L'intervista al giornalista Carlo Vulpio su L'Unità
di Salvatore Maria Righi
Parliamo di Ilva e di Taranto con Carlo Vulpio, un collega del
Corriere della Sera che, come inviato, da oltre vent’anni racconta il
mondo e il suo mondo, la Puglia. Nel suo libro “La città delle nuvole”,
come in una premonizione, c’è più o meno tutto quello che è successo e
sta succedendo a Taranto. Il volume è del 2009.
Cominciamo dalla fine, dal caso Vendola. Il presidente si difende dalle accuse e replica che la sua storia non si tocca.
“Scusi,
lo dico senza polemica, ma cosa si intende con questo? Quale storia, mi
chiedo? Credo che la storia delle persone si faccia con atti concreti,
non con sorrisi e belle parole. Questo non vale ovviamente solo per lui,
ma per tutti quelli che fanno passerelle, ma lasciano le cose come
stanno. Lo stesso discorso potrebbe valere, per esempio, anche per il
presidente della Camera, Boldrini, riguardo al tema immigrati. O per
quelli che combattono la mafia solo facendo comizi . Il nome del partito
di Vendola parla di ecologia e libertà, ma se è per questo a Taranto
anche il tanto vituperato Cito faceva comizi contro l’Ilva. Anzi, da un
certo punto di vista è stato più ambientalista di lui, perché diceva in
pubblico che la voleva radere al suolo”.
Il tema della corruzione ambientale al centro dell’inchiesta della Procura sembra il vero male di Taranto.
“Non
è una novità, sono situazioni che c’erano già ai tempi dell’Italsider,
quando la fabbrica impiegava 30mila persone, pagava lo Stato e ai
sindacati andava bene tutto, perché per loro significava fette di potere
e tessere. Così come il problema ambientale che c’è da sempre, perché
da sempre ci sono stati dati e numeri taroccati, denunce ignorate e
magistrati che si giravano dall’altra parte. Il clima è cambiato di
ognuno con tutti, diciamo così, è cambiato solo dopo, quando sono
arrivati i morti come una lugubre cambiale all’incasso, per colpa di
veleni come la diossina, il benzoapirene e l’arsenico in una sequenza
precisa che ha fatto piangere intere famiglie: la malattia, la morte e
alla base di tutto l’inquinamento”.
Molti parlano di catastrofismo..
“Catastrofe
vuol dire cadere giù, ecatombe era il sacrificio di 100 buoi, a Taranto
sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame, quindi anche
etimologicamente non c’è nessuna forzatura. In realtà, è dagli anni
Novanta che con dati e numeri alla mano ho respinto al mittente certe
accuse. E non è vero che ho fatto da amplificatore alle inchieste e ai
magistrati, casomai il contrario. Mi spiace doverlo dire, ma nel mio
libro che è stato presentato quattro anni fa al Salone del libro di
Torino, c’è tutto quello che contengono gli atti della procura. Il
problema della salute era già presente a metà degli anni Novanta, anche
se all’epoca si vedeva soprattutto dal punto di vista degli operai
dell’Ilva, più che della popolazione”.
Il procuratore Sebastio, più volte, ha parlato del ruolo da supplente che è toccato alla magistratura.
“Ma
questo succede ovunque in Italia, non solo lì, come si può vedere dalle
inchieste aperte nel nostro paese. A volte è giustificato, a volte no.
Di certo a Taranto c’è stato un vuoto radicale della politica per tutti
questi anni, ma queste situazioni dovrebbero trovare una soluzione prima
che intervenga la magistratura, che arriva quando ormai le cose sono
degenerate e che comunque non è un corpo immacolato dello Stato. Anche
la magistratura, a volte, compie forzature, anche se non è il caso di
quella di Taranto. Certo tutto questo potevano farlo prima, in quella
Procura. Perchè tutto quello che è venuto fuori ora, su Taranto, lo
sapevano tutti da una vita. Non è stata certo una sorpresa”.
Era l’unico modo per spezzare il patto scellerato che ha soffocato Taranto?
“L’intera
classe politica che si è succeduta negli anni non ha fatto niente per
la città, e questo ha giovato a tutti, sia nel periodo dell’Italsider
che in quello Ilva. Lo stesso Vendola, nella telefonata di cui si è
parlato in questi giorni, dice una cosa molto illuminante: il nostro
miglior alleato è la Fiom. All’origine di tutto questo, però, credo ci
sia un problema più generale e culturale legato alla parola lavoro”.
Cioè?
“La
sua sacralizzazione dettata dall’articolo 1 della Costituzione, il
fatto che in suo nome si possa anche arrivare ad uccidere e avvelenare.
Certamente è un valore primario, basilare, ma non può essere un totem
che condiziona tutto il resto fino alle estreme conseguenze. L’articolo 1
dovrebbe essere fondato sulla persona umana, non sul lavoro”.
Questa storia, invece, è stata impostata sulla dicotomia salute-lavoro.
“E’
un dibattito vecchio di un secolo, fuori luogo riproporlo ancora
adesso. Il tema non è essere pro o contro l’acciaio, per dire. Il punto è
produrre acciaio con le migliori tecnologie possibili, perché una sola
vita persa per l’inquinamento vale più delle centinaia di milioni di
euro dei profitti. Il punto è ripensare quella fabbrica con un modello
industriale più adatto ai tempi, più piccolo e più adatto al mercato e
alla compatibilità ambientale, come succede in tutti i paesi sviluppati
come Germania o Stati Uniti, dove stabilimenti grandi ed inquinanti come
l’Ilva sono stati trasformati in fabbriche modello anche come impatto
su salute e ambiente”.
Però ci vogliono soldi. Molti soldi.
“Gli
esperti veri, i tecnici che davvero ne sanno, dicono che ci vogliono
8-10 miliardi per risanare l’Ilva e trasformarla in una fabbrica
moderna. La domanda allora è conviene spenderli o abbattere il mostro?
Non è una questione giudiziaria o di mercato, così come è ora, Ilva è
condannata a chiudere perché è una fabbrica obsoleta e decrepita. Ed è
probabile che la proprietà cerchi di arrivare alla fine delle
autorizzazioni derivanti dal protocollo di Aarhus per poi chiudere i
battenti”.
Cosa può succedere, ora?
“Le
strade sono due, secondo me. Il rischio è che ci si accontenti di
quello che loro chiamano ambientalizzazione, interventi minimi per
300-400 milioni che non possono fare quasi nulla, considerando le vere
cifre che servirebbero. Oppure, con più coraggio e tanti più
investimenti, si cerca di percorrere la strada della bonifica che
vorrebbe anche dire, seppure in ritardo, riprendersi da una sventura
immensa e recuperare il tempo perso. Si potrebbe dare lavoro per decine
di anni a migliaia di persone, dopo la chiusura dell’Ilva”.
Ma al momento pagherebbe lo Stato, non chi ha inquinato.
“Il
principio del chi inquina paga è sacrosanto, ci mancherebbe. Ma la
politica e chi fa scelte per la collettività non possono aspettare le
decisioni della magistratura. Per cominciare il processo di bonifica e
pulizia, per ridare un futuro alle persone, il primo passo tocca allo
Stato, poi finito il processo toccherà ai responsabili risarcire gli
italiani. L’importante è che cambi il modello industriale di
riferimento”.
Si riferisce alla riconversione dell’Ilva?
“Faccio
l’esempio di Pittsburgh, negli Stati Uniti, che era la capitale
mondiale dell’acciaio e che aveva un impatto inquinante simile. Adesso
gli Usa producono il 60% dell’acciaio con materiali di recupero, quindi
senza produrre, e per il resto lo ricavano da impianti puliti. In
Germania c’è il limite di 0,1 nanogrammi di benzoapirene per metro cubo,
e lo rispettano tutti. Da noi ci sono impianti vecchi e chi sostiene
queste cose è subito accusato di anti-industrialismo. Di essere un
incosciente. Incosciente, invece, è chi uccide le persone avvelenandole.
A Taranto c’è l’occasione per ripensare tutto il modo di fare
siderurgia, con l’utilizzo di quello che il progresso mette a
disposizione come la bioingegneria e le nanotecnologie. Dire queste cose
non significa non volere l’acciaio, significa togliere l’idea della sua
centralità quantitativa. Acciaierie come l’Ilva di oggi non le vogliono
più nemmeno in paesi in via di sviluppo come il Pakistan, dove i
contadini hanno accolto a fucilate chi ne voleva fare una”.
Taranto si può ancora salvare?
“E’
tardi, tardissimo. La politica non ha fatto altro che entrare a gamba
tesa per metterci una pezza, ma mai in modo decisivo. I protocolli e le
intese firmate da Regione e governo nel corso degli anni sono come
quelli dei saggi di Sion, poco più che carta straccia, perché sono state
petizioni di principio, larghe intese e mai niente di concreto. Se
dovessi puntare un euro sul futuro, la logica indurrebbe ad essere
pessimista, perché non c’è niente che non faccia pensare a questo, ma
preferisco sospendere il giudizio con un atteggiamento più da storico:
vediamo cosa succede”.
Intanto la strage continua: gli ultimi dati epidemiologici sono impressionanti.
“E’
una strage silenziosa che dura da sempre, c’erano tutti i sintomi già
tanto tempo fa. Ma già allora si occultavano notizie, non si dava un
quadro chiaro della situazione e intanto si riempiva tutto di veleni, la
terra, l’aria e il mare. Dico solo un particolare per fare capire
tutto: il controllo delle emissioni, che nominalmente toccava alla
Regione attraverso l’Arpa e i suoi organismi, era di fatto affidato ad
una compagnia che faceva capo ad Ilva”.
Chi controlla i controllori, il problema dei problemi.
“Infatti
il problema di persone come il direttore Giorgio Assennato, che compare
anche tra i nomi dell’inchiesta, è che sono cariche di nomina politica,
in questo caso dalla presidenza regionale, quindi non faranno mai nulla
che non sia gradito a chi lo ha messo lì. Ci vorrebbero entità diverse
non comunicanti tra loro”.
Il libro e tutto il resto: mai pentito di aver remato contro?
“Mai,
assolutamente. Per meglio dire, non sono e non voglio essere come
altri, non voglio vivere di rendita sui morti e sulla drammaticità delle
situazioni. Ho avuto la soddisfazione di essere stato un organo di
libertà, di averci creduto e di aver fatto questo mestiere senza
influenze e pregiudizi politici. Se mi chiedono perché non sono
diventato direttore del Corriere della Sera, potrei dire che c’entrano
anche queste cose, ma ho fatto una scelta e non mi sono mai pentito,
nemmeno un giorno, di averla fatta”.
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mercoledì 20 novembre 2013
lunedì 18 novembre 2013
La nuova narrazione di Vendola per Taranto
Ha riso tanto per lo "scatto felino" di Archinà definendo il giornalista Abbate "un provocatore". Vendola ora fa un passo indietro descrivendo il suo atto di chiusura nei confronti del cronista "un atto di superificialità". Mentre sullo
'scatto felino' dichiara che si tratta dell'"unico vero oggetto" della sua ilarità.
La domanda: viene da ridere a veder un gorilla ammaestrato strappare un microfono evitando così che Emilio Riva risponda alle domande che Taranto si aspetta di ricevere, dal padrone della vecchia ferriera?
No, non c'è niente da ridere, ma dipende dai punti di vista. Non tutti evidentemente la pensano così.
A noi rimangono, oltre all'inquinamento industriale, tutte le domande sollevate dal giornalista Carlo Vulpio in questo post che abbiamo pubblicato qui sotto. E rimane irrisolto il quesito sul suo "mettersi a disposizione" dell'Ilva, a cui non ha ancora risposto. Si è limitato a dichiarare in un'intervista all'Unità che " Bisogna conoscere gli interlocutori di Ilva,
molti sono bestie nere, specialisti del muro di gomma. Mentre
Archina' si presentava come un interlocutore disponibile a
fare pressioni sulla proprieta' per aprire alle questioni che
noi ponevamo. E' stata una battuta che mi serviva per
iniziare la telefonata con il responsabile istituzionale
dell'Ilva, in un passaggio particolarmente delicato della
vicenda". Non ci convince soprattutto riascoltando quella telefonata in cui dice che "il presidente non si è defilato".
Chissà cosa avrà allora da dire domani al Consiglio regionale dove si discuterà delle vicende relative a quella scottante intercettazione. La maggioranza che l'appoggia si dice compatta a difendere un Presidente che è stato ultimamente preso di mira...La minoranza, ma non solo, ne chiede le dimissioni. E lui non solo non si dimette ma continua nella sua narrazione. Al Manifesto ha infatti detto che " siamo davanti ad un atto delinquenziale, un' operazione
costituita da una centrale di diffamazione e calunnie che ha
le sue radici a Taranto e non solo. Agiro' in ogni sede
legale. Mi difendero''
Farnetica il Presidente per evitare di confrontarsi con la realtà.
dal blog di Carlo Vulpio:
Vorrebbe “rompere la narrazione” di un Sud raccontato sempre come “parassita, criminale e arretrato”, così va dicendo in giro per convegni Nicola Vendola, da dieci anni “governatore” della Puglia. E poi lo senti ridere a telefono con il factotum dell’Ilva – quel risolino strano di uno che sembra essersi appena fatto una canna -, lo senti ridere sui malati di tumore di Taranto e su quel povero cronista di una tv locale che ha osato fare una domanda a Emilio Riva
sui morti di cancro ed è stato stoppato dal factotum dell’Ilva “con uno
scatto felino” (così lo definisce Vendola complimentandosi con il
medesimo factotum Conversazione Vendola-Archinà, telefonata del 6 luglio 2010).
Ascolti tutto questo e dici: eccola lì la vera “narrazione” dell’Italia,
del Sud, della Puglia: un presidente del governo regionale che dovrebbe
rappresentare tutti i pugliesi (quattro milioni) e che si diverte a
casa di amici a Roma, anzi “si piega in due dalle
risate per un quarto d’ora”, mentre guarda un video in cui il factotutm
plurindagato dell’Ilva, tale Girolamo Archinà, un ex
operaio che ha fatto carriera fino al vertice dell’azienda, ha, “con un
fantastico scatto felino”, impedito al cronista di Blustar Tv di rivolgere la più semplice e la più logica delle domande al padrone delle ferriere.
E insieme con chi si sta scompisciando dalle risate Vendola? Con il suo capo di gabinetto (già, proprio un gabinetto), tale Francesco Manna,
uno che accanto al presidente si è fatto un nome. Non sufficiente
tuttavia per evitare di essere sostituito dall’1 gennaio 2012 da un
altro valoroso capo di gabinetto, tale Davide Pellegrino, ovvero il marito del presidente dell’Ordine dei giornalisti di Puglia, Paola Laforgia, cronista dell’Ansa. Quello stesso Ordine lesto ad archiviare la mia denuncia contro Vendola quando costui mi ha definito “diffamatore professionale” (a me, incensurato) davanti al magistrato che lo interrogava per le porcherie della Sanità e sulle discariche in Puglia (una a Spinazzola, sopra un prezioso sito neolitico e l’altra a Corigliano d’Otranto,
proprio sopra il più grande bacino sotterraneo di acqua dolce della
regione, che rifornisce l’acquedotto pugliese, e che è stata bocciata di
recente dalla Unione europea come progetto folle). Quello stesso Ordine dei giornalisti di Puglia che si è comportato proprio come la magistratura di Bari–
dove albergano gli altri amici di Vendola, quelli con cui egli va a
pranzo e quelli con cui intrattiene cordialissimi rapporti di affetto e
di amicizia -, quella magistratura cioè, che quando ho denunciato
Vendola, prima ha tenuto le carte chiuse nei cassetti (la pm Pirrelli, moglie del presunto scrittore e pm Carofiglio)
e poi, quando mi sono incazzato in carta da bollo, sui giornali e su
questo blog, ha riconosciuto che effettivamente era Vendola a “diffamare
gravemente” me, ma cosa volete, la sua posizione andava archiviata
perché io sul Corriere della Sera avevo scritto articoli critici (mai querelati) su di lui.
Ecco la nuova “narrazione” del Sud, signori. Ecco il rispetto di
questi maramaldi per il dirittto di critica e di cronaca garantito dalla
Costituzione.
E’ vero, le intercettazioni del Ciarlatano Vendola sono molto gravi
anche perché egli “si mette a disposizione”, come si dice nella
narrazione vera del Sud, dell’Ilva, assicurando al factotum che lui, il
presidente della Puglia, “non si è defilato”, e anzi pregando il factotum di riferire a Riva questo concetto, caso mai il padrone delle ferriere se ne fosse dimenticato.
Ma tutto questo lo sapevamo già. Lo abbiamo ben spiegato da tempo. Abbiamo sempre detto che, se davvero ci fosse un giudice a Berlino,
e in Puglia, e in Italia, chiederebbe conto a Vendola non soltanto
della tentata concussione di cui è imputato (le sue presunte pressioni
sull’Arpa, l’Agenzia regionale di protezione
ambientale, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è tutt’al più uno
strumento musicale), ma anche e soprattutto della legge-truffa sulle
emissioni di diossina a Taranto. Una legge “ad aziendam”, poiché
prevede controlli fasulli (non il campionamento 24 ore su 24, ma un
blando monitoraggio a settimane e mesi alterni, di giorno sì, ma la
notte no) e tuttavia è stata venduta dovunque dal Ciarlatano – maxime da
Sant’Oro e da Fazio – come “la prima, vera legge per abbattere la diossina”.
A questo punto però, per il requisito di completezza
dell’informazione, ci tocca fare, ma è solo una breve parentesi, un paio
di piccole “rivelazioni”. La prima. Quando di queste cose si parlò in
una puntata di Annozero, appositamente “cucita addosso” a Vendola da
Sant’Oro, per agevolare la campagna elettorale del “narratore” di
minchiate, io ebbi un duro battibecco con Marco Travaglio,
poiché gli rimproverai di non aver fatto a Vendola nemmeno una domanda
che fosse una su un argomento che Travaglio ben conosceva, visto che
sosteneva di aver apprezzato il mio libro “La città delle nuvole”.
Marcolino però giocò a nascondino e mi rispose che non aveva
chiesto nulla a Vendola perché la puntata organizzata dal suo boss
Sant’Oro non era “sulla Puglia”. Un’argomentazione miserrima, poiché
Travaglio, Sant’Oro e tutto il cucuzzaro sapevano bene già allora che
l’Ilva è un problema europeo, mondiale, non “pugliese”.
In ogni caso, essendo la risposta offensiva per l’intelligenza di
chiunque, provvidi immantinente a mandare al diavolo Travaglio, non
prima di avergli ricordato che se per puro caso egli avesse azzardato
una sola domanda appena appena valida sul caso Ilva, Sant’Oro gli
avrebbe dato un calcio in culo e per punirlo in maniera esemplare lo
avrebbe mandato a far le vacanze con me nei mari del Sud.
La seconda “rivelazione”, sempre in materia di Ilva, riguarda Grillo. Il quale, invitato da me, quando (ahimè) mi capitò di frequentarlo, a parlare di Ilva al Salone del Libro di Torino, declinò l’invito semplicemente perché in quel momento l’argomento non prometteva la stessa ricaduta mediatica di oggi.
Sottolineato dunque il concetto che a costoro, come a Vendola, di
bambini leucemici, di salute di una intera popolazione, di abbattimento
di migliaia di capi di bestiame e di inquinamento della terra e del mare
non frega più di tanto, a meno che non “renda”, possiamo chiudere la
parentesi e tornare al Ciarlatano e alla sua telefonata con il factotum
dell’Ilva.
Nella conversazione tra i due – questa annotazione non va sottovalutata – si parla anche di “affari” che Vendola è andato a curare durante un suo viaggio in Cina
(siamo nel 2010). Noi, che non siamo sospettosi, pensiamo che si tratti
di affari in senso lato, come dire, affari pubblici, relazioni
commerciali con ricaduta positiva sull’economia italiana e pugliese.
Però, visto come si sbellicavano dalle risa Vendola e compagnia, visto
che la Cina produce tanti ma tanti pannelli fotovoltaici (ah, il
silicio!) e considerato che quelli sono stati gli anni del boom dell’eolico e del fotovoltaico
industriali che hanno sfigurato il paesaggio della Puglia e hanno
permesso arricchimenti da narcotraffico con i contributi pubblici
elargiti a un’energia “alternativa” inesistente – e quindi inutile
financo a diminuire di un pollice i consumi di combustibili fossili -,
ebbene, vorremmo sapere dalla politica (bah!) e dalla magistratura
(doppio bah!), se non ritengano di capire un po’ meglio a quali “affari”
si riferiscano Vendola e Archinà quando se la ridono (sembra di
risentire quei ceffi che ridevano a telefono subito dopo il terremoto
dell’Aquila) per lo “scatto felino fantastico” che ha stoppato il cronista della tv tarantina.
Cronista che Vendola, questo bluff del niente, definisce anche
“faccia da provocatore”. Lui, con quella faccia che si ritrova. Proprio
lui – questo è il concorso che lanciamo qui tra i nostri lettori -che è
un’autentica faccia di… (ognuno ci metta il complemento di
specificazione che preferisce, democraticamente).
giovedì 14 luglio 2011
Filmare l'apocalisse quotidiana
Dal Blog di Carlo Vulpio
... a cui, per l'importanza di questa documentazione che sfonda il muro di omertà degli operai, evitiamo di sottolineare la caduta di efficacia per la difesa di un indifendibile "battitore a pagnotta" come Sgarbi e la visione forse troppo fuori scala rispetto ai problemi in gioco dei "vendolini" della domenica con la manifestazione facile...
Non è “La morte a Venezia”, ma il film tragico e verissimo “La morte di Taranto” per avvelenamento e asfissia. Scongiurare questo finale si può, ma occorre incamminarsi lungo una nuova Via Francigena, con una “marcia” su Bari, su Roma e su Bruxelles
14 luglio 2011
Come vi avevamo promesso, eccovi alcuni filmati girati all’interno del più grande centro siderurgico d’Europa, l’Ilva.
Questa è solo una “selezione”. Operai e dipendenti dell’Ilva che hanno ripreso queste immagini lo hanno fatto anche perché non sanno più a che santo votarsi e soprattutto perché non credono alle menzogne e allo scaricabarile di:
- presidente di giunta e assemblea regionale, Vendola e Introna;
- presidente di provincia di Taranto: Florido;
- sindaco di Taranto: Stefàno;
- Arpa (agenzia di protezione ambientale regionale);
- polizia provinciale e Asl;
- assessori regionali, provinciali, comunali coinvolti, ognuno per il proprio ruolo e per la propria responsabilità, a tutti i livelli decisionali;
- professionisti dell’ambientalismo d’accatto;
- sindacalisti “di lotta e di pagnotta”, che, se l’Ilva non ci fosse, non ci sarebbero nemmeno loro, perché dovrebbero andare davvero a lavorare;
- “società civile” a senso unico, che si mobilita solo se se ci sono di mezzo le parolette “magiche” Berlusconi e berlusconismo, ma fa la ritrosa quando deve prendersela con “gli altri”, cioè quelli che confezionano leggi truffa sulle emissioni di diossina, chiudono ospedali e riducono la sanità a luogo privilegiato di clientele e di assalto criminale alle risorse, costruiscono discariche sui pozzi di acqua potabile, scempiano il paesaggio consentendo il business mafioso dell’eolico e del fotovoltaico – fonti energetiche utili solo se non “industriali”, vero Legambiente, Sorgenia e gruppetti di disturbo vendoliani?
(Questi ultimi, che campano di politica, sono andati in trasferta anche a Polignano a Mare per provocare e insultare Vittorio Sgarbi, reo di difendere l’ambiente e il paesaggio, e com’è loro costume hanno filmato e diffuso solo ciò che conveniva loro far vedere, cancellando le immagini della provocazione e della contestazione vigliacca cominciata ben prima che Sgarbi salisse sul palco).
Ecco, tutti quelli che vi capitasse di riconoscere in questo elenco non sono credibili. Anzi, sono i vostri veri avvversari. Oltre che nemici degli operai e dei dipendenti dell’Ilva che hanno prodotto questi documenti “dall’interno”. Questi video e queste foto, vogliamo rassicurare anche la dirigenza del siderurgico – che se non crede a noi può chiedere ai carabinieri del Noe – non sono “datati”, né “vecchi”. Ma attualissimi. Il fatto che siano ritratti operai che indossano tute verdi, in dotazione da alcuni anni, non vuol dire nulla. Gli operai sono risparmiosi e prima di indossare le tute nuove hanno pensato bene di finire di usare le vecchie.
Nonostante tutto questo però, il ministero dell’Ambiente concede l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, e ne concede una ancora più “permissiva” di quella abbozzata nel 2009.
Invece di marciare su Bari, e poi su Roma, e poi su Bruxelles, lungo una nuova Via Francigena che scongiuri la morte per avvelenamento e per asfissia di Taranto, i soli che si muovono sono i prezzolati che vanno a Polignano a Mare per occultare, con gli insulti, lo stupro del paesaggio difeso dalla Costituzione italiana. E tutti gli altri, a destra e magari anche a sinistra, dove sono?
... a cui, per l'importanza di questa documentazione che sfonda il muro di omertà degli operai, evitiamo di sottolineare la caduta di efficacia per la difesa di un indifendibile "battitore a pagnotta" come Sgarbi e la visione forse troppo fuori scala rispetto ai problemi in gioco dei "vendolini" della domenica con la manifestazione facile...
Non è “La morte a Venezia”, ma il film tragico e verissimo “La morte di Taranto” per avvelenamento e asfissia. Scongiurare questo finale si può, ma occorre incamminarsi lungo una nuova Via Francigena, con una “marcia” su Bari, su Roma e su Bruxelles
14 luglio 2011
Come vi avevamo promesso, eccovi alcuni filmati girati all’interno del più grande centro siderurgico d’Europa, l’Ilva.
Questa è solo una “selezione”. Operai e dipendenti dell’Ilva che hanno ripreso queste immagini lo hanno fatto anche perché non sanno più a che santo votarsi e soprattutto perché non credono alle menzogne e allo scaricabarile di:
- presidente di giunta e assemblea regionale, Vendola e Introna;
- presidente di provincia di Taranto: Florido;
- sindaco di Taranto: Stefàno;
- Arpa (agenzia di protezione ambientale regionale);
- polizia provinciale e Asl;
- assessori regionali, provinciali, comunali coinvolti, ognuno per il proprio ruolo e per la propria responsabilità, a tutti i livelli decisionali;
- professionisti dell’ambientalismo d’accatto;
- sindacalisti “di lotta e di pagnotta”, che, se l’Ilva non ci fosse, non ci sarebbero nemmeno loro, perché dovrebbero andare davvero a lavorare;
- “società civile” a senso unico, che si mobilita solo se se ci sono di mezzo le parolette “magiche” Berlusconi e berlusconismo, ma fa la ritrosa quando deve prendersela con “gli altri”, cioè quelli che confezionano leggi truffa sulle emissioni di diossina, chiudono ospedali e riducono la sanità a luogo privilegiato di clientele e di assalto criminale alle risorse, costruiscono discariche sui pozzi di acqua potabile, scempiano il paesaggio consentendo il business mafioso dell’eolico e del fotovoltaico – fonti energetiche utili solo se non “industriali”, vero Legambiente, Sorgenia e gruppetti di disturbo vendoliani?
(Questi ultimi, che campano di politica, sono andati in trasferta anche a Polignano a Mare per provocare e insultare Vittorio Sgarbi, reo di difendere l’ambiente e il paesaggio, e com’è loro costume hanno filmato e diffuso solo ciò che conveniva loro far vedere, cancellando le immagini della provocazione e della contestazione vigliacca cominciata ben prima che Sgarbi salisse sul palco).
Ecco, tutti quelli che vi capitasse di riconoscere in questo elenco non sono credibili. Anzi, sono i vostri veri avvversari. Oltre che nemici degli operai e dei dipendenti dell’Ilva che hanno prodotto questi documenti “dall’interno”. Questi video e queste foto, vogliamo rassicurare anche la dirigenza del siderurgico – che se non crede a noi può chiedere ai carabinieri del Noe – non sono “datati”, né “vecchi”. Ma attualissimi. Il fatto che siano ritratti operai che indossano tute verdi, in dotazione da alcuni anni, non vuol dire nulla. Gli operai sono risparmiosi e prima di indossare le tute nuove hanno pensato bene di finire di usare le vecchie.
Nonostante tutto questo però, il ministero dell’Ambiente concede l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, e ne concede una ancora più “permissiva” di quella abbozzata nel 2009.
Invece di marciare su Bari, e poi su Roma, e poi su Bruxelles, lungo una nuova Via Francigena che scongiuri la morte per avvelenamento e per asfissia di Taranto, i soli che si muovono sono i prezzolati che vanno a Polignano a Mare per occultare, con gli insulti, lo stupro del paesaggio difeso dalla Costituzione italiana. E tutti gli altri, a destra e magari anche a sinistra, dove sono?
lunedì 11 luglio 2011
Ilva: una denuncia dal blog di Vulpio!
...o sono cose note?
Se questa è una fabbrica a cui si può concedere l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, giudicatelo da soli. Giudicatelo da queste foto, scattate da alcuni operai all’interno dello stabilimento che è il più grande centro siderurgico d’Europa.
Dall’interno dell’acciaieria più grande d’Europa: uno straordinario documento di foto e di filmati che dovrebbe far tacere i corifei che si rallegrano per la Autorizzazione integrata ambientale. All’estero verrebbe negata, ma per costoro è “tutto a posto”
Se questa è una fabbrica a cui si può concedere l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, giudicatelo da soli. Giudicatelo da queste foto, scattate da alcuni operai all’interno dello stabilimento che è il più grande centro siderurgico d’Europa.
Ne La città delle nuvole, due anni fa, scrivevo che era impensabile che si potesse concedere l’Aia all’Ilva, tanto più dopo che l’Ilva – su precisa richiesta, inoltrata attraverso il ministero dell’Ambiente, da ben ventiquattro associazioni di Taranto – aveva negato di fornire l’elenco analitico delle sostanze inquinanti (benzene, benzoapirene, idrocarburi policiclici aromatici) con la motivazione che si trattasse di “segreto industriale”.
Invece, per ottenere l’Aia, è obbligatorio dichiarare quante e quali emissioni cancerogene vengono prodotte. Altrimenti l’Aia non viene rilasciata e la fabbrica deve chiudere. Così è in tutta Europa. Eccetto che in Italia, evidentemente.
Le foto che potete vedere qui sopra (e i filmati che proporremo nei prossimi giorni) non ha voluto pubblicarle nessuno. Nessun giornale, nessuna tv sembrano interessati a questa porcheria: amianto seppellito a quintali, emissioni di qualunque cosa mentre si discetta e si fa confusione, ma per imbrogliare meglio, tra “monitoraggio” e “campionamento in continuo” delle diossine.
Tutto questo è stato già denunciato alla magistratura da chi ha girato i filmati e anche i carabinieri del Noe hanno consegnato una dettagliata relazione ai magistrati. Però nessuno vuol pubblicare nulla. Tutti fanno finta che non ci sia “notizia”. E allora questa straordinaria documentazione la pubblichiamo noi, su questo blog che i magistrati Fanizzi e Drago della procura di Bari e i loro degni colleghi dell’Anm, la ditta Palamara & Cascini, presidente e segretario dell’Associazione nazionale magistrati, vorrebbero chiudere. Così, per un giorno, anche noi possiamo sentirci un po’ Wikileaks e invitare tutti a riflettere su un tema molto semplice: come si fa a concedere l’Aia a uno stabilimento così senza che nessuno abbia nulla da dire? Anzi, nel giubilo generale del solito coro, formato dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dalla solita, nota e ipocrita “schola cantorum” che ha preso in giro tutti – elettori, associazioni, lavoratori, ammalati e bambini – e in cui spiccano il presidente della giunta regionale pugliese, Nicola Vendola; il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno (che come sindaco, in materia di salute pubblica ha un grande potere), l’assessore regionale pugliese all’Ambiente, Lorenzo Nicastro (Idv, e pure magistrato), qualche deputato locale pronto a magnificare la concessione dell’Aia (per esempio, quel Ludovico Vico, Pd, che inonda di comunicati via mail le redazioni e le caselle postali personali dei giornalisti), più la quasi totalità dei sindacati vari (che senza l’Ilva non esisterebbero) in nome della “occupazione” (ormai solo del camposanto), più tutti gli altri (quelli del centrodestra, per esempio) che se ne stanno in silenzio per non turbare i Riva e i “giornalisti” loro amici, solerti vettori di una propaganda criminale?
Però l’estate sta esplodendo, il mare è blu (spesso, solo di mercurio), e ai tarantini, agli italiani, di tutto questo sembra fregare molto poco.
Dunque, si conceda pure l’agognata Aia. E si salvi chi può.
lunedì 12 aprile 2010
Torna La Città delle Nuvole
giovedì 21 gennaio 2010
giovedì 7 gennaio 2010
Vendola alla gogna di Vulpio
Per dovere di cronaca e imparzialità dell'informazione pubblichiamo stralci dell'analisi devastante che Vulpio fa del "vendolismo" pugliese tenendo conto di molte questioni che riguardano proprio la nostra città.
La vendola connection pare interessare una sfera di intrighi di potere, dai brogli elettorali alla sanità, alle poltrone...
La penna caustica di Vulpio ha già in più occasioni dimostrato di andare a fondo nelle questioni rivelando spesso risvolti celati e scomodi anche per chi lo aveva incaricato di scrivere...
Pur senza contraddire la tesi di fondo del potere che salva sé stesso, siamo però per l'assunzione cum grano salis di tutto questo scenario, riportandolo al confronto con le alternative reali.
La percezione della gestione Puglia è che, in ogni caso, ciò che va male può essere forse, con una forte volontà dal basso, emendato e migliorato. Ciò che è guasto e corrotto all'origine, invece, non può che generare guasti e corruzioni. E abbiamo ancora fresca la memoria dei 5 anni "scandalosi" del governo Fitto!
A ciascuno l'ardua sentenza
Come Giano bifronte, Nicola Vendola manovra e Vendola Nicola dice bugie. Mentre con Michele Emiliano si gioca al tiro a segno come sull’orso del Luna park: tre palle un soldo.
...
Vendola non è il solo a essersi dimostrato attaccato al potere, è vero. Ma Vendola è peggiore degli altri perché giura e spergiura di non essersi fatto “stravolgere, né mangiare il cuore dal potere”. Lui, il più pagato presidente di giunta regionale d’Italia, con i suoi 25 mila euro al mese. Lui, “l’ambientalista” che vende come una conquista la legge-truffa sui limiti di emissione della diossina a Taranto (come ho dimostrato nel mio libro “La città delle nuvole”), dove si produce il 93 per cento della diossina italiana e dove ogni due settimane un bambino si ammala di leucemia. Lui, che ha firmato sei contratti ventennali per altrettante discariche con la Cogeam, in cui spiccano il gruppo Marcegaglia e la Tradeco, società, quest’ultima, leader nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti al Sud, ma anche grande elettrice di Vendola e dell’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd, indagato per gravi reati), e soprattutto società i cui vertici sono inquisiti in blocco per quella connection rifiuti-sanità che è il cuore nero delle inchieste sulla Sanità in Puglia.
...
E che anche don Luigi Verzè, il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, grande amico ed estimatore di Vendola, abbia fatto salti di gioia nonostante i suoi novant’anni?
Minervini, come assessore regionale alla Trasparenza, si è distinto, nonostante i circa 20 mila euro al mese di stipendio per garantire, appunto, trasparenza, per aver sempre fatto orecchio da mercante (come Vendola) con le ventiquattro associazioni di Taranto che gli chiedevano di pubblicare online i risultati delle analisi (autofinanziate) sul latte e sul formaggio contaminati dalla diossina.
...
La vendola connection pare interessare una sfera di intrighi di potere, dai brogli elettorali alla sanità, alle poltrone...
La penna caustica di Vulpio ha già in più occasioni dimostrato di andare a fondo nelle questioni rivelando spesso risvolti celati e scomodi anche per chi lo aveva incaricato di scrivere...
Pur senza contraddire la tesi di fondo del potere che salva sé stesso, siamo però per l'assunzione cum grano salis di tutto questo scenario, riportandolo al confronto con le alternative reali.
La percezione della gestione Puglia è che, in ogni caso, ciò che va male può essere forse, con una forte volontà dal basso, emendato e migliorato. Ciò che è guasto e corrotto all'origine, invece, non può che generare guasti e corruzioni. E abbiamo ancora fresca la memoria dei 5 anni "scandalosi" del governo Fitto!
A ciascuno l'ardua sentenza
Come Giano bifronte, Nicola Vendola manovra e Vendola Nicola dice bugie. Mentre con Michele Emiliano si gioca al tiro a segno come sull’orso del Luna park: tre palle un soldo.
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Vendola non è il solo a essersi dimostrato attaccato al potere, è vero. Ma Vendola è peggiore degli altri perché giura e spergiura di non essersi fatto “stravolgere, né mangiare il cuore dal potere”. Lui, il più pagato presidente di giunta regionale d’Italia, con i suoi 25 mila euro al mese. Lui, “l’ambientalista” che vende come una conquista la legge-truffa sui limiti di emissione della diossina a Taranto (come ho dimostrato nel mio libro “La città delle nuvole”), dove si produce il 93 per cento della diossina italiana e dove ogni due settimane un bambino si ammala di leucemia. Lui, che ha firmato sei contratti ventennali per altrettante discariche con la Cogeam, in cui spiccano il gruppo Marcegaglia e la Tradeco, società, quest’ultima, leader nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti al Sud, ma anche grande elettrice di Vendola e dell’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd, indagato per gravi reati), e soprattutto società i cui vertici sono inquisiti in blocco per quella connection rifiuti-sanità che è il cuore nero delle inchieste sulla Sanità in Puglia.
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E che anche don Luigi Verzè, il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, grande amico ed estimatore di Vendola, abbia fatto salti di gioia nonostante i suoi novant’anni?
Don Verzè, un paio di mesi fa, a Milano, dichiarò che i pugliesi avrebbero dovuto votare Vendola, perché, “come Silvio Berlusconi , è una di quelle poche persone che hanno un fondo di santità”.
Se non sarà così, aggiunse il vegliardo, chiamerò Vendola a fare il presidente del nuovo ospedale San Raffaele. Il prete – del quale papa Paolo VI disse che doveva stare un po’ più vicino a Dio e un po’ più lontano dagli affari (che infatti lo hanno portato spesso ad avere a che fare con la giustizia) – non parla tanto per parlare.
Il San Raffaele a cui si riferisce don Verzé è un nuovo ospedale, un affare da 300 milioni di euro, da costruire, guarda un po’, a Taranto, per farne “il San Raffaele del Mediterraneo”.
Come mai, se a Taranto di ospedali ce ne sono già due (grandi e nuovi, ma lasciati andare in malora)? Per farne un centro oncologico – azzarda qualcuno –, così l’acciaieria Ilva e il polo industriale preparerebbero i morti e l’oncologico, alla fine della triste filiera, li accoglierebbe, prima di passarli al camposanto.
Ma no, scemini, no. Il “nuovo San Raffaele”, con i rimborsi per i malati terminali, ci farebbe gli spiccioli per la birra. Il nuovo ospedale invece punterebbe alle protesi (sì, proprio le protesi degli scandali recenti), che sono la vera, nuova frontiera del business sanitario.
...Minervini, come assessore regionale alla Trasparenza, si è distinto, nonostante i circa 20 mila euro al mese di stipendio per garantire, appunto, trasparenza, per aver sempre fatto orecchio da mercante (come Vendola) con le ventiquattro associazioni di Taranto che gli chiedevano di pubblicare online i risultati delle analisi (autofinanziate) sul latte e sul formaggio contaminati dalla diossina.
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domenica 6 settembre 2009
Un messaggio per la città dal Comitato
3 giugno 2009. Taranto, La città delle nuvole, presentazione del libro di Carlo Vulpio, l'intervento del Comitato per Taranto.
Parla Alessandro Marescotti
Parla Piero Motolese
venerdì 4 settembre 2009
Vulpio racconta...
Ecco il video della presentazione del libro La città delle nuvole, scritto da Carlo Vulpio, ex giornalista "scomodo" del Corriere della Sera.
Un inchiesta spassionata e cruda che mette a nudo i vizi e gli scempi ambientali consumati su Taranto negli ultimi decenni.
La presentazione è avvenuta il 3 giugno 2009, in piazza Garibaldi a Taranto. In quell'occasione è stato allestito un palco sul quale numerosi interventi di cittadini, ambientalisti e artisti hanno fatto da cornice all'evento.
Un inchiesta spassionata e cruda che mette a nudo i vizi e gli scempi ambientali consumati su Taranto negli ultimi decenni.
La presentazione è avvenuta il 3 giugno 2009, in piazza Garibaldi a Taranto. In quell'occasione è stato allestito un palco sul quale numerosi interventi di cittadini, ambientalisti e artisti hanno fatto da cornice all'evento.
venerdì 7 agosto 2009
Taranto in masseria

QUESTA SERA SERATA SPECIALE SUL CASO TARANTO ALLA MASSERIA LOJAZZO (WWW.LOJAZZO.IT TRA VILLA CASTELLI E CEGLIE MESSAPICA).
INTERVERRANNO:
- CARLO VULPIO, AUTORE DI ROBA NOSTRA E LA CITTA' DELLE NUVOLE E PATRIZIO MAZZA DELL'OSPEDALE MOSCATI.
- SEGUIRA' UNA MOSTRA DI ARTE CONTEMPORANEA ISPIRATA AI TERRIBILI DATI STATISTICI DI TARANTO E PROVINCIA
- INFINE DIBATTITO PUBBLICO DI CHIUSURA
giovedì 6 agosto 2009
mercoledì 15 luglio 2009
Una città che non vede il cielo
ELZEVIRO - Un libro di denuncia ambientale di Carlo Vulpio, di Sandro Modeo, Corriere della Sera, 11/07/2009

Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l'immane agglomerato dell'acciaieria Ilva - gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» - sembra strangolare, quasi fagocitare l'intera città di Taranto. Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell'acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui l'Ilva è l'attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l'inceneritore di Massafra. Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell'aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità. Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l'Italsider - si diceva a proposito dell' antefatto dell'Ilva - va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti. Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell'Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone - come ha registrato una psichiatra - degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi. Per un altro - ecco i toni gogoliani - vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell' Imcor, fornitrice dell'Ilva), crudeli paradossi (l'ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell' Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche). Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell' invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano - secondo un' indagine chimica disposta dalla procura - l' equivalente di 7.278 sigarette al giorno. E pensare che per «modernizzare» l'acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un'inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?
Per PeaceLink
Alessandro Marescotti - presidente nazionale
Biagio De Marzo - portavoce nodo di Taranto
Taranto, una città che non vede il cielo
Il rischio cancro è moltiplicato dall'inquinamento
Il rischio cancro è moltiplicato dall'inquinamento

Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l'immane agglomerato dell'acciaieria Ilva - gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» - sembra strangolare, quasi fagocitare l'intera città di Taranto. Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell'acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui l'Ilva è l'attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l'inceneritore di Massafra. Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell'aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità. Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l'Italsider - si diceva a proposito dell' antefatto dell'Ilva - va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti. Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell'Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone - come ha registrato una psichiatra - degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi. Per un altro - ecco i toni gogoliani - vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell' Imcor, fornitrice dell'Ilva), crudeli paradossi (l'ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell' Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche). Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell' invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano - secondo un' indagine chimica disposta dalla procura - l' equivalente di 7.278 sigarette al giorno. E pensare che per «modernizzare» l'acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un'inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?
Una precisazione di Peacelink:
Sull'eccellente elzeviro di Sandro Modeo dal titolo "Taranto, una città che non vede il cielo" (pag. 41 di Corsera di sabato 11 luglio 2009) ci sia consentita una precisazione, piccola ma molto importante per quanti a Taranto sono da sempre "in trincea" ed hanno vissuto direttamente anche le vicende narrate nel bellissimo libro di Carlo Vulpio "La città delle nuvole". Una parte importante della società civile di Taranto non è stata e non è inerte: il mondo delle associazioni e dei comitati cittadini ha fatto analisi, ha presentato denunce, ha sollecitato le autorità locali e nazionali, ha scosso l'opinione pubblica locale e regionale ed ha interessato i media nazionali sull'enorme problema dell'inquinamento di origine industriale che ha compromesso e continua a compromettere l'aria, l'acqua ed il terreno di Taranto. Carlo Vulpio l'ha incontrato questo piccolo mondo e nel suo libro ne ha ricosciuto l'impegno e la spinta decisiva. Il culmine della presenza di questa importante parte della società civile di Taranto contro l'inquinamento ambientale è stato raggiunto da "ALTA MAREA contro l'inquinamento" nella "Marcia dei 20.000 del 29 novembre 2008" nella quale i tarantini hanno reclamato il diritto di vivere in una città meno inquinata. Questa parte importante della società civile di Taranto è ancora più attiva nella difesa della salute e del futuro di tutta la città e soprattutto dei suoi bambini.Per PeaceLink
Alessandro Marescotti - presidente nazionale
Biagio De Marzo - portavoce nodo di Taranto
mercoledì 17 giugno 2009
La città delle nuvole su google!

Sarà un caso ma, su segnalazione del validissimo amico Franco, abbiamo constatato che Google non smette di stupirci con la sua velocità nell'aggiornare le informazioni in rete.
Ecco che, proprio mentre incalza il dibattito sollevato da Vulpio con il libro "La città delle nuvole" (vedi nella barra laterale), la potente casa americana ha aggiornato le sue foto aeree coprendo la Città Vecchia di... nuvole!!!
Un eccesso di zelo giornalistico?
Un messaggio al fumoso assessore Pierri e al suo sindaco?
Una nuova simbologia sincretica ambiente-territorio?
Un messaggio al fumoso assessore Pierri e al suo sindaco?
Una nuova simbologia sincretica ambiente-territorio?
a voi la scelta... intanto gustatevi quest'immagine e il relativo collegamento (finchè dura), cliccando qui
venerdì 12 giugno 2009
Il Giornale difende Vulpio...
Nel valzer degli schieramenti Il Giornale arriva anche a difendere il "male" dei padroni pur di attaccare Grillo e Di Pietro.
C'è da sentirsi qualunquisti a sospettare un fondo di verità?
Certo che l'indignazione è tanta!
L’avvocato olbiese Giommaria Uggias, 49 anni anni, ha alle spalle una lunga militanza politica, iniziata nella Dc, proseguita sino alla Margherita ed arrivata nel Pd, dove però si è rotto il rapporto con la “casa madre”, che lo ha portato ad aderire all’Idv.
Un volto nuovo... senza dubbio che parla ai cittadini...(vedi link)
Lode alla transumanza partitocratica sarda!
Uggias ha preso 17000 voti contro i 37000 di Vulpio. Oltre la metà dei votanti sono stati malamente scippati dei loro diritti e buggerati.
In fondo è meglio che Vulpio stia fuori da queste consorterie, ma ha tutto il diritto di reclamare in nome dei suoi elettori!
«Che fretta c’era...» sorride amaro a caldo Carlo Vulpio. La sua esclusione eccellente dagli eletti Idv a Strasburgo brucia. Un’altra amarezza per il giornalista del Corriere della Sera «allontanato» per sua stessa ammissione dall’allora direttore di via Solferino, Paolo Mieli, dalle inchieste di Luigi De Magistris. L’ex pm a Strasburgo ci è andato alla grandissima, forte di oltre 380mila moti. Vulpio è rimasto vittima più che delle preferenze (37mila in 4 collegi) di un gioco di opzioni che ha portato all’elezione dell’ex Margherita Giommaria Uggias nella Circoscrizione Isole per la rinuncia di Sonia Alfano a rappresentare la «sua» circoscrizione. La figlia del giornalista ucciso dalla mafia siciliana ha scelto il Nord Est. «Una scelta tecnica - ha detto la Alfano - non politica in quanto voglio continuare a lavorare su tutto il territorio nazionale». Avesse scelto l’opzione Sicilia-Sardegna com’era forse più naturale, e non il Nord Est, Uggias (quinto dei votati) sarebbe rimasto a casa e Vulpio sarebbe andato in Europa. Il giornalista non parla, mentre Leoluca Orlando si gonfia il petto: «Siamo l’unico partito a mandare un sardo a Bruxelles, sarò in Sardegna a festeggiare con lui», ha detto il portavoce Idv. «Che fretta c’era - insiste Vulpio - perché confermare le opzioni a urne appena chiuse, quando ci sono 15 giorni di tempo per decidere». In effetti, la short list dei sette Idv è uscita in agenzia alle 17.38 minuti di martedì 9. Quando ancora le Corti d’appello non hanno neppure ricevuto le urne e iniziato il conteggio «reale» dei voti. Visto che in molti casi (nell’Idv come in altri partiti) la distanza tra eletti e non eletti è racchiusa in un pugno di voti e le sorprese sono dietro l’angolo.
La «fretta» di chiudere i giochi a urne calde non è piaciuta soprattutto agli elettori dipietristi. I sito antoniodipietro.it, italiadeivalori.it e beppegrillo.it sono letteralmente invasi da commenti di proteste per l’esclusione di Vulpio. «Vergogna, è una bestemmia, vogliamo una spiegazione della sua esclusione - si legge -. L’Idv ha puntato parecchio sulla libertà di informazione, Vulpio ci ha messo la faccia in centinaia di incontri e manifestazioni in tutta Italia, ottiene 37mila voti in tutta Italia e si preferisce far passare Uggias con 17mila voti... se vi pare giusto. Estromesso dal Corriere e da Italia dei valori, la prossima volta scordatevi il mio voto». I nomi dei prescelti, tranne Vattimo e Arlacchi, suscitano più di un dubbio. «Prima la Rame e De Gregorio, ora Uggias e Iovine, uno che sembra il Binetti dell’Idv, altro che facce nuove e giovani. Far fuori Vulpio è un bizantinismo della peggiore Dc». E ancora: «Ha pagato di suo per tenere la schiena dritta ma resta fuori, Iovine forse fa un importante lavoro di retroguardia, tipo montare i tubi innocenti e l’amplificazione a Piazza Navona e a Piazza Farnese...». E infine: «Passano i burocrati, non Vulpio. Siete feccia come tutti gli altri partiti. Ho la sensazione che dia fastidio a qualcuno. I fatti probabilmente lo confermeranno nei prossimi mesi», scrive sarcastico un altro grillino. Mentre Stanco_Mavoglio si rivolge direttamente a Grillo, e sul sito del comico genovese e rincara la dose: «Beppe, mi piacerebbe sapere cos’hai contro Carlo Vulpio»
In effetti, tranne l’estemporaneo endorsement all’ex Corriere di Grillo durante un incontro in Campania, Vulpio non ha mai goduto di buona «stampa» dipietrista, e ancora oggi sui siti il suo nome non compare. Né a lui né allo stesso Di Pietro sono andati giù certi attacchi all’establishment Idv al Sud e soprattutto - raccontano fonti interne al movimento dei grillini - Vulpio non è mai piaciuto al vero dominus dell’asse Grillo-Di Pietro: l’editore Gianroberto Casaleggio, ex amministratore delegato della controllata Telecom Webegg (venduta alla Value Partners per 43 milioni di euro) e a capo delle organizzazioni Meet-up, l’uomo dei blog di Grillo e Di Pietro, che nel 2004 convinse il comico a investire sulla Rete. Oggi la sua Casaleggio Associati è la spina dorsale del movimento, e il peso dell’editore nelle scelte politiche dei due Masanielli del web sarebbe sempre più forte. Forse tanto da decidere chi merita l’euroscranno e chi no. (Il Giornale)
C'è da sentirsi qualunquisti a sospettare un fondo di verità?
Certo che l'indignazione è tanta!
L’avvocato olbiese Giommaria Uggias, 49 anni anni, ha alle spalle una lunga militanza politica, iniziata nella Dc, proseguita sino alla Margherita ed arrivata nel Pd, dove però si è rotto il rapporto con la “casa madre”, che lo ha portato ad aderire all’Idv.
Un volto nuovo... senza dubbio che parla ai cittadini...(vedi link)
Lode alla transumanza partitocratica sarda!
Uggias ha preso 17000 voti contro i 37000 di Vulpio. Oltre la metà dei votanti sono stati malamente scippati dei loro diritti e buggerati.
In fondo è meglio che Vulpio stia fuori da queste consorterie, ma ha tutto il diritto di reclamare in nome dei suoi elettori!
«Che fretta c’era...» sorride amaro a caldo Carlo Vulpio. La sua esclusione eccellente dagli eletti Idv a Strasburgo brucia. Un’altra amarezza per il giornalista del Corriere della Sera «allontanato» per sua stessa ammissione dall’allora direttore di via Solferino, Paolo Mieli, dalle inchieste di Luigi De Magistris. L’ex pm a Strasburgo ci è andato alla grandissima, forte di oltre 380mila moti. Vulpio è rimasto vittima più che delle preferenze (37mila in 4 collegi) di un gioco di opzioni che ha portato all’elezione dell’ex Margherita Giommaria Uggias nella Circoscrizione Isole per la rinuncia di Sonia Alfano a rappresentare la «sua» circoscrizione. La figlia del giornalista ucciso dalla mafia siciliana ha scelto il Nord Est. «Una scelta tecnica - ha detto la Alfano - non politica in quanto voglio continuare a lavorare su tutto il territorio nazionale». Avesse scelto l’opzione Sicilia-Sardegna com’era forse più naturale, e non il Nord Est, Uggias (quinto dei votati) sarebbe rimasto a casa e Vulpio sarebbe andato in Europa. Il giornalista non parla, mentre Leoluca Orlando si gonfia il petto: «Siamo l’unico partito a mandare un sardo a Bruxelles, sarò in Sardegna a festeggiare con lui», ha detto il portavoce Idv. «Che fretta c’era - insiste Vulpio - perché confermare le opzioni a urne appena chiuse, quando ci sono 15 giorni di tempo per decidere». In effetti, la short list dei sette Idv è uscita in agenzia alle 17.38 minuti di martedì 9. Quando ancora le Corti d’appello non hanno neppure ricevuto le urne e iniziato il conteggio «reale» dei voti. Visto che in molti casi (nell’Idv come in altri partiti) la distanza tra eletti e non eletti è racchiusa in un pugno di voti e le sorprese sono dietro l’angolo.
La «fretta» di chiudere i giochi a urne calde non è piaciuta soprattutto agli elettori dipietristi. I sito antoniodipietro.it, italiadeivalori.it e beppegrillo.it sono letteralmente invasi da commenti di proteste per l’esclusione di Vulpio. «Vergogna, è una bestemmia, vogliamo una spiegazione della sua esclusione - si legge -. L’Idv ha puntato parecchio sulla libertà di informazione, Vulpio ci ha messo la faccia in centinaia di incontri e manifestazioni in tutta Italia, ottiene 37mila voti in tutta Italia e si preferisce far passare Uggias con 17mila voti... se vi pare giusto. Estromesso dal Corriere e da Italia dei valori, la prossima volta scordatevi il mio voto». I nomi dei prescelti, tranne Vattimo e Arlacchi, suscitano più di un dubbio. «Prima la Rame e De Gregorio, ora Uggias e Iovine, uno che sembra il Binetti dell’Idv, altro che facce nuove e giovani. Far fuori Vulpio è un bizantinismo della peggiore Dc». E ancora: «Ha pagato di suo per tenere la schiena dritta ma resta fuori, Iovine forse fa un importante lavoro di retroguardia, tipo montare i tubi innocenti e l’amplificazione a Piazza Navona e a Piazza Farnese...». E infine: «Passano i burocrati, non Vulpio. Siete feccia come tutti gli altri partiti. Ho la sensazione che dia fastidio a qualcuno. I fatti probabilmente lo confermeranno nei prossimi mesi», scrive sarcastico un altro grillino. Mentre Stanco_Mavoglio si rivolge direttamente a Grillo, e sul sito del comico genovese e rincara la dose: «Beppe, mi piacerebbe sapere cos’hai contro Carlo Vulpio»
In effetti, tranne l’estemporaneo endorsement all’ex Corriere di Grillo durante un incontro in Campania, Vulpio non ha mai goduto di buona «stampa» dipietrista, e ancora oggi sui siti il suo nome non compare. Né a lui né allo stesso Di Pietro sono andati giù certi attacchi all’establishment Idv al Sud e soprattutto - raccontano fonti interne al movimento dei grillini - Vulpio non è mai piaciuto al vero dominus dell’asse Grillo-Di Pietro: l’editore Gianroberto Casaleggio, ex amministratore delegato della controllata Telecom Webegg (venduta alla Value Partners per 43 milioni di euro) e a capo delle organizzazioni Meet-up, l’uomo dei blog di Grillo e Di Pietro, che nel 2004 convinse il comico a investire sulla Rete. Oggi la sua Casaleggio Associati è la spina dorsale del movimento, e il peso dell’editore nelle scelte politiche dei due Masanielli del web sarebbe sempre più forte. Forse tanto da decidere chi merita l’euroscranno e chi no. (Il Giornale)
mercoledì 10 giugno 2009
Di Pietro "tromba" Vulpio...
Ma noi continuiamo a sostenere il suo lavoro per Taranto e la sua onestà professionale. Grande Carlo!
Da Notizie-online
Non scatta il seggio nell'Europarlamento per il giornalista-scrittore altamurano Carlo Vulpio, indipendente di Italia dei valori.
Il partito di Di Pietro ha fatto le sue scelte. E rispetto alla possibilità che si liberasse per il candidato altamurano un seggio nella circoscrizione Nord-Ovest, il gioco ad incastro delle opzioni non lo ha favorito. I sette eletti di Italia dei Valori, così come reso noto dallo stesso Di Pietro sul suo sito-blog, sono Sonia Alfano, Pino Arlacchi, Luigi De Magistris, Vincenzo Iovine, Niccolò Rinaldi, Giommario Uggias e Gianni Vattimo.
Dunque Sonia Alfano non ha optato per l'elezione nella circoscrizione insulare bensì per quella di Nord Ovest. Così in quella insulare è scattato il seggio per il sardo Uggias mentre in quella Nord-Ovest i seggi sono stati assegnati ad Alfano e Vattimo. Vulpio è così il primo dei non eletti in questa circoscrizione. Ed è primo dei non eletti anche nella circoscrizione Italia centrale (dietro Rinaldi, eletto).
Questo esito non sembrava probabile ieri. Infatti all'inizio della campagna elettorale Carlo Vulpio veniva presentato insieme a De Magistris ed Alfano come uno dei candidati di spicco per portare la società civile in Europa tanto da essere presente nella lista di Idv in ben quattro circoscrizioni, in quasi tutta Italia insomma. Questa impressione si aveva ieri anche dalle stesse parole di Di Pietro che sul suo blog commentava il grandioso risultato di Italia dei valori sostenendo di portare in Europa "tutte le problematiche attinenti all'informazione, alle energie rinnovabili, all'economia diffusa, alla lotta al signoraggio e all'approfittamento del sistema bancario, ad un sistema delle imprese che rispetti le regole del gioco, alla solidarietà delle fasce sociali più deboli e ad una cultura che abbia più rispetto dei diritti umani". E proprio all'annuncio delle scelte degli eletti molti utenti sul blog di Di Pietro si chiedono perché non sia stato scelto Vulpio, ipotizzando che sia stato privilegiato il candidato sardo perché la Sardegna non ha mai avuto un europarlamentare.
Unica consolazione: a giudicare dalle parole con cui si era presentato, la mancata conquista di un seggio per Vulpio non è un dramma. Al momento della sua presentazione aveva infatto affermato che il seggio a Strasburgo era "l'ultimo dei miei pensieri". "Io ho già vinto - diceva - dal momento in cui le mie idee e questa battaglia per l'informazione libera si affermano nell'agenda quotidiana di una campagna elettorale, del dibattito pubblico quotidiano, del discorso pubblico che tutti i cittadini fanno nelle loro case quando guardano la televisione e quando leggono i giornali. Di conseguenza, se il seggio a Strasburgo verrà, saremo contenti, se non verrà lo saremo ugualmente". E da questo punto di vista, a prescindere dall'esito del voto (se delusione c'è stata comunque non è stata ancora espressa), effettivamente Vulpio è riuscito nell'obiettivo perché in una campagna elettorale solo conflittuale e molto parolaia ha portato temi di sostanza come la legalità, l'informazione libera, la magistratura lottizzata e l'inquinamento di Taranto.
Da Notizie-online
Non scatta il seggio nell'Europarlamento per il giornalista-scrittore altamurano Carlo Vulpio, indipendente di Italia dei valori.
Il partito di Di Pietro ha fatto le sue scelte. E rispetto alla possibilità che si liberasse per il candidato altamurano un seggio nella circoscrizione Nord-Ovest, il gioco ad incastro delle opzioni non lo ha favorito. I sette eletti di Italia dei Valori, così come reso noto dallo stesso Di Pietro sul suo sito-blog, sono Sonia Alfano, Pino Arlacchi, Luigi De Magistris, Vincenzo Iovine, Niccolò Rinaldi, Giommario Uggias e Gianni Vattimo.
Dunque Sonia Alfano non ha optato per l'elezione nella circoscrizione insulare bensì per quella di Nord Ovest. Così in quella insulare è scattato il seggio per il sardo Uggias mentre in quella Nord-Ovest i seggi sono stati assegnati ad Alfano e Vattimo. Vulpio è così il primo dei non eletti in questa circoscrizione. Ed è primo dei non eletti anche nella circoscrizione Italia centrale (dietro Rinaldi, eletto).
Questo esito non sembrava probabile ieri. Infatti all'inizio della campagna elettorale Carlo Vulpio veniva presentato insieme a De Magistris ed Alfano come uno dei candidati di spicco per portare la società civile in Europa tanto da essere presente nella lista di Idv in ben quattro circoscrizioni, in quasi tutta Italia insomma. Questa impressione si aveva ieri anche dalle stesse parole di Di Pietro che sul suo blog commentava il grandioso risultato di Italia dei valori sostenendo di portare in Europa "tutte le problematiche attinenti all'informazione, alle energie rinnovabili, all'economia diffusa, alla lotta al signoraggio e all'approfittamento del sistema bancario, ad un sistema delle imprese che rispetti le regole del gioco, alla solidarietà delle fasce sociali più deboli e ad una cultura che abbia più rispetto dei diritti umani". E proprio all'annuncio delle scelte degli eletti molti utenti sul blog di Di Pietro si chiedono perché non sia stato scelto Vulpio, ipotizzando che sia stato privilegiato il candidato sardo perché la Sardegna non ha mai avuto un europarlamentare.
Unica consolazione: a giudicare dalle parole con cui si era presentato, la mancata conquista di un seggio per Vulpio non è un dramma. Al momento della sua presentazione aveva infatto affermato che il seggio a Strasburgo era "l'ultimo dei miei pensieri". "Io ho già vinto - diceva - dal momento in cui le mie idee e questa battaglia per l'informazione libera si affermano nell'agenda quotidiana di una campagna elettorale, del dibattito pubblico quotidiano, del discorso pubblico che tutti i cittadini fanno nelle loro case quando guardano la televisione e quando leggono i giornali. Di conseguenza, se il seggio a Strasburgo verrà, saremo contenti, se non verrà lo saremo ugualmente". E da questo punto di vista, a prescindere dall'esito del voto (se delusione c'è stata comunque non è stata ancora espressa), effettivamente Vulpio è riuscito nell'obiettivo perché in una campagna elettorale solo conflittuale e molto parolaia ha portato temi di sostanza come la legalità, l'informazione libera, la magistratura lottizzata e l'inquinamento di Taranto.
domenica 7 giugno 2009
Vulpio presenta "La città delle nuvole"
Carlo Vulpio, giornalista e scrittore nato ad Altamura, presenta il suo libro "La città delle nuvole" a Taranto. Il libro è un'inchiesta su questa città, durata svariati anni, che mette in luce molti problemi della stessa e la condotta assolutamente irregolare della classe dirigente e degli imprenditori. E' un libro che attraverso le storie di chi questa città l'ha vissuta fino in fondo, sconvolge, informa e fa riflettere. Speriamo davvero che riesca a smuovere la coscienza sopita di tutti i tarantini che ormai sono rassegnati al loro ineluttabile destino. Insieme possiamo fare molto!
Seconda parte
Terza parte
Seconda parte
Terza parte
martedì 2 giugno 2009
"La città delle nuvole" in piazza!
Mercoledì, 3 giugno, piazza Garibaldi a partire dalle ore 19.00, Carlo Vulpio a Taranto per presentare il suo libro.
“La città delle nuvole” Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa. Edizioni Ambiente.
Manifestazione con concerto in difesa della libertà di informazione e della verità, per il diritto alla salute della gente di Taranto.
Un appuntamento per la città, per diventare protagonista del suo futuro. Per smetterla di restare ancora in silenzio.
Parteciperanno Fido Guido, Davide Berardi e i Leitmotiv.
Insieme con Carlo Vulpio per la “Rivolta dei Buoni”.
Ezio Stefano, sindaco di Taranto
Peacelink – Alessandro Marescotti
Comitato per Taranto
Diritto al Futuro – Giovanni Vianello
Amici Beppe Grillo di Taranto – Letizia Aprile
I grilli delle 100 masserie – Gabriella Bonino
Rossella Fischietti
Piero Mottolese
Aldo Pugliese
Vincenzo Fornaro
Fabio Matacchiera
“La città delle nuvole” Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa. Edizioni Ambiente.
Manifestazione con concerto in difesa della libertà di informazione e della verità, per il diritto alla salute della gente di Taranto.
Un appuntamento per la città, per diventare protagonista del suo futuro. Per smetterla di restare ancora in silenzio.
Parteciperanno Fido Guido, Davide Berardi e i Leitmotiv.
Insieme con Carlo Vulpio per la “Rivolta dei Buoni”.
Ezio Stefano, sindaco di Taranto
Peacelink – Alessandro Marescotti
Comitato per Taranto
Diritto al Futuro – Giovanni Vianello
Amici Beppe Grillo di Taranto – Letizia Aprile
I grilli delle 100 masserie – Gabriella Bonino
Rossella Fischietti
Piero Mottolese
Aldo Pugliese
Vincenzo Fornaro
Fabio Matacchiera
giovedì 21 maggio 2009
Fortuna che se ne parla!
La città delle nuvole - Nadia Redoglia
Peacelink è andata alla XXII Fiera del Libro di Torino. L’hanno accompagnata Carlo Vulpio e Luigi de Magistris. Il primo perché autore del libro “La città delle nuvole” (edizioni ambiente), il secondo per confermare che lo s(S)tato dei veleni italiani è già ben oltre la soglia d’allarme. Ci siamo già dentro e cerchiamo di nuotare per non affogare. Il sottotitolo del libro è “viaggio nel territorio più inquinato d’Europa”. Il viaggio lo facciamo nella diossina di Taranto. Cielo, terra, mare e tutta la catena alimentare ci fanno da tour operator. Carlo Vulpio e l'ing. De Marzo Le analisi strumentali effettuate su un bambino di 11 anni affetto da tumore dimostrano che possiede i polmoni di un fumatore incallito. Negli ultimi anni l’aumento delle patologie oncologiche ha assunto livelli elevati, spropositati rispetto alle statistiche sanitarie. Grazie all’intervento delle associazioni volontarie Taranto ospitava i bambini della Bielorussia e dell’Ucraina, già ammalati dall’aria contaminata di Chernobyl. L’obiettivo era di far loro respirare un po’ d’aria buona. Oggi a Taranto quei bambini ovviamente non vengono più. E’ grottesco pensare che Taranto a quei piccoli leucemici garantiva la fornitura (su che base ci chiediamo) d’aria salubre, cibo e acqua sani, ambiente non contaminato, atti ad abbattere fino al 50% dei valori di cesio assorbito, riducendo così la possibilità dell’insorgenza di forme tumorali. Il tutto in una terra contaminata tre volte più di quanto lo fu Seveso a seguito del disastro Icmesa.
Taranto è una terra sparsa su 2.600 ettari. L’Ilva, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, ne occupa 1.600. Facile capire chi comanda. Altrettanto facile comprendere chi dà da mangiare ai tarantini. Infatti fin dagli anni 70 il reddito medio dei cittadini è il più elevato dell’intero mezzogiorno e il loro tenore di vita occupa nella regione Puglia il primo posto. Chi ha perso un familiare non ha più null’altro da perdere e magari denuncia. Gli altri sono sopraffatti dalla paura di perdere il posto. Bisogna morire per urlare BASTA?
Vulpio ha descritto i fatti raccolti dalle testimonianze e dagli atti probatori ottenuti da stressante e minuzioso lavoro d’indagine in proprio, ma non solo. La collaborazione dei siti e associazioni più attivi e documentati è stata preziosa. Infatti a questi è andato il suo profondo grazie perché se questo libro esiste è merito loro: Comitato per Taranto, Taranto Sociale, Peacelink, Tarantopedia, TarantoViva, Legambiente circolo per Taranto. Ed è a questo punto che è intervenuto de Magistris. Lui ben sa che significa portare avanti le inchieste in questo Paese. C. Vulpio, Troiano, L. de Magistris Conosce i sacrifici, le paure e il coraggio necessari per proseguire, a meno che a un certo punto lo Stato non gli tolga i fascicoli e allora, come ora, può giusto passarci le sue conoscenze. Conferma che la magistratura ha bisogno della collaborazione del cittadino. E’ lui che deve sorvegliare, raccogliere materiale e denunciare. Questo Paese è malato di una patologia cronica data dalla complicità istituzionale, dalla trasversalità nell’accettare e tacere e dall’incapacità. I sindacati, ma anche gli operai stessi, gli organi di controllo sono spesso tutti d’accordo a mantenere in piedi una situazione che in piedi non può stare. L’ambiente ha un costo che dovrebbe essere prioritario, ma le politiche ambientali non sono portate avanti, servono giusto per incrementare un business ai danni di tutti noi e Taranto è testimone. Le fabbriche cominciano a uccidere quando la manutenzione diventa antieconomica e dunque subentra la necessità di sfruttare gli impianti fino alla loro morte. Non importa se nel frattempo muoiono gli umani: costano meno della manutenzione. In compenso l’Italia si prodiga per tutelare la vita di bambini mai nati e la sopravvivenza di chi la vita l’ha già perduta. Quello che sta in mezzo è un optional. (Peacelink)
Peacelink è andata alla XXII Fiera del Libro di Torino. L’hanno accompagnata Carlo Vulpio e Luigi de Magistris. Il primo perché autore del libro “La città delle nuvole” (edizioni ambiente), il secondo per confermare che lo s(S)tato dei veleni italiani è già ben oltre la soglia d’allarme. Ci siamo già dentro e cerchiamo di nuotare per non affogare. Il sottotitolo del libro è “viaggio nel territorio più inquinato d’Europa”. Il viaggio lo facciamo nella diossina di Taranto. Cielo, terra, mare e tutta la catena alimentare ci fanno da tour operator. Carlo Vulpio e l'ing. De Marzo Le analisi strumentali effettuate su un bambino di 11 anni affetto da tumore dimostrano che possiede i polmoni di un fumatore incallito. Negli ultimi anni l’aumento delle patologie oncologiche ha assunto livelli elevati, spropositati rispetto alle statistiche sanitarie. Grazie all’intervento delle associazioni volontarie Taranto ospitava i bambini della Bielorussia e dell’Ucraina, già ammalati dall’aria contaminata di Chernobyl. L’obiettivo era di far loro respirare un po’ d’aria buona. Oggi a Taranto quei bambini ovviamente non vengono più. E’ grottesco pensare che Taranto a quei piccoli leucemici garantiva la fornitura (su che base ci chiediamo) d’aria salubre, cibo e acqua sani, ambiente non contaminato, atti ad abbattere fino al 50% dei valori di cesio assorbito, riducendo così la possibilità dell’insorgenza di forme tumorali. Il tutto in una terra contaminata tre volte più di quanto lo fu Seveso a seguito del disastro Icmesa.
Taranto è una terra sparsa su 2.600 ettari. L’Ilva, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, ne occupa 1.600. Facile capire chi comanda. Altrettanto facile comprendere chi dà da mangiare ai tarantini. Infatti fin dagli anni 70 il reddito medio dei cittadini è il più elevato dell’intero mezzogiorno e il loro tenore di vita occupa nella regione Puglia il primo posto. Chi ha perso un familiare non ha più null’altro da perdere e magari denuncia. Gli altri sono sopraffatti dalla paura di perdere il posto. Bisogna morire per urlare BASTA?
Vulpio ha descritto i fatti raccolti dalle testimonianze e dagli atti probatori ottenuti da stressante e minuzioso lavoro d’indagine in proprio, ma non solo. La collaborazione dei siti e associazioni più attivi e documentati è stata preziosa. Infatti a questi è andato il suo profondo grazie perché se questo libro esiste è merito loro: Comitato per Taranto, Taranto Sociale, Peacelink, Tarantopedia, TarantoViva, Legambiente circolo per Taranto. Ed è a questo punto che è intervenuto de Magistris. Lui ben sa che significa portare avanti le inchieste in questo Paese. C. Vulpio, Troiano, L. de Magistris Conosce i sacrifici, le paure e il coraggio necessari per proseguire, a meno che a un certo punto lo Stato non gli tolga i fascicoli e allora, come ora, può giusto passarci le sue conoscenze. Conferma che la magistratura ha bisogno della collaborazione del cittadino. E’ lui che deve sorvegliare, raccogliere materiale e denunciare. Questo Paese è malato di una patologia cronica data dalla complicità istituzionale, dalla trasversalità nell’accettare e tacere e dall’incapacità. I sindacati, ma anche gli operai stessi, gli organi di controllo sono spesso tutti d’accordo a mantenere in piedi una situazione che in piedi non può stare. L’ambiente ha un costo che dovrebbe essere prioritario, ma le politiche ambientali non sono portate avanti, servono giusto per incrementare un business ai danni di tutti noi e Taranto è testimone. Le fabbriche cominciano a uccidere quando la manutenzione diventa antieconomica e dunque subentra la necessità di sfruttare gli impianti fino alla loro morte. Non importa se nel frattempo muoiono gli umani: costano meno della manutenzione. In compenso l’Italia si prodiga per tutelare la vita di bambini mai nati e la sopravvivenza di chi la vita l’ha già perduta. Quello che sta in mezzo è un optional. (Peacelink)
Argomenti
la città delle nuvole,
libro,
torino,
vulpio
domenica 17 maggio 2009
Discariche selvagge, Vulpio racconta
“Il posto più logico per realizzare una discarica? Un sito archeologico o un invaso naturale che approvvigiona l’acquedotto. Sembra una battuta, ma è assolutamente vero. I due casi, noti ma non troppo pubblicizzati, sono quello di Grottelline, a Spinazzola, e quello di Corigliano d’Otranto.”
“Nel primo caso la discarica, bloccata dalla procura di Trani, insiste su una importante area archeologica del Neolitico; nel secondo è invece a strapiombo su un invaso naturale da cui l’Acquedotto Pugliese prende l’acqua”. A dichiararlo è Carlo Vulpio, giornalista e scrittore, candidato alle europee con Italia dei Valori, come indipendente.
“La delicata questione ambientale legata a queste due realtà pugliesi diventa ancora più interessante, quando da un ufficio regionale sparisce una memoria su cui sono tenuti i dati sulle VIA (le valutazioni di impatto ambientale). Il NOE – prosegue Vulpio – ha stabilito un nesso tra la sparizione dei dati da un ufficio della regione e le questioni ambientali più pressanti: tra cui appunto Grottelline”.
“Presento a Torino “La città delle nuvole”, il mio libro inchiesta sulla vicenda ambientale di Taranto: è il mio contributo alla divulgazione dell’informazione, alla diffusione di quelle notizie che non girano sui circuiti di informazione. E’ giusto che i cittadini sappiano di Grottelline e di Corigliano, piuttosto che di Taranto e Brindisi. E’ giusto che il nostro impegno sia di informare e di confrontarci, di far luce e di opporci quando le scelte di chi governa sono a dir poco scellerate”. (Paese Nuovo)
“Nel primo caso la discarica, bloccata dalla procura di Trani, insiste su una importante area archeologica del Neolitico; nel secondo è invece a strapiombo su un invaso naturale da cui l’Acquedotto Pugliese prende l’acqua”. A dichiararlo è Carlo Vulpio, giornalista e scrittore, candidato alle europee con Italia dei Valori, come indipendente.
“La delicata questione ambientale legata a queste due realtà pugliesi diventa ancora più interessante, quando da un ufficio regionale sparisce una memoria su cui sono tenuti i dati sulle VIA (le valutazioni di impatto ambientale). Il NOE – prosegue Vulpio – ha stabilito un nesso tra la sparizione dei dati da un ufficio della regione e le questioni ambientali più pressanti: tra cui appunto Grottelline”.
“Presento a Torino “La città delle nuvole”, il mio libro inchiesta sulla vicenda ambientale di Taranto: è il mio contributo alla divulgazione dell’informazione, alla diffusione di quelle notizie che non girano sui circuiti di informazione. E’ giusto che i cittadini sappiano di Grottelline e di Corigliano, piuttosto che di Taranto e Brindisi. E’ giusto che il nostro impegno sia di informare e di confrontarci, di far luce e di opporci quando le scelte di chi governa sono a dir poco scellerate”. (Paese Nuovo)
sabato 16 maggio 2009
La città del sole soffocata dalle nuvole
Un giornalista e un magistrato, travolti da un insolito destino nell'azzurro Paese. Carlo Vulpio e Luigi de Magistris, il primo racconta, informa e denuncia i veleni d'Italia, il secondo deve farne giustizia e punire i colpevoli in nome del popolo italiano. Ci deve essere qualcosa che non quadra se all’uno levano l'incarico d'informarci quotidianamente e all’altro tolgono i fascicoli processuali. Li troviamo alla Fiera del Libro, di fronte a una platea più affamata di notizie, che di pettegolezzi. Vulpio presenta l'ultimo dei suoi libri, perché giusto questi gli rimangono per denunciare. L'agghiacciante sottotitolo per la città di Taranto: viaggio nel territorio più inquinato d'Europa. De Magistris conferma che il Paese è malato e non solo per la diossina tarantina, ma per un sistema pressoché privo d'informazione che impedisce a quel popolo italiano in nome del quale si legifera e si dovrebbe fare giustizia di sapere. Il sistema pensa, analizza e se del caso replica al posto suo. Sono insieme in viaggio per l’Europa da dove sperano di poter lavorare. Cervelli in fuga? No. Anzi, confidiamo possano contribuire a far tornare quelli già scappati.
Nadia Redoglia (Articolo21)
Nadia Redoglia (Articolo21)
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