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sabato 26 settembre 2015

Il valzer delle visite

In visita all'altoforno 2 dell'Ilva commissione parlamentare infortuni

"Questa commissione ha voluto indagare vari aspetti che riguardano l'Ilva, più complessivamente la comunità di Taranto, sia dal punto di vista dell'attività commissariale che dal punto di vista dei rappresentanti dei lavoratori, che ovviamente hanno anche punti di vista diversi". Lo ha detto la senatrice Camilla Fabbri (Pd), presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali che oggi ha tenuto una serie di audizioni nella Prefettura di Taranto, ascoltando anche i commissari straordinari dell'Ilva Enrico Laghi e Corrado Carrubba.
"Per quanto ci riguarda - ha aggiunto Fabbri - il tratto comune è quello della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro. Un'attenzione dedicata in particolare, da parte della commissione come del governo, alla questione Ilva, recuperando un ritardo per tante cose successe in questi anni. La nostra intenzione è quella di produrre un'accelerazione, sia sul versante degli incidenti gravi, e noi siamo partiti purtroppo dall'incidente avvenuto l'8 giugno scorso ad Alessandro Morricella, sia sul tema delle malattie professionali".
La delegazione della Commissione Parlamentare ha incontrato nel pomeriggio i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) all'interno dello stabilimento Ilva di Taranto. La commissione, presieduta dalla senatrice Camilla Fabbri e composta da Giovanni Barozzino, Paola Pelino e Daniele Gaetano Borioli, ha chiesto di visitare l'Altoforno 2, dove l'8 giugno scorso è avvenuto l'incidente costato la vita all'operaio Alessandro Morricella.
L'impianto è stato dissequestrato, ma la magistratura ha imposto una serie di prescrizioni che dovranno essere completate entro il 30 novembre. "Non si può legiferare su un problema - ha spiegato Fabbri - se non si comprende di persona quello di cui si parla. Siamo informati sulla dinamica dell'incidente ma andremo in quell'impianto per capire come il Governo può contribuire affinché non si verifichino più incidenti mortali". La Commissione ha ascoltato il prefetto Umberto Guidato, il sindaco Ippazio Stefano, i commissari straordinari dell'Ilva, il procuratore Franco Sebastio, i sindacati di base e di categoria dei metalmeccanici e il presidente del Comitato '12 Giugno', Cosimo Semeraro. (GdM)

giovedì 30 luglio 2015

Sciolto un operaio, se ne fanno altri!

Afferma Natalia Luccarelli, la vedova di Alessandro Morricella, l'operaio morto lo scorso giugno sull'Afo2: "Il casco gli si è fuso in testa. Si immagini la plastica bianca mescolata alla carne umana. Pensa che una giacchetta alluminizzata con i bottoni fino alla coscia potesse salvarlo? Sarebbe morto comunque".



 

Ilva, così Morricella scompare dalle slide

Sono state surreali le audizioni sull'Ilva tenutesi ieri sera in Commissione Ambiente e Attività produttive riunite alla Camera.
Surreali le informazioni ricevute, surreali le risposte che non scioglievano i dubbi, surreale l'atteggiamento dell'Inail e dei sindacati.
Lo sblocco di un'area che era stata sequestrata per ragioni di sicurezza potrà interferire con chi si troverà a lavorare in quell'ambiente? Lo abbiamo chiesto all'Inail, che semplicemente non ha saputo risponderci.
All'Asl abbiamo chiesto se

mercoledì 29 luglio 2015

Carta igienica per costituzione


Salvare l'Ilva violando la Carta


Ecco perché il Giudice per le indagini preliminari di Taranto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto decreto "salva Ilva", licenziato dal Governo e approvato con fiducia dal Parlamento. Una norma "improria", "approssimativa" e "grossolana" che ha bloccato il sequestro dell'altoforno Afo2, dove in giugno è morto un operaio.


L'Ilva di Taranto viene prima di tutto: della sicurezza di chi ci lavora, dell'ambiente e -da qualche tempo- della Costituzione italiana. Tra la Carta e l’ultimo decreto “salva Ilva” (92/2015) del Governo ci sarebbe infatti una “siderale divergenza”. È per questo motivo che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale del provvedimento licenziato dal Governo in fretta e furia sabato 4 luglio, cinque giorni dopo il decreto di sequestro dell’altoforno “Afo2” dell’Ilva. Lì il 12 giugno scorso era morto l’operaio Alessandro Morricella, infortunatosi -secondo l’accusa- per via della “mancata predisposizione di protezioni […] idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori”. Non c’erano nemmeno le “strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della relativa temperatura”.
Alla morte segue il sequestro preventivo d’urgenza. Al sequestro seguono titoli scandalizzati di alcuni quotidiani nazionali -per Il Sole 24 Ore “l’incidente mortale sul lavoro verificatosi all'Ilva di Taranto rischia di rendere ancora più complicata l'attuazione del progetto di risanamento”-. E ai titoli segue l’intervento “atecnico e approssimativo” (le parole sono del Gip Rosati) dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare l’operatività dell’Ilva.
Lo strumento prende la forma di un decreto legge, licenziato sabato 4 luglio e firmato dal Capo dello Stato Mattarella, dal premier e dai tre ministri Orlando, Guidi e Galletti. Quest'ultimo, titolare dell’Ambiente, come abbiamo raccontato nell’articolo “L’Ambiente è scomparso” (Ae 171), ha potuto beneficiare nel corso della campagna elettorale per le Politiche 2013 di un contributo di 30mila euro dalla Simbuleia spa, detenuta da una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati. Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti, che dall’estate 2014 è "Commissario straordinario per la Ilva Spa".
All’articolo 3, il decreto del governo svuota la portata d’ogni iniziativa che leda l’attività di impresa “degli stabilimenti di interesse strategico e nazionale”, che possono continuare ad operare nonostante un provvedimento di sequestro anche “quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori”.
 
Le 14 pagine dell’atto sottoscritto dal Gip Rosati e depositato il 14 luglio scorso (qui il documento integrale dalla rivista penalecontemporaneo.it) restituiscono un’immagine drammatica e farsesca dell’azione governativa, bollata come “eccentrica”, “impropria”, dalla “irripetibile singolarità”, per certi versi “grossolana”. Non si tratta che di un “trattamento di favore” a danno di inviolabili diritti costituzionali -eguaglianza e salute su tutti-, nell’interesse dell’azienda chiamata (per onere e non per obbligo) a redigere entro 30 giorni dall’adozione del provvedimento di sequestro un piano d’intervento senza che nessuno possa eccepirne il contenuto, o verificarne l’attuazione.
“Nulla si dice -scrive Rosati- sulla natura di tali ‘misure aggiuntive’: che quindi potrebbero essere rappresentate, in ipotesi, anche soltanto da meri cartelli di segnalazione, dispositivi di protezione individuale, prassi operative od altri strumenti (come i rudimentali ed estemporanei pannelli metallici che l'ILVA s'è affrettata a piazzare dopo la tragedia morte dell'operaio Morricella), del tutto insufficienti a garantire adeguatamente la sicurezza dei lavoratori”.
Ma l’Ilva viene prima di tutto, nonostante il Gip abbia ricordato che ”Afo2” ha “manifestato anche nei giorni seguenti pericolose disfunzioni, con massive dispersioni di materie incandescenti” e che altro non sia che “un'offesa alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana di chi vi lavora”. Gli articoli 2, 3, 4, 32, 35, 41 e 112 della Costituzione vengono così sacrificati, in un “regime di deregolamentazione e deresponsabilizzazione” -le parole sono del professor Francesco Forzati dell’Università di Napoli- che abbraccia anche il commissario straordinario Gnudi, cui è riservata dall’inizio dell’anno (decreto 5/2015) una “area di (sostanziale) immunità penale riferita alle azioni attuative del piano previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale Ilva del marzo 2014”. (Altreconomia)

martedì 28 luglio 2015

Vediamo un po'

Ilva, si stringe l’inchiesta sull’«Altoforno due»

Quale è stata la causa dell’incidente costato la vita ad Alessandro Morricella, il 35enne operaio dell’Ilva deceduto il 12 giugno scorso dopo essere stato investito, quattro giorni prima, da un getto di ghisa incandescente mentre ne stava misurando la temperatura al piano di colata dell’Altoforno 2?Una risposta potrebbe arrivare dall’accertamento tecnico irripetibile disposto ieri mattina dal pubblico ministero Antonella De Luca, titolare dell’inchiesta per cooperazione in omicidio colposo e concorso omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro che vede indagate dieci persone: si tratta del direttore dello stabilimento Ilva Ruggero Cola, del capo area Salvatore Rizzo, del tecnico campo di colata Domenico Catucci, del tecnico di cabina Vincenzo Catucci, del capo turno Saverio Campidoglio, del direttore dell’area ghisa, Vito Vitale, e poi ancora del capo reparto altoforno 2, Giovanni Zingarelli, del responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, di Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine di Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
Ieri mattina, il sostituto procuratore De Luca, alla presenza dei legali degli indagati e degli avvocati Gaetano Vitale e Gianfranco Lisi, che invece assistono la famiglia della vittima, ha conferito incarico all’ingegner Roberto Bonica per acquisire, se tecnicamente possibile, il contenuto del cellulare di Morricella, della sim e della memoria aggiuntiva; e di acquisire inoltre i parametri di esercizio relativi all’andamento dell’altoforno 2 ed i parametri degli impianti di servizio allo stesso, accessori e annessi dall’1 maggio alla data di accertamento. Il consulente dovrà inoltre svolgere ogni ulteriore accertamento, acquisendo ulteriori dati che si rendessero necessari all’esito dell’operazione. L’ingegner Bonica avrà 20 giorni di tempo, a partire da ieri, per depositare l’esito della sua consulenza. Nelle operazioni sarà coadiuvato dall’ing. Barbara Valenzano, custode giudiziario dell’altoforno 2, e dai funzionari dello Spesal.
Proprio i funzionari dello Spesal ieri si sono recati nel siderurgico per compiere delle verifiche all’altoforno 2 alla luce del piano di sicurezza presentato dai legali dell’Ilva lo scorso 23 luglio per ottenere la restituzione dell’impianto, posto sotto sequestro senza facoltà d’uso prima dal pm De Luca e poi, in sede di convalida, dal gip Martino Rosati. Il pm De Luca e il procuratore aggiunto Pietro Argentino attendono il parere dei propri consulenti per poter rispondere all’istanza degli avvocati dell’Ilva.
Sul punto, ieri ha preso posizione la Fiom Cgil, sollecitando al direttore dell’Ilva una copia della relazione tecnica che l’azienda ha depositato il 23 luglio scorso alla Procura e un incontro per analizzare e confrontarsi su questo argomento.
Sono, infine, rientrati ieri al lavoro circa 300 operai dell’Ilva (che erano stati sottoposti a contratti di solidarietà) per rimettere in marcia l’Acciaieria 1, fermata da diversi mesi per lavori Aia e di manutenzione ordinaria e straordinaria. Altri operai rientreranno a breve per il riavvio dell’altoforno 1, interessato dai lavori di adeguamento alle prescrizioni Aia. Il fermo dell’Acciaieria 1 era stato disposto nel marzo scorso dopo la sospensione dell’attività dell’altoforno 5. (GdM)

sabato 25 luglio 2015

Il solito ministro dell'Ambiente che tifa per le industrie: un vizietto italiano!

Galletti:«Ilva rinasce, basta critiche»

L’ultima audizione alla Camera dei tre commissari di Ilva si è svolta in un clima definito «tranquillo». Tra pochi giorni tornerà in funzione l’altoforno 1 e c’è chi ha fondati motivi per prevedere che la magistratura tarantina non insisterà con il fermo dell’altoforno 2, sulla base della documentazione sui sistemi di sicurezza dell’impianto che Piero Gnudi, Corrado Carrubba e Enrigo Laghi hanno stilato per la custode giudiziaria dell’acciaieria. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è ottimista, anche se, prima di dire va tutto bene, vuole incassare risultati concreti. Del resto la situazione è chiara: se l’Altoforno 2 si ferma, si ferma l’Ilva. Se si ferma l’Ilva va a rotoli la fragile economia italiana.
Ministro Galletti, quale futuro si delinea per l’Ilva?
«La situazione, oggettivamente difficile, é il risultato degli ultimi decenni, durante i quali si è perpetrato il disastro ambientale che è sotto gli occhi di tutti. Ora però siamo in una fase nuova: non condivido il pessimismo di chi dice che non sono stati fatti passi in avanti, perché stiamo lavorando affinché produzione e ambientalizzazione vadano di pari passo. Il piano ambientale, il cui costo è di 1 miliardo e 600 milioni, sta andando avanti grazie ai 400 milioni disponibili, mentre il resto è ancora sotto sequestro per decisione della magistratura elvetica, ma io credo che diventeranno disponibili in tempi non lunghi, anche se l’esito non è ancora certo».
Durante l’audizione il deputato Ludovico Vico ha posto una domanda rimasta senza risposta che giriamo a lei: è vero che c’è l’intera copertura finanziaria di Aia, per cui non sono indispensabili le risorse sotto sequestro?
«Non è così. Disponibili sono solo 400 milioni».
Il 31 luglio, nel rispetto della legge, l’80% delle prescrizioni Aia sarà stata attuata, ma manca l’intervento più importante, la copertura dei parchi minerari.
«Anche a me risulta, anche se non ancora certificato ufficialmente, il raggiungimento dello step di fine luglio, ottenuto grazie alle risorse disponibili. Per l’intervento sui parchi sono necessarie, come ho detto, le risorse ferme in Svizzera, ma ciò non fa venir meno l’attuazione del piano ambientale».
Taranto, città stremata, attende le vicende legate all’Afo 2 con ansia, divisa tra il bisogno di lavoro, la sicurezza e la necessità di vivere in un ambiente pulito. Quali garanzie può darle il governo?
«In questo anno il governo ha operato per salvaguardare 11 mila posti di lavoro, tutelare la salute e l’ambiente. Non voglio che in Italia un lavoratore debba più trovarsi di fronte al dilemma: lavoro o salute».
Intanto, però, non c’è certezza sul futuro dell’azienda. L’altro giorno Romano Prodi ha raccontato di un colloquio con i dirigenti di Mittel - il colosso dell’acciaio che sembrava il più vicino all’acquisizione di Ilva – i quali gli hanno detto di non potersi impegnare con l’azienda italiana per le troppe incertezze che la contraddistinguono.
Il governo che fa?
«Se ci fosse stata un’azienda intenzionata a risanare l’Ilva l’avremmo già venduta. Per questo il nostro massimo sforzo è renderla appetibile sul mercato».
Ci sono trattative in corso?
«Stiamo lavorando per rendere l’acciaieria più competitiva, perché l’alternativa è una sola: chiudere».
Questo sforzo pare che non sia tenuto in conto dalla magistratura tarantina: è così?
«La situazione attuale è figlia del passato, per decenni l’Ilva ha prodotto non solo acciaio, ma anche inquinamento. Ci stiamo impegnando per ristabilire serenità tra i poteri dello Stato e mi auguro che si arrivi a questo».
Nei giorni scorsi è circolata la notizia di un possibile viaggio a Taranto del vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: risulta anche a lei?
«Non so proprio». (CdM)

venerdì 24 luglio 2015

L'Ilva e il Governo "fanno melina" contro la legalità: una connivenza "a prova di fiducia"!

Salva – Ilva, il decreto è a rischio incostituzionalità? Lo approviamo con la fiducia

Il 3 luglio il decreto emana il governo subito ribattezzato salva – Ilva, il cui effetto principale è sospendere gli effetti del sequestro dell’altoforno 2, dopo che  l’operaio Alessandro Morricella  era morto a seguito di un incidente, investito da ghisa liquida.
Il decreto tra le altre cose consente agli stabilimenti di proseguire l’attività per un anno dopo il provvedimento di sequestro. In cambio l’azienda deve presentare entro un mese un piano di interventi, seppur provvisori, che abbia come scopo preservare la sicurezza del luogo di lavoro.
L’azienda si presenta davanti al GIP di Taranto per chiedere il dissequestro, ma il giudice Rosati gela tutti, compreso l’esecutivo: viene sollevata la questione di legittimità costituzionale, ipotizzando che il provvedimento violi ben 6 articoli della Costituzione, consentendo tra le altre cose “l’esercizio dell’attività d’impresa, pur in presenza di impianti pericolosi per la vita o l’incolumità umana senza pretendere dall’azienda l’adeguamento degli stessi alle più avanzate tecnologie di sicurezza”. L’ILVA deve presentare un programma a tappe per spegnare l’altoforno.
A questo punto l’esecutivo prende il salva – Ilva e lo inserisce nel DL Fallimenti , su cui ieri è passata la fiducia e che sarà approvato in tempi brevi (oggi voto finale alla Camera, poi rapido passaggio al Senato). Il risultato è che il decreto originale del 3 luglio non sarà convertito in legge e che una volta approvato definitivamente il DL Fallimenti, si assisterà probabilmente allo stesso iter: nuova richiesta dell’Ilva, nuova questione di legittimità costituzionale sollevata dal GIP.
Una mossa che farebbe guadagnare tempo all’azienda, in attesa del 1° agosto giorno in cui dovrebbe ripartire l’altoforno 1 (fermo da oltre due anni) che affiancherebbe nella produzione l’altoforno 4: l’Ilva ha più volte ribadito che servono 2 altiforni attivi, perché “un solo impianto – spiegava Il Sole lo scorso giugno - non garantisce la tenuta dello stabilimento sotto il profilo tecnico e della sicurezza”. (IBT)

Dl fallimenti-Ilva, via libera Camera con 263 sì,passa al Senato

Con 263 sì e 112 no l'Aula della Camera ha approvato il dl fallimenti che contiene misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria oltre ad alcune norme sull'Ilva. Ieri sul provvedimento il governo ha incassato la fiducia di Montecitorio. Il decreto passa adesso all'esame del Senato per la seconda lettura. (Aska)

Ilva, Bonelli: «Connivenza sui veleni a Taranto»

mercoledì 22 luglio 2015

Dopo i decreti i poteri forti ci provano con i superiori?

Ilva, terminato incontro in Procura generale

"Ho chiesto la massima urgenza: ognuno di noi ha espresso il proprio orientamento per un provvedimento che, sebbene spetti alla Procura di Taranto, sarà adottato con la convergenza piena di tutti per andare incontro a quelle che sono le due esigenze primarie: il diritto alla salute e il mantenimento del posto di lavoro". E’ quanto ha dichiarato il Pg di Lecce, Giuseppe Vignola, al termine dell’incontro durato oltre due ore con il procuratore di Taranto Franco Sebastio inerente il sequestro dell'Afo2 dell'Ilva. Scopo del vertice, valutare se in attesa della decisione della Consulta circa la costituzionalità dell’ultimo decreto salva-Ilva, possa essere concessa la facoltà d’uso all’altoforno 2, sequestrato dalla magistratura dopo l’incidente che costò la vita all’operaio 35enne Alessandro Morricella. La decisione sarà comunicata nei prossimi giorni.
Lo scorso lunedì il custode giudiziario dell’Afo2, Barbara Valenzano, ha scritto all’Ilva intimando lo spegnimento immediato dell’altoforno 2 in attuazione del decreto di sequestro preventivo senza facoltà d’uso emesso dalla Procura dopo l’incidente mortale che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella, avvenuto a giugno. Entro il 24 luglio la dirigenza dell’acciaieria jonica dovrà consegnare al custode giudiziario il cronoprogramma relativo allo spegnimento dell’impianto.
Intanto è attesa per domani la decisione del gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli per l’inchiesta Ambiente svenduto sul presunto disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico jonico.
Il gup dovrà decidere il rinvio a giudizio o l’archiviazione per i 47 imputati (44 persone fisiche e 3 società), nonché sulle 5 richieste di condanna per gli imputati che hanno scelto la via del patteggiamento. (Cosmopolismedia)

E nove!!!

Ilva, blitz del Governo per bloccare spegnimento dell’altoforno

Paradossalmente si può parlare di nono decreto Ilva, a pochi giorni di distanza dall’ottavo. Perché è vero che formalmente la Camera ieri ha discusso di un provvedimento che ha come oggetto il diritto fallimentare civile, ma è anche altrettanto vero che se si è arrivati alla decisione di porre la fiducia su questo testo è solo perché all’ultimo momento il governo vi ha inserito un emendamento che, di fatto, è la copia dell’articolo 3 del decreto 92 scorso. Si tratta di un vero e proprio blitz stigmatizzato dall’opposizione come un falso ideologico (M5S), come una lesione dello stato di diritto (Sel) che crea un precedente grave su cui poi, puntualmente anche se in grave ritardo, dovrà esprimersi la Corte costituzionale.
Direbbe Antonio Di Pietro: che c’azzecca l’Ilva con il diritto fallimentare?
Nulla, ma il 24, cioè entro dopodomani, l’azienda dovrà fornire il cronoprogramma di spegnimento dell’Altoforno 2, in base alle richieste della procura tarantina che non si è fermata nemmeno di fronte al decreto di inizio luglio che stabiliva – così come stabilisce quello su cui l’aula di Montecitorio voterà tra poche ore - la continuità di esercizio di uno stabilimento di intesse nazionale nonostante il sequestro del bene, quando le misure cautelari sono state adottate in relazione ad ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori, perché si deve garantire «il bilanciamento tra la continuità produttiva, la salvaguardia dell’occupazione, la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro».
Il governo ritiene che di fronte all’ipotesi di reato, non ancora accertato, si debba continuare a produrre.
Ma qual è l’interesse nazionale, si chiedeva ieri il pentastellato Alberto Solezzi?
«Quello degli obitori». Una battuta sgradevole con evidente riferimento alla morte dell’operaio Alessandro Morricella.
Fatto sta che gli accadimenti stanno assumendo le sembianze di uno scontro grave tra poteri dello Stato, perché ad ogni intervento censorio della magistratura segue un decreto che ne annulla gli effetti pratici. Quanto si potrà andare avanti in queste condizioni?
 Il potere legislativo negli ultimi tre anni si è trovato ad affrontare per otto volte la questione Ilva (nove con ieri), commissari sono succeduti a commissari nella guida dell’impianto (e gli ultimi tre saranno auditi domani a Montecitorio) mentre la magistratura ha continuato la sua azione di controllo del rispetto di norme a suo giudizio violate.
La città di Taranto è esausta (i 600 milioni stanziati dal governo in realtà sono 240 che si aggiungono ai 360 di tre anni fa, di cui non è chiaro l’utilizzo), i dipendenti di Ilva preoccupati e nessuno è in grado di mettere un punto fermo alla vicenda. (Rosanna Lampugnani CdM)

Ilva, governo in campo a tutela del decreto Oggi vertice in Procura

Il governo Renzi non molla la presa sull’Ilva e difende l’ultimo decreto, l’ottavo, in forza del quale, malgrado il pressing della magistratura, l’azienda sta utilizzando l’altoforno 2, l’impianto nel quale si verificò l’incidente costato la vita, lo scorso 12 giugno, al giovane operaio Alessandro Morricella.«Con l’adozione di quel decreto - ha spiegato ieri il sottosegretario allo Sviluppo Economico Simona Vicari, alla Camera dei Deputati, davanti alle Commissioni VI e X della Camera riunite in sede referente - il Governo è intervenuto in una situazione complessa ed articolata a causa delle molteplici esigenze di natura pubblicistica da salvaguardare e bilanciare e degli interessi legati ad un territorio e ad una realtà industriale che costituisce un polo di interesse strategico nazionale per il nostro Paese ed una componente essenziale dell’intera produzione di acciaio europea. Come è noto, il decesso di un giovane lavoratore dell’Ilva aveva causato l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo dell’altoforno 2, la cui fermata avrebbe comportato la chiusura dell’intera Ilva».
«Per ragioni tecniche di sicurezza, un impianto siderurgico quale quello in questione - ha spiegato il sottosegretario - non può marciare in condizioni di assoluta sicurezza con un solo altoforno, ai fini del rispetto dei limiti in materia di emissioni ambientali. In tale scenario era forte la preoccupazione del Governo poiché, da un lato, era necessario evitare l’arresto della produttività di un’azienda di interesse strategico nazionale, che occupa circa 12.000 dipendenti, oltre l’indotto (al momento, circa 3000 unità), e, dall’altra, occorreva assicurare la tutela dell’interesse posto a base dei provvedimenti della magistratura ovvero che la continuazione della produzione avvenisse in maniera compatibile con la salvaguardia della tutela dei lavoratori e la sicurezza dei luoghi di svolgimento delle loro prestazioni. La norma - ha concluso la Vicari - ha operato tale bilanciamento di interessi attraverso l'ampliamento della sfera di operatività di una norma già esistente nel sistema, e, in tal modo, ha accordato all’impresa la facoltà d’uso dell’impianto, che tuttavia resta sequestrato e nella disponibilità dell’Autorità giudiziaria». Oggi alle ore 14, le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera svolgeranno l’audizione dei Commissari straordinari dell’Ilva, Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, in merito all’attuazione del Piano industriale dell’Ilva e alle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza.
Anche i sindacati prendono posizione dopo il verbale con il quale il custode giudiziario Barbara Valenzano ha ordinato lo spegnimento dell’altoforno 2. «No al caos istituzionale» scrive il segretario generale della Uilm di Taranto, Antonio Talò, in una lettera aperta inviata al premier Renzi e ai ministri Galletti, Poletti e Guidi.
«Il malessere diffuso tra i lavoratori – osserva Talò – è tale, che in mancanza di una manifesta determinazione dell’esecutivo che si è assunto, attraverso la legge, l'inviolabile onere di tracciare la via d’uscita da questo pericoloso impasse, ci adopereremo inevitabilmente a manifestare presso le sedi in indirizzo con ognuno e per i diritti di ciascuno». Secondo il sindacalista «appare evidente, da quanto nostro malgrado si evince, che otto dispositivi di legge non sono bastati ad assicurare un percorso, seppur faticoso, di ritorno alla normalità di una città e di una fabbrica, così come definita strategica e di interesse nazionalè. Un percorso di ritorno al diritto, cui lavoratori e cittadini da anni auspicano». (GdM)

venerdì 17 luglio 2015

La separazione dei poteri è l'anima e la garanzia dello Stato Moderno.

Ilva, scontro totale con la procura. Denunciati 19 dipendenti

I carabinieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato a 16 dipendenti dell’Ilva e tre della ditta di appalto Semat d una denuncia a piede libero per violazione dei sigilli giudiziari. I dipendenti presi di mira sono quelli in servizio sull’altoforno 2, l’impianto posto sotto sequestro dalla procura e dal gip all’indomani dell’infortunio dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio 34enne Alessandro Morricella. L’uomo che stava misurando la temperatura della colata con una lancia immessa direttamente nel fiume incandescente, fu investito da un getto di ghisa fusa. Ustionato su tutto il corpo, morì tre giorni dopo nella rianimazione del Policlinico di Bari.
La posizione dell’ azienda
L’azienda che invoca il decreto legge 4 luglio 2015 con il quale il governo disponeva il proseguimento dell’attività produttiva in virtù della rilevanza nazionale dell’impresa, sta decidendo con i propri avvocati le mosse da prendere. In assemblea anche i sindacati che contestano la denuncia indirizzata ai lavoratori. Ilva e sindacati dovrebbero firmare un documento unitario in cui si chiederebbe l’intervento del prefetto. Intanto l’Afo 2 è attualmente bloccato. Gli impianti sono tenuti al minimo ma senza produzione.
Tensione in procura
La tensione è palpabile negli ambienti della procura tarantina all’indomani della decisione del gip, Martino Rosati, di emettere un giudizio secondo cui il decreto del governo che ha permesso la riconsegna all’Ilva dell’Altoforno2, teatro dell’ultimo infortunio mortale, sarebbe incostituzionale perché violerebbe almeno 6 articoli della Carta dei diritti.
Il verbale della riunione
«Non possiamo dare ai lavoratori una chiara indicazione sul cosa fare». Sindacati e personale Ilva sono nel caos. La denuncia dei dieci dipendenti impegnati nell’altoforno 2 per violazione dei sigilli di sequestro non permette di impartire direttive o consigli agli altri operai impegnati sull’impianto, per i turni successivi. Se dovessero essere trovati dagli organi giudiziari ancora nell’area dove una colata di ghisa incandescente travolse e uccise l’8 giugno scorso il 34enne Alessandro Morricella, potrebbero essere denunciati come i colleghi, per violazione dei sigilli. Ma per ragioni di sicurezza, l’altoforno non può essere abbandonato. «Le parti - scrivono azienda e organizzazioni sindacali nel verbale della riunione terminata poco fa - dichiarano la propria impossibilità a concertare una linea di comunicazione e di comportamento che garantisca, ove mancasse, la presenza minima atta a fornire le condizioni di sicurezza dell’impianto e degli stessi lavoratori». In un comunicato congiunto, poi, Fiom, Uilm e Fim, chiedono alla dirigenza Ilva di “adoperarsi immediatamente per porre in essere ogni eventuale tutela giudiziaria presente e futura nei confronti dei lavoratori».
Messaggio su Twitter di Bentivogli
«#Ilva, carabinieri irrompono in azienda e identificano operai al lavoro in Afo 2 per non aver ottemperato spegnimento come se dipende da loro». È quanto scrive in un messaggio su Twitter Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl riferendo di un blitz dei militari, che hanno ascoltato i lavoratori dell'impianto sottoposto a sequestro nell'ambito delle indagini della procura sull'incidente costato la vita al 35enne Alessandro Morricella, ma ancora in marcia grazie a un decreto del governo. I carabinieri di Taranto, in merito alle voci che si erano diffuse subito dopo il messaggio di Bentivogli, precisano «non c'è alcun provvedimento nuovo della magistratura, che l'impianto è già sotto sequestro e non si sta procedendo allo spegnimento». «La sicurezza dei lavoratori - aggiunge Bentivogli nel suo messaggio - è sempre più a rischio in Ilva di Taranto. Nei diversi contenziosi vogliamo garanzie altrimenti la fermiamo noi la fabbrica». Nei giorni scorsi il gip Martino Rosati ha inviato gli atti del decreto governativo alla Corte Costituzionale sollevando una questione di legittimità. Intanto, l'azienda avrebbe convocato i sindacati per chiarire la questione dell'Afo2.(CdM)

Secondo il magistrato il decreto, l’ottavo salva-Ilva, viola sei articoli della Costituzione ed è sbilanciato in favore del diritto d’impresa, comprimendo il diritto alla vita, al lavoro e l’azione penale obbligatoria della magistratura. (Rep)

mercoledì 15 luglio 2015

Per dovuta chiarezza

Ilva, il gip spedisce il decreto alla Consulta: dubbi di costituzionalità

Il gip di Taranto Martino Rosati, accogliendo una richiesta della Procura, ha sollevato la questione di legittimità dinanzi alla Corte Costituzionale in merito all'ultimo decreto sull'Ilva che sospende gli effetti del sequestro senza facoltà d'uso dell'altoforno 2.
L'impianto era stato sequestrato nell'ambito delle indagini sull'incidente dell'8 giugno scorso, costato la vita all’operaio 35enne Alessandro Morricella investito da una fiammata incandescente e morto dopo quattro giorni di agonia. Il decreto Ilva emesso il 3 luglio scorso ha di fatto consentito all'azienda di mantenere in marcia l'altoforno 2 nonostante i rilievi mossi dalla magistratura, concedendo altri 30 giorni di tempo per presentare un piano di sicurezza aggiuntivo. Secondo il gip, il provvedimento del governo violerebbe però sei articoli della Costituzione: l’articolo 3 del decreto legge sarebbe in contrasto con gli articoli 2, 3, 4, 9, 32, 35, 41, 77, 104 e 112 della Costituzione italiana che tutelano,  la garanzia dei diritti inviolabili, la pari dignità sociale e la tutela della salute.
Per la morte dell’operaio martinese ci sono 10 indagati. La Procura di Taranto vuole vederci chiaro circa le dinamiche dell’incidente e per questo il sostituto procuratore Antonella De Luca ha notificato 10 avvisi di garanzia. Diverse le persone già interrogate per ricostruire la dinamica dell’ incidente che secondo le prime indagini potrebbe essere stato causato da un anomalo accumulo di gas nell’impianto. Per i 10 indagati l’accusa è di omicidio colposo. Si tratta del direttore dello stabilimento jonico, Ruggero Cola, il direttore dell’area ghisa Vito Vitale, il capo area Salvatore Rizzo, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione Sergio Palmisano, i tecnici dell’altoforno Antonio Russo e Pietro Bonfrate, il capoturno Saverio Campidoglio e i dipendenti Giovanni Zingarelli, Domenico Catucci, Vincenzo Catucci. 
Dubbi sulla costituzionalità dell’ultimo decreto salva Ilva furono espressi anche dal neo Governatore pugliese Michele Emiliano. L’ex magistrato - nel discorso tenuto lo scorso 10 luglio presso il Salone della Provincia di Taranto, in occasione dell’insediamento della nuova Giunta regionale, dichiarava infatti: “Io sono un giurista di serie B, ma onestamente l'ottavo decreto sull'Ilva mi fa riflettere. La sospensione degli effetti di un sequestro preventivo che mira ad evitare che il reato sia portato ad ulteriori conseguenze, senza un intervento di controllo da parte della magistratura stessa è duro da far passare davanti alla Corte Costituzionale''. (Cosmopolismedia)

sabato 11 luglio 2015

Beneficio del dubbio


Ilva: Emiliano, dubbi costituzionalità su decreto

''Io sono un giurista di serie B, ma onestamente l'ottavo decreto sull'Ilva mi fa riflettere. La sospensione degli effetti di un sequestro preventivo che mira ad evitare che il reato sia portato ad ulteriori conseguenze, senza un intervento di controllo da parte della magistratura stessa è duro da far passare davanti alla Corte Costituzionale''. Lo ha sottolineato il neopresidente della Regione Puglia Michele Emiliano nel corso della prima riunione di giunta che si sta svolgendo a Taranto. ''Vi dico subito - ha precisato Emiliano - che la Regione Puglia con il suo ufficio legale suggerirà al governo quelle modifiche del decreto, che non tengono però il posto del dialogo interistituzionale. I poteri dello Stato tra di loro non dialogano facilmente, questo lo so bene perchè sono tripartiti e tendenzialmente stagni, ma le procure della Repubblica sono costruite in un modello nel quale ogni sostituto è arbitro del proprio lavoro. Io ho la certezza, avendo una buona interlocuzione sia col governo che con la magistratura di Taranto, della buona fede di ciascuno. Ma credo - ha osservato ancora Emiliano - che ciascuno sia convinto che le altre parti invece lavorino senza la sufficiente buona fede. Questo è intollerabile, è impossibile da sopportare per la nostra comunità''.(ANSA).

lunedì 6 luglio 2015

Senza il minimo sospetto di premeditazione...

Ilva e Fincantieri, a Taranto e Monfalcone le attività riprendono per decreto legge

Lo stabilimento di Fincantieri di Monfalcone (Trieste) è stato dissequestrato, dopo che il 30 giugno scorso il tribunale di Gorizia aveva sospeso le attività della fabbrica perché l’area era diventata un “deposito di rifiuti incontrollato”. Lo scrive il governo in una nota. In giornata l’azienda dovrebbe far rientrare gli operai e dovrebbe riavviare la produzione. Sempre oggi, a Taranto, l’Ilva ha riavviato l’Altoforno 2, che arriverà a pieno regime nel giro di qualche giorno, dopo che il 29 giugno scorso il gip di Taranto Martino Rosati ne ha convalidato il sequestro dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, investito da un getto liquido di ghisa. Entrambe le riaperture sono dovute al decreto del governo, l’ottavo decreto Salva Ilva, del 3 luglio scorso, con il quale il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un provvedimento unico per entrambe le aziende, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 4 luglio.
In realtà l’impianto dell’Ilva di Taranto non è mai stato spento, ne è stata soltanto ridotta l’attività. Il decreto del governo prevede che nei prossimi 30 giorni l’Ilva presenti un piano per la messa in sicurezza dell’Altoforno 2. Un primo piano, presentato dall’azienda ai magistrati, era stato considerato inefficace e il pm Antonella De Luca aveva respinto anche il rinvio dello spegnimento di 10 giorni. Nel caso dello stabilimento di Fincantieri, l’area era stata sequestrata per gestione dei rifiuti non autorizzata. Sono sette gli indagati, tra cui anche l’ex direttore della struttura Carlo De Marco. L’inchiesta riguarda la gestione degli scarti di lavorazione delle navi, prodotti dalle ditte subappaltatrici di Fincantieri, che però non risultano titolari dell’autorizzazione a gestire i rifiuti. In particolare, il problema riguarda il deposito temporaneo, messo a disposizione da Fincantieri, dove i vari scarti venivano ammassati e rimossi da parte di un’altra ditta subappaltatrice.
“Apprezzamento per l’avvenuto dissequestro del cantiere di Monfalcone della Fincantieri – spiega il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi – L’intenzione del governo era quella di salvaguardare la produzione e l’occupazione di un importante gruppo industriale messe a rischio da un provvedimento cautelare che riguardava l’interpretazione di norme e non il reale pericolo per l’ambiente e la salute dei lavoratori. Sono lieta che la magistratura abbia capito le finalità del provvedimento del governo”. (FQ)

La deflagrazione dei poteri

Guariniello attacca il decreto salva-Ilva: “La salute dovrebbe prevalere sui dollari”

«In tanti anni che mi occupo di sicurezza sul lavoro non avevo mai visto una cosa del genere. Capisco le esigenze strategiche, ma se in mancanza di misure di sicurezza adeguate dovesse accadere un infortunio cosa succederebbe?». Il pm di Torino Raffaele Guariniello attacca il decreto cosiddetto salva-Ilva, nel punto in cui consente l’operatività degli stabilimenti di interesse strategico nazionale per 12 mesi se il sequestro a cui sono stati sottoposti riguarda reati inerenti la sicurezza dei lavoratori.
Guariniello, che ha portato avanti le inchieste e i processi per l’incendio nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino in cui persero la vita sette operai e per i morti da amianto negli stabilimenti italiani della Eternit, commenta: «Ho sempre pensato che la salute dovesse prevalere sui dollari», ha commentato il magistrato.  (LaStampa)

Decreto salva-Ilva, l’ira dei giudici: «Pericolosa spaccatura fra poteri»

In giornata hanno cominciato i Cinque Stelle, definendolo «aberrante». Poi anche il neogovernatore Michele Emiliano e la magistratura, attraverso la voce dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), hanno espresso giudizi pesanti sul decreto con il quale il governo Renzi ha di fatto scavalcato il sequestro della Procura di Taranto e permesso all’Ilva di usare l’Altoforno 2 nel quale, poco meno di un mese fa, è rimasto ucciso da una colata di ghisa l’operaio Alessandro Morricella.
Il governatore
Da Foggia, dov’è intervenuto al Gay Pride, Emiliano ha ricordato come «utilizzare decreti legge nel corso di un processo penale sia scelta costituzionalmente forte». Ma il governatore non si è fermato qui, dopo che già nei giorni scorsi aveva chiaramente detto come «una fabbrica che uccide, non può che essere chiusa». Ieri, invece, si è soffermato sull’aspetto squisitamente giuridico della questione. «Incontrando il commissario Gnudi e gli avvocati, in questi giorni avevo tentato di capire cosa rendesse impossibile la facoltà d’uso. Evidentemente - secondo Emiliano - i magistrati hanno ritenuto che gli impianti fossero talmente pericolosi da non concederla. Il governo, invece, li riapre. E s’inventa una nuova forma di sequestro, quello post tergato: per un impianto di natura strategica come l’Ilva diventa efficace dopo un anno. È una decisione molto forte dal punto di vista costituzionale - ha chiosato il presidente della Regione Puglia - ne sto discutendo con gli alleati e con l’avvocatura per verificare come comportarci».
Il magistrato
Tra i magistrati tarantini, peraltro, no comment e musi lunghi all’indomani dell’ennesimo decreto del governo salva Ilva, l’ottavo, che dissequestra l’altoforno 2 dell’Ilva di Taranto. Per il magistrato inquirente prima, e per il gip dopo, l’impianto non era sicuro pertanto doveva essere fermato per evitare altri incidenti mortali. Ad esprimere il malessere che serpeggia tra i magistrati tarantini, ma non solo, è il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Maurizio Carbone, egli stesso pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Taranto. «Il caso Ilva – dice – è la dimostrazione di come il legislatore tuteli l’interesse economico rispetto ad altri interessi come quelli sulla sicurezza dei lavoratori e della tutela ambientale».
Le motivazioni
Il segretario dell’Anm mette in luce una pericolosa spaccatura tra i due poteri dello Stato. «Tutto questo – prosegue Carbone - crea un’ulteriore contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo sulla base di una evidente e più volte dimostrata priorità di quest’ultimo verso la tutela economiche rispetto ad altri diritti». E il caso dell’Ilva, per salvare la quale, in più occasioni, si sono scomodati sia governo che ministeri e in definitiva intere maggioranze del Parlamento, sarebbe lo specchio di una nuova concezione critica del legislatore nei confronti della magistratura. Un esempio, spiega ancora il segretario di Anm, sono i recenti commenti dei politici alla decisione della Corte Costituzionale che ha bocciato il provvedimento del governo sulle pensioni. «Anche in quel caso – spiega Carbone - il potere politico ha attaccato la magistratura accusandola di aver preso quella decisione per mettere in difficoltà economiche il governo». Ma esiste il rischio che questa frattura diventi insanabile e che di riflesso crei, tra i magistrati e quindi anche nell’opinione pubblica, un senso di sconfitta o di impotenza? «Non lo so. Certo è – conclude il magistrato – che scelte come questa sull’Ilva, da parte della politica, non possono che lasciare perplessi e destare preoccupazione e non soltanto tra gli operatori della giustizia». (CdS)

Ilva, il governo blocca la chiusura ma c’è da fare i conti con il mercato

C’è voluto un decreto ad hoc del consiglio dei Ministri, approvato venerdì scorso a tarda ora, per scongiurare la chiusura dell’Ilva. Il decreto stabilisce che, nei casi di aziende di rilevanza strategica nazionale sottoposti a provvedimenti cautelari da parte della magistratura, il provvedimento non impedisca la prosecuzione dell’attività d’impresa purché l’azienda presenti in termini “stringenti” ( 30 giorni) un piano di misure aggiuntive sulla sicurezza del lavoro. “Non viene così leso il motivo per il quale il magistrato ha disposto il sequestro - l’indagine sulla morte di un operaio - ma l’Ilva potrà presentare istanza alla magistratura, con un piano integrativo di sicurezza, per il dissequestro dell’altoforno e la prosecuzione delle attività”, hanno spiegato fonti governative.
Il magistrato aveva disposto la chiusura di due altofni per motivi ambientali, l’1 e il 5, e il sequestro del 2 dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella. L’azienda a quel punto era in ginocchio, ed era sul punto di chiudere. Le prime intenzioni del nuovo Governatore Michele Emiliano danno una strada precisa al futuro del siderurgico: in una lettera ad Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione ambientalista Peacelink che chiedeva ragguagli sull’attuazione del piano ambientale, il presidente della Regione ha annunciato la “convocazione dei commissari Ilva” e l’incarico all’Arpa di verificare punto per punto le risposte che verranno date. In campagna elettorale Emiliano non ha mai visto come un tabù la chiusura del siderurgico.
Ma prima della politica, o della magistratura, a sancire la fine dell’Ilva potrebbe essere il mercato. Da un punto di vista commerciale a brevissimo non si riuscirà più a far fronte alle richieste dei clienti che chiedono prodotto di qualità in tempi stretti, così come accadeva nella fabbrica che inquinava e produceva utili (solo per i Riva). L’amministrazione straordinaria aveva dato da subito garanzie sul piano ambientale. Ma aveva legato l’attuazione del piano previsto dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, a una ripresa di produzione e vendite grazie ai contanti freschi arrivati. Ci sono il miliardo e duecento milioni sequestrati ai Riva per motivi fiscali e messi a disposizione degli amministratori dal tribunale di Milano. E gli altri 800 di origine statale, con l’intervento della Cassa depositi e prestiti. «Per fare fruttare gli investimenti – dicono fonti aziendali – devono darci la possibilità di lavorare». Il nuovo piano industriale prevedeva un azzeramento delle perdite tra il 2016 e il 2017, il rispetto del cronoprogramma degli investimenti ambientali grazie ai fondi governativi, e il riassorbimento la forza lavoro nel giro di 18-24 mesi. La situazione attuale rende questi numeri fantascienza. Da oggi ci sarà un abbassamento di carica per mettere definitivamente in sicurezza l’altoforno 2. E lo stesso dovrebbe accadere per il 4, l’unico ancora in funzione, ma che per ragioni tecniche e di sicurezza non può continuare a lavorare da solo. Questo significa che tra il 16 e il 22 luglio entrambi gli altoforni verranno spenti. Per la prima volta sarà sospesa la produzione di ghisa. Ad agosto dovrebbe riprendere almeno il numero 1. «Ma così rischia di saltare tutto», dicono i sindacati, preoccupati che gli attuali 5mila contratti di solidarietà siano trasformati in esuberi. «Presto – dice Mimmo Panarelli della Fim Cisl – potrebbero rimanere a casa tutti gli 11mila dipendenti del siderurgico più quelli dell’indotto».
In ogni caso, i commissari straordinari - Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi – hanno deciso di voler puntare su una nuova strategia con i giudici. “Lavoriamo per lo stesso datore di lavoro: lo Stato. E non possiamo che essere dalla stessa parte”, è il ragionamento nei piani alti del siderurgico. Ma la pratica è più complessa. Un primo no, per esempio, è arrivato dalla Procura che ha espresso parere negativo al patteggiamento dell’azienda nel maxi processo Ambiente svenduto, ritenendo troppo bassa la proposta economica di tre milioni di euro. “Il danno ambientale – hanno detto – supera il miliardo di euro”. Ora il dialogo l’azienda lo vuole ritrovare proprio sulla questione del sequestro dell’Altoforno 2.
“L’impianto – ha scritto il gip Martino Rosati convalidando il sequestro dopo la morte di Morricella - è sprovvisto dei più elementari dispositivi destinati e idonei alla protezione della incolumità dei lavoratori, in caso di fiammate o di dispersioni di gas o solidi incandescenti”. Di contro, però, l’azienda ha presentato un cronoprogramma di interventi di sicurezza all’interno dell’impianto che immediatamente si metterebbe in regola con le prescrizioni dello Spesal, il servizio di sicurezza sul lavoro della Asl, e nel medio periodo invece prevederebbe altri interventi di sicurezza per i lavoratori. Morricella è morto mentre controllava la temperatura della ghisa, a causa di una fiammata dovuta probabilmente a un guasto dell’altoforno. Ma quel tipo di operazione, nei siderurgici moderni, viene effettuata non manualmente ma con un sistema automatizzato. (Rep)

domenica 5 luglio 2015

Parole sante

Taranto, l'Ilva ferma lo spegnimento dell'altoforno 2. L'arcivescovo: "Ma nessuna bonifica"

Dopo il decreto legge del governo che ha scongiurato in extremis lo spegnimento dell'altoforno 2, in seguito al sequestro senza facoltà d'uso disposto dalla Procura di Taranto dopo l'incidente mortale delle settimane scorse, l'Ilva riprende la sua attività. Il direttore dello stabilimento di Taranto, Ruggero Cola, ha ricevuto dall'azienda una disposizione che lo invita a sospendere le manovre preliminari di fermata dell'altoforno 2, che erano cominciate nei giorni scorsi, e a riportare l'impianto al suo normale assetto di marcia.
La disposizione è stata fatta sia alla luce del decreto sia in considerazione della specifica posizione del direttore dello stabilimento, che è uno dei dieci indagati dalla Procura con l'accusa di omicidio colposo per la morte di Alessandro Morricella, il 35enne dipendente del siderurgico rimasto gravemente ustionato l'8 giugno da una fiammata e poi morto il 12 giugno nel Policlinico di Bari. Se non fosse intervenuto il decreto legge che stoppa gli effetti del sequestro, l'altoforno 2 dell'Ilva sarebbe stato fermato. La Procura aveva detto no anche a un rinvio di dieci giorni chiesto dall'Ilva e lunedì, quindi, avrebbe avuto termine il cronoprogramma disposto dall'azienda e comunicato al custode giudiziario dell'impianto, Barbara Valenzano, nominato dal pm Antonella De Luca, titolare dell'inchiesta.
Sulla questione è intervenuto il neopresidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, secondo cui "non si può più andare avanti a colpi di chiusure e riaperture. È una via crucis insopportabile". "Lancio un appello - ha detto - E' arrivato il momento che si stabilisca un clima di fiducia e un rapporto di collaborazione leale fra magistratura e governo". E per il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, a "essere chiamati in causa" sono anche i magistrati, i quali devono "cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie: il loro impatto sull'economia e sulla società non può più essere considerato un tabù".
Il decreto numero 92 stabilisce che "l'esercizio dell'attività di impresa degli stabilimenti di interesse strategico nazionale non è impedito dal provvedimento di sequestro quando lo stesso si riferisca a ipotesi di reato inerenti la sicurezza dei lavoratori". Nella stessa giornata in cui il decreto è andato in Gazzetta ufficiale, gli avvocati dell'Ilva lo hanno trasmesso con una lettera alla Procura di Taranto. Fonti aziendali dicono che la stessa Procura avrebbe chiesto l'invio di una lettera insieme col testo del provvedimento.
Ma se l'impianto non si ferma più, questo però non vuol dire che l'Ilva a Taranto ha risolto i suoi problemi. Mentre ambientalisti ed esponenti del M5S attaccano duramente le ultime decisioni del governo e annunciano iniziative in proposito, esponenti dello stesso Governo, sindacati e mondo dell'impresa ritengono che il decreto legge fosse invece un passo necessario per non compromettere sia l'attività dell'acciaieria sia la continuità del risanamento. Il punto è, osservano a Taranto sindacati, Confindustria Taranto, sindaco e arcivescovo, che il risanamento adesso va accelerato e i fondi previsti per l'Ilva spesi nel risanamento della fabbrica.
"Abbiamo sacrificato salute, figli e mariti al Paese - commenta l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che è anche presidente della commissione Cei problemi del lavoro - e ancora non abbiamo visto un passo avanti nella direzione del risanamento degli impianti e tantomeno interventi a risarcimento della città e della provincia". Il decreto richiama quanto già previsto dall'articolo 1 del decreto numero 207 del 3 dicembre 2012, convertito nella legge 231 del 24 dicembre 2012 (la prima legge sull'Ilva) a proposito appunto di stabilimento di interesse strategico nazionale.
Quello del 2012 è il provvedimento che gip e Procura di Taranto impugnarono anche alla Corte costituzionale nei primi mesi del 2013, ma la Consulta ad aprile dello stesso anno respinse le eccezioni di incostituzionalità sollevate dai magistrati tarantini dichiarando legittima la norma del parlamento. Spiegando ora la nuova norma, il decreto fa riferimento al "necessario bilanciamento fra le esigenze di continuità dell'attività produttiva, di salvaguardia dell'occupazione, della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e dell'ambiente salubre, nonché delle finalità di giustizia". (RepBa)

sabato 4 luglio 2015

Contaminazione da decreti

Verdi: continua lotta contro chi vuole morte Taranto

"Noi continueremo a lottare e a ribellarci contro chi vuole la morte di Taranto" sulla questione Ilva siamo allo scontro tra le istituzioni. Il Governo ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo decreto per lasciare produrre in 'Santa Pacè l’AFO 2, l’altoforno assassino". Lo affermano in una nota i Verdi di Taranto in relazione all’ultimo decreto del governo sull'Ilva.
"La magistratura dopo avere disposto il sequestro senza facoltà d’uso – affermano i portavoce cittadino Ada le Noci e provinciali Vincenzo Fornaro e Annalisa Montanaro – si ritrova nuovamente di fronte ad un decreto che garantisce la produzione e non protegge le vite degli operai e dei cittadini. Lo stesso altoforno avrebbe dovuto fermarsi ben tre anni fa, ma un decreto lo salvò insieme tutta l’area a caldo". "Se la proprietà potesse parlare – affermano ancora – sarebbe enormemente riconoscente a tutti i governi che si sono succeduti in questi anni, a differenza dei cittadini di Taranto. Ormai in Italia si legifera solo tramite decreto legge, la democrazia non esiste più e la magistratura deve scontrarsi con l’esecutivo ogni volta che si parla di acciaio".
"Noi Verdi Taranto – concludono – ci ostiniamo a chiedere giustizia e verità per questa terra, ma ci rendiamo conto che il comportamento e la faziosità della politica nazionale e la mancanza di rispetto per gli abitanti e i lavoratori di questa città, ci impongono di continuare con ancora più impegno nell’opera di denuncia e resistenza rispetto a logiche produttive antieconomiche e insostenibili per questa città. Noi continueremo a lottare e a ribellarci contro chi vuole la morte di Taranto". (GdM)

venerdì 3 luglio 2015

Tarantini, morite e lavorate!

Ilva di Taranto: decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale TESTO Dopodomani l’altoforno 2 del siderurgico di Taranto sarebbe stato spento, per via del sequestro senza facoltà d’uso disposto dalla magistratura dopo la morte dell’operaio 35enne Alessandro Morricella. Ma da oggi è in vigore il decreto legge 92, varato ieri, e il provvedimento della magistratura diventa più o meno carta straccia. Oddio, il governo ci tiene a rassicurare: ci sono prescrizioni notevoli, perché l’attività possa continuare. Intanto, dell’iniziativa giudiziaria, sostanzialmente, non si tiene conto. Del resto, c’è pure da proseguire l’attività e l’occupazione va tutelata, hanno pensato a palazzo Chigi. Di seguito il testo del decreto legge varato ieri dal Consiglio dei ministri e riguardante l’Ilva di Taranto e la Fincantieri, decreto legge pubblicato oggi dalla Gazzetta ufficiale: Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonche’ per l’esercizio dell’attivita’ d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale. (15G00115) (GU Serie Generale n.153 del 4-7-2015)  (Noinotizie)



IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 
 
  Visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione; 
  Ritenuta  la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza   di   emanare
disposizioni che assicurino la  coerenza  e  l'uniforme  applicazione
delle definizioni di produttore, di raccolta e di deposito temporaneo
di rifiuti, al fine di uniformare la disciplina nazionale con  quanto
stabilito dalla direttiva  2008/98/UE,  con  particolare  riferimento
alle attivita' che  costituiscono  l'iter  tecnico-amministrativo  di
produzione e gestione dei rifiuti; 
  Ritenuta, altresi',  la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza  di
adottare  una  disciplina  transitoria  volta  a  consentire  che  le
installazioni sottoposte ad  autorizzazione  integrata  ambientale  a
seguito dell'entrata in vigore del decreto legislativo 4 marzo  2014,
n. 46, di attuazione della direttiva 2010/75/UE,  gia'  operanti  nel
pieno rispetto dei  requisiti  stabiliti  dalla  direttiva  medesima,
possano proseguire il proprio esercizio nelle more della  definizione
dei procedimenti amministrativi  di  autorizzazione  da  parte  delle
competenti autorita' regionali; 
  Considerata la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza  di  emanare
disposizioni  che  assicurino  la  prosecuzione,   per   un   periodo
determinato, dell'attivita' produttiva degli stabilimenti industriali
di interesse strategico nazionale  interessati  da  un  provvedimento
giudiziario di sequestro dei beni; 
  Considerata, altresi', la straordinaria necessita'  ed  urgenza  di
garantire che le misure, anche  di  carattere  provvisorio  volte  ad
assicurare la prosecuzione  dell'attivita'  produttiva  dei  medesimi
stabilimenti,  siano  adempiute  secondo  condizioni  e  prescrizioni
contenute in un  apposito  piano,  a  salvaguardia  dell'occupazione,
della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e dell'ambiente; 
  Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri,  adottata  nella
riunione del 3 luglio 2015; 
  Sulla proposta del Presidente del  Consiglio  dei  ministri  e  dei
Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio  e  del  mare  e
dello  sviluppo  economico,  di  concerto  con  il   Ministro   della
giustizia; 
 
                              E M A N A 
                     il seguente decreto-legge: 
 
                               Art. 1 
 
       Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 
 
  1. All'articolo 183, comma 1,  del  decreto  legislativo  3  aprile
2006, n. 152, sono apportate le seguenti modificazioni: 
    a) alla lettera  f),  dopo  le  parole:  "produce  rifiuti"  sono
aggiunte le parole:  "e  il  soggetto  al  quale  sia  giuridicamente
riferibile detta produzione"; 
    b) alla lettera o), dopo la parola:  "deposito"  e'  aggiunta  la
seguente: "preliminare alla raccolta"; 
    c) alla lettera bb), la parola: "effettuato" e' sostituita  dalle
seguenti: "e il  deposito  preliminare  alla  raccolta  ai  fini  del
trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati"
e dopo le parole: "sono prodotti" sono inserite le  seguenti:  ",  da
intendersi quale l'intera area in cui si svolge  l'attivita'  che  ha
determinato la produzione dei rifiuti".

                                Art. 2 
 
Modifiche all'articolo 29 del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 46 
 
  1. All'articolo 29, del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 46, il
comma 3 e' sostituito dal seguente: 
    "3. L'autorita' competente conclude  i  procedimenti  avviati  in
esito alle istanze di cui al comma 2, entro il 7 luglio 2015. In ogni
caso, nelle more della conclusione dei procedimenti, le installazioni
possono  continuare   l'esercizio   in   base   alle   autorizzazioni
previgenti, se  del  caso  opportunamente  aggiornate  a  cura  delle
autorita' che  le  hanno  rilasciate,  a  condizione  di  dare  piena
attuazione, secondo le tempistiche prospettate nelle istanze  di  cui
al comma 2, agli adeguamenti  proposti  nelle  predette  istanze,  in
quanto  necessari   a   garantire   la   conformita'   dell'esercizio
dell'installazione con il Titolo III-bis,  della  Parte  seconda  del
decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.". 

                                Art. 3 
 
Misure  urgenti  per  l'esercizio  dell'attivita'   di   impresa   di
            stabilimenti oggetto di sequestro giudiziario 
 
  1. Al fine di garantire il necessario bilanciamento tra le esigenze
di   continuita'   dell'attivita'   produttiva,    di    salvaguardia
dell'occupazione, della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e
dell'ambiente  salubre,  nonche'  delle   finalita'   di   giustizia,
l'esercizio dell'attivita' di impresa degli stabilimenti di interesse
strategico nazionale non e' impedito dal provvedimento di  sequestro,
come gia' previsto dall'articolo 1,  comma  4,  del  decreto-legge  3
dicembre 2012, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge  24
dicembre 2012, n. 231, quando lo stesso si riferisca  ad  ipotesi  di
reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori. 
  2. Tenuto conto della rilevanza degli  interessi  in  comparazione,
nell'ipotesi di cui  al  comma  1,  l'attivita'  d'impresa  non  puo'
protrarsi per un periodo di tempo superiore a 12  mesi  dall'adozione
del provvedimento di sequestro. 
  3. Per la prosecuzione dell'attivita' degli stabilimenti di cui  al
comma 1, senza soluzione di continuita', l'impresa deve  predisporre,
nel termine perentorio di 30 giorni dall'adozione  del  provvedimento
di sequestro, un piano recante misure e attivita'  aggiuntive,  anche
di tipo provvisorio, per la tutela  della  sicurezza  sui  luoghi  di
lavoro, riferite all'impianto oggetto del provvedimento di sequestro.
L'avvenuta predisposizione  del  piano  e'  comunicata  all'autorita'
giudiziaria procedente. 
  4. Il piano e' trasmesso al  Comando  provinciale  dei  Vigili  del
fuoco, agli uffici della ASL e dell'INAIL competenti  per  territorio
per le rispettive attivita' di  vigilanza  e  controllo,  che  devono
garantire un costante monitoraggio delle aree di  produzione  oggetto
di sequestro, anche mediante lo svolgimento di  ispezioni  dirette  a
verificare l'attuazione delle misure ed attivita' aggiuntive previste
nel piano. Le amministrazioni provvedono alle attivita' previste  dal
presente  comma  nell'ambito   delle   competenze   istituzionalmente
attribuite, con le risorse previste a legislazione vigente. 
  5. Le disposizioni del presente  articolo  si  applicano  anche  ai
provvedimenti di sequestro gia' adottati  alla  data  di  entrata  in
vigore del presente decreto e i  termini  di  cui  ai  commi  2  e  3
decorrono dalla medesima data. 

                                Art. 4 
 
                          Entrata in vigore 
 
  1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso  della  sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della  Repubblica  italiana  e
sara' presentato alle Camere per la conversione in legge. 
  Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito
nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica
italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare. 
    Dato a Roma, addi' 4 luglio 2015 
 
                             MATTARELLA 
 
 
                            Renzi,  Presidente  del   Consiglio   dei
                            ministri 
 
                            Galletti, Ministro dell'ambiente e  della
                            tutela del territorio e del mare 
 
                            Guidi, Ministro dello sviluppo economico 
 
                            Orlando, Ministro della giustizia 
 
Visto, il Guardasigilli: Orlando 

Mentre mandano in onda la pubblicità, l'Ilva continua a fare melina

Dieci giorni in più per tenere accesi i motori dell'Ilva

Dieci giorni in più. Su questo surplus per la procedura di spegnimento dell’altoforno numero 2 si basa la strategia dei vertici dell’Ilva. Una proroga fondamentale per il siderurgico: se si dilazionassero i tempi della fermata dell’altoforno, ci sarebbero margini di manovra più ampi.
Innanzitutto, si potrebbe arrivare alla concomitanza della ripartenza dell’altoforno 1, prevista per l’1 agosto. Il quadro è questo: se fosse confermata l’ipotesi di fermata definitiva per l’impianto dove si è verificato l’incidente mortale, a quel punto la stessa manovra dovrebbe verificarsi per il gemello Afo4. Come spiegato da azienda e sindacati, infatti, per motivi di sicurezza non sarebbe possibile far marciare da solo l’ultimo altoforno.
Da qui, la strategia di allungamento dei tempi che potrebbe consentire di affiancare l’altoforno 1 attualmente in fase di ristrutturazione per l’adeguamento alle prescrizioni ambientali.
Questa proroga potrebbe avere un secondo fine: l’attesa per un eventuale pronunciamento del Tribunale del Riesame sulla facoltà d’uso.
Bisognerebbe però valutare i tempi ma resta in piedi ancora un’ulteriore opzione: la richiesta dell’azienda alla Procura della concessione della facoltà d’uso, a fronte di un cronoprogramma di interventi concordato in modi e tempi.
In queste ore ci dovranno essere necessariamente novità in quanto la procedura di Afo2, senza ulteriori cambiamenti, prevede la conclusione tra il 6 e il 7 luglio.
Intanto, sul fronte sindacale arriva la dura presa di posizione dell’Unione Sindacale di Base. Usb denuncia innanzitutto altri due gravi episodi specificando che il messaggio che sta pericolosamente passando «è che la marcia impiantistica viene prima di tutto, anche prima della salute. Non è un caso che tra domenica e martedì sono avvenuti altri due gravissimi incidenti fortunatamente senza feriti, il primo in acciaieria 2 e l’altro nella colata continua 4, entrambi potevano avere conseguenze disastrose, chiaramente nessuno sa nulla, non conviene in questo momento divulgare notizie che potrebbero nuocere alla produzione».
Secondo il sindacato «le tante illazioni che girano sul tragico incidente di Alessandro Morricella, ampiamente smentite dalla decisione del gip di confermare il sequestro, servono solo a far nascere i dubbi nella testa dei lavoratori e a scaricare la responsabilità di una fermata parziale o totale dello stabilimento sulle spalle di persone innocenti: la macchina del fango si è messa in moto subito dopo il sequestro senza facoltà d’uso e serve a creare il dubbio tra noi. Non è un caso che in queste ore si vocifera di incontri clandestini per organizzare proteste contro il sequestro di Afo2».
Il sindacato precisa e ricorda come la responsabilità non sia della procura «che fatto il proprio lavoro ma è addebitabile a chi da tre anni promette di risolvere il problema a suon di decreti il cui unico effetto è stato quello di allungare l’agonia».
C’è poi anche un passaggio sulle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi che aveva ribadito l’importanza strategica del gruppo siderurgico per il sistema industriale italiano: «La soluzione c’è e il ministro Guidi lo sa benissimo così come Renzi: si chiama “investimenti”. Quelli che i vari ministri e governi promettono, a parole, da più di tre anni, dopo sette Decreti, quattro Commissari, un Sub-Commissario, cinque direttori e tanti, troppi lavoratori che hanno lasciato la pelle in nome del risanamento che finora non c’è stato».
Servono soldi per risanare e mettere in sicurezza al di là degli slogan. È questo il senso dell’appello finale della nota sindacale che si rivolge direttamente al presidente del Consiglio: «Abbiamo la netta impressione che pretendere salute e sicurezza all’Ilva sia diventato quasi un reato. Il premier Renzi all’indomani dell’ultimo decreto disse “l’Europa non mi impedirà di salvare i bambini di Taranto” ma visti i risultati l’unica cosa sicura è che se continuiamo così i bambini rimarranno orfani. Soldi e investimenti rappresentano l’unica strada percorribile: oltre ciò voi continuerete a sfornare decreti che allungheranno l’agonia e noi continueremo a essere vittime innocenti del vostro Pil nazionale». (quot)

Dietro la retorica banale batte un cuore profondamente reazionario e confindustriale!

La feccia umana di "giudici, imprese straniere, ambientalisti integerrimi" che dovrebbe gioire e ballare mentre chiudono l'Ilva  ringrazia l'editorialista lobbista per questo outing reazionario al gusto di neoricatto occupazionale. 


A qualcuno interessa Taranto?

L’impressione è che si attenda la morte naturale dell’Ilva. Se l’aspettano in fabbrica gli operai, l’auspicano (da tempo) gli ambientalisti, sono rassegnati perfino quelli che vorrebbero salvarla. L’attività dello stabilimento è ai minimi storici per quantità e qualità del prodotto e lo spegnimento dell’altoforno 2, ordinato dalla magistratura dopo la morte del povero operaio Alessandro Morricella, se non accade qualcosa nelle prossime ore, avvicinerà il decesso. Strano, perché nessuno ha mai deciso che la fabbrica deve chiudere. Eppure da più parti si considera che questi siano gli ultimi giorni dell’Ilva. Non appaia una contraddizione. Accade spesso nel nostro Paese che si attende che gli eventi si realizzino da soli, non si sa mai si dovesse prendere una decisione. Avete più sentito parlare di acquirenti stranieri? Indiani, brasiliani, cordate italiane... Pouff! Spariti nel nulla. E che fine abbia fatto il marchingegno economico-giudiziario che usando i soldi sequestrati ai Riva (1,2 miliardi di euro) avrebbe permesso di iniziare la bonifica nessuno lo sa. Le uniche cose certe sono le udienze dei processi che si susseguono con ammirevole regolarità e l’inquinamento che continua ad ammorbare la città.
I magistrati vanno avanti come caterpillar aiutati anche dalle barzellette che raccontano i Riva, tipo quella di proporre 14 milioni di euro per patteggiare il reato di disastro ambientale, come è accaduto ieri. Mentre le polveri hanno sfondato senza problemi il fragile muro della recinzione dei parchi minerali per infiltrarsi di nuovo fra porte e finestre. Un’altra cosa certa è la pressione in Europa contro l’acciaio italiano del quale, come si sa, se ne farebbe volentieri a meno. I tedeschi sostengono da tempo che Taranto non è necessaria nella distribuzione della produzione (e dei profitti) sostenendo che c’è un calo nella richiesta di acciaio nel mondo. E d’altronde ricordiamo tutti il rapporto choc dello scorso anno della banca svizzera Ubs, quella che protegge il patrimonio dei Riva, che senza mezzi termini sosteneva che la chiusura dell’acciaieria di Taranto sarebbe stata «una cattiva notizia per i dipendenti ma una buona per tutti gli altri beneficiari». Insomma pare che se lasciamo stare le cose come stanno, tempo un annetto, e faremo contenti (quasi) tutti, giudici, imprese straniere, ambientalisti integerrimi. L’unica forse a non essere contenta sarà proprio Taranto perché la chiusura dell’Ilva non solo significherà 11 mila disoccupati in più, ma non comporterà la liberazione dall’inquinamento. Il cadavere della fabbrica resterà lì ad appestare l’aria chissà per quanto. Bagnoli docet. Batta un colpo chi può.(CdM)

lunedì 29 giugno 2015

Logica, giusta azione.

Ilva, dopo morte di Alessandro Morricella convalidato sequestro dell’altoforno

È “pacifico” che l’impianto dell’Ilva nel quale ha perso la vita l’operaio Alessandro Morricella investito da un getto di ghisa liquida, fosse “sprovvisto dei più elementari dispositivi destinati e idonei alla protezione dell’incolumità dei lavoratori”. Lo ha scritto il gip di Taranto, Martino Rosati, nel decreto con il quale ha convalidato il sequestro senza facoltà d’uso dall’Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico richiesto dalla procura tarantina. Nelle 12 pagine del documento il magistrato ha spiegato oltre agli accertamenti svolti dagli investigatori è stata proprio l’azienda con il suo atteggiamento a confermare questa mancanza.
L’Ilva, infatti, subito dopo l’incidente che è costato la vita all’operaio 35enne, si è “affrettata – scrive il gip Rosati – a piazzare delle artigianali barriere metalliche di protezione in prossimità dei punti più pericolosi dell’impianto” e contemporaneamente a “commissionare” a una ditta specializzata la predisposizione di dispositivi automatizzati per eseguire la misurazione della temperatura della ghisa, la stessa che ha ucciso Morricella. Per il giudice, quindi, è stata proprio l’Ilva “a confessare l’enorme e inaccettabile lontananza dei dispositivi di sicurezza presenti sull’impianto”.
La procura ha aperto un fascicolo per cooperazione in omicidio colposo e omissione delle cautele sui luoghi di lavoro. Nel registro degli indagati, oltre al direttore dello stabilimento Ruggiero Cola, sono finiti il capo Area Salvatore Rizzo, il tecnico campo di colata Domenico Catucci, il tecnico di cabina Vincenzo Catucci, il capo turno Saverio Campidoglio, il direttore dell’area Ghisa Vito Vitale, e poi ancora il capo reparto Afo 2 Giovanni Zingarelli, il responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
La decisione del gip Rosati, notificata qualche ora fa dai carabinieri di Taranto, di negare la facoltà d’uso all’Ilva potrebbe avere conseguenze più drastiche per la fabbrica. La conferma dei sigilli agli impianti dell’Altoforno 2, infatti, rischia di causare il blocco totale dello stabilimento tarantino. Il fermo dell’altoforno 2, infatti, si aggiunge a quello dell’Afo1 – fermo da dicembre 2012- e dell’Afo5, inattivo da tre mesi: entrambi gli impianti sono stati spenti per consentire all’azienda di eseguire gli adeguamenti alle prescrizione imposte dall’Autorizzazione integrata ambientale.
A produrre acciaio, quindi, resta solo l’Afo4. Un solo altoforno, però, hanno fatto sapere i tecnici, genera un profondo rischio di sicurezza per l’intero stabilimento. Il riciclo dei gas degli altoforni, infatti, è utilizzato da Ilva per alimentare altri impianti: il funzionamento di un solo altoforno, pertanto, non garantirebbe la produzione minima di energia necessaria per utilizzare altri impianti collegati alla produzione dell’acciaio. L’azienda, attraverso i suoi legali, aveva già annunciato il ricorso al tribunale del riesame, ma in attesa della decisione del riesame, l’azienda non potrà fare altro che avviare lo spegnimento degli impianti. Il governo al momento tace. (FQ)

venerdì 26 giugno 2015

Chiarezza e lucidità

La tragica morte di Alessandro Morricella e il sequestro senza facoltà d’uso di AFO 2


LETTERA APERTA
Al        Dr. Franco Sebastio Procuratore della Repubblica di Taranto
                                                           Ing. Massimo Rosini Direttore Generale Ilva SpA
                                                          

Sono Biagio De Marzo, tarantino di 78 anni, ingegnere navalsiderurgico, pensionato, cittadino attivo. Dal punto di vista civico e professionale, ritengo di non essere uno sprovveduto. Nella mia vita ho seguito un principio inderogabile: fai bene quello che devi fare; se ti accade qualcosa di imprevisto, capisci bene cosa e perché è accaduto e adoperati perché non accada più. L’ho seguito anche da ecologista “anomalo”, lasciando parecchie tracce, anche scritte.
E vengo al dunque. Dopo un travagliato percorso, per l’Ilva di Taranto è stato deciso che “deve tornare a produrre in modo sostenibile e vantaggioso economicamente e socialmente”. Per essere certi che ciò sia ragionevolmente possibile, di recente ho proposto sulla stampa e in qualche sede politico/istituzionale di far effettuare ad ARPA Puglia la VIIAS (Valutazione Integrata Impatto Ambientale e Sanitario) di Ilva Taranto in vari scenari oltre quello “a prescrizioni AIA rispettate” (vedi l’OdG presentato dai Consiglieri comunali Capriulo, Liviano e Venere in calendario per il Consiglio comunale del 26 giugno). Le valutazioni di ARPA Puglia fornirebbero elementi importanti per delineare il futuro del siderurgico e, al limite, per evitare sprechi di tempo e di risorse.
Tutto questo è reso più difficile o, secondo alcuni, addirittura impossibile dal sequestro senza facoltà d’uso di AFO 2 a seguito del drammatico incidente dell’8 giugno che ha comportato la morte di Alessandro Morricella, il giovane lavoratore gravemente ustionato. E’ ineccepibile la motivazione del provvedimento assunto dall’Autorità Giudiziaria “in attesa di conoscere le cause dell’evento anomalo a base dell’infortunio, nonché di quelli successivi di minore entità seguiti nei giorni successivi, nel dubbio di un malfunzionamento degli apparati di segnalazione di anomalie, che possa costituire fonte di pericolo di eventi e reati analoghi”.
Sulla stampa si è ipotizzato che l’incidente sia avvenuto mentre si misurava la temperatura della ghisa nella fase di colaggio. Lo escludo categoricamente: quella è un’operazione standardizzata, ripetuta centinaia di migliaia di volte in 50 anni di esercizio degli altoforni di Taranto, senza incidenti mortali. E allora cosa è successo su AFO 2?
Per una decina di anni ho lavorato in area ghisa nel settore della manutenzione e, in qualche modo, ho avuto a che fare anche con gli altoforni. Scavando nella memoria, mi sono ricordato di una procedura particolare, talvolta messa in atto dal personale del campo di colata, chiamata NAKADOME’. Essa, pur essendo praticata in tutto il mondo, non è standardizzata e tantomeno scritta, ma è tramandata a voce tra gli addetti. So che negli anni ’60 i giapponesi avevano “ammaestrato” gli “italsiderini” di Taranto.
Era (è?) un’operazione non usuale, comandata e coordinata da un responsabile altofornista, quando con la “macchina a forare” non si riusciva a “pescare” la ghisa liquida nell’altoforno. Si adoperava, con tutte le cautele del caso, la “macchina a tappare” iniettando nel foro di colaggio pochi chilogrammi di massa a tappare impastata con catrame che, a contatto con l’altissima temperatura interna all’altoforno provocava un’esplosione cui seguiva il deflusso regolare della ghisa liquida. Il tutto avveniva in pochissimi secondi.
L’8 giugno 2015 su AFO 2 è stata fatta una NAKADOME’ andata molto male?
Ritengo che l’Autorità Giudiziaria, con la leale collaborazione della dirigenza e del personale Ilva, possa ottenere la risposta e, se del caso, disporre per le necessarie contromisure.
Ho vissuto personalmente una vicenda molto meno drammatica di quella di AFO 2 ma con alcune significative analogie. Nel 1971 ero direttore di macchina dell’incrociatore Vittorio Veneto, nave ammiraglia della Marina Militare. In navigazione ci fu un’esplosione nella camera di combustione di una delle caldaie principali dell’apparato motore. Mi dissero che la grave anomalia si era già verificata in passato senza individuarne la causa. Ordinai per interfono a tutto il personale di guardia in quel momento di muoversi dal loro posto solo dopo che io avessi “fotografato” e ricostruito con ciascuno di loro come stavano le cose al momento dello scoppio (assetto, manovre, segnalazioni, impressioni, ecc.). Non ricordo quante ore impiegai e quanti fogli di appunti riempii. Poi con calma, analizzammo il tutto ed individuammo in quali condizioni si formava la particolare combinazione di aria e combustibile che esplodeva invece di bruciare. Firmai un ordine di servizio per impedire il ripetersi di quelle condizioni. Il V. Veneto navigò regolarmente per decenni.
Qui, ora, si tratta di sapere cosa è successo su AFO 2. Serve per decidere se il Siderurgico di Taranto può continuare a funzionare, ovviamente operando correttamente e realizzando i lavori necessari antinquinamento, attesi i risultati delle VIIAS effettuate da ARPA Puglia, oppure se deve essere chiuso nel dubbio di malfunzionamento di tutto quanto avviene lì dentro.
Serve lucidità, coraggio e lealtà.

Ing. Biagio De Marzo, già dirigente Italsider.