L’Ilva e i lenzuoli delle donne. Per Taranto c’è una terza via: vivere
Quando mise in bocca a
Cassandra queste
parole (tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere) lo fece
pensando alla guerra. Le donne dello Scamandro, lontane dal palazzo
reale dove la natura era bandita, e con essa la vita, sapevano che era
necessario, pena la fine dell’umanità, “combattere il male prima, quando
ancora non si chiama guerra”. Una visione, questa, mai abbastanza
valorizzata e praticata nella quale, negata la guerra come strumento di
risoluzione dei conflitti, non si nega invece il motivo del conflitto,
ma lo si pone al centro, affinché lo si riconosca, lo si dipani e quindi
si
costruisca l’alternativa.
Uso questa intuizione preziosa della studiosa tedesca per provare a ragionare sul drammatico
caso di Taranto, città che da decenni vive l’atroce contrapposizione tra
diritto al lavoro e diritto alla salute,
identico dilemma vissuto anche in altri luoghi della penisola, (solo
per citare i casi più noti nel tempo): l’Acna di Cengio, le acciaierie
di Cornigliano, l’amianto di Casale Monferrato, il progetto Dal Molin,
l’alta velocità in Val Susa, il terzo valico in Liguria.
In ognuno di questi casi lavorare ha significato (e significa) contemporaneamente garantirsi un salario ma anche
avvelenarsi,
e avvelenare la comunità circostante: parlo della diossina all’Acna,
delle polveri cancerogene a Genova, dell’asbestosi a Casale,
dell’avvelenamento delle falde acquifere a Vicenza, di nuovo
dell’amianto per la Val Susa, delle polveri sottili per il terzo valico,
tralasciando per brevità molte altre negatività per la salute e i gravi
danni ambientali irreversibili in tutte queste situazioni.
Al
contrario di altri paesi europei, nei quali lavorare sì, ma non a costo
di morire e far morire del medesimo lavoro malsano che sfama, è
diventata una priorità senza ombre da molti anni, in Italia siamo ancora
alla tragedia della,
(in apparenza), insanabile contraddizione tra lavoro e salute, quindi tra lavoro e vita. La parola ‘riconversione’ è ancora un tabù.
Non
è un mistero che, oltre e accanto alla scellerata e cinica politica
industriale di molti imprenditori, ai quali non importa nulla della
salute di chi lavora, ci sono state anche
responsabilità sindacali
nel non avere in modo limpido e puntuale costruito una cultura del
lavoro e dei diritti che connettesse indissolubilmente, senza
contrapporre, lavoro e salute: a Genova, per esempio, è noto che negli
anni ’80 c’era tensione tra ecologisti e settori sindacali sulla
questione delle acciaierie di Cornigliano.
Il lavoro non si tocca,
dicevano, l’ambiente viene dopo. Rigettare il discorso ecologista
contrapponendo il diritto al lavoro a qualunque altra priorità arriva a
dei punti di tragico paradosso: recentemente un sindacalista genovese ha
dichiarato, parlando di Taranto, che anche la cioccolata in dosi
massicce fa male, minimizzando così la tragedia di vivere immersi nelle
polveri nere respirate ogni giorno. Il lavoro, qualunque lavoro e a
tutti i costi, la
monetizzazione della salute: una forma grottesca di
mors tua vita mea, che non vede come sia follia chiudere gli occhi davanti alla inciviltà di una produzione industriale non sicura e malsana.
Come
non fare un parallelo con la miope e perversa concezione della vita
fine a se stessa e senza qualità? Penso ai temi etici quali
l’autodeterminazione nelle
scelte riproduttive e di fine vita,
che sono state le donne a porre al centro stimolando una riflessione
sui limiti e la qualità di quella che dai fondamentalisti di ogni
religione viene pensata come vita purchessia, senza definizioni.
‘Vita’
quella di Eluana Englaro, ‘vita’ quella appena concepita, da
contrapporre alla donna che la porta in grembo, con la creazione della
soggettività dell’embrione portatore di diritti.
E’ stato il
movimento delle donne a porre come centrale la necessità di
partire dall’esperienza concreta dei corpi
per ragionare sui temi etici della vita, della morte e del limite e
anche sull’intreccio tra diritto al lavoro e diritto alla salute sono
state, (e sono ancora), delle donne a dire parole di verità svelando
contraddizioni e aprendo fecondi conflitti.
Donne erano quelle
che, negli anni ’80 a Genova, nel quartiere di Cornigliano, non senza
fatica e dovendo superare l’ostilità di molti uomini, (spesso i loro
stessi compagni, mariti e figli), fondarono il
Comitato salute e ambiente.
Iniziarono mostrando i
lenzuoli stesi
ai davanzali anneriti dalla polvere dell’acciaieria, la stessa che
finiva dritta nei polmoni delle loro bambine e bambini, così come oggi
le donne di Taranto
mostrano la micidiale materia nera che raccolgono in casa, mentre
raccontano di vietare ai figli e figlie di giocare nel cortile nelle
giornate di vento. Sono maestre le genovesi della scuola Villa
Sanguineti, la materna che il progetto Tav del Terzo valico prevede di
chiudere perché ne intralcia il percorso: nel caso in cui non la si
cancelli i piccoli e il resto della popolazione dovranno ingoiare per
anni idrocarburi e polveri sottili a causa dei lavori e del passaggio
costante di camion. Sono state le donne di Vicenza a sfilare in silenzio
con dei bastoni per le vie della bella città veneta nella quale si sta
sviluppando il mostruoso insediamento del secondo aeroporto militare,
mormorando il nome del fiume che lentamente morirà nel cemento. Ancora
donne le parenti dei morti d’amianto a chiedere che non si ripeta mai
più lo scempio velenoso e silenzioso sui corpi di altri esseri umani.
Come può essere onesto, compatibile e giusto un lavoro che ammala e
uccide?
Sono davvero civiltà e progresso, questi, nei quali o si
lavora o si inquina, e si crea contrapposizione tra lavoro e salute,
mettendo contro due diritti inalienabili?
(Monica Lanfranco - Il fatto quotidiano)