venerdì 31 ottobre 2014

In una botte di ferro!

Porto di Taranto, il Governo alla guida. Delrio detta la linea: «Scalo fondamentale per l'Italia»

Scende in campo direttamente il governo nella vicenda del porto di Taranto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, spinge sull’acceleratore e rasserena una situazione che, prima dell’incontro a Palazzo Chigi, era molto tesa. A Roma erano presenti praticamente tutti gli attori di questo interminabile film: dal presidente dell’Autorità Portuale, Sergio Prete ai rappresentanti di Regione, Provincia e Comune, dalle organizzazioni sindacali ai vertici di Tct. Per la società terminalista c’erano i massimi rappresentanti Francesco Velluto e Gianfranco Russo, per Evergreen Leo Wang e per Hutchinson Simon Mullet. A Roma, anche gli esponenti del gruppo Maneschi titolare di una percentuale in Tct. A loro, è stato destinato un messaggio chiaro dal Governo: Taranto resta un porto fondamentale per l’Italia, i ritardi sono acqua passata e d’ora in poi si deve marciare nella stessa direzione. Il Governo, tramite la viva voce di Delrio, si è assunto la responsabilità per le beghe burocratiche e contestualmente ha assicurato un taglio sulla tempistica dei lavori. Ossia: un anno per i lavori della banchina con l’auspicio di completare i dragaggi entro giugno 2016.
Tra una settimana ci sarà un nuovo incontro ma questa volta più ristretto. Servirà per far stilare a Tct un documento in cui si espone formalmente sulle richieste ufficiali e sugli impegni futuri.
Insomma, la sterzata del sottosegretario è servita. È piaciuta alle istituzioni presenti, primo fra tutti il sindaco Stefàno. È stata gradita dai sindacati che, in una nota congiunta di Filt-Cgil, Fit-Cisl e UilTrasporti-Uil, affermano: «Abbiamo apprezzato le affermazioni del Governo circa l'importanza strategica del porto di Taranto per il Paese e più in generale del nuovo modello di sviluppo che proprio a Taranto può consolidarsi. Questo per noi è assolutamente essenziale per comprendere quale sia il tipo di intervento che il governo può mettere in campo per lo sviluppo del territorio. La nostra dichiarata necessità è stata quella di focalizzare l'attenzione di tutti i soggetti firmatari dell'accordo 2012 per comprendere come la disponibilità manifestata dal governo possa trovare esigibilità».
A tal proposito il sottosegretario Delrio, recependo anche le richieste delle organizzazioni sindacali, ha dichiarato «la necessità urgente di aggiornare un accordo che contenga gli impegni che ogni soggetto firmatario deve assumere per far si che gli investimenti possano realizzarsi in tempi rapidi e nel rispetto del nuovo cronoprogramma».
«Abbiamo chiesto e ottenuto da parte delle aziende investitrici il rinnovo degli impegni presi riguardo allo sviluppo del Porto - ha spiegato il sottosegretario - Il governo ritiene strategico il rilancio delle attività portuali di Taranto per la ripartenza economica del Meridione e del Paese. Abbiamo già stanziato 377 milioni di euro per le opere da realizzare e adesso siamo pronti a garantire il rispetto del cronoprogramma concordato». «A Taranto, come nel Mezzogiorno e in altre aree strategiche del Paese, il governo spenderà tutte le proprie energie per attirare gli investimenti privati e creare nuove opportunità di crescita dell'occupazione e di sviluppo», ha aggiunto.
Il timing prevede l’inizio dei lavori del primo lotto comprendente i 900 metri di banchina a dicembre 2014 con termine 17 dicembre 2015 mentre la restante parte con scadenza prorogata ad aprile 2016. Probabilmente anche prima, in quanto l’Authority ha chiesto e ottenuto ufficiosamente un accorciamento dei tempi. Si ipotizzano quindi i dodici mesi in totale per i 1200 metri assicurati anche da Delrio. Sui dragaggi, invece, l’empasse dovrebbe essere agli sgoccioli. E’ stata definita la graduatoria provvisoria che vede la Astaldi Spa prima classificata. C’è, però, un problema: l’offerta risulta anomala in quanto troppo bassa rispetto ai parametri generali stimati per l’intera opera.
Più semplicemente: fin quando non si verificherà la congruità di quest’offerta, i lavori non saranno aggiudicati definitivamente. Si conta di chiudere la procedura entro i primi giorni di novembre.
Anche sulla diga foranea non si esclude che si possa partire a breve, anche se in questo caso è tutto in una fase embrionale. I lavori necessitano comunque di 14 mesi. «Tali impegni sono necessari inoltre per rasserenare gli animi, particolarmente esasperati dei lavoratori, in cassa integrazione da 29 mesi - proseguono i sindacati - per i quali abbiamo ribadito la necessità di garanzia dei livelli occupazionali e di individuazione degli strumenti di ammortizzazione sociale per la gestione della fase di realizzazione dei lavori». L’incontro a Palazzo Chigi si è chiuso con un auspicio. Un invito alla corresponsabilità e alla coesione da parte di tutti soggetti per fare in modo che gli investimenti possano realmente concretizzarsi a beneficio dello sviluppo del territorio e dell'intera comunità jonica. (Quotidiano)

giovedì 30 ottobre 2014

Controentusiasmo (razionale..)

Comunicato stampa del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

«Il miliardo di euro sequestrato, una volta concluso il processo, doveva risarcire lo Stato del danno erariale causato dai Riva. Se si usano questi soldi per applicare l'AIA del siderurgico è evidente che non ci sarà alcun risarcimento per le casse pubbliche» «Era il 14 maggio del 2013 quando circa 1 miliardo di euro in prodotti veniva dissequestrato con la scusante che “senza quei soldi non si poteva applicare l’AIA”. A distanza di un anno e 5 mesi, accompagnati da minacce e ricatti nei confronti di cittadini e lavoratori, la situazione in fabbrica e fuori è notevolmente peggiorata. Il GIP di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, ha accolto la richiesta che il commissario straordinario Piero Gnudi ha avanzato lo scorso 11 settembre 2014. Oggi come allora, 1,2 miliardi di euro vengono “restituiti” per essere destinati interamente all'applicazione dell'AIA. Nulla di questa somma sarà destinato alle bonifiche; neanche un euro per risarcire Taranto, una città massacrata dall'inquinamento, anche dell'Ilva. La notizia del dissequestro di queste somme è stata presentata come una conquista!! Aggiungi un appuntamento per oggi il commissario Gnudi,una parte di politici,l'associazione degli industriali ionici,alcune organizzazioni sindacali e perfino legambiente urlano vittoria...ma tra le righe dichiarano a voce unanime che "ADESSO SI PUO CONTINUARE A SPERARE". Beh, certamente.. a TARANTO le "certezze" sono un optional...dobbiamo vivere di "speranze". L'unica CERTEZZA è l'aumento dei tumori infantili al 21%...ma nessuno ovviamente dei "soddisfatti" ne parla. Analizzando quindi la "nuova notizia", ci sorgono spontanee alcune domande: Quando sarà materialmente disponile la somma dissequestrata? In quale dei paradisi fiscali sono state nascoste queste somme sequestrate sulla carta alla famiglia Riva? A quanto ammonta il debito che l’ILVA ha accumulato fino ad oggi considerando il prestito ponte, le pendenze verso le ditte d’appalto, le spese di gestione ecc…? Siamo sicuri che i Riva non ricorreranno in appello E cosa accadrebbe qualora un giudice in appello invertisse la decisione? Se la "crisi di liquidità" è tale che anche questo mese si paventa la mancanza dello stipendio, credono davvero "lor signori" che il problema sia risolto e che si può stappare qualche bottiglia? L'apoteosi della contraddittorietà, però, viene raggiunta se si considera l'assoluta divieto dell'Unione Europea a ogni forma di aiuto di Stato alle imprese private. Troppo spesso si dimentica, infatti, che per quanto commissariata ,l'Ilva è una azienda privata. Il miliardo di euro sequestrato, una volta concluso il processo, doveva risarcire lo Stato del danno erariale causato dai Riva. Se si usano questi soldi per applicare l'AIA del siderurgico è evidente che non ci sarà alcun risarcimento per le casse pubbliche. Si sta a tutti gli effetti usando i soldi dei cittadini. A tutte le domande precedenti, dunque, ne aggiungiamo ancora un'altra: è legittimo un tale aiuto di Stato a una impresa privata? Diverso sarebbe stato se le risorse fossero destinate alle bonifiche e alla riqualificazione ambientale del territorio, devastato anche dall'Italsider pubblica negli anni passati. A nostro avviso, questa ulteriore concessione è la conferma che in questo territorio la “vendita di fumo” continua imperterrita».
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

Comunicato stampa di Angelo Bonelli
«Ci sono consiglieri comunali, parlamentari che hanno esultato per lo sblocco del 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva affermando che è stato applicato “il principio chi inquina paga”!
Ma applicare l'AIA negli impianti di proprietà degli stessi Riva non è applicare il principio chi inquina paga! Mai sciocchezza così grande era stata pronunciata! Nessun principio chi inquina paga è stato applicato, perchè quei soldi non saranno utilizzati per fare le bonifiche nelle aree contaminate, nei terreni agricoli interdetti al pascolo perché inquinati dalla diossina. Quei soldi non saranno utilizzati per disinquinare il mare e le falde, per risarcire agricoltori, allevatori , mitilicoltori e chi ha subito danni alla salute o la perdita dei propri cari. Il principio chi inquina paga non è stato applicato e chi lo dice o è in malafede o deve tornare a studiare. Rimettere a posto gli impianti a norma era un obbligo di legge che i Riva non hanno mai fatto perché così hanno aumentato i profitti,ma così facendo le terre,le acque di Taranto e la vita dei tarantini sono state contaminate. Sia chiaro mettere a posto gli impianti dei proprietà dei Riva con i soldi dei Riva non è applicare il principio chi inquina paga, perchè le terre, le acque e la vita di Taranto continua ad essere disseminata di veleni!».

La città ne parla!


Tempa rossa e dintorni. Taranto..Verso quale futuro?

Oggi Dibattito pubblico organizzato dall'APS Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
c/o biblioteca comunale Acclavio (piazzale bestat), h. 16.30

Apertura a cura del Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti : " Seveso 1976 – Milazzo 2014: 40 anni di gestione del rischio da incidente rilevante "

Dibattito.
Interverranno:

Il Presidente dell’Associazione B&B Terra di Sparta Angelo Locapo
Il Presidente dell’Associazione Stabilimenti Balneari della Provincia di Taranto Vincenzo Leo
Il Presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzaro
Il Presidente Provinciale di Confartigianato Domenico D’Amico
Il Presidente di Confcommercio Taranto Leonardo Giangrande
Il Presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo

il dibattito sara' moderato dai giornalisti :
GIANLUCA COVIELLO E ANGELO DI LEO

Conclusioni: comitato cittadini e lavoratori liberie pensanti

SONO INVITATI CITTADINI E ASSOCIAZIONI

l'evento sara' trasmesso in diretta sul canale 189 del digitale terrestre dall'emittente JO TV

Il gioco dei ruoli

Severino ingaggiata come lobbysta da Confindustria 

  La questione va facendosi di giorno in giorno più delicata. A tal punto che i gruppi esteri hanno deciso di seguirla alzando al massimo il livello di attenzione. Anche per questo è stata messa in campo una lobbista d’eccezione, Paola Severino, ex ministro della giustizia nel governo Monti. Cosa bolle esattamente in pentola? Le commissioni riunite giustizia e ambiente del Senato stanno per affrontare momenti decisivi nell’esame del disegno di legge sui reati ambientali. Argomento sin troppo caldo, che può avere ripercussioni sull’Ilva e su tutti i casi simili presenti sul territorio italiano. Il ddl in questione, presentato da una folta pattuglia di parlamentari del Pd (tra cui Ermete Realacci), del M5S e di Sel, introduce e dettaglia tutta una serie di delitti come inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale di alta radioattività e impedimento al controllo. Il fatto è che sul ddl è già scontro tra i magistrati, che vorrebbero rafforzarne i contenuti per reprimere gli illeciti, e la lobby delle grande aziende, che invece vorrebbero alleggerirne l’impalcatura. In mezzo si estende un terreno sdrucciolevole sul quale sta cercando di destreggiarsi la Severino. Certo, l’ex ministro della giustizia vanta contatti privilegiati con l’ambiente confindustriale, se solo si considera che è tutt’ora prorettore della Luiss, l’ateneo presieduto dall’ex numero uno di viale dell’Astronomia, Emma Marcegaglia. Ma il nome della Severino è uscito fuori anche tra i possibili candidati al Quirinale, per i quali è imprescindibile coltivare buoni rapporti con la magistratura. Sta di fatto che sotto traccia l’ex Guardasigilli si sta occupando molto da vicino degli sviluppi del disegno di legge. Del resto che le posizioni in campo rischino l’attrito è confermato dai documenti depositati nelle commissioni di palazzo Madama in occasione delle audizioni svolte lo scorso 11 settembre. Secondo il procuratore capo di Civitavecchia, Giancarlo Amendola, le maggiori perplessità del testo derivano dal fatto che i delitti di inquinamento e disastro ambientale richiedono una "violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela dell’ambiente e la cui inosservanza costituisce di per sé illecito amministrativo o penale". Per Amendola è sbagliato far dipendere la punibilità "dall’osservanza o meno delle pessime e carenti norme regolamentari oggi esistenti". Così come parrebbero troppo benevole le nuove norme sul ravvedimento operoso, che nel testo consentono di diminuire dalla metà a due terzi le pene nei confronti di chi collabora con l’autorità giudiziaria. Su questo punto, però, è di avviso diverso il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, che tra l’altro è stata capo della segreteria tecnica della Severino a via Arenula. Per la Panucci nel caso del ravvedimento operoso "si ritiene opportuno disporre le sospensione del procedimento penale e della prescrizione per l’intera durata degli interventi di risanamento". Senza contare che per Confindustria è necessario perimetrare meglio il reato di inquinamento ambientale e limitare la punibilità a titolo di colpa dei nuovi delitti di inquinamento e disastro ambientale. Naturalmente per la lobby confindustriale norme troppo stringenti avrebbero l’effetto di spaventare investitori esteri. E in questo caso il primo pensiero non può che andare alla situazione dell’Ilva di Taranto, dove i potenziali acquirenti, ovvero i franco-indiani di ArcelorMittal (in cordata con il gruppo Marcegaglia) e gli altri indiani di Jindal, vogliono garanzie di una certa "elasticità" normativa prima di scendere in campo. Insomma, il ddl sui reati ambientali sta diventando argomento sensibile. Della materia, peraltro, la Severino è assolutamente esperta, se si considera che l’ex ministro difende la Tirreno Power, ovvero la centrale a carbone (controllata dai francesi di Gdf Suez e dalla disastrata Sorgenia della famiglia De Benedetti) coinvolta in un’inchiesta proprio per questioni ambientali. Gli emendamenti al ddl dovranno essere presentati in commissione entro il prossimo 19 novembre. Ma le lobby sono già in movimento. (Wallstreetitalia)

mercoledì 29 ottobre 2014

Soldi volanti

Ilva, incontro Gnudi-Galletti: si valuta come usare i fondi dissequestrati

Dopo la decisione del gip di Milano di1,2 miliardi di euro dei Riva e farli confluire nelle casse dell'Ilva, subito ci si è mossi per capire come usare questa nuova boccata d’ossigeno. Questa mattina si è subito tenuta un incontro tra il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e il commissario straordinario Piero Gnudi.
“Nel confronto” si legge nella nota “è stato valutato lo sblocco dei fondi stabilito dal Tribunale di Milano come un elemento di svolta, che permette di procedere in modo ancor più spedito sulla tabella di marcia per la piena sicurezza ambientale dell’area interessata”. Il ministro Galletti assicura che la questione Ilva ha è assolutamente centrale nell’agenda del governo, “per il legame inscindibile che c’è tra l’ambientalizzazione dell’area, il nuovo orizzonte produttivo dello stabilimento e le prospettive per i lavoratori e la città di Taranto”.
Anche il commissario straordinario Gnudi ha accolto fin da subito molto positivamente la decisione del gip di Milano, da lui sollecitata circa un mese fa: “Questa decisione è un passo importante per l’attuazione del piano ambientale previsto dall’Aia che dalle nuove risorse potrà avere un rinnovato impulso e faciliterà la gestione dell’impresa e la soluzione del “problema Ilva” per il coinvolgimento di nuovi azionisti”. (Puglia24)

Eppure era così vicino ai Riva... praticamente un cognato!

Lamberto Dini riscopre l’acciaio di Stato: «Nazionalizziamo se nessuno compra»

«L’Italia non può permettersi di fare chiudere l’Ilva. Deve trovare un compratore e, se non lo trova, deve nazionalizzare lo stabilimento siderurgico di Taranto. Non ci sono altre strade». Lamberto Dini fu il presidente del consiglio che nel 1995 completò la privatizzazione della siderurgia di Stato consegnando l’Ilva a Emilio Riva. Dopo 19 anni, con l’Ilva sotto inchiesta per disastro ambientale e in attesa di un nuovo padrone che ne eviti il fallimento, Dini disegna l’ipotesi di un percorso inverso: un ritorno all’acciaio di Stato. «L’Ilva di Taranto è il più grande e forse il più efficiente centro siderurgico europeo. Non si può permettere che chiuda» dice. Ex direttore generale della Banca d’Italia, più volte ministro e poi premier dal 1995 al 1996, Dini è stato senatore fino al 2013. Ormai fuori dalla politica, a 83 anni continua la sua attività di consulente finanziario ed è presidente dell’advisory board della società Time and Life. «Seguo con grande attenzione le questioni italiane, in particolare quelle economiche e finanziarie».
Presidente, perché ipotizza la nazionalizzazione?«La produzione dell’acciaio deve essere salvaguardata. Serve qualcuno che rilevi l’Ilva. Il problema di oggi, a parte quelli connessi all’intervento della magistratura, è che non ci sono imprenditori o finanzieri italiani disposti a sborsare alcuni miliardi necessari per rilevare l’impianto».
Le trattative per la cessione ruotano in realtà intorno a qualche centinaia di milioni.«I miliardi servono per risanare. Se non si risana, non si produce. Chi ha quattro miliardi? Si pensa a Mittal perché non c’è nessuno in Italia disponibile a rilevare lo stabilimento. C’è anche l’ipotesi Arvedi, che evidentemente pensa a una cordata con soci esteri perché da solo non ce la farebbe. L’ideale sarebbe che l’Ilva rimanesse in mani italiane, ma andrebbe bene anche una mano estera se un piano industriale garantisce il mantenimento dell’occupazione o addirittura l’espansione della produzione. Questo è un impianto da risanare e mantenere in vita. Perderlo sarebbe un errore gravissimo. Quindi o si trova un acquirente o l’ultima ratio è valutare la nazionalizzazione».
Le pare una soluzione percorribile?«Non ci sono ostacoli europei. Subentrerebbe lo Stato come produttore d’acciaio, punto e basta. Ora c’è come commissario nominato dal governo il professor Piero Gnudi, persona validissima. Ha il compito di fare un piano industriale. Ma dove si prendono i soldi per finanziarlo? Il governo Renzi ha approvato un piano area di 1,8 miliardi ma non è precisato da dove debbano venire i fondi. A parte la decisione dei giudici di Milano di assegnare all’Ilva 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva per un’altra inchiesta, serve un compratore disponibile a mettere i soldi necessari a risolvere tutti i problemi. Altrimenti c’è bisogno di un sostegno grande da parte delle autorità pubbliche affinché la magistratura sia soddisfatta e tolga il sequestro facendo tornare lo stabilimento alla normalità».
Se l’immagina davvero, presidente Dini, un ritorno alla fase pre 1995, cioè allo Stato produttore di acciaio?«Guardi, quella non è stata una cattiva gestione. Sull’Iri si può dire molto, ma aveva manager che gestivano bene le partecipazioni statali, almeno in gran parte. Non erano inefficienti. Lo Stato ora trovi le risorse. Siamo di fronte a una questione prioritaria».
Se il management Iri era così competente e l’Ilva funzionava, perché poi si decise di privatizzare un’azienda che era e resta strategica per l’economia nazionale?«Tutto questo è avvenuto nel periodo in cui lo Stato intendeva smettere di fare panettoni e gelati e privatizzare le imprese industriali».
I panettoni non erano strategici quanto l’acciaio.«Il programma era fare uscire lo Stato dall’industria. Anche dalle telecomunicazioni. Oggi è rimasta una partecipazione su Enel, Eni e Finmeccanica, strategica nella produzione di strumenti per la Difesa. Certo poteva andare meglio. Ma avere la sciato l’impianto di Taranto deteriorarsi con le conseguenze note è stato un crimine».
Crede che tutta la fase delle privatizzazioni del 1995 sia stata inevitabile?«Non fu inevitabile: fu una scelta. Se l’acciaio restava nelle mani dello Stato, nessuno poteva dire nulla. Ci sono le Ferrovie, poteva esserci un’industria siderurgica. Le regole della concorrenza europea impediscono gli aiuti, non la gestione. Lo Stato quindi oggi può nazionalizzare la siderurgia, ma deve essere competitivo».
Rifarebbe tutto ciò che fece tra 1994 e 1995?«Nell’insieme, sì. Non ci sono stati altri casi come il caso Ilva».
Fu sbagliato vendere a Riva?«In quel momento i Riva erano affidabili, mostravano di laavere le capacità di gestire anche quella grandissima realtà che è l’Ilva di Taranto. I danni ambientali, i danni alle persone, però, sono un fatto gravissimo. L’espulsione dei Riva da questa realtà è il minimo che si possa fare oggi. Questo è un fallimento grande: i Riva dovevano investire e non creare il problema ambientale che ha portato all’intervento della magistratura e al sequestro».
Si disse nei giorni della privatizzazione: il governo Dini ha privilegiato Riva, lo ha sostenuto per legami parentali o di amicizia...«Io non ho mai avuto alcun rapporto con i Riva, non li ho mai incontrati. Le decisioni prese risalgono al 1994, al governo Berlusconi di cui ero ministro del Tesoro. Nel 1995 ero io a Palazzo Chigi ma avevo un ministro dell’industria molto competente, il professor Alberto Clò. Le decisioni furono del governo, io le avallai. Nel 1995 si completava un percorso cominciato nel 1994. Ora posso parlare con dispiacere di quello che è successo».
Si è detto anche: la magistratura vuole fare la politica industriale. È d’accordo?«No. L’intervento della magistratura è dovuto ai danni ambientali e ai danni alle persone. Si parla di dieci miliardi».
Se ci fosse stata una politica industriale, tutto questo sarebbe successo?«Guardi, non è più il momento di una politica industriale. Solo gli esponenti della Cgil reclamano in piazza una politica industriale. Oggi siamo in un mercato aperto, concorrenziale. Non si possono dare aiuti o sussidi agli imprenditori, l’unico mezzo è la nazionalizzazione di un impianto: questo rientra nelle regole europee. Certo la soluzione di mercato è la migliore. Al momento nessuno in Italia è disposto a farsi avanti per rilevare lo stabilimento Ilva. Mi auguro che qualcuno compri. Oppure ci pensi lo Stato». (CdM)

Salina Grande: Fermate le ruspe!

Uno sconvolgimento di grandi proporzioni della "Salina Grande" è in corso in questi giorni. Varie ruspe, anche di notte, procedono al dissodamento e spianamento del terreno su tutto il fronte a nord del canale che separa i due lembi della zona, intaccandone le peculiarità ambientali e paesaggistiche. Probabilmente si tratta della più vasta opera di manomissione dell'area, purtroppo già nel passato insidiata da scarichi di rifiuti e fanghi di dragaggio e da progetti urbanistici.
Legambiente chiede che le ruspe siano immediatamente fermate.
"La Salina Grande è un'area umida inserita tra i SIC (Sito di Importanza Comunitaria con codice IT 913004) per il suo rilevante interesse naturalistico. L'intervento potrebbe aver distrutto parte del suo salicornieto, specie protetta dalla comunità europea" dichiara Leo Corvace del direttivo dell'associazione "L'area è di grande importanza anche da un punto di vista faunistico come tradizionale luogo di sosta di specie migratorie e stanziali di uccelli nei diversi laghetti che si formano sul terreno argilloso dopo piogge copiose. Anche questa funzione è messa a rischio dall'intervento in corso."
Del resto l'area è ad alto rischio idraulico come risulta dal PAI (Piano di Adeguamento Idrogeologico).
In quanto area protetta, sulla "Salina Grande" insistono vincoli a più livelli che ne dovrebbero garantire la piena tutela. Per essere Sito di Importanza Comunitaria ogni modificazione è infatti subordinata ad una valutazione di incidenza ed al rilascio di specifiche autorizzazioni.
L'area rientra nel regime di tutela paesaggistica previsto dal P.U.T.T. della Regione Puglia in via di superamento e dal nuovo Piano Paesaggistico adottato di recente. La variante generale al Piano Regolatore del comune di Taranto ne definisce la destinazione a parco naturale con divieto di edificazione e "di qualsiasi trasformazione dei luoghi e delle colture". La Salina Grande rientra anche nel SIN (Sito di Interesse Nazionale) per le bonifiche con i relativi obblighi e non risulta se sull'area, di interesse pubblico, sia stata operata la prevista caratterizzazione
I vincoli preesistenti non sono però bastati per salvaguardare l'integrità di questa area.
Il paradosso è che in questo territorio si respirano veleni e non si tutelano i beni ambientali e paesaggistici !
"Legambiente chiede agli organi preposti al controllo del territorio" – dichiara Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto – "se gli autori di questa grave manomissione della Salina Grande siano in possesso delle relative autorizzazioni, condannandone comunque fermamente gli eventuali rilasci, e se siano state rispettate tutte le procedure imposte dai vincoli preesistenti sull'area riservandosi comunque di adire le vie legali" (LegambienteTA)

Una procura continuamente "esposta"!

Endometriosi a Taranto, “L’inquinamento è la causa?” Esposto in Procura

Sono state le emissioni nocive dell’Ilva e della zona industriale di Taranto a causare la diffusione dell’endometriosi in Puglia e l’infertilità nelle donne della provincia ionica? È quanto vogliono sapere i componenti del comitato Taranto Lider, donne tarantine che da anni hanno intrapreso una battaglia a tutela delle migliaia di donne affette dalla grave e semisconosciuta patologia che, nei casi più gravi, può portare all’infertilità femminile. Con un esposto alla procura guidata da Franco Sebastio, infatti, il comitato ha chiesto di verificare se vi sono nessi causali tra inquinamento e malattia, soprattutto dopo le dichiarazioni allarmanti formulate dagli esperti nominati dal gip Patrizia Todisco nelle maxi perizie divenute pietre miliari dell’inchiesta Ilva.
I periti, infatti, hanno spiegato che tra “le manifestazioni acute da diossine” c’è anche “l’endometriosi” anche se hanno poi aggiunto che “i tempi estremamente ridotti con cui il progetto di studio epidemiologico è stato condotto (8 mesi per progettazione, acquisizione dati, controllo di qualità, analisi statistica e redazione del rapporto) non hanno permesso analisi aggiuntive e valutazioni dettagliate” ed è quindi necessario proseguire con la “caratterizzazione della fertilità e della salute riproduttiva. Questi aspetti – scrivono i periti – non sono stati considerati nella presente indagine ma devono essere valutati con attenzione specie in relazione ai possibili effetti tossici degli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, ndr) e delle diossine”.
Ma cos’è l’endometriosi? “L’ endometriosi è una malattia complessa – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Maria Teresa D’Amato – originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, vescica, ureteri e reni. È una malattia subdola che se non diagnosticata tempestivamente provoca infiammazioni croniche, aderenze e persino infertilità. II violento dolore pelvico cronico durante il ciclo, l’ovulazione e durante i rapporti sessuali, la stanchezza cronica e gli effetti collaterali che colpiscono le donne che ne sono affette, purtroppo, impediscono spesso una normale vita sociale, familiare ed anche professionale”.
E così, a distanza di due anni da quelle perizie, le donne di Taranto Lider hanno chiesto alla procura ionica di continuare a indagare sulla vicenda. Una nuova battaglia da vincere, insomma. Come quella sulla legge regionale sull’endometriosi approvata dal consiglio pugliese lo scorso 30 settembre dopo la proposta giunta proprio dalle donne tarantine. “Abbiamo pensato che non basta denunciare – ha raccontato Roberta Villa – perché la denuncia non offre garanzie alle donne e così, sul modello friulano, abbiamo lavorato alla proposta di legge della quale la consigliera Annarita Lemma (Pd) è prima firmataria”. La proposta è così diventata legge, la seconda in Italia dopo il Friuli, con il voto bipartisan. “Ma noi non ci fermiamo – ha annunciato Grazia Maremonti – perché vogliamo che l’istituzione del registro regionale dell’endometriosi diventi realtà. E previsto dalla legge. Purtroppo i casi sono davvero tanti: è un problema che affligge quasi 3 milioni di donne in Italia (dato notevolmente sottostimato e relativo ad uno studio del 2004) e purtroppo la diagnosi completa avviene anche dopo 9 anni dai primi sintomi. La Regione Puglia ha fatto il primo passo, ora bisogna continuare su questa strada per restituire dignità alle donne che soffrono in silenzio. Lo sa che tante tarantine affette da endometriosi hanno scelto di non firmare l’esposto perché il marito lavora all’Ilva?”.

martedì 28 ottobre 2014

Si stappa champagne. Si tapperanno le emissioni tossiche?

Ilva, gip accoglie richiesta commissario straordinario. Sbloccati 1,2 miliardi

Il Gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta avanzata dal commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi di sbloccare e trasferire nella casse del gruppo 1,2 miliardi di euro circa, cifra sequestrata dalla procura di Milano nell’inchiesta a carico di Adriano Riva e due commercialisti.
La richiesta di dissequestrare della somma da parte dei legali del commissario Gnudi era stata presentata l’11 settembre scorso. Le parti hanno discusso davanti al giudice D’Arcangelo in una udienza che si è svolta il 17 ottobre scorso. In quella occasione, la difesa della famiglia Riva aveva sollevato questione di legittimità costituzionale riguardo la legge denominata "Terra dei fuochi", usata dai legali di Gnudi per avanzare la richiesta di dissequestro.
Il giudice D’Arcangelo, nell’accogliere la domanda del commissario, ha indicato che è stata "accertata la manifesta infondatezza" delle questioni di legittimità costituzionale e che, quindi, "occorre rilevare come sussistano nel caso di specie tutti i presupposti per procedere al trasferimento previsto dalla norma", ovvero i fondi potranno essere utilizzati per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Il Gip ha disposto che i beni sequestrati siano convertiti in azioni "a titolo di futuro aumento di capitale" dell’Ilva, spiegando che "le azioni di nuova emissione dovranno essere intestate al Fondo unico giustizia e, per esso, al gestore ex legge Equitalia Giustizia spa".
Il sequestro era stato eseguito nel maggio 2013 e riguardava circa 1,2 miliardi di euro. Il sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza, era stato disposto dallo stesso Gip Fabrizio D’Arcangelo, su richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi. In quella occasione, nell’ordinanza di sequestro si giustificò la decisione, indicando che i fondi "costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata" da parte degli indagati "ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori".
In questa inchiesta risultano indagati Adriano Riva e due consulenti della famiglia: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio. Era stato iscritto nel registro degli indagati anche Emilio Riva, deceduto nel frattempo. La richiesta di Gnudi di dissequestrare le somme e di farle tornare nella disponibilità della società Ilva è stata possibile in quanto il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge cosiddetta "Terra dei Fuochi", la quale prevede la possibilità di utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per reati ambientali (condotto dalla procura di Taranto), per il risanamento degli impianti dello stabilimento pugliese. (GdM)

Galleggiare sul fondo. Il verde che non c'è

Nel rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, Taranto si piazza al 77° posto su un totale di 104 città monitorate. Una posizione poco gratificante che evidenzia le difficoltà della città dei due mari
Inquinamento atmosferico a livelli d'emergenza e tasso di motorizzazione in crescita, gestione dei rifiuti altalenante e trasporto pubblico in crisi. Questo il quadro che emerge dalla ventunesima edizione di Ecosistema Urbano, il rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore. Il Rapporto quest'anno si concentra sulla qualità delle politiche ambientali dei nostri capoluoghi di provincia, per osservare in modo più approfondito quello che l'amministrazione locale fa, o non fa, per migliorare la mobilità, la gestione dei rifiuti e delle acque e, in generale, la qualità del proprio territorio. L'insieme dei dati ci dice, ancora una volta, che le città italiane vanno a tre velocità: sono lente, lentissime e statiche.
In questo quadro Taranto si piazza solo al  77° posto su un totale di 104 città monitorate, nelle parti "basse" della classifica. La cattiva posizione nella classifica generale è frutto innanzitutto di una serie di dati non disponibili relativi al trasporto pubblico, all’indice modal share, alle isole pedonali, alle piste ciclabili e alla qualità dell’aria. Nelle classifiche parziali, altri risultati poco lusinghieri sono stati:  102° posto per VERDE URBANO FRUIBILE; 74° posto per CONSUMI ELETTRICI DOMESTICI; 89° posto per ENERGIE RINNOVABILI – SOLARE; 63° posto per AREE VERDI TOTALI; 64° posto per RIFIUTI: PRODUZIONE DI RIFIUTI URBANI – dato 2012; 93° posto per RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA – dato 2012 (88° posto col dato 2013, sempre molto basso, dell'11,4%); 57° posto per INCIDENTALITA' STRADALE.
Tra i pochi dati positivi, alcuni sono in buona parte frutto di una  situazione economica difficile: 7° posto per TASSO MOTORIZZAZIONE AUTO e MOTO; 21° posto per CONSUMI IDRICI DOMESTICI. Altri, come la qualità dell'aria, fortemente influenzati dalla forte riduzione della produzione dell'impianto siderurgico: 32° posto per QUALITA' DELL'ARIA – PM10; 1° posto a pari merito con altre 10 città per QUALITA' DELL'ARIA – OZONO; 50° posto per DISPERSIONE DI ACQUA NELLA RETE.
Per Legambiente Taranto, nel capoluogo jonico spiccano, in negativo: i poco più di 3 metri quadri di verde fruibili per abitante che ci assegnano il terzultimo posto tra tutte le città italiane, i tanti dati non disponibili e, tra essi, quelli relativi alle isole pedonali ed alle piste ciclabili: anche a comunicarli i dati sarebbero stati comunque così modesti da lasciarci nei bassifondi delle rispettive classifiche, la raccolta differenziata che continua a non decollare. Una precisazione meritano gli indici per la qualità dell'aria. In particolare il dato positivo del PM10 va considerato con attenzione, essendo fortemente influenzato dalla attuale ridotta capacità produttiva dell'Ilva. Va comunque ricordato che altri inquinanti di produzione industriale rendono più patogene le polveri tarantine. Infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c'è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % di altre città italiane (secondo lo studio MISA) e lo 0.33% di altre città europee (studio SENTIERI).
"Purtroppo - dichiara Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto - il  Rapporto Ecosistema Urbano 2014 conferma una realtà ben nota. A Taranto il verde disponibile per i cittadini è pressoché inesistente e sottoposto ogni anno a ingiustificabili potature "selvagge" che continuiamo a denunciare senza che il Comune si decida a intervenire, la raccolta differenziata langue, le aree pedonali sono limitatissime , non ci sono politiche per costruire una mobilità alternativa all'uso dell'auto e la stessa pista ciclabile in Viale Magna Grecia, da questo punto di vista, risulta di scarsissima utilità, né iniziative volte a favorire l'uso di energie alternative. Manca non solo un progetto, ma persino l'idea di una "altra" Taranto". (Cosmopolismedia)

La più grande collezione di esposti d'Italia!

Presentato, questa mattina, un esposto in Procura da parte di Angelo Bonelli e dal gruppo dei Verdi-Taranto Respira.


 Ottobre 2014: la farsa di Taranto s’iscrive in questo lasso di tempo. Il suo epilogo è segnato dallo scorrere lento di due inutili anni. L’alfa e l’omega degli impegni disattesi, del tutto cambi perché nulla cambi. Il 26 luglio del 2012: una data spartiacque, si sperava. L’appuntamento con la storia a lungo atteso. L’avvio di una nuova era. I Riva e il sottobosco di un potere locale denudato, putrido e osceno tanto nelle sue fattezze quanto nei suoi propositi, messi con le spalle al muro. Gli impianti della grande industria posti sotto sequestro perché inconciliabili con un’idea moderna di vita. Il lavoro eroico e sobrio di un magistrato lontano dal narcisismo insopportabile di certe procure. Tutto sembrava volgere al meglio. E, invece, niente. La fabbrica dell’acciaio più scadente d’Europa continua a sputare veleni e a farsi beffa del diritto. Gioca a ridicolizzare la sofferenza umana. Semina morte e malattie con la complicità di uno Stato connivente. Senza alcun alibi, ormai. Trasferitosi alla Leopolda e appeso agli slogan di una politica che si nutre di avanspettacolo e siparietti kitsch. Nonostante 3 Governi, 2 commissari straordinari, 7 decreti salva-Ilva e una sentenza della Corte costituzionale, Taranto resta la pietra dello scandalo di un Paese fantozziano. Troppo brutto per essere vero o, forse, troppo vero per essere ascrivibile alle categorie del brutto.
L’esposto presentato questa mattina in Procura da Angelo Bonelli, e dal gruppo dei Verdi - Taranto Respira, è l’estremo tentativo di ricongiungere un barlume di verità con la storia recente di una città sempre più zona franca della decenza. Cinque i punti su cui si regge il dossier elaborato dalle forze ecologiste e consegnato agli organi inquirenti: mancata attuazione delle prescrizioni Aia; analisi aggiornata del progetto sanitario “Sentieri”; considerazioni sulla perdurante assenza di un Piano industriale elaborato dal Governo che seguisse quello ambientale; parere motivato da parte dell’Unione Europea sulle infrazioni ambientali compiute dallo Stato italiano in relazione alla vicenda Ilva; sentenza n° 85 della Corte costituzionale. I cinque angoli di un immaginario pentagono della vergogna e delle impunità diffuse. Il monitoraggio in continuo sulla qualità dell’aria respirata dai tarantini mai partito. Eppure, questa specifica attività, rappresentava uno dei punti qualificanti della nuova Aia. L’aumento del 54% delle patologie tumorali rispetto alla media pugliese nel biennio 2008-2010 che configura una chiara ed inequivocabile reiterazione del reato. La mancata attuazione del Piano industriale che, come previsto dal decreto 61 del 2013, seguisse dopo trenta giorni quello ambientale pena l’attribuzione di reati civili e penali in capo ai commissari straordinari (prima Bondi e dopo Gnudi). E, ancora: il procedimento d’infrazione, predisposto dalla Commissione europea contro l’Italia, corroborato da una condotta omicida seguita dall’azienda – e dalle istituzioni preposte - contro la popolazione inerme assieme alla non corrispondenza tra la sentenza della Consulta e i lavori di bonifica che sarebbero dovuti partire all’interno dello stabilimento siderurgico.
Non manca niente per gridare al colpo di Stato. C’è di tutto e di più in questa sporca vicenda di gattopardi e pregiudicati. Una sospensione silente della civiltà giuridica. Un vulnus democratico la cui violenza omertosa non ha eguali nel resto del Paese. Lo scivolamento di un'intera città nel cono d’ombra dell’indeterminatezza. L’alfa e l’omega di Taranto, per l’appunto: emblema di un’Italia data in subappalto a buffoni e ciarlatani.  (Cosmopolismedia)

lunedì 27 ottobre 2014

Parliamone in versi e in prosa: la conoscenza è la storia!


Commozione e fierezza a Grottaglie per "Il Mostro" di Vincenzo De Marco

Questo è l'aggettivo adatto alla presentazione del libro " Il Mostro – di Rabbia e d'Amore" avvenuta ieri sera presso la sede dell'Associazione culturale "Utòpia"con sede in via San Francesco de Geronimo 53. Un evento ben organizzato, diverso, dall'atmosfera calda ed accogliente nonostante il freddo fuori da quelle quattro mura. Emozioni dall'inizio alla fine per tutti i presenti e le parti attive coinvolte. L'autore, Vincenzo De Marco, regala alla sua Grottaglie non solo i suoi versi dalla penna sopraffina ma musica, recitazione, dibattiti ed argomenti che arricchiscono. Sì, perché chiunque, ieri, sia stato partecipe è tornato a casa più ricco. Si parla dell'Ilva, della condizione degli operai, del sacrificio che sopportano per lavorare in quel "mostro d'acciaio" assieme a colleghi come fossero fratelli o con persone invece meno sensibili, che esercitano pressioni psicologiche. Il denaro conta lì dentro: tubi, lamiere e profitto. Cosa che non interessa al nostro poeta, perché come specifica, "la poesia non fa mangiare, ma sazia alla grande". E poi racconta di sé, delle esperienze che lo hanno segnato negli anni, della perdita di cari amici e di quella di un collega, Silvano, morto suicida nello stabilimento maledetto. Parla delle tre poesie che descrivono il profondo amore di un padre verso la figlia, fonte di gioia immensa quando è con lui e di nostalgia quando è lontana; il fiore d'oltralpe sempre presente nei suoi pensieri. Di grandi dolori. Da quei distacchi dalle persone care, che lo hanno trascinato spesso nello sconforto più profondo, dal quale ne è uscito sempre vittorioso, grazie al supporto degli amici, della sua forza, della speranza che tutto poteva cambiare. Grazie alla poesia. Ed in effetti, scrivendo, tutto gli passa. Lascia il segno, ma passa. Vorrebbe più unione, De Marco. Lui lotta per la sua terra. Non importa essere di Taranto città, di paesi limitrofi o trovarsi a chilometri di distanza dall' Ilva. Il cielo ormai malato, l'aria irrespirabile, i tumori in costante aumento sono cosa di tutti. A tal proposito colpiva la copertina del libro fotografico "Sansavenir" mostrato dall'autore Pierangelo Laterza ( il quale ha esposto anche delle bellissime fotografie sempre sul tema): copertina color rosso come la terra bruciata mista al marrone come la polvere, quasi fosse carta vetrata. A rappresentare ciò che respiriamo, ciò che si deposita sulle nostre abitazioni, luoghi della nostra splendida Puglia, balconi, monumenti, campi. Rivorremmo il nostro cielo. Interessante l'intervento del Prof. Cataldo Miccoli, uomo colto, semplice ed umano, che ha parlato di similitudini della poesia di De Marco con quelle dei più grandi poeti francesi e con l'italiano Calvino, ed ha descritto l'Ilva con tutte le iniziali dell'alfabeto, così come lo farebbe ai suoi alunni, bambini che devono conoscere e coltivare anche loro la speranza perché, chissà, un giorno tutto questo sarà solo un ricordo. Eccelsa la lettura delle poesie da parte dell'attore Luigi Pignatelli: commovente e sentita tanto da far animare quei versi. Lacrime sui visi dettate dal coinvolgimento, dall'amore, dalla passione. Stefany Chirico poi, che eseguendo come sottofondo le note dell'indimenticato De Andrè, ha reso tutto ancora più suggestivo. Erano presenti tutti, anche gli assenti: vittime, amici lontani solo fisicamente e lui, il grande "Faber". In fondo al tunnel c'è la luce: seguiamola. "Il Mostro" non si fermerà qui. Non deve farlo. Commossa anche colei che ha scritto queste due righe. Tornata a casa come i tantissimi partecipanti che hanno gremito la sala, col cuore pieno. Grazie Vincent Cernia. Che la lotta continui. (Grottaglie24)

Lui è un poeta operaio, da 15 anni all’Ilva. Ora ha deciso di raccontare la fabbrica e la speranza di chi chiede rispetto per le leggi e per la persona
C’è qualcuno che lo definisce “Poeta operaio”, qualcun altro “poeta dagli occhi tristi”, lui è Vincenzo De Marco, operaio Ilva da 15 anni, lavora in altoforno, nella cosiddetta area a caldo della nostra azienda siderurgica. Vincenzo ha  la passione per la scrittura da quando era bambino, coltivata durante la crescita e amplificatasi. Noi di Extra Magazine siamo andati a trovarlo all’interno di un incontro organizzato dall’Hermes Academy di Luigi Pignatelli, “Il Volto” in cui si è parlato di SLA, di arte, di canto, di danza e del libro del nostro poeta operaio, “Il Mostro di Rabbia e d’Amore”, libro di poesie sull’Ilva diviso in 4 parti. 
Perché hai scritto il Mostro? Di cosa parla?

sabato 25 ottobre 2014

E perché non raccontare anche che pianteranno margherite su tutti i balconi?

Tempa rossa, le compagnie petrolifere: «Tagli delle emissioni anche a Taranto»

Le compagnie petrolifere interessate a Tempa Rossa rivisitano il progetto relativo a Taranto e sottolineano: nessun inquinanamento in più. Saranno infatti abbattute sia le emissioni (36 tonnellate l’anno di composti volatili) del nuovo impianto, che una parte di quelle provenienti dalla raffineria Eni di Taranto (28 tonnellate annue). In definitiva, dicono le compagnie, 64 tonnellate di emissioni complessive in meno su base annua.

Il giacimento di Tempa Rossa è in Basilicata e fa capo alle compagnie Total, Shell e Mitsui, le quali hanno individuato Taranto, con la raffineria Eni, come base logistica. Nel senso che il petrolio estratto in Lucania verrà instradato verso Taranto, utilizzando anche la condotta già esistente per il trasporto del greggio della Val d’Agri. Una volta arrivato alla raffineria dell’Eni - che nell’operazione è partner logistico - verrà stoccato in due grandi serbatoi, da costruirsi, e poi caricato sulle navi che atttaccheranno al pontile petroli, già esistente ma da allungare di 350 metri. Quest’impianto presuppone un investimento di 300 milioni, 50 imprese coinvolte e una ricaduta di cantiere di 300 addetti. Contro quest’impianto, però, lunedì prossimo il Consiglio comunale di Taranto discuterà, e probabilmente approverà, una delibera che deriva da un atto di indirizzo della giunta e vieta le opere. Si tratta di una variante urbanistica nell’area del porto. Il Comune è schierato per il no a Tempa Rossa perchè teme un aumento dell’inquinamento. Posizione condivisa anche dalla Regione Puglia, la cui giunta ha chiesto al ministero dell’Ambiente di riesaminare l’autorizzazione (Aia) concessa al progetto di Taranto. Ma per le compagnie non ci sarà nessun inquinamento in più.
Richiamando le prescrizioni dell’Aia-Via di ottobre 2011, Total, Shell e Mitsui dicono che si andrà oltre all’impatto zero chiesto per Tempa Rossa a Taranto. Saranno infatti 64 le tonnellate di Voc - sigla di Volatile organic compounds - “catturate” con le nuove tecnologie per il recupero di vapori di idrocarburi applicate alla caricazione delle petroliere. Spiegano così i tecnici: i vapori presenti nell’aria esistente nei serbatoi vuoti delle navi all’arrivo nel porto, vengono espulsi insieme all’aria che li comprende quando viene immesso il greggio liquido. Con un sistema ermetico a ciclo chiuso, l’aria con i vapori viene captata e convogliata ad un impianto di recupero. Che a Taranto, per Tempa Rossa, sarà a doppio stadio.
In pratica, dicono i tecnici, oltre ad un primo stadio “tradizionale” che funziona sulla base dell'assorbimento selettivo su carboni attivi della frazione di vapori presente nell’aria, c'è un secondo stadio che permette di eliminare, mediante combustione controllata a fiamma circoscritta, la parte più leggera e quantitativamente piccola dei vapori non assorbita dai carboni attivi. Si tratta di una parte costituita da idrocarburi leggeri che stanno nella fascia compresa tra il metano ed il Gpl e che viene tutta trasformata in anidride carbonica ed acqua.
Le compagnie petrolifere hanno dunque esplicitato meglio il loro progetto. Se cambierà verso ad una discussione in Consiglio comunale che sembra orientata tutta per l’alt all’impianto, è però un grosso punto interrogativo considerato anche il momento che vive Taranto con la vicenda Ilva. (Sole24h)

venerdì 24 ottobre 2014

Riva, una famiglia in processo

Accise sull'energia evase dall'Ilva, pm Taranto chiede processo per Nicola Riva

Un nuovo processo è stato chiesto dalla Procura di Taranto a carico di Nicola Riva, presidente dell'Ilva da metà 2010 a metà 2012. L'accusa che gli viene mossa è quella di presunta evasione per non aver pagato le accise rinvenienti dalla produzione di energia con la centrale elettrica dello stabilimento siderurgico di Taranto che l'Ilva anni addietro ha acquisito da Edison. Sette milioni di euro è la somma oggetto di contestazione nell'inchiesta aperta dal pm Enrico Bruschi. A monte c'è un accertamento eseguito dall'Agenzia delle Dogane. Il processo era stato chiesto anche per Emilio Riva, ma l'ex presidente dell'Ilva, padre di Nicola, è morto ad aprile scorso estinguendo anche il reato. Emilio Riva, infatti, ha guidato l'Ilva sino a metà 2010. Poi è subentrato il figlio, al quale è seguito Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, a poche settimane dalla deflagrazione dell'inchiesta giudiziaria di Taranto, quella che a fine luglio 2012 ha visto fra gli altri arrestare (ai domiciliari) gli stessi Emilio e Nicola Riva. Quest'ultimo è anche coinvolto nel processo “madre” di Taranto relativo al disastro ambientale del siderurgico. Per Nicola Riva, il fratello Fabio e altre 47 persone, la Procura ha chiesto al gup il rinvio a giudizio (la relativa udienza è in corso). Per Nicola e Fabio Riva l'accusa è associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale.
La centrale elettricha dell'Ilva ha una funzione importante. Recupera il gas prodotto dall'attività di altiforni e acciaierie e lo trasforma in energia che poi serve ad alimentare l'area a freddo dello stabilimento. La centrale, strutturata con i blocchi 2 e 3, fa capo ad una società ad hoc, Taranto Energia, con un centinaio di dipendenti, controllata dalla stessa Ilva. Nei mesi scorsi, a distanza ravvicinata, c'è stato per due volte un guasto ad uno dei componenti della centrale. Questo ha spinto l'azienda a ridurre l'attività di altiforni e acciaierie e a ricorrere ai contratti di solidarietà per il personale resosi inattivo (un centinaio circa gli addetti interessati). Il rallentamento è scattato per evitare danni all'ambiente. Se altiforni e acciaierie avessero continuato a produrre con lo standard normale, il gas delle lavorazioni non trasformato in energia dalla centrale a causa del guasto, sarebbe finito in atmosfera come emissione. E così sia la gestione di Enrico Bondi che quella di Piero Gnudi (i guasti hanno interessato i periodi di entrambi i commissari) decisero di far decelerare l'area a caldo. Più prolungata la seconda fermata, con strascichi per l'altoforno 2 durati sino alle scorse settimane.
L'impatto di quanto avvenuto alla centrale è richiamato anche nella prima relazione sull'andamento di gestione di Gnudi quando, riferendosi alla forzata riduzione di produzione di luglio e agosto, dice che nel periodo giugno-agosto ci sono state vendite per soli 1,3 milioni di tonnellate con un calo del 20 per cento sul trimestre precedente, marzo-maggio, e del 19 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2013. L'effetto combinato della riduzione delle vendite e dei costi sostenuti per la centrale (l'Ilva dice infatti di aver affrontato “un significativo ma indispensabile sforzo manutentivo”), “hanno conseguentemente aggravato le difficoltà finanziarie che abbiamo riscontrato all'inizio del nuovo periodo di gestione” scrive Gnudi, tant'è che il pagamento degli stipendi ai dipendenti è avvenuto “grazie alle cessioni di certificati di CO2” e comunque è stato necessario far slittare di un mese, da luglio ad agosto, l'erogazione di uno dei premi contrattuali al personale. (Sole24h)

Punti di vista

Sit-in di protesta davanti all'Eni di Taranto

Si è tenuto questa mattina, davanti alla raffineria Eni di Taranto, il sit-in di protesta della CGIL di Taranto. Il sindacato aveva già annunciato 8 ore di sciopero per operai e chimici. Secondo l'azienda, l'attività va spostata in una sede più economicamente conveniente. La raffineria tarantina diventerebbe così solo un deposito, con conseguenti esuberi e tagli al personale, che vive già una situazione difficile per via della recessione economica.
Domani è previsto un corteo a Roma sulla situazione di Taranto: gli organizzatori prevedono circa 2mila persone, che, dopo aver raggiunto la capitale, sfileranno per richiedere maggiore sensibilità da parte delle istituzioni sulle varie vertenze che gravano sul capoluogo jonico.
Taranto non è solo l'Ilva: pur restando la vertenza più grave, c'è Eni (che starebbe pensando di trasferire gran parte della produzione all'estero), e la situazione dei call center in bilico. Proprio di questi giorni è poi la denuncia degli operatori degli asili nido, che non percepiscono lo stipendio da diversi mesi.
Al corteo di Roma dovrebbe intervenire anche Susanna Camusso. I tarantini partiranno da Piazzale dei partigiani e percorreranno le vie principali della capitale fino a Piazza S. Giovanni. Il termine previsto per il corteo è fissato per le ore 12,30. (InfoOggi)

martedì 21 ottobre 2014

Intossicati il Mar Piccolo e la falda

 

Rifiuti: situazione critica a Taranto

I problemi di Taranto non si esauriscono con l’Ilva. La città pugliese ha proprio un cattivo rapporto con l’ambiente. A denunciare la situazione è Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, che, commentando le audizioni del commissario straordinario per la bonifica del Sito d'interesse nazionale di Taranto (area extra Ilva), Vera Corbelli, ha dichiarato che il quadro emerso ‘sul ciclo dei rifiuti rispetto alla realtà di Taranto è più grave di quanto s'immaginasse, in particolare per la zona extra Ilva’.
A preoccupare è, in particolare, ‘l'alto livello di contaminazione di un'area del Mar piccolo di Taranto e delle acque di falda di Statte, dove alcune cave dismesse vennero in passato utilizzate come discariche di rifiuti speciali e pericolosi’. ‘Nel quadro istituzionale e normativo della bonifica dell'area extra Ilva -prosegue- ci sono poi paradossi illustrati da Corbelli che meriteranno ulteriori approfondimenti’. ‘Il commissario del Sin di Taranto Piero Gnudi, da parte sua, -riferisce ancora Bratti- ci ha informato di lavorare senza budget, cosa che lo costringe a pagarsi di tasca propria la carta, i viaggi e le altre spese. Ci auguriamo che venga messo nelle condizioni di lavorare nel modo migliore possibile’.

‘Sono stati anche sottolineati alcuni punti critici della perimetrazione del Sin che non include, ad esempio, il quartiere Tamburi’, sostiene Bratti. ‘Alla fine delle audizioni, la commissione ha chiesto di poter acquisire ulteriore documentazione relativa alla gestione dei rifiuti prodotti dallo stabilimento di Taranto che è considerata oggi -rimarca- una delle più grandi area da bonificare d'Europa’.

Il senso dei Riva per gli "affari"

«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»

La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di "frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato, finalizzato a  vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di 90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere all’estero quanto più denaro possibile".

---------
CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la "fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata  una società ad hoc in Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90 giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)

Si "fuma" di più all'aria aperta?

Ilva, la nostra rivoluzione copernicana

A scuola stiamo studiando Galileo Galilei. Mi piace molto ‘Vita di Galileo‘, di Bertolt Brecht. La rivisitazione che ha fatto Brecht di Galileo ha molto da insegnarci ancora oggi. Non è facile spiegare come mai la scienza, nata come spina nel fianco della cultura dogmatica, oggi non sfidi più il potere come un tempo. Prevale la cautela e il passo felpato.
Brecht esalta il potere dell’evidenza e della ragione, a cui gli uomini dovrebbero prima o poi cedere e fa dire al suo Galileo: “Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in più davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che pioverà, tutti costoro sono la mia speranza: perché tutti credono al valore degli argomenti. Sì: io credo alla serena supremazia della ragione tra gli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere. Non c’è uomo che possa starsene inerte a guardarmi, quando io (prende in mano un sasso e lo lascia cadere a terra) lascio cadere un sasso e dico: questo sasso non cade. Non c’è essere umano in grado di far questo. Troppo grande è il potere di seduzione che emana dalla prova pratica; i più cedono subito, e alla lunga tutti. Il pensare è uno dei massimi piaceri concessi al genere umano”.

A tutto ciò ho pensato quando a scuola abbiamo realizzato un “esperimento galileiano” per verificare cosa succede quando si fuma una sigaretta in classe. Cosa proibita dalla legge. E infatti l’esperimento è stato fatto rigorosamente senza studenti. Lo strumento per l’“esperimento galileiano” è l’analizzatore Ecochem PAS2000, lo stesso che usa l’ARPA per misurare in tempo reale gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), che sono potenzialmente cancerogeni.
Il risultato dell’esperimento è nel grafico blu che indica l’intero lasso di tempo il cui la sigaretta viene fumata, dalla sua accensione al suo spegnimento. E’ stata effettuata una misurazione della concentrazione di IPA ogni 5 secondi. Per una buona metà della sigaretta chi era al terzo banco (l’analizzatore di IPA è stata collocato al terzo banco) non si è accorto quasi di nulla, poi c’è stato l’impatto significativo, il picco e infine gli IPA si sono dispersi e stabilizzati facendo innalzare la concentrazione nell’ambiente chiuso, come si può vedere dal diagramma.
Nel grafico si può vedere anche cosa è successo stamattina a Taranto, affacciandosi al balcone, in un punto non influenzato dal traffico.
Questa è l’altra parte dell’“esperimento galileiano”. La nostra ipotesi di lavoro era: chi fuma in classe vien giustamente multato. E chi inquina – e non viene multato – che impatto produce? Inferiore, uguale o superiore?
Oggi c’era calma di vento e i valori degli IPA cancerogeni sono apparsi subito molto elevati, tali da superare di gran lunga il fumo passivo. Il grafico rosso parla da solo. Poi è arrivato il vento provvidenziale dal mare e gli IPA sono crollati a 2 nanogrammi a metro cubo. Non ci ha salvato il governo ma il meteo.
Su Facebook ho chiesto di fare delle foto mentre gli IPA toccavano il picco di 300 nanogrammi a metro cubo. Le ecosentinelle hanno subito risposto. E le immagini confermano i numeri: una striscia orizzontale opaca offusca la città e l’orizzonte.
Appare assurdo come tutto questo sia diventato a Taranto normalità e non faccia notizia.
Matteo Renzi non ha trovato il tempo per incontrare i pediatri di Taranto che gli volevano parlare.
Tanta indifferenza sta portando il governo ad essere richiamato a livello europeo alle sue responsabilità di protezione della salute e dell’ambiente mentre ILVA continua a produrre emissioni incontrollate.
Il governo appare impegnato – come al tempo di Galileo – a negare l’evidenza. E ormai nel Pd è abitudine non guardare nel telescopio. Non si vedono i fumi. Non si conta i malati. Non si scandalizza di fronte all’eccesso di mortalità. Ci si volta dall’altra parte.
Per fortuna c’è un processo in corso per disastro ambientale, Galileo si prende la rivincita su chi credeva nella teoria tolemaica.
Per nostra fortuna la Commissione Europea è galileiana e prima o poi tutto questo finirà.
La rivoluzione copernicana è cominciata. (A. Marescotti- FQ)

E se è torbido per il Sole...

Come non notare il taglio "di parte" dove sembrerebbe che questa opposizione sia un'iniziativa autonoma del sindaco pressato dai movimenti ambientalisti. Una chiusura ai 300 milioni di investimenti!!
Buona lettura (critica)

Tempa Rossa, il Comune di Taranto vieta le opere nella raffineria Eni

Il Comune di Taranto alza il tiro per vietare la costruzione delle opere del progetto petrolifero Tempa Rossa nell'area della raffineria Eni. Le commissioni Assetto del territorio e Attività produttive hanno sostanzialmente “licenziato” un atto di indirizzo che ora andrà al vaglio del Consiglio comunale per l'approvazione. Con quest'atto si chiede all'assemblea di approvare il piano regolatore del porto di Taranto ad eccezione delle opere di Tempa Rossa, cioè la costruzione di due serbatoi nei quali stoccare il petrolio in arrivo dal giacimento della Basilicata e l'allungamento di 350 metri del pontile petroli della raffineria per l'attracco delle navi destinate a caricare lo stesso greggio. Serbatoi e pontile sono le principali opere della base logistica di Tempa Rossa a Taranto ed è ovvio che a fronte di quest'indirizzo, l'Autorità portuale non potrà che adeguarsi mentre nessuna concessione edilizia sarà rilasciata dal Comune per le stesse opere.
In verità nelle commissioni del Comune si era profilata la possibilità di un compromesso rispetto alla prima ipotesi di atto di indirizzo che risale a metà settembre. Nel senso che le commissioni pensavano di proporre al Consiglio solo l'approvazione del pontile petroli, perchè può essere utilizzato anche per altri scopi, e non la realizzazione dei due serbatoi. È stato invece il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, a chiedere e ottenere che l'atto restasse nella sua formulazione originaria, col divieto di entrambe le infrastrutture, lasciando semmai al Consiglio comunale la facoltà di modificarlo. Questa formulazione rigida ha peró diviso la maggioranza di centrosinistra che governa il Comune di Taranto. Ci sono alcuni gruppi che hanno già dichiarato il voto contrario. Almeno tre le perplessità avanzate: la necessità di aspettare, prima di decidere, il progetto con cui le compagnie petrolifere di Tempa Rossa documentano l'impatto ambientale zero così come chiesto dalla Regione Puglia e dall'Arpa, l'Agenzia per l'ambiente; la possibilità che Total, Shell e Mitsui, cui fa capo Tempa Rossa, impugnino legalmente l'atto contrario del Comune, visto che anni addietro lo stesso Comune ha invece detto sì alle opere; il rischio, infine, che il divieto per i due serbatoi e il pontile petroli determini una specie di effetto-domino, bloccando anche le altre opere portuali che con Tempa Rossa non hanno nulla a che fare.
Il Comune è passato nel giro di qualche anno dal sì al no a Tempa Rossa per ragioni ambientali. Nel mirino, le emissioni inquinanti causate dalla movimentazione del petrolio - si tratta soprattutto di composti volatili - che per il Comune crescerebbero del 12 per cento aggravando la già critica situazione di Taranto per la presenza dell'Ilva. Il Comune dice di aver ricavato il 12 per cento in più di emissioni dai documenti dell'Eni, che con la raffineria è solo partner logistico delle compagnie, visto che il petrolio della Basilicata transiterà solo da Taranto e non sarà lavorato dagli impianti, che invece lavorano l'altro greggio in arrivo dalla Basilicata, quello della Val d'Agri. Total, Shell e Mitsui assicurano invece che l'investimento è a impatto zero e che questa è una delle condizioni base poste dal ministero dell'Ambiente nel rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale. L'Arpa Puglia, a sua volta, evidenzia che l'impatto zero è solo un obiettivo annunciato e non supportato da un progetto specifico, che le compagnie sono state invitate a presentare. La Regione, inoltre, ha chiesto con una delibera di giunta al ministero dell'Ambiente di rivedere l'Aia già data al progetto, che, per l'emergenza ambientale vissuta da Taranto, ora va sottoposto anche alla Valutazione di danno sanitario introdotta da una legge regionale di luglio 2012. Nel frattempo, la Regione, attraverso la commissione Ambiente, ha avviato una serie di audizioni su Tempa Rossa e il 23 ottobre toccherà alle compagnie di Tempa Rossa e all'Autorità portuale di Taranto.
Per Taranto, Tempa Rossa significa 300 milioni di investimenti e la ricaduta, come attività di cantiere valutata in almeno due anni, di 50 imprese e 300 posti di lavoro. Più corposo, invece, l'investimento in Basilicata, nell'area di Potenza, pari a 1,3 miliardi tutti di provenienza privata. Qui le prime opere sono in corso di costruzione. Nell'incontro in Prefettura a Taranto a metà settembre, il premier Matteo Renzi disse che le opere di Tempa Rossa sono strategiche anche per il porto di Taranto e che quindi vanno realizzate. Se ci sono problemi, disse Renzi, li esamineremo nel Tavolo istituzionale Taranto insediato a Palazzo Chigi. Ma il Comune, pure presente col sindaco all'incontro con Renzi, non ha atteso il Governo, nè un passo ulteriore delle compagnie, e, sollecitato anche dalla forte pressione dei movimenti ambientalisti, ha deciso di alzare un muro verso le opere di Tempa Rossa negando ogni autorizzazione. (Sole24h)

Un'altra fonte:
Si è svolta ieri a Palazzo di Città, la riunione delle commissioni Assetto del territorio e Attività produttive del comune di Taranto, sui temi del porto jonico e di Tempa Rossa. Alla presenza del presidente dell’autorità portuale Sergio Prete e dei rappresentanti dei sindacati di categoria, il Comune ha rimarcato la propria contrarietà al progetto dell’Eni. Il presidente Prete invece ha dichiarato che “novanta petroliere in più annue non rappresenterebbero un pericolo per il territorio”.  
Le due commissioni in sostanza hanno “licenziato” l’atto di indirizzo  - che andrà al vaglio del Consiglio comunale per l'approvazione – con cui si chiede all'assemblea di approvare il piano regolatore del porto di Taranto ad eccezione delle opere di Tempa Rossa, cioè la costruzione di due nuovi impianti di stoccaggio, di 180 mila metri cubi ciascuno, per convogliarvi il petrolio estratto in Basilicata. Nel porto jonico, così, arriverebbe il greggio da caricare su navi cisterne per poi essere trasportato in Francia dove gli impianti della Total provvederebbero alla raffinazione. In caso di approvazione però , Eni, potrebbe presentare ricorso al Tar impugnando una delibera del 2005 (Giunta Di Bello) che prevedeva, appunto, la realizzazione delle opere iniziali del progetto Tempa Rossa. (Cosmopolismedia)

lunedì 20 ottobre 2014

VelENI reali!

Diffondiamo il documento già pubblicato sul sito del Ministero dell'Ambiente dove si accerta la violazione delle prescrizioni contenute nel Decreto AIA del maggio 2010. Si accerta il superamento dei valori limite di accettabilità dei parametri Floruri, Boro e Rame rilevati nelle acque dello scarico A della raffineria Eni di Taranto.
Gli accertamenti, con attività di campionamento non rientranti nelle attività di controllo programmate in ambito AIA, furono effettuati da Arpa Puglia il 15 maggio 2014 in un intervento congiunto con la Guardia di Finanza e Sezione operativa navale.
L'accertamento di violazione è stato inviato anche alla Procura della Repubblica di Taranto. (Peacelink)

Qui si (ri)sana?

COMUNICATO STAMPA DI LEGAMBIENTE

Ilva: il passato finalmente a processo, ma il futuro resta un mistero. Legambiente: irrisolti i gravi problemi di inquinamento, resta poco tempo

Ilva: ha avuto finalmente inizio  il processo per disastro ambientalle. Legambiente nazionale e Legambiente Puglia si sono costituiti quale parte civile, in difesa del popolo inquinato. Ma se il passato va a processo per Legambiente rimangono irrisolti i gravi problemi di inquinamento del più grande impianto siderurgico d'Europa e resta poco tempo per dare risposte esaustive alla richiesta di un futuro sostenibile.
«L'Ilva di Taranto sembra essere sull'orlo del baratro, considerata l'incertezza sulle decisioni che assumerà la magistratura milanese sulla richiesta di utilizzare i fondi sequestrati alla famiglia Riva per realizzare i lavori previsti dall'AIA e la procedura d'infrazione aperta dalla Commissione europea nei confronti dell'Italia per le violazioni ambientali dell'Ilva.
Non è un caso se, in una situazione tendenzialmente di stallo, rispetto a quelli che sono gli adempimenti previsti dalle prescrizioni dell'AIA, si torni ad adombrare l'ipotesi sia di un nuovo intervento della magistratura sia di un nuovo decreto (l'ennesimo) del governo.
È indispensabile un'accelerazione che dia risposte sui futuri assetti proprietari e sulle risorse finanziarie».
È questo il commento di Stefano Ciafani, Francesco Tarantini e Lunetta Franco, rispettivamente Vice Presidente nazionale di Legambiente, Presidente di Legambiente Puglia e Presidente del Circolo Legambiente di Taranto dopo la costituzione di parte civile di Legambiente nel processo per disastro ambientale Ilva, l'esito interlocutorio della richiesta avanzata dal Commissario Ilva di utilizzo dei fondi sequestrati alla famiglia Riva e all'indomani delle nuove osservazioni rivolte all'Italia dalla Commissione europea.
La Commissione aveva già inviato all'Italia due lettere di costituzione in mora, nel settembre 2013 e nell'aprile 2014, con le quali invitava le autorità italiane ad adottare misure per assicurare che l'esercizio dell'impianto Ilva venisse messo in conformità con la direttiva sulle emissioni industriali e con altre norme UE in vigore in materia ambientale. Sebbene alcune carenze siano state risolte, sussistono ancora diverse violazioni della direttiva sulle emissioni industriali e carenze, quali l'inosservanza delle condizioni stabilite nelle autorizzazioni, l'inadeguata gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti e protezione e monitoraggio insufficienti del suolo e delle acque sotterranee. La maggior parte dei problemi deriva dalla mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell'acciaio. Ai sensi della direttiva sulle emissioni industriali, le attività industriali ad alto potenziale inquinante devono essere munite di autorizzazione. L'Ilva ha un'autorizzazione per svolgere le sue attività ma non ne rispetta le prescrizioni in numerosi settori. Di conseguenza, l'impianto sprigiona dense nubi di particolato e di polveri industriali, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute della popolazione locale e per l'ambiente circostante.
«Passano i mesi ma le "manifestazioni di interesse" non si tramutano in proposte concrete e sulle effettive intenzioni di Arcelor Mittal, visti i precedenti in Europa, pesano gravi interrogativi.
I lavori per l'AIA appaiono fermi e del passaggio al metano previsto dall'ex commissario Bondi e dall'ex sub commissario Edo Ronchi si sono perse persino le tracce. Per fortuna la produzione è fortemente ridotta e, grazie a questo, le emissioni rilevate da ARPA Puglia appaiono nei limiti. A ciò - continuano Ciafani, Tarantini e Franco - si aggiungono i piccoli e grandi incidenti che nel frattempo si sono verificati all'interno dello stabilimento, i quali aggravano gli interrogativi sulle già precarie condizioni dell'Ilva in termini ambientali e di sicurezza. La Commissione ha concesso all'Italia due mesi per rispondere: noi riteniamo che, a fronte dei ritardi accumulati, solo dando pieni poteri e risorse certe e adeguate ad un Commissario "ambientale" si potranno cambiare le sorti di un territorio costretto a vivere in una situazione, al momento, senza via d'uscita.
Lo ribadiamo: o si risana lo stabilimento o si chiude. Non ci sono alternative».

domenica 19 ottobre 2014

Emissioni informatiche

 Regione Puglia: Anonymous attacca il sito ufficiale

Anonymous ha annunciato di aver attaccato, lo scorso 16 Ottobre, il sito ufficiale della Regione Puglia. L'attacco degli hacker è partito per protesta su quanto avviene nel processo Ilva: secondo chi indaga, la Regione Puglia avrebbe chiesto all'Arpa Puglia di "chiudere un occhio" sui controlli da fare, con conseguenti rischi per la salute dei tarantini.
"Noi non dimentichiamo, vi teniamo d'occhio" spiegano gli Anonymous sul proprio blog, utilizzando gli hashtag che hanno ripercorso sui social network l'intera vicenda: #ilva e #ambientesvenduto (quest'ultimo ripreso dal nome dell'inchiesta della Procura di Taranto sull'inquinamento).
In primo piano,  in primo piano il volto coperto da maschera antigas del protagonista del film ‘V per Vendetta‘ con, alle spalle, l'Ilva di Taranto.
La Regione Puglia non ha rilasciato dichiarazioni in merito alla vicenda, mentre Anonymous ha informato del proprio attacco ieri sul proprio sito ufficiale. Il sito della Regione è andato offline per qualche ora poi il tutto è tornato con alla normalità
Il processo successivo all'inchiesta "Ambiente svenduto" ha coinvolto 49 persone e 3 aziende: ancora diversi i punti oscuri su cui far luce. (InfoOggi)
 

sabato 18 ottobre 2014

Nel cuore di Roma

Il caso Taranto a convegno Lumsa su ambiente


Il 23 ottobre a Roma per iniziativa di Good Morning,Youth
In una stanza dove si fuma c’è una concentrazione di 40 nanogrammi per metro cubo di IPA cancerogeni, ma c’è una citta italiana dove si respirano ogni giorno, per la strada, tra i 40 e 50 nanogrammi, con picchi oltre gli 80. Questa città è Taranto dove la grande acciaieria dell’ILVA è sotto accusa, dopo la decisione della Commissione Europea di passare al secondo stadio della procedura di infrazione contro l’azienda siderurgica. Se ne parlerà a Roma, all’Università Lumsa, il 23 ottobre alle 16 nel corso del convegno “Bella da morire” curato dall’organizzazione studentesca “Good Morning, Youth”. All’incontro interverranno Luigi Oliva per il “Comitato per Taranto”, Palmira Scalamandrè, docente di storia e filosofia del liceo scientifico Battaglini di Taranto, Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia e Fiammetta Mignella Calvosa, docente di sociologia dell’ambiente e del territorio dell’università Lumsa di Roma.

Per ulteriori informazioni: goodmorningyouth@gmail.com

venerdì 17 ottobre 2014

Non cedere mai!

Bonifiche Ilva, i Riva: "Non con i nostri soldi"

La famiglia Riva si oppone all'utilizzo dei soldi che le sono stati sequestrati in Svizzera per il risanamento ambientale dell'Ilva di Taranto. La notizia è emersa oggi durante l'udienza a porte chiuse tenuta al Tribunale di Milano dal giudice per le indagine preliminari Fabrizio D'Arcangelo, che deve decidere sulla proposta avanzata dal commissario straordinario dell'acciaieria, Piero Gnudi, di utilizzare per le bonifiche la somma di 1,2 miliardi sequestrata a Emilio Riva, nel frattempo scomparso, e al fratello Adriano Riva, che si è opposto. Per ora, dunque, I soldi restano nei forzieri di Ubs e Aletti, in attesa che il gip sciolga la riserva (non è stata indicata una data) sulle questioni messe sul tavolo durante l'udienza di questa mattina, da cui molti si aspettavano uno sblocco della situazione.

Le attese, infatti, erano per una decisione positiva, alla luce della norma ad hoc introdotta nel febbraio di quest'anno dal governo di Matteo Renzi, grazie alla quale l'ingente somma avrebbe potuto rientrare in Italia per essere utilizzata da Gnudi per dare corpo al piano di risanamento ambientale, imprescindibile per riportare in piena operatività il grande stabilimento pugliese e favorire l'acquisto da parte di uno dei gruppi che si sono candidati.
Da quel che è trapelato dopo l'udienza, si comprende invece che il percorso è ancora irto di ostacoli e che il lieto fine è tutt'altro che scontato. Innanzitutto perché i difensori di Adriano Riva, azionista di minoranza del gruppo Riva Fire-Ilva, hanno posto una questione di costituzionalità. Se il gip la riterrà ricevibile dovrà attivare la Corte Costituzionale, con i tempi che ne conseguono; in caso contrario egli stesso potrà rigettarla per manifesta infondatezza o irrilevanza.
La procura invece non si è opposta a questo meccanismo, ma ha messo sul tavolo una serie di questioni sostanziali che, a parer dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, andrebbero valutate attentemente. Il nodo centrale del ragionamento è la certezza che i fondi vengano effettivamente utilizzati per la messa in regola degli impianti. La norma voluta dal governo prevede che si proceda a un aumento di capitale di Ilva, ma se la società dovesse fallire prima del compimento dei lavori dove andrebbero a finire queste somme? Entrerebbero nel riparto dei creditori, in massima parte banche, e a Taranto resterebbero solo le macerie ambientali.
Per evitare questo pericolo la strada da percorrere sarebbe quella dell'entrata in una procedura concorsuale della società, ad esempio sotto l'egida di una Prodi bis o altra norma creata ad hoc. Una volta messa in salvo la continuità aziendale, sulla quale adesso vi sono molti dubbi, si potrebbe procedere con il grande riassetto delle attività, sia ambientale sia economico. Ma questo vuol dire che la famiglia Riva dev'essere totalmente estromessa dalla proprietà e che non abbia più alcuna voce in capitolo neanche nella sua cessione. (L'E)

La civiltà dell'infrazione

Ilva, 1.000 parti civili. Chiesti 20 mld di danni. L'Ue insiste sull'infrazione

C'è una città intera che chiede giustizia per il disastro ambientale provocato dall’Ilva. Oggi è ripresa l’udienza preliminare del processo "Ambiente svenduto" e all’esterno della caserma dei vigili del fuoco un gruppo di operai indossava la maglietta con le foto dei colleghi morti in incidenti sul lavoro o per malattia professionale. Dentro l’aula una processione lentissima: quella dei legali che hanno depositato le richieste di costituzione di parte civile.
Sono più di mille, suddivise tra circa 800 presunte parti danneggiate e le 286 parti offese individuate dalla Procura di Taranto e indicate nella richiesta di rinvio a giudizio. Sono ancora da quantificare le richieste di risarcimento danni, che in questa fase hanno un valore puramente simbolico perchè non compete al giudice delle udienze preliminari decidere in merito.
L'udienza è stata aggiornata al 21 novembre prossimo. In quella sede il gup Vilma Gilli scioglierà la riserva sulle costituzioni di parte civile e valuterà le eccezioni del collegio difensivo. I pubblici ministeri chiederanno di acquisire anche gli ultimi atti della Commissione europea, che ha deciso di passare al secondo stadio (il 'parere motivatò) della procedura d’infrazione aperta nei confronti dell’Italia a causa dell’inquinamento dell’Ilva.
Sono 52 gli imputati alla sbarra (49 persone fisiche e tre società) tra vertici dell’Ilva, politici, amministratori e funzionari di enti e ministeri. Hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la Regione Puglia, pur senza quantificare il danno; il Comune e la Provincia di Taranto, con una richiesta di risarcimento di 10 miliardi di euro ciascuno, e il Comune di Statte. Lo hanno fatto nel processo che annovera tra gli imputati il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (accusato di concussione aggravata), il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno (omissione in atti d’ufficio) e l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido (concussione).
Tra le parti offese ci sono i famigliari di Francesco Zaccaria e Claudio Marsella, i due operai Ilva morti in incidenti sul lavoro tra ottobre e novembre del 2012 (gli eredi di Zaccaria hanno chiesto complessivamente 5 milioni di euro), i sindacati confederali e metalmeccanici, la Provincia di Lecce, Legambiente, Confagricoltura, il Wwf, il parroco della chiesa San Francesco De Geronimo, il titolare di una casa di cura, operai dell’Ilva e dell’indotto, lavoratori cimiteriali. Ed ancora: Peacelink, Altamarea, Cittadinanza Attiva, Contramianto, l'Istituto autonomo case popolari di Taranto, una decina tra società e cooperative, Slow Food Puglia, mitilicoltori, allevatori, proprietari di cappelle funerarie del cimitero di San Brunone e centinaia di proprietari di immobili, che risultano deprezzati, del quartiere Tamburi.
Domani, intanto, dinanzi al gip del tribunale di Milano Fabrizio D’Arcangelo, si terrà l’udienza sull'istanza depositata dal commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, per sbloccare e trasferire nelle casse del gruppo la somma di 1,2 miliardi di euro fatta sequestrare alla famiglia Riva dalla magistratura milanese nel maggio del 2013. Per Giorgio Ambrogioni, presidente di Federmanager, "è vitale poter disporre rapidamente degli ingenti fondi sequestrati alla famiglia Riva" a fronte della "gravissima crisi finanziaria" per l’azienda, che "potrebbe decretarne a breve una fine irreversibile, con tutti i pesanti risvolti conseguenti in termini sociali ed economici". Parole che fanno emergere un paradosso: l’Ilva ha le casse vuote, mentre piovono richieste di risarcimento miliardarie. (GdM)