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giovedì 8 agosto 2013

Taranto: città di sprechi e speculazioni

NO al Piano Cimino: 10 anni dopo il suo NO al Progetto "Sircom" Legambiente ribadisce la sua netta opposizione a nuove rovinose cementificazioni 

Circa 10 anni dopo la bocciatura del progetto da parte del Consiglio Comunale ci riprovano.
  L'area intorno alla Palude Erbara è nuovamente sotto il tiro della Sircom. Come allora, Legambiente ribadisce il suo fermo NO a questa nuova rovinosa colata di cemento.
  Il progetto va ad interessare un'area, il comprensorio palude Erbara - Salina Grande, interna al bacino idrografico del Mar Piccolo e per questo dai fragili equilibri idrogeologici ed ambientali. Un'area caratterizzata da un complesso ecosistema ambientale e paesaggistico, importante anche sotto l'aspetto faunistico per il passaggio e la sosta di diverse specie protette di uccelli migratori e stanziali. Un'area che va salvaguardata a tutti i costi. Non a caso Salina Grande e secondo seno del Mar Piccolo sono stati riconosciuti siti di interesse comunitario (s.i.c.). Per garantirne la tutela, secondo Legambiente, occorre che siano accorpati in un'area destinata a riserva regionale.

Per Lunetta Franco, presidente del circolo Legambiente di Taranto "il progetto costituirebbe un'espansione urbanistica della città del tutto deleteria anche sotto l'aspetto sociale ed urbanistico. Comporterebbe, infatti, un ulteriore consumo di suolo a fini meramente speculativi in una cintura urbana sin troppo dilatata ed ormai difficilmente governabile sul piano dei servizi e del controllo sociale."
   Per Legambiente, inoltre, la realizzazione del progetto accentuerebbe i processi di spopolamento dei quartieri storici della città e la sofferenza della piccola distribuzione, a sua volta perno della vivibilità di gran parte del contesto urbano consolidato.
  "Quel che lascia particolarmente perplessi", aggiunge Leo Corvace, del direttivo del circolo "è che in questi anni non si sia ancora messo mano ad un piano regolatore distorto nelle sue previsioni di espansione urbanistica e di incremento della popolazione. Questo ha comportato che si continuasse a costruire a dismisura in periferia ed a stravolgere sempre più l'assetto edilizio originario del centro cittadino".
  Il pericolo per quest'area non viene infatti solo dalla riproposizione del progetto Sircom, ma anche dalla nuova massiccia cementificazione prevista nel piano particolareggiato attualmente all'esame negli uffici comunali.
  Legambiente ribadisce la necessità di uno stop senza deroghe all'espansione urbanistica della città e l'urgenza di una politica basata sul recupero urbanistico ed edilizio. Il patrimonio ecologico e paesaggistico va tutelato e valorizzato, non cementificato: a tal fine va allargata la riserva regionale della palude La Vela sino a comprendere la Salina Grande, Cimino e l'area intorno alla Palude Erbara.

giovedì 31 gennaio 2013

Attacco alla Città Vecchia

Ed ecco ormai svelata la manovra speculativa dei palazzinari tarantini, l'unica industria alternativa a quella multinazionale. Bloccati da una città in contrazione dove non si vende manco più una cuccia per cani, i palazzinari si sono uniti per marciare sulla Città Vecchia e annodare il cappio della speculazione intorno al patrimonio comunale sull'isola, che ammonta ad oltre il 70%.
Un patrimonio, lo ricordiamo, che non viene da donazioni ma da espropri e deportazioni di massa fatti nel nome del Risanamento e solo per metà portati a termine.
Ora, dopo decenni di incuria, i palazzinari si presentano con il cilindro e il bastone a bussare alla porta di Stefano, il più debole e ignavo dei sindaci che la città abbia mai avuto, per chiedere i suoi gioielli in cambio di un tozzo di pane: qualche appartamento da cedere a canone agevolato per una ventina d'anni.
Già negli scorsi anni questa manovra era partita con il peggior progetto di rigenerazione urbana che sia stato prodotto da un comune pugliese dopo il varo della legge regionale. Talmente sfacciato nelle sue intenzioni speculative da essere bocciato dalla Regione per ben due volte.
Alla fine, forti del panico da Ilva e dietro l'incalzare dei crolli, i palazzinari hanno ottenuto il piano e ora parte la manovra di aggiramento per chiamare gli investitori allocchi d'Italia per finanziare abbattimenti e ristrutturazioni all'insegna di una qualità edilizia a prova di geometra di provincia.
Andranno a Milano a dipingere gondole sulle rive del Mar Piccolo per vendere come possibile paradiso immobiliare il centro delle contraddizioni della città meno turistica d'Europa.
Forse chi ha detto che al peggio non c'è mai fine era di queste parti...


Taranto e il suo patrimonio al centro prossimo EIRE a Milano. Marinaro: “Progetto che valorizzi isola antica”

Taranto e il suo patrimonio immobiliare al centro di un incontro tra i vertici di ANCE Confindustria locali e Antonio Intiglietta presidente di EIRE, una delle più grandi fiere internazionali del Real Estate che si tiene ogni anno a Milano. In poche parole il grande business del patrimonio immobiliare che ogni anno in primavera viene posto all’attenzione dei grandi investitori e dei grandi Fondi d’investimento del settore.
DIGITAL IMAGEUn appuntamento che quest’anno si svolgerà dal 4 al 6 giugno e che su 25mila metri quadrati di superficie espositiva presenterà sui tavoli di intermediazione immobiliare internazionale anche una fetta della Puglia da valorizzare e probabilmente una importante porzione di Taranto con la possibilità di mettere in vetrina potenzialità immobiliari che potrebbero riguardare diversi settori: dal turistico-ricettivo al retail e commerciale, dai centri storici da rivalutare al social housing al terziario e residenziale.
«Stiamo valutando l’ipotesi di presentare un progetto che valorizzi il sistema Taranto partendo dai programmi di rigenerazione urbana che dovranno riguardare al più presto l’isola antica – dice Antonio Marinaro, presidente di ANCE Taranto – ma siamo più che mai convinti che la vetrina che il territorio, compresa la sua provincia, potrà conquistare in ambito internazionale sia anche un ottima occasione per non svendere o peggio ancora lasciare in abbandono vaste aree di pregio consentendo così agli operatori, ad esempio, di agire con il pubblico per valorizzare al meglio il patrimonio».
Così ANCE candida autorevolmente Taranto ad EIRE 2013, forte dell’impegno regionale per una presenza qualificata delle potenzialità del sistema Puglia nel campo della trasformazione urbana e valorizzazione dei patrimoni immobiliari pubblici.
Ambizioso progetto condiviso anche da Antonio Intiglietta che non esclude nel book elettronico del “The Best of Italy” (stilato ogni anno dall’organizzazione dell’EIRE e sottoposto all’attenzione degli investitori internazionali- ndr) una presenza più che qualificata della progettualità made in Taranto.
Un appeal che sembra essere confermato anche dall’alto valore di patrimonio demaniale e pubblico immediatamente disponibile alla riqualificazione.
Taranto, seconda solo a Roma in termini di beni demaniali, potrebbe essere dunque uno dei laboratori più interessanti dell’EIRE di quest’anno e attrarre così opportunità capaci di ridisegnare il futuro della provincia ionica. Città come Bologna, Torino e vaste aree di territorio della Toscana hanno già segnato importanti best practice in questo settore. Ma anche al Sud esistono esempi virtuosi come quello dell’isola di Ortigia a Siracusa totalmente recuperata grazie ad una serie di interventi di tutela e recupero del centro storico.
«Ma noi saremo in grado di attrarre investimenti – ha detto Intiglietta – solo se saremo capaci di presentare progetti maturi, con capacità gestionale certa e interlocutori certi».
Insomma, le valorizzazioni riuscite e i modelli vincenti chiamano a responsabilità non solo chi progetta e investe, ma anche e soprattutto le istituzioni e gli enti locali chiamati a sostenere le leve del cambiamento.
Alla riunione, a tal proposito, erano presenti l’assessore al patrimonio del Comune di Taranto, Barbara Scozzi, il sindaco di Palagianello, Labalestra e gli assessori al turismo e ai lavori pubblici del Comune di Castellaneta, Angelillo e Rubino.
Nel corso dell’incontro è stata ufficialmente chiesta ai rappresentanti degli enti locali presenti la possibilità di un confronto più serrato con le amministrazioni comunali al fine di poter coordinare un gruppo di lavoro che lavori sulla individuazione dei progetti da presentare ad EIRE 2013 nell’ambito dell’iniziativa promossa dalla Regione Puglia alla quale ANCE Taranto ha aderito. (Quotidiano Italiano)

lunedì 11 giugno 2012

Cos'è il social housing?

Questa è una delle più "accattivanti" proposte del nostro sindaco per affrontare il problema della città vecchia e della periferia tarantina... Cerchiamo di capirne di più:

MILANO: LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING


Se da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione finanziaria e immobiliare, dall’altro a Milano tutto ciò che veramente serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti, dovuto al problema ormai cronico dell’errato funzionamento di scambi vetusti.

E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di “social housing” venduta al pubblico come prova della sensibilità dell’amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un’operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell’edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di “sovrapproduzione edilizia” nel settore lusso ed extralusso. Un’operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto.

Ma prima vediamo l’ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall’essere popolari.

Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c’è una sempre maggiore sintonia). L’iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell’Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta.

Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l’assessore milanese all’urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c’è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:

“Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente.

Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)?

I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare.

Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari.

Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini.

In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi.

Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”.

Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone!

E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie.

Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica).

Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie.

Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa”.

Fonte: http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/

mercoledì 7 settembre 2011

Giunta e regione comuniste serve dei palazzinari!

Taranto, anche affari immobiliari intorno al progetto del San Raffaele
di Massimiliano Scagliarini

Aspettando che la tavola venga apparecchiata, i commensali hanno già preso posto. E, per ora, pregustano: con l’operazione San Raffaele del Mediterraneo, infatti, a Taranto potrebbe partire la più grande operazione immobiliare del dopoguerra. Intorno all’area su cui dovrebbe sorgere l’ospedale negli ultimi 12 mesi sono già passati di mano, con modalità che la «Gazzetta» è in grado di documentare, oltre 6 ettari di suoli edificabili. Che sommati ai 15 ettari interessati dalla variante urbanistica e ad almeno altri 60 di proprietà dell’Ilva, quasi tutti destinati a case, conducono a un business da qualche centinaio di milioni di euro.
Ma che c’entra il nuovo ospedale San Raffaele con gli appartamenti? Nulla, appunto. Tuttavia la variante, che gli uffici della Regione stanno esaminando in queste settimane, è la scintilla che può innescare una reazione a catena: aree fino ad oggi abbandonate e inutilizzabili, nella difficile zona del «Paolo IV», saranno trasformate in un quartiere di lusso con ville e palazzine basse. Moltiplicando per cinquanta il valore dei suoli vicini, già tutti pronti per essere trasformati.
Al centro di questa storia c’è la Fintecna Immobiliare, la società che tre anni fa aveva offerto al Comune di Taranto di cedere gratuitamente le aree per costruire il nuovo ospedale. Gratuitamente, sì, ma in cambio della variante urbanistica con cui diventano edificabili gli altri 15 ettari che Fintecna possiede giusto a pochi passi dal San Raffaele. I costruttori tarantini, naturalmente, non sono rimasti a guardare. E hanno bussato alla porta della società pubblica, che tra marzo e novembre del 2010 ha ceduto altri 6 ettari di aree edificabili.
I primi 2,8 ettari se li è aggiudicati in marzo Mario De Sarlo, un imprenditore edile che negli ultimi tempi ha diversificato nel fotovoltaico. Il resto, a novembre, è andato a Paolo Ruta, il costruttore che sta tirando su Taranto 2, con ottime amicizie trasversali che partono però dal centrodestra. In totale Fintecna ha incassato un milione e duecentomila euro, vale a dire circa 20 euro al metro cubo: contro un prezzo di mercato che si aggira sui 50.
Parliamo, per intenderci, di aree per 200 appartamenti, che sommati ai circa 200 previsti grazie alla variante portano già a immaginare un nuovo quartiere destinato a un target medio-alto. Un business da 20-30 milioni di euro. Noccioline, se si allarga un po’ lo sguardo. Perché la gran parte dei suoli nella zona intorno al nuovo ospedale, parliamo di oltre 60 ettari, sono già da decenni destinati a ospitare case. Solo che fino ad ora non conveniva.
Il tesoretto è di proprietà dell’Iclis, sigla che significa Istituto per la casa dei lavoratori siderurgici: è una «società a responsabilità illimitata» (come si usava un tempo) che i padroni delle ferriere costituirono ai primi del ‘900. Oggi l’Iclis si è trasformata in una cooperativa che fa capo al gruppo Riva, quelli dell’Ilva, ed ha in pancia praticamente metà delle aree del quartiere Paolo VI, acquisite cinquant’anni fa quando l’acciaio era un industria di Stato. Erano terreni destinati a ospitare le case popolari per gli operai, ma ne è stata realizzatahttp://www.blogger.com/img/blank.gif solo una piccolissima parte. Se l’operazione San Raffaele andrà in porto, le aree varranno sul mercato non meno di 30 milioni di euro.
A chiudere il cerchio c’è il fatto che, giusto alcune settimane fa, Fintecna Immobiliare ha messo sul mercato un altro pezzettino del suo sterminato patrimonio: l’ex centro direzionale dell’Ilva che si trova giusto al di là della statale rispetto all’area del San Raffaele. Sono oltre 100mila metri quadrati, con quattro vecchi edifici abbandonati dal 1990 che però non traggono in inganno un occhio esperto. Su quell’area, piano regolatore alla mano, si possono realizzare non meno di 280mila metri cubi di direzionale, case e uffici in torri alte fino a 15 metri. Fanno, in termini economici, circa 50 milioni di euro, un investimento talmente importante da aver attirato l’attenzione dei gruppi nazionali. Un altro tesoretto che è stato nascosto sotto la polvere per vent’anni, aspettando un’occasione che si chiama ospedale. (GdM)

lunedì 4 luglio 2011

Città Vecchia: mo vida?


Ormai ridotta a relitto urbano, mentre il Comune di Taranto si affretta nascostamente a svendere a costruttori senza scrupoli la Città Vecchia in lotti pret-a-porter(che manco la vogliono regalata!); mentre si apre l'ennesima farsa della candidatura UNESCO; mentre ai cittadini di serie B dell'Isola, da decenni sono negati acqua potabile, nettezza urbana, sicurezza e pari diritti; ecco che la fanfara degli artisti vuole irrompere briosa d'estate, arte, musica e... movida (c'è mai stata a taranto una movida?)...
Per fortuna che ci sono gli artisti e i volontari a ricordarsi del nostro dinosauro millenario in decomposizione!!
Chissà che in mezzo alla gente, tra le solite frasi tipo: "io l'abbatterei tutta e ci farei ipermercati", "finchè ci vive questa gentaglia questo posto farà schifo", "io metterei loft per ricchi e risto-club aperti 24 ore", "io avevo un bisnonno che forse ci viveva, che miseria!", a qualcuno non passi davanti agli occhi la bellezza di una Signora Città ancora splendida, nonostante tutta la violenza subita; il fascino di una sparuta popolazione che ancora testimonia quello che noi siamo stati e la cultura del mare; la curiosità di un modo alternativo e socializzante di vivere senza misurarsi in base a scontrini e automobili... chissà!?
Intanto non mancherà il nostro sostegno all'arte tra la gente, così come non smetteremo mai di vigilare affinchè quel cumulo di tufi antichi non subisca più l'oltraggio dei più biechi, ignoranti interessi!
E che festa sia!!!


Progetto di recupero «Portiamo la movida nella Taranto vecchia»

«L’Isola... che vogliamo». Non è semplicemente un progetto per creare momenti di aggregazione in Città vecchia. È uno stile di vita e, nello stesso tempo, un modo di creare un circuito economico tra quei vicoli, croce e delizia per ogni cittadino di Taranto. Quest’idea segna un sentiero da percorrere per dimostrare che, oltrepassando il ponte girevole, di sera, ci si può divertire e ci possono essere momenti artistici di qualità. Il tutto senza far pagare. Pur essendo gratis, il circuito si alimenterebbe con i ricavi dei punti ristoro. Ma cosa chiede l’associazione culturale «Terra» promotrice di quest’iniziativa? Chiede al Comune di poter avviare un esperimento di movida utilizzando sia spazi all’aperto che alcuni edifici pubblici del Borgo antico (i due chiostri, quello di San Domenico e di San Michele; Palazzo Galeota e gli uffici del Risanamento Città vecchia). E lì, in quei luoghi, fare musica, teatro, arte nelle sue varie forme. Il Comune dovrebbe limitarsi a pulire la Città vecchia ed a garantire la vigilanza, la sicurezza, la viabilità.

Già ma quando quest’idea assumerebbe forma e sostanza? Questa movida tra i vicoli dovrebbe svolgersi il 27 luglio (il gran debutto) e poi nelle serate del 3, 10, 17, 24, 31 agosto ed il 6 e 13 settembre. In queste serate, in questi mercoledì, nel Borgo antico troveranno spazio anche le associazioni ambientaliste ed altre associazioni che potranno, tra un po’ di musica ed un film, ritagliarsi un ruolo in questo contesto così variegato. Il progetto è dedicato a Lucio Dione, l’imprenditore - ambientalista, tragicamente morto sul ponte girevole (fu investito mentre era sulla sua bicicletta) nella notte di Giovedì Santo. E il suo amore per la Città vecchia, le potenzialità che egli intravedeva tra quei vicoli e quei ruderi animano quest’idea che ora dovrà camminare sulle sue gambe. Questo progetto si regge e si alimenta su una sorta di protagonismo collettivo. Ognuno, secondo il proprio ruolo e le proprie competenze, offre ed offrirà il suo contributo.

Per questa ragione, l’elenco dei protagonisti (in genere da evitare perché tende ad annoiare) è d’obbligo. Serve a capire che questa volta «ci siamo chiesti - si legge nel progetto consegnato al sindaco Stefàno - non cosa Taranto potesse fare per noi ma cosa noi potessimo fare per Taranto». Ed allora, l’Isola che... vogliamo porta la firma di: Fabrizio iurlano (Enò); Toto Santacroce (presidente dell’associazione culturale Terra); Daniele Fusco (cinema Bellarmino); Alberto Durante (ingegnere e responsabile tecnico); Claudio Stola (geometra e responsabile tecnico); Lucio Dione; Attilio Monaco (Enò wine bar); Celeste Montorsi (d.j mod father group Taranto); Goffredo Santovito (mod father group Taranto); Lorenzo Giungato (organizzatore eventi); Alessandro Pisconti (musicista); Guido Balzanelli (d.j); Marco Del Vecchio (bikers); Vincenzo Saracino (organizzatore eventi hip pop, reggae, rap); Fido Guido (movimento rap,reggae Taranto); Ciro Merode (organizzatore eventi e concerti); Maurizio Vinci; Daniele Zampini; Fabio Dell'Erba (organizzatore eventi disco); Alex Campese (art-e'); Ettore Toscano (attore teatrale); Aldo Saracino (artista); Mel Peretto (sociologa); Er minio Biandolino(pittore); Luchino (art-e'); Clara Cottino (direttrice teatro Crest); Cristina Chirizzi (Teatro Crest); Marco Sebastio (addetto stampa); Ugo Lorusso (addetto stampa); Fabio De Fazio (organizzatore eventi); Marcolino (organizzatore eventi); Maurizio Minardi (organizzatore eventi); Pasquale Vadalà (scrittore); Domenico Ruggero (fotografo internazionale); Davide Intelligente (artista); Anna - maria Borsci (avvocato ed anbientalista); Alex Palmieri(dj); Luana Marturano(segreteria organizzativa); Francesco Dracca (responsabile artisti di strada); Massimo Raimondi (p.r); Enzo Enriquez (organizzatore eventi); Alberto Frangelli (organizzatore eventi); Gianluca Guastella (giornalista ed organizzatore di itinerari artistici); Angelo Candelli ( responsabile pubblicità); Andrea Fumarola (d.j); Monica Caradonna e Wemag (media partner); Marco Schnabl (musicista); Manolo Giuri (comunicazione faceb ook ); Roberta Villa (ambientalista); Daniela Spera (ambientalista); Alberto Dati (produttore musicale e d.j); Antonella De Fazio (responsabile associazione avvocati di strada). (GdM)

martedì 19 ottobre 2010

Città senza volto e senza storia


Un palazzo deturpato dalla "ristrutturazione".
Ciò che non si può speculare si vandalizza!

Il Palazzo Berardi non è un bene sotto tutela. Tuttavia, "fortunatamente" il progetto di sostituzione edilizia ( si voleva abbattere il palazzo ed edificarne uno di 7 piani, con facciata in stile...?...) ebbe uno stop nel maggio 2008 col parere negativo dell'arch. Ressa della "Soprintendenza per i beni architettonici e per il Paesaggio", al quale credo sia seguito un analogo provvedimento da parte della "Comissione Assetto del Territorio". Credo vi sia stato anche un ricorso al TAR da parte della proprietà, con esito negativo (vado a memoria). Durante questo ultimo passaggio erano stati montati i ponteggi e la ditta edile ha demolito cornicioni, parte dei balconi e (!!!) fregi e decori. Il tutto si è reso evidente dopo la rimozione dei ponteggi che è avvenuta in aprile-maggio (vado anche qui a memoria sulle date). Si sarà pure trattato di una messa in sicurezza della facciata... Così "una perla di civiltà urbanistica" come lo definì l'Arch. Ressa, ci ha rimesso giusto la faccia ! E' doveroso chiedersi se fosse proprio questo il modo giusto di operare. Nel marzo 2008 si mossero le Associazioni cittadine per fermare la demolizione con raccolta di firme e comunicati a mezzo stampa
M.C.

Gentile direttrice,
ho seguito con attenzione le vicende del palazzo di via Acclavio, civico 137, che si voleva demolire. Ricordo il sacco della città, la speculazione che non si arrestava davanti a nulla, il Borgo deturpato, il campanile del Duomo sostituito; perciò la presa di posizione di tanti cittadini a difesa di quell'immobile costituiva per me il segnale che c'è oggi una più diffusa attenzione per la difesa del bene comune. Ultimamente una ditta era stata incaricata di mettere in sicurezza i prospetti dell'edificio. Ma tolti i ponteggi, la sorpresa: una maschera, un telamone, una delle nicchie a valva che si alzano sulle finestre sono state danneggiate.
Non ci si venga a dire che erano elementi pericolanti, visto che non mostravano crepe, o che avrebbero potuto minacciare la pubblica incolumità, visto il loro scarso rilievo. Ma anche se così fosse stato, essendo elementi decorativi e quindi difficilmente ripristinabili, non esisteva altro modo di intervenirvi?
La mancata demolizione di quell'immobile avrà probabilmente fermato degli appetiti, e forse a ciò si collega la mancanza di alcune prese di posizione che sembrava logico aspettarsi. Logico chiedere al nostro giornalismo di fare luce sulle vicende di quel palazzo, che sembrano sempre più emblematiche dell'incontro tra il passato e il – forse – futuro della città.
S.D.R., Lettera al Corgiorno

mercoledì 24 marzo 2010

SALVIAMO LA MASSERIA SOLITO

UN EDIFICIO DEL 1600 E' A RISCHIO ABBATTIMENTO!

Sito nel quartiere Tre Carrare-Battisti (per vederla su Google Map clicca qui), a poche decine di metri dalla "Cripta del Redentore" il complesso edilizio oggi noto come le cui tracce risalgono agli inizi del '600, nel 1717 fu concesso in enfiteusi al reverendo Domenico Antonio Solito - illustre esponente del "Clero Tarantino" - alla cui famiglia rimase a lungo, fornendo il nome a tutta la contrada - prima di passare a Luigi Viola.
La Masseria Solito è fuor di dubbio un bene "storico - culturale" per la Città di Taranto, e come tale riteniamo che vada salvaguardata. Ma nel silenzio assordante di una Città distratta, nella quale vige la disinformazione, ieri è stata autorizzata proprio la demolizione di questo stabile.

Ci chiediamo perché si vuole demolire un "pezzo di storia" cittadino così, a cuor leggero, senza essersi posti il minimo dubbio di liceità. Come mai il suddetto complesso edilizio non è stato mai sottoposto alla CAT e dunque al Consiglio Comunale? Perchè questa masseria non ha avuto lo stesso trattamento riservato al palazzo di via Acclavio?
A nulla sono valsi gli appelli di consiglieri comunali, comitati, semplici cittadini che sono intervenuti, in più occasioni , per chiedere alle istituzioni preposte un intervento autoritario per fermare la scriteriata richiesta di demolizione della “Masseria SOLITO”, avanzata dagli attuali proprietari per procedere alla realizzazione di un fabbricato per civile abitazione. Anche se abbandonata ed ignorata da 30 anni, rimane pur sempre un importante "Sito Storico" di non trascurabile interesse. Occorre ricordare e ribadire che già nel 1996 era stato chiesto - senza risposta alcuna - l’intervento del Sindaco e della Sovrintendenza a protezione-tutela dello "storico reperto", atteso che come ribadito all’art.10 del recente Codice dei beni culturali, lo stesso è piuttosto un bene da tutelare, anche nel caso in cui non sia stato fatto oggetto di "procedimento di dichiarazione di interesse culturale" da parte della Sovrintendenza.
Ci auspichiamo che la locale Sovrintendenza vorrà quanto prima assumere le iniziative di propria specifica competenza, atteso che: "sono beni culturali oggetto di tutela" : <>.
Appare dunque e tra l'altro assolutamente inspiegabile che, si continui ad ignorare quanto disposto dal successivo art.. 21 "sono subordinati ad autorizzazione del Ministero":
a) la demolizione delle cose costituenti beni culturali, anche con successiva ricostituzione...
Nel ritenere che sia quanto mai opportuno garantire l'incolumità dell'intera struttura - rigettando ed non autorizzando progetti atti alla sua demolizione - invitiamo il Sovrintendente ad intervenire per "imporre d'ufficio" gli interventi conservativi previsti dall’art.33 del Codice dei beni culturali - interventi conservativi che si possono agevolmente realizzare atteso tra l'altro la possibilità del concorso pubblico alle relative spese.
Nell’auspicare che si proceda piuttosto ad un suo recupero funzionale destinandola pittosto ad un utilizzo sociale - culturale,

C H I E D I A M O

- al sig. Sindaco di sospendere ogni atto inerente l'inopinata - insana richiesta di demolizione;
- alla Sovrintendenza di voler considerare la possibilità di inserire il manufatto nell’elenco dei beni da sottoporre a TUTELA;
- al Difensore Civico di "DIFENDERE "... un bene di pubblico interesse e dunque COMUNE ... "anche se privato".
La Masseria potrebbe essere salvata atteso la rilevanza Storica e con l'ausilio di Enti e/o istituti privati ristrutturata e destinarla ad un uso d'interesse pubblico – sociale.
In una città che lotta per il diritto di vivere in un ambiente sano e in salute è quanto mai vitale preservare le alternative di sviluppo che offre il territorio e una fra queste è di certo lo sviluppo del turismo storico-culturale. La demolizione di questo edificio, anziché la sua restaurazione, è l’ennesima violenza su un territorio ricco di storia che ha già perso molto e non merita di essere colpito ancora.
Per ora questa richiesta è sostenuta da comuni cittadini non organizzati, dall'Osservatorio per la Legalità, dagli Amici di Beppe Grillo di Taranto, dal Comitato Cittadino Taranto Futura, dal comitato contro l'inquinamento Taranto libera, dal Comitato per Taranto. Chiunque voglia aggiungere il proprio sostegno può scrivere una mail a lastoriaditarantononsitocca@gmail.com. Se sarà necessario far partire una sottoscrizione ve ne daremo comunicazione.

martedì 8 dicembre 2009

Chi specula sull'ambiente a Roma?

Il mistero della Sogesid
Conflitto di interessi sulla delicata materia dei programmi sulle bonifiche in Sicilia.


Un altro italico caso di potenziale conflitto d’interessi. Che, stavolta, si consuma nelle stanze del ministero dell’Ambiente. Nel silenzio. Per l’ennesima volta, “controllore” e “controllato” vengono a sovrapporsi, se non addirittura a coincidere. Una coincidenza che questa volta riguarda la gestione dei fondi per la tutela dell’ambiente. Il soggetto competente a gestire gli interventi di bonifica e ripristino era, infatti, fino a due anni fa, il ministero. Poi, nell’Accordo di programma (11/2008) per gli interventi sul Sito di interesse nazionale “Priolo” (Siracusa), risulta che a gestire le sostanziose risorse finanziarie sarà la società in house del ministero, la Sogesid (art. 4 sui soggetti attuatori: il ministero si avvarrà della collaborazione della Sogesid, nonché di Ispra, Iss e Arpa Sicilia).
Il presidente della Sogesid è un noto avvocato di Siracusa ( feudo elettorale della Prestigiacomo), e uno dei componenti è il capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente. Una materia molto delicata, quella dei programmi sulle bonifiche. Che parte da lontano. L’Unione europea, per almeno 15 anni, ha discusso sul come rendere applicabile un principio centrale del Trattato: “Chi inquina paga” (art.174). Libro Verde e Convenzione di Lugano sulla responsabilità civile nel 1993, libro bianco nel 2000 e direttiva 35 del 2004. In Italia esistono 12mila siti inquinati e l’urgente necessità di intervento su alcuni di essi che costituiscono una minaccia per i cittadini e le risorse ambientali. La normativa italiana ha dunque recepito il principio del “chi inquina paga”, in base al quale il responsabile della contaminazione deve assumere l’onere della bonifica. Il ruolo dello Stato dovrebbe essere di tipo notarile (approvazione del progetto di bonifica).
Quasi sempre però accade che i responsabili degli inquinamenti non siano individuabili a causa di un’insufficiente normativa di applicazione. Lo Stato, allora, si assume il costo degli interventi di messa in sicurezza, disinquinamento e rispristino ambientale. Il risultato è che le aree subiscono interventi prevalentemente di messa in sicurezza, ma spesso vanno incontro solo al degrado. Le 50 aree di interesse nazionale che necessitano di interventi di bonifica urgenti (36 industriali, 8 discariche, 6 con inquinamento da amianto) coinvolgono 316 Comuni e circa 7 milioni di abitanti. Le risorse finanziarie stimate per la bonifica (relative a 41 siti) ammontano a circa 3 miliardi di euro. Spesso in ogni sito conta minato all’inquinamento del terreno e dell’atmosfera è associato quello della falda, dei corpi idrici e delle coste.
Gli interventi di bonifica e ripristino ambientale di Porto Marghera (VE), dei sedimenti lagunari e di aree inquinate ad esse collegate, hanno un costo stimato di oltre 750 milioni e interessano circa 480 ettari di canali. Nel Sulcis Iglesiente sono coinvolti 34 Comuni della provincia di Cagliari; il sito Napoli Orientale interessa 820 ettari di acque costiere. Gli interventi sull’area industriale e sulle discariche annesse di Manfredonia, in Puglia, interessano 8.600 ettari di mare, mentre le aree di Taranto e Statte riguardano 7.310 ettari di mare e 9.800 ettari di saline. La vera, prima opera pubblica di cui l’Italia avrebbe bisogno è quindi proprio questa: bonificare il territorio da decine di anni di sfruttamento e avvelenamenti. Ma sembra davvero una fatica di Sisifo. Innanzitutto, le risorse finora stanziate dallo Stato ammontano a meno di un quinto di quello che serve. Ma non è tutto.
L’ambiente diventa materia di un’ennesima, forse meno macroscopica ma ugualmente dannosa, strategia d’accentramento dei poteri. In due parole: un nuovo conflitto d’interesse. Dalla pluralità di incarichi svolti, infatti, il capo della segreteria tecnica del ministero è persona ubiquitaria e supercapace; è infatti anche avvocato in Roma, commissario all’emergenza idrica alle Eolie, membro del CdA di Sogesid e del CdA dell’Acea di Roma. Ed è verosimilmente prevedibile che anche le risorse per il dissesto idrogeologico saranno gestite da Sogesid. Un’altra dimostrazione della frantumazione delle regole e degli organismi di Garanzia. A perdere saranno solo l’ambiente e i cittadini portatori del diritto naturale alla salute.
Erasmo Venosi (Terranews)

lunedì 29 giugno 2009

Ignoranza e speculazione non guardano in faccia a nessuno!

La pratica è ormai prossima ad approdare in consiglio comunale. Sarà proprio l’assemblea dei consiglieri a decidere il destino di Palazzo Berardi, lo storico edificio sul quale incombono le ruspe. Il progetto presentato dalla società Lo. Co. Costruzioni prevede infatti la sua demolizione e la costruzione al suo posto di un palazzo di sette piani per civili abitazioni. L’altezza non dovrebbe discostarsi da quella attuale e la stessa società ha proposto una nuova versione del progetto con la facciata resa più simile a quella attuale. Anche la nuova declinazione non ha tuttavia superato l’esame della Soprintendenza, che ha già bocciato due volte il progetto. Il parere non è vincolante, ma certamente non ha lasciato indifferente l’opinione pubblica e gli stessi consiglieri comunali, divisi trasversalmente sul destino da assegnare ad una delle più originali testimonianze dell’architettura che si affermò a Taranto nei primi anni del ‘900.
Stretto fra due mostri partoriti dalla cultura delle brutture tipica degli anni ‘60-70, il palazzotto che fu della famiglia Berardi conserva ancora fregi, come talamoni e cariatidi, via via cancellati dagli attuali canoni estetici. Ma non è finita, perché all’interno, anche se ridotti a ruderi, ci sono ancora i locali che ospitavano vecchie botteghe artigiane, tipiche del Borgo del secolo scorso.
Quel palazzo, quindi, non è solo un esempio di stile ma è anche una testimonianza storica della Taranto che fu. Quella città operosa, pre-industriale, che non aveva ancora conosciuto i malesseri sociali provocati dal grande ma caotico sviluppo dell’industria e dell’urbanistica. Tutto questo potrebbe essere buttato giù, se solo il consiglio comunale dovesse dare il via libera al progetto di sostituzione edilizia. Purtroppo Taranto paga l’assenza di una vera politica di riqualificazione urbanistica, l’assenza di regole certe.(Tasera)

domenica 12 aprile 2009

Memoria corta...

Una petizione per fermare le ruspe in via Acclavio

«Salvare il Borgo, non toccare il palazzo di via Acclavio»: è questo il titolo di un manifesto per fermare il progetto di demolizione e ricostruzione dell’edificio al civico n. 139. In calce si contano oltre 380 firme. Primi firmatari sono Calogero Cangialosi, Luigi Maggi, Aldo Perrone. «Nel febbraio del 1982 — si legge nel documento — a Taranto si svolse una giornata in onore di Cesare Brandi, il grande critico e storico dell’arte che poco più d’una decina d’anni prima aveva contribuito fortemente a salvare Taranto vecchia dalle ruspe, quindi dall’abbattimento totale. In quell’occasione, attraverso il suo intervento, Taranto sviluppò anche il concetto fondamentale per la sua struttura, di essere una delle poche città italiane a non avere un solo centro storico, ma due: Città vecchia e il Borgo». «Purtroppo — prosegue il documento — dopo uno studio sulla salvaguardia del Borgo ed un certo rallentamento della distruzione dell’importante complesso umbertino, in progressione costante si assiste alla ripresa dell’attentato alla integrità di quest’importante complesso urbano. Nel caso di una reale fatiscenza di un palazzo si è svolto dapprima una sorta di “fascismo all’incontrario”: negli anni Trenta si cambiavano le facciate, ora si lasciano le facciate e si demolisce il corpo, incollandone uno nuovo alla facciata stessa». L’abbattimento dei palazzi rischia «di disarticolare totalmente quanto resta del reticolo umbertino, portando il Borgo a uno snaturamento che non sarà solo architettonico ma fra poco uno snaturamento del tessuto sociale». L’interrogativo: «Ma possibile che ancor oggi, anno 2009, una città italiana consideri sensato abbattere un palazzo dei primi decenni del secolo scorso? Ma il restauro, se ce ne fosse bisogno, non porterebbe nel tempo anche una rivalutazione del valore di questi immobili? Cosa spinge a chiedere, ma soprattutto a concedere queste autorizzazioni ai “rifacimenti”?». (ts)