Visualizzazione post con etichetta aqp. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aqp. Mostra tutti i post

lunedì 14 aprile 2014

La scoperta dell'acqua potabile (sprecata)

Acqua ad uso industriale, Amati: “Argomento a lungo sottovalutato”

“ACCORGERSI finalmente di un gravissimo problema è un grande risultato, a condizione che non si camuffi la realtà per ragioni politiche: sull’acqua del Sinni all’ILVA, la Regione Puglia combatte da quasi cinque anni un’accesa ‘battaglia’ per razionalizzarne l’uso, culminata con l’aumento per quattro volte delle tariffe – per generare la dissuasione sull’uso – e la successiva e vittoriosa controversia giudiziaria dinanzi ai giudici amministrativi.” Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, con riferimento alle dichiarazioni del coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto Angelo Bonelli, apparse oggi su alcuni quotidiani regionali.
“Sulla vicenda delle acque prelevate da ILVA dal Sinni, sul tentativo di rendere funzionale l’utilizzo dell’impianto Gennarini-Bellavista per sostituire l’acqua potabile con l’acqua ultraffinata negli usi industriali, sull’impresa di convogliare le acque del Sinni risparmiate nella diga Pappadai, sull’aumento del costo industriale dell’acqua a carico di ILVA e di tutte le industrie che la utilizzano (a scopo dissuasivo) e sulla necessità che la Regione Basilicata si decida ad esigere finalmente da ILVA il pagamento del costo ambientale per l’acqua prelevata, è consistita l’attività quasi principale dell’Assessorato regionale ai Lavori pubblici dal 2009 al 2013.
Prima del 2009 la Regione Puglia e la politica nazionale, regionale e locale, non possedevano nemmeno le informazioni sulle quantità del prelievo e sui costi a carico degli utilizzatori. Allo stato, invece, la Regione Puglia ha ricostruito (ed anche storicamente) l’intera vicenda, ha puntualizzato le quantità utilizzate, sostituendosi a volte anche ad altri enti (EIPLI) e istituzioni (Regione Basilicata), ha imposto (a volte con fare “ricattatorio”) l’aumento delle tariffe dei costi industriali dell’acqua (e della componente ambientale) in sede di Comitato di coordinamento Puglia-Basilicata, ha resistito ai plurimi giudizi dinanzi ai giudici amministrativi promossi da ILVA e preteso l’inserimento dell’argomento nell’AIA del 2012.

martedì 22 ottobre 2013

Glu glu glu

Aia Ilva, Legambiente Taranto: "Ilva usi le acque del depuratore anzichè quelle potabili"

Dopo l'accordo nel 2011 tra le regioni Basilicata e Puglia l'invaso Pappadai, nell’isola amministrativa di Taranto tra Monteparano e Fragagnano, è stato occasionalmente riempito con le acque del Sinni per consentirne il collaudo. Sino ad allora era stata un'incompiuta più volte citata in inchieste giornalistiche come simbolo nazionale di spreco di denaro pubblico.
Dopo l’avvenuto recente collaudo dell’invaso rimane il problema di fondo: il rifornimento di acqua. La questione è direttamente collegata alla vicenda Ilva. L'AIA del 2011, recependo le indicazioni della Regione Puglia, ha prescritto all'azienda l'uso dei reflui depurati ed affinati provenienti dai depuratori Gennarini e Bellavista in luogo delle acque del Sinni attualmente impiegate per il suo processo produttivo. In tal modo sarebbe liberata una portata d’acqua pari a 250 lit/sec. da destinare, secondo prescrizione, all'invaso Pappadai.
L'Ilva sinora si è sempre opposta a questa soluzione. Ha anche intentato un ricorso presso il Tar di Lecce, perdendolo. Per Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto, "è scandaloso che nonostante siano trascorsi i 24 mesi previsti dall'AIA, l'Ilva non si sia ancora adeguata a questa prescrizione e come il Governo non abbia agito d'autorità al riguardo".
Legambiente ritiene che l'invaso, oltre ad assolvere all'originaria funzione di erogatore di acqua per i terreni agricoli del circondario e dei comuni più prossimi del Salento, debba anche trasformarsi in riserva naturale. In tale direzione è impegnata con un gruppo di associazioni e comitati della provincia uniti in rete tra di loro per raggiungere l'obiettivo. Per Legambiente vi è comunque l'urgenza di garantire un maggiore controllo nel sito per impedire la caccia selvaggia attualmente praticata e l'abbandono di rifiuti. Occorre inoltre prevedere opere di forestazione per migliorare le peculiarità ambientali e paesaggistiche del luogo.
Secondo Leo Corvace, che sta seguendo la questione per conto del direttivo di Legambiente Taranto "l'invaso potrebbe inoltre risolvere in via definitiva anche lo spinoso problema dello scarico a mare dei depuratori. Nell'invaso potrebbero infatti confluire i reflui provenienti dai depuratori di Manduria e Lizzano, in conformità alle leggi in materia che ne privilegiano il riuso in agricoltura. La condizione è che questi reflui siano depurati ed affinati secondo la tabella 4 (quella più rigorosa) per non trasformare l'invaso in una cloaca".
In tal modo si chiuderebbe il cerchio. I reflui di Pulsano e Leporano dovrebbero infatti essere convogliati nel 2° seno del Mar Piccolo al termine dei lavori di ristrutturazione del nuovo depuratore e del Canale Maestro. Mentre quelli riversati a Lido Bruno dal depuratore Gennarini, con la prescrizione AIA verrebbero, come citato, utilizzati dall'Ilva. (Ecodallecittà)

mercoledì 15 maggio 2013

Ilva: sete insaziabile e braccino corto!

Ilva deve alla Basilicata 3,7 milioni per l’acqua

I lucani sono creditori dell’Ilva di Taranto di una somma che supera abbondantemente i tre milioni emezzo di euro. Dal 2009 a oggi, nonostante un’aspra polemica, la più grande acciaieria d’europa ha infatti «dimenticato » di versare alla Basilicata gli oneri ambientali collegati al consumo idrico dello stabilimento. Ma è ancora più incredibile che la Regione non abbia finora fatto nulla per recuperare quei soldi. L’Ilva di Taranto utilizza per i propri impianti circa 250 litri al secondo di acqua prelevati dall’invaso del Sinni. La «bolletta » vera e propria, che copre il costo industriale dell’acqua, viene incassata dall’ex Ente irrigazione e risulta regolarmente pagata. Ma l’accordo di programma tra Puglia e Basilicata prevede anche una componente ambientale, che ristora i lucani per il «disagio» e dovrebbe finanziare le opere di manutenzione e salvaguardia del territorio. Soldi che la Basilicata non incassa da anni, né - per quanto è stato possibile verificare - ha mai sollecitato: 707mila euro per il 2009, 594mila euro per il 2010, 703mila euro per il 2011. Dal 2012 la componente ambientale per l’uso industriale è stata incrementata di due volte e mezzo, a 20 centesimi al metro cubo: il totale dovuto dall’Ilva non è ancora stato determinato ufficialmente (dovrà farlo il Comitato di coordinamento dell’accordo di programma che dovrebbe riunirsi a giugno), ma si parla di circa 1,767 milioni. In totale fanno 3,7 milioni, dei quali 2 possono considerarsi già un credito certo.
L’incremento degli oneri ambientali fu richiesto dall’ex assessore pugliese ai Lavori pubblici, Fabiano Amati, come arma per indurre l’Ilva a non usare più l’acqua potabile accettando quella ultra-affinata che dovrebbe essere prodotta dall’impianto del Gennarini. L’Ilva ha impugnato invano al Tar sia la delibera con le nuove tariffe, sia l’Aia che tra le prescrizioni conteneva proprio l’obbligo a utilizzare acqua affinata. Tuttavia il «depuratore» (il termine è improprio) di Gennarini- Bellavista non è ancora stato realizzato, nonostante la Protezione civile abbia da anni messo a disposizione i 14 milioni necessari e Aqp abbia da tempo effettuato l’aggiudicazione provvisoria della gara: per gestire l’impianto, infatti, l’Acquedotto chiede un contributo pari a circa 1 milione l’anno, soldi che la Regione Puglia aveva chiesto all’Ilva ottenendo un rifiuto. (GdM)

lunedì 6 maggio 2013

Depuratore Gennarini: chi paga?

Nel processo per lo sversamento di acque reflue urbane sulla battigia, provenienti dall'impianto di depurazione Gennarini il pubblico ministero ha chiesto di condannare a sette mesi di reclusione tutti gli imputati.
Si tratta di funzionari dell'Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, di dirigenti del Comune di Taranto e di rappresentanti dell'associazione temporanea d'impresa affidataria del servizio di conduzione, controllo e custodia dell'impianto.
Legambiente, tramite l'avvocato Eligio Curci, si è costituita parte civile nel processo. Lo stesso ha fatto il Comune di Taranto, con l'avvocato Pasquale Annicchiarico.
Entrambe le parti civili hanno richiesto agli imputati un risarcimento  danni.
Prossima udienza il 7 giugno, per una vicenda che dura ormai da molti anni

giovedì 29 novembre 2012

Basta col vendolismo paroliere e truffaldino!


A un anno e mezzo dal referendum del giugno 2011, in Puglia, gli esiti referendari sono rimasti inattuati:
- l’Acquedotto pugliese è ancora una Società per Azione
- i cittadini continuano a pagare la remunerazione del capitale sulle tariffe.
Inoltre, scelte di politica aziendale fortemente centrate sulla riduzione dei costi operativi, dismissione del patrimonio e indebitamento paventano una possibile privatizzazione totale.

Il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”
adisce le VIE LEGALI contro AQP SpA
per la restituzione di quanto indebitamente percepito a causa del mancato rispetto degli esiti referendari
e lancia l’allarme PRIVATIZZAZIONE TOTALE
con il triplice evento E MO BASTA!
sabato 1 dicembre. davanti all’Acquedotto Pugliese (Via Cognetti, 36 a Bari)

ore 10.00 – inizio presidio
ore 10.30 – ASTA PUBBLICA. Battitore d’eccezione NICOLA PIGNATARO & C
ore 11.00 – Conferenza STAMPA
che avrà ad oggetto:
  • Presentazione delle azioni legali avviate contro AQP SpA per l’eliminazione del profitto dalla tariffa.
  • Informazioni per l’assistenza legale gratuita per tutti i cittadini che volessero fare ricorso per l’eliminazione del profitto dalle proprie tariffe.
  • Dati e informazioni sulla violazione del diritto all’acqua in Puglia e sul pericolo di privatizzazione totale che si paventa.
Sarà consegnato alla stampa materiale informativo e documentale.
Ore 11.30 – VOLANTINAGGIO A TAPPETO nel centro di BARI, per invitare i cittadini a fare ricorso contro AQP SpA per il rispetto dell’esito referendario e l’eliminazione del profitto dalle tariffe.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

sabato 14 luglio 2012

Riva ha finito di ubriacarsi con l'acqua da bere!

LA SENTENZA

L'Ilva perde la guerra dell'acqua
'No a quella potabile per l'acciaio'

I giudici del Tar bocciano il ricorso. Il siderurgico non potrà utilizzare per uso industriale l'acqua potabile del Sinni e del Tara, come fatto sinora, sottraendola di fatto ad altri scopi, come l'irrigazione in agricoltura

L'Ilva perde la "guerra dell'acqua". E' stato respinto, infatti, il ricorso presentato dall'azienda che contestava l'obbligo di utilizzare le acque provenienti del depuratore Gennarini- Bellavista. La disposizione era contenuta nell'Aia, l'autorizzazione ambientale integrata emessa dal ministero dell'Ambiente. Il siderurgico non potrà quindi utilizzare per uso industriale l'acqua potabile del Sinni e del Tara, come fatto sinora, sottraendola di fatto ad altri scopi, come l'irrigazione in agricoltura. I giudici amministrativi di Lecce hanno ritenuto legittima la prescrizione richiesta dalla Regione Puglia, di obbligare l'Ilva, entro 24 mesi, alla predisposizione di un
sistema di distribuzione interna, al fine di utilizzare nei propri impianti produttivi, e prioritariamente, le acque affinate degli impianti reflui civili di Taranto Gennarini/Bellavista, secondo accordi da stipulare con la Regione Puglia, che disciplineranno le modalità di gestione degli impianti e la relativa contribuzione annuale fissa al costo di gestione a carico di Ilva. Lo si legge in una nota firmata dall'assessore regionale Fabiano Amati.

"La sentenza del Tar Lecce - ha commentato l'assessore - affferma un principio di migliore utilizzo della risorsa idrica, per preservarla prioritariamente agli usi potabili. Devo sinceramente dire, che reputo utile che sull'argomento siano stati interpellati i giudici
amministrativi, perché oggi ci vediamo restituire uno statuizione di
principi idonea a chiarire un contesto normativo ed amministrativo oggettivamente complicato e controverso. Non nascondo tuttavia - ha concluso Fabiano Amati - che la decisione interviene in un contesto storico in cui i timori del rischio siccità appaiono più che fondati anche rispetto al 2004, quando il Commissario delegato per l'emergenza idrica in Puglia, aveva previsto il completamento del progetto dell'utilizzo industriale Ilva delle acque reflue di Taranto, al fine di riservare all'uso potabile ed irriguo le acque del Sinni e del Tara, il cui prelievo da parte di Ilva, ad oggi, è di 250 litri al secondo, immettendo nel ciclo produttivo, in termini sostitutivi, le acque reflue civili dopo l'apposito trattamento di ultra affinamento." Il Tar ha ritenuto legittimo l'ulteriore obbligo a carico dell'Iilva di predisporre, entro sei mesi dal rilascio dell'Aia, uno studio di fattibilità finalizzato a  ridurre il prelievo primario del 20% entro 3 anni e del 50% entro la scadenza dell'Aia, mediante il riuso delle acque dolci usate nel ciclo produttivo e attraverso il riutilizzo delle acque degli impianti di trattamento reflui civili della zona, secondo accordi da stipulare con la Regione, compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa  conforme alle esigenze di utilizzo.

La motivazione di legittimità posta a fondamento del rigetto del ricorso, nella parte relativa alle prescrizioni sull'approvvigionamento idrico dell'industria siderurgica tarantina, è relativa al "potere della Regione di incentivare il risparmio delle risorse idriche ha ora un esplicito riferimento nell'art. 99, secondo comma, del d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, per il quale: "Le regioni, nel rispetto dei principi della legislazione statale, e sentita l'Autorità di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti, adottano norme e misure volte a favorire il riciclo dell'acqua e il riutilizzo delle acque reflue depurate". A sua volta il D. M. 12 giugno 2003 n. 185, richiamato nella prescrizione impugnata, ha dettato norme tecniche "per il riutilizzo delle acque reflue domestiche, urbane ed industriali attraverso la regolamentazione delle destinazioni d'uso e dei relativi requisiti di qualità, ai fini della tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche, limitando il prelievo delle acque superficiali e sotterranee, riducendo l'impatto degli scarichi sui corpi idrici recettori e favorendo il risparmio idrico mediante l'utilizzo multiplo delle acque reflue" (art. 1, primo comma).

Tenuto conto del quadro normativo sommariamente delineato, la prescrizione con cui si favorisce l'uso delle acque affinate dell'impianto Gennarini/Bellavista si dimostra legittima e ragionevole, dal momento che viene accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all'attività produttiva, poiché l'utilizzazione delle acque non è prevista in via esclusiva (bensì "prioritariamente"), a seguito di accordi con la Regione Puglia (nei quali dovranno trovare adeguata considerazione tutte le ragioni rappresentate dall'Ilva, compresa la questione relativa alla realizzazione delle tubature di adduzione) e, soprattutto, "compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo" (così da salvaguardare le necessità tecniche di un approvvigionamento idrico idoneo al processo produttivo). Negli stessi termini del previo accordo con la Regione e della compatibilità con le esigenze di utilizzo si esprime la prescrizione (...) del parere istruttorio (che onera Ilva di predisporre uno studio di fattibilità finalizzato a ridurre il prelievo  primario)"(Giovanni di Meo - La Repubblica Bari)

venerdì 23 marzo 2012

Un bilancio... idrico regionale

Comunicato stampa

Rispetto alla sentenza della Consulta del 21 marzo, pur riservandoci di esprimerci nel merito, come sempre dopo un’analisi approfondita e dettagliata della stessa, riteniamo di dovere chiarire alcuni punti essenziali.

  1. La Consulta non ha bocciato la ripubblicizzazione del Servizio Idrico.
  2. La Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge del governo pugliese, rimarcando le numerose incongruenze giuridiche. L’acquedotto pugliese SpA non è mai stato trasformato in un soggetto pubblico come la sentenza stessa dichiara.
  3. Gli aspetti della norma dichiarati incostituzionali sono, in larga parte, riconducibili agli articoli licenziati dalla Regione Puglia, difformi dal testo originario elaborato con il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”–Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua a fine 2009 con il contributo di esperti costituzionalisti.
  4. Fondamentale errore di carattere giuridico da parte del Governo regionale è stato quello di eliminare la definizione di servizio idrico come “servizio pubblico locale di interesse generale, privo di rilevanza economica”, attribuendo così automaticamente (ai sensi dell'art. 117 della Costituzione) la competenza in materia al Governo nazionale.
  5. Inoltre, uno dei passaggi "imputati" è quello nel quale si dichiara che "Il servizio idrico integrato della Puglia è affidato a un’azienda pubblica regionale che realizza la parte prevalente della propria attività con l’ente pubblico che la controlla", accezione che è propria del regime di una SpA in house non di un soggetto di diritto pubblico!

Per un raffronto fra il disegno di legge licenziato dal tavolo tecnico congiunto (fra Comitato Pugliese-Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e Governo della Regione Puglia) con la legge approvata dal Consiglio regionale il 14 giugno 2011, si rinvia alla valutazione diffusa dal Comitato pugliese nel mese di giugno 2011 http://www.lacquanonsivende.blogspot.it/2011/06/comunicato-stampa-valutazioni-sulla.html, nella quale si mettono in evidenza le forti contraddizioni sui contenuti, oltre alle perplessità sulle modalità e i tempi dell’approvazione del Disegno di Legge http://www.lacquanonsivende.blogspot.it/2011/06/lettera-al-governo-regionale-su-legge.html.

Più volte il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha chiesto direttamente al Presidente della Regione Nichi Vendola e all’Assessore alle OO. PP. Fabiano Amati un confronto che, fra le altre cose, scongiurasse i rischi di illegittimità che si andavano profilando al quale, però, il Governo regionale si è sottratto, rivolgendo al Comitato in risposta solo gravi insinuazioni. http://www.lacquanonsivende.blogspot.it/2011/06/ass-amati-gravi-insinuazioni-contro-il.html http://www.lacquanonsivende.blogspot.it/2011/06/puglia-da-assessore-amati-affermazioni.html

Sono, purtroppo, intempestive le recenti scuse http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&opz=display&id=12604 e, soprattutto, non sufficienti a cancellare i danni prodotti anche a causa della mancanza di ascolto, confronto e interlocuzione.


Perché si scrive Acqua e si legge Democrazia.

Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum dei Movimenti per l’Acqua

giovedì 22 marzo 2012

Giornata mondiale dell'Acqua... e Consulta infelice...

La Puglia dei movimenti si attiva a Bari

Aqp, la Consulta boccia la legge di Nichi No alla norma per la ripubblicizzazione

Accolto il ricorso del governo contro il provvedimento approvato poco dopo il referendum sull'acqua
Scarica la sentenza della Corte Costituzionale


In occasione della Giornata Mondiale sull’Acqua del 22 marzo, istituita dalle Nazioni Unite, il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, organizza una giornata di mobilitazione e sensibilizzazione sulla campagna di “Obbedienza Civile – Il mio voto va rispettato” e

Convoca una CONFERENZA STAMPA alle ore 11.00, davanti alla sede centrale dell’Acquedotto pugliese SpA (Via Cognetti, 36 – Bari),

alla quale prenderanno parte anche gli EE. LL. (Comuni di: Bari, Villa Castelli, Modugno, Giovinazzo, Laterza, Grumo Apula, Binetto, Lequile, Altamura, Mola di Bari, ecc.) e le associazioni dei consumatori (Movimento Consumatori, Unione Nazionale Consumatori, Adiconsum, Unicons, Confconsumatori, Movimento Difesa Cittadino, Lega Consumatori) che hanno aderito alla campagna in oggetto e che illustreranno gli impegni pratici assunti e i primi risultati conseguiti;

e INVITA LA CITTADINANZA

a recarsi presso il banchetto del Comitato pugliese, sempre davanti alla sede centrale dell’Acquedotto pugliese SpA

dalle ore 11.00 alle ore 16.00

per firmare la propria lettera di reclamo/diffida, affinché l’esito referendario sia rispettato e venga eliminato il profitto dalle tariffe.

Le lettere di reclamo/diffida saranno consegnate all’Acquedotto pugliese, nella stessa giornata.

Il video spot (52 secondi) "22 marzo. Campagna di Obbedienza Civile” è disponibile al link: http://www.youtube.com/watch?v=-zPR-q_5e6g&feature=youtu.be. Comunica la tua adesione alla campagna "Obbedienza Civile - Il mio voto va rispettato" a: segreteriareferendumacqua@gmail.com

Scarica, stampa e diffondi il volantino, la brochure e la lettera di reclamo/diffida direttamente dal blog www.lacquanonsivende.blogspot.com alla voce MATERIALI “Obbedienza Civile”

Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” - Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

venerdì 2 marzo 2012

Ilva e WWF a Taranto

COMUNICATO STAMPA
SEMPRE ALTA L’ATTENZIONE SULL’ILVA DI TARANTO


La grande industria a Taranto ha un impatto rilevante sulla salute umana e sull’ambiente. L’inquinamento industriale ha influito negativamente sull’agricoltura, sull’allevamento di bestiame, sull’ittiocoltura e sull’economia della città. L’anno scorso migliaia di capi di bestiame furono abbattuti perché intossicati dalle diossine, per non parlare delle tonnellate di cozze distrutte per lo stesso motivo.

ANCORA UN INCIDENTE
Martedì 26 Febbraio un nostro attivista ha segnalato un enorme incendio all’Ilva di Taranto, percependo la gravità della situazione dall’enorme nube di fumo che si alzava, visibile da tutta la città ed oltre. Il forte vento di tramontana ha portato i fumi sull’abitato, provocando malori e disturbi respiratori, verificabili dagli accessi al pronto soccorso. Le dichiarazioni dell’Ilva parlano di non pericolosità dell’incendio in termini di tossicità del materiale bruciato in quanto il trasformatore incendiato era a olio vegetale. Premesso che le centraline di rilevamento di Pcb (in realtà si tratta di IPA, n.d.R.), come riportato da i giornali, hanno registrato un notevole aumento di policlorobifenili nell’area industriale, è lecito chiedere più trasparenza e soprattutto informazioni più dettagliate e meno vaghe sull’incidente accorso. Questo indipendentemente dalle sostanze incendiatesi. Sottolineiamo che l’evento è un chiaro avvertimento della pericolosità insita in tali strutture industriali obsolete e con un grande impatto ambientale. Taranto è un sito ad elevato rischio ambientale e pertanto i cittadini hanno il diritto di essere avvertiti di eventuali pericoli. Chissà se esiste un piano di emergenza in caso di incidente rilevante, crediamo che sia il caso che gli organi compenti (come la protezione civile e la prefettura) debbano affrontare con urgenza le criticità derivanti dallo sprigionamento di una nube nera come quella sprigionata due giorni fa.

IL RICORSO DEL WWF
Il WWF Italia ha depositato nelle settimane scorse un ricorso avverso l’autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.) rilasciata dal Ministero dell’Ambiente a favore dell’Ilva di Taranto.
Atto dovuto non solo per rispondere alle doglianze presentate dalla società del Gruppo Riva a fine 2011 (che richiede un’ulteriore riduzione delle già esigue prescrizioni contenute nell’A.I.A.), ma anche per contestare la competenza e il merito dello stesso provvedimento ministeriale.
Nel pieno rispetto dei principi di precauzione, integrazione ambientale e dell’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, la nostra associazione ha richiesto, infatti, un concreto abbattimento delle emissioni prodotte dalle cokerie tarantine, un campionamento continuo e “a monte” della produzione di diossina, nonché ulteriori, più incisive, prescrizioni a tutela della salubrità ambientale della città di Taranto e della regione tutta.
All’insufficienza delle attuali prescrizioni, il WWF Italia ha inoltre rilevato l’ambiguità di un provvedimento emanato direttamente dal Ministro (all’epoca dei fatti l’On. Prestigiacomo) sulla scorta di un parere elaborato da tecnici nominati dal Ministro stesso. Un preoccupante paradosso legislativo che mina non solo la coerenza dell’A.I.A. rilasciata all’Ilva ma la trasparenza di tutte le scelte ministeriali in materia di ambiente.
“Il nostro auspicio è quindi quello che queste eccezioni processuali possano non solo scaturire in prescrizioni in grado di rispondere alle già acclarate problematiche ambientali, - ha dichiarato il Presidente del WWF Puglia avv. Antonio de Feo - ma anche richiamare l’attenzione ad una maggiore oggettività e coerenza dei procedimenti amministrativi che interessano l’ambiente in senso lato, i nostri ambienti di vita e quindi la nostra salute”.

L’IMPEGNO DEL WWF TARANTO
Il WWF Taranto segue la vicenda nel 2008, apportando un supporto fondamentale alla formazione di accordi trasversali con altre realtà del territorio. Un riconoscimento di questo impegno è stato l’invito della Regione Puglia al tavolo di discussione della Legge Regionale per contenere le emissioni di benzo (A) pirene, occasione in cui è stato consegnato un documento importante per il proseguo dell’iter legislativo.

-----------------
Alcune precisazioni sull'incidente da Peacelink:

Il trasformatore non conteneva PCB (vietato) ma conteneva liquido dielettrico (olio naftenico paraffinico) che sulla base dei dati Minambiente (http://www.dsa.minambiente.it/SITODESC/Show.aspx?Id=887) risulta associato alle seguenti FRASI DI RISCHIO:

Codice Descrizione
R45 Può provocare il cancro.
R46 Può provocare alterazioni genetiche ereditarie.
R65 Nocivo: può causare danni ai polmoni in caso di ingestione.

Si sono disperse 38 tonnellate di questo olio, in parte bruciate e in parte finite nella fogna, forse sono già arrivate in mare.

Ecco come l'Ilva ha comunicato questo incidente:
"Incendio sottostazione elettrica Tubificio ERW
Non si registrano conseguenze agli operatori
Questa pomeriggio, intorno alle ore 15:00 circa, è avvenuto nell’Area Tubificio ERW dello Stabilimento Ilva di Taranto, in una sottostazione di traformazione elettrica, un incidente che ha generato un incendio prontamente gestito dall’intervento dei Vigili del Fuoco di Stabilimento.

Da una prima ricostruzione dei fatti la messa in funzione di un nuovo trasformatore elettrico determinava un’anomalia impiantistica innescando un'incendio che si limitava al solo trasformatore. Si precisa che il trasformatore era di nuova concezione ad olio minerale senza presenza di PCB. L’intervento tempestivo degli operatori addetti all’emergenza presenti, con la successiva collaborazione dei Vigili del Fuoco di Stabilimento, riportava la situazione alla normalità. Non si registrano conseguenze al personale presente, ne si segnalano particolari situazioni di pericolo. La produzione dello stabilimento non è stata interessata dall'accaduto. Nei prossimi giorni l'Ilva insieme ai sindacati e alle autorità preposte valuterà le effettive dinamiche dell'incidente e le relative cause."
http://www.ilvataranto.com/comunicatostampa/200/Incendio_sottostazione_elettrica_Tubificio_ERW

Scrive che il trasformatore "era di nuova concezione ad olio minerale senza presenza di PCB".
Ma ha taciuto che ci fossero sostanze cancerogene e mutagene nel fluido dielettrico.

Qui il comunicato ANSA con l'informazione di PeaceLink:
"INCENDIO A ILVA TARANTO; PEACELINK AD ARPA,OLIO CANCEROGENO?
(ANSA) - TARANTO, 1 MAR - L'associazione ambientalista Peacelink ha inviato al direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, una richiesta di informazioni sul liquido contenuto nel trasformatore che martedì scorso ha preso fuoco all'Ilva di Taranto, e in particolare se sia cancerogeno e mutageno e se quanto è finito nella rete fognaria possa avere effetti cancerogeni e mutageni.
Nella lettera Peacelink chiede inoltre se ammonti effettivamente a 38 tonnellate la quantità di olio minerale del trasformatore incendiatosi e quanta parte sia andata dispersa nell'ambiente, se sia olio naftenico e paraffinico e se sia stato analizzato dall'Arpa. In particolare, poi, Peacelink chiede se "nella scheda di sicurezza del liquido che i lavoratori hanno diritto di consultare - in base alle normative vigenti sulla sicurezza - appaiano le frasi 'può provocare il cancro' e 'può provocare alterazioni genetiche ereditarie'". Infine l'associazione chiede all'Arpa se l'Ilva abbia rispettato la norma relativa alla 'valutazione dei rischì e se nel documento di valutazione dei rischi dell'Ilva ci sia l'informazione ai lavoratori sulla possibilità che quell'olio possa provocare il cancro. Peacelink sottolinea che le richieste non intendono generale allarme nè vogliono essere critiche all'operato dell'Arpa, ma sono ispirate dal 'principio di precauzione. (ANSA)."
http://lists.peacelink.it/news/2012/03/msg00001.html

Concludendo: è finito in ambiente linquido contenente sostanze MUTAGENE e CANCEROGENE e nessuno sta facendo probabilmente nulla (perché non lo sa) per fermare questo olio che sfocia in mare dalla fogna. Chiediamo che Arpa e Asl facciano una comunicazione ad Aqp.

martedì 3 gennaio 2012

Debiti e sete: fuori uno?

Sì di Puglia e Basilicata: Addio all’Ente Irrigazione

Agli albori della Repubblica, nel 1947, era stato creato per portare l’acqua alle campagne della Puglia sitibonda. Ma nell’ultimo trentennio l’Ente Irrigazione è diventato uno dei simboli della tendenza, tutta italiana, a creare carrozzoni per poi riempirli di debiti: costruite le dighe, fatte le condotte, l’ente non aveva più ragione di esistere.
A cancellarlo ci avevano provato invano almeno sette governi (tre volte Berlusconi, D’Alema, Ciampi e Dini), e naturalmente se n’è accorto pure Mario Monti che con l’ultima finanziaria ha fissato l’ultimatum al 30 giugno. Ma stavolta Puglia e Basilicata sono arrivate prima, e nonostante certe incredibili resistenze dall’interno (il commissario Saverio Riccardi si è appellato persino al mitologico senatore Emilio Colombo, perché fermi una «soppressione troppo frettolosa») l’accordo è ormai stato trovato: tra breve l’Eipli finirà in archivio.
L’intesa di massima è stata raggiunta a dicembre, nell’ultima riunione del comitato di sorveglianza dell’accordo di programma sulle risorse idriche. E si riparte proprio da Acqua spa, la società creata dalla Basilicata per gestire i grandi schemi idrici, cui la Puglia ha già deciso di aderire fin dal 2008. Il progetto di far traslocare le competenze dell’Eipli in Acqua spa infatti non è nuovo, ma stavolta alla volontà politica delle Regioni ha fatto seguito l’incarico ai ai tecnici delle rispettive autorità di bacino che stanno compiendo l’analisi della situazione attualmente esistente.
«Aspettiamo gli esiti - dice l’assessore pugliese ai Lavori Pubblici, Fabiano Amati - ma c’è grande sintonia con la Basilicata. Con il governatore De Filippo ci siamo lasciati con un’intesa: si ricomincia da dove abbiamo lasciato, disponibili a rivedere le decisioni prese all’epoca per renderle più compatibili con lo stato dell’arte».
Lo stato dell’arte è questo. L’Eipli ha 130 dipendenti e un «buco» reale di 100 milioni di euro. Oggi si occupa di gestire tre schemi idrici (Basento-Bradano, Ofanto e Jonico-Sinni) che comprendono dighe e condotte: i suoi clienti sono i due acquedotti (Aqp e Acquedotto Lucano), l’Ilva e i consorzi di bonifica, con questi ultimi che - a loro volta in deficit nero - non pagano le bollette da decenni. Puglia e Basilicata sono pronte a farsi carico dei posti di lavoro («Saranno salvaguardati»), della gestione ordinaria e di parte dei debiti, ma chiederanno al ministero dell’Agricoltura che mantenga l’impegno a erogare i 30 milioni di euro promessi nell’ambito dell’ultimo piano di risanamento.
L’ente non ha solo debiti, ma anche proprietà (molti impianti e le tre sedi di Bari, Potenza e Avellino) che comunque non basteranno a colmare il buco. Bisognerà investire capitali freschi, anche a fronte di una revisione delle tariffe: la Puglia spinge affinché i consorzi di bonifica (cioè l’agricoltura) paghino un po’ meno (purché paghino), a fronte però di un sensibile aumento di costi per gli utenti industriali. Con l’obiettivo evidente di spingere l’Ilva a non utilizzare più acqua potabile (250 litri al secondo) ma acqua depurata.
«L’importante - conclude Amati - è fare in fretta, perché è importante assumere la gestione nello spirito della razionalizzazione e dell’efficienza. È l’ultimo tassello nel processo di semplificazione ed efficienza cominciato con l’accordo di programma e continuato con la scissione degli acquedotti. Ed è un grande investimento sulla nostra capacità di autogestirci come regioni meridionali». (GdM)

mercoledì 2 novembre 2011

Cacca o che?

Sversamento in Mar Grande, nuovo allarme delle eco-sentinelle. La denuncia di AltaMarea

Comunicato stampa di AltaMarea contro l’inquinamento
Bella giornata autunnale, cielo sereno, niente piogge da parecchi giorni, eppure alle 9,30 è scattato l’allarme per un putrido, maleodorante sversamento a Mar Grande dallo scarico a mare in corrispondenza di via Crispi, proprio lì dove c’è la bella sede dell’Acquedotto pugliese con un grande schieramento di auto aziendali in sosta. E’ l’ennesimo incidente che si verifica in quel tratto della fognatura, è l’ennesima segnalazione che le tenaci eco-sentinelle fanno ad AltaMarea, è l’ennesima sollecitazione che AltaMarea rivolge a AQP, Comune di Taranto, ARPA Puglia, ASL/TA, Procura della Repubblica perché affrontino con decisione questo annoso problema.
Abbiamo perso il conto delle firme apposte sui verbali delle forze dell’ordine intervenute nelle precedenti occasioni. A suo tempo i militari intervenuti ci avevano garantito che tali verbali sarebbero giunti sui tavoli delle autorità competenti. Non è successo niente. Forse proprio per questo “non succede mai niente” che stamane le nostre telefonate ai vari centralini per l’emergenza ambientale non hanno avuto alcun esito: non è intervenuto nessuno. Abbiamo visto solo due automezzi di un’impresa “stiamo lavorando per l’AQP” in sosta nei pressi della botola di accesso alla fognatura proprio sotto gli uffici dell’AQP, abbiamo tentato di avere informazioni da uomini in tuta gialla che si adopravano lì intorno, manco l’ombra di un funzionario AQP uscito dalla porta girevole degli uffici a vedere cosa stava succedendo lì sotto, su impianti di cui sono responsabili.
Tutto è finito intorno alle 10,30, pronti per un altro spettacolo. In Mar Grande è stata immessa una grande quantità di liquido puzzolente che sì è rapidamente diluito, subdolamente occultato, ma comunque presente e pericoloso. Come commentare l’accaduto? Possibile che nessuna autorità senta il dovere di indagare, capire cosa accade su quell’impianto anche in giornate in cui è risibile la storiella del troppo pieno provocato dalle piogge? Possibile che, nelle more dei provvedimenti definitivi, nessuno provveda a far mettere dei sistemi di video sorveglianza per segnalare immediatamente l’incidente? Possibile che nessuno imponga all’AQP di chiudere con cemento armato quegli scarichi a mare, a qualunque costo?
Tocca ai cittadini ricordare alle autorità che si sta cercando una soluzione a Mar Grande del problema della mitilicoltura scacciata da Mar Piccolo mentre nulla viene detto o fatto per risolvere il problema degli scarichi fognari a mare che aggravano la già grave situazione dell’inquinamento anche di Mar Grande certificato da ISPRA? Cosa si aspetta per dire la verità ai cittadini di Taranto? Devono tenersi l’AQP e i moloch industriali così come sono e devono perdere anche la speranza di vedere migliorata la qualità dell’aria, dell’acqua e della terra su cui vivono?

sabato 29 ottobre 2011

FOSSE VERO!!!

Uso di acqua potabile all'Ilva, tariffe quintuplicate per lo spreco
Scatta la linea dura dopo i tentativi falliti con l'acciaieria di Taranto per l'utilizzo di fonti di approvvigionamento alternative. Sconto per i contadini

Uso di acqua potabile all'Ilva tariffe quintuplicate per lo spreco Lo stabilimento Ilva di Taranto
Ilva con le spalle al muro. Sarà costretta a pagare di più, molto di più, per l'acqua potabile che da sempre continua a consumare perché l'acciaio sia raffreddato. La "revisione del modello tariffario" stabilita dall'assessore della giunta Vendola Fabiano Amati d'intesa col governatore della Basilicata Vito De Filippo, scatterà a partire dal 2012, quando l'aumento sarà del 250 per cento; per il 2013, del 400 per cento; il rialzo del 2014, toccherà quota 500 per cento. A conti fatti, la più grande azienda siderurgica d'Europa dovrà tirare fuori dalla tasca nei prossimi tre anni tra i 6 e i 12 milioni di euro. Come stanno le cose, invece, versa nelle casse lucane per il prelievo di 250 litri al secondo dall'invaso del Sinni, circa 2 milioni 500mila euro.
Amati spiega così il pugno di ferro: "La mia priorità è dare da bere ai pugliesi. Ecco perché recuperare 250 litri al secondo non è come svuotare il mare con un cucchiaio. Parliamo piuttosto, di una vera e propria valanga d'acqua che sarebbe custodita all'interno della diga Pappadai tirata su nel Tarantino e per la cui realizzazione abbiamo investito diversi miliardi, ma che rischia di diventare la classica cattedrale nel deserto". Sì, insomma, ancora non funziona perché il negoziato con il gruppo Riva segna il passo e, alla fine, si arena.
Era da un paio d'anni che Amati tentava di fare scendere a patti il colosso della siderurgia. Tutto inutile. Dal quartier generale dei Riva
a Taranto, avevano fatto sapere che si trattava di una buona idea. Ma niente di più. L'assessore racconta: "Avevamo proposto ad Ilva di utilizzare il GennariniBellavista, un depuratore che avremmo realizzato a spese della collettività nel capoluogo ionico e che sarebbe stato affidato alle cure di Acquedotto pugliese. La stessa Ilva tuttavia, si sarebbe fatta carico di provvedere ai costi di gestione dell'impianto adoperato per il "riciclo" dell'acqua. In questo caso avrebbero sostenuto un esborso di poco superiore al milione di euro".
Fra lettere formali e chiacchiericci, la trattativa va avanti dal mese di ottobre del 2010. Ieri, la spallata: il comitato di coordinamento per l'accordo PugliaBasilicata, a Potenza decide il giro di vite. Risultato: s'impenna alle stelle il prezzo dell'oro blu, ma solo quello destinato all'uso industriale; cala quello per l'uso agricolo, meno 25 per cento.
Amati non ha dubbi: "Andiamo verso un governo più sostenibile delle risorse idriche soprattutto attraverso azioni di riduzione degli sprechi e dei consumi, senza dimenticare le questioni legate al recupero e al riuso. Quanto alla componente industriale che appare penalizzata, speriamo che il ritocco di questo tributo stimoli il ricorso a fonti di approvvigionamento alternative quali il riutilizzo delle acque reflue affinate". (Repubblica Bari)

martedì 28 giugno 2011

Vendola rinnega la legge diossina e il referendum acqua!

Puglia, Nichi Vendola rinnega il referendum sull'acqua: no al taglio del 7%

Nessun taglio del 7% sulle tariffe dell’acqua. E’ un po’ sconcertante la posizione presa da Nichi Vendola Governatore della Puglia a proposito della gestione dell’acqua pubblica a pochi giorni dalla vittoria schiacciante dei SI al referendum abrogativo. Ma anche in merito all’Ilva di Taranto.

Andiamo con ordine e partiamo dal documento audio di Radio Radicale registrato il 18 giugno scorso all’Assemblea nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, in cui tesualmente Vendola dice (tra il min. 36 e il min. 40):

50 litri di acqua gratis per me significano 80milioni di euro di debiti fuori bilancio, sono una tragedia in una Regione che non ha un goccio d’acqua. L’acquedotto pugliese ha 21mila chilometri di rete senza una montagna, un fiume, un goccio d’acqua. Sono problemi che vanno valutati con un po’ meno di isteria ideologica. Altrimenti c’è sempre l’idea che c’è chi preferisce perdere bene piuttosto che vincere anche nelle considerazioni reali di una battaglia. Il minoritarismo è una brutta malattia e bisogna combatterlo sempre. E una forma di inquinamento. Minoritarismo e opportunismo sono due facce della stessa medaglia troppo spesso. Aver costruito la legge avanzata sulle diossine ha rappresentato un boomerang. Passare da 9 nanogrammi di diossine e furani a 0,4 nanogrammi di diossine e furani ha rappresentato una contraddizione in seno al popolo. Dire: a Taranto vogliamo respirare a pieni polmoni aria pura crepando di povertà oppure vogliamo lavorare e morire di cancro. Questa alternativa è un ricatto inaccettabile.

Al Corriere del Mezzogiorno, Vendola spiega che il taglio del 7% delle tariffe non sarà adottato sebbene i SI schiaccianti al referendum abbiamo abrogato la possibilità per il gestore di ottenere :

profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.

In sostanza riferisce il Corriere del Mezzogiorno:

In Puglia la remunerazione del capitale investito del 7% è un costo: quello che pagheremo ogni anno fino al 2018 sul bond in sterline pari al 6,92% contratto durante la gestione dell’era Fitto». «In Puglia - aggiunge Vendola - in realtà non siamo di fronte alla scelta di abbassare la tariffa del 7% e di conseguenza gli investimenti perché quella remunerazione non è utilizzata, come dovrebbe, per gli stessi investimenti, ma rappresenta la copertura di un debito e quindi dal punto di vista finanziario un costo». Resta, però, il problema politico: perché queste cose non sono state spiegate agli utenti prima del referendum? Lapidaria la risposta di Vendola: «Nessuno me le ha chieste». Né erano scritte nel quesito.

Chiedo a Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, come si spiega questa posizione del Governatore Vendola:

Posso solo dire che la legge va applicata. Gli italiani hanno votato per l’abrogazione di una legge e questa ora deve essere rispettata. Che cosa prevede? Il taglio delle tariffe? Bene, vanno tagliate.

Infine, come si vede in foto in alto, ho provato a girare la domanda al diretto interessato attraverso la sua pagina Fb (non ho suoi recapiti), strumento di democrazia diretta. E molto direttamente la sua redazione ha cancellato la mia domanda per due volte.
(Ecoblog)

giovedì 16 giugno 2011

AQP continua ad inquinare Mar Grande!

Paradossi della vita: lunedì 13 giugno in Italia si è festeggiata la vittoriosa affermazione di “acqua pubblica” contro “acqua privata”; martedì 14 giugno la Regione Puglia, a scanso di equivoci e a futura memoria, ha ritrasformato l’acquedotto pugliese da SpA in ente pubblico; e proprio martedì 14 giugno, quasi a sbeffeggiare lo scampato pericolo, il più grande acquedotto europeo, già “pubblico”, ha dato un’altra dimostrazione di come un ente pubblico possa tradire impunemente le aspettative di chi ha creduto e crede in esso.
La vicenda è vecchia e ripetitiva: parliamo dei 4 (o ce ne sono altri?) scarichi a Mar Grande di fognatura di responsabilità di AQP che ci risultano non autorizzati (o qualcuno tira fuori una qualsiasi pezza d’appoggio giustificativa?). Circa un mese fa, un’ecosentinella di AltaMarea lanciò l’allarme per uno scarico a mare di liquame nauseabondo in corrispondenza di via Ciro Giovinazzi: AltaMarea mobilitò sul posto autorità ed enti competenti, fu redatto il verbale della Guardia di Finanza e vennero date le assicurazioni del caso perché non si ripetessero quegli inconvenienti.
Nel primo pomeriggio di martedì 14 giugno, una grande chiazza scura in Mar Grande ci viene segnalata questa volta da un’ecosentinella non ancora di AltaMarea ma già di suo Cittadino attivo, il sig. Giovanni Colapinto, che abita in un palazzo da cui gode di un’impagabile veduta su Mar Grande. Egli ci ha precisato che da anni combatte una battaglia solitaria contro le tante brutture che esistono nei pressi di quel condominio, abitato da una frotta di avvocati, medici, ingegneri, commercialisti, ecc. ed anche da consiglieri comunali e regionali, da dirigenti di enti pubblici direttamente interessati ai problemi da Colapinto segnalati tenacemente ma invano. Ad ulteriore scorno, in quel condominio c’è stato proprio l’AQP, ora allontanatosi di pochi metri.
Ricevuta la segnalazione, armati di cinepresa e tanta pazienza, ci siamo recati sul posto ed abbiamo individuato a colpo sicuro che un grande flusso di liquido putrido fuoriusciva da un cunicolo nascosto sotto un po’ di vegetazione tra il piazzale sottostante al condominio di viale Virgilio 20 e la zona della sezione velica della Marina Militare, proprio in linea d’aria con la sede dell’AQP e con la botola di accesso ad apparecchiature di servizio del collettore fognante di AQP.
Abbiamo chiamato a raccolta una TV locale, la Guardia di Finanza – Sezione marittima, l’assessore comunale all’ambiente e sanità, l’ARPA Dpt di Taranto, l’ASL Dpt prevenzione. Si è fatto vedere solo l’assessore comunale che, pur abbastanza incavolato, non è riuscito a far intervenire la polizia municipale; le altre personalità contattate hanno fatto sapere di essere a conoscenza delle cose da tempo immemorabile. La solita solerte pattuglia della Guardia di Finanza – Sezione marittima ha fatto il sopraluogo constatando la fuoriuscita di liquido putrido e nauseabondo. La fuoriuscita è cessata completamente intorno alle 20,30 in concomitanza con l’arrivo di un automezzo presso la sede di AQP in viale Virgilio dove si trova la botola di accesso a sistemazioni del collettore fognario. Alle 21,10 abbiamo firmato il verbale redatto dalla Guardia di Finanza – Sezione marittima, che andrà ad allungare la pila di segnalazioni, denunce, ecc. già fatte.
Da qui l’amara considerazione: sono anni che tutti sanno, ARPA, ASL, Comune, Provincia, Regione, Guardia di Finanza, Procura della Repubblica. Anche l’Ordine degli ingegneri e l’Ordine dei medici hanno la sede proprio lì, nello stesso stabile dove c’è la sede dell’AQP, all’incrocio tra via Crispi e viale Virgilio, dove la puzza di fogna è perenne. E non succede niente.
Quasi mi pento di avere votato 2 SI ai referendum sull’acqua. Se l’AQP fosse stata già dei privati, ci sarebbe stata una sollevazione cittadina che avrebbe potuto ottenere almeno la cacciata a pedate nel sedere di quei tecnici e amministratori incapaci di risolvere un annoso brutto problema. Purtroppo, questo, che da sempre è un ente pubblico, è impermeabile a qualsiasi sollecitazione e brutta figura. Non ha neanche il coraggio di esporre, in un pubblico confronto con l’opinione pubblica, quale sia la montagna tecnica che non riescono a scalare. Nel frattempo le autorità comunali, provinciali e regionali e le Istituzioni competenti ad intervenire restano inermi e rassegnate e ignorano (?) anche che per le norme in vigore in Mar Grande, ancor più vicino alla riva cittadina, è vietato pescare e bagnarsi.
Usque tandem! La speranza è che non demordano i tanti signori Colapinto di cui Taranto ha tanto bisogno.

Biagio de Marzo - ALTAMAREA – Comunicato stampa
Taranto 15 giugno 2011

lunedì 9 maggio 2011

Lungo(sporco)mare!

Sversamento a Mar Grande avvistato da un’ecosentinella di Altamarea

A spasso di buon ora sul Lungomare per una boccata d’aria, sono poco più delle 8 di domenica, un’ecosentinella di AltaMarea sente una puzza insopportabile e vede un gran tratto di mare torbido in corrispondenza della terza discesa a mare in corrispondenza di via C. Giovinazzi. Scende e tra gli scogli individua una grossa fuoruscita di liquido torbido e puzzolente proveniente da uno scarico AQP; lo sa perché l’anno scorso segnalò un analogo incidente e il suocero, vecchio capoperaio dell’AQP, gli descrisse com’era fatta la rete fognaria in quel tratto di Lungomare. Partono subito le telefonate a amici/colleghi, Vigili Urbani, ARPA Puglia, ASL/Dipartimento prevenzione, Guardia di Finanza. E’ domenica, occorre, quindi, un po’ di tempo perché arrivino le giuste persone interessate: quasi subito arriva la pattuglia dei VV.UU guidata da un’ufficialessa che, fatto un accurato sopraluogo, conferma telefonicamente agli interessati l’inconveniente segnalato dal cittadino e si attiva per quanto di sua competenza in attesa che arrivino i tecnici specifici. I cittadini presenti avvertono stampa e TV locali di quanto sta avvenendo. Verso le 11 arriva un operaio della ditta di appalto AQP e dice che è “tutto a posto, ha smosso manualmente il galleggiante bloccato e la pompa è ripartita”. Dopo un po’ si vede che l’efflusso di liquido diminuisce sensibilmente ma non si arresta del tutto. Nel frattempo arriva anche la pattuglia della Guardia di Finanza che anch’essa ha allertato ARPA ed ASL. Passa ancora un po’ di tempo e arrivano due ispettori del Dipartimento di prevenzione di ASL/TA e dopo un altro po’ di tempo arriva il tecnico ARPA attrezzato per il prelievo. Cosa che avviene circa quattro ore dopo che la ecosentinella si è accorta dell’inconveniente. Dopo c’è stata la redazione dei verbali che sono stati sottoscritti anche da due rappresentanti di AltaMarea ai quali i “pubblici ufficiali” assicurano che, per prassi, i verbali saranno inoltrati anche alla Magistratura. Il tutto termina alle 13 dopo che gli ecologisti presenti fanno rilevare che dallo scarico continua ad uscire liquido. Val la pena sottolineare che sia i VV.UU. che i cittadini presenti hanno constatato le condizioni indescrivibili in cui si trova l’ultimo tratto della scarpata sottoposta al Lungomare. Condizioni assolutamente indegne per una città che aspira ad incrementare il turismo ma poi lascia che uno dei più bei lungomari del mondo sia sfregiato dall’incuria delle amministrazioni pubbliche e dall’inciviltà di alcuni cittadini. Si è constatata anche l’imprudenza di un genitore che ha fatto fare il bagno a una bambina di pochi anni, là dove ci risulta che è vietato fare il bagno, divieto peraltro poco segnalato. Insomma i guai non sono solo quelli procurati da AQP, che deve essere debitamente sanzionata e deve assolutamente provvedere con soluzioni tecniche, che sicuramente esistono già, per impedire che simili guai si ripetano. AltaMarea desidera dare atto della sensibilità dimostrata dall’assessore Sebastiano Romeo che, allertato, ha voluto rendersi conto di persona di quanto è accaduto. Egli ha promesso di organizzare un sopraluogo sulla “passeggiata a mare” insieme al vice sindaco Cataldino per rendersi conto di persona delle condizioni indecorose ed estremamente pericolose per l’incolumità di quanti si avventurano su quella “passeggiata a mare” e farsi quindi promotori di tempestivi ed efficaci provvedimenti.
Aspettiamo di conoscere i risultati delle analisi, ma non potremo sapere quanti inquinanti sono arrivati effettivamente in mare per due ragioni: il campione è stato prelevato circa due ore dopo che lo scarico a mare era visibilmente cambiato in qualità e quantità; non si sa da quanto tempo il liquame puzzolente arrivava a mare prima che l’ecosentinella se ne accorgesse.
Beffa finale: quella brava ecosentinella, lasciata la macchina in sosta senza ticket in orario non gravato da ticket perché doveva andare via subito, nel trambusto dell’intervento per tutelare un bene pubblico, si è scordato della macchina e quando è andato a riprenderla l’ha ritrovata gravata, giustamente, della sanzione per omesso pagamento del ticket di sosta. Pagherà la multa e continuerà a vigilare, come dovrebbe fare ogni cittadino che ha senso civico.

Biagio De Marzo presidente di AltaMarea
--
Altamarea
Coordinamento cittadini e associazioni

martedì 26 aprile 2011

L'acciaio "beve" acqua potabile!

Comunicato stampa
L’ACQUA DEL SINNI VADA ALL’AGRICOLTURA

E’ in atto un altro braccio di ferro tra Regione Puglia e Ilva SpA in merito all’uso dell’acqua del Sinni. Il problema viene da lontano: il progetto di sostituire nel Centro siderurgico l’acqua del Sinni con l’acqua affinata proveniente dall’impianto di depurazione Bellavista di Taranto stava andando in porto quasi una ventina di anni fa, quando la proprietà del siderurgico era pubblica e dichiarava di essere disponibile a farsi carico degli interessi della comunità. Sarebbe istruttivo, oggi, conoscere le vere ragioni che impedirono a quei tempi di realizzare il progetto, non tanto per indagare sull’ennesima “incompiuta” di questo territorio, quanto per sapere se le responsabilità del fallimento del progetto furono del “padrone pubblico” di Ilva, aduso anch’esso ad abusare di una certa posizione dominante pure nei confronti degli Enti Locali, oppure se a prevalere fu l’incartarsi di una burocrazia tentacolare, spesso in contrasto con il buon senso e con lo stesso bene pubblico che invece sarebbe suo compito tutelare ad ogni costo. Tornando all’attualità, pare che il “padrone privato” di Ilva intenda, legittimamente, avvalersi di contratti tuttora in vigore e, quindi, non recedere dalla sua posizione di chiusura ad ogni trattativa per modificare lo statu quo anche a rischio di pagare un’addizionale sull’acqua prelevata dalla Basilicata rispetto a quella dovuta agli agricoltori e per l’uso potabile. Ricordiamo, però, che l’Ilva non perde occasione per ripetere, a parole, che assolve alla propria responsabilità sociale mentre, nei fatti, si comporta come se fosse padrona dell’acqua prelevata dai fiumi, dal mare, come dell’aria che respiriamo tutti e del sottosuolo presente nella sua area di pertinenza. Chiediamo, per l’interesse pubblico, che si trovi il modo di indurre Ilva al rispetto, nei fatti, del fine sociale dell’impresa fissato dalla Costituzione Italiana, che si ottenga, cioè, che l’azienda intervenga nei costi della gestione da parte AQP dell’impianto di depurazione garantendosi implicitamente la qualità di quelle acque. A Ilva è stato dato tempo 60 giorni per “accettare la proposta della Regione Puglia di utilizzare per scopi industriali le acque provenienti dall’impianto di depurazione Bellavista di Taranto, liberando così le acque del Sinni da destinare alla diga del Pappadai, in cambio di un contributo fisso per la gestione dell’impianto”. Si tratta di cifre che modificano sensibilmente il bilancio plurimiliardario dell’azienda? O la resistenza negativa di Ilva è solo un altro modo di ricordare agli Enti Pubblici, soprattutto in momenti delicati come questi, quanto “pesa” l’azienda e quanto “conta” in alto loco?

In caso di perdurante risposta negativa o di non risposta da parte dell’azienda entro la scadenza fissata, ci aspettiamo uno scatto di dignità da parte delle Amministrazioni Pubbliche, che chiudano d’imperio i contatori e i rubinetti dai quali Ilva attinge l’acqua del Sinni, anche a costo di innescare l’ennesima lite giudiziaria in cui Ilva metterà in campo i suoi collaudatissimi avvocati, maestri nel trovare appigli giuridici che consentano comunque l’esercizio degli impianti come vogliono loro. L’auspicio è che finisca il tempo dell’uso indiscriminato del nostro territorio. Chiediamo alle Istituzioni locali e regionali di tenere ferma la loro posizione in difesa degli interessi del territorio e della dignità dei cittadini che amministrano.
Taranto 25 aprile 2011
--
Altamarea, Coordinamento cittadini e associazioni

mercoledì 12 maggio 2010

La Regione verso l'acqua veramente pubblica!

Ieri nel pomeriggio la giunta regionale della Puglia ha approvato il disegno di legge per la costituzione dell'azienda pubblica regionale "Acquedotto pugliese - AQP" realizzato dal tavolo tecnico congiunto "Acqua Bene Comune dell'Umanità" costituito da esponenti ed esperti della Regione Puglia, del Comitato pugliese "Acqua Bene Comune" e del Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua che all'art. 5 stabilisce "L’AQP, ai sensi dell’art. 2 della presente legge, è un soggetto di diritto pubblico, non ha finalità di lucro e persegue il pareggio di bilancio. Gli eventuali avanzi di gestione sono finalizzati al miglioramento del servizio idrico integrato secondo i principi e le modalità di gestione previste dalla presente legge" e l'art. 6 . disciplina "il governo pubblico partecipato dell'acquedotto pugliese".
Qui di seguito il comunicato stampa diffuso dalla Regione e il link dal quale potete scaricare il testo di legge:
Naturalmente, adesso il testo passa al Consiglio regionale che - secondo gli impegni presi dal Presidente Vendola e dalla sua coalizione in campagna elettorale - dovrà essere approvato nei primi 100 giorni dell'attuale legislatura.

A presto e buona giornta
Margherita Ciervo
per il Comitato pugliese "Acqua Bene Comune"



Giunta regionale approva ddl azienda Acquedotto Pugliese AQP

La Giunta regionale pugliese ha approvato poco fa il disegno di legge regionale che punta a regolare il governo e la gestione del servizio idrico integrato e a costituire l'azienda pubblica regionale "Acquedotto pugliese - AQP". Lo rendono noto il Presidente Nichi Vendola e l'assessore alle Opere Pubbliche, Fabiano Amati.
Il disegno di legge si compone di 15 articoli che stabiliscono i termini di governo e gestione del Servizio idrico integrato attraverso la costituzione dell'azienda pubblica regionale "Acquedotto Pugliese - AQP" che subentra all'Acquedotto pugliese s.p.a.
In particolare, si è ritenuto opportuno sottolineare nella relazione illustrativa che "la configurazione legislativo - amministrativa dell'AQP è di società per azioni a totale partecipazione pubblica; l'attuale assetto proprietario è ripartito tra la Regione Puglia (87% circa) e Regione Basilicata (13% circa), anche se allo stato, con Deliberazione n. 521 del 23.02.2010 la Giunta Regionale, prendendo atto della valutazione della Società Ernst & Young, si è impegnata ad acquisire le azioni detenute dalla Regione Basilicata non appena saranno reperite le somme necessarie, pari ad ? 12.200.000,00. Tale operazione è da considerarsi ovviamente necessaria per l'attuazione della presente legge". Inoltre, la Giunta pugliese ha adeguato il disegno di legge alla recente decisione del Governo nazionale di sopprimere entro il termine di un anno gli Ato.
Strettamente funzionale alla garanzia del diritto fondamentale dell'acqua potabile, affermato dall'articolo 1, è la previsione contenuta nell'articolo 2 della configurazione del servizio idrico integrato come servizio privo di rilevanza economica affidato ad un organismo di diritto pubblico sottratto alle regole della concorrenza.
La legge prevede, agli articoli 3 e 4, due strumenti a tutela del diritto all'approvvigionamento idrico: un fondo regionale, per garantire il diritto all'acqua potabile ai residenti, ed un fondo di solidarietà internazionale per finanziare progetti in paesi esteri. L'articolo 5 della legge prevede la trasformazione di AQP S.p.A. in soggetto giuridico di diritto pubblico senza scopo di lucro, con la possibilità di gestire anche attività diverse dal servizio idrico integrato, pur destinando gli eventuali utili al potenziamento del servizio idrico integrato.
Il governo della costituenda azienda, in ossequio alle finalità generali che costituiscono la sua mission, è improntato alla trasparenza e alla partecipazione delle comunità locali e della cittadinanza: l'art. 8, tra l'altro, prevede infatti la presenza, nel consiglio di amministrazione, di tre rappresentanti eletti da un'assemblea di sindaci dell'ambito territoriale ottimale; inoltre l'art.6 assicura ai cittadini, singoli e associati, la partecipazione alle principali decisioni, in osservanza del principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall'art. 118 della Costituzione, e la sorveglianza e il controllo, anche attraverso meccanismi di sorveglianza e di consultazione in ordine ai livelli di servizio erogati.
L'articolo 7 disciplina le procedure per l'approvazione dello statuto dell'azienda mentre l'8 stabilisce la composizione del consiglio di amministrazione, riservando allo statuto la fissazione delle cause di impedimento e incompatibilità, le attribuzioni, il funzionamento e le indennità.
L'articolo 9 prevede il transito del personale di AQP S.p.A. nell'organico della azienda di nuova istituzione e il 10 indica i controlli regionali sulla società e i suoi organi, le ipotesi di revoca degli amministratori e di scioglimento del consiglio, e i poteri del commissario straordinario nominato in caso di scioglimento del consiglio di amministrazione.
L'articolo 11 prevede l'adeguamento alle disposizioni di legge degli atti dell'autorità d'ambito e dell'azienda regionale.
L'articolo 12 detta disposizioni per garantire il governo dell'azienda fino all'insediamento del nuovo consiglio di amministrazione.

Per rendere effettivo il diritto all'approvvigionamento per uso domestico, l'articolo 13 vincola il gestore del servizio a erogare un minimo quantitativo vitale, alla cui individuazione procede la Giunta Regionale sulla base degli indici di fabbisogno riconosciuti internazionalmente e delle disponibilità finanziarie esistenti.
Relazione e schema di ddl

sabato 27 marzo 2010

Depuratore bocciato: non si dà valore all'ambiente!

Il Tar boccia il depuratore di Manduria-Sava: “Non rispetta il volere dei comuni”

MANDURIA – Il Tar di Lecce ha annullato il parere favorevole di compatibilità ambientale espresso dal Servizio ecologia della Regione Puglia per il progetto relativo all’impianto con scarico nel mare di Specchiarica del depuratore a servizio degli abitanti di Sava, Manduria e delle marine di Manduria. La sentenza che porta la firma del presidente del Tar Aldo Ravalli è stata emessa ieri e boccia sonoramente i piani regionali e rimette in gioco tutti i progetti dell’Acquedotto pugliese fortemente sponsorizzati dal governo Vendola e dall’amministrazione di Sava ma osteggiati dall’amministrazione uscente di Manduria e dalle comunità di Maruggio e Avetrana.
Il dispositivo dei giudici rende nulli tutti i presupposti necessari alla realizzazione dell’opera ed entra nel merito del progetto evidenziando in esso delle incongruenze davvero macroscopiche. Oltre a motivi di ordine procedurale, come l’assenza dei pareri di merito della Provincia di Taranto e dei comuni interessati con particolare interesse per Manduria, il presidente Ravalli si è addentrato in questioni di natura economica e ambientale. Trovando contraddittorio, ad esempio, il comportamento della regione Puglia che prima (marzo del 2009) «riscontra notevoli carenze progettuali con particolare riferimento allo scarico dei reflui ed al loro impatto sull’ambiente marino, ordinando di conseguenza alla società proponente un supplemento istruttorio» mentre poi accetta la soluzione prospettata dall’Aqp «nonostante manchi la richiesta analisi costi-benefici nonché l’indicazione di eventuali alternative localizzatrici». In fase d’istruttoria la stessa Regione Puglia, fa notare il Tar, aveva dichiarato che l’opzione numero 3 (condotta sottomarina lunga 3600 metri e profonda 35) risultava “la più cautelativa” mentre quella numero 2 (condotta di 1000 metri e 10 di profondità) veniva definita “non ottima, in quanto lo scarico dei reflui depurati avviene all’interno dell’area Sic” (Sito di interesse comunitario). Nonostante questo gli uffici regionali stabilirono che doveva essere data comunque preferenza alla seconda ipotesi in quanto “appare quella che concretamente consente di ottenere i maggiori benefici ambientali con costi pubblici economicamente sostenibili”. E qui il presidente del Tar, Ravalli, sfodera una lezione di diritto-ambientale. Tra i costi di un tale progetto, il giudice amministrativista mette in parallelo «la somma che la collettività è disposta a pagare per assicurarsi un bene od un servizio desiderati e quanto è invece è disposta ad esborsare per evitare una cosa non gradita. Nella specie – rileva il giudice – andava dunque esemplificamente considerata, da un lato, la disponibilità a pagare per lo smaltimento dei reflui; dall’altro lato, la disponibilità a pagare della popolazione per la conservazione di un ambiente naturale quello in esame».
Di tutto ciò, si legge ancora nella sentenza, «non v’è traccia dato che sono stati considerati unicamente dati finanziari (che pure rientrano nella suddetta analisi costi benefici, ma non sono i soli), ossia l’esborso in termini contabili che le varie scelte ipotizzate avrebbero comportato, non anche le conseguenze che, in chiave sociale e soprattutto ambientale (e tradotte nei termini anzidetti), avrebbero potuto in concreto derivare dalle varie soluzioni prospettate». Tra gli altri motivi di accoglimento del ricorso, il Tar segnala anche la mancata considerazione, da parte degli uffici regionali, della proposta avanzata dall’amministrazione comunale di Manduria che nell’esprimere opposizione al depuratore così concepito, ipotizzava un piano di riutilizzo delle acque per l’agricoltura.
Nel ricorso in questione il Comune di Manduria è stato difeso dall’avvocato Gianluigi Pellegrino mentre la regione Puglia dall’avvocatessa Antonella Loffredo. L’Acquedotto pugliese non si è costituito. Possibile ora un ricorso al Consiglio di Stato.
(La Voce di Manduria)