Operai Ilva: "Non risaliamo su quelle gru"
Reportage da Taranto. I lavoratori: "Macchinari troppo
vecchi, l'azienda ci ricatta". "Eravamo intorno alla salma di Francesco.
Il direttore, a Ferrante: tranquillo, gli diamo un aumento e tornano a
lavorare"
Hanno recuperato nella mensa devastata l'orologio fermo sull'ora della
tromba d'aria: le 10 e 46. "Lo terremo, come quello della stazione di
Bologna, per ricordarcene". Sulla
morte di Francesco Zaccaria,
operaio gruista, e il ferimento di suoi compagni, la magistratura ha
aperto un'indagine. Possono aiutarla le cose che ho ascoltato dagli
operai degli impianti marittimi dell'Ilva. "Sulle gru non ci risaliamo.
Ce l'hai una macchina fotografica con uno zoom? Vieni al 4° Sporgente,
dov'è successo il fatto, e fotografa la ruggine che copre le macchine".
"Il
mestiere di gruista è uno dei più delicati e responsabili: figurati con
i mastodonti che maneggiano carico e scarico sui pontili marittimi.
Nessuno di noi ha ricevuto una qualsiasi formazione: il passaparola. Chi
è gruista mostra a quello nuovo come si fa, e basta". "Ci sono dieci
motori elettrici, se ne rompe uno, chiamo la manutenzione, la
manutenzione chiama l'ufficio scarico, questo chiama il fiduciario e si
fa la trafila al contrario e ti dicono di andare avanti. Fino a che ti
riduci con tre, due motori, le gru con le zampe zoppicanti: allora
quando devi fermarti? E la traslazione zoppa incide sull'attrito, le
vibrazioni, le oscillazioni. È tutto risparmio...". "I fiduciari non
firmano niente, sono marziani - vengono dalle valli lombarde, non
risultano nella gerarchia ma stanno sopra i capireparto, a volte sono
ex operai mandati giù, come nelle colonie, hanno una tuta anonima
grigia, ogni tanto qualcuno sbarella, come quel C. che diede in
escandescenze e si mise a gridare "africani" agli operai del
rivestimento. Da noi erano due: R. e uno più giovane, A., ora sono
spariti". "I macchinari sono vecchissimi, di decenni, usati allo spasimo
nel ciclo continuo, esposti a variazioni di temperatura fortissime e
alla salsedine. Sono lesionati. Sono fuori da qualunque normativa
aggiornata: scale alla marinara, strettoie, piani di calpestio con
dislivelli bruschi". "Sono pieni di olio e grassi: se devi scappare
raccomandati l'anima a Dio". "Un po' meno di un anno fa gente della Asl è
venuta e se n'è andata. Era ancora il tempo in cui Archinà smentiva gli
allarmi sui giornali firmandosi Angelo Battista, professore
ambientalista!".
"L'evento inaudito? Io - dice Antonio Carrozzo,
pensionato, vuole che scriva il nome - lavoravo sulla stessa gru, DM5,
di Francesco, diciotto anni fa, ci fu una tromba d'aria, quella volta
veniva da terra, finì addosso all'altra macchina. Quando arrivarono
pompieri e ambulanze mi davano per disperso. I binari finivano una
ventina di metri prima della testa del molo. Ora a un metro. Ora sarebbe
andata a mare". "Quelle gru - dice Cataldo Ranieri, lui tiene al nome -
non passerebbero nessun collaudo serio. Mi mandano a fare le ispezioni,
benché non abbia nessun titolo, riferisco, tutto resta a voce, mai
niente di scritto. Se succede qualcosa, finisce che il responsabile sono
io, coi miei 15 anni di lavoro, la mia fama di turbatore dell'ordine, e
il mio eterno 3° livello. Si fanno riunioni sulla sicurezza, le sole
cose scritte sono un numero e le nostre firme: non ti danno nemmeno una
copia del registro, che possa capire che cosa hai firmato. Come mai gli
operai stavano sulle gru, con quel tempo, che era spaventoso già prima
della tromba d'aria? Altri, come la Terminal container, non hanno fatto
salire gli operai. C'è l'anemometro: e che cosa c'è a fare se non è
intervenuto con un vento simile?". "Le cose che non vanno? Tutte. I
freni, per esempio. E devi regolarti a occhio, nessuno ti dice qual è il
tempo di frenata: 3 secondi, 5, chissà?". "Ci dicono di guardare che
cosa fa quell'altro e fare come lui!". "Su uno stesso binario lavorano
tre, anche quattro gru. Succede che due gru siano a pochi metri, una col
braccio che ruota a sinistra l'altra a destra: come è possibile, se il
dispositivo di sicurezza anticollisione funzionasse? E con quel mare non
balla solo la gru, balla la nave". "Il sequestro ha ridotto sempre più
le scorte, ecco perché fanno lavorare anche contro le trombe d'aria".
"Non c'è il fumo rosso: sarebbe il filo d'Arianna per la cabina caduta
in mare, invece di stare a girare per giorni nella tempesta".
Alessandro
Martini, che lavora alla Lucchini di Piombino (già Magona, Italsider,
Severstal...) da 25 anni, e da 18 nella mansione di Francesco Zaccaria,
mi ha detto di macchine vetuste anche lì, o nuovissime, assemblate e
lasciate a deperire in un piazzale. "Però da noi non si lavora con la
gru in moto quando il vento supera i 70 kmh, e con la gru ferma quando
supera i 100. Che si lavorasse col vento di Taranto non so capirlo".
Nemmeno a Cornigliano. "Da noi - dice Armando Palombo, responsabile Fiom
- c'è dal 2004 una "Scuola siderurgica" interna che abilita alle
mansioni. Sulla sicurezza le cose sono cambiate, dai terribili 950
infortuni su 2.700 lavoratori del 2003: hanno capito anche loro che una
miglior sicurezza li fa risparmiare. E le macchine dopo la chiusura
dell'area a caldo e l'Accordo del 2005 sono in gran parte nuove...".
Dunque:
"Sulle gru noi non ci risaliamo". Sul sagrato della chiesa di Talsano è
finita la commossa messa per Francesco, i compagni si attardano
ribadendo quello che dicevano sul molo: dunque non era solo lo sfogo di
un giorno? "Non ci risaliamo. Lassù nessuno di noi può sentirsi sicuro".
Alcuni mancano. Simone S. è in ospedale: anche la sua cabina è stata
travolta, ha una lesione vertebrale, aveva con sé un altro, Francesco
S., un operaio della mensa, perché è così che si diventa gruisti, uno
che mostra a un altro come si fa sotto il tornado. Da una terza cabina
estirpata e scaraventata sul ponte di una nave, Vincenzo M. è riuscito a
uscire in tempo, e si è aggrappato a una trave fino a che la tromba
d'aria è calata. "Vorrebbero farci ricominciare al 2° sporgente, con le
macchine che hanno "traslato" anche là, le une addosso alle altre. E la
gru "salvata" è ancora più vecchia...".
Ora sono uniti, gli
operai, e il tempo in cui era l'azienda a indire scioperi (pagati) e
cortei è finito, grazie al cielo e alla terra e al mare, ma le divisioni
ci sono. Taranto è lacerata da divisioni, di opinioni, di concorrenze,
di vecchi conti: è il più gran peccato. Mauro Liuzzi, delegato Uilm agli
impianti marittimi, pensa che la cosa più importante è che le cose
cambino da oggi, piuttosto che recriminare e incriminare: non so se
abbia ragione. Ha ragione quando dice che bisogna verificare l'agibilità
delle macchine, ma soprattutto l'agibilità delle persone, per così
dire, che sono state ferite nel profondo. Lunedì mattina, quando
leggerete queste righe, si sarà saputo che cosa hanno fatto davvero. Uno
di loro mi prende da parte, è scettico: "Eravamo al pontile attorno
alla salma di Francesco, erano venuti anche i grandi capi, il presidente
Ferrante e il direttore Buffo. Ferrante gli chiedeva se gli operai se
la sarebbero sentita di rimontare sulle gru. L'altro ha risposto: "Gli
diamo il passaggio di livello, qualche incentivo in denaro, la cosa si
risolve"". E se la cosa non si risolve? Dicono gli operai: "Taranto era
sempre l'ultima ruota del carro, e ora di colpo è strategica, e se
chiude Taranto Genova non sopravvive una settimana, e via dicendo. Be',
se è vero che se si ferma Taranto si ferma l'acciaio in Italia, è vero
anche che se ci fermiamo noi al porto si ferma tutto. Tutto comincia da
qui, dal carico fossile e del minerale, e finisce qui, allo scarico del
prodotto lavorato".
Denunciare il passato (non è affatto
passato, del resto) o voltare pagina? Le due cose insieme,
probabilmente, e l'unità maggiore, all'Ilva e nella città, che ne può
venire. Nella messa per Francesco si sentiva come la chiesa attinga
ancora a un retaggio di parole piene (lasciamo stare gli atti) che i
linguaggi speciali del diritto e della società non hanno, e che la
politica ha perduto. "Se consideri le colpe...". Ecco, se le
consideri... "Verso coloro che non sapevano che cosa facevano...". Ai
miei tempi, dice il donchisciottesco Giovanni Guarino, l'Italsider aveva
tutte le colpe, ma non c'erano né le regole né le tecnologie che sono
venute dopo: l'Ilva dei Riva dopo sapeva quello che faceva. È stato un
funerale toccante, quello di Talsano, come troppi altri. Uno zio di
Francesco, inaspettatamente, ha gridato davanti alla bara deposta
davanti all'altare: "Signore e signori, questo è Francesco". Forse un
uso nuovo da tifosi di calcio, da vittime di motorini? Poi mi è sembrato
che volesse dire: "Ecce homo"
(Repubblica)