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sabato 2 maggio 2015

Giova sempre ricordare ed ascoltare

Primo Maggio a Taranto, Travaglio e quei pezzi di verità omessi



«Per fortuna non tutti hanno taciuto in questi anni, non tutti hanno chiuso gli occhi, la bocca e le orecchie. Per fortuna non tutti hanno usato la lingua per leccare. Per fortuna qualcuno ha usato anche la lingua per parlare, per gridare, per denunciare e anche per sparlare della classe dirigente e tra questi ci sono anche molti giornalisti». Bene, partiamo da queste parole pronunciate da Marco Travaglio, direttore de “Il Fatto Quotidiano”, nel tardo pomeriggio di ieri sul palco del Primo Maggio tarantino. Parole che avremmo condiviso anche noi se fossero state accompagnate da informazioni più complete e oggettive su quanto avvenuto in ambito giornalistico da diversi anni a questa parte.
Travaglio ha commesso il grave errore di basarsi sulle informazioni e sulla documentazione ricevuta – evidentemente – solo da alcuni addetti ai lavori. Il che non gli ha evitato di commettere qualche passo falso come citare i “Capriati” (storico clan barese) invece di riferirsi ai “Modeo” nella parentesi dedicata alle relazioni “pericolose” coltivate dall’ex sindaco e parlamentare ionico Giancarlo Cito. Così come non ci risulta che l’ultimo decreto salva Ilva preveda il rispetto solo dell’80% delle prescrizioni come ha lasciato intendere il direttore de “Il Fatto Quotidiano”.  Il Piano ambientale, infatti, “si intende attuato se entro il 31 luglio sono realizzate, almeno nella misura dell’80%, il numero delle prescrizioni in scadenza a quella data”. Mentre il 100% delle prescrizioni Aia dovrà essere completato entro il 4 agosto 2016. Un impegno su cui non scommettiamo un centesimo neanche noi, ci mancherebbe altro, ma la precisazione va comunque fatta.
Travaglio ha raccontato, quindi, una realtà parziale e disordinata. Cosa che da un giornalista affermato e stimato a livello nazionale come lui non ci saremmo certo aspettati. Travaglio ha citato alcuni collaboratori del suo giornale che ieri hanno curato un inserto speciale dedicato all’evento tarantino, e ha incensato le gesta di un cronista locale, diventato all’improvviso “eroe per caso” e paladino della battaglia contro i Riva e contro l’inquinamento “Made in Ilva”. Ha omesso di ricordare che lo stesso giornalista lavorava per una emittente televisiva che prendeva i soldi per la pubblicità dell’Ilva e che dopo il blocco di questi introiti, guarda caso, aveva repentinamente sposato una linea “ribelle”. C’è stato un tempo in cui la stessa emittente (Blustar) non esitava a mandare in trasferta i suoi giornalisti per lisciare il pelo al colosso dell’acciaio in convegni dedicati alla tecnologia. Notizie così “prodigiose” da meritarsi la prima parte del tg.
Inoltre, Travaglio non si è soffermato adeguatamente su coloro che sono stati giornalisti “giornalisti” anche in tempi non sospetti, molto prima che scoppiasse l’inchiesta “Ambiente Svenduto” (estate 2012). Ha omesso di dire, ad esempio, che c’è stato un quotidiano (TarantoOggi) che la pubblicità dell’Ilva non l’hai mai pubblicata e i cui giornalisti non erano invitati alle conferenze stampa del Siderurgico. Così come ci sono stati alcuni colleghi che hanno continuato a fare il loro dovere anche in testate sovvenzionate dalla dirigenza Ilva. Forse si contano sulle dita di una mano, è vero, ma ci sono stati. Non ci sembrano dettagli irrilevanti. Fanno parte della storia di Taranto. In pochi la conoscono bene, ma a noi (che a Taranto ci viviamo da sempre) spetta ricordarlo.
Alessandra Congedo - Inchiostroverde

lunedì 16 febbraio 2015

Quei gran geni degli assessori scelti da Stefano & co!



Ilva, «Pezzi di...», il fuorionda dell'assessore Baio a “La gabbia” scatena un putiferio. Pd e Verdi: «Si dimetta»

La segreteria cittadina del Pd e i Verdi di Taranto, in due note distinte, chiedono le dimissioni dell'assessore all'Ambiente del Comune di Taranto, Vincenzo Baio, per le dichiarazioni rilasciate a un inviato della trasmissione 'La Gabbia' di La 7 durante la conferenza stampa di presentazione dell'avvio delle bonifiche.
In un fuorionda mostrato ai telespettatori, Baio parla del decreto Ilva e dice: «Nonostante tutte le promesse e le passerelle ? è un decreto in cui non c'è niente?. che devo dire che sono una massa di pezzi di ... se lo potessi dire lo farei».
Per il Pd «chi non si sente adeguato ha il dovere di lasciare il campo a chi vuol fare qualcosa per questa città. Non possiamo perderci ancora dietro i se o i ma di chi ha dubbi. Crediamo che il sindaco abbia il dovere di richiamare il dottor Baio, chiedere chiarimenti ed all'assessore di spiegare le ragioni di quanto affermato, e se queste non convincono sollevarlo dall'incarico di fiducia dato a suo tempo».
I Verdi fanno rilevare «lo scollamento totale tra le considerazioni personali di Baio e la posizione ufficiale dell'amministrazione cittadina, che ripropone il tema 'Taranto' nel modo peggiore, relegando la discussione a mero gossip, lontanissimo dalla verità e dagli interessi della comunità».(Quot)

venerdì 12 dicembre 2014

Europa lontana

I veleni dell'Ilva e l'ipocrisia del Pd

La prossima settimana il Parlamento Europeo, nella sua seduta di Strasburgo, discuterà le diverse mozioni presentate dai gruppi parlamentari in merito alla politica europea sull’acciaio, per la protezione delle industrie e dei lavoratori.
La posizione contenuta nella proposta del PPE (del Partito Polare Europeo fanno parte gli europarlamentari eletti nelle liste italiane di Forza Italia e NDC-UDC) si basa sul rafforzamento della politica di sostegno all’acciaio e all’industria pesante in tutta Europa e chiede che la Commissione Europea garantisca un nuovo ruolo leader all’acciaio europeo, attraverso una serie d’iniziative tese ad assicurare posizioni di prima importanza sui mercati mondiali. Con meccanismi di consultazione locale e regionale, la proposta di Antonio Tajani, uno dei Vice-Presidenti del Parlamento Europeo, opta per la creazione di un’azione “SustSteel” di sostegno, contenuta nel cosiddetto Piano di Azione per l’Acciaio, al fine di garantire quei mercati internazionali che apprezzano l’acciaio europeo perché, secondo la mozione, prodotto con procedure che rispettano i diritti sociali e ambientali. C’è da rimanere allibiti quando si pensa a Taranto. Perché la proposta del PPE sottintende che i competitors internazionali non siano altrettanto ligi (quanto l’Ilva!) nel garantire che l’acciaio sia prodotto da operai felici, ben pagati, che vivono e lavorano in un ambiente salubre.
Il documento del PPE tocca momenti di alto lirismo quando fornisce una lista dei siti europei da difendere, definendoli jewels e invitando la Commissione a non chiuderli e a non cederli a gruppi extra-europei. Tra questi bijoux, naturalmente, Taranto, noto esempio di tecnologia, modernità, eco-compatibilità, circondata da giardini per la coltura di frutta e verdura biologica, dove la felicità regna sovrana. Peccato che l’Ilva sia costata all’Europa, in termini di impatto ambientale, ben 2.5 miliardi di euro per il periodo 2008-2012, secondo le valutazioni dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.

domenica 28 settembre 2014

Il presidente degli inceneritori e non solo...

 
Grazie ad un plateale inciucio di Michele Pelillo, Michele Mazzarano e Donato Pentassuglia e dei loro compagni di merende PD, il sindaco che più si è distinto nel riempire il suo comune (Massafra) di discariche ed inceneritori, è oggi il nuovo presidente di una delle province più tossiche d'Italia.
Giustamente ci voleva un esperto...
In bocca al lupo e... complimenti per la scelta!

Martino Tamburrano, sindaco berlusconiano del comune di Massafra, è il nuovo presidente della provincia di Taranto. Un’elezione già preannunciata e sostenuta anche da buona parte del Partito Democratico ionico. Non è bastato, quindi, lo “stop” imposto dal segretario regionale Michele Emiliano per bloccare le “larghe intese” tra democratici e forzisti. Nella provincia dell’Ilva, evidentemente, non è stato un deterrente nemmeno il fatto che su Martino Tamburrano penda una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio. E’ stato il sostituto procuratore Remo Epifani, infatti, a chiedere il processo per il primo cittadino di Massafra e altri 28 imputati, tra i quali i dirigenti comunali e imprenditori. L’accusa di aver favorito un’associazione temporanea di imprese alla quale era stata affidata in project financing la realizzazione di un silos parcheggio. Nell’avviso di conclusione delle indagini, il pm Epifani ha specificato che gli amministratori avrebbero intenzionalmente procurato un “ingiusto vantaggio patrimoniale alla società Inedil srl capogruppo mandataria dell’associazione temporanea di imprese” attraverso l’affidamento in concessione ai tre imprenditori della realizzazione di un silos parcheggio con annesso centro commerciale e direzionale.
Non solo. All’immobile, secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stato “pretestuosamente attribuito il carattere di opera pubblica” e soprattutto del centro direzionale in costruzione sarebbe stato garantito agli imprenditori “anche il diritto di proprietà”. Del resto, a sottoscrivere l’accordo per alcune parti del Partito democratico con il sindaco forzista, sono stati il parlamentare Michele Pelillo, il consigliere regionale Michele Mazzarano e l’assessore regionale Donato Pentassuglia. A eccezione di Pelillo, quindi, i due nomi rimanenti sono noti alle cronache: Mazzarano, infatti, è stato rinviato a giudizio per illecito finanziamento ai partiti e millantato credito; Pentassuglia, invece, è accusato dalla Procura di Taranto – che ne ha chiesto il rinvio a giudizio – di favoreggiamento nei confronti dell’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà nell’inchiesta “Ambiente svenduto”
All’esito delle votazioni, Tamburrano è stato eletto con il 63,8% di preferenze contro il 36,2% di Gianfranco Lopane, sindaco di Laterza e candidato (renziano) dagli esponenti del Pd contro la delibera della direzione provinciale che a maggioranza aveva deciso di “verificare le condizioni per la più ampia convergenza di forze politiche disponibili e per il più qualificato ruolo protagonista del Pd ionico”. Una frase che, nei fatti, prevedeva addirittura la “grande coalizione” con Forza Italia attraverso un listone unico. La polemica dei giorni successivi e l’intervento di Emiliano, però, hanno bloccato l’operazione, ma solo in apparenza. Già, perché nel segreto delle urne i democratici hanno comunque scelto Tamburrano. Il “tradimento” è provato dai numeri: i candidati consiglieri nelle due liste a sostegno di Lopane hanno ottenuto oltre 52mila voti ponderati, mentre quelli dell’unica lista per Tamburrano si sono fermati a quota 43mila. Insomma il candidato democratico Lopane avrebbe potuto vincere, ma evidentemente le “larghe intese” piacciono troppo ai consiglieri comunali di centrosinistra, che hanno optato per il voto disgiunto.
Piacciono talmente tanto da aver dimenticato che nella lista di centrodestra compariva il nome di Cito, figlio dell’eterno rivale Giancarlo – ex sindaco ed ex parlamentare condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa – che pochi mesi fa ha scelto di far confluire la sua “At6 – Lega d’Azione Meridionale” nelle fila berlusconiane. Per Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto, è “l’inciucio peggiore di quelli che venivano fatti nella Prima Repubblica. Non è solo un voto di larghe intese tra PD-NCD-FI e la lista di Cito, ma di larghi interessi. Che cosa farà – ha chiesto Bonelli – il presidente del Pd pugliese Michele Emiliano? Prenderà provvedimenti contro questo vergognoso inciucio che ha visto i consiglieri comunali del PD votare un esponente di Forza Italia su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio?”. (FQ)

A Taranto il Pd elegge il candidato di Forza Italia. Caos in Puglia in vista delle elezioni regionali

Non solo il clamoroso calo d’affluenza alle primarie in Emilia-Romagna. C’è un altro voto che agita le acque in casa Pd: in Puglia, a Taranto, nel weekend si sceglieva il nuovo presidente della provincia. Ha vinto Martino Tamburrano, candidato di Forza Italia (su cui tra l’altro pende una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio). Ma la notizia è che a rendere possibile l’elezione sono stati anche e soprattutto i voti dei delegati del Partito Democratico. Un ribaltone che si spiega con quanto accaduto nelle scorse settimane: i vertici locali del partito volevano le larghe intese col partito di Berlusconi. E dopo l’intervento del direttivo regionale, che ha imposto la presentazione di Gianfranco Lopano come candidato della coalizione di centrosinistra, tanti hanno indicato come nuovo presidente l’esponente del centrodestra.

martedì 26 agosto 2014

Chi soffre in ospedale, chi in villa e chi spoliticheggia

Ilva, ditte dell’indotto vanno in sofferenza

Sit in dei dipendenti delle aziende E3, Martucci e Idrotecnica srl, tutte dell’indotto Ilva, davanti alla portineria imprese dello stabilimento siderurgico. Sono lavoratori, alcuni dei quali in cassa integrazione, che lamentano ritardi nel pagamento degli stipendi. I sindacati hanno chiesto un incontro ai responsabili delle ditte per avere garanzie sul pagamento delle spettanze e fare anche il punto sulle prospettive. «Le ditte dell’appalto - scrivono gli operai in una nota - dicono basta. L’Ilva si preoccupa solo dei suoi dipendenti come se noi dell’appalto non avessimo necessità primarie, anche noi abbiamo figli, anche noi non mangiamo e anche noi non paghiamo le bollette se non ci sono i soldi».
È una delle ultime frontiere di una crisi senza fine, che richiama ormai non più e non solo all’ambientalizzazione di uno tra i più grandi poli siderurgici d’Europa de del mondo, ma anche una vera e propria inversione culturale sul modello di sviluppo adottato a Taranto come in altre città prettamente caratterizzate dalla presenza di industria massiva. Sul tema della riconversione, culturale prima ancora che industriale, interviene il coordinatore regionale dell’ala ambientalista del Pd di Puglia, i cosiddetti Ecodem, Luigi Campanale.
«Spetta alla politica decidere il futuro di Taranto. Sono trascorsi due anni da quando con questo titolo veniva pubblicato sulla Gazzetta un mio intervento e la politica, quella che conta e decide, pur essendo stata costretta a interessarsi dell’Ilva, tranne qualche timida iniziativa, poco, davvero poco, ha proposto per affrontare le problematiche di Taranto connesse al siderurgico».
Campanale conviene nel dire che l’Ilva «è il fulcro di un sistema industriale. Aveva circa 160mila unità lavorative, delle quali circa 70mila sono andate perse e circa 3mila andranno perse con la cosiddetta ambientalizzazione della fabbrica. Sicche è del tutto evidente la necessità di trovare altri comparti produttivi capaci di sopperire alle problematiche economico-occupazionali, nonchè ambientali e di tutela della salute, del sistema industriale Ilva». Come riconvertire? Agricoltura, turismo, cultura: sono le vocazioni della regione. Ma per passare dall’acciaio ad ad altro occorre, secondo Campanale «una “mutazione antropologica” del territorio tarantino. L’Ilva e quindi la questione ambientale - spiega ancora il coordinatore regionale Ecodem - ci sfida ad individuare “un nuovo modo di produzione” (per dirla con Pasolini) che dia sostanza a quel 41% (l’assonanza richiamata è ai consensi ottenuti dal Pd alle ultime elezioni Europee, ndr), mettendolo in condizione di produrre quel reale, sottolineo reale, cambiamento necessario al paese per venir fuori dalla crisi di sistema in cui si sta dilaniando».
Quindi la conclusione del ragionamento: «L’Ilva per la sua valenza economica-sociale-ambientale assume una funzione “primariamente come un problema di cambiamento di paradigma e di valori sui quali si fonda l’esistenza personale e sociale.” (così in Ambiente e Ricerca di Angela Danisi). Ciò, non solo e non tanto, per il sistema industriale di Taranto e per la Puglia, ma, per l’intero sistema paese. Di ciò non vi è traccia di discussione nel Partito democratico regionale pugliese. Purtuttavia vi è la ragionevole fiducia, degli Ecodem pugliesi, componente ambientalista del Pd, che i candidati del Pd alla presidenza della Regione, per il prossimo anno, abbiano la consapevolezza che è necessario, per quanto innanzi sinteticamente detto, assumersi la responsabilità di governare la questione ambientale dell’Ilva di Taranto e ciò a prescindere da quelli che si appalesano come spot elettoralistici». (GdM)

sabato 26 luglio 2014

Luigi Abbate, la dignità in mezzo ai servi: Siamo con te!!

Taranto: licenziato Abbate, il giornalista sgradito a Ilva e alla politica

Blustar Tv dà il benservito al cronista protagonista di un celebre scontro con il "pr" del gruppo siderurgico e poi deriso da Vendola in una telefonata pubblicata da ilfatto.it. Ad aprile lo scontro in diretta con il deputato Pd Pelillo: "Parlerò con il suo editore"

Taranto: licenziato Abbate, il giornalista sgradito a Ilva e alla politica
Il video che mostrava quel microfono strappato per fermare la domanda scomoda ha fatto il giro del web in pochi minuti. E così è divenuto famoso anche il nome del giornalista che chiedeva conto al patron dell’Ilva Emilio Riva dell’ottimistica interpretazione dei dati sulla qualità dell’aria di Taranto a fronte di un tasso di mortalità sempre crescente.
Anche perché, quel nome, è finito al centro di una telefonata, intercettata e svelata lo scorso novembre da ilfattoquotidiano.it, tra il governatore Nichi Vendola e il braccio destro della famiglia Riva, Girolamo Archinà, artefice dello “scatto felino” con il quale ha afferrato il microfono.
Oggi, a distanza di otto mesi da quell’episodio, di Luigi Abbate si torna a parlare. L’emittente per la quale lavorava lo ha licenziato. Di punto in bianco. Crisi del settore? Si, ma non solo questo. Perché in città la verità sussurrata, e a volte detta a voce appena più alta di una confidenza, è anche un’altra. Abbate è stato licenziato perché ritenuto scomodo dalla politica.
Questi i fatti: un anno fa la televisione privata Blustar avvia la procedura di mobilità. Motivazione: l’Ilva ha chiuso i rubinetti, cancellando lo stanziamento annuale di 100mila euro in favore dell’emittente. L’effetto immediato è il crollo dell’equilibrio finanziario della tv – già provato dalla crisi che ha investito l’intero settore – e via alla mobilità. Fuori in cinque. Una di questi, però, impugna il licenziamento per mancato rispetto delle quote rosa tra i “superstiti”. E ha ragione, reintegro immediato. A quel punto l’azienda dispone il turn over. Dentro di nuovo la dipendente, fuori Abbate.
“La legge prevede la possibilità di fare questo, ma non è un obbligo. Si può anche non fare – chiarisce il diretto interessato – e poi perché io?”. Appunto, perché lui? “Mi viene il dubbio di essere scomodo a qualcuno. Me lo chiedo. Sono scomodo alla grande industria? Sono scomodo a qualche politico? Voglio la verità”.
Politica e industria. Il presunto patto d’acciaio che a Taranto ha defenestrato la classe dirigente provinciale. Abbate non si sbilancia, per ora non può. Al suo posto, però, intervengono in tanti. A cominciare da Assostampa Puglia, il sindacato dei giornalisti, che annuncia battaglia. “Non ci sono licenziamenti di serie A e di serie B a seconda delle convenienze politiche del momento – scrive il presidente Raffaele Lorusso -, è evidente che i rapporti tra grande industria e informazione a Taranto, sono ancora inquinati”.
Angelo Bonelli, leader dei Verdi, incalza, centrando il cuore del pensiero comune. “A me viene più che un dubbio sul fatto che ci sia una pressione politica dietro questa scelta. Ci sono state pressioni da parte di qualcuno? Era un giornalista scomodo da eliminare? Attendiamo che sia la proprietà di Blustar a rispondere”.
Risposta che è arrivata a stretto giro, rigettando le accuse “infondate e pervase di dietrologia”. “Nessuna persecuzione – chiarisce Blustar – ma solo l’applicazione della sentenza del Tribunale del Lavoro di Taranto che ha reintegrato, nel luglio 2014, un’altra giornalista costringendo al licenziamento di chi aveva i requisiti stabiliti dalla legge 223/91”. E ad averli era proprio Abbate.
Ma tanto non è bastato. La teoria di Bonelli è avvalorata da Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink. “Abbate è scomodo alla politica perché mostrava l’esistenza di due verità. Da una parte quella sostenuta da noi che, con le nostre ecosentinelle pronte a fotografare i fumi dei camini, con i nostri analizzatori, pari a quelli dell’Arpa Puglia, dimostravamo che le emissioni, fuori controllo, contengono cancerogeni. Dall’altra quella dei politici che davanti a quei dati non battevano ciglio”.
Nessun nome. Ma negli stessi minuti, l’associazione ambientalista, pubblica un video su Youtube. È la puntata del 30 maggio della trasmissione condotta da Abbate, ospiti in studio i parlamentari Gianfranco Chiarelli e Michele Pelillo. La discussione si incentra, ancora una volta, sul decreto Ilva allo studio del Parlamento e sui dati forniti dalle associazioni e ritenuti poco attendibili. Quando il conduttore decide di far intervenire in diretta telefonica il presidente del Fondo Antidiossina Onlus Fabio Matacchiera, Pelillo sbotta: “L’editore lo sa? Domani parlerò con l’editore. Voglio sapere se anche lui è d’accordo”. La discussione la conclude Abbate: “Siamo una televisione libera. Il Pd nella campagna elettorale ha fatto figli e figliastri, forse non siamo nelle vostre grazie e per questo diamo fastidio”. Il deputato democratico raggiunto dalla redazione de ilfattoquotidiano.it non intende rilasciare dichiarazioni a riguardo.
Stando a voci bene informate, sarebbe arrivato sulle scrivanie dei magistrati tarantini del materiale a sostegno della tesi delle pressioni politiche. Starà a loro, ora, stabilire la verità. Intanto, il telefono di Luigi Abbate scotta. Sono in tanti a manifestargli, in queste ore, solidarietà. Tra questi nessun politico. (FQ)

martedì 15 luglio 2014

La schizofrenia del potere. Chi governa il PD che governa?

Decreto Ilva, un passo indietro

Sull'Ilva si rischia di tornare pericolosamente indietro. Con il decreto approvato giovedì 10 luglio dal Consiglio dei ministri si è deciso di rimodulare le fasi dell'attuazione delle prescrizioni, il commissario Piero Gnudi non sarà più affiancato dalla figura del "commissario ambientale" e non sarà più previsto l'utilizzo a fini ambientali dei fondi sequestrati dalla magistratura alla famiglia Riva. Non vale, non è possibile la rinuncia a Ronchi quale "commissario ambientale". Egli ha garantito con il suo lavoro e la credibilità di cui gode, la certezza nei tempi di risanamento interno ed esterno all'Ilva e a rimettere in funzione, seguendo le best practice in Europa, il più grande impianto siderurgico d'Europa. Egli infatti ha seguito con passione e competenza un enorme lavoro in mezzo al dantesco inferno che era Ilva ed ora è giunto il tempo della sua piena realizzazione. Lo sdoppiamento delle figure di commissario, lungi dall'essere elemento di confusione, certificherà la volontà di fare bene e sul serio ciascuno la sua parte attuando pienamente l'AIA - piano ambientale.
Il decreto insomma è entrato in un modo ed è uscito in un altro dal Consiglio dei ministri e così com'è noi del Pd senato lo consideriamo da rivedere. Dopo che il Piano ambientale è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 maggio scorso, l'attuazione del risanamento ambientale era entrato in una nuova fase: prima si trattava di elaborare, verificare centinaia di misure e prescrizioni, molti lavori sono stati avviati, ma senza le giuste, vincolanti scadenze temporali. Ora occorre rispettare le scadenze per i vari interventi che prevedono un lavoro complesso che per essere garantito richiede una struttura forte, procedure semplificate, una catena di comando precisa che faccia capo a un Commissario per l'attuazione dell'AIA-piano ambientale. Se chi guida questa attività e struttura è un sub-commissario, la catena di comando non funziona nel modo necessario per riuscire a sostenere un lavoro così esteso, con decine di cantieri aperti. Nei rapporti con le ditte, con l'autorità di controllo, con gli enti locali e le strutture aziendali, un vice non ha l'autonomia e l'autorità per decidere nulla.
È vero, oggi causa fermo di alcuni impianti per il loro rifacimento o la loro messa in sicurezza, si è ridimensionata di molto la quantità di produzione siderurgica degli impianti, giungendo a circa 5/6 milioni di tonnellate rispetto alle almeno 7mil di T necessarie a pagare completamente le strutture. Ma questa è una questione di tempo, in un ulteriore anno avremo la ripresa dell' ordinaria attività con pareggio di bilancio ed anzi recupero di un vantaggio economico da ulteriormente investire, le banche infatti hanno approvato anche il piano economico, ritenendolo autosufficiente.
Ultimo ma non per importanza, il significato che ha questa piccola, grande rivoluzione promossa dallo stato italiano, per Taranto e l'Ilva con la decisione assunta lo scorso anno dando priorità alla salute e al lavoro. Come stiamo facendo ora in modo sempre più evidente e massiccio abbiamo inteso assumerci la responsabilità nei confronti di un'area quella di Taranto, potenzialmente straordinaria ma manifestamente sacrificata all'altare dell'interesse personale. Sempre più brutale e insensibile.
È stata la prima volta che lo Stato ha applicato alla lettera l'art. 41 della costituzione, giungendo ad avocare a se, fino a completo risanamento, la stessa azienda, salvando l'occupazione e mantenendo la proprietà privata ma utilizzando i fondi che la magistratura ha sequestrato ai Riva, a favore degli interventi di messa in sicurezza necessari.
Una filosofia che ha consentito alla speranza di riprendere vita ed è divenuta un monito nei confronti dei titolari di attività inquinanti. Oggi il ricorso al prestito ponte servirà a pagare le quattordicesime, ad assicurare gli stipendi fino a settembre-ottobre, a sanare i fornitori e, ma solo in piccola parte, gli interventi ambientali. Per il risanamento sono necessari circa 1,8 miliardi, di questi circa 550 milioni entro l'anno per rispettare le prescrizioni e gli interventi previsti dall'AIA-piano ambientale. Ma questo decreto non dispone delle risorse per attuarli. Si alza chiara una richiesta e una proposta: indispensabile rivederlo.
Laura Puppato - Senatrice PD

venerdì 31 gennaio 2014

Aia che male al PD!

Ilva, la magistratura può fermare gli impianti
In un articolo di Lidia Giannotti scritto per PeaceLink trovate i link che rinviano all’elenco di coloro che votarono alla Camera e al Senato a favore della cosiddetta legge Salva-Ilva del dicembre 2012. Come si può notare non vi furono “voti ribelli” nel Pd. Nessuno del Pd votò contro, nessuno si astenne. Gli unici voti ribelli nel Pd furono quelli dei radicali (come ad es. la Zamparutti o Turco) che formalmente facevano parte del gruppo parlamentare Pd. Inoltre un piccolo gruppo di parlamentari del Partito Democratico non partecipò al voto smarcandosi, in tal modo, dalla linea del Pd. Fra questi Della Seta, Bratti e Zampa, con cui PeaceLink erava in contatto per la campagna sul benzo(a)pirene. 
Complessivamente si è affermata nel Pd una obbedienza in stile Partito Comunista nordcoreano su questioni che attengono alla salute dei cittadini, per cui la linea scelta, per riprendere le parole di Lidia Giannotti, sembra essere quella di continuare a produrre “ad ogni costo”, mentre logica e umanità vorrebbe che fossero le persone a dover essere protette “ad ogni costo”.
Qualcuno del Pd potrebbe obiettare che quanto si sta facendo è stato tuttavia consentito dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla prima legge Salva-Ilva e che se non è stato bocciato allora l’operato del governo allora quello che si fa oggi è di conseguenza lecito.
Non è così.
La Corte Costituzionale ritenne infatti di dare un parere di costituzionalità a condizione che l’Aia venisse applicata scrupolosamente e integralmente. L’Aia è l’autorizzazione integrata ambientale che, come è noto, l’Ilva non sta rispettando. Quindi la Corte Costituzionale – per quanto la sentenza abbia fatto discutere – non salvava l’Ilva sollevandola dalle sue responsabilità ma la gravava di nuove responsabilità, come si evince da questo passaggio della sentenza della Corte: “I motivi di tale aggravamento di responsabilità si possono rinvenire nell’esigenza di prevedere una reazione adeguata delle autorità preposte alla vigilanza ed ai controlli rispetto alle eventuali violazioni in itinere delle prescrizioni Aia da parte di una impresa, già responsabile di gravi irregolarità, cui è stata concessa la prosecuzione dell’attività produttiva e commerciale a condizione che la stessa si adegui scrupolosamente alle suddette prescrizioni”. La Corte Costituzionale condizionava cioè il parere di costituzionalità all’applicazione scrupolosa dell’Aia e richiamava l’attenzione sul fatto che la magistratura può intervenire nel caso la non applicazione dell’Aia possa generare situazioni di pericolo. Si legge nella sentenza della Corte: “La deviazione da tale percorso, non dovuta a cause di forza maggiore, implica l’insorgenza di precise responsabilità penali, civili e amministrative, che le autorità competenti sono chiamate a far valere secondo le procedure ordinarie“.
  
Quindi, chiarita la natura dell’Aia riesaminata, che è atto amministrativo e che  “tale rimane … anche secondo la disciplina dettata per l’Ilva di Taranto” (Corte Cost. sent. 85/2013, punto 10.3, pag. 60), i giudici della Corte Costituzionale hanno affermato (punto 10.1, pag. 59): “Il richiamo operato in generale dalla legge [all’AIA riesaminata, n.d.r.]  ha il valore di costante condizionamento della prosecuzione dell’attività produttiva alla puntuale osservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzatorio, che costituisce l’esito della confluenza di plurimi contributi tecnici ed amministrativi in un unico procedimento, nel quale, in conformità alla direttiva n. 2008/1/CE, devono trovare simultanea applicazione i princìpi di prevenzione, precauzione, correzione alla fonte, informazione e partecipazione, che caratterizzano l’intero sistema normativo ambientale”. Perché richiamiamo questi passaggi della Corte Costituzionale?
Perché l’ultimo provvedimento Salva Ilva (parliamo della conversione in legge non ancora avvenuta del decreto sulla Terra dei fuochi e sull’Ilva) dichiarerà che l’Ilva è a norma anche se l’Aia non viene applicata per intero e anche se non viene rispettato il cronoprogramma. Per il subcommissario Ilva Edo Ronchi basta che siano fatte settanta prescrizioni su cento per essere a norma. Che trenta importanti prescrizioni rimangano inattuate, non fa nulla, si chiude un occhio. Come a dire: che volete, non pretendete troppo da noi, anche noi non ce la facciamo a fare quello che non ha fatto Riva, apprezzate almento la buona volontà, non ci sono i soldi per fare tutto quello che si dovrebbe fare.
Ossia l’ultimo provvedimento consente di fare proprio ciò che la Corte Costituzionale si era raccomandata di non fare.
Siamo all’Aia all’italiana, realizzata solo in parte, come a dire che le auto italiane sono autorizzate a circolare con le gomme lisce e senza le luci posteriori funzionanti. Una cosa che la Commissione Europea ritiene abnorme e assurda, tanto da aver aperto una procedura di infrazione. Procedura che qualche europarlamentare chiede che vada accelerata al massimo.
Ma siamo anche fuori dal binario fissato dalla Corte Costituzionale.
Il nuovo provvedimento per l’Ilva è – va ribadito – uno strappo alle raccomandazioni della Corte Costituzionale che non forniva un disco verde senza condizioni.
Ciò nonostante l’on. Michele Pelillo, parlamentare tarantino del Pd, ha dichiarato con soddisfazione: “Non sembra vero, ma quello che non è stato fatto in cinquant’anni sta accadendo in questi mesi – e in questi giorni in particolare”.
      
Adesso ci sono le condizioni perché a difendere i tarantini scenda di nuovo in campo la magistratura. (A. Marescotti - FQ)

giovedì 9 gennaio 2014

Mendicanza da ricchi

Vertice al ministero. Bondi: «All'Ilva servono 3 miliardi»
 

Tre miliardi di euro. Tanto serve all’Ilva del commissario Enrico Bondi per attuare gli interventi di risanamento ambientale prescritti dall’Aia e rilanciare lo stabilimento siderurgico di Taranto con investimenti che ne accrescano l’efficienza e la competitività. Questo fabbisogno è stato prospettato ieri alle banche dallo stesso Bondi, che ha incontrato i vertici delle banche più esposte con l’Ilva al ministero dello Sviluppo economico, presenti il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, e il sub commissario della stessa Ilva, Edo Ronchi. Per le banche, invece, c’erano l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, il direttore generale di Intesa San Paolo, Gaetano Miccichè, e l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti.
Tre miliardi quindi, ma come e dove trovarli? La soluzione che si sta facendo strada negli ultimi giorni è quella di proporre ai Riva un aumento di capitale dell’Ilva. Di questo Bondi aveva già parlato lo scorso 27 dicembre, quando sul nuovo decreto legge (il 136, varato dal Governo il 3 dicembre e pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 10 dicembre) è stato ascoltato dalla commissione Ambiente della Camera. E ora quest’ipotesi si è strutturata sotto forma di emendamento allo stesso decreto. A presentarlo, in accordo pare col Governo, il relatore del provvedimento, il deputato del Pd, Alessandro Bratti. L’emendamento sarà probabilmente votato lunedì.
Sarà proprio Bondi a fare un passaggio con i Riva sull’aumento di capitale. E si parte dal fatto che ora i beni e i conti del gruppo Riva sono stati dissequestrati dalla Corte di Cassazione che ha annullato l’ordinanza del gip di Taranto, Patrizia Todisco, per 8,1 miliardi. L’aumento di capitale che sarà chiesto ai Riva è scisso dalla possibilità, pure prevista dal nuovo decreto legge, che il commissario chieda all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate dalla Procura di Milano agli stessi Riva per reati fiscali e valutari. Una possibilità che rimane ma che, a quanto pare, richiederebbe tempi più lunghi rispetto alla necessità dell’Ilva di partire a tempi brevi con i lavori dell’Aia. Lo scorso 27 dicembre, infatti, Bondi ha detto ai parlamentari della commissione Ambiente che senza risorse sono a rischio gli investimenti ambientali messi in programma per quest’anno e pari a irca 6-700 milioni di euro.
I banchieri ieri hanno ascoltato l’esposizione di Bondi e si sono riservati una valutazione più approfondita. E’ chiaro che aspettano di vedere quale sarà la risposta dei Riva e la conversione del decreto in legge che darà più forza all’aumento di capitale. Di quanto dovrà essere l’aumento di capitale, ragioneranno, nel prosieguo del confronto, Ilva e banche. Alle quali toccherà stabilire quanto sarà la parte di credito e quanto di aumento di capitale vero e proprio. In quest’ultimo caso si parla di 1,3-1,4 miliardi ma è solo un dato indicativo. Almeno per ora.
Che sia necessario assicurare certezze di risorse al risanamento dell’Ilva è un punto richiamato anche dal presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci, subito dopo aver ascoltato Bondi. E anche i sindacati convengono su questa linea, sia pure con distinguo. La Fim Cisl di Taranto, per esempio, reputa «opportuno» che i Riva assicurino l’aumento di capitale. Ma non per far rientrare in gioco i Riva - perchè, per la Fim, non ci sono i margini per un loro rientro a Taranto -, quanto perchè, essendo comunque proprietari dell’azienda nonostante il commissariamento, avrebbero l’interesse a venderla risanata e con gli impianti a norma. La Uilm di Taranto, invece, non entra nel merito delle soluzioni tecniche e quindi non si pronuncia sull’aumento dei capitale da far sottoscrivere ai Riva, ma pone il problema di finanziare i lavori dell’Aia ed aprire i cantieri. «Questo - commenta la Uilm - è l’unico aspetto che ci interessa perchè non possiamo correre il rischio di rimanere impantanati dopo tre leggi ed una quarta in arrivo». E ieri infine Legambiente ha chiesto che non si protragga ancora la presentazione del piano delle misure ambientali, passo preliminare per il nuovo piano industriale dell’Ilva. (GdM)

martedì 10 dicembre 2013

Dopo Archinà... Il PD solito Partito dei Discorsi?

ILVA: PD TARANTO, DISCORSO DI RENZI DA' FORZA PER ESSERE PIU' INCISIVI SU TERRITORIO

"Il discorso di Matteo Renzi da neosegretario del PD pone l'emergenza di Taranto ai primi posti dell'agenda del Paese: questo ci dà la forza per essere sempre più incisivi sul territorio e continuare con il nostro impegno politico. Renzi ha infatti spiegato i primi punti del suo programma focalizzando la sua attenzione sulle emergenze del Paese; tra queste – insieme alla Sardegna danneggiata dal maltempo, a Lampedusa e alla 'Terra dei Fuochi' - c'è Taranto distrutta dall'Ilva. Una priorità che si raccorda con l'azione del governo. L'emergenza ambientale e sanitaria del capoluogo e della provincia ionica sono al centro degli impegni dell'esecutivo: basta ricordare le quattro leggi speciali negli ultimi 15 mesi, ultimo il decreto legge approvato dal Cdm il 3 dicembre che accelera le procedure relative alle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale, obbliga i Riva a finanziare il risanamento dell'acciaieria, abbrevia i tempi per la Valutazione di impatto ambientale e semplifica le norme urbanistiche in relazione ad alcuni progetti di risanamento della fabbrica. Ritengo che la strada intrapresa possa essere quella giusta, da una parte la necessità di ambientalizzare gli impianti del siderurgico rispettando i tempi previsti, dall’altra tenere insieme salute e lavoro, rivitalizzando nello stesso tempo il tessuto imprenditoriale del nostro territorio. Basti pensare che – è stato stimato - i lavori dell’AIA porteranno all’interno dello stabilimento Ilva altri 5000 nuovi operai. Taranto sarà il cantiere più grande d'Italia. Un ruolo da protagonista dovrà essere giocato dal nostro sistema imprenditoriale, che dovrà essere pronto ad affrontare questa nuova sfida, con competenza e professionalità. Credere nell'ambientalizzazione del siderurgico è una scommessa che noi vogliamo cogliere. Il ruolo del Partito Democratico, è e sarà quello di vigilare sui tempi di realizzazione dell'AIA e delle bonifiche. I cittadini hanno bisogno di ritrovare la fiducia e questo può avvenite solo con fatti concreti. Solo con l'avvio delle opere di ambientalizzazione potremo dire che questo territorio si sta risollevando e di aver aver ottenuto delle prime risposte. " Fabio Ligonzo Dirigente del Partito Democratico di Taranto. (AGENPARL)

domenica 3 novembre 2013

Chiacchiere e distintivo...

"sono in giuoco le sorti dell`occupazione, della salute e della siderurgia italiana"... (ci sono una u ed una e di troppo... trovatele!

L'Ilva è un caso nazionale: difendiamo lavoro e ambiente

La vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto si allarga. Tra gli indagati oltre alla famiglia Riva e al suo management, ci sono altre 53 persone. Tra questi c`è il presidente, i consiglieri e un`assessore della regione Puglia, il direttore dell`Arpa, il sindaco di Taranto, un deputato, alcuni consiglieri del ministero, un sacerdote, un carabiniere ed altri. La giustizia fa il suo dovere. Auspichiamo che il suo corso sia il più veloce possibile. È indispensabile che i responsabili dei reati contro l`ambiente e contro la salute dei lavoratori e dei cittadini siano individuati e condannati, mentre la dignità di persone non colpevoli vada fermamente difesa. 
Il Pd con il suo seminario svoltosi a Taranto su «Il risanamento ambientale dell'Ilva e le prospettive di sviluppo territoriale», organizzato dal forum e dal dipartimento Ambiente, dal partito regionale e di Taranto e dagli «ecodem», ha messo in luce come l'Ilva sia una grande questione nazionale ed europea verso cui il governo italiano ha avuto una attenzione particolare, nominando un commissario e un sub commissario ai quali è stato consegnato l`obiettivo di ambientalizzare la fabbrica, salvaguardando la salute, l`ambiente e l`occupazione.

giovedì 16 maggio 2013

Adesso sappiamo? Adesso??

A volte i giornalisti si lasciano prendere dalla foga apocalittica... L'eutanasia del PD trova nell'Ilva solo un piccolo ennesimo sintomo. E comunque, per realismo e non per qualunquismo, secondo la percezione generale (fino ad ora sempre tardivamente confermata da indagini), non c'è organizzazione politica o sindacale locale che sia estranea all'influenza del portafoglio Ilva!
 
Arresti Ilva, Pd a fine corsa
Adesso sappiamo che Ilva produceva, inquinava e ammazzava, non solo nell’inerzia del ministero dell’Ambiente; ma anche per via dei rapporti illeciti con la politica locale, gli arrestati presidente della Provincia Gianni Florido ed ex assessore all’ambiente Michele Conserva, entrambi del Pd. Fra qualche tempo sapremo se mazzette e autorizzazioni prezzolate ci sono state anche a livello nazionale.
Che Ilva continui a inquinare e ammazzare legalmente per via di una legge voluta da Clini e Monti è cosa nota a tutti: ottenuta l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), Ilva ha potuto continuare a produrre nelle stesse condizioni che avevano portato al sequestro degli impianti. Questo perché l’Aia, di per sé, non ha eliminato l’inquinamento; si è limitata a prescrivere una serie di interventi che dovrebbero essere completati entro la fine del 2014 (sarà un miracolo se li completeranno – ammesso che vogliano farlo e che trovino i soldi – nel 2017); nel frattempo, respirate il meno possibile e, se potete, andate a vivere da qualche altra parte.
Il sindaco di Bari, Emiliano (Pd), ha espresso con chiarezza un dilemma che gli eredi di Gramsci, Togliatti e Berlinguer avrebbero dovuto risolvere da subito con sdegno: “Per mancanza di indirizzo politico non si capisce se dobbiamo andare fino in fondo senza guardare in faccia a nessuno o se bisogna trovare un punto di equilibrio sulla ragione di Stato, cioè sul fatto che non ci possiamo permettere di chiudere l’Ilva senza trovare un’alternativa occupazionale”. Il che riecheggia sinistramente le parole di Mussolini, quando giustificava l’entrata in guerra con le poche centinaia di morti (per Ilva si contano a migliaia) che gli avrebbero permesso di sedersi da vincitore al tavolo della pace.
E tuttavia, se i termini della questione fossero questi, si potrebbe anche giustificare la cinica realpolitik del Pd. Ma il punto è che la scelta in favore della continuità produttiva non è stata dolorosamente adottata per un superiore interesse collettivo; ma a seguito delle care, vecchie, appetitose mazzette. Ilva necessita di una discarica per smaltire, all’interno dello stabilimento, rifiuti industriali e polveri; discarica che non può essere autorizzata (mancanza di requisiti tecnico-giuridici; fra un po’ sapremo quali). Così Archinà (il facilitatore alle dipendenze di Ilva), risolve il problema nel solito modo: pressioni e quattrini. Dice sempre Emiliano: “In questa vicenda è chiaro che è possibile che qualche soggetto politico che aveva il controllo dei controllori sia rimasto impigliato perché non è facile il ruolo del sindaco di Taranto, così come quello del presidente della Provincia di Taranto e del presidente della Regione”. È chiaro, vero? E allora perché il Pd non si è dato da fare per controllare meglio? I controllori erano persone sue; Ilva non era una fabbrichetta di quartiere: che ci fosse un mostruoso inquinamento lo sapevano tutti. La scelta tra inquinare e ammazzare ancora per qualche anno, ma con la prospettiva di salvare un polo produttivo di immenso valore per l’occupazione richiedeva quantomeno informazioni corrette. Prescrizioni e autorizzazioni sono sufficienti? Sono state ottenute legalmente? Non è che la malattia endemica della nazione, la corruzione, ha colpito anche lì? Se lo sa Emiliano che “è possibile che qualche soggetto politico sia rimasto impigliato”, com’è che i vertici del partito non ci hanno pensato? Magari perché Ilva era tra i finanziatori del Pd?
Ma poi: i vertici del Pd si occupano solo di alleanze, di ministri e sottosegretari, insomma di poltrone? Dei problemi reali, dei cittadini di un’intera Provincia, dei lavoratori di tutto il paese (Ilva ne coinvolge decine di migliaia), della scelta tra morte per inquinamento e morte per inedia, chi diavolo deve occuparsi? Quando il Pd ha chiesto il voto degli abitantidi Taranto avrà pur preso qualche impegno sul problema Il-va. Poi, dopo le elezioni, se n’è dimenticato?
E infine: Clini, l’iperattivo ministro dell’Ambiente, il protagonista dello scontro con la magistratura tarantina, l’uomo privo di dubbi che ha imposto la riapertura degli impianti, come diavolo ha rilasciato l’Aia? Quali accertamenti ha fatto? Qui c’era una discarica che non poteva essere autorizzata; e che era essenziale nel quadro complessivo dell’attività produttiva poiché vi dovevano essere stoccati rifiuti tossici e nocivi e polveri inquinanti. Nessun controllo, le autorizzazioni ci sono, tutto bene. Ma dove vive?
La domanda, per la verità, non è nuova. Clini è stato per anni direttore generale del ministero dell’Ambiente. Le decennali malefatte dei padroni di Ilva sono state sempre ignorate, le autorizzazioni concesse, gli interventi omessi. Ma lui non ne ha mai saputo niente. “Mi occupavo di altro”, ha reiteratamente risposto a chi gli chiedeva come mai Ilva aveva potuto fare quello che voleva, in spregio della legge e delle sentenze di condanna che pure c’erano state. Di altro che? In realtà, tra il 1991 e il 2000, è stato direttore generale del Servizio prevenzione dell’inquinamento atmosferico e acustico nelle industrie, pubblicando perfino un rapporto sulle 18 aree a rischio di incidente rilevate in Italia. E, in quel periodo Ilva c’era, inquinava e ammazzava. Proprio come adesso. Sarebbe interessante sapere se, tra quelle 18 aree, Il-va compariva; e anche se Clini inviò alle competenti Procure della Repubblica uno straccio di denuncia: sapete, qui ci sono 18 aziende (magari di più) che inquinano, tanto che, secondo me, c’è un rischio ambientale; fate qualcosa. (FQ)


"Ho detto no all'Ilva e mi hanno cacciato"

“Dare quell’autorizzazione all’Ilva era come dare la patente a un non vedente”. Parla un ex dirigente del settore Ecologia della Provincia di Taranto, Luigi Romandini, allontanato dall’amministrazione dopo che si era rifiutato di concedere l’ok per la discarica interna allo stabilimento. Si tratta della vicenda per la quale il gip ha disposto gli arresti per il presidente della Provincia, l’ex assessore all’Ambiente e l’ex segretario, quest’ultimo ai domiciliari

domenica 27 gennaio 2013

Cespugliame PD

Che strana aggregazione di interessi il PD.
Come faranno Vico e Casson a sedersi accanto e spartirsi le sostanziose portate della politica italiana?
Misteri della fede (nel denaro)!

«Ai casi di Taranto (Ilva) e Marghera paragonerei quelli di Mantova, Ferrara, Ravenna e Porto Torres. C’è un’unità d’Italia fatta di politiche industriali disastrose sotto il profilo ambientale». A dirlo è un ex magistrato che conosce bene la vicenda del petrolchimico di Marghera. Felice Casson, capolista per il Senato in Veneto, era ieri sera a Mantova assieme a Cinzia Fontana, che guida la lista per il senato nella nostra Regione, per partecipare al dibattito pubblico del Pd sul polo chimico e sulle bonifiche. Un’iniziativa elettorale, è chiaro, ma in mezzo al pubblico (oltre il centinaio di persone ) presente ieri sera nella sala di Santa Maria delle Vittoria, non c’erano solo i candidati democratici e delle altre forze del centrosinistra. In terza fila c’era il leader dei civici arancioni, Giampaolo Benedini. C’erano anche il medico ambientalista Gloria Costani, il presidente di Ambiente e sviluppo, Gaspare Gasparini e l’epidemiologo Paolo Ricci.
Casson e la Fontana, introdotti dal segretario del Pd Andrea Murari e da Matteo Guastalla, si sono mossi sul campo minato del rapporto tra produzione, tutela dell’ambiente e dell’occupazione. «Ho accettato l’invito che mi è stato fatto anche da Paolo Rabitti (suo collaboratore, ndr) perché ci siano molti punti in comune tra Mantova e Venezia – ha esordito Casson – Parlando di rapporto tra politiche industriali e tutela di ambiente e salute mi viene in mente l’espressione ricatto occupazionale, il gioco criminale del rimpiattino a cui assistiamo quando c’è un’industria che, alle prese con la bonifica, tende a chiudere tutto, andarsene per far pagare i costi al pubblico e facendo perdere il posto ai lavoratori. Spero che qui non accada». E ancora: «Ci siamo resi conto in varie indagini che ovunque, quando ci sono dati che dimostrano la pericolosità delle produzioni per la salute, vengono consapevolmente nascosti. È successo per anni con l’amianto e non solo». Come uscirne? «Il principio è di ricordare che la Costituzione definisce libera l’iniziativa economica privata, ma che non può svolgersi in modo da arrecare danno alla sicurezza e alla dignità umana. Basterebbe ricordarselo per evitare tanti conflitti tra giudici, politica, sindacati e industrie. La persona viene prima di tutto».
La Fontana ha sostenuto che «occorre rivedere la legislazione sulle bonifiche, prevede tempi troppo lunghi. Occorre inoltre premiare le imprese che applicano tecnologie innovative e utilizzare i fondi europei destinati a progetti di bonifiche e riconversione. Hanno fatto bene Carra, Colaninno e Zani a proporre in aula il documento per accelerare la riqualificazione del polo chimico ». (Gazzetta di Mantova)

lunedì 21 gennaio 2013

C'è latitanza e latitanza!



 
Tutti si domandano OGGI dove sia finito Fabrizio Corona, condannato per estorsione aggravata ai danni del calciatore David Trezeguet, in fuga chissà per quale paese... La latitanza del famoso fotografo, cacciatore di  piccantissimi scoop, ha avuto tutta l'attenzione da parte di tg- prime pagine di quotidiani... eh sì perchè  la latitanza di Corona fa notizia, non fa notizia invece la latitanza di Fabio Riva....






vicepresidente dell'Ilva, condannato per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, emissione di sostanze nocive, avvelenamento da diossina di sostanze alimentari, e ancora omissione di cautele in materia di sicurrezza sul lavoro e corruzione. Fabio Riva manca all'appello, lo ricordiamo, dal 26 novembre.
Ma gran parte del mondo della comunicazione, e del giornalismo, preferisce evitare di fare troppe domande sulla sua "irreperibilità"... perchè è questa la parola troppo spesso usata da giornali, web, e stampa (con le dovute eccezioni!) per definire una fuga irresponsabile, una sottrazione volontaria alla cattura: condizione non omologa dal punto di vista della situazione procedimentale, a quella di irreperibilità (che necessita di essere controllata dal legislatore,potendo risolversi con l'individuazione  di un domicilio dell'interessato - (Cass. Pen. Sez. IV, 22.08.1996, Turchetti, CP , 1998, 1155).
Se ancora OGGI si tende ad usare questo tipo di linguaggio, come a voler assolvere il latitante dai  peccati-reati commessi, significa che a poco sono servite le scomode verità venute a galla con l’inchiesta per corruzione in atti giudiziari, da cui è emerso il metodo clientelare Riva che tesseva come un ragno tra più velenosi e pericolosi, una ragnatela fatta da intricatissimi rapporti con politici, sindacati, Chiesa, e pure di "certa e corrotta stampa". Ciò che conta è il bottino post elezioni da spartire: allora il nuovo compito per riuscire in questa impresa  da impartire al mondo della comunicazione sarà quello ( e già sta avvenendo con successo) di addomesticare ancora una volta non solo l'opinione pubblica, ma soprattutto i "dipendenti" diretti e indiretti del Gruppo Riva.
A cominciare dai massimi rappresentanti del governo dimissionario, Monti, Passera e Clini, fino al Presidente della Regione Puglia, e al candidato premier Bersani, per non parlare poi del PDL, da destra a sinistra: tutti a spendere buone parole per un'Azienda che ad oggi ha fatto profitti sulle spalle dei lavoratori e degli abitanti di Taranto.
Ed ecco che queste "buone" e "positive" parole  che offrono la redenzione ad un'Azienda che ha mietuto e continua a mietere le sue vittime per l'inquinamento, si traducono in titoloni da prima pagina. Senza nessun contradditorio, le dichiarazioni a favore dell'Ilva entrano nella testa degli italiani, grazie ad un ottimo lavaggio del cervello, e con un'azione di ripetizione martellante fanno opera di convincimento: L'azienda va salvata, la legge va applicata, la magistratura rispetti la legge!  Insomma è questo il concetto errato che arriva fino a noi: ad essere fuorilegge non è l'azienda, ma la magistratura! Ad essere latitante non è Fabio Riva, lui è irreperibile, sebbene  ci sia a suo carico un mandato di cattura europeo! ma Fabio Riva non è Corona: c'è latitanza e latitanza!

tgcom24: Ilva, Monti rassicura: "Pagherà gli stipendi"
L'azienda: "La magistratura rispetti la legge" Incontro a palazzo Chigi tra governo, parti sociali ed enti. "In attesa della Consulta la legge va applicata", recita una nota. "Solo sbloccando i prodotti potremo pagare", replica l'Ilva.

la repubblica: Ilva, spunta l'ipotesi del lodo 'Vendere l'acciaio e pagare interventi'
Vendola: "Non si risolve la questione a colpi di provvedimenti. L'azienda deve poter vendere i prodotti finiti per corrispondere gli stipendi e attuare le prescrizioni dell'Aia". Bersani: "Applicare la legge"

l'avvenire: Ilva, Clini: la legge è chiara
Prodotti finiti ad azienda

tg rai1. Ilva, Passera: "Su blocco prodotti magistrati sbagliano"

Pd travagliato...

Travaglio attacca l'ilva e il pd - Lecce - FuturaTv
"
L'Ilva chiude? Bersani, ridai i soldi che ti ha dato patron Riva. L'appello, minaccioso, arriva dal Fatto quotidiano. Il giornale diretto da Antonio Padellaro e Marco Travaglio non è morbido né con l'azienda siderurgica, né con il segretario del Pd, in questi giorni in altre faccende affaccendato. In un editoriale firmato dall'ex RepubblicaAntonello Caporale, il Fatto picchia: "I Riva hanno sempre goduto di vasti appoggi. E spesso, benchè lontani dal mondo romano, hanno trovato ascolto le loro perorazioni, le richieste continue alla diluizione nel tempo delle minime, essenziali opere di messa in sicurezza del lavoro di migliaia di operai e della tutela della salute di una intera città". In questo "sistema Taranto", sottolinea il Fatto, c'è dentro fino al collo anche il Partito democratico. "Oggi cosa dice Pier Luigi Bersani- scrive Caporale -, cosa pensa di dire davanti a questa crisi di legalità se egli stesso si trova a essere il destinatario di un dono, pari a 98mila euro, che i Riva hanno sottoscritto in favore della sua campagna elettorale del 2006?". Al tempo, i Riva versarono ua donazione anche a Forza Italia, 245mila euro. il Fatto in prima pagina glissa un po' sui guai di un altro protagonista della sinistra italiana, il più vicino (politicamente) Nichi Vendola,
Una telefonata intercettata getta pressioni non da poco sul governatore della Puglia, che al telefono con i dirigenti dell'azienda ha garantito sostegno e dato rassicurazioni. Ma i titolini meglio regalarli a Bersani.(FuturaTV)

sabato 5 gennaio 2013

Il pelato coop


Dopo il danno, la beffa.

Taranto è la città dove il PD ha sempre espresso il peggio di sè.


Squallidi partitocrati piccoli piccoli si sono venduti anche le madri per bustarelle da pezzenti.
Un ex sessantottino diventato grasso e tracotante siede alla camera nel nome di questa città, sotto le bandiere del PD. Dalle intercettazioni telefoniche apprendiamo che lui, tarantino, voleva far "gettare il sangue" (traduzione letterale di "scettà 'u sangh", un'espressione tarantina usata come metafora per esprimere il desiderio di vedere qualcuno eliminato in modo violento e doloroso) a Della Seta, un collega di partito e parlamentare, che difendeva il diritto alla giustizia nei confronti di alcune delle infinite umiliazioni che la grande industria ha inferto al territorio.


Qui il partito ha mandato un altro parlamentare, siciliano, a intascare crediti di voti guadagnati chissà con quali promesse. Nella sua regione era impresentabile per uno scandalo di squallida corruzione in cui è invischiato il marito.

Qui il PD domina la provincia con la giunta più ignava della storia del territorio, che ha dovuto allontanare l'assessore all'ambiente, anche lui PD, perchè talmente marcio da far pensare che passasse più tempo a lavorare per l'Ilva che per i suoi concittadini.
Per non parlare del presidente, con interessi familiari all'Eni...

E stendiamo pure un velo pietoso sul comune e sugli affari del PD (sanità, alloggi popolari, centri commerciali...)

E oggi che ci riserva il PD?

Una bella spalmata di manifesti elettorali con il Pelato Coop.
Il pelato che voleva "donare" alla città il rigassificatore che non volevano i brindisini, quello che ha accettato l'obolo (98000 euro) dei Riva per la sua personale campagna elettorale.

Oggi ammorba con un manifesto dalla grafica scontatamente coop tutte le strade della città, sorridendo sotto i baffi, con una faccia di bronzo da fare invidia alle statue di Riace.

Fate la provvista, cari pecoroni tarantini, comprate il pelato coop, costa solo 99000 euro!

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“Caro Pierluigi, mi rivolgo a lei per un episodio di cui è stato protagonista il senatore Roberto Della Seta (PD)”. Comincia così una lettera inviata nel 2006 a Bersani da Emilio Riva patron dell’Ilva su suggerimento di Gerolamo Archinà, direttore dei rapporti istituzionali dell’Ilva, per segnalargli che il suo senatore intendeva assumere una iniziativa contro il decreto salva-Ilva che il governo Berlusconi stava per varare.
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venerdì 4 gennaio 2013

Cassonchisciotte!

Si sveglia l'anima etica del PD?
No no è solo un brutto sogno.
Bevete un bicchier d'acqua e tornate nel sonno della ragione... E dell'onestà!
Buonanotte


 
Casson: “Gli impresentabili vanno cacciati fuori dalle liste”
Il senatore che fa parte della commissione etica del Pd: "Come partito abbiamo un codice etico inedito. Dobbiamo esaminare i casi dubbi. Le intercettazioni di Vico sull'Ilva sono impressionanti"

“Ma lei è proprio sicuro di quello che mi sta dicendo?” Sì, senatore Casson, basta scorrere la lista dei partecipanti alle primarie, e a Taranto c’è anche Ludovico Vico, l’esponente del Pd intercettato nell’inchiesta Ilva, mentre diceva: “Ora, a questo punto… lì alla Camera dobbiamo fargli uscire il sangue a Della Seta (ambientalista, ex presidente di Legambiente, uno dei pochi ad opporsi ai disastri della fabbrica)”. La stessa persona che ha proposto la modifica dell’art. 674 del c.p., “il getto pericoloso di cose”, in modo da derubricare la pena a semplice sanzione amministrativa. Depenalizzare, insomma, l’unico articolo del codice penale per il quale l’Ilva veniva puntualmente condannata. “(Silenzio) Ah, allora è molto grave. E, lo ammetto, sono sorpreso”.

Bene, quindi?Credo che il Pd dovrebbe discutere la vicenda.
In che modo?Premesso, come partito abbiamo istituito un codice etico inedito, dove chi è condannato anche solo in primo grado non può essere candidato. In questo caso non c’è ancora alcuna condanna.
Ma un’inchiesta molto grave.Infatti sono stupito. E credo che dovremmo applicare la “terza via”.
Tradotto?Vede, c’è una giustizia ordinaria e, come le ho detto, un regolamento di partito. Oltre a ciò dovremmo analizzare i casi specifici per rendere ottimo ciò che di buono abbiamo realizzato con le primarie.
Lei è membro della commissione etica del Pd. Sta dicendo che alcune situazioni dovrebbero essere riviste.Sì, le intercettazioni che hanno coinvolto a Taranto Ludovico Vico sono impressionanti.
Il voto è fra quasi due mesi, avete il tempo per studiare la composizione delle liste.Infatti questo fine settimana ci saranno le direzioni regionali, poi quelle nazionali. Nel primo o secondo appuntamento certe situazioni delicate e particolari andranno risolte. Però dobbiamo stare attenti…
A cosa, in particolare?Vede, quando si giudicano fatti e persone, è necessario allontanare la discrezionalità, altrimenti si rischia l’abuso in un senso o in un altro .
Oltre a quello di Vico ci sono altri casi, come Crisafulli in Sicilia. O Luongo in Basilicata.Ribadisco, dobbiamo studiare le vicende.
Avete tempo almeno fino all’8 gennaio. E poi che farete?Sarebbe utile chiedere a certi soggetti un passo indietro o di lato. Ma, non posso nasconderlo, siamo sulle sabbie mobili.
Addirittura.Certo, ma dobbiamo farlo. Anche perché nella maggior parte dei casi, come in Veneto, sono state rispettate tutte le indicazioni del partito.
Molti dei nomi incasellati tra gli “impresentabili” sono stati candidati al sud.Guardi, il problema non è la Sicilia, la Calabria o la Campania. Tutte le situazioni sono legate al potere. Ed è il potere che corrompe.
Da Il Fatto Quotidiano del 3 gennaio 2013

Questa è la lettera inviata da un consigliere di Altamarea al senatore Della Seta in merito al colpo di mano del tarantino Vico per aiutare l'amico Riva ad avvelenare i tarantini.

 

giovedì 27 dicembre 2012

Il PD, la partecipazione e la... faccia tosta!

Si noti nell'immagine l'accostamento tra quell'innocente creatura della Finocchiaro (a tal proposito consigliamo un paio di notizie sulla sua "onesta" famiglia: linkiesta e informareperesistere) con due angeli custodi puri e cristallini come Florido e Vico, dei veri "benefattori" del territorio tarantino! 

Una triade da fare invidia alla sacra famiglia del presepe!

La Finocchiaro si presenta a Taranto ma viene contestata: "Via dalla nostra città"

La presenza a Taranto, dove è candidata per le primarie, del capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro, è stata contestata stasera da una ventina di persone che si sono radunate sotto la sede provinciale del partito in via Principe Amedeo. I contestatori si definiscono cittadini "liberi", non appartenenti a nessun movimento e organizzazione. "Via dalla nostra città" e "Assassini" sono alcuni degli slogan urlati con riferimento all'approvazione in Parlamento da parte del Pd del decreto legge che permette all'Ilva di proseguire l'attività produttiva nonostante il sequestro della Magistratura. Digos e Polizia presidiano la zona. I contestatori sono arrivati dopo che la Finocchiaro aveva già cominciato la conferenza stampa ma non hanno raggiunto i locali del partito. Un loro esponente ha dichiarato che "i cittadini devono decidere della politica e non il contrario" con chiaro riferimento alla volontà del Pd di far candidare a Taranto la Finocchiaro.

"Ho chiesto io di fare le primarie ed ho accolto la richiesta del partito di coinvolgermi per dare un risalto nazionale a Taranto divenuta così emblematica per la vicenda Ilva" ha detto in una conferenza stampa Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, presentando la sua candidatura alle primarie dei Democratici di domenica prossima. Finocchiaro è infatti candidata a Taranto. "Taranto - ha affermato Finocchiaro - è emblematica a livello nazionale e non solo per la vicenda Ilva. Taranto
è una città simbolo del Mezzogiorno per una serie di motivi. E' una città emblematica anche per quel che riguarda il rapporto tra la produzione e l'ambiente. Rapporto delicato, complesso su cui ci si interroga non solo a Taranto ma anche in molte altre zone d'Italia e d'Europa". (repubblica)

domenica 9 dicembre 2012

Sinistra sinistra

Inchiesta Ilva, i retroscena inconfessabili della sinistra a Taranto


E’ la perdita dell’innocenza. La sinistra a Taranto, permanentemente latitante sui temi dell’inquinamento e dell’impatto dell’Ilva, esce sfregiata e vergognosamente compromessa.
Le intercettazioni gettano una luce inquietante su uomini chiave che ricevevano telefonate dall’Ilva per accordarsi e parare i colpi dell’offensiva ambientalista sulle tematiche della salute. Si parlava della vita e della morte e loro non erano con i cittadini. Su quelle tematiche autorevoli uomini della sinistra stavano dall’altra parte, con l’azienda che inquinava da morire.  La sinistra lo sapeva, e taceva.
Chi è ammalato, si si ammalerà, chi teme di ammalarsi oggi sa che la sinistra stava lavorando dall’altra parte.
I retroscena inquietanti del sistema di potere sono ormai di pubblico dominio. Ne emerge un quadro di cordiale complicità, nel quale chi inquina e chi dovrebbe difendere il popolo vanno a braccetto, fanno ammiccamenti, ridono, si danno appuntamenti per concordare come fermare quei rompiscatole degli ambientalisti.
Le intercettazioni appaiono uno spaccato di prostituzione politica raccapricciante. E’ un festival del cinismo.
I personaggi che hanno tramato contro i cittadini di Taranto vanno allontanati dalla politica e dalla cosa pubblica. Al di là dei profili penali sono quelli morali che contano.
La sinistra tarantina o compie un coraggioso processo di epurazione e di sincera autocritica, o sarà diventata un apparato di anestetizzazione sociale, di complicità criminale e di potere antidemocratico, in cui immoralità e illegalità si saldano costruendo carriere squallide, trasformistiche, diseducative per i giovani e dannose per i beni comuni che la politica dovrebbero difendere e promuovere.
A Taranto la sinistra è andata oltre il semplice opportunismo: è stata complice di un sistema che produceva malattie, distruzione e morte.A Taranto la sinistra è dentro fino al collo nella questione morale.
O la sinistra chiederà scusa per tanto cinismo o sarà un luogo di complicità con il potere, un luogo di illegalità su cui si scaglierà la giusta rabbia dei cittadini indignati.
Il tempo dell’ipocrisia e’ finito. (Ilfattoquotidiano)

Ed eccola la sinistra tarantina che ancora si pone domande senza aver voglia di ascoltare alcuna risposta...

(Adnkronos) - "Nonostante le rassicurazioni del Capo dello Stato, non ho alcuna intenzione di nascondere le mie perplessita' sul decreto legge 207 del 2012 sull'Ilva di Taranto". Lo sottolinea, in una nota, l'assessore al Bilancio della Regione Puglia, Michele Pelillo, nonche' consigliere regionale tarantino, espressione del Partito Democratico.
"La prima perplessita' - afferma - e' di carattere giuridico-istituzionale; e' la piu' discussa ma e' anche paradossalmente quella che si presta di meno ad essere argomento di dibattito, se non per i soli giuristi. Sara' la magistratura a valutare e, nel caso, a rivolgersi alla Corte Costituzionale. Le altre due perplessita' - continua Pelillo - hanno carattere sostanziale. L'una e' di carattere economico: la proprieta' dell'azienda ha la capacita' finanziaria di ottemperare alla nuova autorizzazione integrata ambientale? E, ammesso che la abbia, e' disposta ad un investimento cosi' grande in cosi' poco tempo (tre anni ndr)? L'altra attiene alla capacita' di interlocuzione", rileva l'assessore.
"L'Ilva e' una delle pochissime grandi aziende ad essere azienda di famiglia. Con chi sara' possibile interloquire della famiglia Riva, tenuto conto che due dei vertici sono agli arresti ed uno e' attualmente latitante? Non nascondo i miei dubbi, ne' tantomeno voglio nascondermi dietro ad essi. Anch'io, ogni tanto, ho la tentazione ad agire 'di pancia', di imprecare contro tutto e tutti. Ma - sottolinea - non mi e' concesso. Sono un uomo delle istituzioni, sono un esponente del partito piu' rappresentativo su questo territorio, partito che si appresta a governare anche il Paese; sono stato, nella mia ultima elezione il tarantino di centrosinistra piu' votato di sempre. Ho il dovere di contare fino a cento prima di parlare e soprattutto di provare sempre a costruire, combattendo il disfattismo masochista che abbiamo nel dna, armato solo di buon senso e di forza morale".

venerdì 30 novembre 2012

Lo Stato schiaccia la Costituzione: il giorno dell'onnipotenza di Clini-Riva!

Chicchiere in libertà alla corte del dio profitto.
Ecco le roi Clini e tutta la schiera dei servi del capitale.
Non mancano i sindacati, il PD e le sue ancelle pseudoambientaliste.
La corte è al completo e le loro braccia sono giunte per schiacciare la mosca fastidiosa, quella piccola città che gridava libertà e salute. 
Poche voci fuori. La Fiom finge resistenza tanto per distinguersi, ma spara a salve mentre solo un risinistrato Vendola si pone a capo dei resistenti alla dittatura di Clini, verità o parole da paroliere. Senso del territorio o effetto delle intercettazioni?

Il decreto salva Ilva in Cdm, Clini: "Pronti ad andare avanti senza i Riva"

Il provvedimento del governo dà forza all'Autorizzazione integrata ambientale del 26 ottobre. Monti: dalla chiusura di Taranto danni per 8 miliardi. Il ministro dell'Ambiente su un piano B per il salvataggio

E' iniziata la riunione del Consiglio dei ministri, con più di un'ora e mezzo di ritardo rispetto all'orario indicato nella convocazione, da cui dovrebbe uscire il via libera al decreto legge sull'Ilva per consentire la ripresa della produzione nello stabilimento di Taranto e "conciliare la tutela dell'occupazione e dell'ambiente e il rispetto della magistratura", come auspica il premier Mario Monti ieri al tavolo con le parti sociali, l'azienda e gli enti locali. La giornata decisiva per il futuro del colosso, iniziata con la tragica notizia del ritrovamento del corpo di Francesco Zaccaria, l'operaio di 29 anni disperso durante la tromba d'aria che due giorni fa si è abbattuta sull'impianto. Sulla sua morte, la procura ha aperto un'inchiesta.
Una strada per evitare - ha detto Monti - "un impatto negativo sull'economia stimato in otto miliardi di euro annui". Il decreto del governo punta su una Autorizzazione integrata ambientale con forza di legge, e permette la ripresa dell'attività produttiva e commerciale dell'Ilva, sospendendo di fatto i provvedimenti di sequestro incompatibili con l'Aia. Il dispositivo prevede un garante per vigilare sull'attuazione del decreto legge e la responsabilità e gestione dello stabilimento in capo all'Ilva. Sono questi i punti principali della bozza che potrebbe salvare i 12mila dipendenti di Taranto e i lavoratori dell'indotto. Ma anche Genova,
che "può continuare a vivere ancora per una settimana - ha avvertito il presidente Bruno Ferrante - o Novi Ligure, autonomo ancora per due settimane, o Racconigi, per tre.
L'obiettivo è quello di permettere alla fabbrica di rialzarsi, ma il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, intervenendo ieri sera a Servizio Pubblico, ha fatto anche intendere che il governo sarebbe pronto a prendere in mano la situazione nel caso in cui la famiglia Riva non voglia o non possa far fronte alle prescrizioni.  "Sappiamo - ha spiegato - che per essere risanato quel sito deve continuare ad essere gestito industrialmente. I Riva hanno detto che sono ponti a farlo. Il piano degli interventi prevede parchi minerari, altoforni, batterie delle cokerie. Se non fai questo, è la nostra posizione, non puoi continuare a gestire gli impianti. Se non sono in grado dobbiamo farci carico noi con un intervento che consenta di garantire la continuità produttiva ed il risanamento".
"E' stato detto che questo è in conflitto con la magistratura - ha voluto sottolineare il ministro, che ha ribadito la propria estraneità al rilascio della vecchia Aia - ma questo è falso, perché stiamo applicando puntualmente la legge". La legge, ha assicurato Clini, viene applicata "assumendo come contenuti del processo che abbiamo avviato gli stessi obiettivi, e gran parte delle stesse misure, indicate dal gip a luglio". (Repubblica)