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giovedì 25 giugno 2015
giovedì 18 giugno 2015
Gli conveniva continuare a latitare...
Ilva, confermata la condanna per truffa a Fabio Riva
La Corte d'Appello conferma la condanna per truffa a carico di Fabio Riva. La quarta Corte d'Appello penale di Milano ha confermato la condanna a sei anni e sei mesi per Riva, accusato di associazione per delinquere e truffa. I giudici hanno confermato anche le condanne per gli altri imputati: cinque anni per Alfredo lo Monaco, amministratore della società svizzera Eufintrade sa, e tre anni per Agostino Alberti, ex dirigente del gruppo Ilva. Confermata la multa da 1,5 milioni di euro per la riva fire e la confisca complessiva di 90,8 milioni di euro e una provvisionale da 15 milioni di euro da versare al ministero dello sviluppo economico, parte civile nel procedimento. Le motivazioni saranno rese note entro 90 giorni.Riva, rientrato in Italia il 5 giugno scorso dalla latitanza a Londra e da allora in carcere, era presente in aula. In primo grado, nel luglio scorso, Riva era stato condannato a sei anni e mezzo di reclusione. "Faremo ricorso in Cassazione, la società Riva Fire non doveva essere coinvolta" nel processo per associazione per delinquere e truffa arrivato oggi alla sentenza di appello, ha detto l'avvocato Carlo Paliero, difensore della società imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministriva degli enti.
Il processo riguarda una presunta truffa ai danni dello stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata realizzata attraverso l'ottenimento di contributi pubblici, erogati da Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle imprese italiane che esportano. Secondo l'ipotesi accusatoria, il gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente contributi pubblici, interponendo in una serie di operazioni a Ilva spa la società svizzera del gruppo, Ilva sa. La legge Ossola, che sarebbe stata raggirata, prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, l'Ilva spa non avrebbe avuto diritto a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti, e quindi è stata interposta in molte operazioni l'Ilva sa, la quale, nonostante non avesse alcun ruolo operativo o produttivo, risultava l'acquirente dei prodotti dell'Ilva e la società che aveva effettuato i contratti con gli acquirenti esteri. Ilva sa emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva sa, che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero senza ritardi o dilazioni. (Rep)
mercoledì 10 giugno 2015
Tutti lo vogliono...
Ilva: per Fabio Riva chiesta la conferma della condanna
Il sostituto Pg Pietro De Petris ha chiesto ai giudici della Quarta Corte d'Appello di Milano di confermare la sentenza di primo grado a carico di Fabio Riva, figlio dell'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, deceduto il 30 aprile 2014. In primo grado Fabio Riva - rientrato l'8 giugno in Italia dopo 2 anni e mezzo di latitanza a Londra e adesso in carcere a Taranto - è stato condannato a sei anni e sette mesi per le accuse di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato perpetrata dal gruppo Riva, attraverso l'Ilva di Taranto, che avrebbe ricevuto contributi pubblici senza averne diritto.In primo grado erano stati condannati anche Alfredo Lo Monaco, titolare della società svizzera Eufintrade Sa, e Agostino Alberti, ex dirigente di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Riva), rispettivamente a 5 e a 3 anni. Anche la società Riva Fire, di cui Fabio Riva era alla guida, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, era stata condannata a una multa di 1,5 milioni di euro. Il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d'Appello una conferma anche per le loro condanne. Richiesta a cui si è associata l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia, che rappresenta il ministero dello Sviluppo Economico, parte civile.
Al centro della vicenda giudiziaria che ha investito Fabio Riva c'è una presunta truffa ai danni dello Stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata realizzata ottenendo contributi pubblici erogati da Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle imprese italiane che esportano, come previsto dalla legge Ossola. Il gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente quei fondi, interponendo in una serie di operazioni Ilva Sa, società svizzera che non aveva alcun ruolo operativo o produttivo, ma risultava l'acquirente dei prodotti dell'Ilva, che poi rivendeva alle società estere che avevano siglato contratti con il gruppo. La legge prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a dei contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, però, l'Ilva non avrebbe avuto diritto a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti. Ilva Sa, infatti, emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva Sa, che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero senza ritardi o dilazioni. Il danno per lo Stato sarebbe stato doppio: da una parte l'Ilva di Taranto ha ottenuto contributi ai quali non avrebbe avuto diritto, dall'altra i soldi ricevuti dallo Stato italiano venivano alla fine girati alla Ilva Sa in Svizzera, quando uno degli obiettivi della legge che sarebbe stata raggirata è quella di dare soldi al sistema imprenditoriale italiano perché contribuiscano alla sua crescita e non per finire Oltreconfine. (Panorama)
sabato 23 maggio 2015
Le relazioni pericolose
Ilva: Taranto ci ringrazi. L’appello contro i risarcimenti ai Tamburi: «Il quartiere è cresciuto grazie a noi»
La collettività tarantina «ha tratto giovamento dalla presenza dell’Ilva Spa», e lo stesso quartiere Tamburi «deve proprio alla presenza dello stabilimento siderurgico il fatto di essersi sviluppato». Premesso questo, di cosa possono lamentarsi i condomini di via de Vincentiis, che risiedono nel quartiere Tamburi, che chiedono il risarcimento a una azienda, dal momento «che le immissioni non superano, e non hanno mai superato, neanche in passato, la normale tollerabilità»?Così gli avvocati del siderurgico in amministrazione straordinaria, che chiedono in Appello l’annullamento della condanna al risarcimento di alcune famiglie residenti in un condominio del quartiere Tamburi che avevano denunciato una serie di danni provocati dall’inquinamento. Il giudice civile ha riconosciuto alle famiglie di quel condominio un risarcimento di complessivo di circa 80mila euro. Secondo l’Ilva lo sviluppo garantito dalla siderurgia tarantina dimostrerebbe «la natura paradossale ed ingiusta delle domande di risarcimento». I legali delle famiglie aprono la polemica: «È una posizione provocatoria». (Quot)
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martedì 22 luglio 2014
Un'altra medaglia al valore di famiglia: di padre in figlio!
Ilva: Fabio Riva condannato a 6 anni e 6 mesi
Una penale anche per Riva Fire, ritenuta responsabile ex legge 231 del 2001 e condannata a pagare 1,5 milioni di euro, oltre al divieto di accedere a finanziamenti statali per 12 mesi e alla revoca di tutti quelli già concessi. L’elenco delle decisioni non finisce qui: il tribunale ha rinviato a un ulteriore giudizio – in sede civile - la richiesta del ministero dello Sviluppo economico di condannare la Riva Fire al pagamento di 120 milioni di danni. È stata però stabilita una cosiddetta provvisionale di 15 milioni, che Riva Fire dovrà pagare subito.
COME FUNZIONAVA LA TRUFFA
Che cosa hanno esattamente contestato i giudici agli imputati? Spiegare questa truffa non è semplice. In sostanza è stata loro addebitata la creazione di un meccanismo grazie al quale riuscivano ad ottenere fondi statali senza averne diritto, attraverso l’esportazione di tubi per svariati usi. I soggetti di questo meccanismo sono la capogruppo Ilva spa; la consociata svizzera Ilva Sa, con sede a Manno nel Canton Ticino, che acquistava le merci dalla ditta italiana per poi rivenderle ai clienti finali internazionali (una classica “trading company”); la Eufin Trade, una finanziaria anch’essa elvetica che di mestiere faceva il “forfaiting”, ovvero lo sconto pro soluto di cambiali e infine la Simest, la società pubblica che erogava il contributo in base alla cosiddetta legge Ossola. Ovvero una normativa nata per finanzia parte degli interessi passivi bancari sostenuti dalla imprese esportatrici in determinati settori (macchinari, impianti), quando concedono importanti dilazioni di pagamento ai loro compratori, concretamente fino a cinque anni. Esiste in tutti gli stati Ocse e si può dire che sia l’unica forma di “aiuto di stato” regolare. Ma i Riva creavano fittiziamente queste dilazioni grazie alla svizzera Ilva Sa, che acquistava la merce dall’Italia per poi rivenderla a clienti finali, i quali in realtà pagavano sempre in contanti.
La società elvetica emetteva dunque delle cambiali internazionali (chiamate “promissory note”) della durata di cinque anni sull’85 per cento del debito verso la Spa italiana (il restante 15 per cento doveva essere saldato subito per legge) e le portava subito allo sconto presso Eufin Trade, la quale si era già accordata con la stessa Ilva Sa per il suo riacquisto, in modo da chiudere l’operazione senza che realmente i soldi si muovessero. Ma attivando il contributo Simest per coprire gli interessi passivi nati da questo sconto di cambiale, che venivano veicolati in Svizzera da dove non rientravano più, uscendo dal faro del Fisco italiano. I contributi in realtà non erano dovuti perché con il riacquisto delle cambiali nessun credito era più attivo, ma questo a Simest non veniva comunicato e l’ente erogatore saldava invece il dovuto per i cinque anni. La stessa Eufin Trade, che in teoria avrebbe dovuto svolgere un compito molto rischioso e fino a non molto tempo fa vietato in Italia dalla Banca d'Italia, in realtà come si è visto non aveva di fatto nessun rischio perché rivendeva subito all’emittente le cambiali, finendo per essere solo un ingranaggio di questo disegno truffaldino.
LE INTERCETTAZIONI: “A BONDI I SOLDI PUZZANO?”
L’importanza di questo procedimento non si ferma, però, alla semplice scoperta della truffa, che tra il 2008 e il 2013 aveva permesso di incamerare fondi per circa 100 milioni di euro, l’85 per cento veicolati in Svizzera e divisi tra Ilva sa ed Eufin Trade. È stato utile per cercare fare luce sul complicato rapporto di forze che si è creato tra le procure che indagano sui reati dell’Ilva, la famiglia Riva, i commissari straordinari e il governo, che ha effetti paradossali, come si vedrà.
Il ruolo del commissario Enrico Bondi, ad esempio. Rimosso nel giugno scorso dopo una lunga pressione di Federacciai, guidata dall’industriale Antonio Gozzi (gruppo Duferco), cui il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha alla fine ceduto, nominando al suo posto Piero Gnudi, ex presidente dell'Enel e consigliere “a titolo gratuito” del ministro Guidi. Una scelta che, almeno in un primo momento, non dev'essere per nulla dispiaciuta ai Riva, che nei confronti di Bondi avevano aperto un fuoco di sbarramento che sul governo qualche effetto sembra averlo avuto. Perché tanta ostilità nei confronti di Bondi che, in fondo, era stato lo stesso Emilio Riva a chiamare al capezzale del gruppo Ilva poco prima del commissariamento, con lo scopo di tentare un salvataggio in extremis?
Forse c'entra proprio l'indagine giudiziaria milanese. Una volta insediatosi, infatti, era stato proprio il manager aretino a bloccare l’operatività della società svizzera Ilva Sa, nella convinzione che quello schema operativo fosse truffaldino. Una scelta che aveva consentito proprio al ministero dello Sviluppo Economico – parte civile in questo procedimento – di arrestare la truffa che lo vedeva come parte lesa. La mossa di Bondi, però, era stata accolta con qualche sconcerto fra i manager dell'Ilva più vicini ai Riva: A tal proposito i pm hanno evidenziato una gustosa intercettazione di uno di loro che, parlando con la Eufin Trade, diceva: «Sì, la nuova direzione, qui, gli puzzano i soldi. Facevamo i business finanziari, no, non va bene, non gli piacciono, qui al commissario e a tutta la sua banda... e allora non scontiamo più (le promissory note, ndr), basta». Continuava il manager: «È un business della miseria, gli puzzano i soldi al nuovo commissario? Stanno rivoluzionando più Milano che non Taranto. Era da sanare Taranto, sembra che devono sanare gli uffici di Milano, cacchio, che casino». Per poi concludere con una dichiarazione plateale: «Che strana banda è la banda del Commissario, non ha imparato l’Abc, pecunia non olet».
MA RENZI SALVA IL TESORO DEI RIVA
Già, pecunia che non olet. lo sanno bene i Riva che rivendicano per Ilva ancora un ruolo nonostante i guasti della loro gestione. Lo ha ben evidenziato Claudio Riva in una lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”, dove diceva che la famiglia era pronta a investire ancora sulla società, anche se non da sola. Ma sono gli stessi Riva cui la procura di Milano contesta di aver succhiato indebitamente almeno 1,7 miliardi di euro, finiti in trust di Jersey e parzialmente sequestrati in Svizzera? Ecco che tornano le grandi contraddizioni di questa complicata vicenda, sulla quale giovedì 10 luglio è intervenuto il governo di Matteo Renzi, con un decreto che permetterà alle banche di continuare a finanziare la società, ora virtualmente al dissesto. E qui c'è un ulteriore giallo: nelle bozze preliminari del decreto compariva un passaggio che bloccava la possibilità del commissario di utilizzare per il risanamento ambientale i fondi sequestrati ai Riva, uno stop salutato con grande apprezzamento dal fronte degli industriali e della famiglia Riva. Nel testo finale quel passaggio è però sparito. Il governo Renzi ha infatti dato ai legali l'incarico di studiare se questa mossa, che Bondi non ha mai fatto mistero di voler mettere in pratica, è legittima oppure no.
Nel frattempo, però, il governo sembra voler andare oltre. Renzi e il ministro Guidi sembrano preferire un'altra ipotesi: vorrebbero che il piano industriale per il salvataggio dell'Ilva venisse predisposto dai nuovi azionisti, e il neo commissario Gnudi sta tentando di mettere insieme una cordata che comprenda il gruppo anglo-indiano Arcelor-Mittal e alcuni industriali italiani. Stando alle indiscrezioni di stampa, però, la possibile cordata avrebbe fatto sapere di ritenere esagerati i costi stimati per il risanamento ambientale, e di non aver intenzione di farsene carico in toto. Di qui il problema, anche politico, perché annunciare adesso che il risanamento si farà solo in parte è una mossa che può far esplodere le tensioni in città. E bloccare l'utilizzo dei fondi sequestrati ai Riva – previsto esplicitamente dal governo di Enrico Letta – sarebbe un'ulteriore decisione difficile da digerire. Eppure, e la procura di Milano è stata molto chiara su questo punto, il procedimento giunto oggi a sentenza con la condanna di Fabio Riva nasce proprio dalle inchieste tarantine, di cui costituisce una sorta di completamento logico, con la ricostruzione dei passaggi salienti tra l’impoverimento dell’Ilva, anche ai danni di ambiente e salute pubblica, e l’arricchimento della famiglia.
Per il governo, i fronti caldi non finiscono qui. Una prima questione da risolvere riguarda il futuro ruolo dei Riva, che in teoria hanno la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale dell'Ilva (se mai si farà) e restare azionisti. La seconda è quella dei rapporti con le banche, che hanno messo i bastone fra le ruote a Bondi e che ora, con il decreto del governo Renzi, sono chiamate a anticipare nuova finanza. Nella propria relazione di fine mandato, l'ex commissario Bondi aveva ricostruito con precisione le responsabilità delle banche, spiegando come gli istituti non avessero voluto far fronte alle necessità dell'Ilva «prima di conoscere la consistenza di eventuali apporti a titolo di capitale»: ovvero prima conoscere chi sarebbero stati i nuovi azionisti. Come dire: i soldi dei Riva non si toccano. Era stato un debito molto marginale nei confronti del Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti a far finire fuori strada il tentativo di Bondi: «Da ultimo il gruppo Banco Popolare ha sospeso gli affidamenti concessi al gruppo Ilva e, con lettera in data 23 maggio 2014, ha chiesto il rientro dell'esposizione per circa 25 milioni di euro», continua la relazione dell'ex commissario.
Anche qui, però, le evidenze ricostruite dai pm di Milano rivelano come l'esposizione delle banche nei confronti dei Riva fosse enorme. Fra tutti spicca il ruolo di Intesa SanPaolo, che vanta crediti per un miliardo di euro su Ilva e di 300 milioni su Riva Fire, l'azienda di famiglia. Attraverso la partecipata Soditic era Intesa a svolgere il ruolo di “forfaiter” per Ilva. Ed era stata la stessa banca, incredibilmente verrebbe da dire per com’è andato questo processo, a presentare ai Riva il già citato Alfredo Lo Monaco e la sua Eufin Trade, risultati poi parti fondamentali della truffa. Intesa quel lavoro non lo vuol più fare: troppo rischioso dicono i suoi funzionari, ma si riserva per se
il ruolo di banca agente dove Simest deposita i soldi che poi prendono la via della Svizzera. Quanto era conscia la banca di questo meccanismo? La domanda resta sospesa. Lo stesso avvocato Nerio Diodà ,che difende Fabio Riva, si sbilancia sulla banca guidata oggi da Carlo Messina: «Va detto con serenità che Intesa aveva un ruolo assolutamente essenziale, prima con Soditic, che poi si scopre che costa troppo il loro sconto, e quindi è la stessa banca che indica Eufin Trade al gruppo Riva. E abbiamo le prove testimoniali che prima di questo momento non vi erano rapporti o relazioni con Eufin Trade da parte del gruppo Riva».
SI FA AVANTI ANCHE IL FISCO SVIZZERO
Se non bastasse tutto ciò per qualificare questo processo come un caotico e ancora incompleto puzzle di personaggi e situazioni, arriva anche la richiesta del Fisco elvetico di sbloccare parte delle somme sequestrate dai pm alla svizzera Ilva Sa per pagare le imposte, pari a 870 mila franchi su una società che i pm considerano fittizia ed esterovestita, quindi inesistente, tanto che c’è un’indagine in corso. In procura, dicono alcune indiscrezioni, c'è chi ritiene che il modo migliore per fronteggiare una situazione così complessa sia far ricorso alla legge Marzano, come si chiama il dispositivo che permette di dar corso alla riorganizzazione di un'azienda in stato d'insolvenza, utilizzato in passato per Parmalat, ad esempio. Ma fra coloro che hanno voluto silurare Bondi quest'ipotesi è vista come fumo negli occhi. Perché la famiglia Riva e le banche, a quel punto, resterebbero a bocca asciutta. (L'Espresso)
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venerdì 30 maggio 2014
Almeno quello!
Ilva condannata a risarcire un condominio di Taranto per inquinamento
L'Ilva è stata condannata a risarcire un gruppo di residenti che abitano vicino allo stabilimento di Taranto per danni da inquinamento. Per la prima volta un tribunale ha riconosciuto come reato il fatto che alle persone sia impedito di ‘godere’ della propria casa e di considerarla un luogo sicuro per colpa dell’inquinamento industriale.
La causa fu avviata nel 2006 dai cosiddetti ‘ribelli di Tamburi’: un gruppo di cittadini che pur essendo dipendenti o parenti di impiegati nella fabbrica, avevano deciso di schierarsi contro il colosso siderurgico. Nel corso del processo alcuni di loro sono morti per tumore.
La sentenza del giudice civile, Marcello Maggi, è del febbraio scorso ed i condòmini - residenti in via De Vincentis al quartiere Tamburi, il più vicino e più colpito dalle polveri - hanno ricevuto dall`Ilva indennizzi compresi tra gli 11mila ed i 15mila euro a famiglia.
Il processo ha avuto un percorso difficile che ne ha allungato i tempi. Prima di decidere sul caso, il giudice aveva, infatti, affidato una complessa e costosa perizia chimica per accertare che le polveri che negli anni hanno danneggiato l'edificio provenissero davvero dallo stabilimento siderurgico. L'Ilva si era però opposta alla nomina di un consulente residente a Taranto per conflitto di interessi ed il giudice aveva dovuto scegliere un nuovo consulente residente in un altra città.(Rainews)
Il Giudice civile del Tribunale di Taranto ha disposto il risarcimento nei confronti di un gruppo di cittadini residenti in uno stabile del quartiere Tamburi per i danni subiti a causa dell'inquinamento proveniente dall'Ilva. Una prima richiesta stragiudiziale fu avviata sin dal 2006 dagli avvocati Eligio Curci e Massimo Moretti per conto di un condominio del rione, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento siderurgico, sulla scorta della sentenza di condanna in sede penale di amministratori e dirigenti Ilva per il reato di 'getto pericoloso di cosè relativa allo sversamento di polveri dei parchi minerali. L'Ilva si oppose ai risarcimento in via bonaria e nel 2008 iniziò la causa civile. Dopo sei anni la sentenza con il riconoscimento del diritto al risarcimento subito a causa dell'inquinamento.
I condomini hanno quindi ricevuto gli assegni relativi ai risarcimenti riconosciuti in sentenza e liquidati da Ilva spa. Somme comprese tra gli undicimila e i quindicimila euro a famiglia, che vanno a risarcire una voce di danno, per la prima volta viene riconosciuto in sede giudiziale, conseguente alla ridotta possibilità di godimento dell'immobile di proprietà a causa dell'inquinamento industriale proveniente dallo stabilimento Ilva. «Una sentenza innovativa - commentano in una nota gli avvocati Curci e Moretti - che costituisce un precedente particolarmente importante in materia, anche perchè il diritto risarcitorio riconosciuto, e mai reclamato da nessun altro, appare difficilmente revocabile in sede di impugnativa, non dipendendo da valutazioni tecniche o da dati che possono essere suscettibili di varia interpretazione». (CdM)
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