mercoledì 30 aprile 2014

Un mortaccio in più!

Riva sindaco di Taranto? Lapsus freudiano...
Il padrone ringrazia e se ne va.


Morto Riva, il sindaco di Taranto: “Il futuro dell’Ilva è un’incognita”

Pensa al futuro della città di Taranto, il sindaco Ippazio Stefano, dopo avere appreso la notizia della morte di Emilio Riva, storico presidente delle acciaierie Ilva. «Non vorrei, anche se non conosco bene le dinamiche in corso, che questa morte ostacoli in qualche modo il già lento e difficile percorso di risanamento ambientale».
 I dubbi del primo cittadino si concentrano sul gruppo, il cui destino è reso ancora più incerto dalla scomparsa del presidente. L’Ilva infatti è commissariata e necessita di ingenti investimenti, mentre si cercano eventuali partner esterni. «Non sappiamo cosa farà ora la famiglia Riva, continua il sindaco. Leggiamo di eventuali acquirenti interessati a rilevare lo stabilimento. In un caso o nell’altro, per noi il governo resta punto di riferimento e di garanzia». «Ammesso che le trattative possano decollare, i nuovi proprietari dovranno dare garanzie dal punto di vista occupazionale e ambientale’’.
 Anche il segretario generale del Cgil di Taranto Luigi D’Isabella invoca la presenza e la «responsabilità del governo e del potere pubblico rispetto alla situazione dello stabilimento». «È importante in questa fase così delicata - osserva ancora il sindacalista - che non ci siano ulteriori elementi di difficoltà. Questa partita vede in campo vari attori: la proprietà, il sistema bancario, eventuali nuovi soci, il commissario di governo. Credo che oggi, a maggior ragione, ai massimi livelli si debba prendere in mano questa vicenda perché il futuro della siderurgia italiana dipende dalle condizioni di Taranto». La figura di Riva, secondo D’Isabella, «a Taranto è stata una figura che ha rivoluzionato, in molti casi in peggio, la situazione di questo stabilimento e bisogna fare i conti con una eredità pesante da tutti i punti di vista».
 Dopo la morte comunque arriva il commento di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, secondo cui Riva era «un vero gigante della nostra industria». «Uno che, in ossequio al più puro e alto concetto di capitalismo, ha saputo rischiare con i suoi mezzi, senza mai chiedere nulla allo Stato. Impresa non proprio semplice, ma, soprattutto non molto frequente nel nostro Paese, dove - come noto - hanno abbondato, e abbondano, invece, i capitalisti senza capitali». 
Che il Riva ragionier Emilio fosse un uomo tutto d’un pezzo, un duro, un padrone d’altri tempi, lo testimonia una ricca aneddotica. Non si sa come abbia reagito nel luglio del 2012 alla notizia degli arresti domiciliari disposti per lui, classe 1926, dal gip di Taranto, Patrizia Todisco. A Caronno Pertusella (Varese), dove nel 1957 costruì il suo primo stabilimento siderurgico, però, ricordano ancora quel che disse mentre lo arrestavano nel 1975, accusato di omicidio colposo per un incidente sul lavoro: «Finchè non esco io, la fabbrica resta chiusa e senza lavoro». All’epoca fu bollato come fascista e sfruttatore, ma in realtà anche allora, come oggi, ha sempre avuto una grande capacità e abilità nel coinvolgere dirigenti e lavoratori dei suoi stabilimenti.
Come a Genova, nel 1998, con la città squassata dal conflitto fra lavoro e salute, una Taranto in scala minore, con la ciminiera dell’altoforno che spargeva i suoi veleni su Cornigliano e dintorni. E lui che ti combina? Invita al ristorante seicento operai che lavoravano con lui da dieci anni, da quel 1988 in cui rilevò lo stabilimento proprio dall’Ilva di cui nel frattempo (1994) era diventato il padrone assoluto. Per tutti abbondanti libagioni, buoni vini e un piatto d’argento.
 «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale - ha detto in una delle sue rare interviste - I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano. Io sono diverso. Sono un datore di lavoro». Nei posti di comando del gruppo fondato insieme al fratello Adriano solo figli e nipoti: il primogenito Fabio, 60 anni, delfino designato, i fratelli Claudio (uscito dal gruppo avviando un’attività di armatore e poi richiamato sull’onda della bufera giudiziaria), Nicola e Daniele (avuto dalla seconda moglie, una principessa etiope), i nipoti Cesare e Angelo. Una squadra di manager fatti in casa, svezzati da lui, stessi metodi, uguale grinta. Quasi tutti finiti, ovviamente, nel tritacarne delle inchieste.
Per i Riva pochi svaghi e tanto, tanto lavoro. Soprattutto, lontano da salotti, lobby e consorterie. Solo Emilio si era concesso una frequentazione, discreta, con Silvio Berlusconi, tanto da rispondere alla chiamata dei “patrioti” in cordata per l’Alitalia. In cambio, sostengono le accuse, della libertà di azione a Taranto: impianti spremuti e pochi investimenti per ridurre il terribile impatto ambientale su Taranto. Il vecchio patriarca preferiva ricevere i pochi amici (come Giorgio Fossa o Cesare Romiti) a casa propria, mettendosi lui stesso dietro ai fornelli e cucinando strepitosi risotti. Dicono che sino alla fine tenesse i numeri principali del gruppo in un libriccino nero che portava sempre con sè in tasca: produzione, venduto, guadagni. Ricordando un principio fondamentale: bisogna mettere fieno in cascina per i tempi bui, visto che l’acciaio è un prodotto ciclico, si fanno ricchi guadagni, ma prima o poi si perde.
 Una saga, quella dei Riva, iniziata nel dopoguerra, quando il giovane Emilio, figlio di un commerciante di rottame, si comprò un vecchio Dodge americano per raccogliere e distribuire il rottame alle nuove imprese elettrosiderurgiche della pianura padana. Poi arriverà il primo stabilimento di Caronno Pertusella. E da allora, dal 1957, nel gruppo si festeggia quel 7 marzo nel quale la fabbrica cominciò a produrre e tutto ebbe inizio.
Senza di lui il destino del gruppo è ancora più denso di incognite. L’Ilva è commissariata e necessita di ingenti investimenti: almeno 4 miliardi. La famiglia Riva, senza il collante del vecchio leone Emilio, è divisa fra chi vuole gettare la spugna e chi vorrebbe proseguire, magari con un partner estero. Rimane il commento del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che nonostante tutto rende omaggio al “ragiunatt dell’acciaio”. «Abbiamo perso un grande imprenditore, un vero capitano d’industria. Non lo dico per dovere istituzionale, ma per il dovere morale di riconoscenza che, come operatore del settore, e, consentitemi di dirlo, come italiano, sento di dover esprimere nei suoi confronti». (LaStampa)

Morto Emilio Riva, il patron dell'acciaio e dell'Ilva di Taranto

E' morto nella sua villa di Malnate (Varese), a 88 anni, Emilio Riva, il patron dell'omonimo gruppo dell'acciaio. Lo aveva fondato negli Anni Cinquanta, ma il salto è avvenuto con l'acquisto a metà degli anni Novanta dell'Ilva di Taranto, oggi nota più che altro per le sue vicende giudiziarie legate ai danni per la salute dei cittadini e dei lavoratori pugliesi. L'azienda siderurgica, sotto inchiesta e commissariata, è affidata alle cure di Enrico Bondi.
Dopo le morti di Luigi Lucchini e Steno Marcegaglia, si tratta di un'altra scomparsa illustre come a indicare la fine di un periodo industriale. "Abbiamo perso un grande imprenditore - scrive in un messaggio rivolto alla famiglia il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi - un vero capitano d'industria, e non lo dico per dovere istituzionale, ma per il dovere morale di riconoscenza che, come operatore del settore, e, consentitemi di dirlo, come italiano, sento di dover esprimere nei suoi confronti".
Eppure la storia di Riva, dopo i fasti del passato, ha avuto un epilogo drammatico. Nel 2012, il patriarca di una delle famiglie più importanti della siderurgia italiana era stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare nell'ambito della maxi-inchiesta della procura di Taranto sull'inquinamento ed il disastro ambientale causato dallo stabilmento dell'Ilva. In quel luglio, con un provvedimento destinato a segnare la storia industriale italiana, il gip Patrizia Todisco, ha stabilito il sequestro senza facoltà d'uso dell'intera area a caldo dell' Ilva, perché l'impianto ha causato e continua a causare "malattia e morte", anche nei bambini. E "chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza".
A un anno di distanza, nel luglio del 2013, Emilio Riva - insieme al figlio Nicola - ha lasciato il regime detentivo al quale era stato condannato. Era uno dei 53 imputati per i quali la Procura di Taranto ha chiesto al gup Wilma Gilli il rinvio a giudizio con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, nel processo che comincerà il 19 giugno prossimo.
 Il patron aveva a dire il vero lasciato la presidenza dell'Ilva oltre un anno prima che esplodesse l'inchiesta e gli era subentrato il figlio Nicola. Quest'ultimo è stato presidente sino ai primi di luglio 2012, quando già i provvedimenti della magistratura erano nell'aria e l'inchiesta in una fase molto avanzata. A Nicola Riva è subentrato ancora, come presidente dell'Ilva, l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, che ha gestito i momenti più difficili della vicenda e che poi si è dimesso dalla carica, insieme a tutto il cda, nel maggio del 2013, all'indomani del sequestro da 8,1 miliardi disposto dal gip di Taranto sui beni e sui conti della capogruppo Riva Fire. Dall'agosto del 2013 l'Ilva, l'acciaieria più grande d'Euopa, è stata affidata dal governo al commissario Enrico Bondi, che già in precedenza aveva svolto l'incarico di amministratore delegato.
Alla vicenda giudiziaria e ambientale di Taranto, per Emilio Riva si è intrecciata quella avviata dalla Procura di Milano, dove il gup Anna Maria Zamagni lo ha rinviato a giudizio insieme a due ex dirigenti del gruppo e un ex manager della filiale di Londra di Deutsche Bank, in relazione a una maxi evasione fiscale da 52 milioni, che risale al 2007. Secondo l'accusa sarebbe stata creata una società ad hoc con sede in Svizzera, l'Ilva Sa, per aggirare la normativa (la 'legge Ossola') sull'erogazione di contributi pubblici per le grandi aziende che esportano all'estero.
Prima di questi ultimi risvolti giudiziari, la storia di Emilio Riva affonda negli anni Cinquanta, quando a Caronno Pertusella ha aperto il primo forno elettrico. Il 'ragiunatt' - come amava farsi chiamare, anche se di recente aveva ricevuto una laurea ad honorem in ingegneria - aveva cominciato da raccoglitore di rottami di ferro, per poi diventare negli anni del boom economico un vero e proprio imprenditore dell'acciaio nel Nord dell'Italia ed anche all'estero, con numerosi stabilimenti produttivi. L'acquisizione dell'Ilva di Taranto è avvenuta nel 1995, nell'ambito delle privatizzazioni dell'Iri, per una cifra molto discussa: 1.450 miliardi, un investimento che si è rivalutato di una decina di volte nel giro di una decina d'anni. Giusto per rendersi conto del peso dell'Ilva sul gruppo Riva, l'acquisizione porta nel giro di un anno a un balzo della produzione d'acciaio da 6 a 14,6 milioni di tonnellate e da 5 a 12,8 per i laminati. Oggi, nel complesso, il gruppo Riva dispone di una ventina di siti produttivi, di cui sei in Italia, per un giro d'affari da una decina di miliardi. (Rep)

martedì 29 aprile 2014

Buongiorno!

Buongiorno Taranto, tra veleni e vertenze un documentario lungo un anno

È stato presentato in anteprima al Bif&st, ma per la prima uscita pubblica ufficiale non poteva che sbarcare nella città dei due mari. Il 29 aprile alle 20,30 il Parco Archeologico delle mura greche di Taranto ospita la proiezione del film documentario "Buongiorno Taranto" di Paolo Pisanelli, nell’ambito del programma del concerto del "1° maggio di lotta a Taranto 2014: Sì ai diritti, No ai ricatti… futuro? Ma quale futuro?!". A fare compagnia al regista, ci saranno Michele Riondino, Cataldo Ranieri, Massimo Battista e i veri protagonisti del film, gli abitanti della città. Realizzato insieme a numerose associazioni culturali e ambientaliste, ad artisti e musicisti, Buongiorno Taranto racconta tensioni e passioni di una città immersa in una nuvola di smog, una città intossicata a un livello insostenibile. "Raccontare le storie di questa città bellissima e disperata è una sfida: quella di Taranto è una storia che ci riguarda tutti – spiega Paolo Pisanelli –, è lo specchio del degrado di un’Italia in crisi esistenziale che dopo aver puntato sul processo di industrializzazione del Mezzogiorno, ora si trova incagliata nei conflitti aperti tra industria e ambiente, tra identità e alienazione, tra salute e lavoro". Le rabbie e i sogni degli abitanti sono raccontati dalla cronaca di una radio web nomade e coinvolgente, un cine-occhio digitale che scandisce il ritmo del film e insegue gli eventi che accadono ai confini della realtà, tra rumori alienanti, odori irrespirabili e improvvise rivelazioni delle bellezze del territorio. Qui la presentazione di Michele Riondino. (Rep)

domenica 27 aprile 2014

Bella gara tra Ilva ed Eni

Infortunio all’Eni, tre ustionati uno grave

Tre lavoratori dell’indotto Eni di Taranto, sono rimasti ustionati in un incidente avvenuto all’interno della raffineria. L’episodio si è verificato l’altro ieri sera intorno alle 21, ma la notizia è stata diffusa ieri da fonti esterne all’azienda. Il più grave dei tre feriti è Roberto Pensa, 41 anni di Oria, nel brindisino, ricoverato nel centro grandi ustionati dell’ospedale Perrino di Brindisi. La fiammata che lo ha investito insieme ai suoi due colleghi, gli ha provocato bruciature di primo, secondo e terzo grado sul 40% della superficie corporea (volto, torace e braccia). All’arrivo al pronto soccorso del Santissima Annunziata di Taranto, dove è stato trasportato dall’ambulanza partita dalla raffineria, i sanitari gli hanno assegnato una prognosi di trenta giorni. Più severo sarebbe invece il pronostico degli specialisti del nosocomio brindisino che sino a ieri sera non avevano ancora espresso pareri. Più lievi le ustioni degli altri due operai medicati dall’infermeria interna all’Eni e dimessi subito dopo con pochi giorni di guarigione. Gli infortunati, tutti dipendenti della «Cestaro Rossi» di Bari, fanno parte della squadra di manutentori impegnata nel revamping di vecchi impianti. I tre metalmeccanici stavano lavorando nell’area «Iso 4» nei pressi di una pensilina di carico della rete che trasporta benzina e gasolio quando per cause in corso di accertamento è avvenuto l’innesco che ha provocato uno scoppio con la fiammata che ha preso in pieno il 41enne più grave.
Il personale dello Spesal, il servizio della Asl che si occupa della prevenzione degli infortuni e della salubrità dei luoghi di lavori, si è potuto recare sul posto solo ieri mattina poiché pare che la comunicazione ufficiale dell’avvenuto incidente abbia subito dei ritardi. Toccherà ai tecnici del servizio pubblico di prevenzione ricostruire l’esatta dinamica del triplice infortunio per cercare eventuali omissioni delle misure antinfortunistiche. L’agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) non è stata allertata pertanto si presume che la fiammata non abbia generato perdite di idrocarburi o emissioni gassose nell’aria.
Quest’ultimo incidente è praticamente simile a quello avvenuto il 10 ottobre del 2012 quando un’altra squadra di una ditta esterna che eseguiva lavori di manutenzione all’interno dell’Eni fu investita da una fiammata che ustionò due operai. I due furono dimessi dopo diverse settimane di ricovero. Risale a quattro anni fa invece l’ultimo infortunio mortale della raffineria jonica: il 5 novembre del 2010 l’operaio dell’indotto, Francesco d’Andria, di 42 anni, morì a seguito di una caduta in una vasca che stava pulendo.
E’ dell’11 novembre scorso, invece, la firma in Prefettura tra Eni, Ilva e ministeri del Lavoro e dell’Ambiente, di un protocollo operativo di sicurezza per prevenire gli incidenti sul lavoro. Tra i punti chiave dell’accordo, esteso anche alle ditte dell’indotto, c’è la «sponsorizzare tra i lavoratori delle buone pratiche per la prevenzione infortuni, individuandole analizzando le segnalazioni su mancati infortuni e quasi incidenti» e la «promuovere l’informazione ai cittadini sugli incidenti che avvengono, per evitare il verificarsi di allarmi sociali». (Nazareno Dinoi sul Corriere del Mezzogiorno)

Autolesionismo

Ilva, i pm: “Vendola non può essere parte lesa”

 La vicenda è profondamente politica. Eppure – a meno di colpi di scena – toccherà alla magistratura prendere una decisione. E dal punto di vista politico non si tratta di una decisione da poco. Nichi Vendola può rappresentare la Puglia, nell’eventuale processo, chiedendo ai Riva i danni per l’avvelenamento prodotto dal loro siderurgico?
E SE NON POTRÀ farlo, per il leader di Sel, non si tratta di una “condanna” politica – una sorta d’indegnità a curare gli interessi della Puglia – di cui deve prendere atto? Veniamo al punto. Su un lato della medaglia troviamo Vendola, presidente di Regione, imputato per concussione nell’inchiesta Ilva. Sull’altro lato c’è Vendola, presidente di Regione, che rappresenta la Puglia intera come parte civile. E così, se il 19 giugno il giudice per l’udienza preliminare dovesse rinviare a giudizio Vendola, il segretario di Sel dovrebbe chiedere i danni a se stesso. L’unico politico a rilevare questo pesante conflitto d’interessi è stato Angelo Bonelli, portavoce della Federazione dei Verdi e consigliere comunale di Taranto, che ha chiesto al Governo di sostituire Vendola con un commissario ad acta. Il Governo sembra orientato a sostituire Vendola, sì, ma senza commissariarlo, nominando un “curatore speciale” che possa rappresentare la Puglia nel processo. Alla stessa conclusione è giunta la procura di Taranto che, nei giorni scorsi, ha chiesto al gup Vilma Gilli di nominare un “procuratore speciale” che possa curare gli interessi della Regione nella vicenda. La questione ora è al vaglio del giudice. In ambito politico, Bonelli ha posto la questione. In attesa che il gup da un lato, e il Governo dall’altro, prendano una decisione, resta un rischio concreto: che le istituzioni restino fuori dal processo. L’evidente “con – flitto d’interessi”, infatti, potrebbe essere sollevato anche dai Riva e, se non venisse sanato in tempo, potrebbe far tramontare la presenza di Regione e Comune come parti civili. Senza la nomina di un procuratore speciale – o di un commissario, come chiede Bonelli – resta in piedi la sola possibilità prevista dalla legge: gli unici a poter formulare la richiesta di costituirsi parte civile, per Comune e Regione, sono Sindaco e Presidente. IL 18 APRILE, la Giunta pugliese, ha stabilito che si costituirà parte civile: la proposta arriva dalla vicepresidente, Angela Barbanente, ma Bonelli contesta la scelta perché “i poteri del presidente di Regione si trasferiscono alla vicepresidente solo in caso di assenza, o impedimento temporaneo, mentre il 18 aprile scorso Vendola non era né assente, né aveva alcun impedimento temporaneo”. La polemica politica, in vista del 19 giugno, si fa sempre più dura e come spesso accade, quando si parla di Ilva e politica, sembra tutto delegato alla magistratura: sarà il gup, su richiesta della procura, a stabilire se sarà necessario un “pro – curatore speciale” che sostituisca Vendola, per rappresentare la Puglia nell’eventuale processo. (Francesco Casula e Antonio Massari - mentiinformatiche)

sabato 26 aprile 2014

Alla faccia del reato!

Reati ambientali, la legge che fa saltare i processi. E la grande industria ringrazia 

Porto Tolle, Tirreno Power, Ilva: per magistrati ed esperti di diritto il testo in discussione al Senato sembra scritto appositamente per limitare le indagini e mettere a rischio procedimenti in corso. Il Pd si divide. Realacci parla di "eccesso di critica dei magistrati", Casson bolla il testo come un "regalo alle lobby"

Chi inquina paga, ma solo se ha violato disposizioni amministrative, se il danno è irreversibile e la sua riparazione è “particolarmente onerosa” per lo Stato. In altre parole, chi inquina rischia di non pagare affatto. E’ ​all’ultimo giro di boa il testo unificato che introduce nel codice penale i delitti contro l’ambiente. Nelle intenzioni dovrebbe rendere dura la vita a chi infierisce su natura, paesaggio e salute pubblica. Ma il testo, per come è scritto, rischia invece di diventare un lasciapassare anche per le violazioni più gravi e di mettere a rischio anche le indagini e i processi penali già in corso, a partire da quelli sui disastri da inquinamento ambientale provocati dalle centrali termoelettriche di Savona e Rovigo. E anche nell’eventuale processo contro i vertici Ilva, la nuova norma, grazie al parametro dell’irreversibilità, potrebbe trasformarsi in un regalo ai Riva. A lanciare l’allarme sono magistrati ed esperti di diritto dell’ambiente che sperano ancora di sensibilizzare Palazzo Madama dove, in vista dell’approvazione, si ripropone anche lo scontro ideologico tra la destra sensibile alle ragioni dell’industria e la sinistra ambientalista, nonché un ruvido confronto tra le diverse anime di quest’ultima.
Licenziato alla Camera e ora all’esame delle commissioni Ambiente e Giustizia del Senato, il disegno di legge 1345 introduce delitti in materia ambientale, prima puniti solo con contravvenzioni, ad eccezione del traffico illecito di rifiuti (2007) e della “combustione illecita” del decreto Terra dei Fuochi (2014). Viene inoltre introdotto all’articolo 452 ter il “disastro ambientale”, punito con pene da 5 a 15 anni. Mano pesante, dunque, se non fosse che la norma è scritta con tanti e tali paletti da renderne impossibile l’applicazione, almeno ai casi davvero rilevanti. E lo dicono gli stessi magistrati che devono utilizzarlo. Il nuovo testo qualifica infatti il “disastro” come “alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema” quando quasi mai, per fortuna, il danno ambientale si rivela tale. In alternativa come un evento dannoso il cui ripristino è “particolarmente oneroso” e conseguibile solo con “provvedimenti eccezionali”. Ma il degrado ambientale potrebbe verificarsi anche se ripristinabile con mezzi ordinari. L’estensione della compromissione e del numero delle persone offese cozzano poi con la possibilità che il disastro possa consumarsi in zone poco abitate e non per forza estese.
Il disegno di legge sposta poi in avanti la soglia di punibilità configurando il disastro come reato di evento e non più di pericolo concreto, come è invece il “disastro innominato” (l’art. 434 del codice penale, comma primo), la norma finora applicata dalla giurisprudenza al disastro ambientale. Sinora era stato possibile punire chi commetteva “fatti diretti a causare un disastro”, quando vi era stato il pericolo concreto per la pubblica incolumità, anche senza che il disastro avvenisse perché non sempre il disastro è una nave che perde petrolio, un incendio o un’esplosione che producono evidenza immediata del danno. A volte, come nel caso dell’inquinamento da combustibili fossili e delle microparticelle come l’amianto, il disastro può restare “invisibile” a lungo prima che emergano i segnali della compromissione dell’ambiente e della salute della collettività. Segnali che, a volte, solo le correlazioni della scienza medica e dei periti riescono a individuare tra una certa fonte inquinante e il pericolo concreto di aumento di patologie e degrado ambientale in una certa area. Sempre che i magistrati abbiano potuto disporre le indagini penali.
Il procuratore generale di Civitavecchia Gianfranco Amendola, storico “pretore verde”, sottolinea la terza grave lacuna. “Deriva dalla evidentissima volontà del nuovo testo di collegare i nuovi delitti alle violazioni precedenti”. Il reato può essere contestato solo nelle ipotesi in cui sia prevista una “violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela dell’ambiente e la cui inosservanza costituisce di per sé illecito amministrativo o penale, o comunque abusivamente, cagiona un disastro ambientale”. Come se fosse lecito, altrimenti, provocare enormi danni all’ambiente. “Fare addirittura dipendere la punibilità di un fatto gravissimo dall’osservanza o meno delle pessime, carenti e complicate norme regolamentari ed amministrative esistenti significa subordinare la tutela di beni costituzionalmente garantiti a precetti amministrativi spesso solo formali o a norme tecniche che, spesso, sembrano formulate apposta per essere inapplicabili”.
I processi a rischio: da Rovigo alla Terra dei FuochiIl testo di legge sembra sdoganare allora la linea difensiva (finora sconfitta) in alcuni processi celebri, a partire da quello di Radio Vaticana dove, a fronte di prove indiscutibili sulla molestia e la nocività delle emissioni, la difesa si era incentrata sul fatto che la norma contestata (art. 674 c.p.) richiede che l’evento avvenga “nei casi non consentiti dalla legge”. Ma soprattutto apre grandi incognite su quelli ancora da celebrarsi. Allunga un’ombra, ad esempio, sull’appello del processo appena concluso a Rovigo che ha visto condannare gli amministratori di Enel Tatò e Scaroni per le emissioni in eccesso della centrale a olio di Porto Tolle. C’è il rischio concreto, se la norma sarà licenziata così dal Senato, che in sede d’Appello ci sarà una normativa più favorevole ai vertici del colosso energetico che depenalizza proprio il reato per cui sono stati condannati.
“Nel dibattimento la maggior difficoltà è stata proprio quella di individuare specifiche disposizioni violate nella gestione dell’impianto”, spiega il legale di parte civile Matteo Ceruti. Era poi quello il cavallo di battaglia della difesa degli imputati, la non illeicità delle emissioni della centrale che – grazie a deroghe e proroghe connesse per gli impianti industriali esistenti – avrebbe potuto “legittimamente” emettere in atmosfera fino al 2005 enormi quantità di inquinanti, ben oltre i limiti imposti dall’Europa sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Il Tribunale ha invece condannato gli amministratori per violazione dell’art. 434, 1° comma cp che punisce i delitti contro la pubblica incolumità, evidentemente ritenendo – sulla base delle consulenze tecniche disposte dalla Procura – che l’enorme inquinamento provocato ha comunque messo in pericolo la salute degli abitanti del Polesine e l’ambiente del Parco del Delta del Po”. La stessa fine, a ben vedere, potrebbe fare anche il procedimento penale di Savona che ha condotto al sequestro dei gruppi a carbone della centrale termoelettrica Tirreno Power di Vado Ligure. Il decreto di sequestro emesso dal gip si fonda, tra l’altro, proprio sulla circostanza che per integrare il reato di disastro innominato non è necessario dimostrare che l’impianto abbia funzionato in violazione di specifiche prescrizioni di legge o dell’autorizzazione.
Lo scontro a suon di emendamenti. Il Pd diviso verso l’approvazione Sul testo si annuncia ora, in previsione del rash finale, uno scontro durissimo nelle commissioni Giustizia e Ambiente. Salvo slittamenti, si potranno presentare emendamenti fino al 29 aprile. E mentre la destra sta a guardare, è la sinistra che si ritrova il problema di far passare il testo com’è o tentare di arginare le falle. Ne rivendica la bontà il proponente, Ermete Realacci (Pd) che non lesina stoccate ai critici che “rischiano di mandare la palla in tribuna, quando sono vent’anni che si lotta per avere reati ambientali nel codice penale”. “Non sono un giurista né un magistrato – dice – se ci sono margini per migliorarlo ben venga. Ma ricordo che alcune toghe avevano criticato anche l’introduzione del reato penale di smaltimento dei rifiuti pericolosi che è stato invece determinante per combattere le ecomafie. Senza quel reato le inchieste sulla Terra dei Fuochi non sarebbero state possibili”. Non è una legge su misura delle industrie? “A volte si cerca la perfezione mentre tocca cercare vie praticabili. Questo testo riesce a tenere insieme l’equilibrio delle pene, che devono essere proporzionali rispetto ad altri reati e la certezza del diritto rispetto al quadro normativo, perché non è che se sono un magistrato posso arrestare chi voglio”.
Parole molto diverse da quelle di un altro esponente di punta del Pd, Felice Casson, vicepresidente della commissione Giustizia al Senato, per 25 anni toga di peso in fatto di reati e processi ambientali (a partire dal Petrolchimico di Porto Marghera, 1994). Casson ha colto subito nel testo il rischio di un favore ai gruppi industriali sotto assedio delle procure. E ha depositato a sua volta un disegno di legge in materia di reati ambientali. “L’avevo anche detto a quelli di Legambiente quando, a inizio legislatura, erano venuti in Senato a presentare il ddl: il testo, che resta un importante passo avanti, presenta però criticità di impostazione tecnica tecniche tali da impattare pesantemente su indagini e processi in corso. Allora proposi di modificarlo e rinviarlo alla Camera, piuttosto che farlo entrare in vigore così. A questo punto presenteremo emendamenti correttivi che integrino le disposizioni dei due testi, ma sarà dura. Perché c’è una pressione forte da parte del centrodestra per difendere il testo e farlo passare così com’è, ritenendolo perfetto proprio perché l’impostazione è tale da limitare le possibilità dell’azione penale della magistratura”.
Ilva e la norma sull’irreversibilità del danno
Anche a Taranto, nel procedimento contro la famiglia Riva e i vertici dell’Ilva per il disastro ambientale causato dalle emissioni nocive della fabbrica, il nuovo provvedimento legislativo potrebbe rappresentare un assist agli imputati. Già perché per dimostrare che il danno compiuto dalla fabbrica è “irreversibile” sarebbe necessario dimostrare di aver compiuto una serie di tentativi di bonifica che non hanno prodotto risultati. Nel capoluogo ionico, finora, le bonifiche sono state solo una promessa sulla carta: nonostante i mille proclami e la nomina di garanti, commissari e subcommissari, le operazioni di risanamento del quartiere Tamburi e delle zone colpite dalle emissioni dell’acciaieria, a oggi, nessuna operazione è concretamente partita. In un’aula di tribunale, quindi, al di là delle perizie, l’accusa non avrebbe strumenti per dimostrare che quelle operaizoni sono state inutili. Al collegio difensivo, in definitiva, basterebbe puntare sull’assenza di elementi certi per dimostrare che il danno arrecato non è, oltre ogni ragionevole dubbio, irreversibile. Un regalo che, tuttavia, non migliorerebbe di molto la situazione dei Riva che devono rispondere anche di un reato ben più grave come l’avvelenamento di sostanze alimentari per la contaminazione di oltre 2mila capi di bestiame nelle cui carni fu ritrovata diossina proveniente, secondo le perizie del tribunale, dagli impianti dell’Ilva. Un reato, che richiede la corte da’assise come per i casi di omicidio, punito con una reclusione che va da un minimo di 15 anni a un massimo, se l’avvelenamento ha causato la morte di qualcuno, anche con l’ergastolo. ( - FQ)

Tutta colpa del "traffico"!

La burocrazia blocca l'Ilva

Burocrazia e ricorsi rendono complicato il risanamento dell'Ilva di Taranto. A oltre un mese dal varo, in Consiglio dei ministri con Dpcm, del piano ambientale dello stabilimento siderurgico (l'approvazione c'è stata il 14 marzo), manca ancora la registrazione della Corte dei Conti. Un "bollino" che permette la pubblicazione del documento sulla «Gazzetta Ufficiale» e quindi lo rende ufficiale e operativo.
Nel frattempo, la realizzazione di una delle due discariche interne al siderurgico (quella per rifiuti non pericolosi), autorizzata anche dalla legge 125 del 2013, trova un ulteriore ostacolo: sul filo di lana il Comune di Statte ha infatti presentato ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar di Lecce aveva dato il via libera al sito di "Mater Gratiae".
«C'è l'ipotesi che la Corte dei Conti si possa pronunciare sul piano ambientale martedì prossimo - dice il sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi -. Attendiamo quindi, perché sin quando non avremo questo "placet" rimarrà tutto bloccato. Non potremo presentare il piano industriale, in quanto la legge ci prescrivere di presentarlo dopo il piano ambientale, né avviare la manovra dell'aumento di capitale finalizzato al risanamento del siderurgico».
Intanto, nei primi giorni della prossima settimana lo stesso Ronchi e il commissario Enrico Bondi incontreranno il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, per parlare proprio del piano industriale, di fatto già pronto e in queste settimane sotto la lente di ingradimento dei consulenti della Roland Berger, incaricata dalle banche con cui l'Ilva sta trattando sia per l'aumento di capitale che per il prestito ponte. Nei giorni scorsi la Roland Berger ha spedito i suoi emissari a Taranto per una ricognizione sul campo dei singoli investimenti previsti dal piano industriale che nel frattempo ha allargato il suo orizzonte temporale dal 2016 al 2020 ed ampliato i costi. Da 3 miliardi a 4,3 miliardi in quanto sono stati inclusi 700 milioni di costi per la sicurezza. Inoltre, è stata prevista la possibilità di produrre a Taranto il preridotto di ferro che ora l'Ilva sta acquistando dall'estero e utilizzando sperimentalmente negli altiforni e nelle acciaierie. «Stiamo negoziando i finanziamenti - spiega Ronchi - ma penso che non si muoverà nulla sin quando non ufficializzeremo il piano industriale. Stando alla legge, infatti, la prima risposta attesa è quella della proprietà dei Riva: partecipa o non partecipa all'aumento di capitale? Se non arrivano nuove risorse, la crisi di liquidità dell'azienda resta grave e non si possono nemmeno lanciare ordini impegnativi per i nuovi investimenti».
Intanto il Comune di Statte prova a fermare in Consiglio di Stato la discarica "Mater Gratiae". È il sito che deve accogliere sia i rifiuti non pericolosi della bonifica che quelli già stoccati nello stabilimento, quest'ultimi pari a un milione e mezzo di tonnellate. La discarica usata attualmente è al limite: c'è spazio per altre 20mila tonnellate. Dopodichè l'Ilva dovrà rivolgersi a discariche esterne con un sensibile aggravio di costi. Per "Mater Gratiae" il Comune di Statte il 4 marzo del 2013 ha notificato all'Ilva un'ordinanza di demolizione delle opere costruite nel sito e il successivo 7 agosto un verbale di inottemperanza. Statte ha eccepito all'Ilva come per i lavori fosse necessaria l'autorizzazione edilizia mentre l'azienda ha ottenuto nel 2010 solo la compatibilità ambientale. Su ricorso dell'azienda, il Tar, a febbraio scorso, ha annullato sia ordinanza che verbale, nonchè respinto la domanda di risarcimento, affermando che «i provvedimenti non sono stati portati ad esecuzione» e quindi «non hanno arrecato alcun danno». Per il Tar, in base alla legge 243/2007 i gestori «possono procedere all'esecuzione degli interventi» finalizzati all'adeguamento dell'impianto se «sia stato già emanato provvedimento favorevole di conformità ambientale». Tant'è che il ministero dell'Ambiente ha escluso «il rilievo dell'assenza di un separato titolo edilizio». (D. Palmiotti - Sole24h)

venerdì 25 aprile 2014

La Nuova Resistenza!

'Polmoni d'acciaio', vite tra i veleni dal Brasile all'Ilva di Taranto

Dall'Ilva di Taranto a Santa Cruz, quartiere di Rio de Janeiro, e Piquiá de Baixo: la lotta dei cittadini per il diritto alla salute e a una vita degna. Racconti di "resistenze locali ad ingiustizie globali". Il documentario in anteprima per i lettori dell'Espresso



Un giorno di tanti anni fa il giardino della sciura Maria è stato invaso da una mega siderurgica. Nel paesaggio piano che circondava la sua abitazione sono spuntati tanti camini alti e stretti che sputavano nel cielo sostanze segrete capaci di infilarsi nei suoi polmoni. In poco tempo l’ambiente in cui viveva si è trasformato in un inferno. L’aria è diventata irrespirabile, tanto che la gente del quartiere ha iniziato ad ammalarsi e a morire come mosche. Molte persone hanno sofferto di incidenti sul lavoro. Chi ancora viveva dei prodotti della terra o del mare che abbellivano la città è rimasto disoccupato. E come se questo non bastasse, quella grande industria è già riuscita a darla bere a un sacco di gente con un semplice ritornello, ripetuto come un mantra. "È lo sviluppo, bellezza".

Questo documentario, che l’Espresso presenta in anteprima ai suoi lettori, racconta la storia di questa sciura Maria. Che vive a Taranto, a pochi metri dall’Ilva. Che abita nel quartiere Santa Cruz di Rio de Janeiro, appena fuori dall’enorme industria di acciaio della TKCSA (joint venture ThyssenKrupp-Vale). Che risiede a Piquiá de Baixo, nella città brasiliana di Açailândia, circondata dagli altoforni che lavorano per la Viena Siderúrgica, la Gusa Nordeste e il Grupo Queiróz Galvão Siderurgia senza usare neppure dei filtri per ridurre le emissioni di particolato.

Sono racconti di gente con i "Polmoni d’acciaio", come recita il titolo. E di "Resistenze locali ad ingiustizie globali", come spiega il sottotitolo. Il documentario è nato da un’idea dei missionari comboniani ed è frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto tanti protagonisti della società civile brasiliana e italiana. I registi sono Paolo Annechini e Andrea Sperotti.
Dall'Ilva di Taranto a Santa Cruz, quartiere di Rio de Janeiro, e Piquiá de Baixo: la lotta dei cittadini per il diritto alla salute e a una vita degna. Racconti di "resistenze locali ad ingiustizie globali". Il documentario in anteprima per i lettori dell'Espresso. Nato da un’idea dei missionari comboniani, è frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto tanti protagonisti della società civile brasiliana e italiana. I registi sono Paolo Annechini e Andrea Sperotti



Seguendo la puzza dei gas e delle scorie che sporcano l’aria di Taranto (la “terra rossa”, come la chiamano da quelle parti), di Rio de Janeiro (la polvere d’argento) e di Açailândia (la polvere di ferro), si arriva sempre allo stesso nome: Vale SA. Un colosso brasiliano senza uguali al mondo nella produzione di ferro, secondo nella estrazione di nickel e presente in oltre trenta Paesi . Ebbene, è proprio questa multinazionale dai mille tentacoli che devasta il suolo delle foreste dello stato brasiliano del Parà e contamina le acque di quello di Minas Gerais per estrarre il minerale che viene poi lavorato nelle tre località. Senza farsi tanti scrupoli quando si tratta di attraversare e distruggere comunità e culture esistenti da tempo. E che tanto meno si preoccupa degli impatti prodotti dalle industrie a cui vende il minerale. Come emergerà con chiarezza anche nel corso del seminario " Carajás 30 anos " che dal 5 al 9 maggio riunirà in Brasile esponenti di dieci Paesi vittime del ciclo dell’attività mineraria e della siderurgia.

Solo negli ultimi 15 mesi, per esempio, la rete Justiça nos Trilhos ( Sui binari della giustizia ) calcola che nel quartiere di Piquiá de Baixo, che conta circa 1.100 abitanti, sono morte almeno cinque persone a causa di malattie provocate o peggiorate rapidamente per gli elevatissimi indici di inquinamento. Una situazione tanto grave che ha portato l’Alleanza internazionale degli abitanti a lanciare la campagna " Piquiá vuole vivere " per sostenere la lotta dei cittadini che pretendono un luogo degno in cui abitare. E che è già stata denunciata dalle più importanti istituzioni che si occupano di diritti umani (tra gli altri, si veda il rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani , la relazione della piattaforma Dhesca , una rete a cui partecipano le maggiori organizzazioni della società civile brasiliana, e il sito dedicato interamente a questa realtà).

Le cose non vanno in modo molto diverso nel quartiere carioca di Santa Cruz, dove la TKCSA - una joint venture tra la tedesca ThyssenKrupp (73 per cento del capitale) e la brasiliana Vale (27 per cento) – produce acciaio da quasi quattro anni. L’Istituto di politiche alternative per il Cono Sud ha calcolato che l’industria è responsabile di un aumento di emissioni di biossido di carbonio del 76 per cento nella regione metropolitana di Rio de Janeiro . La baia del quartiere è stata devastata e trovare pesce commestibile è diventata un’impresa titanica. Tanto che gli abitanti raccontano che 8 mila pescatori sono rimasti disoccupati. E la gente continua ad ammalarsi.

Le stesse storie di inquinamento, distruzione e morte si possono ascoltare da chi vive nel quartiere Tamburi di Taranto, dove l’Ilva lavora il ferro estratto, ancora una volta, dalla brasiliana Vale. Dora La Nave, una pediatra che ha uno studio vicino all’Ilva, spiega che le capita molto spesso di incontrare tra i suoi pazienti patologie respiratorie, come asma e tosse cronica, malattie della pelle dovute al contatto col minerale che si deposita dappertutto, casi di malformazioni e di leucemie nei bambini. Solo lo scorso anno, denuncia il medico, ci sono stati cinque casi di feti anencefalici. Nella zona, dice ancora La Nave, la concentrazione di diossina nel latte materno è tre volte superiore a quella massima considerata non tossica. Difficile credere che sia un caso.

Chi abita in queste tre aree così duramente colpite dalla siderurgia ha capito che tutto questo fa parte di una strategia di "sviluppo" studiata a tavolino dai giganti dell’attività mineraria, che continuano a guadagnare sulle loro spalle (qui il sito dell’Articolazione internazionale delle vittime della Vale ). Ed è proprio per questo che i cittadini hanno finalmente deciso di unirsi nella lotta per il diritto alla salute, a una vita degna, a un ambiente pulito. Questo video cerca di dare voce a tutti loro. (L'E)

giovedì 24 aprile 2014

La vigilia della Liberazione...

Ilva: fuoriuscita gas, stop temporaneo acciaieria 2 Taranto

Fuoriuscita di gas da un impianto dell'Ilva di Taranto. Non ci sono feriti, ne' gravi conseguenze. La fuoriuscita, secondo fonti sindacali, sarebbe avvenuta dall'impianto Dbs 2, attiguo all'acciaieria 2, dove avviene lo stoccaggio delle bramme. Secondo fonti aziendali non ci sarebbe stata alcuna esplosione in quanto la perdita sarebbe stata generata da una valvola difettosa che e' stata subito individuata e messa in sicurezza. Fonti aziendali aggiungono che l'attivita' dell'acciaieria 2 e' stata temporaneamente fermata e trasferita sull'acciaieria 1. Lo stop dell'acciaieria 2 durera' il tempo necessario al ripristino della valvola e al ritorno della condizione di normalita'. (AGI) Ta1/Tib

La notte porta.... fumi (normali per l'Ilva)

Abbiamo fissato tre momenti della quotidianità tarantina degli ultimi anni:

Ve li riassumiamo prima di postarli:
  1. Ripresa video notturna (come per molti cacciatori, a Taranto, si sa, la notte l'Ilva concede le migliori prede fotocinematografiche aprendo filtri e bocchettoni ai colori sfiammanti e sloppanti di combustioni e colate tossiche) diffusa in rete sui principali canali di informazione (e non perdiamo occasione di ringraziare le volenterose "sentinelle ambientali" che si inerpicano sui poggi e i palazzi del rione Tamburi/Croce per cogliere l'attimo, per niente fuggente purtroppo);
  2. Dal tempo della gestione commissariale, si registrano le reazioni della dirigenza Ilva che invia comunicati stampa per dare risposte e precisazioni tese a sminuire il fenomeno, a scaricare responsabilità, a sancirne la temporaneità in vista di favolosi (mitologici) miglioramenti tecnici (prima dell'Era dei Commissari l'Ilva preferiva elargire doni a giornalisti, prelati, professori per fare controinformazione e mettere a tacere il disappunto);
  3. Invio e diffusione di esposti alle forze dell'ordine da parte delle associazioni e dei cittadini a supporto delle denunce inviate ai media, consapevoli che ogni attimo di questo scempio vada fissato su carte ufficiali e cogenti.

Ed ora ecco l'opera in tre atti:

1. Ripresa video nella notte tra 21 e 22 aprile, realizzata da Fabio Matacchiera del Fondo Antidiossina Taranto



2. Comunicato stampa Ilva in risposta al video

 "In merito al video diffuso in rete dal Fondo Antidiossina, si precisa che:
  • Nella notte tra il 21 e il 22 aprile 2014 non si sono manifestati fenomeni di emissioni anomale dal tetto dell’Acciaieria 1. 
  • I bagliori visibili nel video sono collegati alle normali attività di svuotamento paiole dell’area Gestione Rottami Ferrosi (GFR).In merito a ciò si evidenzia che non sono stati ancora rilasciati dagli enti competenti i permessi per la realizzazione del sistema a cappe mobili previsto per tali attività. Questo sistema sarebbe utile nella gestione del periodo transitorio, necessario per la futura realizzazione di un nuovo sistema di granulazione automatico della scoria, per il quale ILVA ha inoltrato un’istanza di modifica al ministero per la prescrizione relativa al GRF. Una volta realizzati questi sistemi il fenomeno dei bagliori e delle emissioni dall’area GRF sarà sostanzialmente eliminato.
  • In merito alle accensioni delle torce dell’Acciaieria 1 si evidenzia che, nel periodo oggetto del video, non sono avvenuti fenomeni anomali di accensione ma si sono avute le normali accensioni per soffiaggi e prescorifiche.
Inoltre dalle prime visioni del filmato sembrerebbe che, durante le riprese, siano stati più volte modificati i parametri di ripresa. Come anche dichiarato dal Fondo Antidiossina nel video diffuso, la ripresa è stata effettuata modificando i parametri Guadagno e Luce (più propriamente si sarebbe dovuto parlare di esposizione). Ogni modifica dei parametri potrebbe essere quindi funzionale alla messa in risalto di alcuni elementi. Infine, il video è frutto di un montaggio di diversi spezzoni, ognuno dei quali caratterizzato da differenti esposizioni di ripresa." (Ilva)

3. Esposto alla Procura presentato da Peacelink pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 24 aprile 2014 
(l'esposto si riferisce ad altre segnalazioni, ma è funzionale e coordinato all'opera in tre atti!)





Diabete e diossine? Parliamone!

Contro il diabete alimenti "dioxin free" e bonifica del territorio

   Oggi a Taranto si svolgono screening gratuiti contro il diabete nell'ambito della campagna "visitiamo la tua città".
   Cogliamo l'occasione per evidenziare un aspetto non ancora affrontato e discusso con la sufficiente attenzione: il possibile nesso fra diabete e diossine.
   Le diossine sono in grado di esercitare un effetto tossico sul sistema immunitario con effetti di depressione delle difese immunitarie. Nell’animale e nell’uomo è stata dimostrata la capacità delle diossine di interferire con il sistema endocrino (tiroide, sistema riproduttivo). Sono oggetto di studio gli effetti nocivi a livello epatico, sull’induzione dell’endometriosi, sugli effetti neurotossici, sull’induzione del diabete mellito. (1)
   Quando si parla di diossine si è fatto spesso riferimento in questi anni soprattutto all'effetto cancerogeno. Più si è esposti a elevate concentrazioni e più elevata è la probabilità di sviluppare linfomi, tumori al fegato, alla mammella e alla tiroide. Recentemente è stata evidenziata in città la correlazione fra endometriosi e diossina.
   Ma ancora poco noto è il possibile legame della diossina con il diabete di tipo 2 (patologia squisitamente endocrina).
   Le diossine, come anche i PCB, sono infatti "interferenti endocrini".
   In anatomia il sistema endocrino è un apparato che comprende l'insieme delle ghiandole e delle cellule che secernono nel sangue gli ormoni.
   Gli studi effettuati hanno evidenziato la complessità dei possibili rischi ambientali e sanitari associati agli interferenti endocrini, riguardanti sia la salute riproduttiva, sia lo sviluppo e la funzionalità del sistema nervoso e immunitario, sia la modulazione del rischio di patologie tumorali. (2)
   A Seveso, ma anche in Giappone, a Taiwan, in Svezia, negli Stati Uniti, in Belgio, è stato riscontrato un aumento dei casi di diabete mellito tra i soggetti contaminati dalla diossina, specie tra le donne. (3)
   Diversi studi epidemiologici hanno evidenziato una possibile correlazione fra esposizione alle diossine e insorgenza del diabete di tipo 2, che è il più diffuso. Nonostante ciò, gli effetti delle diossine sulla funzione secretoria delle cellule beta del pancreas non sono stati ancora studiati in maniera approfondita. (4)
   Gli studi fino ad ora effettuati dimostrano che all’aumentare della dose di TCDD (il congenere più tossico fra le diossine), si osserva un progressivo declino della sopravvivenza cellulare delle cosiddette cellule beta pancreatiche, quelle che secernono l'insulina, che è l'ormone regolatore dei livelli di glucosio nel sangue. In particolare, una drammatica riduzione della sopravvivenza cellulare si verifica in seguito all’esposizione a dosi di TCDD elevate. (5)
   Fino a ora è stata posta molta attenzione agli stili di vita nella prevenzione del diabete. Riteniamo tuttavia che sia giunto il momento di avviare una strategia di prevenzione che si concentri anche sull'inquinamento ambientale e quindi sull'esposizione alle molecole che interferiscono con il sistema endocrino, come le diossine e i PCB, sostanze che, come è noto, entrano nel corpo umano soprattutto attraverso l'alimentazione.
   In tal senso occorre avviare una bonifica del territorio di Taranto, pesantemente contaminato dalle diossine, e definire al più presto un marchio "Dioxin Free" per i prodotti controllati, come da tempo PeaceLink ha richiesto.

Alessandro Marescotti - Presidente di PeaceLink
Fulvia Gravame - Responsabile nodo PeaceLink di Taranto

--- Fonti di riferimento ---
(1) Arpa Veneto http://www.arpa.veneto.it/glossario_amb/htm/diossine.asp
(2) "La sorverglianza dell'esposizione a interferenti endocrini" http://www.governo.it/biotecnologie/documenti/interferenti_endocrini.pdf
(3) FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) http://alimentazione.fimmg.org/approfondimenti_mese/2009/gennaio/effetti_diossine.htm
(4) Luisa Martino, "Meccanismi della tossicità acuta della diossina in cellule INS-1" (tesi di laurea) http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=15645
(5) Meccanismi della tossicità acuta della diossina in cellule INS-1 http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=15645
(6) PeaceLink: "Dioxin Free si classifica primo progetto in Italia" http://lists.peacelink.it/news/2012/04/msg00019.html

mercoledì 23 aprile 2014

Le due città

L'megghie

Ecco un'immagine emblematica postata sulla pagina facebook di "L'megghie" (che in tarantino significa "i migliori"). 
Si tratta di Don Marco Gerardo, parroco del Carmine, ex segretario di mons. Benigno Papa, vescovo di Taranto prima dell’arrivo di Filippo Santoro, rinviato a giudizio nell'inchiesta Ambiente Svenduto sull'Ilva di Taranto per favoreggiamento nei confronti di Girolamo Archinà, ex pierre dell’Ilva.
Il segretario del vescovo (all’epoca dei fatti mons. Benigno Papa), secondo l’accusa, avrebbe coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva avrebbe versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti. Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà, secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. Secondo la Procura, la mazzetta era finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti, in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero.
Fino a condanna definitiva è innocente... ma per i "confratelli  del Carmine e i parrocchiani" l'assoluzione è evidente!
Si ha l'impressione che ci sia molta Taranto che vorrebbe cancellare le verità degli ultimi anni e rimettere tutti in libertà per continuare a vivere delle briciole dei Riva.
Poi, tanto, ci si lamenta di tutto e di niente quando si vedono i figli partire per sempre e i prodotti della terra e del mare vengono bruciati negli inceneritori. Quando si fa la fila al reparto oncologico dell'Ospedale Nord.
Viva Don Gerardo, il parroco di tutti!

Requiem per un altro "figlio" di Bondi

Lucchini, l'acciaieria di Piombino si spegne

Niente acquirenti. A casa 3 mila operai. Altoforno in stand by. La crisi del secondo polo siderurgico d'Italia dopo l'Ilva.

L'altoforno è pronto a crollare in un sonno profondo. Spegnendo, assieme alla produzione, il futuro di oltre 4 mila lavoratori.
La notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 aprile dovrebbe essere ''addormentato''. Poi l'acciaieria Lucchini di Piombino entra in stand by. Bloccata per 25 giorni, prima della chiusura definitiva.
Anestetizzata come le speranze degli operai di questo Comune di quasi 35 mila abitanti nella provincia di Livorno.
IL SECONDO POLO DOPO TARANTO. È il secondo polo siderurgico italiano dopo Taranto. Come l'Ilva, è stata guidata dal “risanatore” Enrico Bondi, che l'ha trasformata nel 2003 da società per azioni a holding.
Nel 2005 il passaggio ai russi di Severstal. Nel 2008 lo scoppio della crisi. Dal dicembre 2012 è in amministrazione straordinaria sotto il commissario Piero Nardi. È stata dichiarata insolvente dal tribunale di Livorno nel gennaio 2013. E ora «la Fabbrica», come la chiamano tutti, è vicina al capitolo finale della sua storia.

Ancora una sentenza contro l'Ilva

Attività lavorativa svolta nei forni pozzo dell'Ilva e diossina come concausa del tumore

App. Lecce, sez. lav., sentenza dell’8 gennaio 2014
Lavoro – sicurezza e tutela dei luoghi di lavoro – amianto - Attività lavorativa svolta nei forni pozzo dell'Ilva e diossina come concausa del tumore
Data: 
08/01/2014
Il lavoratore ha diritto ad una rendita per malattia professionale, in quanto durante la sua attività lavorativa è stato esposto all'azione di sostanze irritanti (in particolare la TCDD) che hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata (tumore desmoide sarcomatoso).
(a cura di Rocchina Staiano)
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte d'Appello di Lecce
Sezione Lavoro
Riunita in Camera dì Consiglio e composta dai Magistrati:
dott. Vittorio Delli Noci Presidente
dottssa Daniela Cavuoto Consigliere
dott.ssa Caterina Mainolfi Consigliere relatore
ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile, in materia di previdenza sociale, in grado d'appello, iscritta al n. 452/2010 del Ruolo Generale Sez. lav. Appelli, promossa da ..., rappresentato e difeso, come da mandato in atti, dagli avv.ti Valentina Colomba, Massimiliano Del Vecchio e Franco Saullo.

martedì 22 aprile 2014

La carità ad un povero miliardario!

Ilva: Bondi cerca 4 miliardi



L'Ilva e' a caccia di 4 miliardi di euro per evitare il crack. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera oggi in edicola, il gruppo siderurgico avrebbe bisogno di capitali freschi necessari "ad affrontare gli investimenti per il risanamento degli impianti e la prosecuzione della gestione industriale". Operazione che sarebbe prevista nel piano industriale del commissario Enrico Bondi. Come si legge sul Corriere, per trovare i soldi "occorre un aumento di capitale di 1-1,5 miliardi, oltre a un'analoga disponibilita' chiesta alle banche. Il resto dovrebbe essere generato dalla stessa Ilva". (CdS)

Il gioco delle due carte

Ilva, vicepresidente Puglia: "Regione parte civile a processo"

''Mi preme precisare che, alla luce di un approfondito esame degli aspetti tecnico-giuridici rilevanti, ho ritenuto opportuno formulare io stessa una proposta di costituzione di parte civile della Regione, avvalendomi dei poteri conferitimi dallo Statuto. La Giunta Regionale ha approvato tale proposta nella seduta che si e' svolta venerdi' 18 aprile, e dunque l'Ente sara' presente nel processo e fara' valere le proprie ragioni''. Lo precisa il vicepresidente della Regione Puglia, Angela Barbanente, a proposito dell'udienza preliminare che si apre il 19 giugno a Taranto del processo sull'inquinamento ambientale che sarebbe stato provocato dallo stabilimento siderurgico Ilva e sui tentativi di insabbiare o rallentare i controlli.
''Vorrei rassicurare e tranquillizzare - aggiunge - gli animi di quanti nelle ultime ore si stanno affannando nel richiedere la costituzione di parte civile della Regione Puglia nell'ambito del procedimento penale per disastro ambientale a carico dei Riva. Addirittura chiedendo al governo la improbabile nomina di un commissario 'ad acta', attivando quindi le procedure previste dall'articolo 120 della Costituzione, quasi avanzando il dubbio che la costituzione di parte civile della Regione Puglia, in questo importante procedimento, potesse essere messa in discussione per il presunto conflitto del Presidente Vendola'', prosegue Barbanente. Sul governatore pende infatti una richiesta di rinvio a giudizio per presunta concussione. ''Anche in questo caso, pertanto - assicura Barbanente - sara' garantita la massima tutela dell'Ente, in coerenza con la linea di condotta che la Regione ha seguito in questi anni sia nei confronti dei terzi che dei propri amministratori''. (Adnkronos)

lunedì 21 aprile 2014

La banda e li fuechi!

Ecco un po' di "gazzosa".
Il vecchio adagio del rumore e delle luminarie che piace al popolo recita: "Volete la banda o i fuochi? I fuochi, i fuochi!".
E fuochi furono, con grande rimbombo e rincorsa di immagini che frullano insieme sagome simil-greche (con l'ascia doppia dei vichinghi, gli archi normanni e i gladii romani...); un Taras/Falanto dagli occhi a mandorla (forse il fondatore del nuovo Terminal Container Cinese?) su un delfino-balena; giochi di finestre interpolate; santi, madonne e incappucciati tra i quali (cerca l'errore) abbiamo contato almeno tre immagini intruse che con Taranto non ci azzeccano proprio nulla...
Ma lo spettacolo deve continuare e rumore luminoso sia!
Evviva "li fuechi!"


(Domenica 20 aprile 2014)
(ore 23.30) – (Palazzo di Città – Comune di Taranto)
VIDEOPASSION
Proiezione architetturale 3D sulla facciata del municipio, che ripercorre le leggende sulla fondazione della città di Taranto: da Falanto e le lacrime di Etra a Taras, figlio di Poseidone sul dorso al delfino per mostrare la bellezza storica e iconografica della città. Videomapping a cura di Samuele Huynh Hong (FatCat), Studio SYRIO, in collaborazione di Alessandro Maffei e Ilaria Ligonzo, musiche di Giuseppe Cordaro.



PS. c'era pure la banda, anzi le bande nel programma del MYSTERIUM FESTIVAL 2014 

Eccolo:

(da Sabato 12 aprile 2014)
(ore 11.00) – (MUDI – Museo Diocesano di Taranto)
Inaugurazione mostra
VISIONI
Iconografia della passione e della resurrezione
Presenta il critico d’arte Vittorio Sgarbi
 
SEGNI DI ARTE CONTEMPORANEA
Sculture di De Gaetano, De Mitri, Spagnuolo
 
(Sabato 12 aprile 2014)
(ore 20.00) – (Palazzo Amelio - Corso Due Mari Taranto)
DANTE E ALTRI VIANDANTI…  parole definitive per i dilemmi della nostra esistenza
Di e con Cosimo Cinieri
 
(da lunedì 14 aprile 2014)
(Inaugurazione ore 11.00) – (Piazza Garibaldi)
OPERE D’ARTE IN CONTAINER
Installazione artistica a cura del Consorzio delle Ceramiche di Grottaglie
 
(Domenica 13 aprile 2014)
(ore 20.00) – (Concattedrale Gran Madre di Dio )
CANTATA PER PAPA FRANCESCO
Prima assoluta del brano composto dal M° Maurizio Lomartire sulle parole di Papa Francesco
REQUIEM DI MOZART
Orchestra Magna Grecia - Coro lirico 
Direttore M° Maurizio Lomartire
 
(Lunedì 14 aprile 2014)
(ore 17.00) – (partenza dalla chiesa di Sant’Anna)
PER GRAZIA RICEVUTA
Visita guidata e narrazione di Giovanni Guarino
 
(Lunedì 14 aprile 2014)
(ore 20.30) – (Cattedrale di San Cataldo)
ALBANO IN CONCERTO: LA VOCE DELL’ANIMA
Albano Carrisi in concerto con l’Orchestra Magna Grecia
 
(Martedì 15 aprile 2014)
(ore 18.00) – (Arcivescovado di Taranto)
CENA DEL SIGNORE
Presentata da Don Emanuele Ferro
 
(Martedì 15 aprile 2014)
(ore 20.00) – (Ex Convento di San Francesco)
PASSIONE NEI VICOLI 
Da’a via Cruce de nostre Signore di Claudio De Cuia
Spettacolazione itinerante nella Città Vecchia - regia di Giovanni Guarino
 
(Mercoledì 16  aprile 2014)
(ore 21.00) – (Teatro Orfeo)
EXEREDATI MUNDI
Cantata scenica in 15 stazioni per Coro, Orchestra e voce recitante 
Di e con il M° Enzo Avitabile
 
“TESSERE D’ARTE” 
Pillole d’arte  nei chiostri  del Borgo e dell’isola con due repliche di ogni spettacolo nelle due serate
 
(Giovedì 17  aprile 2014) – (Venerdì 18 aprile 2014)
(ore 20.00 e ore 21.30)  - (Ex Convento Santa Chiara - Tribunale dei Minori)
TABLEAUX VIVANTS
Nella performance "La conversione di un cavallo" c'è la messa in scena delle 23 tele più famose del Caravaggio ad opera degli attori della compagnia "Ludovica Rambelli Teatro"
 
(Giovedì 17  aprile 2014) – (Venerdì 18 aprile 2014)
(ore 20.00) (ore 21.30) - (Castello Aragonese)
VEXILLA  - Ensemble Calixtinus e le Faraualla per la Coena Domini in canto e musica
 
(Giovedì 17  aprile 2014) – (Venerdì 18 aprile 2014)
(ore 20.00) (ore 21.30) - (Museo MARTA')
L’ANGELO DELLA MUSICA - Le più famose Ave Maria con Rosaly Caiazzo soprano e Davide Dellisanti pianista
 
(Giovedì 17  aprile 2014) – (Venerdì 18 aprile 2014)
(ore 20.30) (ore 21.30) - (Castello Aragonese)
UNA LUCE CHE NARRA
Angelo Bommino – Attore – Giovanna Lupo – Coreografia
 
 
 
Domenica 20 Aprile 2014
LUIS BACALOV dirige:
MISA TANGO
CONCERTO DI PASQUA
Mirella Leone – mezzosoprano
Gianfranco Cappelluti – baritono
Gianni Iorio – bandoneon
Coro Lirico Ottavio De Lillo
Luis Bacalov – direttore
Orchestra della Magna Grecia
W. A. Mozart - Ave Verum Corpus
L. Bacalov - Misa Tango
ingresso ore 19.30 - inizio ore 20.00
Cattedrale di San Cataldo
EVENTO GRATUITO
L'ingresso è libero fino al raggiungimento del limite di capienza della Cattedrale.
è possibile richiedere degli inviti che garantiscono l'ingresso presso:
ORCHESTRA DELLA MAGNA GRECIA
Via Tirrenia, 4 - tel. 0997304422
Via Giovinazzi, 28 - cell. 3458004520
 
Viviamo la Santa Pasqua insieme 
(da Sabato 19 a domenica 20 aprile 2014)
(dalle ore 10.00 alle ore 21.00) – (Piazza Garibaldi a Taranto)
MERCATINI DI PASQUA
Mercatini, laboratori di cucina quaresimale, oggettistica
 
(Sabato 19 aprile 2014)
(ore 18.30) – (Piazza Garibaldi e Taranto)
GUINNESS DA RECORD – LA SCARCELLA PIU’ GRANDE DEL MONDO
A cura dell'associazione panificatori di Taranto e provincia.
Presidente Franco La Sorsa
 
(Domenica 20 aprile 2014)
(ore 23.30) – (Palazzo di Città – Comune di Taranto)
VIDEOPASSION
Proiezione architetturale 3D sulla facciata del municipio, che ripercorre le leggende sulla fondazione della città di Taranto: da Falanto e le lacrime di Etra a Taras, figlio di Poseidone sul dorso al delfino per mostrare la bellezza storica e iconografica della città. Videomapping a cura di Samuele Huynh Hong (FatCat), Studio SYRIO, in collaborazione di Alessandro Maffei e Ilaria Ligonzo, musiche di Giuseppe Cordaro.
 
Pubblicazione 
RICETTARIO QUARESIMALE
A cura della redazione de “Il Nuovo Dialogo”
 
CHILDREN MYFEST (Villa Peripato) una settimana di spazi creativi e formativi per i bambini con il Teatro dei Bambini, il Cantastorie, i laboratori per il Riciclo CreAttivo, i giochi di piazza dei Giovani Aragonesi; visite all’Oasi naturalistica WWF “La Vela” ed escursioni in mare e uscite in barca a vela.

domenica 20 aprile 2014

Sosteniamo il Primo Maggio Tarantino!

Il grande evento del 1 maggio di ‪#‎Taranto‬ è completamente gratuito, gli artisti che si esibiranno lo faranno senza avere alcun cachet in cambio e chi si sta adoperando per la sua realizzazione lo fa in maniera gratuita e volontaria.

Nonostante ciò, ci sono molti costi a cui dovremo fare fronte e di cui renderemo conto con la pubblicazione di un apposito bilancio pochi giorni dopo l'evento sulla pagina Facebook.

Ringraziamo chiunque vorrà aiutarci contribuendo alle nostre attività anche con una cifra irrisoria a scopo simbolico.

Vai alla pagina facebook dell'evento per sapere chi parteciperà al concertone: https://www.facebook.com/events/221596718046281

Come puoi sostenere economicamente il ‪#‎1maggiotaranto‬ promosso dal Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti?
- Partecipando agli eventi di autofinanziamento promossi;
- Effettuando un bonifico intestato a Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti APS - iban: IT22W0335901600100000100682 - Causale: EROGAZIONE LIBERALE;
- Effettuando una donazione con carta di credito tramite il sistema di pagamento on line PayPal che garantisce la massima sicurezza. Non è necessario avere un conto PayPal, basta collegarsi a questo link e seguire le indicazioni riportate: http://liberiepensanti.altervista.org/index.php/2013-03-31-23-04-57.html

venerdì 18 aprile 2014

Parte civile?

Ilva, Cgil e Fiom saranno parte civile

Le segreterie nazionali e le segreterie provinciali di Taranto di Fiom e Cgil si costituiranno parte civile all’udienza preliminare che inizierà il 19 giugno prossimo a Taranto, legata all’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva. La procura ionica ha chiesto il rinvio a giudizio per 50 persone fisiche e tre società.
"Dopo vent'anni di denunce – sottolinea in una nota il segretario provinciale della Fiom Donato Stefanelli, che annuncia la decisione delle organizzazioni sindacali di costituirsi in giudizio – questo è un atto naturale e coerente. Sono tantissimi i casi che come Fiom con l’avvocato Massimiliano Del Vecchio abbiamo condotto nelle aule del Tribunale con diagnosi mediche o perizie epidemiologiche che certificavano quanto le lavorazioni all’interno del siderurgico avessero pesato su carcinomi o mesoteliomi di centinaia di operai dell’Ilva".
"Sono cause – ricorda – che abbiamo mosso contro l'azienda anche dieci, dodici e in alcuni casi vent'anni anni fa". Fiom e Cgil preannunciano, inoltre, la disponibilità "per ogni tipo di consulenza, anche legale, in materia di tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, nonchè la disponibilità dei propri uffici legali per il patrocinio delle controversie presso le più opportune sedi giudiziarie". (GdM)

E l'Oriente dove guarda?

 La Cementir guarda ad Oriente


Il gruppo Cementir “ha i conti a posto e prevede di portare il debito a zero nel 2016”. Con queste premesse, ha detto il presidente Francesco Caltagirone Jr nel corso dell’assemblea che ha approvato ieri i conti del 2013, il gruppo è in condizione “di valutare delle opportunità”. Che non riguardano certamente l’Italia e lo stabilimento di Taranto.
Se per problematiche antitrust”, il colosso mondiale del cemento che nascerebbe dalla fusione tra Holcim e Lafarge “dovesse cedere delle attività, abbiamo i conti in ordine per valutare possibili subentri” ha dichiarato Caltagirone. Il presidente del gruppo Cementir nel corso dell’assemblea di ieri, ha anche ricordato come la società stia valutando l’opportunità di costruire un nuovo stabilimento in Estremo Oriente. Secondo gli analisti della società Kepler – Cheuvreux, il gruppo utilizzerà i 500 milioni di euro a disposizione per fare “shopping” nel settore, in particolare per una espansione delle sue attività nel Far East. Del resto il gruppo Cementir ormai ottiene quasi il 90% dei ricavi fuori dall’Italia (in particolare da Scandinavia, Turchia ed Estremo Oriente).

mercoledì 16 aprile 2014

Metonimia di una città. Ilva=Taranto

Ilva, Bruxelles incalza Italia:Taranto fuorilegge

La Commissione Ue incalza l'Italia sullo stabilimento siderurgico di Taranto. Nel quadro della procedura di infrazione già aperta sull'Ilva, Bruxelles si appresta a inviare a Roma una nuova lettera di messa in mora 'complementarè per la violazione di alcuni articoli delle direttive sulle Emissioni industriali (che dal gennaio 2014 sostituisce la normativa Ue sulla prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento Ippc) e Seveso. Secondo quanto si apprende, la nuova iniziativa della Commissione nasce dall'analisi dettagliata della risposta inviata a Bruxelles dall'Italia a dicembre 2013 in seguito alla prima lettera di messa in mora, risalente al settembre 2013.
I contenuti del documento atterrato sulle scrivanie dei tecnici della dg Ambiente, invece di fornire rassicurazioni, dimostrerebbero al contrario che l'Ilva di Taranto non sta attuando molte delle condizioni previste dall'autorizzazione integrata ambientale, e che lo stabilimento provoca ancora «inquinamento significativo». Inoltre, nonostante vi sia prova che la violazione delle condizioni previste dall'autorizzazione pongono questioni di pericolo immediato per la salute umana e importanti effetti negativi per l'ambiente, l'Italia non ha sospeso l'attività dello stabilimento. Ma lo stesso permesso Ippc «è inadeguato», secondo Bruxelles, poichè non prevede tutti i requisiti necessari in merito alle discariche nel sito dell'Ilva, alla gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti, al trattamento delle acque reflue, alla protezione e al monitoraggio del suolo e delle acque sotterranee. Come se tutto questo non bastasse, l'Italia viene accusata anche di violazione della direttiva Seveso, poichè risulta che l'aggiornamento della relazione sulla sicurezza dello stabilimento, iniziata nel 2008, non è stata ancora conclusa, mentre secondo la normativa, il report deve essere rivisto, e dove essere necessariamente aggiornato, ogni cinque anni.
Nel settembre scorso, in occasione dell'apertura della procedura di infrazione, il commissario Ue all'Ambiente Janez Potocnik aveva evidenziato come il caso Ilva sia «un chiaro esempio del fallimento nell'adozione di misure adeguate per proteggere la salute umana e l'ambiente». Da allora ad oggi sono trascorsi più di sei mesi, ma vista da Bruxelles la situazione non sembra essere molto cambiata. A quanto si è appreso, la decisione sulla messa in mora complementare dell'Italia per il caso Ilva è stata presa oggi dall'esecutivo europeo e potrebbe essere ufficializzata domani.

martedì 15 aprile 2014

Stefano, il sindaco ombra inadeguato per legge!


Un procuratore speciale che consenta la costituzione parte civile del Comune di Taranto nel processo contro l'Ilva che parte il 19 giugno con la prima udienza preliminare. É la richiesta che ha formulato la Procura di Taranto al gup Wilma Gilli, nelle cui mani é passato l'enorme dossier sul disastro ambientale del siderurgico di Taranto. Perché un procuratore speciale? Il sindaco di Taranto, Ezio Stefáno, a capo di una giunta di centrosinistra, é tra i 53 soggetti - 50 persone fisiche e 3 giuridiche - per le quali la Procura, dopo aver chiuso le indagini a fine ottobre con l'invio del relativo avviso di conclusione, ha in seguito chiesto al gup anche il rinvio a giudizio. Lo statuto del Comune di Taranto prevede che sia il sindaco a decidere se l'ente da lui rappresentato debba costituirsi o meno parte civile in un procedimento penale. Evidente, quindi, l'imcompatibilitá del sindaco Stefáno che dovrebbe costituirsi contro se stesso. Di qui, appunto, la richiesta al gup perché nomini un procuratore speciale. A questo punto, il gup Gilli puó procedere direttamente oppure investire del caso il prefetto di Taranto affinché sia questa figura istituzionale a nominare un rappresentante legale che assicuri la costituzione parte civile del Comune.
Il caso dell'incompatibilitá del sindaco di Taranto era stato sollevato nei giorni scorsi, proprio con una lettera al prefetto, dal cooportavoce nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, che é anche consigliere comunale di Taranto per il movimento "Taranto Respira". Nell'elenco delle persone di cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio ci sono, oltre al sindaco, che risponde di omissione di atti d'ufficio, anche il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussioni per quelle che i giudici ritengono essere state le sue pressioni sull'Arpa affinché "ammorbidisse" i controlli sull'Ilva, l'assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, l'ex assessore regionale alle Politiche giovanili, Nicola Fratoianni - oggi parlamentare di Sel ma all'epoca dei fatti braccio destro del governatore nell'esecutivo -, il direttore generale dell'Arpa Puglia, l'Agenzia di protezione ambientale, Giorgio Assennato. Questi ultimi tre accusati di favoreggiamento. Per la Procura, avrebbero coperto Vendola e negato le sue pressioni pro-Ilva. Il rinvio a giudizio é stato ovviamente chiesto anche per i Riva, proprietari dell'Ilva: Emilio e i figli Nicola e Fabio. Per loro l'accusa é pesante: associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Coinvolti anche, con gravi accuse, gli ex direttori del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, e l'ex consulente per i rapporti istituzionale dell'azienda, Girolamo Archiná, "longa manus" dei Riva nelle istituzioni, nella politica e nel sindacato.
L'udienza del 19 giugno non si terrá a Palazzo di Giustizia ma nella palestra del comando provinciale dei Vigili del Fuoco nella zona periferica di Taranto. Le aule giudiziarie si sono infatti rivelate inadatte per accogliere l'ampio numero di avvocati e rappresentanti delle parti in causa previsto per un processo di primo grado che arriva a valle di un'inchiesta che, tra la metá del 2012 e il 2013, ha registrato numerosi arresti e sequestri. Ora, appunto, si decide se procedere o meno col rinvio a giudizio e quindi fissare l'inizio del processo vero e proprio. Ci sono anche oltre 240 parti lese: tra questi molti residenti nel quartiere Tamburi, vicinissimo all'Ilva, le cui polveri minerali hanno sporcato le facciate degli edifici e deprezzato il valore degli appartamenti. Anche una chiesa dei Tamburi, San Francesco De Geronimo, é tra le parti lese sempre per gli stessi motivi. Da rilevare che la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti e 53. Nessuno, rispetto all'invio dell'avviso di conclusione delle indagini, ha visto alleggerita la sua posizione. Non molti quelli che dopo l'avviso sono andati dai pm per farsi interrogare. Tra questi Vendola, che ha difeso l'operato da governatore e ribadito che con l'attivitá della sua amministrazione regionale l'inquinamento dell'Ilva é stato contrastato e l'Arpa potenziata nei controlli ambientali. In quanto al sindaco di Taranto, ha giá detto che non si dimetterá anche se dovesse essere rinviato a giudizio. Per Stefáno esiste nell'ordinamento la presunzione di innocenza sino al terzo grado di giudizio, e sull'accusa mossagli dalla Procura, ovvero non aver fatto quanto avrebbe potuto fare come autoritá sanitaria dopo aver presentato un esposto a Palazzo di Giustizia, cosí replica: "É anche grazie a quel mio esposto, che invitava i magistrati ad approfondire la pericolositá dell'inquinamento Ilva per la salute dei tarantini, che l'inchiesta giudiziaria é poi decollata. Non abbiamo contrastato l'Ilva? Ma quando il Comune ha emesso ordinanze per limitare l'attivitá degli impianti, il Tar ce le ha immediatamente sospese". (Palmiotti - Sole24h)

lunedì 14 aprile 2014

Sfacelo che fa cronaca

I dolori di Taranto dove anche il calcio è mafia

Quando hanno scarcerato don Cataldo Ricciardi, qui hanno fatto i botti. A un pugno di chilometri da dove è stato ammazzato Mimmo, tre anni, in braccio al suo patrigno malacarne. Alla faccia dei cortei di don Ciotti e dei proclami antimafia sui giornali. Sparano spesso i mortaretti, quaggiù, dai Due Mari fino al Salento profondo, per festeggiare ogni scarcerazione di boss, e nei prossimi dodici mesi molti mammasantissima della Sacra Corona Unita usciranno di galera. «Io la chiamo la stagione dei fuochi», mastica amaro nel suo ufficio leccese di procuratore antimafia Cataldo Motta, bestia nera degli uomini del disonore pugliesi: «La mafia qui guadagna consenso, la gente sta con lei. Falcone su questo sbagliava: non è finita, anzi. Dà lavoro e controlla persino le squadre di calcio».
L’Ilva ha invece smesso di proiettare nel golfo i sinistri bagliori di altri fuochi, quelli dei gas in eccesso bruciati nelle torce, le fiammate che quattro anni fa attirarono l’attenzione dei carabinieri del Noe, dal cui rapporto nacque il clamoroso sequestro del luglio 2012 voluto da Franco Sebastio, un altro procuratore, pure lui una bestia nera, però dei Riva e degli inquinatori. La gestione commissariale - con in prima fila un ecologista come Edo Ronchi - piuttosto che tornare alle famigerate fiammate ha fermato a turno gli altiforni quando, giorni fa, s’è guastata la centrale elettrica dell’acciaieria: «Cautela ambientale». Qui, mentre incombe il processo ai Riva e ai loro solerti estimatori sparsi nella politica, nel giornalismo, nel sindacato e perfino nella Chiesa (il 19 giugno un’udienza preliminare con 53 indagati si terrà nella palestra dei pompieri), la nuova parola magica è un neologismo: ambientalizzazione. L’idea sarebbe di salvare il lavoro senza condannare a morire di cancro i lavoratori e i cittadini. Ma, appunto, è una parola. 
«AMBIENTALIZZAZIONE» - Il cancerogeno benzopirene nel rione Tamburi è sceso di dieci volte. Ma Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa, scuote la testa: «Quelli hanno spento sei o sette cokerie su dieci. Quando però nel 2016 l’autorizzazione integrata ambientale, la famosa Aia, sarà pienamente realizzata, le cokerie torneranno a funzionare e abbiamo già proiezioni secondo cui il danno non sarà accettabile. Certo ora è tutto a posto. Ma è come vedere uno che si butta dal sesto piano e finché non si sfracella dirgli che sta in perfetta salute». L’ambientalizzazione? «Servono tre miliardi. Però i soldi non si trovano. Quindi le cose non andranno bene, ma non lo scriva». Di miliardi Sebastio e la gip Todisco ne avevano in verità individuati otto: soldi che secondo l’accusa il gruppo Riva avrebbe negli anni sottratto all’ammodernamento e alla sicurezza dell’acciaieria, in sostanza ai tarantini e al loro futuro. Tuttavia il clamoroso sequestro è stato annullato in Cassazione, quindi quelle della magistratura tarantina vanno ritenute congetture.
FESTE MAFIOSE - Non è però una congettura la scarsità di quattrini. Nella sua relazione di fine 2013, il commissario Enrico Bondi dà conto di una produzione ridotta di due milioni di tonnellate e di una perdita del 30 per cento nei ricavi lordi rispetto al 2012. Servono, spiega il commissario, «percorsi finalizzati alla ricostituzione del corretto equilibrio finanziario». Servirebbero, subito, 500 milioni di prestito ponte. La sensazione è che l’equilibrio vada cercato necessariamente in basso. Con esuberi e disoccupazione. I fuochi dell’acciaieria sembrano destinati ad affievolirsi quanto quelli delle feste mafiose a brillare sempre più. A Taranto e nelle terre del Salento che gravano sul vecchio polo produttivo, quelle dove Tobagi scoprì col sociologo Aurora i metalmezzadri degli anni Settanta, la crisi italiana assume una declinazione particolare. L’Ilva, illusione di benessere perenne, ha risucchiato valori e vite. «Fino ai sequestri di luglio 2012, era una caserma. Riva comandava coi suoi, tutti ubbidivano», racconta Francesco Bardinella, Fiom: «Ora nei reparti ci sono tanti piccoli focolai da non sottovalutare, smarrimento e rivolta. Bondi è uno tosto, ha allontanato quasi tutta la struttura ombra dei Riva. Molti responsabili dei reparti erano legati a loro...».
FERRARI BLINDATA - Nel vuoto di potere tutto può succedere. Tonio Attino ricorda in un bel libro come negli anni Ottanta il boss Modeo, subappalti in tasca, sfrecciasse nelle strade della fabbrica, allora Italsider, sulla sua Ferrari blindata. «Erano gli anni in cui mandavano noi poveracci a interrare amianto nelle discariche interne», ci dice Vito Barletta, malato di tumore del sangue. E, per anni, troppi giornalisti si sono occupati d’altro, come se non fossero visibili i fumi, le polveri, i reparti di oncologia troppo pieni, i morti in fabbrica. In una città di duecentomila abitanti, ci sono ben cinque quotidiani e una miriade di tv locali. «Chiediti perché», ci dice, sorridendo, Bardinella. Una delle tv, Blustar, ha giustificato, nero su bianco, gli esuberi di personale anche con la perdita di introiti pubblicitari «derivanti dal cliente Ilva». Dal dissesto - 900 milioni della sindaca Di Bello, nel 2006 - al disastro. Da Vendola in giù, la nuova classe politica è stata sfregiata dalle scandalose intercettazioni con Girolamo Archinà, boss delle pubbliche relazioni Ilva. «Ma anche se il 19 giugno mi rinviano a giudizio, non mi dimetto», tuona il sindaco Ippazio Stefàno. Sospettato di arrendevolezza con Archinà, nega: «Sono quello che gli ha fatto pagare l’Ici che manco pagavano, altro che arrendevole!».
CENTRALE DI SPACCIO - Stefàno torna da Roma giurando di avere incassato il sì del governo a trasformare Taranto in città d’arte, ma per ora pare uno slogan. «Dobbiamo prepararci a non avere più l’Ilva, lo spettro è Bagnoli». Mentre parla, due edifici storici di città vecchia appena restaurati - palazzo Amati e palazzo Delli Ponti - recano i segni di recenti saccheggi: si sono portati via pure gli impianti di aria condizionata, come cavallette. Taranto vecchia potrebbe essere l’eldorado dei turisti, è ridotta a centrale di spaccio, chi cerca un covo rompe un lucchetto e occupa. Comandano i Taurino, secondo la Dda, persino sul commercio delle cozze. In periferia, i Ciaccia e i Catapano. Vecchi ed emergenti si scontrano, il piccolo Mimmo e la sua famiglia muoiono forse perché mafiosi di Massafra vogliono pigliarsi Palagiano, dove c’era il quartiere Italsider. Il nonno di Mimmo era un operaio comunista e veniva orgoglioso da Cerignola, come Di Vittorio. Il padre era già un trafficante di droga e perciò fu ucciso. Mimmo, tre anni, non ha potuto scegliere. «Ma la storia della sua famiglia racchiude la caduta della classe operaia, non più argine contro la mafia», sospira Tito Anzolin, preside della scuola dove Mimmo non ha fatto in tempo ad arrivare. A Taranto vecchia, il Duomo consacrato al patrono San Cataldo è assediato da palazzi e uomini sgarrupati. Pina Gubitosa, 89 anni, fa la guida per arrotondare la pensione. San Cataldo era irlandese: si dice che i tarantini, in odio a se stessi, amino i forestieri. «Gesù gli apparve e gli comandò: corri a Taranto ché quelli stanno tornando al paganesimo», spiega Pina. E si stringe nel cappottino antico, circondata dai nuovi pagani. (G. Buccini - CdS)

Sbanche!

Banche sui lavori all'Ilva. Chi rimborserà prestito?

Ilva e banche approfondiscono il piano industriale dell'azienda, quello che sará ufficializzato non appena il piano ambientale già approvato con Dpcm dal Consiglio dei ministri verrá pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale». Nei giorni scorsi ci sono giá stati due incontri con i rappresentanti degli istituti - Unicredit, Intesa San Paolo e Popolare di Milano - che stanno negoziando con l'Ilva. All'ultimo c'erano sia il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, che il sub commissario Edo Ronchi, che poi hanno incontrato anche il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti. Quello con le banche é stato un confronto approfondito che ha riguardato sia gli investimenti industriali che ambientali. La novitá é che le banche hanno dato mandato a Roland Berger, societá tedesca specializzata in consulenza nei business industriali, di verificare fattibilitá e soprattutto costi dei due piani Ilva.Stando a quando si é appreso, rimane in piedi la possibilitá che le banche eroghino all'Ilva un prestito ponte di circa 500 milioni di euro, così come sollecitato da Bondi per far fronte alla mole di lavori necessari nel siderurgico. Le banche, peró, chiedono chiarezza anche su chi e come sottoscriverá l'aumento di capitale. In sostanza, siccome l'ultima legge sull'Ilva, la numero 6 dello scorso 6 febbraio, prevede l'aumento di capitale finalizzato al risanamento ambientale dell'azienda, le banche vogliono sapere chi, dopo un'eventuale concessione del prestito ponte, si fará carico dell'impegno piú rilevante. Se sará ancora l'attuale proprietá dei Riva, soluzione indicata in prima battuta dalla legge, oppure altri investitori, considerate le manifestazioni di interesse avanzate nei confronti dell'azienda. Dal gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal alla possibile cordata italiana lanciata come proposta da Marcegaglia.
Per le banche non é affatto secondario sapere quale assetto proprietario c'é nel futuro dell'Ilva considerato che nelle ultime settimane i costi del piano industriale sono passati da una previsione di 3 miliardi ad una di 4,3 miliardi e che l'orizzonte temporale del piano non si ferma piú al 2016 - anno in cui in base alla legge dovrá essere ultimata l'attuazione delle prescrizioni ambientali - ma arriva sino al 2020. In quella che puó considerarsi una sorta di seconda fase, i commissari dell'Ilva collocano infatti - per ora solo come scenario - la possibilitá di intensificare l'utilizzo del preridotto di ferro negli altiforni e nelle acciaierie passando dall'acquisto dall'estero, cosa che sta avvenendo da alcuni mesi, alla produzione a Taranto. Questo, ovviamente, richiede un investimento ad hoc. Ma richiede pure che la quota di acciaio col preridotto - sistema giá usato da altre aziende e che permette di ridurre ulteriormente le emissioni inquinanti - sia progressivamente aumentata e ci sia anche l'uso del gas al posto del carbon coke negli altiforni. In tal senso l'Ilva prevederebbe che la produzione di acciaio col preridotto debba attestarsi tra i 4 e 5 milioni di tonnellate annue, comprimendo quella fatta con l'agglomerato di minerali e il carbon coke, e che il gas destinato agli altiforni abbia un costo non superiore ai 23 centesimi per metro cubo. Questi due requisiti, nello scenario tracciato dall'Ilva, vengono giudicati fondamentali se, nella riconversione ecologica dell'azienda, si vuole passare dalla sperimentazione del preridotto di ferro - 2,5 milioni di tonnellate annue - ad un'utilizzazione maggiore, strutturale, con relativa produzione della materia a Taranto. Cosa che richiederebbe anche l’emissione di una nuova Aia.
Le banche hanno ascoltato con interesse il quadro esposto da Bondi e Ronchi sul futuro dell’Ilva, ma hanno appunto chiesto di sapere chi si fará carico del progetto e, quindi, chi saranno gli investitori. Sia le banche che Roland Berger sanno bene che il mandato di Bondi e Ronchi é a tempo determinato. Bondi, infatti, é stato nominato a giugno dell'anno scorso dal Governo e il suo incarico, stando alla legge 89 del 2013, quella che ha disposto il commissariamento dell'Ilva, non puó durare piú di 36 mesi salvo proroghe. La gestione commissariale, quindi, dovrebbe terminare a metá 2016, in parallelo col completamento dell'Aia. Che poi é la «missione» che era stata affidata dal Governo ai commissari mentre ora si delineano discorsi che vanno ben al di lá della sola Aia. Ma questo perché, come piú volte ha dichiarato il sub commissario Ronchi, strada facendo «ci siamo accorti che l'Ilva non ha solo bisogno di attuare le prescrizioni ambientali, ma deve anche intervenire nella manutenzione degli impianti, nell'innovazione e nella sicurezza sul lavoro. Solo cosí potremo farne una realtá industriale veramente competitiva oltreché sostenibile». D'altra parte, nell'aumento dei costi sino a poco piú di 4 miliardi, pesa anche la voce sicurezza sul lavoro, dove una societá incaricata dall'Ilva di «mappare» la situazione dello stabilimento, ha presentato un quadro di interventi da 6-700 milioni. Ed é proprio l'aumento dei costi che ora rende prudenti le banche nel confronto con l'Ilva e a porre con piú evidenza il problema di quale sará il futuro assetto proprietario dell'azienda. (GdM)