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venerdì 9 maggio 2014

E' uscito SEPIAS! Qualche anticipazione e... buona frittura!

Da oggi, da questo link, è possibile scaricare il pdf  di Epidemiol Prev 2014; 38 (3-4), maggio-agosto

Studi su marcatori di esposizione ed effetto precoce in aree con inquinamento da arsenico: metodi e risultati del progetto SEPIAS

Qualche estratto dall'interno:

L’area di Taranto è caratterizzata da vari insediamenti industriali, sorgenti emissive di As. L’Inventario nazionale ed europeo delle emissioni e loro sorgenti nel periodo 2003-2010 ha riportato, per la provincia di Taranto, una riduzione di emissioni di As nell’acqua (da 1.463,7 a 655 kg/anno) e nel periodo 2006-2010 un aumento nell’aria (da 24,1 a 186,2 kg/anno). Lo stato di salute della popolazione diTaranto mostra numerose
criticità. La stima del rischio cancerogeno per via inalatoria attribuito all’arsenico emesso dallo stabilimento siderurgico ILVA risulta inferiore a 1:100.000 anche in prossimità dell’area industriale; il 2,7% del rischio cancerogeno totale per via inalatoria è attribuito all’arsenico (fonte ARPA Puglia).

L’analisi delle concentrazioni urinarie di Asi e di Asi+MMA+DMA ha mostrato numerosi valori più elevati di quelli suggeriti dalla SIVR per la popolazione non esposta. Le percentuali maggiori si osservano nell’area di Gela (67%), seguita da Taranto (58%).

Dal confronto con altri dati, emerge che i risultati del campione di Taranto riferiti all’As totale sono più elevati di quelli precedentemente ottenuti da uno studio su 49 lavoratori di fonderia confrontati con 50 soggetti della popolazione per i quali non erano state segnalate anomalie (Soleo et al. 2012).

Per quanto riguarda l’esposizione lavorativa, appaiono rilevanti le indicazioni emerse per gli uomini dei campioni di Taranto e Gela che hanno mostrato eccessi del valore medio di Asi in associazione a diverse esposizioni occupazionali autodichiarate, quali silice o lana di vetro, asbesto, derivati del petrolio, prodotti chimici.
Per le donne dei campioni di Viterbo eTaranto emerge un segnale, considerando l’esposizione a solventi organici, tinture, acidi, sebbene sostenuto da pochi casi.

La valutazione dell’informazione sul tipo di produzione propria o locale evidenzia risultati di rilievo per la verdura fresca, che risulta associata a valori medi di Asi più elevati tra i consumatori del campione complessivo delle quattro aree, in particolare tra le femmine, tra le donne del Viterbese e nel campione complessivo di Taranto. Il risultato emerso sul campione complessivo è rafforzato considerando il consumo di frutta fresca. A Taranto si osservano, inoltre, valori medi di Asi più elevati tra i consumatori di pesce di produzione propria/locale. I risultati ottenuti dalle analisi su Asi+MMA+DMA sono sovrapponibili a quelli ottenuti su Asi con le variabili di tipo occupazionale in genere prerogativa di Taranto e Gela.

Sulla base dei risultati conseguiti, queste indicazioni generali possono essere specificate per le quattro aree di SEpiAs.
Per Taranto e Gela ci sono indicazioni per la presa in carico di numerosi soggetti, e a livello di comunità per lo svolgimento di una campagna di BMU ad ampio spettro utilizzando il protocollo completo (attività a-j), con particolare attenzione al recupero di informazioni approfondite sul profilo alimentare, residenziale e occupazionale.

UO3 - Comune di Taranto (Puglia)
Caratterizzazione
L’area di Taranto è definita «a elevato rischio ambientale» ed è caratterizzata da vari insediamenti che costituiscono possibili sorgenti di inquinamento ambientale (figura 3):



  • un impianto di raffinazione;
  • un cementificio;
  • un inceneritore (Massafra);
  • diverse centrali elettriche;
  • i cantieri navali;
  • un porto mercantile;
  • l’arsenale militare;
  • lo stabilimento siderurgico ILVA comprendente la produzione di coke, con vasti depositi minerari localizzati a ridosso dell’abitato cittadino.
Dati ambientali
Emissioni di arsenico. Per quanto riguarda le matrici aria e acqua, le dichiarazioni INES/EPTR (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti/European Pollutant Release andTransfer Register) nel periodo 2003-2010 mostrano per la provincia di Taranto un andamento discordante nelle due matrici: si registra una tendenziale riduzione del trend emissivo di As nell’acqua, con un plateau negli ultimi anni, laddove nell’aria si osserva a partire dal 2006 un sensibile incremento. In particolare, si può osservare che il dato emissivo in atmosfera della provincia di Taranto per il periodo 2006-2010 rappresenta dal 70 al 100%di quello dell’intera Regione.

Dati sanitari
La popolazione di Taranto esposta alle emissioni industriali mostra un quadro sanitario compromesso. La procedura di risk assessment nell’area diTaranto attribuisce gran parte degli eccessi agli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e in particolare al benzo[a]pirene (circa 87% del rischio cancerogeno totale per via inalatoria).
La stima del rischio cancerogeno per via inalatoria attribuito all’arsenico emesso dallo stabilimento siderurgico ILVA risulta inferiore a 1:100.000 anche in prossimità dell’area industriale; il 2,7%del rischio cancerogeno totale per via inalatoria è attribuito all’arsenico.
I dati dimonitoraggio dellematrici aria e acqua potabile negli anni 2011 e 2012mostrano una situazione confortante rispetto all’arsenico.
I dati di biomonitoraggio umano evidenziano dosaggi urinari di As eccedenti i valori di riferimento, almeno per quanto riguarda il 95° percentile, a Statte, ma non nel Comune di Taranto.


giovedì 8 maggio 2014

Seppie amare!

Sepias: studiate quattro aree contaminate da arsenico

Lo studio dell'Ifc-Cnr nell'Amiata, nel viterbese, a Taranto e Gela ha identificato la presenza di sostanze, anche cancerogene, nei soggetti indagati. I risultati presentati domani in un convegno e pubblicati on line su Epidemiologia & Prevenzione.

Sorveglianza epidemiologica in aree con inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica: risultati e prospettive

Cover Progetto SEpiAS

Durante la giornata organizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR verranno presentati i risultati del progetto SEpiAs CCM 2010, che ha valutato l’esposizione ad arsenico mediante indicatori di dose assorbita e marcatori biologici di effetto precoce sulla salute.
Il progetto SEpiAs CCM 2010 riguarda l’Amiata e il Viterbese, due aree caratterizzate dalla presenza di inquinamento da arsenico di prevalente origine naturale, e Taranto e Gela, due aree con inquinamento da arsenico di origine industriale. Scarica il programma della giornata.
Il supplemento con i risultati del Progetto SEpiAS sarà disponibile on-line a partire dal giorno 9 maggio 2014 e sarà allegato al numero 3-4 di Epidemiologia & Prevenzione 2014.


Lo studio dell'Ifc-Cnr nell'Amiata, nel viterbese, a Taranto e Gela ha identificato la presenza di sostanze, anche cancerogene, nei soggetti indagati. I risultati presentati domani in un convegno e pubblicati on line su Epidemiologia & Prevenzione
Viene presentata domani 9 maggio, presso la sede centrale del Consiglio nazionale delle ricerche (piazzale Aldo Moro 7 - Roma, ore 10,00-16,30), la pubblicazione scientifica che raccoglie i risultati del Progetto ‘Sepias - Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica'. Lo studio del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie del Ministero della salute è coordinato dall'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr), di cui è responsabile Fabrizio Bianchi, ed è pubblicato sulla rivista 'Epidemiologia & Prevenzione' in un supplemento disponibile on line da domani.
La ricerca ha riguardato 282 residenti in aree del Monte Amiata, nel viterbese, a Taranto e Gela. "Nelle urine dei soggetti controllati abbiamo misurato il contenuto di diverse specie organiche e inorganiche di arsenico, alcune delle quali sono riconosciute cancerogene certe per l'uomo", spiega Fabrizio Bianchi. "Sono stati misurati inoltre parametri di rischio cardiovascolare mediante ecodoppler carotideo e cardiaco e, nel sangue, numerosi biomarcatori di suscettibilità genetica, di danno al DNA, di effetto precoce". Ad ogni partecipante è stato sottoposto un questionario.
Dallo studio emergono numerose informazioni di carattere scientifico e sanitario. "Le quattro aree risultano caratterizzate diversamente per distribuzione e tipologia di arsenico assorbito dai partecipanti al biomonitoraggio e anche per alcune caratteristiche genetiche", prosegue Bianchi. "Per quanto riguarda l'arsenico inorganico sono stati osservati valori medi di concentrazione elevati, sulla base di quelli di riferimento nazionali e internazionali per il biomonitoraggio umano, in un soggetto su quattro sul totale, ma con rilevanti differenze: 40% Gela, 30% Taranto, 15% viterbese, 12% Amiata. Questi dati, da usare con cautela in considerazione dei piccoli campioni, non sono marcatori di malattia ma testimoniano l'avvenuta esposizione".
Sono emerse alcune associazioni statisticamente significative tra concentrazione di arsenico e fattori di rischio indagati col questionario. "Principalmente con l'uso di acqua di acquedotto e di pozzo, ma anche con esposizioni occupazionali e con consumo di alimenti quali pesci, molluschi o cereali, che dovranno essere indagati con studi specifici", continua il ricercatore Ifc-Cnr. "La preoccupazione per i rischi ambientali per la salute appare peraltro acutissima, specie nelle due aree industriali. A Taranto e Gela circa il 60% del campione giudica la situazione grave e irreversibile e oltre l'80% ritiene certo o molto probabile che in aree inquinate ci si possa ammalare di tumore o avere un figlio con malformazioni congenite".
Diversificato il livello di fiducia negli enti locali: "Nel 40% dei casi nell'Amiata e nel 27 a Viterbo, ma solo nel 6% a Taranto e nel 16 a Gela", conclude Bianchi. "Lo studio ha fornito indicazioni importanti per la definizione di sistemi di sorveglianza nelle aree studiate che includano interventi di prevenzione sulle fonti inquinanti conosciute e la valutazione della suscettibilità individuale all'arsenico. Si suggerisce la prosecuzione del monitoraggio periodico a iniziare dai soggetti con i valori più elevati, per i quali si propone un protocollo di presa in carico, assieme a un'informazione costante e attenta da parte delle autorità, avvalendosi dei ricercatori e degli operatori della sanità pubblica".

Fabrizio Bianchi, Ifc-Cnr, tel. 050/315.21.00-1, e-mail: fabriepi@ifc.cnr.it (CNR)
Allegati: Programma SEPIAS
Links: Pubblicazione Studio SEPIAS scaricabile Studio SEPIAS

giovedì 22 settembre 2011

Sito contaminato di Taranto, ecco cosa diceva Arpa Puglia nel 2009

E’ datato 2009 un interessante documento curato dalla dott.ssa Mina Lacarbonara di Arpa Puglia che si sofferma sui dati relativi ai siti contaminati della regione. La nostra attenzione si concentra su quello di Taranto. Riportiamo di seguito un estratto della relazione.

SIN TARANTO

La superficie rientrante nel SIN di Taranto è pari a circa 22 km2 (aree private), 10 km2 (aree pubbliche), 22 km2 (Mar Piccolo), 51,1 km2 (Mar Grande), 9,8 km2 (Salina Grande). Lo sviluppo costiero è di circa 17 km. Lo stato di avanzamento delle attività di caratterizzazione e bonifica di seguito descritto è così organizzato:

· Area demaniale di competenza dell’Autorità Portuale di Taranto - È estesa per 3,3 km2 e comprende gli sporgenti prospicienti il Mar Grande ed una fascia costiera delimitata dalle aree private operanti nella zona industriale di Taranto (principalmente Raffineria ENI ed ILVA), estendendosi dal Ponte di Pietra fino alla zona di Punta Rondinella. Quattro dei 5 sporgenti (II, III, IV e V) sono affidati in concessione ad ILVA, mentre il Molo Polisettoriale è affidato in concessione alla società Taranto Container Terminal (TCT). Mentre è stata caratterizzata la fascia costiera retrostante gli sporgenti, non sono ancora stati presentati i piani di caratterizzazione relativi agli sporgenti stessi (che rappresentano il 66% dell’area portuale in termini di estensione reale).

· Aree pubbliche, relative ad aree demaniali e aree del Comune di Taranto – Comprendono, oltre all’area Portuale, l’area della Salina Grande (9,8 km2, che rappresenta quasi il 50% delle aree pubbliche) e l’area Romanelli-Gennarini. Per il 92% di queste aree non è stato ancora prodotto un piano di caratterizzazione.

· Aree di interesse pubblico - Nonostante per circa il 60% delle aree non sia ancora stato prodotto un piano di caratterizzazione, è da segnalare che le aree di maggior interesse, sia per pregio ambientale (gravina Leucaspide) che per riconversione industriale (area Distripark), sono state caratterizzate o in fase di caratterizzazione. Le aree in cui la caratterizzazione è da completare risultano essere il Canale d’Aiedda (Comune di Taranto) e le aree a sud e a nord della gravina Leucaspide, che sviluppano una estensione di circa 2,2 km2.

· Aree con industrie private – Rappresentate da: o Grandi aziende (ILVA, ENI, Cementir, Edison) o Piccole e Medie aziende sulla Strada Provinciale Taranto-Statte o Piccole aziende a ridosso della Strada Statale 100, a nord della Raffineria ENI o Aree non interessate da attività industriali a nord (Comune di Statte) ed a sud (Comune di Taranto) di proprietà Italcave (2,9 km2) o Piccole aziende sulla Strada Statale 106 Jonica.

IL SUOLO

Sono stati presi in considerazione un numero totale di campioni di suolo pari circa a 7.000, rappresentativi di un area complessiva di 15,5 km2 per una profondità massima compresa tra 10 e 20 m. I campioni su è stata riscontrata contaminazione dovuta ad una o più sostanze sono circa il 3% del totale, con un massimo del 50% nell’area ex Yard Belleli ed un minimo di 0,5% in aree dell’ILVA. Gli inquinanti maggiormente presenti sono IPA (circa 60% dei superamenti delle concentrazioni definite dalla legge vigente) e metalli pesanti, prevalentemente concentrati nell’area ex Yard Belleli. Contaminazione da idrocarburi ed aromatici (BTEX) si riscontra nell’area della Raffineria ENI (10% dei superamenti). Si può osservare che per quanto riguarda gli IPA si sono riscontrati valori di concentrazione nel suolo pari a più di 75 volte il valore soglia, mentre per gli idrocarburi, lo xilene ed alcuni metalli, come il vanadio, lo zinco ed il rame, l’eccedenza arriva a più del 1000% (oltre 10 volte) rispetto al limite normativo.

LA FALDA

L’assetto geologico-idrogeologico dell’area industriale di Taranto ha creato le condizioni per l’esistenza di una falda superficiale che si poggia sulle argille del Bradano e di un acquifero profondo carsico impostato nella formazione cretacea del Calcare di Altamura. La maggiore contaminazione delle acque sotterranee è stata rilevata nelle aree ENI, ILVA ed ex-Yard Belleli, di cui si riportano alcuni dati relativi alla distribuzione della contaminazione. Nell’area ENI si è riscontrata contaminazione in diversi punti per la presenza di arsenico, BTEX, idrocarburi ed MTBE a nord dello stabilimento nell’area impianti ed hot spot nella zona deposito.

La contaminazione da Idrocarburi ed MTBE è stata rilevata anche nell’area ex PRAOIL, in vicinanza di Punta Rondinella. Attualmente è in corso l’intervento di bonifica delle acque sotterranee realizzato con un sistema di pompaggio delle acque con well-points e trincee drenanti, che assicurano il contenimento della propagazione dei contaminanti verso il mare, e successivo trattamento finalizzato al riutilizzo delle acque all’interno dello stabilimento. Nell’area ILVA la falda superficiale è risultata contaminata per il 7% delle determinazioni analitiche complessive (6.682).

Gli inquinanti inorganici presenti sono manganese, ferro, alluminio, arsenico, cromo totale, cromo esavalente e cianuri totali, mentre i contaminanti organici sono IPA, BTEX e diversi composti clorurati (1,2 dicloropropano, triclorometano, 1,1 dicloroetilene, tetracloroetilene, cloruro di vinile, 1,2 dicloroetano e tricloroetilene). La falda profonda è risultata contaminata per il 4% delle determinazioni analitiche complessive (3.770). Gli inquinanti inorganici rilevati sono piombo, ferro, manganese, alluminio, cromo totale, nichel e arsenico mentre tra gli inquinanti organici sono presenti triclorometano, tetracloroetilene, diversi IPA, 1,2- dicloropropano e 1,1 dicloroetilene.

È da rilevare che i focolai di contaminazione di alcuni inquinanti sono posti idrogeologicamente a monte dell’area ENI, molti altri sono localizzati in aree distanti meno di 1 km dall’area Belleli che affaccia direttamente sul mare. Nonostante ripetuti solleciti delle Conferenze di Servizi ad attuare con urgenza gli idonei interventi di messa in sicurezza di emergenza della falda, ad oggi non risultano attivate misure in tal senso né risulta siano stati presentati i progetti di bonifica dei suoli e delle acque. Nell’area ex Yard Belleli le acque di falda sono risultate contaminate in maniera diffusa da arsenico, nichel, selenio, idrocarburi totali, fluoruri, solfati ed in forma puntuale da IPA.

Nel 2005 è stato approvato in Conferenza dei Servizi il Progetto di Messa in Sicurezza di Emergenza, presentato dal Commissario Delegato per l’Emergenza Ambientale in Regione Puglia, che prevede la realizzazione di una barriera fisica (palancolata metallica impermeabile sul lato mare) con annessa barriera idraulica di 18 pozzi e realizzazione di un impianto di trattamento delle acque di falda, oltre alla realizzazione di un diaframma plastico posto lungo parte del perimetro nord ovest. Ad oggi tali interventi non risultano attivati per mancanza di risorse economiche.

STATO DI QUALITA’ DEI SEDIMENTI MARINI

L’area marina del SIN di Taranto è stata suddivisa, data la sua estensione, in quattro settori di intervento: 1. Mar Piccolo (al cui interno ricade l’area dell’Arsenale Militare) 2. Area ovest punta Rondinella (in cui ricade il porto fuori rada) 3. Mar Grande I Lotto (al cui interno ricade l’area del porto in rada) 4. Mar Grande II lotto ( al cui interno ricade la Nuova Stazione Navale della Marina Militare). I piani di caratterizzazione delle aree marine sono stati redatti da ICRAM per interventi da attuare a cura del Commissario Delegato per l’Emergenza ambientale della Regione Puglia.

Nei sedimenti marini caratterizzati sono stati riscontrati superamenti di idrocarburi policiclici aromatici, PCB, metalli ed altri microinquinanti sia riferiti ai valori di intervento definiti da ICRAM (approvati nella Conferenza di Servizi Decisoria del 29/12/2004) sia rispetto al 90% dei valori limite per siti ad uso industriale (Tabella 1 col. B – all. 1 del DM 471/99). Per i volumi dei sedimenti eccedenti quest’ultimo limite (ca. 277.000 m3), il MATTM ha richiesto di attivare idonei interventi di Messa in Sicurezza di Emergenza.

A seguito di opposizioni da parte delle associazioni di mitilicoltura preoccupati degli effetti del dragaggio sulla qualità dei mitili, è stato proposto dalla Provincia di Taranto di effettuare unhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo studio di dettaglio sull’area, ad oggi in fase di elaborazione, in modo da colmare alcune lacune individuate in fase di caratterizzazione e verificare, con un’analisi costi-benefici, il miglior sistema di intervento da attuare.

Fin qui la relazione di Arpa Puglia. I segnali di allarme erano evidenti da tempo, così come la necessità di agire con interventi di emergenza. Tutto il resto appartiene, purtroppo, alla storia recente e fa emergere tutta l’inadeguatezza di una classe dirigente che a livello locale e nazionale non ha voluto e saputo muoversi a tutela della città.

4.2_Siti_Contaminati[1] (scarica il documento)


(Inchiostroverde)

venerdì 21 maggio 2010

Malattie rare e metalli pesanti

Un esempio da Empoli suggerito da un nostro lettore (P.M.)

Crescita record delle malattie rare
il Tirreno — 18 maggio 2010 pagina 01 sezione: EMPOLI

EMPOLI. Cresce nell’Empolese Valdelsa l’incidenza delle malattie degenerative del sistema neuromuscolare. Il dato, emerso durante il convegno nazionale dell’Associazione italiana contro le miopatie rare che si è svolto sabato in città, è impressionante. La sclerosi multipla e la sclerosi laterale amiotrofica (la terribile Sla) hanno registrato negli ultimi dieci anni un aumento molto importante...
...
«Forse stiamo pagando il prezzo del passato - spiega il dottor Leonello Guidi, responsabile dell’unità operativa di Neurologia dell’Asl 11 - nella storia industriale dell’Empolese Valdelsa l’utilizzo di metalli pesanti come il piombo, l’arsenico o solventi tossici che venivano a contatto diretto con l’operatore a livelli eccessivi, probabilmente ha contribuito a creare patologie capaci di trasmettersi alle generazioni future». Dieci anni fa le malattie di questo tipo nel circondario venivano rilevate in misura assai inferiore, circa la metà dei casi di oggi. Anche per questo la Regione sta elaborando un registro che tiene conto di come queste patologie sono distribuite sul territorio, indicando luoghi e ambienti di lavoro correlati.
LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

giovedì 3 settembre 2009

Arsenico e vecchi muletti!

Peacelink: dall'Ilva arsenico in mare

di FABIO VENERE (La Gazzetta del Mezzogiorno)

«L’iniziativa del sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, rappresenta per noi un’importante attestazione del nostro ruolo». Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, rilegge la lettera inviata dal primo cittadino che dà il via libera all’avvio di un’indagine per valutare gli effetti dell’esposizione all’arsenico sulla popolazione.
Marescotti, era proprio quello che avevate chiesto?
«Con le nostre denunce non abbiamo mai affermato che l’Ilva scarica in mare quantitativi di arsenico superiori a quanto previsto dalla legge e soprattutto non abbiamo mai detto che tutto questo causa delle patologie per le popolazione. Ci siamo basati su dei dati e su un confronto molto chiaro».
I dati, prego.
«Abbiamo assunto come riferimento i dati che la stessa Ilva aveva comunicato all’istituto Ines e che, quindi, erano depositati presso il ministero dell’Ambiente. Nel 2006, quindi, l’Ilva aveva dichiarato di scaricare in mar Grande 1.116 chili all’anno. Ma poi paradossalmente la stessa Ilva aveva detto che quei dati erano sovrastimati e non effettivi».
Sin qui, i dati...
«La nostra associazione, nel momento in cui ha fatto questa denuncia pubblica sulla presenza di arsenico in mare, si era anche preoccupata di analizzare quel che accadde a Gela. Lì l’azienda petrolchimica scaricava in mare 200 chili all’anno di arsenico (non 1.116...) eppure furono trovate tracce di arsenico nelle urine degli abitanti. Per questo, almeno per noi, è suonato il campanello d’allarme ed abbiamo chiesto un’indagine sulla popolazione. Poi, in realtà, quei dati del 2006 sono diventati ancora più preoccupanti».
A csa si riferisce?
«Uno studio dell’Arpa del 2007, basato su dati reali non su sovrastime, aveva indicato in 2.600 chili all’anno la presenza di arsenico in mare. Ma c’è dell’altro».
Ha altri dati in suo possesso?
«Tra i documenti presentati dall’Ilva al ministero dell’Ambiente per ottenere l’Aia (autorizzazione integrata ambientale) la stessa azienda certificò di scaricare arsenico in mare per 3.320 chili all’anno. Scusi l’ironia ma è una sovrastima anche questa da parte dell’azienda?».
Ora quest’indagine dirà se questi quantitativi di arsenico danneggiano la salute o meno. Sa già come verrà effettuata?
«No. Anche se verrà esaminato un campione rappresentativo della popolazione e gli studi verranno elaborati dall’Università sfruttando una sinergia Arpa-Asl».
Ma tre anni fa non fu già effettuata un’indagine simile?
«Sì e lo ha ricordato recentemente Confindustria Taranto ma quell’indagine, di fatto, si chiudeva rimandando ad un altro esame più approfondito. Serviva altro per avere un quadro certo».

martedì 1 settembre 2009

Dopo le analisi alle pecore, controlliamo le persone!!!

LA TUTELA DELLA SALUTE IL SINDACO RASSICURA GLI AMBIENTALISTI, ARPA IN CAMPO
Arsenico e manganese si faranno le analisi

• Dopo le denunce degli ambientalisti di Peacelink ci si muove per accertare a che livello è l’esposizione da arsenico della popolazione tarantina. Ieri il sindaco Ezio Stefàno ha scritto agli ambientalisti comunicando che «a seguito della richiesta avanzata dal Comune di Taranto per la valutazione dell’ esposizione da arsenico sull’ intera popolazione di Taranto, l’assessore regionale alle Politiche della salute, Tommaso Fiore, ha confermato l’unanime impegno della Regione Puglia. E Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia, ha presentato un protocollo di studio per valutare non solo l’esposizione da arsenico urinario a Taranto, ma ha anche proposto di estendere lo studio anche per il manganese urinario. Alla valutazione - dice il sindaco - saranno interessati il Comune di Taranto, l’Arpa Puglia, il Dipartimento Asl Taranto 1, la Sezione di Medicina del Lavoro “Ramazzini”, del Dipartimento Medicina Interna e Medicina Pubblica dell’Univer sità di Bari.
E sono stati proprio gli ecologisti di Peacelink ad aprire il «dossier» basandosi sul registro Ines e su quei 1167 chili di veleno che il Gruppo Riva, che controlla l’Ilva, ha stimato essere finiti in mare nel 2006. Una enormità a giudizio di Peacelink che ha chiesto al sindaco analisi approfondite sulla salute dei tarantini seguendo la falsariga delle indagini epidemiologiche effettuate a Gela dal Consiglio nazionale delle ricerche e dall’Organizzazione mondiale della sanità.
L’Ilva ha risposto aprendo a nuove analisi, ma smentendo gli ambientalisti: «I dati Ines sono fittizi. Dal 2002 l’Arpa controlla mensilmente i due canali di scarico e la presenza di arsenico è stata nulla o comunque di poco superiore ai limiti di rilevabilità». Il direttore Assennato è stato il primo a parlare di situazione sotto controllo citando le indagini condotte nel 2007 dall’Ispesl sull’esposizione all’arsenico. (La Gazzetta di Taranto, p.IV)

venerdì 14 agosto 2009

Basta censure: l'arsenico c'è, ed è moltissimo!

Parafrasando uno slogan che ha fatto il giro d'Italia, verrebbe da dire che, a Taranto:
"Ti svegli nevrastenico mangiando anche l'arsenico"
Ecco il comunicato stampa di Peacelink, seguito alle dichiarazioni del CNR pubblicate sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri:



Il dr. Fabrizio Bianchi è l’epidemiologo dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) che ha guidato le ricerche dell’arsenico a Gela i cui risultati hanno dato lo spunto a PeaceLink per chiedere che analoghe ricerche siano fatte a Taranto, dove, per molti aspetti, la situazione dell’inquinamento ambientale è più grave di quella di Gela. Egli ritiene, d’accordo con il Direttore Generale di ARPA Puglia prof. Giorgio Assennato, che sia bene fare nuovi controlli, avendo a riferimento i dati ISPESL del 2007. Nella lunga intervista concessa alla Gazzetta del Mezzogiorno del 13 agosto, lo scienziato riconosce anche l’apporto positivo della società civile: “Le Istituzioni si stanno muovendo e lo stimolo viene dal basso. Se poi ci sono protocolli di ricerca, attivati o da attivare, per realizzare quello che gli ambientalisti e i cittadini chiedono in materia di controlli siamo, allora, sulla strada giusta”. E’ ben altra musica rispetto alle accuse di “allarmismi assolutamente ingiustificati” e di “sensazionalismo” che sono piovute addosso a PeaceLink solo perché ha “osato” rendere noti all’opinione pubblica i “dati fittizi” del registro INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e delle Sorgenti), peraltro comunicati dalle aziende al Ministero dell’Ambiente.
Il dott. Fabrizio Bianchi ha dichiarato alla Gazzetta che i dati che le aziende comunicano al registro INES, a cui PeaceLink ha fatto riferimento per lanciare l’attenzione sull’arsenico a Taranto, in genere non sono sovrastimati. Su questo il dott. Bianchi è stato esplicito in maniera disarmante: “Sarebbe sciocco – ha dichiarato – da parte di una azienda dichiarare dati più alti rispetto alle emissioni inquinanti”.
E’ quello che tutti pensiamo. Ciò è confermato dalla vicenda diossina. Infatti l’Ilva dichiarava poco più di 90 grammi annui al registro INES mentre l’Arpa Puglia, misurazioni alla mano, ha valutato le emissioni di diossina in 172 grammi annui in condizioni di normale conduzione degli impianti.
Quindi PeaceLink ha fondati motivi di ritenere che in taluni casi i dati reali degli inquinanti immessi nell’aria e nelle acque di Taranto siano ancora più importanti dei dati di stima comunicati dall’Ilva al registro INES.

Facciamo proprio il caso dell’arsenico di cui si discute in questi giorni che preoccupa noi, il Sindaco e il Segretario generale di UILM Taranto ma che non sembra allarmare né Ilva, né Confindustria. Bene. I dati INES, frutto di stime dell'Ilva, sono 1116 chili all'anno di arsenico Ilva per il 2006 (ultimo dato disponibile).
I dati dell’Arpa Puglia, frutto di misurazioni relative all’arsenico Ilva, sono questi per il 2007: 2650 chili all’anno.
Noi sappiamo che a ciascuna analisi eseguita dal laboratorio del Dipartimento di Taranto di ARPA Puglia corrisponde l’analisi fatta da Ilva nei propri laboratori accreditati.
Le analisi di verifica dell’Ilva, sempre del 2007, rivelano dati ancora più consistenti. Le analisi Ilva forniscono infatti valori di concentrazione lievemente inferiori per il canale 1 (0,0028 mg/litro) e più che doppi per il canale 2 (0,0022 mg/litro).
L'Arpa fornisce come portata oraria dei due canali i seguenti dati: 100.000.000 di litri/ora per il canale 1 e 45.000.000 di litri/ora per il canale 2.
Il che dà come valore complessivo di scarico annuo una quantità di 3320 chili di arsenico in mare (2453 kg per il canale 1 + 867 kg per il canale 2). Questo è il valore in kg/anno ricavato con i dati di laboratorio (rapporti di prova) dell'Ilva stessa. Tali dati sono stati reperiti su http://aia.minambiente.it

E’ mai possibile che le Autorità sanitarie, dal Sindaco, agli Assessori comunale, provinciale e regionale, all’Istituto Superiore di Sanità, al Ministro e al Ministero della salute continuino ad accettare come unico limite di emissione di elementi cancerogeni quello della “concentrazione” (milligrammi per litro) mentre la salute dei cittadini è compromessa dai quantitativi reali di veleni immessi nell’aria e nel mare, quantitativi direttamente correlati con i reali enormi flussi di massa annuali?
Usque tandem …?

Per PeaceLink A. Marescotti e B. De Marzo

giovedì 13 agosto 2009

CNR? Speriamo...

«Utili le analisi sull’arsenico. Il Cnr darà il suo aiuto»
Bianchi: indagini in tutta l’area industriale

FULVIO COLUCCI

• «Le analisi? Vale la pena farle». Da buon toscano Fabrizio Bianchi parla asciutto. Il dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche ha guidato le ricerche sull’arsenico a Gela. L’e pidemiologo dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, ha un’idea precisa: «Sono d’accordo con la proposta del direttore dell’Ar pa Giorgio Assennato: bene fare nuovi controlli. Non si può dire, a priori, se a Taranto c’è una situazione simile a quella di Gela, ma la produzione di arsenico è molto al di sopra di quella della città siciliana. L’apparato industriale tarantino è assai complesso. Le fonti di inquinamento sono molteplici, bisogna cercarle tutte, senza pregiudizi “ideolo gici”. Il ricercatore, anzi, deve essere libero da pregiudizi. Prima studiare e poi parlare».
A caccia di arsenico anche in Puglia. Siete pronti?
«A Taranto alcune cose sono state fatte e i risultati, a proposito di arsenico, sgombrano il campo dalle preoccupazioni (il riferimento è ai rassicuranti dati Ispesl del 2007 ricavati dalle analisi sulla popolazione e sui lavoratori, ndr). I numeri recenti vanno presi come riferimento. Giusto, però, raccogliere certi segnali, quando ci sono, in uno dei siti più inquinati d’Europa. Mi riferisco alle preoccupazioni degli ambientalisti, dei cittadini, non solo per quello che riguarda le emissioni di arsenico
nell’aria e nell’acqua, ma anche per quel che concerne la contaminazione della catena alimentare. Su quest’ultimo punto è giusto nutrire timori e chiedere controlli».
Di che tipo?
«Le domande da farsi sono semplici: l’ar - senico è entrato nella catena alimentare? E se sì come? Non dimentichiamo l’im - patto sui lavoratori. Si tratta dell’altro aspetto delicato su cui fare esami approfonditi. È possibile che ci siano meno tracce d’arsenico nel sangue e nelle urine dei lavoratori. Studiamo il caso in maniera approfondita: ci sono diverse ricerche su malattie e mortalità. Taranto è una città sotto la nostra lente d’ing randimento».
Con chi fare squadra?
«Esiste un accordo di programma recente siglato dall’Istituto superiore di Sanità, dalla regione Puglia, dall’Ar pa. dall’Asl. La Regione lo finanzia e prevede analisi, controlli sanitari. Credo sia lo strumento giusto per attivare i canali di ricerca che vedono il Cnr già da tempo impegnato. Noi siamo pronti. L’Istituto superiore di sanità si sta attrezzando per un protocollo di studio che tenga conto dei risultati della ricerca fatta a Gela. Si tratta di un’opportunità da cogliere. Di recente abbiamo incontrato l’Arpa pugliese. Possiamo mobilitare le nostre strutture di Lecce e Mesagne».
E le istituzioni locali?
«Siamo disponibili a mettere esperienze e competenze a disposizione. La situazione di Taranto non è positiva, ma io farei attenzione ai segnali lanciati dagli ambientalisti e dai cittadini. Le istituzioni si stanno muovendo e lo stimolo viene dal basso. Se poi ci sono protocolli di ricerca, attivati o da attivare, per realizzare quello che gli ambientalisti e i cittadini chiedono in materia di controlli siamo, allora, sulla strada giusta».
Sarebbe facile creare una rete di l avo r o ?
«La strada è segnata. La collaborazione con l’Istituto superiore di sanità e con l’Ar pa, l’accordo di programma del Cnr con la Regione Puglia sono strumenti fondamentali. Non dimentichiamo, però, i passi da muovere in alcune direzioni. C’è ancora da lavorare. Penso, per esempio, al Registro tumori».
C’è stata polemica tra Ilva e ambientalisti sui dati del registro Ines a proposito delle emissioni di arsenico in acqua...
«I dati Ines? Di solito sono sottostimati».
L’Ilva assicura: si tratta di dati fittizi. Gli ambientalisti si preoccupano, per esempio, degli oltre 1100 chili di arsenico stimati dal Gruppo Riva nel 2007 e finiti nel re gistro.
«Sì sono dati fittizi, ma non sovrastimati. Sarebbe sciocco, da parte di un’azienda, dichiarare dati più alti rispetto alle emissioni inquinanti. Però se dico, ad esempio,
che produco 1900 chili di arsenico piuttosto che 2000 cosa cambia? L’en - tità del dato è, comunque, alta. Ripeto: la questione riguarda le aziende dell’area industriale. Tutte. Non solo l’Ilva, ma anche l’Eni e la centrale Edison. L’arsenico è nel pet coke in componenti elevate, ma non solo».
Come evitare polemiche e ragionare sui fatti?
«Senza allarmare nessuno occorre progettare uno studio mirato per Taranto proprio perché il sito industriale è assai complesso. Uno studio avanzato anche rispetto a quello fatto a Gela. Nel valutare le analisi non bisogna ragionare basandosi
sulle medie. Il discorso è legato alla presenza diffusa di arsenico. Bisogna essere sicuri che al di là delle medie non ci siano, per esempio, strati della popolazione che, sia pur limitati nel numero, presentino concentrazioni altissime di arsenico nell’organismo. Dobbiamo certamente prestare attenzione alle medie, ma altrettanto dobbiamo fare con i gruppi di popolazione più sensibili e vulnerabili. Se ho un dato nella norma per un campione ampio di cittadini analizzati, ma un gruppo ristretto presenta ugualmente dati preoccupanti, dovrò fare attenzione. I pesticidi, per esempio, potrebbero determinare questi picchi di contaminazione. Oppure potrebbe essere l’ac - qua per uso agricolo. Nella ricerca bisogna muoversi in uno scenario ampio e senza preconcetti».
Come?
«Ripeto: a Taranto la realtà industriale è molto complessa, le fonti di inquinamento molteplici: bisogna cercarle tutte senza pregiudizi “ideolo - gici”. È importante che il ricercatore sia libero da pregiudizi. Prima si studia, poi si parla».

giovedì 6 agosto 2009

Peacelink risponde a Confindustria che cerca di insabbiare la questione arsenico

COMUNICATO STAMPA

Confindustria è intervenuta a Taranto per definire “allarmismi assolutamente ingiustificati” i timori sollevati da PeaceLink a proposito della presenza di arsenico.
Confindustria ritiene che i dati Ines sull'arsenico diffusi da PeaceLink “non possono considerarsi statisticamente attendibili non in quanto infondati ma perché assolutamente parziali”. E aggiunge: “Tali dati si riferiscono infatti solo ad autodichiarazioni volontarie fornite solo da alcuno soggetti del più vasto sistema industriale”.
Viene data informazione che nel 2007 è stato pubblicato uno studio Ispesl su “Prevenzione oggi” che smentirebbe i timori sull'arsenico a Taranto.

Ci stupiamo dell'errore compiuto da Confindustria nel ritenere che PeaceLink abbia diffuso sull'arsenico dei dati statistici. PeaceLink non ha diffuso delle percentuali ma dei valori che, in termini matematici, sono definiti “valori assoluti”. Abbiamo diffuso stime di fonte industriale sulle emissioni di arsenico che sono espresse in chilogrammi. I valori espressi in chilogrammi non sono valori statistici.

Facciamo un esempio divulgativo.
Se ad una persona cade in testa un mattone da due chili questa non è una “statistica” ma è un “valore assoluto” che assume rilevanza in sé. E se a un'altra persona cade in testa un mattone da dieci chili, qui non siamo in presenza di un altro dato statistico che si può contestare ma di un mattone ancora più pesante che fa ancora più male. Le statistiche si possono anche contestare per come vengono ricavate (sono una elaborazione compiuta su valori assoluti) ma i valori assoluti no, non sono contestabili.

Chiediamo pertanto che Confindustria si esprima proprio su quei 1116 chili di arsenico che l'Ilva di Taranto ha stimato emettere nel 2006 in acqua e ha comunicato al Ministero dell'Ambiente e che sono poi stati resi noti nel registro Ines (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti) alla fine del 2008.
Ci siamo chiesti se per Taranto ci possa essere un problema dovuto a quella tonnellata e passa di arsenico. Abbiamo fatto allarmismo? No, abbiamo invitato a ragionare su un dato che a Taranto non era stato reso noto al grande pubblico e che riguarda una sostanza capace di favorire il cancro.
Il punto su cui abbiamo invitato a riflettere è che, rimanendo agli ultimi dati disponibili del 2006, le stime di emissioni per Gela sono 264 chili e per l'Ilva di Taranto sono 1116 chili, quasi cinque volte di più. Queste non sono sofisticate e ingannevoli statistiche ma cose che comprende anche chi va a fare la spesa. Come il mattone da 10 chili che fa più male del mattone da 2 chili se ci cade in testa.
Cogliamo l'occasione per rendere nota all'opinione pubblica la serie storica delle stime emissioni di arsenico in mare a Taranto: 1116 kg/anno nel 2006, 1172 kg/anno nel 2005, 1087 kg/anno nel 2004, 1463 kg/anno nel 2003, 118 kg/anno nel 2002.
Come mai si è registrata una così considerevole impennata dopo il 2002? Qualcuno risponda.
Sono tutti dati comunicati da Ilva al Ministero dell'ambiente e che sono frutto di stime. Tali stime, per legge, non possono essere compilate a casaccio ma sulla base di metodiche accurate che infatti vengono poi validate dai tecnici ministeriali.
Ripetiamo: questi dati non sono statistiche ma dati che hanno un valore in sé. Sommando questi dati otteniamo una somma non una statistica. E sommandoli otteniamo 4956 chili in cinque anni. Questo dato è un quantitativo che ha un valore in sé e non è una statistica.
Chiediamo a Confindustria: dobbiamo rassegnarci per i prossimi cinque anni a avere altre cinque tonnellate di arsenico? E' sostenibile per l'ambiente e per la nostra salute? O dobbiamo fare in modo che nell'Autorizzazione Integrata Ambientale venga posto un limite?
Crediamo che Confindustria farebbe bene a ragionare se sia sostenibile per il mare di Taranto continuare a smaltire ogni anno un quantitativo di arsenico che appare superiore a quello di Gela.
Fare affidamento sui processi di diluizione non può essere una strategia per il futuro. Tutto ha un limite, anche la capacità di diluizione del mare.

E veniamo allo studio Ispesl pubblicato nel 2007.
Riteniamo che non sia completo e contenga anche delle contraddizioni. Infatti è stato trovato nelle urine degli operai Ilva arsenico in misura minore a quella dei cittadini di Taranto. Questo farebbe pensare che per difendersi dall'arsenico sarebbe preferibile lavorare all'Ilva. Salvo poi scoprire, nello stesso studio, che gli abitanti del quartiere Tamburi registrano una quantità di arsenico superiore alla media. Perché?
La ricerca Ispesl ricontra una maggiore presenza di arsenico in chi mangia molluschi e crostacei ma non chiarisce se quei molluschi e crostacei hanno accumulato arsenico per via dell'inquinamento delle acque.
Ma il punto di maggiore debolezza della ricerca Ispesl, a nostro parere, è nell'analisi del processo produttivo dello stabilimento siderurgico. E' una mera sintesi enciclopedica dei processi produttivi che non spiega però da dove viene emesso l'arsenico e in che quantità. Fa un'analisi delle materie prime ma non delle emissioni. Una tale analisi non consente di focalizzare i punti di criticità e di indagare in modo efficace. Se si fosse proceduto così per la diossina i risultati sarebbero stati poco significativi e non sarebbe stato individuato il punto di maggiore criticità.
Riteniamo che lo studio Ispesl non affronti il problema della contaminazione della catena alimentare e di come l'arsenico possa entrarvi.
Ecco perché si rende necessario formulare una nuova ricerca che individui le fonti specifiche di emissione (senza limitarsi alla sola analisi delle materie prime) e misuri con certezza quanto arsenico viene scaricato in mare e che impatto può avere sulla catena alimentare, dato che l'arsenico può contaminare in particolare i pesci, i crostacei e i molluschi. E' dimostrato dalla letteratura scientifica che i prodotti ittici risentono fortemente dell'inquinamento da arsenico e lo concentrino.
La prossima Autorizzazione Integrata Ambientale dovrà prevedere una minimizzazione delle emissioni di arsenico tramite l'adozione delle migliori tecnologie disponibili. L'arsenico è cancerogeno e più bassa è la soglia definita e minore è il rischio di contaminazione della catena alimentare.
Su questo avremmo desiderato che Confindustria si fosse misurata nel suo intervento dato che l'Autorizzazione Integrata Ambientale è oggetto di definizione in queste settimane.

Intervenire solo per dire che non c'è pericolo non ci garantisce il futuro, intervenire per ridurre l'inquinamento invece ci fa stare più tranquilli tutti
.
Apprezziamo il fatto che il sindaco, con le dovute cautele, abbia accettato l'invito che gli abbiamo rivolto per ottenere a Taranto un approfondimento e un aggiornamento delle ricerche sull'inquinamento da arsenico.
Oltretutto questa esigenza di approfondimento con ulteriori indagini era contenuta nelle conclusioni della stessa ricerca Ispesl del 2007.
Nelle conclusioni lo studio lasciava infatti aperta la porta a nuove indagini: "Per l’arsenico, è risultata un’abnorme esposizione ambientale che si realizza essenzialmente con l’introduzione per via digestiva del metallo e dei suoi composti inorganici ed organici attraverso sia l’acqua ingerita che i prodotti ittici assunti con la dieta (soprattutto molluschi e crostacei). Ulteriori ricerche andrebbero svolte allo scopo di caratterizzare meglio le specie dell’arsenico eliminate con le urine per definire la provenienza dell’arsenico inorganico".
Non ci risulta inoltre che nello studio Ispesl sia stata eseguita l'analisi sul capello, che accumula arsenico. Nell'urina invece l'arsenico “sparisce” in poche ore. Quindi nelle “ulteriori ricerche” si potrebbe prendere in considerazione l'analisi di quei tessuti, come il capello, su cui l'arsenico persiste per una maggiore durata di tempo.
Sulla questione arsenico PeaceLink ha recapitato a tutti i sindacati regionali, provinciali e di categoria la comunicazione già inviata al sindaco in quanto massima autorità per la salute dei cittadini. Nella loro responsabilità facciano le valutazioni del caso per lavoratori che operano sugli impianti e per i cittadini.

Per PeaceLink: Biagio De Marzo, Alessandro Marescotti

sabato 1 agosto 2009

Dopo l'urea...passiamo alle urine!

Lettera al Sindaco di Taranto di Peacelink

Quanto arsenico nelle urine dei tarantini?
Dopo il clamore suscitato dal "caso Gela" occorre riflettere anche su Taranto. A Gela le emissioni stimate di arsenico sono di 264 chilogrammi/anno mentre a Taranto ammontano a ben 1116 chilogrammi/anno. Si rende necessario replicare la ricerca di Gela anche su Taranto.

La domanda che Le facciamo nasce da una notizia che è stata battuta il 30 luglio 2009 su tutte le agenzie di stampa.
Infatti in una ricerca curata dal Cnr appaiono dati allarmanti: nelle urine di un campione di abitanti di Gela e dintorni c’è una presenza di arsenico del 1.600% oltre il limite. I risultati del progetto Seibiomag, pubblicato su 'Epidemiologia&Prevenzione”, non lasciano possibilità di dubbio: nel 20% dei casi esaminati anche il sangue risulta avvelenato da inquinanti industriali.
Lo studio è stato condotto su Sangue intero, Plasma e Urine ed è stato finanziato dall’assessorato al territorio ed ambiente della Regione Siciliana. La realizzazione ha coinvolto IFC-CNR e Organizzazione Mondiale della Sanità.
Oltre all’arsenico nelle urine, nel campione di popolazione monitorato a Gela sono state riscontrate quantità “significative” anche di piombo, cadmio e mercurio.
I metalli che sono stati oggetto di studio sono l’arsenico, il mercurio, il selenio, il rame, l’antimonio, il tallio, il berillio, il piombo, il cadmio, il vanadio.
Sono sostanze emesse anche a Taranto nell'area industriale: anzi Taranto supera complessivamente di gran lunga Gela per molti di questi inquinanti.
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