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venerdì 17 luglio 2015

La separazione dei poteri è l'anima e la garanzia dello Stato Moderno.

Ilva, scontro totale con la procura. Denunciati 19 dipendenti

I carabinieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato a 16 dipendenti dell’Ilva e tre della ditta di appalto Semat d una denuncia a piede libero per violazione dei sigilli giudiziari. I dipendenti presi di mira sono quelli in servizio sull’altoforno 2, l’impianto posto sotto sequestro dalla procura e dal gip all’indomani dell’infortunio dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio 34enne Alessandro Morricella. L’uomo che stava misurando la temperatura della colata con una lancia immessa direttamente nel fiume incandescente, fu investito da un getto di ghisa fusa. Ustionato su tutto il corpo, morì tre giorni dopo nella rianimazione del Policlinico di Bari.
La posizione dell’ azienda
L’azienda che invoca il decreto legge 4 luglio 2015 con il quale il governo disponeva il proseguimento dell’attività produttiva in virtù della rilevanza nazionale dell’impresa, sta decidendo con i propri avvocati le mosse da prendere. In assemblea anche i sindacati che contestano la denuncia indirizzata ai lavoratori. Ilva e sindacati dovrebbero firmare un documento unitario in cui si chiederebbe l’intervento del prefetto. Intanto l’Afo 2 è attualmente bloccato. Gli impianti sono tenuti al minimo ma senza produzione.
Tensione in procura
La tensione è palpabile negli ambienti della procura tarantina all’indomani della decisione del gip, Martino Rosati, di emettere un giudizio secondo cui il decreto del governo che ha permesso la riconsegna all’Ilva dell’Altoforno2, teatro dell’ultimo infortunio mortale, sarebbe incostituzionale perché violerebbe almeno 6 articoli della Carta dei diritti.
Il verbale della riunione
«Non possiamo dare ai lavoratori una chiara indicazione sul cosa fare». Sindacati e personale Ilva sono nel caos. La denuncia dei dieci dipendenti impegnati nell’altoforno 2 per violazione dei sigilli di sequestro non permette di impartire direttive o consigli agli altri operai impegnati sull’impianto, per i turni successivi. Se dovessero essere trovati dagli organi giudiziari ancora nell’area dove una colata di ghisa incandescente travolse e uccise l’8 giugno scorso il 34enne Alessandro Morricella, potrebbero essere denunciati come i colleghi, per violazione dei sigilli. Ma per ragioni di sicurezza, l’altoforno non può essere abbandonato. «Le parti - scrivono azienda e organizzazioni sindacali nel verbale della riunione terminata poco fa - dichiarano la propria impossibilità a concertare una linea di comunicazione e di comportamento che garantisca, ove mancasse, la presenza minima atta a fornire le condizioni di sicurezza dell’impianto e degli stessi lavoratori». In un comunicato congiunto, poi, Fiom, Uilm e Fim, chiedono alla dirigenza Ilva di “adoperarsi immediatamente per porre in essere ogni eventuale tutela giudiziaria presente e futura nei confronti dei lavoratori».
Messaggio su Twitter di Bentivogli
«#Ilva, carabinieri irrompono in azienda e identificano operai al lavoro in Afo 2 per non aver ottemperato spegnimento come se dipende da loro». È quanto scrive in un messaggio su Twitter Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl riferendo di un blitz dei militari, che hanno ascoltato i lavoratori dell'impianto sottoposto a sequestro nell'ambito delle indagini della procura sull'incidente costato la vita al 35enne Alessandro Morricella, ma ancora in marcia grazie a un decreto del governo. I carabinieri di Taranto, in merito alle voci che si erano diffuse subito dopo il messaggio di Bentivogli, precisano «non c'è alcun provvedimento nuovo della magistratura, che l'impianto è già sotto sequestro e non si sta procedendo allo spegnimento». «La sicurezza dei lavoratori - aggiunge Bentivogli nel suo messaggio - è sempre più a rischio in Ilva di Taranto. Nei diversi contenziosi vogliamo garanzie altrimenti la fermiamo noi la fabbrica». Nei giorni scorsi il gip Martino Rosati ha inviato gli atti del decreto governativo alla Corte Costituzionale sollevando una questione di legittimità. Intanto, l'azienda avrebbe convocato i sindacati per chiarire la questione dell'Afo2.(CdM)

Secondo il magistrato il decreto, l’ottavo salva-Ilva, viola sei articoli della Costituzione ed è sbilanciato in favore del diritto d’impresa, comprimendo il diritto alla vita, al lavoro e l’azione penale obbligatoria della magistratura. (Rep)

martedì 12 agosto 2014

A che punto è la notte?

Ilva, GRF: Peacelink denuncia a Magistratura e Commissione Europea

GRF ILVA sotto sequestro. PeaceLink: "Perché lasciare la facoltà d'uso a reparti che non applicano l'AIA da cui fuoriescono ancora emissioni non convogliate?"
 
La foto che inviamo ritrae le evidenti emissioni non convogliate dell'area GRF (Gestione Recupero Ferro) avvenute nella notte del 10 agosto scorso, alle ore 22.30 circa. E' l'immagine della gravità della situazione nella quale lo stabilimento ILVA di Taranto continua ad operare.  Le emissioni non convogliate si alzano in aria dal reparto GRF posto sotto sequestro dalla magistratura. E' un reparto situato di fronte all’AFO5 (altoforno n.5).

Ricordiamo a tutti che il reparto GRF è ancora sotto sequestro e che la sua facoltà d'uso era ed è vincolata all'applicazione dell'autorizzazione AIA che ne prevedeva la copertura. La Corte Costituzionale ha specificato che la produzione dell'ILVA "può divenire illecita solo in caso di inosservanza delle norme e delle prescrizioni dettate a salvaguardia della salute e dell’ambiente".
Ai sensi della legge 231 del 2012 (la cosiddetta "Salva-Ilva" che incorporava e cristallizzava l'AIA dandole forza di legge) occorreva quindi coprire il reparto GRF da cui si sollevano quelle emissioni non convogliate che appaiono nella foto.
 La legge 231 del 2012 avrebbe dovuto garantire la ferrea applicazione di tutte le norme di adeguamento degli impianti a garanzia dell'ambiente e la salute sia dei lavoratori sia dei cittadini. Cosa che non è stata fatta.
 Sulla base della legge 231 del 2012 tutti gli interventi di messa a norma degli impianti di produzione dell'ILVA dovevano avvenire entro il 1° luglio 2014. Solo la scadenza della copertura del parco minerali (area di stoccaggio) faceva eccezione e aveva un termine all'ottobre 2015. 
La copertura dell'area GRF doveva avvenire entro il 31 dicembre 2013, applicando la prescrizione numero 70 che specifica:

"Copertura area GRF e area di svuotamento scoria liquida dalle paiole e ripresa scoria raffreddata (BAT 11) con avvio entro 3 mesi dei lavori di costruzione di edifici chiusi, con aree adeguatamente pavimentate e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata, in accordo con la BAT n.11, punto III. La conclusione della realizziazione del suddetto intervento deve avvenire entro il 31 dicembre 2013". 

PeaceLink ritiene inammissibile che le lavorazioni continuino senza l'applicazione di questa prescrizione in un impianto posto sotto sequestro perché considerato pericoloso in quanto - secondo il GIP Patrizia Todisco - «chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

PeaceLink vuole ritornare a fare chiarezza sulla questione della FACOLTA' D'USO DEGLI IMPIANTI sequestrati.

La stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il sequestro preventivo "deve consentire la facoltà d’uso, salvo che, nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell’AIA riesaminata".

Ma se vengono trasgredite le prescrizioni dell'AIA riesaminata, come mai tutto prosegue come se quell'impianto non fosse sotto sequestro la cui facoltà d'uso è subordinata al rigoroso rispetto dell'AIA riesaminata? 

Quando nel 2013 - a seguito della sentenza della Corte Costituzionale - il gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, ha formalizzato la facoltà d’uso degli impianti dell'area a caldo sequestrati all’Ilva il 25 luglio 2012 perché inquinanti, il gip,  nel farlo, ha voluto sottolineare: «Solo il rispetto rigoroso del cronoprogramma degli interventi stabilito nell’Aia assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’attività produttiva». Per il gip Patrizia Todisco il non rispetto degli obblighi da parte dell’Ilva, vale a dire il mancato o ritardato adeguamento delle misure disinquinanti, era «da ritenere illecito e tale da innescare conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente». In tal caso poteva scattare un nuovo decreto di sequestro degli stessi impianti, questa volta senza facoltà d’uso e quindi senza produzione.  Facendo suo il parere espresso dalla Corte Costituzionale, il gip di Taranto specificava con chiarezza lo scorso anno che la prosecuzione dell’attività produttiva dell'ILVA «non prevede né dispone la revoca dei sequestri disposti dall’autorità giudiziaria, ma autorizza la prosecuzione dell’attività per un periodo determinato ed a condizione dell’osservanza delle prescrizioni dell’Aia riesaminata». E sottolineava: «Se l’adeguamento della struttura produttiva non dovesse procedere secondo le puntuali previsioni del nuovo provvedimento autorizzativo sarebbe cura delle autorità amministrative proposte al controllo e della stessa autorità giudiziaria, nell’ambito delle proprie competenze, di adottare tutte le misure idonee e necessarie a sanzionare anche in itinere le relative inadempienze». 
 Sono state ad oggi sanzionate in qualche modo le inadempienza?
La cancellazione del garante dell'AIA è la dimostrazione che non solo non è stato sanzionato nulla ma che è stato eliminato persino il controllore.

Il chiaro "avvertimento" del GIP Patrizia Todisco all'ILVA avveniva a metà del 2013 quando i lavori di "adeguamento" dell'area GRF dovevano ancora essere effettuati in quanto il termine ultimo era il 31 dicembre 2013. Dal 2014 in poi ILVA avrebbe dovuto dimostrare di avere ultimato la copertura del GRF in maniera tale da non provocare più l'emissione dei fumi non convogliati visibili nella foto. 
Quelle emissioni non convogliate - ben visibili nella foto - a nostro avviso rappresentano in maniera evidente la mancata applicazione dell'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e il venir meno alla lettera e allo spirito della sentenza della Corte Costituzionale che non forniva disco verde alla produzione ma che la condizionava al rispetto dell'AIA.
Tutto questo pone gravi interrogativi per la salute degli operai e dei cittadini. Quei fumi non sono monitorati dai sistemi di controllo sui camini perché non sono convogliati, come l'AIA richiedeva. Nell'area GRF avvengono lavorazioni "a cielo aperto" provocando oggi gli stessi fenomeni emissivi incontrollati per cui il reparto fu posto sotto sequestro senza facoltà d'uso.

Questa fotografia è un'anticipazione di quanto sarà prossimamente consegnato alla Procura di Taranto e al Noe da parte dell'associazione PeaceLink, un poderoso dossier che cataloga tutte le emissioni documentate nell'anno 2014 sino ai giorni recenti. I contenuti  sono supportati da materiale fotografico, da video e da documenti che attestano l'attività dello stabilimento Ilva di Taranto in relazione alle prescrizioni non rispettate. Questo archivio assume una particolare rilevanza in quanto a oggi - 12 agosto 2014 -  tutti gli interventi dell'AIA su impianti di produzione e lavorazione dovevano essere già stati completati sulla base dell'AIA riesaminata nel 2012. Tutte le proroghe e le deroghe effettuate con decreti successivi costituiscono una violazione dell'articolo 29 decies il quale prevede che si proceda non all'ammorbidimento delle prescrizioni ma 
"alla revoca dell'autorizzazione integrata ambientale e alla chiusura dell'impianto, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazioni di pericolo e di danno per l'ambiente".
PeaceLink constata con grande rammarico che lo stabilimento ILVA di Taranto continui ad operare violando le norme europee (direttiva 75/2010) in materia di tutela dell'ambiente e della salute.
Di tutto ciò PeaceLink ha già informato in data dell’11 agosto 2014 la Commissione Europea ed il Presidente del Parlamento Europeo. (Peacelink)

martedì 4 marzo 2014

Fuma fuma!

Ilva, la foto-denuncia: ora i fumi restano dentro il capannone con gli operai

Una colonna di fumo e polveri così imponente da offuscare l’illuminazione del capannone. Ecco il reparto acciaieria dell’Ilva di Taranto pochi giorni fa: la foto pervenuta alla redazione de ilfattoquotidiano.it mostra lo “spillaggio”, l’operazione di scarico dell’acciaio liquido a 1600 gradi centigradi, dalla siviera alla linea di colata continua. Ma soprattutto, la foto evidenzia chiaramente la presenza di un operaio a pochissimi metri da quella nube che invade il capannone e che i sistemi di captazione non riescono ad aspirare. I fumi e le polveri, così, raggiungono il tetto e poi si diffondono nel resto della struttura raggiungendo i lavoratori.
Immagini emblematiche dello stato in cui ancora sono costretti a lavorare i dipendenti dell’Ilva. Abbiamo chiesto all’azienda spiegazioni, ma non abbiamo ricevuto risposta. Avremmo voluto conoscere quali sono le azioni messe in campo per ridurre questo fenomeno, con quale frequenza si manifesta nelle acciaierie e quali sono i rischi per i lavoratori esposti a questi fumi. Domande, al momento, a cui l’azienda ha preferito non rispondere.
A poche ore dal deposito della richiesta di rinvio a giudizio della procura di Taranto, quindi, è lecito chiedersi a che punto è il risanamento dello stabilimento di Taranto. Il commissario straordinario Enrico Bondi, pochi giorni fa, ha pubblicato la relazione trimestrale sull’andamento dell’azienda che descrive la crescita di quasi il 2 percento delle vendite tra ottobre 2013 e gennaio 2014 e anche un quadro di miglioramento delle emissioni nell’aria di Taranto. La relazione, inoltre, evidenzia i passi avanti fatti nell’opera di ambientalizzazione degli impianti senza tuttavia fare cenno ai tempi previsti dall’autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’azienda dal ministro Corrado Clini nell’ottobre 2012. Forse perché l’Ilva è nettamente in ritardo rispetto al cronoprogramma stabilito dal ministero attraverso i vari decreti “salva Ilva”. Basti pensare al fatto che lo stesso commissario non ha ancora varato il piano industriale. Mancanze che, ovviamente, si traducono in costanti rischi per la salute di operai e cittadini. Pericoli che, seppure ridotti rispetto agli anni precedenti, non sono ancora azzerati.
Il fenomeno mostrato dalla fotografia, inoltre, è stato denunciato più volte in passato anche dai custodi giudiziari e dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce. I documenti firmati dall’ingegner Barbara Valenzano e dal maggior Nicola Candido, sono puntualmente giunti sulla scrivania della procura della Repubblica a cui spetta il compito di valutare se l’azienda può continuare a operare in queste condizioni o se gli impianti devono tornare sotto sequestro. Il rischio, infatti, non è affatto scongiurato. È stato lo stesso gip Patrizia Todisco, con un’ordinanza firmata a novembre dello scorso anno, a spiegare che se l’Ilva non rispetta in tempi stretti le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, la facoltà d’uso può essere revocata e quindi gli impianti dell’area a caldo possono tornare sotto sequestro. Un monito lanciato dal magistrato che ha sottolineato che “allo stato, non risulta ancora intervenuta l’approvazione del piano industriale” e, invece, sono ancora “rilevanti” le “accertate violazioni delle prescrizioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”.
Non solo. “Le attività condotte dalla Societa Ilva spa – si legge nel provvedimento – risultano in notevole ritardo rispetto ai tempi prescritti dal provvedimento di riesame Aia 2012” e che quindi “sussistono le pratiche operative di gestione del processi che hanno fin’oggi determinato le violazioni delle norme”. Quelle stesse pratiche, in sostanza, che hanno causato anche le colonne di fumi e polveri mostrate dalla fotografia pubblicata oggi dal Fatto e hanno portato al fermo degli impianti il 26 luglio 2012. Ancora il magistrato ha chiarito che alla base della riduzione dei livelli di inquinamento dev’essere collegato “lo spegnimento di alcuni impianti quali, l’altoforno 1, le batterie 3-4, 5-6, 7-8, e la fermata dell’altoforno 2 e dell’acciaieria 1”.
Ma soprattutto il gip, nel suo documento, ha evidenziato come la stessa Corte Costituzionale abbia definito legittima la legge “salva Ilva” e quindi equiparato diritto alla vita e diritto al lavoro per “la temporaneità delle misure adottate”. Cioè se l’azienda non riesce a rispettare i tempi, la facoltà d’uso può essere revocata, con una richiesta dei pm, sulla base di dati oggettivi. Le segnalazioni, come questa pubblicata dal sito del Fatto, del resto, continuano a pervenire quasi quotidianamente agli inquirenti e il tempo per il rispetto delle prescrizioni Aia trascorre inesorabilmente. (FQ)

Ilva, la foto denuncia: la precisazione dell’azienda e la controreplica del Fatto.it
 
Dall’Ilva di Taranto riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa.
ILVA, in relazione all’articolo pubblicato in data odierna da Il Fatto Quotidiano dal titolo “Ilva, la foto-denuncia: ora i fumi restano dentro il capannone con gli operai”, precisa che:
- L’immagine pubblicata come anomalia pericolosa può essere ripresa in qualunque acciaieria del mondo. Rappresenta, infatti, la fase iniziale di riempimento della paniera con acciaio fuso che, a contatto con il refrattario, genera fumi che non restano affatto dentro il capannone, ma vengono assorbiti con apposita cappa aspirante.
- I lavoratori addetti sono dotati di tutti i dispositivi di protezione ambientale e sanitaria.
ILVA, infine, a tutti coloro che anziché misurarsi con la complessità del risanamento ambientale della fabbrica più grande d’Italia continuano a negare la realtà, preferisce rispondere con i fatti: tutti gli interventi previsti dall’AIA del 2011 e del 2012 sono stati avviati. Gli interventi ambientali previsti per ILVA, il loro numero, i tempi contenuti, il livello tecnologico e la dimensione degli investimenti non hanno precedenti non solo all’ILVA, ma in nessun altro stabilimento italiano.
La controreplica de ilfattoquoitidiano.it.
Leggiamo con stupore la replica dell’Ilva. All’azienda, infatti, domenica 2 marzo alle 17.41 era stata mandata via email copia della fotografia e ieri in tarda mattinata l’azienda ci aveva detto telefonicamente che non aveva intenzione di replicare. Farlo ora non rientra quindi in quei parametri di correttezza e di trasparenza che la nuova gestione dice di voler perseguire. Prendiamo quindi atto della tardiva replica, ma non capiamo quale valore attribuirle visti i metodi da furbetti ancora utilizzati dall’Ilva per rapportarsi con la pubblica opinione.
Nel merito, comunque, la replica dell’Ilva non smentisce una sola parola di quanto pubblicato da ilfattoquotidiano.it. Anzi conferma gli interrogativi posti dal nostro giornale e a cui l’azienda, interpellata, ha preferito non rispondere. Vedere queste situazioni in “qualunque acciaieria del mondo” non è affatto sinonimo di sicurezza per i lavoratori. Se, come scrive l’Ilva, “i lavoratori addetti sono dotati di tutti i dispositivi di protezione ambientale e sanitaria” perché allora non ha fornito una risposta adeguata alla domanda sui rischi che corrono gli operai? Quanto, infine, al fatto che “tutti gli interventi previsti dall’AIA del 2011 e del 2012 sono stati avviati” non può e non deve essere un vanto di considerazioni del tempo già trascorso dalla loro prescrizione (anche perché le prescrizioni Aia 2011 e 2012 sono state dichiarate insufficienti da Clini con il decreto di riesame sia di ottobre 2012 e che l’Ilva è stata poi commissariata per le inadempienze all’Aia di Clini): se l’Ilva desidera davvero rispondere con i fatti attendiamo un comunicato che piuttosto che esaltare l’avvio dei lavori, descriva la piena conclusione delle misure a salvaguardia della salute di operai e cittadini. (FQ)

giovedì 14 marzo 2013

Ora è colpa dei custodi...

Gli avvocati dell'ilva sembrano non sapere più su chi sparare
Ora hanno puntato i custodi, colpevoli di aver custodito male l'acciaio PRODOTTO MENTRE GLI IMPIANTI ERANO SOTTO SEQUESTRO!
E poi?
Perchè non querelare i giudici per aver impedito a Nicola Riva di andare a farsi la settimana bianca perchè costretto agli arresti domiciliari?
E perchè non fare un esposto ai vicini di casa dei Riva che guardano la tv fino a tardi?
Ieri un cane randagio che scorazzava tra i rotoli d'acciaio è stato denunciato per danneggiamento: ha pisciato sul corpo del reato!!!

E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari

L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (Mazza - GdM)

lunedì 1 ottobre 2012

Giustizia, esiste?

'Io, l'avvocato dei morti dell'Ilva'

di Tiziana Migliati (Espresso)
Si chiama Massimiliano Del Vecchio, da dieci anni combatte in aula per conto delle vittime dei gas nocivi. E racconta storie terribili: come quella dell'operaio costretto a togliersi la maschera col respiratore per rispondere alle telefonate dei capi

L avvocato Massimiliano Del Vecchio L'avvocato Massimiliano Del Vecchio
Alcuni di quegli operai intossicati dalle emissioni nocive dell'Ilva, lui non li ha mai conosciuti. Per loro parlano le diagnosi mediche, le perizie epidemiologiche, le carte e gli occhi dei familiari che si sono rivolti a lui, l'avvocato Massimiliano Del Vecchio, e che a ogni udienza si presentano in aula.
Sono circa 223 le cause promosse dai familiari e dagli eredi per lesioni o decessi ascrivibili a motivi di lavoro. Gran parte riguardano l'Ilva o ancor prima la Fintecna, quando la proprietà dello stabilimento era pubblica. Ma la casistica è più ampia: «Abbiamo posizioni processuali aperte contro il ministero della Difesa, ritenuto responsabile di aver procurato mesoteliomi su dipendenti civili dell'Arsenale, contro la Darsena cantiere navale, cause contro Cementir e la raffineria Eni. Insomma, copriamo tutto lo spettro dell'inquinamento ambientale sofferto da questa città. Lo facciamo da oltre vent'anni», dice il legale.
Del Vecchio è il coordinatore nazionale della consulenza giuridica della Fiom Cgil per la salute e la sicurezza. Il sindacato si è costituito parte civile nei processi che avranno udienza nei prossimi giorni a Taranto e che riguardano il siderurgico: Il 3 ottobre contro l'Ilva per 15 lavoratori deceduti per mesotelioma o carcinoma polmonare, incentrato sull'esposizione a rischio da amianto.
Il secondo processo, il 23 novembre, coinvolge i più importanti manager della siderurgia pubblica nazionale e i direttori dello stabilimento che si sono succeduti dal '66 al '94. Riguarda neoplasie di varia natura, determinate da un mix di polveri cancerogene: «Nei processi ci avvaliamo delle perizie degli epidemiologi della procura, dei nostri tecnici, come la dottoressa Fiorella Belpoggi che è la direttrice dell'istituto Ramazzini di Bologna e il dottor Marco Bottazzi consulente nazionale Inca», spiega Del Vecchio.

Chi è il lavoratore tipo che avvia un'azione legale contro l'Ilva?
«Soprattutto gli eredi. E poi gli operai che escono dal ciclo produttivo, e spesso si ammalano quando pensano di godersi la pensione: capita perché i tempi di latenza di queste patologie sono molto lunghi».
Adesso ci sono le prove che l'Ilva inquina: è possibile che si intentino anche cause collettive da parte di cittadini?
«Qualche giornale ha parlato impropriamente di class action, ma non è un'azione prevista per questo tipo di reato: omicidio colposo plurimo, con l'aggravante dei futili motivi costituiti dal profitto. Le cause pilota partono dai lavoratori che hanno una struttura sindacale e legale già rodata, ma non escludo che tra un po' possa determinarsi un ricorso massiccio alla tutela giudiziaria, come è stato per Seveso».
In questi giorni si parla delle norme che l'Ilva deve rispettare per contenere le emissioni nocive, si cerca di stabilire un limite al di sotto del quale l'azienda possa produrre inquinando meno. Cosa ne pensa?
«In realtà io ho sempre sostenuto che i limiti non possono determinare esenzione da colpa e responsabilità per l'azienda che produce sostanze cancerogene, anche se resta al di sotto. La misura per l'individuazione del limite massimo di sopportazione deve essere quello della salute umana, non è la salute che deve adeguarsi a quelli che sono i limiti definiti dalla pubblica amministrazione».
Il terzo processo contro l'Ilva avrà la sua sentenza il 17 ottobre e riguarda l'avvelenamento di un lavoratore da gas di altoforno...
«Sì, sono quei gas che respiriamo anche in città, seppur filtrati e diffusi a distanza di chilometri. Se aspirati sul luogo di lavoro determinano la morte. E c'è una vedova che si batte da 4 anni perché suo marito abbia una sentenza esemplare».
Chi era la vittima?
«Un lavoratore che rispondendo più volte al telefono nei pressi delle valvole dell'altoforno, quelle che impediscono la fuoriuscita del gas, si è esposto al progressivo avvelenamento da monossido di carbonio. L'operaio si toglieva la maschera col respiratore per rispondere al telefono: e la maggior parte delle telefonate proveniva proprio dal datore di lavoro, che sapeva che l'operaio agiva nei pressi di un ambiente pregno di gas».

domenica 5 agosto 2012

COLPO DI STATO ALLA DEMOCRAZIA!

Ieri a Taranto lo Stato al soldo della potente famiglia Riva ha colpito ancora una volta la Democrazia! I diritti costituzionali di libero pensiero e di manifestazione pacifica sono stati violati.
Da oggi in Italia non si può dissentire pacificamente in pubblico.
A TARANTO IERI SI E' CONSUMATO UN COLPO DI STATO ALLA DEMOCRAZIA!!!
Come prevedibile, si punta ad intimorire un gruppo di centinaia di persone, subito dopo averlo demonizzato raccontando prima, con voci allarmistiche incontrollate che non hanno fatto altro che alzare la tensione, e dopo falsità che chiunque abbia seguito la manifestazione sa essere solo la voce di chi ha assecondato il potere in questa città e ora ne sta perdendo il controllo.
Il potere pubblico, come al G8 di Genova, è diventato arbitrio e terrorismo per reprimere l'espressione dei diritti della cittadinanza e delle comunità locali.
E intanto le intercettazioni presentate dalla procura al riesame rivelano parti di questo ingranaggio di corruzione e complicità tra Industria privata, Stato e Media contro i quali una città e un pugno di persone oneste si stanno battendo.
Ci chiediamo come mai (retoricamente) hanno denunciato 41 persone per motivazioni ridicole (transenne e fumogeni... basta andare ad ogni "vera" manifestazione o in una domenica qualsiasi in uno stadio qualunque  per capire che stiamo parlando di accuse infondate e pretestuose) mentre hanno lasciato impunemente la città per giorni in balia di squadrette di una decina di operai e quadri, aizzati da fabbrica e sindacati, che hanno bloccato strade statali, ponti, e tutto il sistema infrastrutturale?



Ilva/ Manifestazione a Taranto: 41 persone denunciate Identificato gruppo che lanciò fumogeni e sfondò transenne

(TMNews) - La questura di Taranto ha identificato e denunciato 41 persone, del gruppo di contestatori che il 2 agosto scorso in Piazza della Vittoria interruppe il comizio e la manifestazione dei sindacati confederali, organizzata con i lavoratori dellll'ilva. Le 41 persone - spiega la questura - sono state identificate e saranno denunciate in stato di libertà all`autorità giudiziaria per aver turbato a vario titolo la manifestazione in atto, determinando, la temporanea interruzione dei comizi ufficiali. L'attività degli investigatori - sottolinea la questura - si è focalizzata in particolare su coloro i quali si sono resi responsabili di violenza sulle cose, abbattendo le transenne poste a protezione del palco per tentare di accedervi, e di coloro che lanciarono i fumogeni.

mercoledì 2 novembre 2011

Cacca o che?

Sversamento in Mar Grande, nuovo allarme delle eco-sentinelle. La denuncia di AltaMarea

Comunicato stampa di AltaMarea contro l’inquinamento
Bella giornata autunnale, cielo sereno, niente piogge da parecchi giorni, eppure alle 9,30 è scattato l’allarme per un putrido, maleodorante sversamento a Mar Grande dallo scarico a mare in corrispondenza di via Crispi, proprio lì dove c’è la bella sede dell’Acquedotto pugliese con un grande schieramento di auto aziendali in sosta. E’ l’ennesimo incidente che si verifica in quel tratto della fognatura, è l’ennesima segnalazione che le tenaci eco-sentinelle fanno ad AltaMarea, è l’ennesima sollecitazione che AltaMarea rivolge a AQP, Comune di Taranto, ARPA Puglia, ASL/TA, Procura della Repubblica perché affrontino con decisione questo annoso problema.
Abbiamo perso il conto delle firme apposte sui verbali delle forze dell’ordine intervenute nelle precedenti occasioni. A suo tempo i militari intervenuti ci avevano garantito che tali verbali sarebbero giunti sui tavoli delle autorità competenti. Non è successo niente. Forse proprio per questo “non succede mai niente” che stamane le nostre telefonate ai vari centralini per l’emergenza ambientale non hanno avuto alcun esito: non è intervenuto nessuno. Abbiamo visto solo due automezzi di un’impresa “stiamo lavorando per l’AQP” in sosta nei pressi della botola di accesso alla fognatura proprio sotto gli uffici dell’AQP, abbiamo tentato di avere informazioni da uomini in tuta gialla che si adopravano lì intorno, manco l’ombra di un funzionario AQP uscito dalla porta girevole degli uffici a vedere cosa stava succedendo lì sotto, su impianti di cui sono responsabili.
Tutto è finito intorno alle 10,30, pronti per un altro spettacolo. In Mar Grande è stata immessa una grande quantità di liquido puzzolente che sì è rapidamente diluito, subdolamente occultato, ma comunque presente e pericoloso. Come commentare l’accaduto? Possibile che nessuna autorità senta il dovere di indagare, capire cosa accade su quell’impianto anche in giornate in cui è risibile la storiella del troppo pieno provocato dalle piogge? Possibile che, nelle more dei provvedimenti definitivi, nessuno provveda a far mettere dei sistemi di video sorveglianza per segnalare immediatamente l’incidente? Possibile che nessuno imponga all’AQP di chiudere con cemento armato quegli scarichi a mare, a qualunque costo?
Tocca ai cittadini ricordare alle autorità che si sta cercando una soluzione a Mar Grande del problema della mitilicoltura scacciata da Mar Piccolo mentre nulla viene detto o fatto per risolvere il problema degli scarichi fognari a mare che aggravano la già grave situazione dell’inquinamento anche di Mar Grande certificato da ISPRA? Cosa si aspetta per dire la verità ai cittadini di Taranto? Devono tenersi l’AQP e i moloch industriali così come sono e devono perdere anche la speranza di vedere migliorata la qualità dell’aria, dell’acqua e della terra su cui vivono?

giovedì 14 luglio 2011

Filmare l'apocalisse quotidiana

Dal Blog di Carlo Vulpio
... a cui, per l'importanza di questa documentazione che sfonda il muro di omertà degli operai, evitiamo di sottolineare la caduta di efficacia per la difesa di un indifendibile "battitore a pagnotta" come Sgarbi e la visione forse troppo fuori scala rispetto ai problemi in gioco dei "vendolini" della domenica con la manifestazione facile...

Non è “La morte a Venezia”, ma il film tragico e verissimo “La morte di Taranto” per avvelenamento e asfissia. Scongiurare questo finale si può, ma occorre incamminarsi lungo una nuova Via Francigena, con una “marcia” su Bari, su Roma e su Bruxelles
14 luglio 2011

Come vi avevamo promesso, eccovi alcuni filmati girati all’interno del più grande centro siderurgico d’Europa, l’Ilva.
Questa è solo una “selezione”. Operai e dipendenti dell’Ilva che hanno ripreso queste immagini lo hanno fatto anche perché non sanno più a che santo votarsi e soprattutto perché non credono alle menzogne e allo scaricabarile di:
- presidente di giunta e assemblea regionale, Vendola e Introna;
- presidente di provincia di Taranto: Florido;
- sindaco di Taranto: Stefàno;
- Arpa (agenzia di protezione ambientale regionale);
- polizia provinciale e Asl;
- assessori regionali, provinciali, comunali coinvolti, ognuno per il proprio ruolo e per la propria responsabilità, a tutti i livelli decisionali;
- professionisti dell’ambientalismo d’accatto;
- sindacalisti “di lotta e di pagnotta”, che, se l’Ilva non ci fosse, non ci sarebbero nemmeno loro, perché dovrebbero andare davvero a lavorare;
- “società civile” a senso unico, che si mobilita solo se se ci sono di mezzo le parolette “magiche” Berlusconi e berlusconismo, ma fa la ritrosa quando deve prendersela con “gli altri”, cioè quelli che confezionano leggi truffa sulle emissioni di diossina, chiudono ospedali e riducono la sanità a luogo privilegiato di clientele e di assalto criminale alle risorse, costruiscono discariche sui pozzi di acqua potabile, scempiano il paesaggio consentendo il business mafioso dell’eolico e del fotovoltaico – fonti energetiche utili solo se non “industriali”, vero Legambiente, Sorgenia e gruppetti di disturbo vendoliani?
(Questi ultimi, che campano di politica, sono andati in trasferta anche a Polignano a Mare per provocare e insultare Vittorio Sgarbi, reo di difendere l’ambiente e il paesaggio, e com’è loro costume hanno filmato e diffuso solo ciò che conveniva loro far vedere, cancellando le immagini della provocazione e della contestazione vigliacca cominciata ben prima che Sgarbi salisse sul palco).
Ecco, tutti quelli che vi capitasse di riconoscere in questo elenco non sono credibili. Anzi, sono i vostri veri avvversari. Oltre che nemici degli operai e dei dipendenti dell’Ilva che hanno prodotto questi documenti “dall’interno”. Questi video e queste foto, vogliamo rassicurare anche la dirigenza del siderurgico – che se non crede a noi può chiedere ai carabinieri del Noe – non sono “datati”, né “vecchi”. Ma attualissimi. Il fatto che siano ritratti operai che indossano tute verdi, in dotazione da alcuni anni, non vuol dire nulla. Gli operai sono risparmiosi e prima di indossare le tute nuove hanno pensato bene di finire di usare le vecchie.
Nonostante tutto questo però, il ministero dell’Ambiente concede l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, e ne concede una ancora più “permissiva” di quella abbozzata nel 2009.
Invece di marciare su Bari, e poi su Roma, e poi su Bruxelles, lungo una nuova Via Francigena che scongiuri la morte per avvelenamento e per asfissia di Taranto, i soli che si muovono sono i prezzolati che vanno a Polignano a Mare per occultare, con gli insulti, lo stupro del paesaggio difeso dalla Costituzione italiana. E tutti gli altri, a destra e magari anche a sinistra, dove sono?







domenica 18 luglio 2010

Rifiuti tossici “targati” Casoria

...e dove vanno a finire i rifiuti tossici? a Taranto, ovviamente!

Nove persone arrestate ed altre 21 indagate a piede libero, per un presunto traffico di rifiuti tossici tra la nostra zona (Casoria) e la provincia di Macerata. Le indagini sono partite due anni fa: i carabinieri del Noe hanno scoperto che ogni camion che partiva da una ditta di Casoria che in media trasportava 23 tonnellate di rifiuti pericolosi, raccolti in vari siti italiani. Secondo l’accusa con una documentazione falsa
per attestare il trattamento più costoso, in realtà mai eseguito. Le miscele di scarti finivano in varie discariche: a Macerata, a Canosa di Puglia, a Taranto e Dresda in Germania. (corriere di Aversa)

mercoledì 14 luglio 2010

Riva, se non pulisci, paga!!!

Taranto, la rivolta delle famiglie: basta veleni dell'Ilva

«Viviamo ai Tamburi dagli anni ’50 e siamo davvero stanchi di respirare tutti i giorni le polveri dell’Ilva mettendo a rischio la salute nostra e dei nostri figli e nipoti». E’ questa la motivazione che ha spinto Alfonso Tranquillino e sua moglie Francesca Viesti, residenti in via Merodio ai Tamburi, a denunciare l’Ilva di Taranto per getto pericoloso di polveri e minerali. E il sostituto procuratore Daniela Putignano (si veda la «Gazzetta» di ieri ha raccolto questa denuncia e quella di altre due famiglie e ha indagato Emilio Riva . Lo stabile in cui vive la famiglia Tranquillino appare sporco e danneggiato anche se è già stato sottoposto ad un radicale intervento di ristrutturazione negli anni ’90 come raccontano gli stessi inquilini. «Il materiale proveniente dal siderurgico - spiega Tranquillino - si deposita sulle ringhiere e sui pavimenti dei nostri balconi e finisce in tutte le stanze, dalla camera da letto alla cucina. Non ne possiamo davvero più, ecco perchè abbiamo deciso di prendere provvedimenti legali».
La famiglia Tranquillino non è stata la sola ad imbarcarsi in quest’avventura. Anche altre due famiglie di via Manzoni e di via Mar Piccolo hanno deciso di rivolgersi alla Magistratura per far valere i loro diritti. Si tratta di tre famiglie che si sono stabilite nel rione Tamburi quando era una zona residenziale della città. E invece si sono ritrovate a dover convivere con l’inquinamento, indipendentemente dall’esposizione dei loro appartamenti. Via Merodio e via Mar Piccolo, ad esempio, si trovano in due traverse opposte di via Galeso. Via Manzoni, invece, è nei pressi del cimitero. Ma tutti devono quotidianamente affrontare gli stessi problemi. «Parlando con altri residenti del rione - dice Tranquillino -, anche distanti da casa nostra, abbiamo appreso della loro intenzione di presentare ricorso. Così, condividendo l’iniziativa, ci siamo informati da un avvocato, il quale ci ha consigliato di sottoscrivere la denuncia personalmente in quanto questi reati possono essere contestati all’Ilva solo se viene presentata querela da parte della persona offesa. E noi non abbiamo avuto dubbi a firmare quella denuncia».
Eppure, le perplessità cominciano ad affiorare proprio ora che il sostituto procuratore, Daniela Putignano, ha dato loro ragione contestando a Emilio Riva, che dell’Ilva è stato presidente sino a maggio scorso (ora gli è succeduto il figlio Nicola), che «mediante l’immissione dell’ambiente di fumi, minerali e polveri prodotti dallo stabilimento, gettava cose idonee ad offendere, imbrattare e molestare persone perché deturpava ed imbrattava le unità abitative dei denuncianti, tutte ubicate nel quartiere Tamburi, nelle immediate vicinanze del parco minerali e fossili».
«L’avvocato - dice Francesca Viesti - ci ha informato dell’esito del ricorso, ma chissà se davvero cambierà qualcosa. Sono anche anni che ci viene promessa la riduzione dell’inquinamento ma finora senza esito. Perché mai questa volta dovrebbe essere diversa dalle altre?» Il marito è più ottimista: «Noi ci abbiamo messo tutta la buona volontà esponendoci in prima persona in questa battaglia giudiziaria e abbiamo già superato un primo ostacolo. Del resto, nessun giudice avrebbe potuto darci torto. I cattivi odori provenienti dall’Ilva si sentono fino a Castellaneta». (GdM)

Sono oltre 110 le denunce disposta una super-perizia
L’inchiesta sull’imbrattamento di alcune abitazioni del rione Tamburi, chiusa nei giorni scorsi - come rivelato ieri dalla Gazzetta - dal sostituto procuratore Danie - la Putignano con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini al patron dell’Ilva Emilio Riva, non rappresenta un fatto isolato. Sono, infatti, ben 110 le denunce, presentata da un anno a questa parte, dagli avvocati Aldo Condemi e Vincenz o Montefor te, alla Procura della Repubblica per conto di residenti del quartiere Tambu ri. Tutte le denunce sono racchiuse in un fascicolo aperto dal procuratore capo Franco Sebastio che ha ipotizzato il reato di getto pericoloso di cose e ha disposto lo svolgimento di una perizia per accertare e quantificare il danno subito dai residenti nella zona che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento siderurgico.
Ma qual è il senso di questa azione collettiva? «Per conto dei cittadini - spiegano gli avvocati Condemi e Monteforte - chiediamo il risarcimento, il giusto risarcimento, del ridotto valore patrominiale degli immobili. Cosa significa? Se si è proprietari di un appartamento di 100 metri quadri al rione Tamburi e si decide di venderlo, bisogna mettere in conto di ricavare non più di 4-500 euro a metro quadro, lo dicono le perizie che abbiamo allegato a tutte le denunce, perché sui Tamburi non vi è domanda alcuna di acquisto di abitazioni, per via dell’inquinamento, delle polveri di ferro. Non lo diciamo noi, d’altronde, ma lo ha detto la sentenza della Cassazione del 2005 nel processo sui parchi minerari che ha quantificato in 21.360 tonnellate all’anno le polveri sversate sul quartiere Tamburi. Il 94,9% di queste polveri, lo dice sempre la Cassazione, proviene dall’Ilva, quindi è giusto che sia l’Ilva a risarcire i proprietari degli immobili per il ridotto valore delle loro casa. Dal 2005 ad oggi - spiegano i due legali - la situazione ai Tamburi non è cambiata e dunque abbiamo deciso di tutelare i residenti nelle sedi competenti, facendo valere i loro diritti che riteniamo sacrosanti. Non abbiamo voluto pubblicizzare la nostra iniziativa ma ora che la Gaz- zetta ha raccontato ai suoi lettori dell’esito delle prime tre denunce che abbiamo presentato, vogliamo spiegare cosa ci spinge a seguire una via giudiziaria che per Taranto costituisce una assoluta novità. Ovviamente, non pensiamo solo al danno prettamente patrimoniale, ma riteniamo che la magistratura dovrà valutare necessariamente anche il danno biologico e quello esistenziale potenziale, derivato dal vivere quotidianamente in un quartiere letteralmente assediato dalle polveri e dai fumi provenienti dalla zona industriale». (GdM)

giovedì 27 agosto 2009

Perseguitati i cittadini attivi: ecco un caso

Negato il “Diritto di Difesa” ai poveri
Denunciati presso le autorità amministrative e giudiziarie alcuni magistrati del TAR Puglia, sezione di Lecce, componenti della Commissione per il gratuito patrocinio.

“ A causa della mia attività, da 11 anni sono vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, che tutti ritengono truccato (basta chiedere ai Ministri Gelmini e Meloni, al sottosegretario Mantovano, all’ex Ministro Castelli, ecc.). Da ciò è scaturita la mia disoccupazione ed indigenza” – dice il Dr Antonio Giangrande presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.
“Quest’anno ho ritenuto maturo ed opportuno tutelare i miei diritti. In presenza di innumerevoli irregolarità commesse a mio danno dalla Commissione di Reggio Calabria, competente a correggere i compiti della sessione 2008 del concorso forense dei candidati di Brindisi, Lecce e Taranto, (elaborati non corretti, commissari mancanti, ecc.) e in virtù della consapevolezza delle mie ragioni sostenute dalla folta giurisprudenza, ho presentato, senza l’ausilio dei baroni del Foro, l’istanza per poter accedere al gratuito patrocinio per presentare il ricorso al Tar.
Pur essendoci i requisiti di reddito e nonostante le eccezioni presentate fossero già state accolte da molti Tar, la Commissione presso il Tar di Lecce mi nega un diritto palesemente fondato e lo comunica, malgrado l’urgenza, un mese dopo, a pochi giorni dalla decadenza del ricorso principale.
Hanno rilevato una mancanza di fumus, con un sommario ed improprio giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili.
E’ stato fatto da chi, direttamente o per colleganza, avrebbe deciso, comunque, il proseguo, nel caso in cui il ricorso al Tar sarebbe stato presentato in forma ordinaria, inibendone l’intenzione. Per dire: subisci e taci.
Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendo, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.
Perché si nega il diritto di difesa ai non abbienti?? Perché si impedisce la conoscenza dei trucchi concorsuali?? E’ troppo grave la lesione ed il danno per subire e per tacere, oltretutto, quello che succede a me succede a tutti e in tutta Italia e nessuno fa niente.
Talché sono stato costretto a presentare un esposto alle più alte cariche dello Stato, Istituzionali ed amministrative, oltre che alle autorità giudiziarie.
In un Stato giuridicamente e civilmente avanzato a tutto ciò dovrebbe conseguire l’accusa di falso, omissione ed abuso d’ufficio per i magistrati ed avvocati delle Commissioni, concorsuale e del gratuito patrocinio, ovvero l’accusa di calunnia nei miei confronti. Dovrebbe….?!? Invece, in Italia nell’assordante silenzio che ne consegue in un clima d’impunità, se pubblichi le notizie di stampa e le interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti di denunce analoghe, sei immediatamente perseguito per diffamazione da coloro che hanno insabbiato”.
Su richiesta riprodurrà l’esposto e le autorità riceventi.

Antonio Giangrande

venerdì 8 maggio 2009

SLEGALITA'

L’Italia sprofonda nell’illegalità, sottolinea il Comitato Cittadini Liberi di Tarquinia (Viterbo), e coloro che non si piegano al volere dei potenti, e si oppongono pacificamente e pubblicamente alla realizzazione di opere dannose alla salute e all’economia dei territori, subiscono tentativi di corruzione, azioni intimidatorie personali e, come membri di associazioni, comitati o movimenti, anche denunce.
Per raccontare questa condizione, ma soprattutto per raccogliere le tante energie in giro per il paese è partita "Slegalitàlia", l'iniziativa lanciata dal Comitato dei Cittadini Liberi di Tarquinia per accendere i riflettori sulla storia di un' italiana, che il 21 maggio sarà processata per la battaglia che l'Alto Lazio e la Maremma conducono contro il carbone sporco che si vuole bruciare a Civitavecchia e contro le illegalità che porta con sè, in un territorio colpito per decenni dalle emissioni di quattro centrali termoelettriche, una delle quali da 3500 Megawatt.
È una trama che in vario modo colpisce e ferisce molte comunità lungo lo stivale, vittime del sistema corrotto i cui protagonisti sono politici, funzionari pubblici e grandi società legate all'energia, al cemento e alle autostrade.
I partiti ancora controllano tutto nonostante le liberalizzazioni, servite per arraffare ricchezza e sottrarre al controllo dei cittadini il funzionamento e la gestione di servizi essenziali.
Anche questa è mafia.
Gli eventi che hanno preceduto il processo del 21 maggio sono emblematici, la loro valenza supera i confini regionali e diventa patrimonio civile di quanti non ci stanno più.
Nel 2003 l’allora Sindaco di Civitavecchia, Alessio De Sio, disse sì alla centrale a carbone di Torre Valdaliga Nord dopo aver manifestato a lungo la propria contrarietà a quell’impianto.
Il 5 aprile 2007 una cittadina di Tarquinia, su Raidue TV in diretta su Annozero, ospite da Michele Santoro, raccontò che a fine mandato il sindaco del sì al carbone era diventato membro del Consiglio d’Amministrazione di Enel.
La nomina c’era stata ma non si trattava del CdA di Enel, bensì del CdA di “Acquirente Unico”, società controllata dal Gestore dei Servizi Elettrici. Un errore marginale. Il processo avrà luogo perché il sindaco del sì al carbone ha ritenuto di essere stato diffamato.

L'avvio di "Slegalitàlia" prevede il contatto con i movimenti e i comitati che soffrono storie simili einizia con l'Italia del Nord, verso cui si è diretta la missione partita dalla Maremma, per fondere le vicende di sofferenza e reagire insieme.
Il viaggio verso le regioni del Nord Italia fa seguito all'analoga esperienza del 2008 allorchè l'Alto Lazio incontrò in Puglia i cittadini in lotta contro l'inquinamento a Brindisi e Lecce.
Il camper di "Slegalitalia" effettua una cinque giorni a tappe.
E' partito dalla Maremma Etrusca e la prima tappa è in Veneto, a Verona.
TARQUINIA-VITERBO (UnoNotizie.it)

giovedì 9 aprile 2009

E da noi la "prima pioggia" dove va?

A Genova Emilio Riva becca una denuncia al mese... a Taranto il sindaco gli stappa lo champagne e l'arcivescovo gli dice messa... Mah!

Triplice operazione a Genova, altra denuncia per Riva & co.

La Procura della Repubblica di Genova ha posto sotto sequestro, nella tarda mattinata di oggi, la banchina San Giorgio, nel porto genovese, all’interno del Terminal rinfuse. Secondo la magistratura infatti i fluidi derivanti dallo scarico del carbone (unico traffico di quella banchina) e dalle piogge che insistono sui depositi sarebbero scaricati in mare. Mentre una precisa normativa prevede che le cosiddetta «acque di prima pioggia», come vengono definite nel gergo portuale, siano prima trattate, depurate e successivamente smaltite. La Procura ha consentito lo scarico di due navi in attesa, al termine delle operazioni la banchina San Giorgio non sarà più operativa. Custode giudiziario dell’impianto è stato nominato l’avvocato Giovan Battista D’Aste, segretario generale dell’Autorità portuale di Genova.
Rifiuti speciali pericolosi stoccati in un cantiere vicino all’arenile nella zona della Foce a Genova: i carabinieri del nucleo ambientale hanno posto i sigilli ad un’area di circa 10mila metri quadri nella disponibilità della Pamoter, ditta che si occupa dei lavori di risanamento degli argini del Bisagno. I militari hanno inoltre denunciato il legale rappresentante della società per aver depositato in modo incontrollato rifiuti speciali pericolosi e non in un’area di cantiere. Tra i cumuli di rifiuti: batterie esauste, pneumatici fuori uso, tubi in pvc, fusti, cavi elettrici, e fresature di asfalto.
Sempre oggi i militari hanno sequestrato due aree di seimila e settemilacinquecento metri quadri e oltre 30mila metri cubi di detriti costituiti da rifiuti da demolizione, rottami e manufatti di ferro, plastica, cavi ed apparecchiature elettriche, derivanti dalla dismissione dei vecchi impianti. Altri 105mila tonnellate di rifiuti erano state sequestrate a dicembre nel corso di un’analoga operazione nelle aree degli stabilimenti dell’Ilva.
Il presidente del cda del Gruppo Ilva, Emilio Riva, il direttore dello stabilimento di Genova Giuseppe Frustaci ed il responsabile del settore ecologia Enrico Calderari, sono stati denunciati per la seconda volta in cinque mesi dai carabinieri del Noe per stoccaggio illecito di rifiuti.
Il Secolo XIX

martedì 10 marzo 2009

Rassegna stampa: buoni e cattivi

C'è della Puglia nella sporca faccenda degli inceneritori taroccati di Roma (e c'è da stupirsi?)



Come si lavora a contatto con il territorio: una lezione dalla Barbanente e qualche suggerimento per i nostri amministratori...

venerdì 27 febbraio 2009

Furti in fabbrica: l'ENI ci ripensa

La notizia era rimasta finora riservata: il 12 febbraio scorso l’Eni ha “congelato” i provvedimenti disciplinari comminati nei confronti di 56 lavoratori accusati di omessa sorveglianza. A questa decisione l’Eni è giunta dopo l’ennesimo tavolo di mediazione disposto dal prefetto. L’accordo è stato infatti siglato proprio al Palazzo del Governo: da una parte l’azienda, dall’altra Cgil, Cisl, Uil e Ugl. I 56 dipendenti dell’azienda, come detto, erano accusati di omessa sorveglianza in riferimento a presunti furti di carburante.

mercoledì 14 gennaio 2009

SOLIDARIETA' AL PRESIDIO PERMANENTE NO DISCARICHE

Pur non essendoci ancora notizie ufficiali, pare che gli amministratori del comune di San Marzano di S.G. abbiano deciso di denunciare tutti coloro che sono intervenuti durante i consigli comunali che avevano come tema gli impianti (vecchi e nuovi) di smaltimento dei rifiuti.

Ci sentiamo di esprimere la nostra solidarietà ai cittadini del Presidio Permanente No Discariche, che con noi portano avanti la battaglia contro gli affaristi di monnezza e diossine, per la salute, per un diverso sviluppo di questa terra e perché i cittadini abbiano, finalmente, diritto di scelta.

Ecco il documento dal blog del Presidio Permanente NO Discariche

Delibera San Marzano

Per saperne di più .

Per chi volesse dire la sua o volesse capire cos'è quest'"onorabilità", appuntamento stasera alle 20 assemblea in piazza a San Marzano.

venerdì 2 gennaio 2009

Rassegna stampa

Gli allevatori hanno sporto denuncia e la procura indaga.
Riva è già sotto processo a Genova per inquinamento e la gente è stata riconosciuta parte civile.
Se anche a Taranto, come sembra probabile, si dovesse scoprire che quella diossina è "targata" Ilva la condanna costituirebbe un precedente importantissimo che sbloccherebbe le richieste di risarcimento del danno che l'industrializzazzione senza regole ha portato sul territorio e sui cittadini.

Se questo non è terrorismo psicologico...
A volte viene da chiedersi: ma i sindacati da che parte stanno?

Anche il Salento comincia a conoscere il significato di sacrifici imposti in nome del bene comune che diventano un cancro devastante per il territorio (mentre altri scaricano i propri rifiuti e si prendono i primi posti nelle classifiche di vivibilità: Mo Avaste!)