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sabato 7 marzo 2015

Tumori e incidenti, ce n'è per tutti

Taranto, decessi per tumori: altra inchiesta in arrivo 

Il procedimento «Ambiente svenduto» è ancora in piena corsa e già la procura medita un’altra inchiesta.È quella che sarà aperta sui decessi da malattie tumorali, i cui fascicoli sono stati ammessi di diritto dal gup Vilma Gilli nel maxi-procedimento sfociato in udienza preliminare. Si tratta, ha chiarito ieri il procuratore di Taranto Francesco Sebastio, di quei casi di cui il giudice si è occupato nelle scorse udienze, dando l’ok alle costituzioni di parte civile. Se i familiari delle vittime possono costituirsi parte civile - ha evidenziato il procuratore - è perchè il gup ha ritenuto fondate le ragioni alla base delle istanze. Di qui la richiesta di trasmissione degli atti, per valutare i singoli casi e accertare le eventuali responsabilità in quelle malattie sfociate nei decessi.
Dagli accertamenti necessari, ha fatto intendere il dottor Sebastio, potrebbero scaturire elementi di reità nei confronti dei quali la magistratura di Taranto ha il dovere di procedere. Nella giornata della procura, nell’ambito della preliminare di «Ambiente svenduto» sulle produzioni inquinanti dell’Ilva e sui presunti intrecci affaristici dei suoi ex vertici, proprio la procura della Repubblica di Taranto ha fornito un elemento di rilevante novità in fase di udienza. D’altra parte, non era un caso che proprio la giornata di ieri, a conclusione degli interventi del pool della procura della Repubblica, fosse dedicata alla sicurezza e alla tutela della salute: nel caso specifico, all’interno della fabbrica tarantina.
Sul punto, nell’udienza celebrata dal gup Gilli, è intervenuto il sostituto procuratore della Repubblica Raffaele Graziano, titolare della tranche di inchiesta legata agli infortuni sul lavoro. Nello stabilimento Ilva di Taranto, ha sottolineato il dottor Graziano, sussisteva «un modello organizzativo insicuro». Insicuro e pericoloso, dal momento che era (ed è) strettamente collegato con il piano della tutela ambientale, della prevenzione degli incidenti rilevanti e dell'igiene e della sicurezza sul lavoro. Nel corso del suo intervento, il pubblico ministero ha evidenziato anche le presunte violazioni amministrative di cui si sarebbero rese responsabili le tre società, cioè Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici, imputate insieme con quarantanove persone fisiche.
Il magistrato inquirente ha parlato anche delle presunte responsabilità dei vertici dell’industria siderurgica per due morti “bianche”. Quelle di Claudio Marsella (che fu schiacciato da un locomotore all’interno del reparto Movimento ferroviario il 30 ottobre 2012) e di Francesco Zaccaria (che finì in mare con la cabina in cui stava lavorando, mentre era impegnato ad un'altezza di circa sessanta metri: l’uomo e la sua cabina furono travolti dal passaggio di un tornado il 28 novembre 2012). In sostanza, il dottor Graziano ha sottolineato come quei decessi sarebbero avvenuti “per colpa e negligenza”, e per inosservanza di quelle regole basilari che sono il fondamento della tutela dei lavoratori.
In una inchiesta divenuta nota, soprattutto, per il coinvolgimento della politica, l’inserimento di contestazioni riferite a omicidi e a lesioni colposi aveva corrisposto all’esigenza dimostrare che l’ambiente gestito dalla società siderurgica, compreso quindi anche quello del lavoro, non sarebbe mai stato in cima ai pensieri dei padroni dell’acciaio. Nella prossima udienza del 12 marzo sono previsti i primi interventi dei legali delle parti civili, a cominciare dall’avvocato Sergio Torsella che rappresenta gli allevatori (che subirono danni dall’abbattimento dei capi di bestiame contaminati dalle diossine). (Quotidiano)

venerdì 6 marzo 2015

Sviluppi processuali

Processo Ilva, pm su Vendola «Imbestialito con Assennato» Chieste carte su altre morti

Nello stabilimento Ilva di Taranto c'era un "un modello organizzativo insicuro" sul piano della tutela ambientale, della prevenzione di incidenti rilevanti e dell’igiene e sicurezza sul lavoro: lo ha detto il pm della Procura di Taranto Raffaele Graziano discutendo nell’udienza preliminare dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva.
Graziano lo ha detto riferendosi alle presunte violazioni amministrative delle tre società imputate, ovvero Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici. Il magistrato ha parlato anche delle presunte responsabilità dei vertici aziendali per due morti 'bianchè, quelle di Claudio Marsella (schiacciato da un locomotore al reparto Movimento ferroviario il 30 ottobre 2012) e Francesco Zaccaria (finito in mare con la cabina in cui stava lavorando da un’altezza di circa 60 metri al passaggio di un tornado il 28 novembre 2012).
Il pm Remo Epifani ha trattato le posizioni dei politici, a partire dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, accusato di concorso in concussione aggravata per aver cercato, secondo gli inquirenti, di far 'ammorbidirè la posizione dell’Arpa Puglia in relazione alle emissioni dell’Ilva. Graziano si è occupato di due omicidi colposi e della posizione delle tre società – Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici – imputate di reati di natura amministrativa. Nell’udienza odierna il collegio difensivo potrebbe presentare richiesta di riti alternativi per alcuni imputati.
Il direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, ha rinunciato a essere interrogato nell’udienza preliminare per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Lo ha comunicato al gup il legale di Assennato. Ha confermato invece di voler essere interrogato, ma in una prossima udienza, il funzionario regionale Pierfrancesco Palmisano. Ha chiesto di essere sentito in udienza anche un altro imputato, Antonio Colucci, dirigente Ilva.

Pm: Archinà dette 10mila euro a consulente - "Sia chiaro: Archinà ha consegnato i 10mila euro a Liberti, non all’arcivescovo": lo ha detto, discutendo nell’udienza preliminare (a porte chiuse) per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva, il pm Remo Epifani riferendosi al presunto episodio di corruzione tra l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà e l’allora (siamo nel 2010) consulente tecnico della Procura di Taranto Lorenzo Liberti, che è accusato tra l’altro di corruzione in atti giudiziari.
Secondo l’accusa, il 26 marzo 2010 Archinà consegnò a Liberti, in una stazione di servizio della A14 ad Acquaviva delle Fonti (Bari) una busta contenente la somma di 10mila euro in contanti per falsificare il contenuto di una consulenza tecnica affidatagli dalla Procura sulle emissioni di diossina dallo stabilimento Ilva. Passaggio di busta, ha aggiunto il pm, che sarebbe stato visto chiaramente da un’addetta al bar della stazione di servizio. La difesa di Archinà ha sempre sostenuto che in quella busta ci fossero solo documenti, mentre i 10mila euro fatti prelevare dalle casse dell’Ilva sarebbero stati donati alla Curia arcivescovile di Taranto.

«Vendola imbestialito con l'Arpa» - Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nel giugno 2010 era "imbestialito" nei confronti del direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per l'atteggiamento troppo rigido dell’Agenzia regionale per l'ambiente nei confronti dell’Ilva. Lo ha sostenuto il pm della Procura di Taranto, Remo Epifani, discutendo nell’udienza preliminare, in corso nel capoluogo ionico, del procedimento per il disastro ambientale causato dal Siderurgico.
Nell’inchiesta Vendola è imputato di concorso in concussione aggravata per avere, secondo l'accusa, cercato di 'ammorbidirè la posizione di Assennato in relazione al rispetto delle normative ambientali da parte dell’Ilva.
Epifani ha ricordato che il 22 giugno 2010 Vendola tenne una riunione con dirigenti regionali, assessori e l’allora dirigente Ilva Girolamo Archinà, alla quale avrebbe dovuto partecipare anche Assennato, che però sarebbe stato lasciato fuori dalla stanza. In quell'incontro, secondo l’accusa, Vendola avrebbe tra l'altro detto che "così com'è Arpa Puglia può andare a casa perchè hanno rotto...". Lo stesso Archinà comunicò successivamente alla direzione dell’Ilva, ha aggiunto il pm, che in quella riunione Vendola era "imbestialito" con Assennato.
Prima di trattare la posizione di Vendola, il pm aveva discusso sul ruolo dell’ex presidente della Provincia, Gianni Florido (imputato di concussione per induzione), sottolineando che l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà "era di casa" e "spadroneggiava" negli uffici dell’ente.

Procura chiede atti al gup - Nell’udienza preliminare dell’ inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva, la Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto al gup Vilma Gilli la trasmissione al proprio ufficio degli atti riguardanti alcune presunte morti per inquinamento, non trattate nel procedimento in corso, sulla base della costituzione di parte civile dei famigliari delle persone decedute. La richiesta è stata avanzata in aula dal procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio.
La richiesta, ha spiegato Sebastio a margine di una sospensione dell’udienza, è stata fatta per valutare se ci sono estremi per aprire un procedimento penale per eventuali responsabilità per i decessi.

Interrogatorio funzionario - Con l’interrogatorio del funzionario della Regione Puglia Pierfrancesco Palmisano, chiesto dallo stesso imputato, si è conclusa l’udienza odierna dinanzi al gup del tribunale di Taranto relativa all’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Palmisano è accusato di rivelazione di segreti d’ufficio per il rilascio all’Ilva dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 4 agosto 2011.
Il funzionario regionale si è difeso sostenendo che, quando all’epoca in Conferenza dei servizi, per conto della Regione che rappresentava in quella sede, sostenne il progetto di barrieramento dei parchi minerali, non intendeva escludere l'ipotesi della copertura degli stessi parchi, nè quindi favorire l’Ilva. L’udienza è stata aggiornata al 12 marzo prossimo. (GdM)

venerdì 28 febbraio 2014

Padroni inesemplari

Amianto killer all’Ilva, chiesti 4 anni per Emilio Riva, il figlio ed ex direttore

Quattro anni e sei mesi di reclusione. È la nuova richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero Raffaele Graziano nei confronti di Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva di Taranto, del figlio Fabio e dell’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Disastro e omicidio colposo sono i reati contestati dalla procura di Taranto ai tre soggetti già travolti dall’inchiesta “ambiente svenduto” e ad altri 26 imputati (per i quali sono state chieste condanne tra i 2 e i 9 anni di reclusione), tutti ai vertici dello stabilimento siderurgico di Taranto dal 1975 al 1995, cioè dalla gestione statale come Italsider fino a quella privata in mano alla famiglia lombarda. La richiesta più alta è a nove anni di reclusione e riguarda i dirigenti dell'Italsider di Stato Sergio Noce, Giambattista Spallanzani e Attilio Angelini. A rischiare la condanna anche Giorgio Zappa, direttore generale dell’ex Italsider poi passato a Finmeccanica, Francesco Chindemi attuale amministratore delegato della Lucchini.
La sentenza del processo, prevista per il 23 maggio prossimo, dovrà fare luce sulla morte di 21 operai deceduti tra il 2004 e il 2010 per mesotelioma pleurico dovuto, secondo l’accusa, all’ingente presenza di  fibre d’amianto presenti all’interno della fabbrica. Per la procura di Taranto, gli imputati omettevano “di adottare cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità fisica” dei dipendenti oltre “ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e personali” per ridurre la diffusione di polveri dannose. Gli operai, quindi, sarebbero stati “ripetutamente esposti ad amianto durante lo svolgimento di attività lavorative” tanto, secondo l’accusa, da ammalarsi mortalmente.
“Questo lungo dibattimento – ha spiegato il pm Graziano durante la sua requiesitoria – rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia di  sicurezza in fabbrica”. Il magistrato ha ricordato gli esiti delle maxi perizie dell’inchiesta “ambiente svenduto” che hanno certificato la situazione “allarmante” vissuta da operai e cittadini. Le indagini dell’Arpa secondo il pubblico ministero hanno dimostrato la “sostanziale compromissione della salute operai” ed evidenziato come tra nei primi anni ’90 nel capoluogo ionico vi fosse già un tasso di mortalità per mesotelioma pleurico nettamente maggiore rispetto al resto della Puglia. “È possibile pertanto ritenere – si legge nelle conclusioni di un documento a firma di Lucia Bisceglia, dirigente dell’Arpa Puglia – che i soggetti che hanno prestato servizio presso lo stabilimento siderurgico di Taranto e che risultano registrati nell’archivio Inps nel periodo 1974-1997 mostrano un rischio di morire per mesotelioma pleurico pari a più del doppio rispetto a soggetti confrontabili per sesso, classe quinquennali di calendario e di età della regione Puglia”.
In aula anche il procuratore capo Franco Sebastio che nella sua breve discussione ha mostrato la prima sentenza di condanna dell’Italsider datata 1982. “È un ciclo che si ripete – ha spiegato Sebastio –, ma a differenza di allora, oggi sento parlare di ‘tenere insieme salute e lavoro’, ma ancora no ho trovato nessuno in grado di spiegare come si fa. La speranza – ha concluso il capo della procura – è che questa sentenza possa rappresentare una risposta a questo interrogativo”. (FQ)

giovedì 17 gennaio 2013

Amianto e danni

Morti amianto, a processo vertici dell'Ilva

Trenta imputati, in pratica i vertici della ex Italsider e dell’Ilva dagli anni Settanta ad oggi, e 45 vittime, parte delle quali costituitesi parte civile: sono le cifre principali del processo per le morti all’Ilva di Taranto provocate dalla dispersione di fibre di amianto.
Nell’udienza odierna (il processo è ancora nelle fasi preliminari) il giudice monocratico Simone Orazio ha unificato due procedimenti penali, così come chiesto dalla pubblica accusa rappresentata dal sostituto procuratore Raffaele Graziano. Le accuse principali a carico degli imputati sono di concorso in omicidio colposo e omissione di cautele nei luoghi di lavoro.

Il giudice ha respinto oggi una serie di eccezioni difensive e la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Taranto, che aveva chiesto il riconoscimento del danno ambientale (richiesta che può avanzare però solo il governo). Restano le costituzioni di parte civile dell’associazione Contramianto e dei sindacati Uil e Fiom Cgil. In udienza il pm Graziano ha depositato il decreto di latitanza di Fabio Arturo Riva, vice presidente di Riva Fire, imputato in questo processo ma già destinatario dal 26 novembre scorso di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, mai eseguita, in un altro procedimento per disastro ambientale. Il processone è stato aggiornato al 14 febbraio. (GdM)

venerdì 15 giugno 2012

Aumenta la collezione di rinvii a giudizio per la famiglia Riva

Taranto: Amianto killer, in 28 finiscono sotto processo

I vertici Ilva e Italsider, in tutto 28 imputati, dovranno rispondere della morte di 15 operai del siderurgico causata dall’esposizione all’amianto. Sono stati rinviati a giudizio per diversi reati, omicidio colposo, violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie nei luoghi di lavoro e mancata adozione delle precauzioni necessarie per tutelare la salute dei lavoratori.
Fra i nomi degli inquisiti spiccano quelli di manager dell’industria di Stato dell’acciaio come Giorgio Zappa, attuale direttore generale di Finmeccanica e i vertici dell’Ilva, Emilio Riva, il figlio Fabio e il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Gli operai, deceduti negli anni 2004-2010, hanno lavorato al siderurgico fino al 1975. Le cause della morte sono da attribuire al mesotelioma pleurico, al mesotelioma peritoneale e al carcinoma polmonare, patologie tipiche dall’esposizione all’amianto. Malattie provocate, secondo l’accusa, dalla mancata adozione delle precauzioni minime tese a tutelare la loro incolumità. I lavoratori, è la tesi accusatoria, non sono stati muniti di adeguati strumenti di protezione come maschere per la respirazione e altri dispositivi finalizzati a proteggerli dall’inalazione di polveri di amianto, gas, vapori irrespirabili e soprattutto tossici. Inoltre, non furono sottoposti a visite mediche mirate, in quanto non furono adottati protocolli di sorveglianza stabiliti dalle norme per i rischi derivanti dall’amianto e infine, è sempre la tesi dell’accusa, non furono informati dei rischi che comportavano le operazioni in cui erano impiegati. Ieri hanno concluso la discussione i legali degli indagati, fra cui i difensori dei vertici Ilva, gli avvocati Egidio Albanese e Adriano Raffaeli.
Terminate le arringhe, il gup Giuseppe Tommasino, accogliendo la richiesta dei pm Raffaele Graziano, Franco Sebastio e Pietro Argentino, ha rinviato a giudizio 28 imputati e dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di due imputati deceduti nelle more del procedimento. Numerosa la schiera delle parti civili, 30 complessivamente fra familiari delle vittime, Inail, Fiom-Cgil e le associazioni Osservatorio nazionale sull’amianto e Contramianto. Familiari, organizzazioni sindacali e associazioni hanno presentato il conto agli imputati chiedendo maxi risarcimenti danni. Il processo inizierà il 3 ottobre prossimo dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Taranto Massimo De Michele. Intanto, martedì, proseguirà l’altro processo sulle morti da amianto che vede alla sbarra 19 imputati, tutti manager e funzionari dell’ex Italsider.(CdG)

venerdì 11 maggio 2012

Ancora un processo

Morti per gas tossici e amianto, Dirigenti Ilva sotto accusa. Via all'udienza preliminare: 30 gli imputati in aula. Accusati di aver provocato il decesso di 15 operai È cominciata a Taranto l'udienza preliminare a 30 dirigenti dell'ex Italsider e attuale Ilva, accusati di aver provocato, sino al 2010, la morte di 15 operai che si sarebbero ammalati lavorando in luoghi sprovvisti di adeguate misure di sicurezza per la presenza di gas tossici e amianto. Tra gli imputati, il patron dell'Ilva Emilio Riva, suo figlio Fabio, e manager della gestione statale del Siderurgico quali Giovanni Gambardella e Sergio Noce e l'attuale direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa. GLI IMPUTATI - Tra gli imputati figura anche l'attuale direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso. A tutti vengono contestati i reati di disastro colposo, omicidio colposo e omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro. Secondo quanto indicato nel capo d'imputazione, in quegli ambienti «si diffondevano vapori e/o gas irrespirabili o comunque tossici», mentre «in quelli nei quali si sviluppavano odori, fumi e polveri di qualunque specie» non sarebbero stati adottati «provvedimenti atti ad impedire o ridurre lo sviluppo e la diffusione delle polveri-fibre di amianto». Nell'udienza odierna, dinanzi al gup Giuseppe Tommasino, si sono costituiti parte civile 28 eredi delle vittime, la Cgil e l'Inail. Il pubblico ministero Raffaele Graziano ha depositato nuova documentazione e gli imputati hanno chiesto 'termini a difesà. Le prossime udienze sono fissate per l'8 e il 15 giugno. I decessi, secondo l'accusa, sarebbero da attribuire a malattie quali il mesotelioma pleurico, il mesotelioma peritoneale e il cancro al polmone, correlabili con l'esposizione professionale all'amianto. (CdM) Si tratta di un procedimento diverso rispetto a quello iniziato il 17 febbraio nei confronti di quattro dirigenti dell'Ilva sul presunto inquinamento dello stabilimento siderurgico. Su tale questione e' in corso un articolato incidente probatorio, scaturito da una relazione dei periti della Procura che hanno stabilito una correlazione tra l'inquinamento e la morte di persone a Taranto, in particolare nel quartiere Tamburi.

giovedì 6 ottobre 2011

Morti bianche all’Ilva, 29 imputati

Quindici operai uccisi dalle polveri di amianto dal 2004 al 2010. La morte non è stata solo la tragica conseguenza delle malattie tipiche dell’esposizione al minerale cancerogeno, il mesotelioma pleurico, il mesotelioma peritoneale e il carcinoma polmonare ma anche, secondo l’accusa, del lavoro svolto per decenni in ambienti insalubri privi delle necessarie misure di sicurezza. Tutte le vittime hanno lavorato all’Ilva in un periodo compreso fra il 1961 e il 2005, quindi durante la gestione statale dello stabilimento siderurgico e nei primi dieci anni del gruppo Riva. Hanno svolto il loro lavoro in diversi reparti, nelle acciaierie, nelle aree laminatoio, ghisa, servizi ferroviari, dove mancarono anche le più elementari cautele. Secondo l’accusa, di quelle morti bianche devono rispondere alcuni manager storici dell’industria di Stato dell’acciaio, come Giovanni Gambardella e Sergio Noce ma anche Emilio Riva, il figlio Fabio e il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Per i 29 imputati il pm titolare dell’inchiesta Raffaele Graziano ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per i reati di omicidio colposo, violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie nei luoghi di lavoro e mancata adozione delle precauzioni necessarie per tutelare la salute dei lavoratori. Da quanto emerso dalle indagini, i lavoratori non sono stati muniti di adeguati strumenti di protezione come maschere respiratorie e altri dispositivi finalizzati a proteggerli dall’inalazione di polveri di amianto, gas e vapori irrespirabili e soprattutto tossici. Inoltre, malgrado fossero impiegati in ambienti insalubri, perchè inevitabilmente contaminati da sostanze cancerogene, i lavoratori non furono mai sottoposti a visite mediche periodiche mirate. Ciò in violazione delle norme che prevedono l’adozione di un protocollo di sorveglianza specifico per il rischio amianto. Dalle indagini sono emerse anche condotte omissive altrettanto gravi da parte dei vertici aziendali che avrebbero dovuto disporre l’adozione oppure adottare misure o rimedi tecnici permanenti al fine di “impedire o ridurre efficacemente, per quanto possibile, lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro delle polveri-fibre di amianto”. Infine, è l’altra contestazione del pubblico ministero, i lavoratori non furono informati dei rischi che comportavano le operazioni a cui erano adibiti. I quindici operai sono stati colpiti da tumori che non lasciano scampo, come il mesotelioma peritoneale e il cancro al polmone, tutti, si legge nel capo d’imputazione, “eziologicamente correlabili con l’esposizione professionale all’amianto”. A tutti gli imputati è stata contestata “l’ulteriore aggravante di aver agito nonostante la previsione dell’evento“. Una serie di pesanti accuse che adesso passano al vaglio del gup. E’ la seconda inchiesta sulle morti bianche legate a malattie professionali in Ilva che approda in aula. Sotto processo sono già finiti in 19 fra proprietari, dirigenti attuali ed ex manager, alcuni dei quali coinvolti anche nell’ultima vicenda. La prossima udienza è prevista l’undici gennaio 2012. (Corgiorno)