabilità nazionale. Camen, Cresam, Cisam: questi acronimi suggeriscono al ministro Prestigiacomo qualcosa? Ministro Prestigiacomo perché il cancro e le malformazioni stanno divorando esseri umani e territori dove non insiste alcuna presenza industriale?
...
lunedì 21 dicembre 2009
In Puglia, petrolio al posto del turismo
La ricerca del petrolio sui fondali di fronte al litorale di Puglia promette di portare solo danni. L’esiguità dei possibili giacimenti, la cui portata si esaurirebbe, secondo alcuni, in poco più di un anno e mezzo, non giustifica affatto il costo ambientale richiesto alle popolazioni in termini di interferenze deleterie con l’attività di pesca, di sconvolgimenti inevitabili degli ecosistemi marini (nelle aree interessate affacciano riserve marine protette, parchi regionali e zone umide di assoluto pregio), di compromissione dell’industria turistica (stabilimenti balneari e strutture ricettive) che negli ultimi due anni proprio in Puglia ha mostrato segnali in controtendenza rispetto al generale calo registrato ovunque.
Il primo a lanciare l’allarme, un paio di settimane fa, il deputato di Monopoli, città a 40 km da Bari, Pierfelice Zazzera. Proprio nel mare di Monopoli e nella zona Sud tra le province di Bari e Brindisi (a una distanza che varia tra i 10 e i 37 km al largo) si segnalano tre punti di potenziale perforazione. Al momento, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato solo le prospezioni sismiche (a colpi di proiettili ad aria, tecnicamente air gun) per la caratterizzazione delle aree oggetto dell’interesse delle società petrolifere (tutte con sede all’estero anche se in almeno in case partecipate da società italiane). Ma quei tre punti di prospezione sono diventati, nel frattempo, 7. Sui tavoli delle Capitanerie di porto competenti, infatti, sono arrivate richieste per l’avvio di attività in mare anche a Molfetta (20 km a nord di Bari) e poi a Gallipoli e a Taranto. Nel comprensorio della Capitaneria di Termoli, invece, ricadono i punti di interesse al largo delle isole Tremiti, sede di una delle più estese riserve marine di Puglia. E da Monopoli, i Verdi annunciano per bocca del portavoce Giuseppe De Leonibus: «I punti complessivi di possibile perforazione, in prospettiva sono addirittura 15, 5 dei quali nell’arco jonico».
Gli elementi per rendere inquiete le popolazioni locali e le amministrazioni (compresa quella monopolitana che è retta da un sindaco di centrodestra, quindi affine al governo nazionale) ci sono tutti. Non ultimo il fatto che Regione e enti locali sostengono di aver saputo di questa campagna di ricerca del petrolio ormai a cose fatte, quando cioè ormai non era più possibile esprimere alcun parere. Una lettera, in realtà, risulta inviata dal ministero dell’Ambiente alle amministrazioni delle città costiere (compreso il capoluogo di regione, Bari) a gennaio. Ma gli uffici competenti di ciascuno dei Comuni in indirizzo sostengono di non averla mai ricevuta. In più, tra i due quotidiani scelti per rendere pubblica la procedura avviata ne è stato scelto uno («Il Giorno» di Milano) che non ha alcuna diffusione in Puglia. E così la protesta si sposterà molto presto in strada. Il comitato di cittadini cui già hanno dato la propria adesione Italia dei valori e Verdi si costituirà ufficialmente la prossima settimana, il 28 dicembre, e già si annunciano una serie di manifestazioni.
Decisamente duro l’attacco dell'assessore Introna al ministro Stefania Prestigiacomo: «Mentre sta rappresentando l'Italia al vertice di Copenhagen - dice Introna - sul clima, dal suo ministero arrivano bordate che renderanno la Puglia la pattumiera d'Italia e di Europa. I più grandi scienziati e i più eminenti statisti cercano modi per ridurre le emissioni di gas serra in Danimarca. Mentre il ministro si fa bella con discorsi sul Bel Paese, ci viene reso noto che risultano depositate alle Capitanerie di porto ben 7 nuove richieste di prospezioni geologiche per ricerche di gas e petrolio. La Regione non può neppure restare inerte. La Prestigiacomo sta a Copenaghen e i suoi uffici dicono che per il rigassificatore di Brindisi a due passi dalla case va tutto bene. Il Ministro parla al vertice Onu sull'ambiente, ma con una mano nascosta firma il raddoppio della centrale Eni di Taranto. Si tratta di scelte scellerate. Appena arriveranno i decreti, stia pur sicura il ministro che saranno impugnati dalla Regione». (G Armenise, Gazzetta del Mezzogiorno)
"La Regione Puglia, nel ribadire la propria posizione di diniego, chiede ai ministri competenti di non procedere alle concessioni delle relative autorizzazioni"
L’assessore all’Ecologia, Onofrio Introna sulla conclusione della valutazione governativa riferita alla compatibilità ambientale dei progetti inerenti il rigassigicatore di Brindisi (proponente British LNG) e il raddoppio della centrale Enipower di Taranto (Eni): “Apprendo della conclusione degli iter tecnici di valutazione della compatibilità ambientale, la Regione Puglia, su entrambe le istanze, a seguito delle valutazioni tecniche operate dal Comitato regionale VIA, che ha tenuto conto tra l’altro che le aree interessate risultano “a rilevante rischio ambientale”, ha espresso, con delibera di giunta, il proprio parere negativo. La Regione Puglia, nel ribadire la propria posizione di diniego, chiede ai ministri competenti di non procedere alle concessioni delle relative autorizzazioni e si riserva di adire il competente TAR per la difesa degli interessi del territorio e dei cittadini”. (Sudnews)
martedì 8 dicembre 2009
Chi specula sull'ambiente a Roma?
Conflitto di interessi sulla delicata materia dei programmi sulle bonifiche in Sicilia.
Un altro italico caso di potenziale conflitto d’interessi. Che, stavolta, si consuma nelle stanze del ministero dell’Ambiente. Nel silenzio. Per l’ennesima volta, “controllore” e “controllato” vengono a sovrapporsi, se non addirittura a coincidere. Una coincidenza che questa volta riguarda la gestione dei fondi per la tutela dell’ambiente. Il soggetto competente a gestire gli interventi di bonifica e ripristino era, infatti, fino a due anni fa, il ministero. Poi, nell’Accordo di programma (11/2008) per gli interventi sul Sito di interesse nazionale “Priolo” (Siracusa), risulta che a gestire le sostanziose risorse finanziarie sarà la società in house del ministero, la Sogesid (art. 4 sui soggetti attuatori: il ministero si avvarrà della collaborazione della Sogesid, nonché di Ispra, Iss e Arpa Sicilia).
Il presidente della Sogesid è un noto avvocato di Siracusa ( feudo elettorale della Prestigiacomo), e uno dei componenti è il capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente. Una materia molto delicata, quella dei programmi sulle bonifiche. Che parte da lontano. L’Unione europea, per almeno 15 anni, ha discusso sul come rendere applicabile un principio centrale del Trattato: “Chi inquina paga” (art.174). Libro Verde e Convenzione di Lugano sulla responsabilità civile nel 1993, libro bianco nel 2000 e direttiva 35 del 2004. In Italia esistono 12mila siti inquinati e l’urgente necessità di intervento su alcuni di essi che costituiscono una minaccia per i cittadini e le risorse ambientali. La normativa italiana ha dunque recepito il principio del “chi inquina paga”, in base al quale il responsabile della contaminazione deve assumere l’onere della bonifica. Il ruolo dello Stato dovrebbe essere di tipo notarile (approvazione del progetto di bonifica).
Quasi sempre però accade che i responsabili degli inquinamenti non siano individuabili a causa di un’insufficiente normativa di applicazione. Lo Stato, allora, si assume il costo degli interventi di messa in sicurezza, disinquinamento e rispristino ambientale. Il risultato è che le aree subiscono interventi prevalentemente di messa in sicurezza, ma spesso vanno incontro solo al degrado. Le 50 aree di interesse nazionale che necessitano di interventi di bonifica urgenti (36 industriali, 8 discariche, 6 con inquinamento da amianto) coinvolgono 316 Comuni e circa 7 milioni di abitanti. Le risorse finanziarie stimate per la bonifica (relative a 41 siti) ammontano a circa 3 miliardi di euro. Spesso in ogni sito conta minato all’inquinamento del terreno e dell’atmosfera è associato quello della falda, dei corpi idrici e delle coste.
Gli interventi di bonifica e ripristino ambientale di Porto Marghera (VE), dei sedimenti lagunari e di aree inquinate ad esse collegate, hanno un costo stimato di oltre 750 milioni e interessano circa 480 ettari di canali. Nel Sulcis Iglesiente sono coinvolti 34 Comuni della provincia di Cagliari; il sito Napoli Orientale interessa 820 ettari di acque costiere. Gli interventi sull’area industriale e sulle discariche annesse di Manfredonia, in Puglia, interessano 8.600 ettari di mare, mentre le aree di Taranto e Statte riguardano 7.310 ettari di mare e 9.800 ettari di saline. La vera, prima opera pubblica di cui l’Italia avrebbe bisogno è quindi proprio questa: bonificare il territorio da decine di anni di sfruttamento e avvelenamenti. Ma sembra davvero una fatica di Sisifo. Innanzitutto, le risorse finora stanziate dallo Stato ammontano a meno di un quinto di quello che serve. Ma non è tutto.
L’ambiente diventa materia di un’ennesima, forse meno macroscopica ma ugualmente dannosa, strategia d’accentramento dei poteri. In due parole: un nuovo conflitto d’interesse. Dalla pluralità di incarichi svolti, infatti, il capo della segreteria tecnica del ministero è persona ubiquitaria e supercapace; è infatti anche avvocato in Roma, commissario all’emergenza idrica alle Eolie, membro del CdA di Sogesid e del CdA dell’Acea di Roma. Ed è verosimilmente prevedibile che anche le risorse per il dissesto idrogeologico saranno gestite da Sogesid. Un’altra dimostrazione della frantumazione delle regole e degli organismi di Garanzia. A perdere saranno solo l’ambiente e i cittadini portatori del diritto naturale alla salute.
Erasmo Venosi (Terranews)
domenica 15 novembre 2009
Prestigiacomo bocciata e noi...fregati!
Il Tar del Lazio ha bocciato venerdì scorso le commissioni del ministero dell’Ambiente che devono dare il via libera alle centrali elettriche e delle dighe e dare l’autorizzazione alle industrie a funzionare. La nomina dei commissari fatta dall’attuale ministro Stefania Prestigiacomo è illegittima: i vecchi membri delle commissioni hanno fatto ricorso alla giustizia amministrativa e l’hanno vinto. Non potevano essere “licenziati”, perché i loro contratti erano ancora validi e per i tecnici non vale lo spoil system. E ora, al ministero, si aprono due bei problemi - come denuncia il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «grave approssimazione ». Il primo riguarda le decine di attività su cui le commissioni hanno deliberato: sono, ad esempio, illegittime le opere su cui la commissione Valutazione di impatto ambientale (Via) ha dato parere positivo? Il secondo gira attorno al danno economico che lo Stato si vedrà probabilmente costretto a risarcire.
Nel giugno 2008, infatti, il ministro rimandava a casa i membri di ben tre commissioni di primaria importanza: Via, Covis (danno ambientale) e Ippc (inquinamento industriale). Gli esperti, naturalmente, erano stati nominati dal ministro Pecoraro Scanio ma per le funzioni tecniche non esiste un meccanismo di avvicendamento politico e il loro contratto non era in scadenza, ma il nuovo responsabile del dicastero - rispondendo all’appello alla contrazione della spesa pubblica - aveva diminuito di 10 unità i membri delle tre commissioni. Un motivo valido, secondo il ministro, per rifarle da zero. Ma il Tar ha deciso diversamente. «La Corte ha giudicato incostituzionale la norma - spiega l’avvocato Valentina Stefutti, che ha patrocinato i ricorrenti - ma questo è addirittura un argomento secondario.
Semplicemente, ha riconosciuto che la commissione era la stessa. O veniva confermata o si spiegava la ragione per cui non si confermava ». Insomma, un passo azzardato. Che ora mette a rischio, almeno teorico, anche gli atti compiuti dalla nuova commissione. Solo per quello che riguarda la valutazione di impatto ambientale, un pacchetto di 44 opere tra cui la centrale a carbone di Porto Tolle e altri 11 impianti energetici, per un totale di oltre 5.000 megawatt (gli impianti nucleari previsti dal governo, per fare un paragone, dovrebbero produrne 4.000); dighe; autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi; elettrodotti; raffinerie; ampliamenti di porti e aeroporti.
E poi, il danno economico. Se il giudizio del Tar verrà confermato dal Consiglio di Stato (nel caso probabile in cui il ministero ricorresse), i membri dovranno essere reintegrati e pagati, oppure semplicemente pagati. La sola commissione Via costa circa 7 milioni di euro l’anno, di cui una parte consistente (quasi il 70%) va agli emolumenti dei commissari. È ipotizzabile un costo per l’erario di 3-4 milioni aggiuntivi. A meno che non venga riconosciuto - come è successo in altre cause sempre contro il ministero dell’Ambiente - anche il danno biologico. In quel caso è ipotizzabile addirittura un raddoppio della cifra. Chi lo pagherà? (Terra)
Leggi anche:
Tutto daccapo per la commissione Via-Vas (Villaggio globale)
Min. Ambiente, Tar dà ragione ad ex membri commissione tecnica (Reuters)
Prestigiacomo sconfessata. "Nuove nomine illegittime" (La Repubblica)
martedì 15 settembre 2009
Quella volta che il PD si accorse dell'ambiente... (speriamo che duri)
L'ampliamento della centrale causerà un aumento del 276% di CO2. Di seguito, una nota dell’assessore al bilancio, Michele Pelillo sull’ampliamento della centrale elettrica della raffineria Eni, a Taranto: “Taranto rischia di essere vittima di un nuovo scempio ambientale. Se da un lato la regione Puglia ha espresso il suo parere assolutamente sfavorevole all’ampliamento della centrale elettrica della raffineria Eni, citando numeri e dati ben precisi, dall'altro assistiamo allibiti alla firma da parte del Governo nazionale di una ennesima beffa per la città di Taranto. Inevitabile il conflitto politico e di coscienza con il ministro Prestigiacomo che, autorizzando la VIA per l'ampliamento della centrale elettrica dell'ENI, consentirà che in riva allo Jonio si producano anidride carbonica e monossido di carbonio in maniera massiccia e pericolosa per la salute. Si passerebbe infatti dalle attuali 87 tonnellate di CO a 456 tonnellate all’anno, mentre la produzione di CO2 arriverebbe addirittura a più di 1000.00 tonnellate all'anno. A questo possibile disastro ambientale noi continuiamo a dire il nostro secco no. Se nel 2007 i capi di governo europeo si erano dati come obiettivo la diminuzione della concentrazione della CO2 entro il 2012, la presenza di una nuova centrale elettrica andrebbe in senso opposto alle linee ambientali europee. Per assurdo Taranto violerebbe le direttive del protocollo di Kyoto, facendo un passo indietro nell’evoluzione della cultura ambientale mondiale. Dalle carte presentate agli uffici regionali, infatti, si evince chiaramente che con l’ampliamento della centrale elettrica si avrebbe un incremento del 276% della produzione di CO2. Come può un ministro della Repubblica -ed una madre- ignorare le quantità di veleni che sarebbero introdotte nell'atmosfera a seguito della sua autorizzazione? Con quanta superficialità è stata assunta questa scelta? Perchè non si è tenuto conto del parere sfavorevole della Regione? La politica non può rimanere inerme di fronte a queste evidenze. Se il 2009 sarà ricordato per l’applicazione della legge regionale contro la diossina non possiamo consentire che nel silenzio della burocrazia si consumi un delitto ambientale dalla portata catastrofica. È necessario mobilitare le coscienza, informare la popolazione, prendere misure cautelative per noi e per i nostri figli perché non possiamo cedere a un ricatto come quello proposto dall’Eni. Con l'autorizzazione del Governo nazionale la centrale Eni potrà produrre energia cinque volte superiore alle attuali prescrizioni; se da un lato è vero che utilizzerebbe come combustibile il gas naturale che è meno nocivo, dall’altro ci preoccupa sapere che verrebbe utilizzato un settore del vecchio impianto per una potenzialità di circa 47,3 Mwe. Nei giorni scorsi è stato più volte avvertito in varie zone della città un odore forte probabilmente proveniente proprio dalla raffineria ed è difficile passare dal primo tratto della statale 106 in uscita da Taranto senza essere colpiti dagli odori derivanti proprio dal medesimo stabilimento di proprietà dell’Eni. “Sarebbe il caso che gli Enti preposti al controllo spiegassero alla popolazione, e agli internauti che anche nella piazza virtuale di Facebook la notte scorsa si interrogavano sulla provenienza del puzzo insopportabile, quali le origini degli odori, quali gli elementi che li caratterizzano e che ne sono all’origine. È importante che si proceda con urgenza a rilevare tecnicamente la natura di questi odori che costringono sempre più spesso i tarantini a barricarsi nelle case per associare a questi una fonte ed eventualmente un colpevole. Non siamo giustizieri. Ma non abbasseremo la guardia sulle questioni ambientali e da ogni piazza continueremo a giustificare e a sostenere con i dati, con i numeri e con le evidenze scientificamente rilevanti le motivazioni del diniego alla richiesta di VIA per l’ampliamento della centrale Eni”. (notiziarioitaliano)
lunedì 14 settembre 2009
Altro che ridurre l'inquinamento... Bruciate industrie, bruciate!
(ASCA) - Roma, 14 set - Sono stati firmati dal Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo nove decreti VIA (Valutazione d'impatto ambientale) su opere strategiche per lo sviluppo economico e ambientale del nostro paese. I pareri positivi riguardano la realizzazione del primo impianto eolico offshore d'Italia, di fronte alla costa di Termoli (progetto proposto dalla Societa' Effeventi), i permessi per la ricerca di idrocarburi nel mare italiano finalizzati a valorizzare le risorse energetiche nazionali (progetto Northem Petrolium), la centrale termoelettrica di Brindisi Nord (Edipower), quella di Falconara (Api Nova Energia), la raffineria di Cremona (Raffinazione Tamoil) e la centrale termoelettrica di Taranto nella raffineria Eni (progetto Enipower).
L'entita' complessiva degli investimenti sara' pari a circa due miliardi e trecento milioni di euro. Il personale impiegato nelle opere di cantierizzazione potra' raggiungere le 3.000 unita', mentre l'incremento di organico per il funzionamento a regime sara' di oltre 300 unita'. I tempi dei lavori varieranno a seconda del tipo di intervento (fino a un massimo di 34 mesi).
Significativi, tra l'altro, i benefici ambientali che comportera' la centrale eolica offshore: sara' evitata l'emissione nell'atmosfera di circa 420.000 tonnellate di anidride carbonica, di 600 tonnellate di anidride solforosa, 800 di ossidi di azoto, 43 di polveri, risparmiando inoltre il consumo di circa 90.000 tonnellate equivalenti di petrolio.
venerdì 3 luglio 2009
Parte il porto?
giovedì 2 luglio 2009
Dicono dell'urea...

Ecco la chicca del "ministro" Prestigiacomo mentre pigia il "fantabottone della salute", applaudita da un vescovo chierichetto fedele!
E fortuna che credevamo che il populismo da "piccone risanatore" fosse roba del Ventennio del secolo scorso...
Corsi e ricorsi storici!
Taranto Ilva: Rassegna Urea

