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mercoledì 2 dicembre 2015

Acqua benedetta nel mare

L’intervento inaugurale, il giro in mare con gli altri vertici istituzionali, quelli del territorio. Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, ha inaugurato a Taranto la piastra logistica del porto. Con la benedizione dell’arcivescovo, anche.
delrio emiliano taranto

Una inaugurazione per certi versi un po’paradossale, visto che il porto, al momento, non si sa da chi sia gestito, dopo il disimpegno di Taranto container terminal. Intanto l’infrastruttura, nuova, c’è e ne seguiranno altre, in attesa della gestione. E dell’autorità portuale (“non è fondamentale sapere se sia una o siano due”, dice Delrio) il quale a una domanda sulle incertezze che circondano la cerimonia odierna, risponde: c’è un ritardo di decenni, stiamo lavorando per recuperarlo. Il porto di Taranto, centrale per importanza in Puglia, non è morto, è risuscitato e ora va abitato, è il pensiero del ministro.
Anche perché nessuno si sogni di vedere concretizzarsi, in quella piattaforma logistica, una cattedrale nel deserto. (Noinotizie)

Duello Bari-Taranto per l’autorità portuale della Puglia: il sindaco barese incontra il ministro che dà “ampia disponibilità”

Il governo ha scelto, una scelta preliminare e non ancora definitiva. Taranto autorità portuale unica per la Puglia. A Bari non l’hanno presa per niente bene e dal capoluogo regionale le iniziative si moltiplicano, l’ultima in ordine di tempo è proprio odierna.
Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha incontrato il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio. Il quale oggi a Taranto inaugura la piastra logistica. Secondo fonti baresi, il ministro ha garantito a Decaro “ampia disponibilità a valutare la specificità” dello scalo adriatico. La sponda ionica, dal canto suo, non vuole perdere l’occasione: Confindustria Taranto ha chiesto, nelle ultime ore, a Delrio, di “fare chiarezza”. (Noinotizie)

lunedì 30 novembre 2015

Parate di stato

Porto di Taranto, Delrio a Taranto per l’inaugurazione della piattaforma logistica

È probabile che ne faccia già cenno il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, nella sua visita al porto di Taranto per inaugurare la nuova piattaforma logistica la mattina del 2 dicembre, ma si va probabilmente verso un’utilizzazione plurima della banchina del molo polisettoriale dove, sino agli inizi dell’anno, ha operato col transhipment la società Taranto container terminal (Tct) messa poi in liquidazione dai suoi azionisti a giugno. In sostanza, non più un solo concessionario come accaduto con Tct, ma più operatori con funzioni diverse.
È questo l’orientamento che va prendendo corpo tra ministero delle Infrastrutture e trasporti e Autorità portuale di Taranto, che lancerà tra dicembre e gennaio l’avviso internazionale per la ricerca dei nuovi operatori, inizialmente previsto nelle scorse settimane ma poi slittato. In questo periodo, il ministero ha comunque continuato la sua attività di ricerca di soggetti in grado di subentrare a Tct, riavviare i traffici sulla banchina, dove sono in corso importanti lavori tra ampliamento e dragaggi per fondali più profondi, e rioccupare i 539 addetti della stessa Tct che, per cessata attività, da settembre scorso, e per un altro anno ancora, sono in cassa integrazione. (Inchiostroverde)

lunedì 5 ottobre 2015

Avanza un terminalista?

Porto Taranto, caccia al nuovo operatore terminal

Liquidata definitivamente la gestione di Tct, nel porto di Taranto si prepara la strada per l’arrivo di un nuovo terminalista. Questa settimana il commissario dell’Autorità portuale, Sergio Prete, sarà al ministero delle Infrastrutture e trasporti per impostare il bando ad evidenza pubblica con cui il terminal container andrà sul mercato. Un passaggio che non poteva essere fatto se prima Tct non raggiungeva con l’Authority l’accordo sulla chiusura del pregresso e riconsegnava la banchina da 1.200 metri e le aree di cui ha usufruito dal 2001. Cosa avvenuta solo qualche giorno fa. Il bando, da lanciare nel giro di un mese, dovrebbe far venire allo scoperto i gruppi potenzialmente interessati a prendere il terminal di Taranto, mentre da metà settembre i 539 addetti della stessa società sono per un altro anno in cassa integrazione (questa volta, però, per cessazione).
Tra gli aspetti che il bando dovrà chiarire, c’è quello legato alla conferma del transhipment, e quindi si riprenderà con un nuovo soggetto l’esperienza di Evergreen, oppure si approderà a soluzioni diverse, mettendo insieme più utilizzi dell’infrastruttura. A spingere per un terminal che non si concentri sul transhipment e valorizzi invece tutti gli asset di cui dispone il porto, a partire dalla logistica, è uno dei nuovi operatori: la società Taranto Logistica che da poco ha completato la piattaforma e i capannoni, prima infrastruttura di un pacchetto di cinque inserite in un project financing da 219 milioni di euro. «Taranto - spiega Jacopo Signorile, vice presidente di Taranto Logistica - ha fatto la scelta del transhipment molti anni fa, ma oggi in questo segmento ci sono altri Paesi che competono meglio di noi e quindi dobbiamo necessariamente cambiare rotta».
I punti di forza che il terminal di Taranto può offrire sono, nell'ordine, la dotazione infrastrutturale, tra banchina e area retroportuale, gli investimenti in corso tra ammodernamento della banchina, dragaggio dei fondali e altre opere, la piattaforma logistica - che è un altro progetto rispetto al terminal - e gli interventi delle ferrovie. Per questi ultimi, in particolare, entro fine 2015 saranno appaltati i collegamenti per la piastra logistica: 14,7 milioni di euro l’importo della gara. A breve, inoltre, annuncia Rete ferroviara italiana, sarà avviata la gara per l’adeguamento della stazione di Cagioni, il cui importo è di 10,7 milioni. Infine, a tutto questo si aggiunge che con tutta probabilità - come ha anticipato il ministro delle Infrastrutture e trasporti, Graziano Delrio, ai deputati Pd incontrati sulla riforma dei porti - Taranto sarà l’unica Autorità portuale di sistema in Puglia e assorbirà le altre tre della regione: Bari, Brindisi e Manfredonia (quest'ultima, difatto, mai decollata). Una scelta diversa, unica Authority e a Taranto, rispetto all'ipotesi in piedi sino a pochi giorni fa - due Authority: Taranto e Bari - e che confermerebbe anche l’importanza attribuita dal Governo alla realtà tarantina. (Sole24h)

martedì 1 settembre 2015

No pilippini. Ahi ahi ahi!!!

La Ictsi rinuncia al terminal container di Taranto

La società terminalistica delle Filippine ha annunciato che non è è più interessata a rilevare la gestione del Taranto Container Terminal. Nel pomeriggio del 1° settembre 2015 si svolgerà incontro al ministero del Lavoro.
Non arriverà dalle Filippine la salvezza del terminal container di Taranto, attualmente fermo e senza gestore, dopo che i soci del Taranto Terminal Container (ossia Hutchison, Evergreen e Gruppo Maneschi) hanno annunciato la liquidazione della società e l'Autorità Portuale gli ha revocato la concessione. Nelle scorse settimane era emerso l'interesse della Ictsi, ma in un'intervista rilasciata a Milano Finanza, il vicepresidente della società filippina, Hans-Ole Madsen, ha dichiarato che il suo gruppo non è più interessato allo scalo pugliese.
I motivi di tale decisione sono due. Il primo è l'incertezza sul futuro dello scalo, a causa dei ritardi e della mancanza di una chiara programmazione da parte delle Autorità italiane. Il secondo è che Ictsi ha abbandonato il transhipment e finora la vocazione di Taranto resta quella di trasbordo di container nave-nave, almeno fino a quando non saranno realizzati i progetti della piattaforma logistica, i cui tempi sono ancora indefiniti.
Intanto si cerca di uscire dall'impasse causata dalla chiusura del terminal. Oggi pomeriggio si svolgerà al ministero del Lavoro un incontro per stabilire il futuro dei 540 dipendenti del TCT, che alla scadenza della cassa integrazione rischiano la mobilità. Resta aperta la ricerca di un nuovo gestore del terminal, che comunque nei prossimi mesi non potrà operare perché interessato dai lavori di potenziamento. (Trasportoeuropa)

sabato 25 luglio 2015

Svuotacontainer

Porto Taranto, i 540 di Tct verso la Cig per cessazione attività

Ministero del Lavoro e Autorità portuale di Taranto lavorano ad una soluzione per tutelare i 540 addetti di Taranto container terminal. Molto probabilmente sarà la cassa integrazione per cessata attività con durata un anno. Il 12 giugno la società è stata messa in liquidazione dagli azionisti (Hutchinson, Evergreen e gruppo Maneschi) e ai lavoratori, alla scadenza del 28 maggio, non è stata più rinnovata la cassa integrazione. Il personale è stato collocato in mobilità e i 75 giorni previsti dalla procedura terminano ai primi di settembre. Adesso, quindi, si sta vagliando l'utilizzo della cassa integrazione per cessazione coinvolgendo Tct. In parallelo, l’Authority sta portando avanti il confronto con i tre liquidatori di Tct per chiudere senza contenziosi la parte relativa alla presenza della società a Taranto.
Per quanto riguarda l’ingresso di nuovi operatori nel terminal container, presidenza del Consiglio e Authority «hanno in corso una serie di contatti – spiega il commissario dell’Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete – ma non siamo ancora in una fase di definizione, nè ci arriveremo alla scadenza dei 75 giorni che precedono la mobilità a tutti gli effetti e la risoluzione dei rapporti di lavoro del personale Tct. Ci vuole più tempo per giungere al nuovo investitore. Ecco perchè ci serve un altro anno di cassa integrazione e concludere l’intesa con i liquidatori di Tct». «Sin quando c’è ancora una presenza di Tct e il terminal container non è definitivamente libero, difficile – osserva Prete – che le trattative con un nuovo soggetto possano avviarsi alla dirittura finale. I contatti, però, ci sono e cercheremo di intensificarli».
Il futuro dell’infrastruttura sarà comunque nell’attività container e non ci saranno cambiamenti. Viene infatti ritenuta di scarsa fattibilità l’ipotesi di una riconversione – affidata al gruppo Maneschi, uno degli azionisti di Tct – che prevede che si faccia movimentazione di rinfuse e di cemento. «La produzione del cemento – si osserva – è in crisi e a Taranto lo stabilimento Cementir è colpito da un pesante ridimensionamento. Non ci sono quindi i margini perchè quest’attività possa dare sviluppo al porto». Inoltre, passare dai container ad altre tipologie di merci presupporrebbe anche delle variazioni urbanistiche.
Lunedì scorso, intanto, avviando l’operatività del Tavolo istituzionale Taranto, con diversi ministeri, Regione Puglia ed enti locali, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, ha riconfermato come il rilancio del porto sia una delle priorità individuate dal Governo. Priorità alla quale andranno parte dei 600 milioni già stanziati o previsti e che nei prossimi mesi il Contratto istituzionale di sviluppo dovrà meglio finalizzare accelerandone la spesa. (Sole24h)

mercoledì 1 luglio 2015

Svendite di luglio

Taranto, Tct è fuori per il terminal container si cercano armatori 

Il Comitato portuale di Taranto ha deliberato la decadenza della concessione demaniale del terminal container alla Tct, società di cui sono azionisti Hutchinson ed Evergreen, che ha dichiarato il 12 giugno scorso la messa in liquidazione della società e il successivo avvio della procedura di mobilità dei 540 dipendenti per i quali lo scorso 28 maggio è terminata la cassa integrazione.
Sentito il parere della Commissione Consultiva, è stata così deliberata la revoca della autorizzazione e dell’atto concessorio del terminal, che la Tct ha gestito dal 2001, data in cui l’infrastruttura è entrata in funzione, sino ad oggi. Il governo ora farà 'scouting' per trovare degli armatori pronti a presentare una manifestazione di interesse e creare una newco. (GdM)

mercoledì 17 giugno 2015

Non sai che fare? Spara una Newco!

Porto Taranto, Governo pensa a newco con Fs logistica e operatore terminalista

Ora che il capitolo di Taranto container terminal è definitivamente chiuso, con gli azionisti che il 12 giugno hanno messo in liquidazione la società che gestiva in concessione l'infrastruttura portuale e ieri avviato la mobilità per i 540 addetti, Governo e Autorità portuale lanciano un'attività di scouting per verificare i nuovi operatori disponibili a subentrare a Tct che dal 2001 sino ad oggi è stata nel porto di Taranto. Da ora in poi, quindi, i contatti in corso saranno intensificati al fine di giungere ad una soluzione che da un lato rimetta sul mercato il terminal container di Taranto, senza più traffico da molti mesi, e dall'altro tuteli i 540 operatori che, finita la cassa integrazione lo scorso 28 maggio, sino all'altro ieri erano in ferie e adesso sono in mobilità.
Lo annuncia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, che oggi pomeriggio ha presieduto a Palazzo Chigi un nuovo vertice con ministero del Lavoro (c'era il sottosegretario Teresa Bellanova), sindacati, Authority e Comune di Taranto. La traccia che si vuole approfondire è quella di una newco in cui mettere insieme Fs Logistica e un terminalista importante. Da rilevare che tempo addietro alcune compagnie, tra cui Msc, si erano già affacciate al terminal container di Taranto. Ora si tratta di vedere se quest'interesse può tramutarsi in un progetto di intervento vero. De Vincenti in proposito annuncia che il presidente dell'Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete, ha già prospettato al ministro delle Infrastrutture e trasporti, Graziano Delrio - che oggi al vertice non c'era - “una serie di indicazioni riguardo la logistica del porto di Taranto. L'obiettivo è attrarre investitori della logistica all'interno del piano nazionale”.
Per De Vincenti, “la newco dovrebbe presentare un piano industriale indicando le attività che porta su Taranto, i ritmi di assorbimento dei lavoratori e gli investimenti che dovranno andare in parallelo con il piano infrastrutturale” che sta interessando il terminal tra adeguamento della banchina e dragaggio dei fondali e il porto più in generale con la piattaforma logistica. “Dobbiamo verificare nei prossimi giorni se e come riusciamo a costruire la newco e come questa - aggiunge il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - diviene titolare della concessione del terminal. Oggi non possiamo dare certezze perché fin quando non c'è nero su bianco non sarebbe corretto. Ma entro i 75 giorni speriamo di arrivare a dare risposte ai lavoratori”. I 75 giorni sono infatti quelli che prevede la procedura prima che la mobilità e quindi il licenziamento dei 540 lavoratori sia effettivo.
“Avendo a disposizione 1.500 metri di banchina, verifichiamo se è possibile far arrivare nuovi traffici nel momento in cui Tct non avrà più la concessione del terminal” suggerisce infine Daniela Fumarola, segretario Cisl Taranto, mentre il sottosegretario al Lavoro, Bellanova, propone di verificare la possibilità di un bando in attesa di un nuovo concessionario. (Sole24h)

venerdì 12 giugno 2015

Bye bye..

Porto di Taranto, Tct lascia e mette in liquidazione la società del terminal

Gli azionisti di Taranto container terminal (Tct) hanno deciso di mettere in liquidazione la società che gestisce in concessione l'infrastruttura portuale. La decisione era nell'aria già da diversi giorni ed è stata formalizzata oggi da Hutchinson, Evergreen e gruppo Maneschi che, con quote nell’ordine del 50, 40 e 10%, controllano la società.
Benché i rappresentanti di Tct l’11 maggio scorso avessero siglato a Palazzo Chigi un preaccordo col Governo col quale si impegnavano a far tornare dal 2017 il traffico container a Taranto, ad accettare il cronoprogramma dei lavori di adeguamento e a prorogare per un altro anno la cassa integrazione ai 540 addetti del terminal, il testo concordato tra presidenza del Consiglio, ministeri delle Infrastrutture e Lavoro, Autorità portuale e Comune di Taranto, è difatto rimasto sulla carta. La preintesa era infatti vincolata al via libera degli organi societari di Tct che non è mai arrivato: nè cda, nè assemblea dei soci. In sostanza, Tct ha deciso di sfilarsi dal terminal dopo quasi 14 anni di gestione. Le prime navi container arrivarono infatti nel 2001.
L’abbandono ha diverse motivazioni. Anzitutto, i contrasti tra gli azionisti, divisi sull’opportunità di restare ancora a Taranto. Eppoi i ritardi che, per il terminalista, hanno marcatamente segnato tutta la fase dei lavori di adeguamento dell’infrastruttura. Negli ultimi mesi, infatti, Tct ha ripetutamente sottolineato come soltanto all’inizio di quest’anno siano partite le opere attese da tempo: miglioramento della banchina e dragaggi per avere fondali più profondi. L’accordo che prevede questi interventi è di giugno 2012, ma Tct afferma che la necessità dei lavori era stata prospettata già molto tempo prima. Stando alla vecchia intesa, le opere si sarebbero dovute concludere nel 2014, scadenza invece saltata, e ora il nuovo cronoprogramma sul quale si stava trattando prevedeva le prime ultimazioni per fine primavera-inizio estate del 2016.
Nel frattempo, già da fine 2014, Evergreen aveva già tolto il porto dall’approdo delle navi container e Tct chiuso il terminal all’operatività. Due stop che hanno ridotto a zero il movimento container a Taranto. Con l’uscita di scena di Tct, si aprono subito due problemi che Palazzo Chigi ha già ben presenti: la tutela dei 540 lavoratori, che dal 28 maggio sono in ferie essendo scaduta la cassa integrazione, e l'individuazione di un nuovo operatore per Taranto. Prefigurando quello che sarebbe accaduto oggi, nell’incontro del 3 giugno il Governo ha già detto ai sindacati e agli enti locali che i lavoratori di Tct non saranno abbandonati e l’asset del porto sarà rilanciato. Un nuovo vertice è in calendario per il 17 giugno. Per il personale potrebbe esserci il ricorso alla mobilità con l’intento di sfruttare i primi 75 giorni della procedura per stringere con uno o più operatori. A Tct, infatti, la concessione sarà ora ritirata. (Sole24h)

mercoledì 3 giugno 2015

Liquefazione?

Governo su Terminal container Taranto: possibile liquidazione di Tct, prepariamo alternative

«Ci stiamo confrontando con Taranto container terminal sulle nuove prospettive che avrà il porto di Taranto una volta che gli investimenti infrastrutturali e la piastra logistica saranno completati, ma prende sempre più piede un atteggiamento di disimpegno della società». Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, ha introdotto stasera a Palazzo Chigi il nuovo vertice - il terzo in un poco più di un mese - sulla crisi del terminal container di Taranto, presenti il ministro delle Infrastrutture e trasporti, Graziano Delrio, il sottosegretario al Lavoro, Teresa Bellanova, il Mise, il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, il presidente dell'Autorità portuale, Sergio Prete, e i sindacati.
La situazione è delicata: dal 28 maggio i 540 addetti al terminal sono in ferie forzate perchè la cassa integrazione è scaduta e non è stata ancora rinnovata. Inoltre dalla società Tct - partecipata da Hutchinson, Evergreen e gruppo Maneschi - non sono giunti segnali nè sulla volontà di restare nel porto di Taranto, nè di accettare la pre-intesa siglata alla presidenza del Consiglio lo scorso 11 maggio.

«Dobbiamo prepararci a soluzioni alternative - dice De Vincenti -, in particolare il passaggio chiave è quello della concessione. Se Tct confermerà il pre-accordo del 18 maggio bene. Diversamente, se ufficializzeranno l'abbandono, la concessione dell'infrastruttura verrà ritirata e tornerà al Governo e all'Autorità portuale. Che intendono - aggiunge De Vincenti - utilizzare al meglio l'asset del porto di Taranto. Non sarà facile ma il posizionamento di Taranto e la logistica sono favorevoli per qualsiasi imprenditore. Facendo leva sulla concessione, si possono aprire fasi nuove. Verificherò nei prossimi giorni perchè non siamo disposti a perdere quest'occasione».

«Sembra vicina la liquidazione della società Taranto container terminal - annuncia il ministro Delrio -. Il Governo punta a dare un percorso ai lavoratori e cercare un nuovo operatore che possa al meglio utilizzare le opportunità. Per vari motivi, Tct ormai non ci crede più. Il Governo ha messo a disposizione tutto di Tct, ma loro poi hanno scelto altro. Non vanno sprecati gli investimenti fatti, gli operatori devono cominciare a fare qualcosa, e bisogna mantenere un clima sociale tranquillo perchè dobbiamo costruire delle soluzioni».

«Chiediamo chiarezza da Tct essendo titolare della concessione ma allo stesso tempo diciamo che forse è tempo di aprire anche ad altri avendo la disponibilità di una banchina così lunga e con un pescaggio adeguato» sottolinea Daniela Fumarola, segretario Cisl Taranto. «Ora la priorità è mettere i lavoratori in sicurezza con una prospettiva - aggiunge Giancarlo Turi, segretario Uil Taranto -. Bisogna governare l'emergenza e trovare una soluzione che rassereni gli animi per non arrivare ad una situazione sociale ingovernabile». (sole24h)

giovedì 28 maggio 2015

Ri-Porto?

Porto, il giorno della verità. Vertice a Tct sul “piano Taranto”: col fiato sospeso 550 lavoratori 

L’ok al pre-accordo siglato a Roma a Palazzo Chigi potrebbe arrivare nel primo pomeriggio di oggi. Non si è tenuta ieri l’assemblea dei soci della Taranto Container Terminal, indetta in prima convocazione. Oggi dovrebbe essere la chiamata decisiva, con la seconda convocazione degli azionisti. E si dovrebbe conoscere quindi, in via definitiva, la volontà di chi regge le sorti della società terminalista del molo polisettoriale di Taranto. La pre-intesa è stata siglata l'11 maggio a Palazzo Chigi nel corso di un incontro in aggiornamento all’accordo sul traffico containerizzato nello scalo jonico. Azionisti di Tct sono le compagnie multinazionali Hutchinson (col 50% del pacchetto azionario), Evergreen (col 40%) e il gruppo Maneschi che detiene il 10%.
In attesa di questa importante riunione a Taranto la tensione sale. Alle stelle fra gli oltre 550 dipendenti diretti della società portuale che aspettano con ansia di conoscere le determinazioni della loro proprietà sul futuro impegno a Taranto. Inoltre, all’approvazione del piano proposto dal Governo ai privati, è legata anche la concessione in proroga della cassa integrazione straordinaria, a zero ore e per un altro anno, dei lavoratori Tct. Nonostante le rassicurazioni che sono arrivate dal ministero del lavoro (anche per il tramite del sottosegretario Teresa Bellanova, brindisina, che ha partecipato all’ultimo vertice romano, gli ammortizzatori coprono i lavoratori soltanto per questa settimana. Quello in partenza da giugno sarebbe l’ultimo rinnovo. Anche se il presidente dell’Authority, Sergio Prete, aveva lasciato aperto qualche spiraglio: «Dovrebbe essere l’ultimo anno di cassa anche se si è compreso che esistono altri strumenti. Detto questo, noi faremo in modo che sia l’ultimo anno perché vogliamo che non ce ne sia più bisogno», aveva detto recentemente.
Ecco perché il vertice tra gli azionisti è un punto di snodo importante. Se l’accordo raggiunto nei giorni scorsi è stato già ratificato e sottoscritto dalla parte pubblica (l’ok è già arrivato dal sindaco Ippazio Stefàno e dal presidente dell’Autorità portuale Prete) altrettanto dovrà fare quella privata. La società, nonostante i ritardi nella consegna delle infrastrutture portuali, deve impegnarsi a fare tornare le linee transoceaniche a Taranto a conclusione delle opere al porto. Inoltre deve confermare gli investimenti che riguardano la manutenzione degli impianti, il revamping delle gru su tutti. Il traffico dei container, in base a questo pre-accordo, dovrebbe tornare nello scalo jonico a partire dal 2017. Fino a quella data nemmeno le navi piccole di collegamento con il Pireo, dove le linee erano state trasferite, perché il servizio feeder è stato creato dal porto di Bari.
E dunque le movimentazioni a Taranto sono ormai ferme. Pari a zero. Nel 2011 il porto tarantino movimentava 604 mila teus (l’unità di misura dei container), nel 2012 il crollo a 263mila, nel 2013 a 197mila, nel 2014 a 148mila. Anche a regime, a conclusione delle opere portuali dal terminal container non si prevede uno sviluppo superiore al milione e mezzo di teus. Nell’attesa però c’è un lungo purgatorio. E non si sa se mai si vedrà la luce in fondo a questo percorso. (Quot)

martedì 26 maggio 2015

Gireranno le pale!

Parco eolico ‘near shore’ di Taranto: i lavori sono iniziati

Sono partiti i lavori del parco eolico ‘near shore’ di Taranto: l’unico impianto di questo tipo autorizzato in Italia. A darne conferma l’ingegner Luigi Severini, progettista e direttore dei lavori. Probabilmente in pochi ricordano l’esistenza di questo progetto. Anche perché a differenza dell’Ilva o del progetto Tempa Rossa dell’Eni, non consente visibilità locale e nazionale: e quindi non importa a quella società civile che da sempre si dice impegnata nel “difendere” l’ambiente di Taranto e soprattutto che da anni “lavora” per progettare una città diversa. Un silenzio tombale ha avvolto questo progetto: se non fosse per un ricorso del comitato cittadino “Taranto Futura” e per qualche scarno e breve comunicato di qualche associazione nei giorni seguenti all’autorizzazione.
Il 10 febbraio del 2014, il ministero delle Infrastrutture dette il via libera definitivo alla realizzazione del parco eolico “near shore” che sorgerà nella rada del Mar Grande di Taranto. L’autorizzazione unica prevista dall’art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 per una centrale eolica offshore, rilasciata dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti dopo l’ok del ministero dello Sviluppo Economico e del ministero dell’Ambiente, dopo la conferenza dei servizi alla quale parteciparono tutte le amministrazioni interessate, arrivò in realtà il 27 giugno del 2013 da parte del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, con tanto di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 13 luglio. L’ultimo “ostacolo” per la realizzazione dell’opera, se di ostacolo vogliamo parlare, è il pronunciamento del Consiglio di Stato il prossimo 18 giugno sull’appello presentato dal Comune di Taranto dopo che l’amministrazione si vide respingere dal Tar di Lecce (il 19 febbraio del 2014) il ricorso presentato nell’ottobre 2013 nel quale chiedeva l’annullamento, con sospensiva, del provvedimento del giugno 2013 con cui venne dato l’ok al progetto da parte del ministero dei Trasporti: il ricorso fu giudicato infondato in tutti i punti.
Sconfitta abbondantemente preannunciata, e che certamente si riproporrà il prossimo 18 giugno al Consiglio di Stato, non solo perché in questo settore il parere di un’amministrazione comunale non ha valore vincolante per legge, ma soprattutto perché la delibera n. 30 che fu inviata al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nell’aprile del 2013, era priva del necessario supporto motivazionale e quindi inammissibile. Del resto, nel testo di quell’atto vi era scritto semplicemente che il Consiglio comunale “esprime parere contrario” alla realizzazione del parco eolico nella rada di Mar Grande (molto simile a quanto sin qui avvenuto con il progetto Tempa Rossa dell’Eni). Questo partorì il Consiglio Comunale del 5 aprile 2013. Del resto, al di là della mera presa di posizione del Consiglio comunale e del ricorso al Tar di Lecce, l’iter burocratico ed operativo per la realizzazione dell’opera è sempre andato avanti senza grandi intoppi.
Il 9 aprile 2013 l’Azienda sanitaria locale di Taranto comunicava il proprio parere positivo con prescrizioni e lo stesso giorno ARPA Puglia prendeva atto della compatibilità e comunicava il suo intervento in un tempo successivo alla costruzione; il 4 giugno 2013 l’Autorità di bacino della Puglia esprimeva parere favorevole con prescrizioni, mentre dieci giorni dopo, il 14 giugno, la società Terna rilasciava il benestare al progetto delle opere di connessione alla Rete elettrica di trasmissione nazionale. Inoltre è bene ricordare che la Provincia di Taranto, competente in materia di rilascio di autorizzazione per “l’immersione in mare di materiale derivante da attività di escavo e attività di posa in mare di cavi e condotte” (secondo quanto previsto dall’art. 109 del Codice dell’Ambiente in base all’art. 8 della legge regionale n. 17 del 14 giugno 2007), non ha rilasciato “espressamente tale autorizzazione né espresso il suo dissenso”; per questo motivo il ministero dell’Ambiente, pur non ritenendo ammissibile in materia ambientale la regola del “silenzio-assenso”, il 3 giugno 2013 comunicò alla Provincia le modalità di rilascio dell’autorizzazione concessa alla Beleolico srl (la società detentrice del progetto), pur sostenendo in Conferenza dei Servizi che “l’autorizzazione alla realizzazione del parco eolico sia subordinata all’autorizzazione della Provincia o che comunque detta autorizzazione avvenga prima dell’inizio dei lavori”.
Questi ultimi provvedimenti consentirono l’ok del 27 giugno 2013 (precedentemente, il 13 dicembre 2012, presso gli uffici della Capitaneria di Porto di Taranto, si svolse l’importante conferenza dei servizi conclusiva al fine di rilasciare la concessione demaniale marittima per la realizzazione del progetto, iter conclusosi il 10 gennaio 2013). Dal giorno dopo infatti, la società Beleolico srl (che il 31 agosto 2012 ricevette dalla Societ Energy S.p.A. il ramo d’azienda avente ad oggetto la realizzazione del parco eolico che la stessa presentò l’8 luglio del 2008), dette il via operativo al progetto. Secondo le ultime informazioni in nostro possesso, l’amministratore unico della Societ Energy risulta essere Benito Papadia, socio di Giovanni Colomba (entrambi gestori dell’Histò San Pietro sul Mar Piccolo). La Beleolico, che vede all’interno del Cda proprio Giovanni Colomba, ha come amministratore Gianluca Colomba e come ad il francese Levy Jacques Edouard Jean. Proprietarie della Beleolico risultano essere due società: l’impresa Del Fiume Spa (con sede sempre a San Giorgio) e la Belenergia Spa che ha sede in Lussemburgo. Nei mesi scorsi sono stati effettuati carotaggi e caratterizzazioni, firmati contratti di fornitura anche con la Vestas per gli aerogeneratori, acquistati certificati di borsa di energia elettrica.
Ricordiamo che la realizzazione del parco avverrà nella rada esterna del porto di Taranto e sarà costituito da 10 aerogeneratori, ognuno di tre megawatt di potenza, capace di generare trenta megawatt di energia. Saranno disposti in due zone distinte: sei turbine esterne alla diga foranea e quattro esterne al molo polisettoriale (le zone prospicienti al Terminal Container e al V sporgente). Le torri, alte circa 110 metri, convoglieranno l’energia prodotta direttamente alla rete nazionale attraverso un cavo sottomarino lungo due chilometri. I 30 megawatt di energia saranno sufficienti a rendere il porto di Taranto autonomo e indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico. L’opera, chiamata tecnicamente “near shore”, occuperà una porzione d’area che non ricade nel sito di interesse nazionale né interessa direttamente aree SIC (interesse comunitario) o ZPS (zone protezione speciale). Il parco nascerà in uno specchio d’acqua distante 100 metri dalla costa e 7 chilometri dalla città di Taranto. L’investimento complessivo dell’opera è stato stimato in 63 milioni di euro.
Su queste colonne abbiamo sempre espresso dissenso verso quest’opera, la cui realizzazione denunciammo inascoltati nell’agosto del 2012, in piena bufera Ilva, dopo che il 24 luglio 2012 il ministero dell’Ambiente pubblicò sul suo sito ufficiale il decreto con i pareri delle commissioni VIA e VAS, che davano il loro ok definitivo al progetto definito “di pubblica utilità”. Perché non crediamo che l’alternativa alla grande industria possa essere un parco eolico in mezzo al mare. Per non parlare dei danni che subiranno da un lato i delfini presenti in gran numero in quella zona di mare (non a caso sono diverse le prescrizioni in merito) ed i volatili che spesso a causa delle pale eoliche perdono del tutto il senso dell’orientamento. Ancora una volta dunque, questa città subirà uno sfregio alla sua bellezza ed alla sua storia. Infangata dall’inettitudine di un’intera classe politica, divorata dai famelici interessi economici dei soliti noti, trascurata dalla superficialità e dal disinteresse della gran parte della cittadinanza.
Altrove, per esempio a Manfredonia, una ventina di associazioni diverse (Fidas Zapponeta, Lipu Foggia, Italia Nostra, Impegno Comune Manfredonia, Città Dinamica, F.A.I. Fondo Ambiente Italiano, Centro Studi Naturalistici-Onlus, A.S.D. Delfino Manfredonia, Rifiuti Zero, Associazione Altura, Associazione AICO, ACLI di Foggia), ed altre che si aggiunsero successivamente, proprio nel febbraio del 2014, mentre il parco eolico ‘near shore’ di Taranto otteneva l’ok definitivo, vincevano la loro battaglia costringendo il Consiglio dei Ministri a sospendere in via definitiva l’iter del progetto dell’opera (sul qual pendeva la procedure di VIA al ministero dell’Ambiente e l’autorizzazione del ministero delle Infrastrutture). A dimostrazione che uniti si può. A Taranto, invece, siamo ancora una volta costretti ad usare il passato: “uniti si poteva”. Auguri.
Gianmario Leone

mercoledì 22 aprile 2015

Il dramma mediatico per addolcire la cronaca al lettore

L'Ilva e la paura di Taranto: 
i soldi non bastano

Dentro un pensionato Ilva sorseggia un caffè circondato da foto e bandiere del Taranto Calcio, che domenica 12 aprile ha battuto il Potenza nella sfida al vertice del campionato di serie D. Fuori, in cortile, tre giovani si affaccendano intorno al generatore che servirà per dare energia alle casse del Primo Maggio, il mega-evento che dal 2013 raduna decine di migliaia di persone nel parco archeologico di Taranto. Il concertone - che quest’anno vedrà sul palco per la prima volta i Marlene Kuntz e Nina Zilli - è organizzato dal Ccllp, il “Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti” della città jonica, che con i supporter della squadra rossoblù condivide i locali di un edificio nel quartiere Solito-Corvisea. Il Ccllp è la più nota delle associazioni locali schierate sul fronte anti-Ilva. E il suo portavoce, Cataldo Ranieri, operaio della fabbrica, riassume così il pensiero dei compagni: «Se cade Taranto cade l’Italia. Questa città s’è immolata per la nazione e ha ricevuto zero».
L’Ilva e il suo indotto valevano, quando l’impianto siderurgico marciava a regime, il 70 per cento del Pil provinciale. La fabbrica ha segnato la storia della città e seguita a farlo, anche se gli oltre 20 mila addetti del 1980 sono scesi sotto le 12 mila unità. L’Ilva è la più rischiosa delle scommesse di Matteo Renzi: il premier ha promesso che la farà ripartire e che il Mezzogiorno non perderà uno dei suoi ultimi baluardi industriali. Ma il futuro è appeso a un filo.
Come a Taranto sanno benissimo: essere dipendenti Ilva - traguardo ambito da quasi tutti, per lunghi anni - non basta nemmeno per farsi concedere un piccolo prestito. Alessio, 33 anni, fa il macchinista nell’impianto dal 2004. Lo incontriamo a Talsano, quartiere dormitorio a una decina di chilometri dalla fabbrica. Di fronte all’ufficio dell’Usb (il sindacato che ha scavalcato a sinistra la Fiom e l’ha scalzata dal terzo posto per numero di voti in fabbrica) un gruppetto di ragazzi tira calci al pallone e fuma sigarette rollate a mano. Alessio, sposato e padre di un figlio, racconta: «Nel 2011 ho comprato un appartamento a San Vito, in riva al mare. La banca mi ha dato il mutuo senza problemi. L’anno scorso ho chiesto 3.500 euro per un’auto usata e mi hanno detto che avevo bisogno di un garante». La porta in faccia se l’è beccata pure un dirigente del gruppo. Mentre viaggiamo su un pullmino all’interno dello stabilimento, affiancati al treno della laminazione, con la bramma incandescente che scivola sui rulli del trasportatore, il manager racconta che pochi mesi fa voleva un mutuo per comprar casa ma gli hanno risposto picche: la banca era «preoccupata del futuro della fabbrica». Il prestito alla fine l’ha avuto la moglie: il suo impiego nel settore pubblico è stato considerato più sicuro.
I CINESI FUGGONO DAL PORTO
Ilva, raffineria Eni, porto e cementificio del gruppo Caltagirone. Erano le quattro ruote della macchina industriale tarantina, una delle più ricche del Sud. Ora, a parte la raffineria, le altre hanno le gomme a terra. E fanno sbandare tutto. «La città ha preso atto della crisi quando ha visto i negozi chiudere a raffica. È sempre più facile incontrare per strada gli accattoni, che non c’erano mai stati», dice Vincenzo Cesareo, presidente della locale Confindustria. E Mario, sorridente caposala della Trattoria del Pescatore di piazza Fontana, a due passi dal ponte girevole che collega la città vecchia con la parte moderna, rimpiange il tempo che fu. «Dirigenti, impiegati, fornitori, camionisti: i ristoranti della zona erano belli pieni quando c’era tutto quel via vai. Adesso tanti sono spariti».
Fuori gironzola un gran numero di cani randagi, mentre un uomo chiede «qualcosa per guardare la macchina». Non è l’unico, a saltar fuori da un angolo quando vede avvicinarsi qualcuno. Il centro storico nasconde rovine greche che farebbero gola ai turisti di mezzo mondo, ma è il degrado a balzare agli occhi. Saracinesche abbassate in pieno pomeriggio si notano pure nella centralissima via Di Palma, prosecuzione di via D’Aquino, l’elegante strada dello struscio. Da quando nel 2012 il tribunale cittadino ha imposto il sequestro degli impianti Ilva, tutto è cambiato. La fabbrica ha sempre continuato a produrre e gli stipendi sono stati pagati. Ma un terzo dei dipendenti sta a casa a turno e nell’indotto hanno perso il posto in migliaia. Molti fornitori sono falliti. In zona l’Ilva ha debiti per 200 milioni, su un totale di 1,5 miliardi: tanta roba, per un’azienda che dice di perdere 20 milioni al mese.
Anche al porto la preoccupazione è palpabile. «I lavori per rifare la banchina, dragare il fondale, la diga foranea e bonificare il terminal sono previsti da anni. I soldi sono stati stanziati ma tutto s’inceppa per contenziosi e ricorsi al Tar. I miei manager, che non parlano italiano, sono isterici: ogni volta che li incontro, mi dicono «What a fucking country is this?”, e hanno ragione», dice Carmelo Sasso, segretario della Uil Trasporti e dipendente di Tct, Taranto Container Terminal, di proprietà dei cinesi di Hutchison Whampoa e dei taiwanesi di Evergreen. La società ha spostato tutta l’attività al Pireo, in Grecia, e i 547 lavoratori sono in cassa integrazione a zero ore. Piero Prete è uno di questi. Tira avanti da tre anni con 745 euro, con moglie e due figli da mantenere: «Ho la casa di proprietà ma tra Tasi, Imu e altre spese non riesco ad arrivare a fine mese. Vado avanti grazie all’aiuto dei genitori. Spero che il ministro Delrio riesca a convincere Tct a restare qui, anche perché lo sviluppo del porto può essere un’alternativa». Ha pensato a emigrare, Prete: «Ma ho 40 anni, chi mi assume, con la terza media?».
«FACCIAMONE UN MUSEO»
Anche sull’Ilva, in città, il dibattito è tutto concentrato su cosa fare adesso. Di mezzo c’è la salute dei cittadini. Lo ha certificato più volte anche l’istituto superiore di sanità, secondo cui nella città dei due mari è molto più facile ammalarsi rispetto al resto d’italia. Basti dire che, nell’ultimo rapporto pubblicato a luglio, la mortalità infantile è maggiore del 21 per cento rispetto alla media regionale. Il comitato lavoratori liberi e pensanti teorizza una soluzione radicale: chiudere tutto, bonificare il sito e riconvertire l’economia puntando su turismo, agricoltura e sul porto. La pensa così anche la candidata del movimento 5 stelle alla presidenza della regione puglia, antonella laricchia, studentessa d’architettura fuori corso, che il 31 maggio sfiderà il litigioso centrodestra e la corazzata di michele emiliano del pd, ex magistrato e già sindaco di bari. Laricchia ha un’idea spiazzante per il dopo ilva: «su quell’enorme terreno, dopo la bonifica, si potrebbe fare un museo. La gente potrebbe visitarlo come fa per gli ex campi di concentramento nazisti, per rendersi conto dei disastri dell’industrializzazione selvaggia»
In via Bettolo, nella sede dei tre storici sindacati metalmeccanici, non la pensano così. Al primo piano c’è la Fim. Per il segretario Mimmo Panarelli, «il terremoto è alle spalle, dopo aver perso tempo per un anno ora confidiamo che i nuovi commissari facciano sul serio, rilanciando una società che sul mercato ha perso terreno. E comunque l’amministrazione straordinaria deve essere di breve durata». Panarelli considera ineludibile l’adempimento di tutte le prescrizioni ambientali e srotola con un certo entusiasmo una piantina con il rendering dei due grandi capannoni che copriranno i parchi minerali. «Per noi sono l’opera più importante, per far capire anche agli sfortunati abitanti di Tamburi che si sta voltando pagina sul serio». Il segretario Fim crede che la stragrande maggioranza dei cittadini «non voglia affatto chiudere l’Ilva, come ha dimostrato il referendum del 2013, quando andò a votare il 19 per cento degli aventi diritto, e solo il 9 per cento nel rione Tamburi, il più colpito dall’inquinamento».
Sull’atteggiamento dei tarantini è più crudo Antonio Talò, che al terzo piano dello stesso palazzotto guida la Uilm, l’organizzazione che ha vinto le elezioni del 2013 per la Rsu: «Sa che dicono in città? Glielo dico in dialetto: “Che me ne futte a me”? C’è distacco. La borghesia se ne sta a casa, la Confindustria non è mai stata all’altezza e la politica è rimasta in un angolo senza prendersi responsabilità». Talò non è ottimista: «Siamo nel periodo peggiore dell’Ilva, servono tanti soldi per far tornare in carreggiata la società e ho forti dubbi sui nuovi manager. Il direttore generale, Massimo Rosini, viene dagli elettrodomestici bianchi e s’è portato altri dirigenti di quel settore. Spero di sbagliarmi, ma avrei preferito un esperto di acciaio».
Fondamentale per una città che conta 192 mila abitanti (erano 242 mila qualche anno fa), il più grande impianto siderurgico d’Europa, che fino al 2008 produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, secondo parecchi osservatori è strategico per l’industria manifatturiera. «Sì, se non ci fosse l’Ilva il prezzo dei prodotti “piani” (che servono per costruire auto, lavatrici, lattine), aumenterebbe tra il 12 e il 20 per cento. Perché ci sarebbe meno acciaio disponibile e il settore manifatturiero italiano, ora indipendente, dipenderebbe dall’estero», sostiene Carlo Mapelli, professore di siderurgia al Politecnico di Milano. Negli ultimi 45 giorni, aggiunge il docente milanese, «c’è stato un boom dell’import dalla Cina: 250 mila tonnellate, pari a un terzo della produzione Ilva a regime nello stesso arco di tempo». E i prezzi, per i trasformatori dell’acciaio, sono immediatamente saliti. «Nessuno è mai stato in grado di praticare prezzi competitivi come l’Ilva, che a Taranto ha una capacità produttiva enorme ed è la più efficiente d’Europa, quando funziona a regime. Ecco perché i concorrenti nord-europei sarebbero felici se chiudesse, soluzione che rappresenterebbe davvero una sconfitta per l’Italia. Confido tuttavia nel governo Renzi che, pur avendo perso sei mesi preziosi nel tentativo senza speranza di vendere l’Ilva, ora ci ha messo la faccia», sostiene Massimo Mucchetti, presidente della commissione Attività produttive del Senato.
«HO LE PALLE PER CHIUDERE TUTTO»
Per comprendere cosa significa il dibattito salute-lavoro, bisogna superare i cancelli di un parco che di romantico non ha nulla. Il “parco minerali” è una distesa gibbosa grande come 53 campi di calcio, le cui polveri hanno provocato lutti e rovinato la salute a tanti abitanti dei rioni vicini, tamburi e paolo vi. Appena ci saranno i soldi, dovrebbe essere chiuso in due immensi capannoni. Li costruirà la friulana cimolai, la stessa che ha realizzato il sarcofago della centrale nucleare di chernobyl, e costeranno 250 milioni. Un’opera mastodontica, che coprirà le otto collinette di carbone e minerale di ferro, cioè la materia prima che alimenta i cinque altoforni (di cui tre oggi spenti). Secondo l’ilva e i sindacati, la copertura è il punto fondamentale delle 94 “prescrizioni” dell’aia, l’autorizzazione integrata ambientale, gli obblighi che il governo ha imposto per adeguarsi agli standard europei sull’inquinamento. Misure da completare entro agosto 2016, pena la chiusura. Invita alla cautela, però, michele emiliano, candidato governatore. Secondo lui rispettare l’aia non basta: «le stime fatte dall’arpa regionale dicono che i rischi sanitari non saranno azzerati, e se sarà così io non potrò che battermi per chiudere l’ilva, ho le palle per farlo. Se invece questi rischi verranno azzerati, appoggerò il piano del governo».
Il piano di cui parla Emiliano è quello affidato ai tre uomini chiamati a gestire l’amministrazione straordinaria. Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba hanno il compito di risanare l’azienda, creando una nuova società da capitalizare attraverso l’intervento di soggetti privati, tipo i fondi specializzati in risanamenti. Per poi venderla in blocco o quotarla in Borsa. Missione difficile, il cui fallimento vorrebbe dire la morte del più grande produttore d’acciaio italiano. I commissari puntano a riportare in pareggio il bilancio entro due anni, obiettivo raggiungibile solo se riusciranno a produrre 8 milioni di tonnellate l’anno, il doppio di oggi. Tra risanamento ambientale, ammodernamento e gestione ordinaria, dicono di aver bisogno di 2,5 miliardi (ma per Mapelli e i sindacati sarebbero molti di più). E stimano in 1,2 miliardi i quattrini necessari per rispettare le sole norme ambientali. La cifra equivale al tesoro accumulato in Svizzera dalla famiglia Riva e messo sotto sequestro. Soldi che potrebbero finire nelle mani dei commissari tra poco, se così deciderà il tribunale di Milano. Per completare il risanamento e riportare la produzione in alto, i quattrini dei Riva non bastano. E neppure i 400 milioni di prestito obbligazionario che il governo farà stanziare dalla Cassa depositi e prestiti, magari col contributo delle banche.
La vera svolta può arrivare solo con i soldi degli investitori privati. Come i fondi specializzati, che prendono in affitto un gruppo, lo rimettono in sesto e poi lo mettono sul mercato. Strada lunga e piena di insidie, che passa per il riavvio di due altoforni, i possibili contenziosi con l’Ue per aiuti di Stato, il mercato dell’acciaio invaso dai cinesi, le incognite politiche. Intanto, dentro, pure le piccole cose sono difficili. «Mi occupo di manutenzione della mensa e sto chiedendo invano delle guarnizioni da pochi centesimi», dice Giuseppe, che sta con l’Usb e all’Ilva c’è entrato da raccomandato come quasi tutti, sostiene sorseggiando un cocktail al “Sud-Food and Music”, locale trendy del Borgo. Vive coi genitori e di tornare a lavorare al Nord, come fece da giovane, non ha intenzione: «Perché qua, dopo tutto, si sta troppo bene». Intanto il dj ha messo su i Deep Purple, “Smoke on the water”. Fumo sull’acqua. Un’istantanea di Taranto, con i due mari e le sue ciminiere. (L'Espresso)

venerdì 31 ottobre 2014

In una botte di ferro!

Porto di Taranto, il Governo alla guida. Delrio detta la linea: «Scalo fondamentale per l'Italia»

Scende in campo direttamente il governo nella vicenda del porto di Taranto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, spinge sull’acceleratore e rasserena una situazione che, prima dell’incontro a Palazzo Chigi, era molto tesa. A Roma erano presenti praticamente tutti gli attori di questo interminabile film: dal presidente dell’Autorità Portuale, Sergio Prete ai rappresentanti di Regione, Provincia e Comune, dalle organizzazioni sindacali ai vertici di Tct. Per la società terminalista c’erano i massimi rappresentanti Francesco Velluto e Gianfranco Russo, per Evergreen Leo Wang e per Hutchinson Simon Mullet. A Roma, anche gli esponenti del gruppo Maneschi titolare di una percentuale in Tct. A loro, è stato destinato un messaggio chiaro dal Governo: Taranto resta un porto fondamentale per l’Italia, i ritardi sono acqua passata e d’ora in poi si deve marciare nella stessa direzione. Il Governo, tramite la viva voce di Delrio, si è assunto la responsabilità per le beghe burocratiche e contestualmente ha assicurato un taglio sulla tempistica dei lavori. Ossia: un anno per i lavori della banchina con l’auspicio di completare i dragaggi entro giugno 2016.
Tra una settimana ci sarà un nuovo incontro ma questa volta più ristretto. Servirà per far stilare a Tct un documento in cui si espone formalmente sulle richieste ufficiali e sugli impegni futuri.
Insomma, la sterzata del sottosegretario è servita. È piaciuta alle istituzioni presenti, primo fra tutti il sindaco Stefàno. È stata gradita dai sindacati che, in una nota congiunta di Filt-Cgil, Fit-Cisl e UilTrasporti-Uil, affermano: «Abbiamo apprezzato le affermazioni del Governo circa l'importanza strategica del porto di Taranto per il Paese e più in generale del nuovo modello di sviluppo che proprio a Taranto può consolidarsi. Questo per noi è assolutamente essenziale per comprendere quale sia il tipo di intervento che il governo può mettere in campo per lo sviluppo del territorio. La nostra dichiarata necessità è stata quella di focalizzare l'attenzione di tutti i soggetti firmatari dell'accordo 2012 per comprendere come la disponibilità manifestata dal governo possa trovare esigibilità».
A tal proposito il sottosegretario Delrio, recependo anche le richieste delle organizzazioni sindacali, ha dichiarato «la necessità urgente di aggiornare un accordo che contenga gli impegni che ogni soggetto firmatario deve assumere per far si che gli investimenti possano realizzarsi in tempi rapidi e nel rispetto del nuovo cronoprogramma».
«Abbiamo chiesto e ottenuto da parte delle aziende investitrici il rinnovo degli impegni presi riguardo allo sviluppo del Porto - ha spiegato il sottosegretario - Il governo ritiene strategico il rilancio delle attività portuali di Taranto per la ripartenza economica del Meridione e del Paese. Abbiamo già stanziato 377 milioni di euro per le opere da realizzare e adesso siamo pronti a garantire il rispetto del cronoprogramma concordato». «A Taranto, come nel Mezzogiorno e in altre aree strategiche del Paese, il governo spenderà tutte le proprie energie per attirare gli investimenti privati e creare nuove opportunità di crescita dell'occupazione e di sviluppo», ha aggiunto.
Il timing prevede l’inizio dei lavori del primo lotto comprendente i 900 metri di banchina a dicembre 2014 con termine 17 dicembre 2015 mentre la restante parte con scadenza prorogata ad aprile 2016. Probabilmente anche prima, in quanto l’Authority ha chiesto e ottenuto ufficiosamente un accorciamento dei tempi. Si ipotizzano quindi i dodici mesi in totale per i 1200 metri assicurati anche da Delrio. Sui dragaggi, invece, l’empasse dovrebbe essere agli sgoccioli. E’ stata definita la graduatoria provvisoria che vede la Astaldi Spa prima classificata. C’è, però, un problema: l’offerta risulta anomala in quanto troppo bassa rispetto ai parametri generali stimati per l’intera opera.
Più semplicemente: fin quando non si verificherà la congruità di quest’offerta, i lavori non saranno aggiudicati definitivamente. Si conta di chiudere la procedura entro i primi giorni di novembre.
Anche sulla diga foranea non si esclude che si possa partire a breve, anche se in questo caso è tutto in una fase embrionale. I lavori necessitano comunque di 14 mesi. «Tali impegni sono necessari inoltre per rasserenare gli animi, particolarmente esasperati dei lavoratori, in cassa integrazione da 29 mesi - proseguono i sindacati - per i quali abbiamo ribadito la necessità di garanzia dei livelli occupazionali e di individuazione degli strumenti di ammortizzazione sociale per la gestione della fase di realizzazione dei lavori». L’incontro a Palazzo Chigi si è chiuso con un auspicio. Un invito alla corresponsabilità e alla coesione da parte di tutti soggetti per fare in modo che gli investimenti possano realmente concretizzarsi a beneficio dello sviluppo del territorio e dell'intera comunità jonica. (Quotidiano)

giovedì 25 settembre 2014

De porto

Taranto, sit-in dei lavoratori di Tct sotto sede del Municipio

TARANTO – Una cinquantina di lavoratori della 'Taranto container terminal' (Tct), dopo aver trascorso la seconda notte davanti alla sede dell’Autorità portuale, si sono spostati per un sit in sotto la sede del Municipio di Taranto. L'obiettivo è di tenere alta l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulla situazione del porto e le possibili ripercussioni sul piano dell’occupazione a causa dei contenziosi amministrativi che stanno bloccando i lavori di adeguamento delle infrastrutture e dopo la decisione di Evergreen e Hutchinson di escludere Taranto da una delle rotte della Compagnia.
Da due anni e mezzo 530 lavoratori della Tct sono in cassa integrazione a rotazione e temono il disimpegno da parte degli azionisti di maggioranza di Tct, che reclamano il completamento di lavori ritenuti fondamentali, a partire dal dragaggio dei fondali. I lavoratori che protestano davanti al Comune indossano una maglia con la scritta "Il porto di Taranto non deve morire". Ieri sera, al termine di una lunga riunione presieduta dal prefetto Umberto Guidato, a cui hanno partecipato anche il sindaco, il presidente dell’Autorità portuale, i dirigenti della Tct e i sindacati, è stato firmato un verbale con il quale le parti si impegnano a far convocare entro la settimana prossima una riunione interministeriale a Roma, alla presenza del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi. Sempre ieri il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha inviato una lettera al premier Matteo Renzi per sollecitarlo a convocare una riunione nella capitale sul futuro del porto di Taranto. (GdM)

Porto di Taranto, l’appello di Stefàno al Governo

I ritardi burocratici ed i continui ricorsi amministrativi rischiano davvero di uccidere il porto di Taranto, relegandolo a poco più di uno scalo merci, mentre il capoluogo jonico ed il suo terminal hanno tutte le potenzialità per poter essere davvero uno dei poli internodali di scambio merci via mare più importanti dell’intero Mar Mediterraneo.
Se a questo ci si aggiunge la situazione dei 570 lavoratori del terminal, attualmente in cassa integrazione e che rischiano seriamente di vedere compromessa la propria situazione lavorativa a causa dei ritardi nei lavori (la cassa integrazione scadrà tra pochi mesi, ma i lavori sono ben lungi dall’essere conclusi), il quadro è molto preoccupante.
“Il governo prenda a cuore le sorti del porto di Taranto e dei 570 lavoratori di Taranto Container Terminal. Si renda effettivo l’accordo del 2012 perchè ci sono in gioco l’ammodernamento dello scalo, il mantenimento del porto jonico nelle rotte e il futuro lavorativo dei dipendenti”. Lo chiede il senatore pugliese Dario Stefàno in una interpellanza al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai ministri dei Trasporti e del Lavoro.
L’accordo, come si legge nell’interpellanza, è quello per lo Sviluppo dei Traffici Containerizzati nel Porto di Taranto e il superamento dello stato d’emergenza socio economico ambientale siglato il 26 aprile 2012, che individuava gli interventi, le azioni necessarie ed i tempi per il rilancio dello scalo jonico. Purtroppo una serie di ricorsi alla giustizia amministrativa ha portato ad un ritardo nella messa in opera dei lavori di adeguamento della banchina del terminal container di Taranto.
“Gli ultimi avvenimenti – sottolinea Stefàno – con la Taranto Container Terminal che ha annunciato uno stop operativo della movimentazione dei container per via dei lavori, l’eliminazione dello scalo jonico dalle  rotte oceaniche della compagnia Evergreen, e contestualmente lo sciopero dei lavoratori in cassa integrazione preoccupati per il loro futuro, impongono un’accelerazione.
La Presidenza del Consiglio convochi tempestivamente un tavolo con tutte le parti al fine dare seguito ad un progetto di fondamentale importanza per la continuità dell’operatività dello scalo jonico, mentre al Ministro dei Trasporti chiedo di  agire per non vanificare l’individuazione del porto di Taranto quale Zona Franca”.
“Senza dimenticare – conclude Stefàno – i  570 addetti di TCT : si consideri la opportunità di prorogare la cassa integrazione, la cui scadenza è prevista per maggio 2015, mese in cui i lavori al terminal non saranno completati”. (Pugliain)


lunedì 8 settembre 2014

Tanto rumore per nulla? O per tenere alto il panico disoccupazione?

Due giorni di panico dopo gli annunci della dismissione dei terminal. Tanto per tenere stretta la morsa del ricatto occupazionale e dell'industria pesante come unica sola economia locale Ah, gli amici media, nel momento del bisogno!

Porto Taranto, Tct ed Evergreen: «Nessun disimpegno, stop solo per lavori ma ora accelerare il passo»

La compagnia Evergreen e Taranto container terminal (Tct) non abbandonano il porto di Taranto. Lo stop all'operatività del terminal tra 40 giorni comunicato da Tct è dovuto solo all'ammodernamento delle gru esistenti e all'installazione delle nuove. Evergreen, invece, toglie Taranto dall'approdo delle navi oceaniche a partire dal 21 settembre perchè ad ottobre la compagnia avrà nuove portacontainer che necessitano di fondali più profondi per attraccare e Taranto, per ora, non ne dispone. Il dragaggio dei fondali è sì previsto per arrivare ad una profondità di 16,50 metri, ma l'appalto non è stato ancora assegnato. Nessun disimpegno, quindi, semmai si metta a frutto questo periodo accelerando tutti i lavori.
E' la stessa Taranto container terminal - società partecipata da Evergreen ed Hutchinson - ad intervenire dopo che nello scorso fine settimana si è aperto un caso sul porto a seguito delle comunicazioni date da Tct e da Evergreen e rilanciate da Autorità portuale e sindacati dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil. Tant'è che quest'ultimi hanno chiesto all'Authority di convocare il comitato e revocare la concessione a Tct.

«Non c'è nessun definitivo disimpegno da parte nostra - sottolinea il direttore generale di Tct, Francesco Velluto -. Il punto è che, al pari del raggruppamento di imprese che ha ottenuto dall'Authority l'appalto per l'ammodernamento della banchina del terminal, anche noi dobbiamo investire sulle gru e quindi lo facciamo durante gli altri lavori». Le gru da sottoporre a «revamping» sono dieci e Tct conta di revisionarne almeno due per volta. Poi saranno acquistate le nuove in grado di operare sulle portacontainer di ultima generazione.
Anche Confindustria Taranto prende posizione sull'argomento e sottoline che Tct si muove in «un'ottica non già di chiusura bensì di prospettiva». Tct «ritiene urgente ed improcrastinabile accelerare da parte dell'Authority le opere di infrastrutturazione previste che, in base all'accordo di due anni fa stipulato fra le parti, sarebbero dovute essere già ultimate e consegnate» afferma Confindustria riferendosi appunto all'intesa tra ministeri, Regione Puglia, Tct e Authority su 200 milioni di euro di investimenti, tra pubblico e privato, e il rilancio del traffico container.
«L'accordo - rammenta Velluto - è dell'estate 2012 e prevedeva la conclusione a fine 2014 delle opere del terminal. Le cose, però, sono andate diversamente, i ritardi sono stati molti, l'accordo riaggiornato, e la conclusione dei lavori spostata a fine 2015. Solo oggi il nuovo raggruppamento cui l'Autorità portuale ha riassegnato i lavori della banchina, ha difatto avviato la cantierizzazione. Adesso è interesse di tutti non sprecare altro tempo e accelerare il passo». «Quanto staremo fermi con la movimentazione dei container, dipenderà dal cronoprogramma che le imprese presenteranno a breve all'Autorità portuale - aggiunge il direttore generale di Tct -. Loro devono lavorare su due tratti di banchina da 600 metri ciascuno. Se il primo tratto, e faccio un esempio, riescono a consegnarlo tra alcuni mesi, la ripartenza non avrebbe tempi lunghi. Diciamo che ora dobbiamo soffrire per stare meglio dopo. Perchè con la banchina ammodernata e con un parco gru rimesso a nuovo e potenziato, è evidente che le nostre condizioni competitive saranno diverse da oggi».
Ma per non interrompere completamente l'operatività, chiede Confindustria Taranto, è «importante che si creino le condizioni affinchè prosegua l'attività dei vari vettori per il cosiddetto carico locale e che si giunga alla definizione di una soluzione intermedia fino all'effettivo completamento dei lavori e alla piena ripresa di tutte le attività». Una «soluzione transitoria» è anche quanto auspica il presidente dell'Autorità portuale, Sergio Prete, che intanto ha convocato il comitato per il 15. «Le navi di cui si è ora dotata Evergreen - afferma il direttore generale di Tct - potrebbero attraccare solo alla testata del molo perchè è la parte che affaccia su fondali più profondi. Ma la testata del molo è anche l'area dove cominceranno i lavori. Non escludo una soluzione transitoria, ma tutto dipenderà dal cronoprogramma e quindi dai tempi con cui l'ammodernamento andrà avanti». Resta intanto confermata la scadenza a maggio 2015 della cassa integrazione a rotazione per i 530 addetti di Tct, cassa prorogata nei mesi scorsi.(Sole24h)

venerdì 29 agosto 2014

E poi sono gli ambientalisti a fermare tutto!

Porto Taranto, Authority annulla atti su terminal e riassegna i lavori alla banchina

L'Autorità portuale di Taranto riassegna i lavori per l'ammodernamento della banchina del molo polisettoriale che dal 2001 ospita Taranto container terminal (Tct), società che fa capo ad Hutchinson ed Evergreen. È il primo degli interventi infrastrutturali messi in cantiere per il terminal. L'importo a base d'asta era di 61,758 milioni di euro, su un pacchetto complessivo che ne vale circa 200, e l'aggiudicazione avvenne a novembre scorso per 46,834 milioni col criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Adesso l'Authority, presieduta da Sergio Prete, ha annullato in autotutela gli atti che l'avevano portata ad assegnare l'opera ad un raggruppamento di imprese formato da Cantieri Costruzioni Cemento, Salvatore Matarrese ed Icotekne riassegnandola al raggruppamento classificatosi secondo in graduatoria e formato da Consorzio stabile Grandi Lavori, Ottomano e Favellato. Deliberato, inoltre, l'affidamento allo stesso raggruppamento della progettazione esecutiva in modo che si possa partire al più presto con le prime attività. E già nella prossima settimana, si apprende dall'Authority, gli esponenti delle nuove imprese avranno incontro per decidere come procedere.
"Abbiamo annullato gli atti in autotutela e concluso il procedimento avviato. A luglio - spiega il presidente Prete - sono stati acquisiti una serie di documenti da cui si evince che il raggruppamento inizialmente vincitore non è più in possesso dei requisiti previsti dalla procedura". Il riferimento è alla regolarità contributiva che, per l'Autorità portuale, sarebbe venuta meno.
È da sottolineare che proprio su quest'intervento relativo al terminal container si è consumata, e non si è ancora conclusa, un'aspra battaglia legale tra Tar di Lecce e Consiglio di Stato. Il raggruppamento secondo in graduatoria, una volta vistosi escluso dall'aggiudicazione, ha fatto ricorso al Tar che ha concesso la sospensiva. La contestazione sollevata verteva sul fatto che il gruppo vincitore aveva presentato al committente una soluzione progettuale ritenuta non in linea con la richiesta. Ai primi di aprile, però, lo stesso Tar, pronunciandosi nel merito, ha stabilito che Cantieri Costruzioni Cemento, Salvatore Matarrese ed Icoteckne non avevano alterato nulla e che migliorie tecniche sono comunque previste dalla normativa. La vicenda sembrava chiusa lì, con i cantieri pronti a partire dopo una stasi di alcuni mesi, tenuto conto che l'Authority, una volta assegnati i lavori a novembre, disse che ne prevedeva l'avvio per i primi di febbraio. Invece il verdetto del Tar portó una tregua solo di pochi giorni. Il 7 aprile scorso, infatti, si seppe che il raggruppamento uscito sconfitto al Tar si era subito rivolto al Consiglio di Stato con un appello. Di qui nuova sospensiva, nuovo allontanamento della data di avvio dei cantieri, e udienza di merito fissata dal Consiglio di Stato per il 28 ottobre prossimo.
Questo malgrado le sollecitazioni rivolte al Governo dalla stessa Autorità portuale, dai sindacati confederali e dal Comune di Taranto perchè il pronunciamento in appello avvenisse in tempi più solleciti considerata l'importanza dell'intervento e le sue ricadute sull'intero scalo. Nel frattempo, l'Authority ha portato avanti il monitoraggio del caso ed è giunta alla conclusione che coloro che avevano vinto la gara d'appalto nei mesi precedenti, adesso non hanno più i requisiti. Da rilevare, specifica l'Authority, che a novembre è stata fatta la cosiddetta aggiudicazione definitiva, non quella efficace. E adesso che accadrà? "Noi abbiamo preso le nostre decisioni e speriamo che la questione si sblocchi - dice Prete -. Certo, non è da escludere che adesso sia il gruppo primo in graduatoria a intraprendere una nuova battaglia legale".
Va intanto avanti l'esame delle offerte delle imprese che si sono candidate al bando dell'Authority, lanciato in primavera, per il dragaggio dello specchio di mare antistante la banchina del terminal. Si tratta del secondo, rilevante intervento del pacchetto Evergreen. Settanta milioni circa l'importo dell'opera, finalizzata a portare i fondali ad una profondità di 16,50 metri e consentire così l'attracco a Taranto delle portacontainer di ultima generazione. L'istruttoria delle offerte dovrebbe concludersi a settembre.
All'ammodernamento complessivo del terminal, la società Tct subordina la sua permanenza nel porto di Taranto in quanto ne fa una questione di efficienza operativa e di competitività rispetto agli altri scali. Tutto il pacchetto di interventi è regolamentato da un accordo che ha coinvolto diversi ministeri con l'obiettivo di aumentare i traffici portuali. L'accordo è dell'estate 2012, è stato poi ripreso nella legge 171 dell'ottobre 2012 (bonifica e rilancio dell'area di Taranto) e i lavori, stando all'iniziale ruolino di marcia, si sarebbero dovuti concludere a fine 2014. Ritardi vari hanno fatto però saltare questa data e adesso la conclusione delle opere, almeno le più importanti, è per dicembre 2015. Un aggiornamento che ha portato Tct a prevedere la prosecuzione della cassa integrazione a rotazione per circa 550 addetti. (Sole24h)

martedì 8 aprile 2014

Acque torbide al porto

Porto di Taranto, il Consiglio di Stato blocca di nuovo i lavori 

Nuovamente bloccato l'avvio del cantiere nel porto di Taranto per l'adeguamento del molo polisettoriale dove è ubicato il terminal container gestito da Evergreen ed Hutchison attraverso la società Tct. Il Consiglio di Stato ha sospeso l'assegnazione dei lavori al consorzio di imprese che se li è aggiudicati a novembre - Cantieri costruzioni cemento, Icotekne e Salvatore Matarrese - e che appena il 3 aprile scorso, insieme all'Autorità portuale di Taranto, aveva ottenuto il via libera dal Tar di Lecce. Quest'ultimo, infatti, aveva respinto il ricorso finalizzato ad invalidare l'assegnazione presentato dal consorzio stabile Grandi Lavori classificatosi al secondo posto nella graduatoria. Sconfitto al Tar, il consorzio stabile Grandi Lavori ha però immediatamente impugnato il dispositivo dei giudici - non sono state ancora depositate le motivazioni del 3 aprile - e presentato appello al Consiglio di Stato che immediatamente gli ha concesso la sospensiva e fissato al 6 maggio l'udienza di merito. Bene che vada, quindi, almeno un altro mese di blocco per la partenza di una delle opere più importanti per l'ammodernamento del terminal container, ovvero l'ampliamento e la riqualificazione della banchina del molo polisettoriale.

È oltre un anno che questo cantiere non riesce a partire. Prima l'opposizione, anch'essa al Tar, di un'altra impresa - terminal rinfuse - ubicata sulla stessa banchina, per niente propensa a trasferirsi in un'altra area del porto (ma in extremis l'accordo con l'Autorità portuale è stato trovato); poi la complessità delle procedure tecniche e amministrative che solo a novembre hanno portato l'Authority ad assegnare per 64 milioni di euro i lavori al raggruppamento tra Cantieri costruzioni cemento, Icotekne e Salvatore Matarrese; quindi, a gennaio, l'opposizione al Tar da parte del consorzio classificatosi secondo che ha poi ottenuto la sospensiva; ancora, l'udienza al Tar fissata per il 5 marzo, e poi aggiornata al 2 aprile per lo sciopero degli avvocati. Il 3 aprile arriva il verdetto del Tar di Lecce che conferma la legittimità dell'appalto così come l'aveva assegnato l'Autorità portuale di Taranto, arrivano anche i commenti positivi del sindaco, Ezio Stefáno, e della giunta comunale che finalmente vedono una schiarita, ma a strettissimo giro giunge pure la doccia fredda del Consiglio di Stato che ferma di nuovo tutto.
«Pensavamo alla possibilità di un ulteriore ricorso ma non così immediato», dicono dall'Autorità portuale. E aggiungono: «È chiaro che sino alla camera di consiglio del 6 maggio tutto si blocca. Non possiamo fare assolutamente nulla. Inoltre, dobbiamo anche controllare attentamente tutta la documentazione delle imprese che partecipano agli appalti. Sono documenti - dall'Agenzia delle entrate alla Procura - che chiede l'Authority, che hanno una scadenza temporale e se nel frattempo alcuni di essi dovessero scadere, bisogna rifare tutto daccapo».

Ma l'aspetto più importante è capire quale sarà, a questo punto, la reazione degli azionisti di Tct. In ballo è anche la proroga della cassa integrazione straordinaria sino a fine 2015 per 500 addetti della società del terminal container. Preoccupata per la piega che la vicenda dei lavori stava prendendo, già tempo fa Tct ha minacciato di abbandonare il porto di Taranto perché non più competitivo tant'è che ha trasferito alcune linee al Pireo. In seguito, Tct è stata persuasa a restare a Taranto dietro l'impegno di ministeri, Regione Puglia e Authority che i lavori necessari all'area del terminal - oltre all'ammodernamento della banchina ci sono anche i dragaggi - si sarebbero fatti. A giugno 2012 fu quindi firmato un accordo generale nel quale Tct assicurò anche degli investimenti e si traguardò a fine 2014 la conclusione degli interventi per le infrastrutture. L'anno scorso, però, ci si è accorti che, tra ritardi e problemi vari, difficilmente la scadenza di fine 2014 sarebbe stata rispettata. E così l'accordo fu posticipato di un anno: fine 2015. Tappa che ora sembra in bilico. Nessuno, infatti, aveva probabilmente messo in conto che sul primo appalto assegnato si sarebbe scatenata una battaglia legale col risultato che un cantiere che l'Authority avrebbe voluto far partire ai primi di febbraio è costretto a rinviare la sua apertura. L'Authority, intanto, sta completando l'esame del progetto per i dragaggi - nella zona antistante la banchina bisogna portare i fondali ad una profondità di 16,50 metri - e intende lanciare tra aprile e maggio il bando per la gara d'appalto. Ma chissà se quest'altro appalto, dell'importo di un'ottantina di milioni, avrà miglior fortuna del precedente. (Sole24h)

giovedì 27 marzo 2014

Il largo largo

Il Porto di Taranto riprende il largo: il 2014 si è aperto con un aumento del traffico navi e container

Dopo mesi col segno meno, il porto di Taranto apre il 2014 in positivo. I primi dati disponibili riferiti a gennaio scorso segnalano infatti che il numero delle navi arrivate è aumentato del 44,1% (dalle 177 del 2013 alle 255 del 2014), il traffico container da 14.031 a 15.528 teus (+10,7%); il traffico generale, comprensivo di imbarchi e sbarchi, del 38,6%, essendo passato da 1.848.649 a 2.562.807 milioni di tonnellate.
È ancora presto per dire se questi dati costituiscano un'inversione di tendenza, però rappresentano almeno una parziale schiarita. Tanto più che il 2013 si era chiuso con dati pesanti. Il traffico dei container, a.causa della crisi generale ma anche per l'inadaguatezza delle infrastrutture lamentata da Taranto container terminal, era infatti crollato, rispetto al 2012, del 25,1 per cento, passando da 263.461 a 197.317 teus; quello generale del 18,5 per cento, da 34.942.352 a 28.484.980 milioni di tonnellate; il movimento delle navi di una percentuale analoga, 18,9 per cento, da 3.368 a 2.730 unità.
A collocare l'avvio del 2014 sotto una luce diversa è stata soprattutto, si apprende da fonti dell'Autorità portuale di Taranto, la stabilizzazione dell'Ilva che, sebbene sia ancora alle prese con la crisi di mercato, non è più, tuttavia, nella bufera giudiziaria che l'ha pesantamente segnata per metà del 2012 e per gran parte del 2013. E nel porto avanza anche il cantiere della piastra logistica, un progetto pubblico-privato approvato dal Cipe negli anni scorsi dall'importo complessivo di 219 milioni di euro. È stata completata la costruzione dei capannoni della piastra, strutture prefabbricate, sono state avviate le opere a mare con la vasca di colmata che servirá all'ampliamento del quarto sporgente, e nel giro di un mese verrá avviato anche il cantiere della strada dei moli.
Cinque, in tutto, le opere del progetto. La piastra logistica ha un costo di 50,1 milioni di euro e sarà costruita a ridosso del quarto sporgente su una superficie di 200mila metri quadrati. La piattaforma si propone come centro di interscambio tra le diverse modalità di trasporto (strada-ferro-mare) e centro di prestazione di servizio alle merci. Fa capo alla Taranto Logistica (società della Gavio Logistica), che partecipa all'investimento insieme a Grassetto Costruzioni e Grandi Lavori Fincosit. I tre, a loro volta, sono alleati in una società di scopo. La piattaforma punta a sviluppare traffici sulle tratte Taranto-Genova-Rivalta e Taranto-Ravenna-Rubiera. Opererà in collegamento con le altre piattaforme del gruppo ma anche con Rete Ferroviaria Italiana e altri operatori di trasporto.
La strada dei moli costerà 43,669 milioni e collegherà tutti i moli del porto raccordandoli alla viabilità nazionale. È l'unico intervento appaltato. Grandi Lavori Fincosit, invece, realizzerà le opere a mare. L'ampliamento del quarto sporgente (81,288 milioni) prevede che l'area passi da 80 a 220 metri realizzando una banchina nuova con fondali di 12 metri. L'area retrostante sarà riempita per ricavare piazzali operativi. Per la nuova darsena ad ovest del quarto sporgente, è invece prevista una spesa di 14,667 milioni, mentre la vasca per i fanghi di dragaggio costerà 29,395 milioni.
L'altro grosso investimento infrastrutturale nel porto riguarda l'adeguamento del terminal container dove é insediata Evergreen, ma qui le opere non sono partite. Era sulla rampa di lancio l'adeguamento della banchina del molo polisettoriale, l'appalto era stato aggiudicato per 64 milioni di euro ad un consorzio di imprese, quando un ricorso al Tar di Lecce ha bloccato tutto. Aggiornata pure l'udienza al Tar chiamato ora a pronunciarsi il 2 aprile.(Sole24h)

venerdì 14 dicembre 2012

Intorno al Porto di Taranto

Accordo per la logistica a Taranto

Nasce il Sistema Logistico del Porto di Taranto grazie ad un accorso firmato tra alcuni enti locali, Rete Ferroviaria Italiana e l'Autorità Portuale di Taranto. Approvato anche il progetto per potenziare il Molo Polisettoriale.
Due passi in avanti per il rilancio del porto di Taranto sono avvenuti nel mese di dicembre 2012. Gli enti locali, RFI e l'Autorità Portuale hanno firmato un protocollo d'intesa per promuovere la costruzione delle infrastrutture di collegamento tra il porto ed alcune aree retroportuali, consentendo la nascita di un unico sistema logistico. Il passo successivo è la costituzione di un gruppo di lavoro che stilerà la mappa delle strutture di trasporto e di logistica già esistenti. Il secondo passo in avanti consiste nell'approvazione da parte della Conferenza dei Servizi del progetto di ammodernamento della banchina d'ormeggio del Molo Polisettoriale, un'opera prevista dall'accordo sullo sviluppo dei traffici container, siglato lo scorso 20 giugno. Lo scorso agosto, l'Autorità Portuale di Taranto ha presentato il progetto definitivo ed ora, dopo l'approvazione della Conferenza dei Servizi, può avviare il bando di gara. L'autorità Portuale comunica anche che è avviata l'istruttoria per il dragaggio del Molo Polisettoriale. (Trasportoeuropa)

Porto di Taranto: al via il bando per l'ammodernamento

10 dic. - Il progetto di riqualificazione del molo polisettoriale e di ammodernamento della banchina di ormeggio del porto di Taranto sarà attuato a gennaio 2013, quando partiranno i bandi per la realizzazione dei 75 milioni di euro di lavori. Il progetto rientra negli interventi urgenti previsti nell'accordo per lo sviluppo dei traffici containerizzati nel porto di Taranto firmato a giugno 2012 da Governo, Regione Puglia, Autorità portuale, Sogesid, Ferrovie dello Stato e dalle compagnie di navigazione e logistica Evergreen Spa, Tct spa, Luante Estate B.V. Gsi Logistic srl, Hutchison Port Taranto.
''Con quell'accordo - spiega l'assessore alle Infrastrutture della Regione Puglia, Guglielmo Minervini - ci siamo impegnati a realizzare gli interventi infrastrutturali come il molo polisettoriale, la bonifica e l'approfondimento dei fondali entro due anni. Tct si è impegnata ad incrementare i suoi investimenti con l'acquisto di nuove gru. Al termine dei lavori si arriverà così ad una movimentazione non inferiore ad un milione di container l'anno. Taranto è una priorità della Regione Puglia e sullo sviluppo del porto ci giochiamo una partita importante per costruire, attraverso i servizi logistici retroportuali, una concreta alternativa alla crisi che sta attraversando la città e l'area ionica''.  (Trasportitalia)

Porto di Taranto: 17 milioni per il dragaggio


E’ inserito nella delibera Cipe dello scorso agosto, ora approvata anche dalla Corte dei conti, il finanziamento di 17 milioni di euro “per la realizzazione degli interventi di dragaggi e bonifica dei sedimenti nel molo polisettoriale di Taranto”. Solo per questo progetto all’Autorità portale arriveranno, attraverso la Regione, i 17 milioni che poi andranno a sommarsi ad oltre ulteriori 21 milioni per gli “interventi di rimozione dei sedimenti contamnitati nel primo Seno del Mar Piccolo, in corrispondenza dell’area di mitilicoltura”.
Con la precedente delibera, già anticipata da Il Nautilus nei mesi scorsi a cui fecero seguito anche interrogazioni al governatore della Regione Puglia Nichi Vendola da parte del consigliere regionale Patrizio Mazza (Idv), si è invece ribadita la volontà di cambiare destinazione per i 35 milioni di euro inizialmente necessari alla realizzazine del Distripark ed ora “spostati” per il Molo Polisettoriale.
Anche in questa delibera che ha appena ottenuto il via libera della Corte dei Conti ed è già disponibile sulla Gazzetta ufficiale, è prevista la “riconfigurazione della banchina del molo polisettoriale di Taranto, prevista nel protocollo d’intesa del 26 lugl, in sostitutzione dell’intervento DistriPark, di pari importo”.
In attesa che i soldi stanziati dal Governo, passando per la Regione, arrivino all’Authority, è evidente l’importanza strategica, in funzione di un più agevole sviluppo, data al molo che rapprensenta una risorsa importante per lo scalo.(Ilnautilus)

venerdì 27 luglio 2012

I finanziamenti con le banconote del Monopoli

UN PROTOCOLLO CON POCHI SOLDI MA TANTI BLUFF
Ieri il tavolo nella Capitale: nell'accordo sottoscritto tanti progetti che erano già previsti, soprattutto per il porto

Un mare di soldi. Una valanga, o forse no. Man mano che negli scorsi giorni ci si avvicinava alla firma del provvedimento giudiziario da parte del gip Patrizia Todisco, la cifra lievitava. Come spesso capita quando si agisce in emergenza ed in un periodo di profonda crisi economica, però, i numeri celano tante cose. E purtroppo il protocollo d’intesa sottoscritto ieri a Roma dal Governo, dalla Regione e dagli enti locali, non fa eccezione (l’Ilva non l’ha firmato). Quest’ultimo prevede un quadro complessivo di interventi che ammonta a circa 336 milioni così suddivisi: 119 mln di ‘interventi per bonifiche’, 187 mln per ‘interventi portuali’ e 30 mln per ‘interventi per il rilancio e la riqualificazione industriale’. Di essi soli 7,2 mln a carico di un privato. “E’ la partecipazione della grande industria”, diranno i più. Invece no. Quel costo verrà sostenuto dal Tct. “Cosa ci fa la Taranto Container Terminal in un protocollo del quale non è sottoscrittore?”, si chiederà il lettore più attento. Se lo è chiesto anche Taranto Oggi scoprendo che più che parlare di ‘interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto’, sarebbe stato più opportuno definire il protocollo come una rendicontazione dei progetti da anni in itinere per lo sviluppo di Taranto ed una serie di promesse prive di una copertura definita a carico dello Stato. Dal Mar Piccolo ai Tamburi, dai dragaggi al potenziamento delle banchine del molo polisettoriale, sono elencate nelle tabelle di ricognizione degli interventi (che riportiamo in basso) una serie di interventi già annunciati e stanziati precedentemente e compresi nei 336 mln tanto sponsorizzati in queste ore. Nel caso di quelli che interessano il porto era ed è coinvolta la Tct, così come l’Autorità Portuale. Progetti come ‘l’adeguamento della banchina del molo polisettoriale per consentire i dragaggi fina a 16,5 metri, comprensivi di distribuzione elettrica e superamento interferenze’ (51 mln in tutto, 35 dei quali relativi ai fondi FSC della Regione Puglia); la ‘banchina tratto verso radice di 800 m a 14,5, consolidamento banchina, rotaie lato mare 14 m’ (15 mln a carico dell’Autorità Portuale); ‘Riqualificazioe e ammodernamento della banchina e dei piazzali in radice del molo polisettoriale 23,5 ME’ (22 mln a carico dell’Autorità Portuale e 1,5 mln); ‘Ammodernamento vie di corsa lato terra 3,3 ME’ (3 mln a carico dell’Autorithy e 300 mila euro di Tct). Tutti interventi già approvati e frutto di accordi e protocolli sottoscritti nel 2009 e successivi con la stessa Tct. Sempre rimanendo agli interventi portuali come non ricordarsi della nuova diga foranea di protezione del porto annunciata lo scorso mese? Un investimento di 15,4 mln predisposto, escluso un contributo della Tct di 1,4 mln, nel Pon Reti e Mobilità. ‘Spiccano’, poi, gli interventi che nel protocollo i ministeri interessati promettono di prevedere nella prossima delibera Cipe. Ricordiamo semplicemente quanto lungo e incerto sia il percorso di un progetto dalla presentazione all’effettivo stanziamento. Un esempio su tutti: la realizzazione, proprio a Taranto, della Piastra Logistica. Il progetto, che nei prossimi mesi finalmente sarà concreto, è stato ‘rimbalzato’ per anni tra uffici, commissioni ed approfondimenti. E sempre al prossimo Cipe, il protocollo affida lo stanziamento anche dei 21 mln per la ‘bonifica e messa in sicurezza permanente dei sedimi contaminati da Pcb nel Mar Piccolo’. Esatto, la bonifica di quello spicchio di mare che già nel 2006 aveva visto stanziare dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Taranto 36 mln. A cosa servono nuove risorse se già sono state spese qualche anno fa? Semplice, perché quei soldi non sono mai arrivati e, dunque, attraverso questo protocollo, vengono riproposte come qualcosa di nuovo con l’aggravante di prevederle con delibera Cipe e, dunque, con tutte le conseguenze temporali di cui sopra. Di nuovo, in realtà, c’è ben poco e anche laddove il Governo predispone risorse dirette ‘fresche’, non indica come verranno reperite da un punto di vista finanziario (nel documento si limitano a scrivere ‘copertura da definirsi a carico dello Stato’). I dubbi, dunque, sono molteplici ed il documento, che dovrebbe risollevare le sorti di Taranto, anche laddove non ‘doppia’ interventi vecchi e/o che già erano in corso di finanziamento, non chiarisce fino infondo la reperibilità e la certezza di una tempistica urgente di gran parte delle risorse pubbliche. C’è poi una dimenticanza, infine, particolarmente grave: nonostante ciò che accadeva a Taranto mentre sottoscrivevano l’accordo, non è stata prevista la predisposizione di una rete sociale per i lavoratori. O forse il Governo non immaginava un possibile sequestro? Stando alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso ministro dell’ambiente Corrado Clini, nel tentativo di condizionare la decisione dei magistrati, sarebbe difficile da credere. Non un euro predisposto per far fronte alle difficoltà alle quali tante famiglie di Taranto potrebbero andare incontro. In conclusione è quasi pleonastico evidenziare che l’Ilva non mette un centesimo e come lei anche le altre grandi imprese inquinanti del polo industriale ionico. Ma questo purtroppo non fa più notizia.

Tra i ‘visto’ e ‘considerato’ del protocollo...

Sin qui per quanto concerne i numeri. Ma le prime nove pagine del protocollo d’intesa firmato ieri a Roma, dicono altro. Molto altro. In pratica, la testimonianza chiara e inoppugnabile di come le nostre istituzioni, quelle romane in primis, sapessero da sempre delle criticità del sito di Taranto. Ad esempio, si ricorda ‘’articolo 1 comma 4 della citata Legge 9 dicembre 1998 n. 426, che individuava tra i siti di bonifica di interesse nazionale quello di Taranto, “atteso l’insostenibile livello di inquinamento dell’area e l’elevata compromissione delle diverse matrici ambientali e conseguente pericolo per la salute della collettività”. Insostenibili livello di inquinamento e pericolo per la salute della collettività: eravamo nel 1998. Due anni dopo, viene sempre ricordato nelle premesse del protocollo, arrivava il Decreto del Ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000 con il quale veniva perimetrato il Sito di Interesse Nazionale di Taranto. Poi, la prima scoperta: ovvero il Decreto Ministeriale del 18 settembre 2001, n. 468: “Programma nazionale di bonifica e ripristino dei siti inquinati che ha assegnato al sito di bonifica di interesse nazionale di Taranto risorse pari a € 20.038.527,67”: e dove sono finiti questi soldi? Come sono stati utilizzati? E da chi? Mistero assoluto. Come i 36 milioni per il Mar Piccolo stanziati nel 2006 spariti nel nulla: e da due anni i mitilicoltori vedono le loro cozze distrutte in discarica perché inquinate oltre i limiti imposti dalla legge. Sono passati sei anni da quei fondi stanziati, ma nulla è stato fatto. E poi ancora. Ma non ci avevano detto in tutti questi anni che gli investimenti operati dalla grande industria avevano migliorato l’impatto sull’ambiente? E allora come mai nel protocollo d’intesa, le istituzioni sono ancora costrette ad affermare che a causa della presenza delle industrie siderurgiche, raffinerie, industrie cementiere, si “rendono necessari interventi di riqualificazione industriale degli impianti e di risanamento ambientale secondo i canoni ed i principi dello sviluppo sostenibile, per il definitivo superamento delle criticità sanitarie e di inquinamento delle matrici ambientali che storicamente hanno interessato il sito”? Gli stessi, poi, sanno che la strada da intraprendere non sarà affatto in discesa: perché “atteso che relativamente al SIN di Taranto si registra una forte connessione e complementarietà tra necessità di sviluppo infrastrutturale, riqualificazione industriale e esigenze di tutela e risanamento ambientale e sanitario”, bisognerà tener conto che “le situazioni di criticità rappresentate in particolare dalla presenza sui fondali portuali di sedimenti inquinati introducono elementi di particolare complessità a fronte delle esigenze di manutenzione ordinaria dei livelli dei fondali e, a maggior ragione, nel caso di sviluppo di nuove iniziative portuali”. Ma le nostre istituzioni, evidentemente, non hanno ben capito cosa sta succedendo in queste ore. O, forse, non hanno avuto il tempo di leggere le 600 pagine del provvedimento del GIP Todisco. O, più semplicemente, non hanno ancora capito che il futuro lo dovranno scrivere con un’altra logica. Per ora, però, insistono cocciutamente sulla solita strada. Si dicono preoccupati “a causa del lungo periodo di crisi internazionale tuttora in corso: il sito di Taranto sta vivendo un periodo di forte criticità che potrebbe rallentare le azioni di risanamento ambientale e aggravare la difficile situazione economico-produttiva dell’area in assenza di azioni”; ma la vera urgenza, non è ambientale o sanitaria: perché “urge realizzare nel sito di Taranto opere infrastrutturali al fine di implementare la rilevanza strategica per l’industria italiana e il rilevante interesse nazionale per le implicazioni occupazionali e i conseguenti riflessi sociali”; nel frattempo, burocrazia e volontà permettendo, “si avvieranno specifiche attività di sperimentazione di tecniche e tecnologie anche di dragaggio e di gestione dei sedimenti”. Ma un’attenuante una gliela vogliamo concedere: tutto questo lo hanno scritto prima di conoscere le parole pesantissime con cui il gip Todisco accusa senz’appello la proprietà dell’Ilva e il non rispetto delle regole, nemmeno dei famosi atti d’intesa firmati proprio da quelle istituzioni che oggi erano a Roma. Da oggi, si spera, tante cose dovranno cambiare.
Gianluca Coviello - Gianmario Leone (Taranto Oggi)