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giovedì 30 luglio 2015

Sciolto un operaio, se ne fanno altri!

Afferma Natalia Luccarelli, la vedova di Alessandro Morricella, l'operaio morto lo scorso giugno sull'Afo2: "Il casco gli si è fuso in testa. Si immagini la plastica bianca mescolata alla carne umana. Pensa che una giacchetta alluminizzata con i bottoni fino alla coscia potesse salvarlo? Sarebbe morto comunque".



 

Ilva, così Morricella scompare dalle slide

Sono state surreali le audizioni sull'Ilva tenutesi ieri sera in Commissione Ambiente e Attività produttive riunite alla Camera.
Surreali le informazioni ricevute, surreali le risposte che non scioglievano i dubbi, surreale l'atteggiamento dell'Inail e dei sindacati.
Lo sblocco di un'area che era stata sequestrata per ragioni di sicurezza potrà interferire con chi si troverà a lavorare in quell'ambiente? Lo abbiamo chiesto all'Inail, che semplicemente non ha saputo risponderci.
All'Asl abbiamo chiesto se

martedì 28 luglio 2015

Sicurezza, questa sconosciuta!

Come si può parlare di progresso quando si muore ancora di lavoro

Quando, giovane tecnico appena diplomato, negli anni ’80 mi accingevo ad avviare la mia carriera lavorativa in fabbrica, mi dissero che la tecnologia che stavo portando avanti con la mia specializzazione avrebbe garantito un progresso nel mondo del lavoro davvero molto rilevante. Ci sarebbe stata una produzione di altissimo livello, si sarebbero elevati standard di sicurezza in maniera importante per i lavoratori. Inoltre, lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di lavorare con minori sforzi da parte delle maestranze e, quindi, anche dando ai lavoratori la possibilità di essere sgravati da incombenze molto pesanti.
Oggi, dopo quasi 30 anni, in parte posso dire che è vero quanto sopra esposto, ma devo altresì ammettere che tale forma di progresso ha portato anche un regresso molto significativo. Certamente complice un sistema economico che sta diventano ormai disumano, privo di sentimenti verso le persone. Stiamo, quindi, assistendo alla demolizione dei principi che hanno avviato l’iter positivo di ciò che credevamo davvero potesse essere progresso.
Mi riferisco a molte condizioni di lavoro in cui si trovano gli operai in fabbrica, costretti spesso a lavorare con temperature ambientali insostenibili e per lunghi periodi. Come possiamo parlare, infatti, di progresso, se in una fabbrica a Rovereto, nel ricco e benestante Trentino, in questi giorni è deceduto un operaio che stava lavorando in un reparto con 48 gradi centigradi di temperatura ambientale?
Ma di che progresso parliamo quando a Taranto, per l’Ilva, si baratta il diritto al lavoro con la salute di operai e cittadini che abitano nella zona? Ma di quale progresso parliamo se i nostri giovani non trovano lavoro, grazie anche al fatto che i “vecchi” lavoratori si trovano ad occupare i posti di lavoro per tempi lunghissimi, ben oltre i 40 anni di servizio? Come possiamo parlare di progresso, in queste condizioni? Romano Prodi, al tempo dell’avvio dell’euro, disse che avremmo lavorato almeno un giorno in meno alla settimana; lui pensava al progresso di meno lavoro a pari condizioni economiche, ma ora come possiamo parlare di progresso se in molte fabbriche si lavora davvero un giorno in meno a settimana, ma per garantire i contratti di solidarietà per dare lavoro a più persone e, ovviamente, con un reddito inferiore?
Il concetto a noi noto di progresso è un altro; progresso significa poter vivere con dignità, con la dignità data da un lavoro decente, che non metta a repentaglio la salute o addirittura la vita dei lavoratori; progresso significa dare spazio ai nostri giovani, perché possano esprimere appieno le loro potenzialità e le loro conoscenza acquisite con studi, magari fatti anche all’estero per migliorare l’uso delle lingue. Progresso significa dare fondi alla ricerca, alla scuola, per poter far crescere il tessuto sociale della nazione. Invece, stiamo assistendo ad un lento (mica poi così tanto) regresso, con tagli alla scuola, eliminazione di diritti di tutela e salvaguardia dei lavoratori, con regole assurde che non garantiscono la necessaria tranquillità ai lavoratori, in merito alla dignità di avere un posto di lavoro e che sia magari anche sostenibile dal punto di vista della salute.
Dobbiamo essere chiari, almeno dirci le cose come stanno; quello che stiamo vivendo in questi anni non rappresenta il progresso, ma un pieno e totale regresso, verso condizioni che saranno sempre più insostenibili. Per tornare a credere nel concetto vero di progresso, abbiamo l’indispensabile e urgente necessità di cambiare metodo, di trovare nuove vie davvero sostenibili. Per parlare di nuovo di reale progresso dobbiamo credere davvero, con i fatti e non con gli annunci mediatici, nel mondo della scuola, nel mondo della ricerca e, soprattutto, nella dignità dell’uomo, da mettere al centro di tutto, prima degli interessi delle banche, prima degli interessi dell’economia stessa, che forse ha dimenticato di essere nata proprio per soddisfare le esigenze dell’umanità e che, invece, sta diventando un’arma micidiale per distruggere proprio chi l’ha creata: quello stesso uomo che credeva nel progresso, ma che ora sta spingendo verso un regresso insostenibile. Una conversione radicale è necessaria, prima che il regresso prenda davvero troppa consistenza come concetto sostitutivo alla parola che lo rappresenta, erroneamente, nella gestione attuale, che invece crediamo si chiami progresso!
Quali le vie da percorrere?
Riduzione reale degli sprechi, in tutti i settori, maggiori investimenti nella ricerca e nella scuola (ma reali, non di facciata, come si vuole far credere), tutela dei lavoratori e sviluppo di ambiti economici sostenibili. Utopie? No, parliamo di progresso vero, quello in cui credere. Da qui si parte per un vero rilancio di una società in decadimento; diversamente, stiamo mistificando la realtà! (Marco Ianes - FQ)

venerdì 17 luglio 2015

Taranto città necessaria e sotto controllo!

Taranto, rinnovato Patto per la sicurezza

Il prefetto di Taranto, Umberto Guidato, e il sindaco, Ippazio Stefano, hanno sottoscritto il 'Patto per la sicurezza' alla presenza del viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico. La Città dei Due Mari rinnova così un'intesa attuata negli anni 2012-2013.
Il documento, frutto di una cooperazione istituzionale diretta alla ricerca di ogni strumento per rafforzare il complessivo sistema di sicurezza, prevede il coinvolgimento della municipalità nella sicurezza della comunità. (giornale di puglia)

giovedì 16 luglio 2015

Il pollo di Trilussa e la corsa ai ripari dei sindacati

Il popolo degli Ilva supporters ad oltranza che vede Governo, partiti tutti, sindacati e cespugliame di giornalisti "interessati", serra i ranghi e lancia questa supernotizia positiva. 
Meno infortuni all'Ilva!!! 
Beh dopo l'impegno dello Stato con 8 leggi ad ilvam e quello dei Sindacati che scendono in piazza per tutelare la produzione, ecco una perla condivisa che ci mancava proprio.
Tutti bravi!
Ditelo alla famiglia Morricella. 
Che ringrazia con il 40% e tutta la massa di infortunati nascosti e cittadini avvelenati! 

Ilva e indotto: infortuni in calo anche del 60%

Riduzione del 60% per quanto riguarda gli infortuni nell’Ilva e del 27% nell’appalto. Sono i dati emersi, in riferimento agli anni tra il 2005 e il 2012, dall’incontro a Palazzo del Governo tra i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza di Fiom, Fim e Uilm con Inail Spesal, Ilva e il prefetto Umberto Guidato.
La riunione si è tenuta in continuità con il protocollo d’intesa siglato a novembre 2013 a Taranto e assorbito da norma di legge il 14 aprile dello scorso anno. L’accordo fu firmato lunedì 11 novembre 2013 e diventò operativo dopo un paio di settimane. Il protocollo sugli interventi in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro dell’area industriale di Taranto ha due direttrici principali: da una parte la formazione, dall’altra la prevenzione.
L’accordo è impostato inizialmente su base biennale e potrà essere rinnovato. Tra le principali novità, sono previste attività di formazione, aggiornamento continuo delle misure di prevenzione e protezione predisposte dalle imprese appaltatrici, analisi e monitoraggio sia dei “mancati infortuni” che dei “quasi incidenti”.
Nel corso dell’incontro tenutosi martedì, sono stati illustrati i dati rispetto agli indici infortunistici, indici di gravità, near miss. Entrando nello specifico, i numeri spiegano che bisogna gestire meglio le interferenze e sensibilizzare al corretto utilizzo di utensili portatili.
Il gruppo di lavoro è coordinato dallo Spesal e ha compiti di orientamento, supporto, assistenza e monitoraggio nei confronti delle aziende. L’Ilva, secondo il protocollo, ha degli obblighi in termini di sicurezza e prevenzione: per esempio, richiedere alle imprese appaltatrici e subappaltatrici l’attuazione di percorsi formativi rivolti ai dipendenti, con l’elenco del personale che ha partecipato o parteciperà all’attività formativa stessa.
O ancora comunicare, trimestralmente, al Gruppo Integrato di Valutazione e Intervento, i programmi formativi svolti dalle imprese appaltatrici in favore dei propri dipendenti. I corsi di formazione e di informazione hanno particolare riferimento alle attività connesse alla presenza di cantieri edili e non, agli interventi di ambientalizzazione su aree Sin e spazi confinati, sui rischi di interferenza per presenza di più imprese e su quant’altro fosse ritenuto necessario.
Dal summit è emersa la disponibilità a continuare su questa strada di collaborazione tra le parti. A settembre ci sarà un nuovo incontro e sarà consegnata la relazione finale con tutti i dati rispetto agli studi effettuati.
E proprio nella direzione delle parole chiave sicurezza e salute vanno le dichiarazioni del segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini. Ieri, da Bari, Landini ha affermato come «in questa fase si debba andare avanti con gli investimenti, liberare le risorse, dimostrare che è possibile cominciare a produrre rispettando la vita delle persone dentro e fuori gli stabilimenti».
Sulle vicende giudiziarie che stanno coinvolgendo l’Ilva e sulla contrapposizione tra magistratura e governo, Landini ha ribadito il rispetto verso «quello che la magistratura fa e anche dei provvedimenti che il governo ha preso: diventa seriamente decisivo sbloccare il miliardo e duecento milioni dei Riva, sequestrati perché erano stati evasi, che sono la condizione per fare gli investimenti. Del resto in alcune parti dello stabilimento, l’altoforno 1, gli investimenti sono stati fatti e dal primo di agosto dovrebbero cominciare».
Sì alla produzione, quindi, seguendo l’esempio di altri siderurgici: «L’obiettivo e la ragione con cui pensiamo sindacalmente di muoverci, insisto – ha concluso Landini – nel rispetto delle leggi, della Costituzione e del lavoro di ognuno, è di far produrre anche a Taranto come nel resto delle tante acciaierie nel mondo un acciaio che sia rispettoso dell’ambiente e della vita delle persone». (Quot)

mercoledì 24 giugno 2015

Tattica da tribunale o progresso a colpi di decessi?


In ogni caso Taranto(buona)Sera si conferma giornalino Ilva anche senza più Riva!

Ilva conferma: adesso l’Afo2 è sicuro

L’Ilva avrebbe ottemperato alle pescrizioni dello Spesal e, in questo modo, reso più sicuro Afo2, altoforno sequestrato d'urgenza e senza facoltà d'uso dalla Procura.
E’ la carta che l’azienda si giocherà per chiedere ai pm di non spegnere l’impianto dopo il decesso di Alessandro Morricella, l'operaio 35enne originario di Martina Franca travolto da un'improvvisa fiammata nell'altoforno che già era stato sequestrato nel 2012, e morto dopo quattro giorni di agonia.
Testimoni hanno raccontato di aver sentito un boato, come un'esplosione, a cui sono seguite fiamme alte circa 10 metri per una trentina di secondi: una vampata di calore, con una temperatura di quasi 1.500 gradi, che ha letteramente travolto il povero Morricella, padre di due bambine. In settimana il sequestro decretato con urgenza dalla Procura dovrebbe passare al vaglio del giudice delle indagini preliminare, dottor Martino Rosati, gip che ha già seguito tra gli altri anche il caso dell’omicidio Scazzi.

sabato 13 giugno 2015

Chissà se puzzava come al solito


Pochi infortuni, dentro, e cittadini al pronto soccorso per le esalazioni, fuori.
Una scelta di civiltà e convivenza.
Come sempre, all'ENI.

Eni: Descalzi alla raffineria Taranto, sicurezza per noi un valore

Incontro oggi tra l'Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, con il management e i dipendenti della Raffineria di Taranto in occasione del Safety Road Show. Nel corso della visita, si legge in una nota della societa', sono stati illustrati i positivi risultati in termini di sicurezza raggiunti da Eni e dalla raffineria nel 2014. L'azienda "ha ridotto il numero degli infortuni per il decimo anno consecutivo, attestandosi nel 2014 su una frequenza di 0,31 infortuni per milione di ore lavorate, risultato che colloca Eni al primo posto sotto il profilo della sicurezza rispetto ai principali competitor internazionali. Nel 2014 il miglioramento degli indici infortunistici ha visto una riduzione del 14% rispetto al 2013". Inoltre, nel primo trimestre 2015, il miglioramento e' continuato per un ulteriore 15%. L'impegno di Eni a livello globale trova riscontro anche nell'andamento positivo degli indicatori infortunistici presso la Raffineria di Taranto: il 25 aprile 2015 sono stati raggiunti sia l'obiettivo "zero infortuni" aziendali per 1.700 giorni lavorati sia lo "zero assoluto" per 365 giorni. Al termine della visita, l'Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha commentato: "La sicurezza e' un valore imprescindibile per Eni e per il secondo anno consecutivo abbiamo conseguito risultati al top del settore Oil&Gas. La Raffineria di Taranto ne e' un esempio, con oltre un anno senza infortuni per dipendenti e contrattisti e quasi cinque per i soli dipendenti. Ma non possiamo accontentarci. Puntiamo a zero infortuni in tutta l'azienda partendo proprio dal nostro Paese e per questo abbiamo lanciato il 'Programma Sicurezza Italia' per riuscire ad ottenere questi risultati in tutti i nostri siti".
  A proposito della sicurezza nella raffineria pugliese, la societa' ricorda che "l'aspetto principale alla base di questo miglioramento continuo sono stati gli sforzi posti in essere per il consolidamento di una cultura della sicurezza, attraverso il controllo operativo e la formazione. Solo nel 2014, sono state erogate dalla Raffineria oltre 8.000 ore di formazione per dipendenti e contrattisti. La sicurezza delle persone e delle attivita' operative rappresenta un obiettivo strategico per Eni, che, per sostenerne il valore culturale e operativo, lancia continuamente nuovi programmi di sensibilizzazione e di formazione destinati ai lavoratori, ai contrattisti e a tutte le parti sociali. Fra le iniziative piu' significative oltre al Safety Road Show, vi sono Eni in Safety, il Safety Day e l'HSE Van Show. L'HSE Van Show e' l'ultima iniziativa Eni in ambito HSE, inaugurata lo scorso 26 Maggio dalla Raffineria di Livorno, che percorrera' tutta Italia toccando 42 siti industriali e molte stazioni di servizio per promuovere l'impegno di Eni nella salvaguardia dell'ambiente e nella tutela della sicurezza". (AGI).

lunedì 16 dicembre 2013

Messaggi di vento, nel vento

Operai ammalati: «Riparta il dialogo tra Ilva e Taranto»

TARANTO - Se non è una «rottura» storica degli schemi consolidati all’Ilva negli ultimi vent’anni, poco ci manca. Nei giorni scorsi la Fiom Cgil ha denunciato agli organi competenti dell’Asl e all’Arpa le preoccupanti condizioni dei lavoratori del capannone dove si svolgono lavori di carpentera (noto in fabbrica con la sigla Ocm-Cap). «Ci sono stati segnalati alcuni casi di tumore alla tiroide dai lavoratori operanti nel capannone - ha scritto la Fiom allo Spesal, all’Ispesl e all’Arpa - e un lavoratore si è sottoposto a un intervento chirurgico lo scorso 19 novembre. Siamo venuti a conoscenza, altresì, che in passato vi sono stati altri casi di patologie similari che, da quanto riportatoci dagli stessi lavoratori, si aggirano intorno alla decina. Un paio di questi lavoratori, abbiamo appreso, nel tempo sono stati dichiarati inabili al lavoro per la gravità delle loro patologie».
Nel segnalare casi, non meno gravi, di lavoratori del reparto «con disfunzioni funzionali alla tiroide», la Fiom ha spiegato agli organi Asl e all’Arpa che «nei giorni scorsi è stato avviato da parte sindacale un percorso di confronto con l’azienda e la struttura sanitaria aziendale, nella persona del medico competente, che troveranno riscontro nei prossimi giorni».
La Fiom Cgil ha ritenuto tuttavia necessario segnalare immediatamente la situazione, con un tempismo - ecco d ov ’è la «rottura» - sconosciuto anche nel recentissimo passato. La vicenda riveste un’importanza decisiva nel futuro dei rapporti tra la la città e la fabbrica. Anzitutto, dal punto di vista sindacale, siamo finalmente al ripudio, dentro l’Ilva, di certe «lentezze », di certi «impacci» che, in passato, trasformavano il problema relativo alla salute dei lavoratori, in una questione «privata» tra il dipendente e l’azienda, lasciando l’operaio solo di fronte al suo destino. L’accelerazione impressa dalla Fiom ha fatto bene anche ai rapporti sindacali, aiutando la ripresa del confronto. Nei giorni scorsi, infatti, delegati Fiom e il leader dell’Usb Franco Rizzo hanno incontrato i lavoratori del capannone carpenteria in una improvvisata assemblea. L’Usb, infatti, già da qualche mese aveva messo nel mirino la vicenda, denunciando i problemi di salute degli operai.
Poi c’è l’apertura al confronto con l’Asl e l’Arpa. La lettera, per conoscenza, è arrivata all’Ordine dei medici. Il presidente Cosimo Nume ritiene positivo il passo compiuto: «Ne discuteremo in commissione Ambiente all’Ordine, ma è assai importante che questo dato sia messo in luce. Credo sia giusto chiamare in causa Asl e Arpa. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo. È l’ennesima “perla nera” alla collana di disagio che cinge la città. Noi medici abbiamo il dovere di essere sentinelle della salute dei lavoratori e la denuncia sindacale merita un plauso. Perché dai problemi ambientali e di salute non si esce senza i lavoratori, insieme. Loro e la città». FULVIO COLUCCI GdM

sabato 9 novembre 2013

Parole in Procura

Eni-Ilva, missione sicurezza

L’obiettivo è dei più nobili e dei più ambiziosi: non dover più andare alla ricerca delle cause e, soprattutto, all’accertamento delle responsabilità individuali di fronte ad un infortunio sul lavoro sia esso mortale o grave. Allora ecco pronto il Protocollo operativo per la sicurezza nei luoghi di lavoro, uno strumento che mette da parte tutti i fronzoli burocratici per puntare diritto al cuore del problema: rafforzare la prevenzione «l’unica in grado di assicurare qualità e, al tempo stesso, competitività alle aziende e alle imprese» con «strumenti operativi da subito», spiega il prefetto Claudio Sammartino nell’anticipare in maniera sommaria i contenuti del protocollo. «La Prefettura – ha aggiunto – ha svolto un ruolo propulsore e, al tempo stesso, di coesione e di organizzazione».
Il documento sarà presentato ufficialmente lunedì mattina, in Prefettura, alla presenza di un parterre de roy di tutto rispetto. Insieme al prefetto Sammartino, infatti, ci saranno i ministri alle Politiche del lavoro, Enrico Giovannini, e dell’Ambiente, Andrea Orlando, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il sindaco Stefàno, il commissario straordinario della Provincia di Taranto, Mario Tafaro, il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, e il direttore generale Giuseppe Lucibello, la direttrice regionale del Lavoro, Ester Tosches, il direttore reginale dei Vigili del fuoco, Michele Di Grezia, il direttore generale della Asl, Fabrizio Scattaglia, il commissario straordinario Ilva, Enrico Bondi, il responsabile direzione Salute-Sicurezza-Qualità dell’Eni, Giorgio Maria Artibani nonchè parlamentari e consiglieri regionali pugliesi. Ora fissata: le 11.
Al testo del protocollo Prefettura, istituzioni, sindacati, organi di controllo, Confindustria e aziende hanno cominciato a lavorare all’indomani degli infortuni mortali all’interno dell’Eni e dell’Ilva. “Non è un protocollo d’intenti ma è un protocollo operativo” non si è stancato di ripetere il prefetto Sammartino proprio per sottolineare la bontà e la novità del documento”. L’obiettivo ambizioso è incidenti zero e il gruppo di lavoro ha focalizzato la sua attenzione sulle criticità di Eni e Ilva. “Aziende e organi di controllo – ha sottolineato il prefetto – hanno lavorato assieme proprio per individuare le direttrici lungo le quali muoversi”.
E il primo punto inserito nel protocollo è il monitoraggio continuo del gruppo di intervento il cui scopo è quello di migliorare la formazione, per prevenire gli incidenti, dei lavoratori sia diretti che dell’appalto laddove si verifica la maggioranza di incidenti. Questo dovrà avvenire con piani annuali di prevenzione mirati sia ai lavoratori sia a chi è addetto alla verifica dell’osservanza di tutte le prescrizioni. Il secondo punto forte del protocollo è l’ampliamento delle attività di verifica nei cantieri mediante gruppi ispettivi cui spetta il compito di verificare l’attuazione reale di quanto previsto dal protocollo. Il terzi punto riguardal’analisi dei quasi incidenti ovvero “quegli incidenti che vengono identificati come errori e carenze nell’attivazione delle misure di prevenzione”, ha aggiunto ancora il prefetto. Insomma, un protocollo “davvero innovativo, che ha lavorato sull’analisi degli incidenti verificatisi, individua le procedure partendo proprio dalle criticità e che investe soprattutto nella formazione ma che – ha subito fugato ogni dubbio il prefetto Sammartino – non ha un valore taumaturgico ma è un punto di partenza importante perché si lavora tutti insieme sulla fase preventiva”.
E per quanto riguarda la formazione, “l’Inail nazionale ha messo a disposizione fondi suppletivi così come ha fatto Confindustria attraverso Fondimprese.
Il protocollo, inoltre, contiene un passaggio importante sui lavori all’interno dello stabilimento per l’adeguamento degli impianti alle prescrizioni dell’Aia. “Si tratta – ha spiegato il prefetto – di interventi importanti e significativi per il controllo dei quali è stato previsto un nucleo ispettivo specifico per la verifica e la messa in sicurezza dei cantieri e per l’incremento e la valorizzazione della sicurezza dei lavoratori». (CdG)

venerdì 5 luglio 2013

Seppelliti nella diossina!!

San Brunone, il cimitero dei veleni

Revocato da quasi due mesi il divieto di utilizzo dei campi di inumazione, causa forte inquinamento dei terreni, resta il problema della sicurezza dei necrofori che operano a stretto contatto con un suolo contaminato dai veleni della grande industria.
L’area del «San Brunone», infatti, adiacente all’Ilva, risulta fortemente compromessa dalla presenza di pcb, diossina e polveri minerali che mettono a serio rischio la salute del personale addetto alla tumulazione, attività per la quale si movimenta il terreno.
Con lo sblocco delle sepolture, la cooperativa sociale “L’Ancora”, che attualmente si occupa dei servizi cimiteriali di Taranto, ha dotato i propri lavoratori di un adeguato abbigliamento che impedisca il contatto con il terreno inquinato.
E ha distribuito mascherine con appositi filtri per evitare l’inalazione tossiche.
Ma ciò non basta a tranquillizzare i lavoratori che, nonostante questi accorgimenti, non si sentono protetti e temono di ammalarsi come già è successo in passato a molti loro colleghi, spiegano.
Tantomeno trova d’accordo i visitatori, che non possono avvicinarsi ai campi inagibili perché esposti ad un elevata concentrazione di diossina, dannosa per la salute tant’è vero che tecnicamente anche loro dovrebbero essere attrezzati ed indossare una mascherina per proteggersi dall’inalazione di sostanze nocive.
«Vogliamo mettere in luce il fatto che nel cimitero i lavoratori stanno facendo di tutto per mantenere una normalità che in realtà non c’è – rileva Ernesto Palatrasio, coordinatore provinciale Slai Cobas – lavorare su terreni inquinati con delle mascherine non è la soluzione al problema».
L’amministrazione comunale si affidò all’Asl per monitorare l’osservanza delle procedure anti-contaminazione al di fuori dei campi già inquinati.
L’Asl, a detta dei dipendenti de “L’Ancora” «propose di installare delle docce all’interno del cimitero e il più vicino possibile alle zone di inumazione. Ciò, per consentire ai necrofori di disfarsi immediatamente degli indumenti da lavoro e ripulirsi dalle sostanze inquinanti , prima di lasciare il posto di lavoro. Promesse disattese – denunciano i lavoratori – queste strutture ancora non sono state realizzate. Eppure, si continua a lavorare con sempre maggiori disagi – commenta Palatrasio – Sappiamo anche che il cimitero è stato inserito tra le priorità degli interventi di bonifica, però ancora non capiamo in cosa consista questa “priorità” in termini pratici. Vogliamo che ci sia un’attività effettiva. In questo senso abbiamo chiesto di incontrare il commissario delle bonifiche, Alfio Pini».
Più in generale, i Cobas chiedono anche misure di sostegno nei confronti del personale «vittima dell’inquinamento industriale. Ci sono problemi relativi alla presenza sul luogo di lavoro. Questa attività non può esser svolta per sei ore al giorno e si può ben capire che serve una riduzione dell’orario – argomenta infine il coordinatore Cobas mostrando le cartelle cliniche dei cinquantadue dipendenti – I lavoratori sono tutti a rischio, non possono più essere soltanto vittime di questa situazione. Troppo spesso le uniche notizie che abbiamo sono quelle di operai colpiti da malattie. È inaccettabile» chiude Palatrasio. (Corgiorno)

martedì 18 giugno 2013

Usb: sciopero ad oltranza nello stabilimento Ilva

E' cominciato alle 7 di questa mattina uno sciopero a oltranza indetto dall’Unione sindacale di base (Usb) per i lavoratori dello stabilimento Ilva di Taranto. Sono invece in sciopero dalle 23 di ieri i soli dipendenti del reparto Mof (Movimento ferroviario) dopo il guasto a un locomotore che ha provocato malori a due operai.
Secondo il sindacato di base, “la situazione in cui versa lo stabilimento tarantino ormai non dà certezze a nessuno. Scarseggiano il materiale, il gasolio, l’abbigliamento per la sicurezza e abbondano le prese in giro da 11 mesi”. “Se la proprietà è alla frutta – aggiunge l’Usb – la colpa non è dei lavoratori ma di chi ha abusato della propria posizione in tutto questo tempo e di chi ancora sostiene questa assurda tendenza verso le manovre oscure”. Riferendosi agli interventi previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale, il coordinamento provinciale del sindacato di base fa presente che “se non ci sono i soldi non si fanno i lavori. Il resto sono solo chiacchiere”. (GdM)

venerdì 11 gennaio 2013

Facciamo finta che a Taranto ci sia l'università

... peccato che non abbiano invitato Lorenzo Liberti, l'ex preside della Facoltà di Ingegneria, uno che è così tanto amico di Archinà da incontrarlo segretamente nelle stazioni di servizio sull'autostrada con lui per scambiarsi le "bustarelle di auguri"...



domenica 23 dicembre 2012

Il «Paese mancato»

Seveso e l’Ilva, la lezione non è bastata

«Nel periodo 1870-1880 l’incidenza degli infortuni professionali mortali su mille totali nel nostro Paese era pari a 270. Nella Terza Repubblica francese era invece pari a 50, mentre nel neonato Impero tedesco era addirittura di 22,7. Detta in modo più chiaro, un operaio italiano dell’ottavo decennio del XIX secolo aveva una possibilità di morire sul lavoro dieci volte superiore a quella di un collega tedesco». Così scrive Saverio Luzzi sul nuovo numero di «Italia contemporanea», il trimestrale dell’Istituto nazionale del movimento di Liberazione, che si occupa della storia della salute nel nostro Paese sull’onda delle vicende riguardanti l’Ilva di Taranto e l’inquinamento da amianto di Casale Monferrato. I dati, ricavati dall’annale della Fondazione Di Vittorio dedicato a «Lavoro, salute, sicurezza», dimostrano che la forbice con i Paesi più avanzati dell’Europa occidentale non si è ridotta di molto, se l’incidenza dei decessi professionali sul totale dal 2003 al 2007 «è calata nel nostro Paese del 10,7 per cento, di fronte a una diminuzione del 16 per cento dell’Unione Europea». Fino agli anni Settanta, scrive Luzzi, l’idea che la fabbrica, oltre che un’opportunità di lavoro, potesse costituire un pericolo per la salute era appannaggio soltanto di una minoranza sindacale. Fu solo con il grave incidente dell’Icmesa di Seveso, nel luglio 1976, che si impose all’opinione pubblica un ripensamento non solo del rapporto tra fabbrica e lavoratori, ma tra industria e territorio. È del 1978 l’introduzione del Servizio sanitario nazionale, che portò il concetto di prevenzione come fondamentale nella cura del cittadino. Ma, come ha scritto lo storico Guido Crainz, il nostro è il «Paese mancato» delle riforme incompiute, dove si è consumata sino al 1986 la tragedia dell’Eternit di Casale e fino ad oggi si è trascinato il problema delle acciaierie di Taranto. Dopo le drastiche azioni della magistratura riguardanti l’Ilva, un occhio alla storia della sanità nazionale ci aiuta a capire perché è esploso in maniera drammatica il conflitto tra salute e lavoro. (CdS)

lunedì 3 dicembre 2012

Le gru di Chichibio

Operai Ilva: "Non risaliamo su quelle gru"

Reportage da Taranto. I lavoratori: "Macchinari troppo vecchi, l'azienda ci ricatta". "Eravamo intorno alla salma di Francesco. Il direttore, a Ferrante: tranquillo, gli diamo un aumento e tornano a lavorare"


Hanno recuperato nella mensa devastata l'orologio fermo sull'ora della tromba d'aria: le 10 e 46. "Lo terremo, come quello della stazione di Bologna, per ricordarcene". Sulla morte di Francesco Zaccaria, operaio gruista, e il ferimento di suoi compagni, la magistratura ha aperto un'indagine. Possono aiutarla le cose che ho ascoltato dagli operai degli impianti marittimi dell'Ilva. "Sulle gru non ci risaliamo. Ce l'hai una macchina fotografica con uno zoom? Vieni al 4° Sporgente, dov'è successo il fatto, e fotografa la ruggine che copre le macchine".

"Il mestiere di gruista è uno dei più delicati e responsabili: figurati con i mastodonti che maneggiano carico e scarico sui pontili marittimi. Nessuno di noi ha ricevuto una qualsiasi formazione: il passaparola. Chi è gruista mostra a quello nuovo come si fa, e basta". "Ci sono dieci motori elettrici, se ne rompe uno, chiamo la manutenzione, la manutenzione chiama l'ufficio scarico, questo chiama il fiduciario e si fa la trafila al contrario e ti dicono di andare avanti. Fino a che ti riduci con tre, due motori, le gru con le zampe zoppicanti: allora quando devi fermarti? E la traslazione zoppa incide sull'attrito, le vibrazioni, le oscillazioni. È tutto risparmio...". "I fiduciari non firmano niente, sono marziani - vengono dalle valli lombarde, non
risultano nella gerarchia ma stanno sopra i capireparto, a volte sono ex operai mandati giù, come nelle colonie, hanno una tuta anonima grigia, ogni tanto qualcuno sbarella, come quel C. che diede in escandescenze e si mise a gridare "africani" agli operai del rivestimento. Da noi erano due: R. e uno più giovane, A., ora sono spariti". "I macchinari sono vecchissimi, di decenni, usati allo spasimo nel ciclo continuo, esposti a variazioni di temperatura fortissime e alla salsedine. Sono lesionati. Sono fuori da qualunque normativa aggiornata: scale alla marinara, strettoie, piani di calpestio con dislivelli bruschi". "Sono pieni di olio e grassi: se devi scappare raccomandati l'anima a Dio". "Un po' meno di un anno fa gente della Asl è venuta e se n'è andata. Era ancora il tempo in cui Archinà smentiva gli allarmi sui giornali firmandosi Angelo Battista, professore ambientalista!".

"L'evento inaudito? Io - dice Antonio Carrozzo, pensionato, vuole che scriva il nome - lavoravo sulla stessa gru, DM5, di Francesco, diciotto anni fa, ci fu una tromba d'aria, quella volta veniva da terra, finì addosso all'altra macchina. Quando arrivarono pompieri e ambulanze mi davano per disperso. I binari finivano una ventina di metri prima della testa del molo. Ora a un metro. Ora sarebbe andata a mare". "Quelle gru - dice Cataldo Ranieri, lui tiene al nome - non passerebbero nessun collaudo serio. Mi mandano a fare le ispezioni, benché non abbia nessun titolo, riferisco, tutto resta a voce, mai niente di scritto. Se succede qualcosa, finisce che il responsabile sono io, coi miei 15 anni di lavoro, la mia fama di turbatore dell'ordine, e il mio eterno 3° livello. Si fanno riunioni sulla sicurezza, le sole cose scritte sono un numero e le nostre firme: non ti danno nemmeno una copia del registro, che possa capire che cosa hai firmato. Come mai gli operai stavano sulle gru, con quel tempo, che era spaventoso già prima della tromba d'aria? Altri, come la Terminal container, non hanno fatto salire gli operai. C'è l'anemometro: e che cosa c'è a fare se non è intervenuto con un vento simile?". "Le cose che non vanno? Tutte. I freni, per esempio. E devi regolarti a occhio, nessuno ti dice qual è il tempo di frenata: 3 secondi, 5, chissà?". "Ci dicono di guardare che cosa fa quell'altro e fare come lui!". "Su uno stesso binario lavorano tre, anche quattro gru. Succede che due gru siano a pochi metri, una col braccio che ruota a sinistra l'altra a destra: come è possibile, se il dispositivo di sicurezza anticollisione funzionasse? E con quel mare non balla solo la gru, balla la nave". "Il sequestro ha ridotto sempre più le scorte, ecco perché fanno lavorare anche contro le trombe d'aria". "Non c'è il fumo rosso: sarebbe il filo d'Arianna per la cabina caduta in mare, invece di stare a girare per giorni nella tempesta".

Alessandro Martini, che lavora alla Lucchini di Piombino (già Magona, Italsider, Severstal...) da 25 anni, e da 18 nella mansione di Francesco Zaccaria, mi ha detto di macchine vetuste anche lì, o nuovissime, assemblate e lasciate a deperire in un piazzale. "Però da noi non si lavora con la gru in moto quando il vento supera i 70 kmh, e con la gru ferma quando supera i 100. Che si lavorasse col vento di Taranto non so capirlo". Nemmeno a Cornigliano. "Da noi - dice Armando Palombo, responsabile Fiom - c'è dal 2004 una "Scuola siderurgica" interna che abilita alle mansioni. Sulla sicurezza le cose sono cambiate, dai terribili 950 infortuni su 2.700 lavoratori del 2003: hanno capito anche loro che una miglior sicurezza li fa risparmiare. E le macchine dopo la chiusura dell'area a caldo e l'Accordo del 2005 sono in gran parte nuove...".

Dunque: "Sulle gru noi non ci risaliamo". Sul sagrato della chiesa di Talsano è finita la commossa messa per Francesco, i compagni si attardano ribadendo quello che dicevano sul molo: dunque non era solo lo sfogo di un giorno? "Non ci risaliamo. Lassù nessuno di noi può sentirsi sicuro". Alcuni mancano. Simone S. è in ospedale: anche la sua cabina è stata travolta, ha una lesione vertebrale, aveva con sé un altro, Francesco S., un operaio della mensa, perché è così che si diventa gruisti, uno che mostra a un altro come si fa sotto il tornado. Da una terza cabina estirpata e scaraventata sul ponte di una nave, Vincenzo M. è riuscito a uscire in tempo, e si è aggrappato a una trave fino a che la tromba d'aria è calata. "Vorrebbero farci ricominciare al 2° sporgente, con le macchine che hanno "traslato" anche là, le une addosso alle altre. E la gru "salvata" è ancora più vecchia...".

Ora sono uniti, gli operai, e il tempo in cui era l'azienda a indire scioperi (pagati) e cortei è finito, grazie al cielo e alla terra e al mare, ma le divisioni ci sono. Taranto è lacerata da divisioni, di opinioni, di concorrenze, di vecchi conti: è il più gran peccato. Mauro Liuzzi, delegato Uilm agli impianti marittimi, pensa che la cosa più importante è che le cose cambino da oggi, piuttosto che recriminare e incriminare: non so se abbia ragione. Ha ragione quando dice che bisogna verificare l'agibilità delle macchine, ma soprattutto l'agibilità delle persone, per così dire, che sono state ferite nel profondo. Lunedì mattina, quando leggerete queste righe, si sarà saputo che cosa hanno fatto davvero. Uno di loro mi prende da parte, è scettico: "Eravamo al pontile attorno alla salma di Francesco, erano venuti anche i grandi capi, il presidente Ferrante e il direttore Buffo. Ferrante gli chiedeva se gli operai se la sarebbero sentita di rimontare sulle gru. L'altro ha risposto: "Gli diamo il passaggio di livello, qualche incentivo in denaro, la cosa si risolve"". E se la cosa non si risolve? Dicono gli operai: "Taranto era sempre l'ultima ruota del carro, e ora di colpo è strategica, e se chiude Taranto Genova non sopravvive una settimana, e via dicendo. Be', se è vero che se si ferma Taranto si ferma l'acciaio in Italia, è vero anche che se ci fermiamo noi al porto si ferma tutto. Tutto comincia da qui, dal carico fossile e del minerale, e finisce qui, allo scarico del prodotto lavorato".

Denunciare il passato (non è affatto passato, del resto) o voltare pagina? Le due cose insieme, probabilmente, e l'unità maggiore, all'Ilva e nella città, che ne può venire. Nella messa per Francesco si sentiva come la chiesa attinga ancora a un retaggio di parole piene (lasciamo stare gli atti) che i linguaggi speciali del diritto e della società non hanno, e che la politica ha perduto. "Se consideri le colpe...". Ecco, se le consideri... "Verso coloro che non sapevano che cosa facevano...". Ai miei tempi, dice il donchisciottesco Giovanni Guarino, l'Italsider aveva tutte le colpe, ma non c'erano né le regole né le tecnologie che sono venute dopo: l'Ilva dei Riva dopo sapeva quello che faceva. È stato un funerale toccante, quello di Talsano, come troppi altri. Uno zio di Francesco, inaspettatamente, ha gridato davanti alla bara deposta davanti all'altare: "Signore e signori, questo è Francesco". Forse un uso nuovo da tifosi di calcio, da vittime di motorini? Poi mi è sembrato che volesse dire: "Ecce homo" (Repubblica)

martedì 26 giugno 2012

Se questo è un operaio

VENERDI' 29 GIUGNO 2012 "SE QUESTO E' UN OPERAIO" DI E CON ALESSANDRA MAGRINI, SUPPORTO TECNICO A CURA DI FRANCESCO MARCHESE

 Torna a Taranto, al teatro Turoldo lo spettacolo "se questo è un operaio" , città che ha visto nascere ed evolversi questa pièce teatrale. Lo spettacolo è ispirato alla condizione degli operai dell'Ilva di Taranto. La performance è incentrata sulla storia di una fabbrica in cui la totale mancanza di sicurezza sul lavoro, l'inquinamento responsabile di morti precoci porta gli operai ad una riflessione sul valore della vita umana, ma purtroppo solo dopo che loro stessi in prima persona saranno rimasti vittime di questo meccanismo infernale. Tutto è avvolto in un'atmosfera surreale, inoltre alcuni dei personaggi arrivano da pianeti lontani e assumono sembianze da protagonisti di una fiaba.nera. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e lecontraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." I palesi omicidi bianchi e lo scempio provocato alle vite non solo dei lavoratori ma anche alle famiglie che vivono a ridosso delle polveri tossiche non sotterrate sono state intessute in un atto unico suddiviso in 9 scene che gira su se stesso come una giostra di un terrificante lunapark. Spunterà anche il pagliaccio assassino che fiero e senz'anima vomiterà la sua ingordigia sul palco. Scritto, diretto e interpretato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Uno spettacolo asciutto, senza strutture drammaturgiche che segue l'intento di riportare fedelmente "le voci operaie" raccolte durante la preparazione. Un problema sempre attuale, portato in scena prima che scoppiasse il fenomeno mediatico delle morti bianche in passato ignorato dai mezzi d'informazione. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e le contraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." Alessandra Magrini, alias "AttriceContro", Alessandra Magrini, AttriceContro, ancora una volta si mette in gioco interpretando quello che la sua coscienza sociale le impone di trasmettere, convinta che il teatro sia strumento importante per istigare lo stimolo al cambiamento, sta girando l'Italia con il suo spettacolo Se questo è un operaio. Un monologo sulle morti bianche dell'Ilva di Taranto in cui l'attrice veste i panni di sei personaggi: un giovane operaio, un operaio anziano, la moglie di un operaio che partorisce un bambino nero, la caporeparto ed il padrone. C'è anche il cameo di una catwoman particolare e provocante. Scritto, diretto e scenografato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Un problema sempre attuale e sempre ignorato dai media, una tema di cui non si deve parlare. Ma Alessandra "AttriceContro" lo fa, e ne parla in modo ironico e duro, disincantato e ben documentato. Lo fa in quegli spazi che glielo consentono, di solito centri sociali e sale comunali. La stampa, nonostante ciò, si è accorta di lei, e non solo quella locale, come documentato nella rassegna allegata. Lo spettacolo è a titolo gratuito non è necessaria la prenotazione, si possono ritirare comunque gli inviti all' Ilva o contattando lo slai cobas Taranto

sabato 10 marzo 2012

Riva: 15 altri operai sulla coscienza?

Sarà il dott. Giuseppe Tommasino a vagliare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore capo Franco Sebastio

Approda al vaglio del giudice per l’udienza preliminare Giuseppe Tommasino la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore capo Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto procuratore Raffaele Graziano nei confronti di 29 persone, tutti dirigenti o ex dirigenti dell’Ilva di Taranto, coinvolti nell’inchiesta su quindici operai dell’Ilva deceduti dal 2004 al 2010 per malattia professionale. Quindici operai morti di lavoro.
Nell'elenco ci sono il patron Emilio Riva, suo figlio Fabio, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e poi coloro i quali hanno traghettato l’acciaio di stato nelle mani della famiglia Riva dal 1975 al 1995, anno della privatizzazione, compresi personaggi noti come Giorgio Zappa, attuale direttore generale di Finmeccanica, in forza all’Ilva dal 1988 al 1993 quale vice prima e direttore generale poi.
Ma quali sono i reati contestati? Per tutti è stato ipotizzato il disastro colposo e l’omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro, in quanto «omettevano nell’esercizio ovvero nella direzione dell’impresa, nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, di adottare cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro, in particolare impianti di aspirazione nonché sistemi di abbattimenti delle polveri-fibre contenenti amianto idonei a salvaguardare l’ambiente di lavoro dall’aggressione del suddetto materiale - si legge nel primo capo di imputazione - cancerogeno, nonché omettevano di far eseguire in luoghi separati le lavorazioni afferenti al rischio di inalazione delle polveri-fibre di amianto, unitamente ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e personali atte a ridurre la concentrazione e la diffusione delle polveri-fibre di amianto generatesi durante le lavorazioni a tutela dei lavoratori dipendenti dello stabilimento Ilva ripetutamente esposti ad amianto durante lo svolgimento di attività lavorative. In tal modo, e quindi in violazione della specifica normativa a tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, cagionavano il disastro costituito dall’insorgenza di malattie tumorali nei lavoratori dello stabilimento, e nello specifico, la conseguente morte dei lavoratori, tutti deceduti per aver contratto patologie eziologicamente correlabili con l’esposizione professionale all’amianto come il mesotelioma pleurico, il mesiotelioma peritoneale e il carcinoma polmonare».
Per i 15 operai deceduti (in un periodo compreso tra il 2004 ed il 2010) al centro dell’indagine viene poi, caso per caso, contestato l’omicidio colposo a chi, dei 29 imputati, rivestiva ruoli di responsabilità nel periodo nel quale il lavoratore ha prestato la sua attività al siderurgico. Per quanto riguarda i due rappresentanti della famiglia Riva, proprietaria ormai dal 1995 dell’acciaieria, sono due le morti oggetto dell’inchiesta. (Manduriaoggi)

mercoledì 30 novembre 2011

Ilva condannata: truffa all'Inps ed estorsione agli operai!

E questa storiella non la mettiamo nel "nuovo rapporto ambiente e sicurezza", mister Riva?
Vergogna!!!
http://www.blogger.com/img/blank.gif

Ilva Taranto, risarcimento a operai

(ANSA) - La Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di assoluzione per gli imprenditori dell'acciaio Emilio e Claudio Riva. Rispondevano di truffa all'Inps, estorsione e tentata estorsione ai danni di 300 dipendenti trasferiti nel 1999 dalla Nuova Siet all'Ilva di Taranto. I giudici hanno decretato la prescrizione e riqualificato l'accusa in truffa aggravata riconoscendo il diritto degli operai al risarcimento per le proposte di riassunzione al ribasso dopo la mobilita'.

Cassazione: su vicenda Ilva apre ai risarcimenti per 300 lavoratori

(Adnkronos) - La Cassazione apre la possibilita' a circa 300 lavoratori di potere essere risarciti in relazione alla vicenda dell'Ilva. In particolare, la II sezione penale della Cassazione ha aperto questa possibilita' annullando senza rinvio la sentenza di assoluzione della Corte d'Appello di Taranto (dicembre 2009) nei confronti di Emilio e Claudio Riva che erano accusati di truffa ai danni dell'Inps, di estorsione e tentata estorsione nei confronti dei dipendenti della ex azienda Nova Siet.
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La vicenda giudiziaria ha una storia articolata. In primo grado il gup del Tribunale di Taranto, Annamaria La Stella, aveva condannato con rito abbreviato a quhttp://www.blogger.com/img/blank.gifattro anni di reclusione il presidente del gruppo Riva, Emilio Riva, e suo figlio Claudio, a tre anni il dirigente Italo Biagiotti e a un anno e due mesi il rappresentante della Nuova Siet, Giovanni Perona (solo per truffa). La sentenza riguardava il trasferimento di circa 300 lavoratori, nel 1999, dalla Nuova Siet all’Ilva di Taranto, che acquisì anche tutti i beni aziendali. Il gruppo Riva assorbì le attività svolte dalla consociata e mise in mobilità tutto il personale. Secondo l’accusa, ai lavoratori fu poi proposto di rientrare in azienda sulla base di nuovi contratti al ribasso rispetto a quelli precedenti. (Il Fatto quotidiano)

E cosa dice l'Ilva? eeeeeeeh è un complotto, no?
L'azienda: "L'Ilva prende atto"

TARANTO - «L'Ilva prende atto dell'esito di una storia controversa». È detto in una nota dell'azienda siderurgica in cui si commenta la decisione della Cassazione di annullare la sentenza di assoluzione nei confronti di quattro imputati, tra cui Emilio e Claudio Riva. «In primo grado - osserva l'avvocato Egidio Albanese, uno dei legali dell'Ilva - vi era stato un giudizio di condanna mentre in Corte d'appello i giudici avevano assolto nel merito tutti gli imputati. Oggi la sentenza della Cassazione rimette tutto in discussione».
«C'è rammarico - aggiunge - su come un'azione di salvataggio dei dipendenti della Nuova Siet, che erano disoccupati e in mobilit…, sia diventata causa di lunghi contenziosi e azioni giudiziarie. Obiettivo dell'Ilva di Taranto - conclude il legale - E' sempre stato quello di salvaguardare il lavoro e creare, dove economicamente possibile, nuova occupazione». (GdM)

martedì 11 ottobre 2011

Sindacati, Vico & co: svendiamo Taranto all'Enipower!

Ecco l'ennesima occasione di sviluppo!
ah, per fortuna che ci sono loro, i politici ed i sindacalisti a preoccuparsi da decenni del nostro futuro.
Ed infatti si vede come stiamo bene...
VERGOGNATEVI!!!



martedì 4 ottobre 2011

Una bomba sempre più potente

NO ENI, NO TEMPA ROSSA! SIT IN ALLA RAFFINERIA, SS 106, TARANTO
SABATO 8 OTTOBRE, 2011 ORE 10.00

ORGANIZZATO DAL COMITATO PROVINCIALE LEGAMJONICI

Il progetto Tempa Rossa prevede la realizzazione di opere ed impianti che serviranno allo stoccaggio e trasporto di greggio proveniente dalla Basilicata e che riguarderanno sia l'ambiente marino che quello terrestre. L'operazione di stoccaggio pur avvalendosi delle migliori tecnologie disponibili, porterà ad una produzione di composti organici volatili pari a circa 26.000 kg l'anno e all'aumento del 12% di emissioni diffuse e fuggitive. Si tratta di dati forniti da uno studio di Ispra ed Arpa sull'impatto ambientale. Una condizione questa che andrebbe a produrre un aumento dell'inquinamento ambientale di cui già allo stato attuale la raffineria è responsabile. Le sostanze attualmente emesse dalla raffineria possono avere effetti sulla salute pubblica di tipo oncogeno (teratogeni e mutageni, con effetti non necessariamente immediati), e di tipo non oncogeno (a carico dell'apparato respiratorio e cardiocircolatorio). Il nuovo progetto Tempa Rossa avrà conseguenze dello stesso tipo con effetti cumulativi sulla salute pubblica.
L'art.3 del TU ambientale dice che ‘’ogni attivita' umana deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile'', per garantire che ''il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualita' della vita e le possibilita' delle generazioni future''. Inoltre afferma che l'attivita' della pubblica amministrazione deve essere tale da consentire la fruizione collettiva delle risorse naturali e dei beni pubblici. A Taranto questi principi vengono costantemente violati.
Ma a discapito della salute pubblica, ignorando il principio di precauzione e senza alcuna consultazione con la popolazione, Provincia di Taranto, Comune di Taranto e Ministero dell'Ambiente hanno espresso parere favorevole alla realizzazione del progetto Tempa Rossa.
La raffineria inoltre, come ha già piu' volte denunciato il comitato Legamjonici, non possiede un Rapporto di Sicurezza, non ottempera a prescrizioni che risalgono al 2009 tanto da spingere gli organi competenti, sebbene con estremo e grave ritardo, ad ordinare la sospensione degli impianti fino a completa ottemperanza ed opportuno riscontro. Termine ultimo fissato: il 16 ottobre 2011. Che fine ha fatto questo provvedimento?.
Vi informeremo, spiegheremo le nostre ragioni e faremo specifiche richieste, sabato 8 ottobre 2011, alle ore 10.00, presso la Raffineria di Taranto, SS 106.
Parteciperanno, inoltre, con spirito di solidarietà, dalla Basilicata Antonio Bavusi, Organizzazione Lucana Ambientalista (OLA), Felice Santarcangelo, NoScorie Trisaia, nell'ambito dell'iniziativa "Smemorandum in Camper", Maurizio Bolognetti, Associazione Radicali Lucani, con il sostegno dell' Associazione per la Tutela della Salute e dell'Ambiente di Basilicata (EHPA). Tutti i cittadini di Taranto e provincia sono invitati a partecipare.

martedì 20 settembre 2011

ENI: bomba ad orologeria?

(AGENPARL) - Roma, 30 set - Pubblicata oggi l’interrogazione parlamentare a prima firma dell’On. Pierfelice Zazzera (IDV) – altri firmatari gli onorevoli Di Stanislao, Piffari e Palagiano– sullo stato di sicurezza della raffineria Eni di Taranto, che a quanto ci risulta non avrebbe adottato il piano di emergenza esterno come previsto dalla legge. In merito il deputato dipetrista precisa “Lo stabilimento dell’Eni è una polveriera alle porte di Taranto in quantoproduce prodotti petroliferi ed usa sostanze altamente infiammabili e tossiche. Secondo quanto prevede il decreto legislativo 334/99il gestore è tenuto a redigere il rapporto di sicurezza e a mettere a norma l’impianto. L’ENI peraltro è adiacente all’ILVA in cui sono stoccati 2750 tonnellate di Ossigeno altamente infiammabile. Insomma tra ENI e ILVA i tarantini oltre a subire gli effetti inquinanti siedono su una dinamite. Il Piano di Emergenza Esterno è finalizzato a proteggere la popolazione da eventuali emergenze industriali provocate da esplosioni o da agenti tossici. Ma la stessa prefettura di Taranto afferma che il Piano di Emergenza Esterno non è stato approvato perché l’ENI non è in regola. L’ENI ha già ricevuto diversi richiami dal Comitato Tecnico Regionale (CTR) al fine di adeguarsi alla normativa e pertanto di dotarsi di un rapporto di sicurezza attraverso delle prescrizioni che ancora oggi, scrive sempre il CTR nel rapporto del 14/07/2011, risultano inevase. Il CTR denuncia inoltre superficialità e carenza di documentazione. Il mancato ottemperamento alle prescrizioni di adeguamento alla normativa, che risalgono al 04/07/2009, come confermato dal CTR sarebbe un fatto gravissimo perché mette a rischio la stessa sicurezza dei cittadini di Taranto e dei lavoratori. Peraltro, - prosegue Zazzera – oltre all’ILVA nei pressi dello stabilimento ENI passa la ferrovia, ci sono strutture produttive ed un laboratorio ospedaliero della ASL. A quanto ci risulta, e da quanto denunciano le associazioni taratine, i cittadini sarebbero all’oscuro di tutto e oltre a non essere adeguatamente informati a Taranto non sono mai state fatte così’ come prevede la normativa esercitazioni in caso di possibile incidente industriale. Taranto, qualora dovesse essere tutto confermato, si troverebbe seduta sopra una polveriera neppure a norma. Ho chiesto quindi al Ministro di far luce sulla questione, chiarendo inoltre se al dicastero dell’Ambiente siano state comunicate le verifiche ispettive relative alle misure di controllo adottate, e se risultino provvedimenti di sospensione di attività come previsto in tali casi dall’art. 27 comma 4 del decreto legislativo 334/99. È fondamentale garantire la sicurezza dei cittadini e chi lavora presso l’ENI. Noi dell’IDV sollecitiamo l’ENI di Taranto a rispettare la Leggee a garantire la sicurezza, altrimenti si renderebbe responsabile anche della chiusura dell’impianto e quindi della perdita dei posti di lavoro”.