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sabato 1 agosto 2015

Taranto-Ilva: nessun dorma!

Per ora, solo per ora, è archiviato il processo “Ambiente Svenduto” , per il disastro ambientale causato da ’Ilva,  del quale  la prima udienza è stata fissata per  il 20 ottobre in Corte d’Assise. I rinvii a giudizio sono stati  44…ma nessuno dorme….
La Procura di Taranto procede nel suo stare attenta al siderurgico. Pare ci sia  un’inchiesta altra, una sorta di inchiesta-bis, che muove i passi , sempre nella direzione della ricerca affannosa e mai semplice di verità e giustizia. Ci sono esposti,  immagini, video, denunce e segnalazioni, mesi di lavoro che attendono riscontri  dall’ autorità giudiziaria. Sotto oggetto di attenzione   le gestioni commissariali a partire dal 2013. Sarebbe un nuovo filone quello di cui si sente parlare dopo  i giorni appena trascorsi , quando  sembrava chiusa per pausa estiva la questione Ilva, Altoforno 2 si, Altoforno 2 no.
Nessuno dimentica Patrizia Todisco, il gip simbolo della lotta contro l’inquinamento a cui le mamme di Taranto chiedevano di non spegnere i fari sull’Ilva ed i suoi fumi, la stessa donna   che così scriveva nell’ordinanza di sequestro preventivo degli impianti dell’area a caldo nel luglio 2013:
 “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire…”
“La grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive dell’Ilva, impone l’immediata adozione – a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana – del sequestro preventivo dei predetti impianti funzionale alla interruzione delle attività inquinanti. Ciò, affinché – considerate le inequivocabili e cogenti indicazioni affidate alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria dalle perizie espletate e dagli ulteriori accertamenti svolti nel corso delle indagini – non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”
Nessuno dimentica, nessuno dorme.
Ci sarebbero, dunque,  segnalazioni e  denunce, che la  Magistratura accerterà con i suoi doverosi approfondimenti, in riferimento a slopping continui,  dispersione di amianto. Le associazioni ambientaliste non si fermano e continuano il duro lavoro del fotografare, filmare, anche sotto i 40 gradi, e molto di più, che attanagliano la città in una bolla di calore, esasperando chi non respira qui in città, per raccontare che Ilva continua ad inquinare attraverso denunce ed esposti ad Arpa Puglia, Asl, Custodi giudiziari Ilva, anche se  legge salva-ilva del  marzo 2015, però,  prevede per i commissari straordinari una sorta di scudo giudiziario, dunque si salverebbero da responsabilità eventuali nella fase di attuazione dell’AIA.
Nessun dormiva … nessun dorme adesso…e nessun dorma mai…
E la nostra città non dormirà mai in un letto di rovine, di degrado, non lo permetteranno le voci di chi protesta ancora e sempre, nonostante il sale gettato sulle ferite. E la sera si tinge di emozioni e colori che poche città e pochi mari sanno regalare…
Come le due barche che solitarie al tramonto sui pali delle cozze tarantine,  continuano la loro vita di barche, che pescano e che ci chiedono di non dormire, di restituire alla città che splendeva sul mare  i suoi raggi migliori. (Articolo21 - M. Santoiemma)

domenica 26 luglio 2015

I capricci del gigante

Ilva, Procura deciderà a giorni. Siderurigo rivuole l'Altoforno

Non arriverà prima di metà settimana la risposta del procuratore aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Antonella De Luca alla istanza depositata giovedì sera dagli avvocati dell’Ilva Angelo Loreto e Filippo Dinacci, volta ad ottenere la restituzione dell’altoforno 2, posto sotto sequestro dopo l’incidente dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio Alessandro Morricella.La richiesta, presentata da Ilva quale terza parte interessata alla restituzione del bene sequestrato giacché l’azienda non risulta (ancora) indagata nell’inchiesta per omicidio colposo e omissione dolosa in cautele sui luoghi di lavoro, si fonda su un piano tecnico di messa in sicurezza dell’altoforno 2 che «potrebbe assicurare - il condizionale è dei legali - il contemperamento delle esigenze di sicurezza sul lavoro con quelle di continuità della produzione e tutela dell’occupazione».
Il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Antonella De Luca hanno chiesto ai consulenti della Procura Roberto Orlando e Antonio Achille, entrambi ingegneri, al custode giudiziario Barbara Valenzano e ai funzionari dello Spesal un parere sulla fattibilità delle operazioni proposte dall’Ilva, se le stesse possano essere eseguite in modo da garantire l’incolumità degli operai e se, riguardo alle misure già attuate, vi siano condizioni di sicurezza per poter operare e proseguire la produzione nelle more dell’esecuzione degli interventi proposti dall’Ilva.
Siccome l’azienda ha però già effettuato alcuni lavori, come l’installazione di barriere protettive refrattarie e lo spostamento del punto di prelievo della temperatua della ghisa, si rende necessario un sopralluogo da parte dei consulenti che sarà eseguito tra domani e dopodomani per poi consegnare il parere alla Procura.
Come anticipato ieri dalla Gazzetta, la richiesta dell’Ilva non è stata fatta in forza del decreto varato lo scorso 4 luglio (e dai profili di sua immediata applicabilità sui quali si era consumato uno scontro tra magistratura e azienda) che consente alle imprese strategiche (come l’Ilva appunto) di poter comunque utilizzare gli impianti per i quali è stato disposto il sequestro senza facoltà d’uso per violazione di normative ambientali e di sicurezza sui luoghi di lavoro. Trattandosi di una questione meramente esecutiva, sarà la Procura a rispondere direttamente, senza passare attraverso il vaglio del giudice per le indagini preliminari Martino Rosati.
L’istanza, presentata a seguito dei tavoli tecnici Ilva-Procura svoltisi il 14 e il 22 luglio, ha ovviamente depotenziato e reso privo di valore pratico l’ordine che il custode giudiziario Barbara Valenzano aveva dato lo scorso 20 luglio, quando all’azienda era stato imposto di avviare la procedura di spegnimento dell’altoforno 2 e di presentare entro il venerdì scorso il cronoprogramma delle operazioni, adempimenti che l’Ilva non ha rispettato proprio per via nella nuova richiesta depositata a palazzo di giustizia. (GdM)

sabato 25 luglio 2015

Un documento da diffondere

Decreto “salva ILVA” 2015: sollevata questione di legittimità costituzionale 

Trib. Taranto, Uff. GIP, Ord. 14 luglio 2015, Giud. Rosati

 Mettiamo a disposizione dei nostri lettori l'ordinanza con la quale il GIP di Taranto ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 del D.L. 4 luglio 2015, n. 92 (recante "Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l'esercizio dell'attività di impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale"), in relazione agli artt. 2, 3, 4, 32 co. 1, 35 co. 1, 41 co. 2, 112 della Costituzione.
Come già segnalato da questa Rivista (clicca qui per accedere alla relativa scheda) la disposizione in questione è stata introdotta allo scopo di consentire la prosecuzione dell'attività produttiva di impianti di interesse strategico nazionale sottoposti a sequestro preventivo in relazione a reati contro la sicurezza sul lavoro, a condizione che l'azienda predisponga un piano di adeguamento degli impianti alla norma vigente. Evidente la finalità del governo di "sterilizzare" gli effetti del recente sequestro cui era stata sottoposta l'ILVA di Taranto in relazione ad un incidente mortale sul lavoro, analogamente a quanto già fatto con il precedente decreto "salva ILVA" del 2012 (D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), quest'ultimo intervenuto nell'ambito del più noto maxi-procedimento tarantino scaturito dall'inchiesta "ambiente svenduto" e approdato proprio ieri al rinvio a giudizio di 47 imputati (clicca qui per la notizia ansa).
Rinviando per ogni dettaglio all'ordinanza allegata, ci limitiamo in questa sede a segnalare i due principali profili di interesse che a nostro avviso la contrassegnano, e che confortano quanto già da noi evidenziato in sede di prima lettura a caldo del provvedimento:
a) Quanto alla competenza a decidere sull'istanza del dissequestro, l'ordinanza afferma che l'effetto sospensivo del decreto non si produce né ipso iure, né su disposizione del Pubblico Ministero, bensì necessariamente attraverso un provvedimento adottato dal medesimo organo che ha disposto la misura cautelare reale, ossia il GIP.
b) Quanto ai profili di illegittimità costituzionale dell'atto, l'ordinanza pone l'accento sulla possibilità, offerta all'azienda sotto sequestro, di "sterilizzare" per un anno gli effetti del provvedimento cautelare, sulla sola base della unilaterale adozione di un non meglio specificato piano di adeguamento alla normativa sulla sicurezza del lavoro, in assenza di significativi controlli di carattere giurisdizionale o da parte di organi pubblici competenti in materia.
Si tratta - osserva l'ordinanza - di una disciplina ben diversa da quella prevista nel primo decreto "salva ILVA" (il già ricordato D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), dove la sospensione dell'effetto cautelare era dotata di adeguati "contrappesi", in quanto era subordinata al rispetto un provvedimento amministrativo ad hoc (l'Autorizzazione Integrata Ambientale), adottato con la partecipazione di una pluralità di amministrazioni pubbliche e soggetto agli ordinari rimedi giurisdizionali. In altre parole, mentre il legislatore del 2012 aveva individuato un corretto punto di equilibrio tra gli interessi in gioco (salubrità dell'ambiente vs produzione e occupazione), alla luce del quale la Corte Costituzionale aveva respinto le censure di illegittimità mosse al primo decreto "salva ILVA" (sent. n. 85/2013); altrettanto non pare potersi affermare rispetto all'operato del legislatore del 2015, rispetto al quale, pertanto, il GIP di Taranto ha ritenuto di doversi nuovamente rivolgere alla Consulta, sostenendo che l'assetto di interessi definito dal nuovo provvedimento viola diverse norme della Carta Costituzionale, e in particolare: l'art. 2 (per il sacrificio dei diritti inviolabili della persona, quali la vita e l'incolumità individuale dei lavoratori); l'art. 3 (per l'ingiustificato privilegio accordato alle imprese di interesse strategico nazionale, cui corrisponde un ingiustificato svantaggio per i lavoratori loro dipendenti); l'art. 4 (da interpretare come norma che tutela il lavoro in condizioni di massima sicurezza tecnologicamente realizzabile); l'art. 32 (per il sacrificio imposto al bene della salute, da considerarsi irragionevole in assenza di adeguati contrappesi di ordine procedurale e nei controlli); l'art. 41 co. 2 (in quanto il decreto collide con il divieto di svolgere l'attività economica "in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana"); ed infine l'art. 112 Cost. (in considerazione dell'illegittima ingerenza del governo nell'esercizio della funzione giurisdizionale). (penalecontemporaneo)

mercoledì 22 luglio 2015

Dopo i decreti i poteri forti ci provano con i superiori?

Ilva, terminato incontro in Procura generale

"Ho chiesto la massima urgenza: ognuno di noi ha espresso il proprio orientamento per un provvedimento che, sebbene spetti alla Procura di Taranto, sarà adottato con la convergenza piena di tutti per andare incontro a quelle che sono le due esigenze primarie: il diritto alla salute e il mantenimento del posto di lavoro". E’ quanto ha dichiarato il Pg di Lecce, Giuseppe Vignola, al termine dell’incontro durato oltre due ore con il procuratore di Taranto Franco Sebastio inerente il sequestro dell'Afo2 dell'Ilva. Scopo del vertice, valutare se in attesa della decisione della Consulta circa la costituzionalità dell’ultimo decreto salva-Ilva, possa essere concessa la facoltà d’uso all’altoforno 2, sequestrato dalla magistratura dopo l’incidente che costò la vita all’operaio 35enne Alessandro Morricella. La decisione sarà comunicata nei prossimi giorni.
Lo scorso lunedì il custode giudiziario dell’Afo2, Barbara Valenzano, ha scritto all’Ilva intimando lo spegnimento immediato dell’altoforno 2 in attuazione del decreto di sequestro preventivo senza facoltà d’uso emesso dalla Procura dopo l’incidente mortale che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella, avvenuto a giugno. Entro il 24 luglio la dirigenza dell’acciaieria jonica dovrà consegnare al custode giudiziario il cronoprogramma relativo allo spegnimento dell’impianto.
Intanto è attesa per domani la decisione del gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli per l’inchiesta Ambiente svenduto sul presunto disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico jonico.
Il gup dovrà decidere il rinvio a giudizio o l’archiviazione per i 47 imputati (44 persone fisiche e 3 società), nonché sulle 5 richieste di condanna per gli imputati che hanno scelto la via del patteggiamento. (Cosmopolismedia)

venerdì 17 luglio 2015

La separazione dei poteri è l'anima e la garanzia dello Stato Moderno.

Ilva, scontro totale con la procura. Denunciati 19 dipendenti

I carabinieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato a 16 dipendenti dell’Ilva e tre della ditta di appalto Semat d una denuncia a piede libero per violazione dei sigilli giudiziari. I dipendenti presi di mira sono quelli in servizio sull’altoforno 2, l’impianto posto sotto sequestro dalla procura e dal gip all’indomani dell’infortunio dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio 34enne Alessandro Morricella. L’uomo che stava misurando la temperatura della colata con una lancia immessa direttamente nel fiume incandescente, fu investito da un getto di ghisa fusa. Ustionato su tutto il corpo, morì tre giorni dopo nella rianimazione del Policlinico di Bari.
La posizione dell’ azienda
L’azienda che invoca il decreto legge 4 luglio 2015 con il quale il governo disponeva il proseguimento dell’attività produttiva in virtù della rilevanza nazionale dell’impresa, sta decidendo con i propri avvocati le mosse da prendere. In assemblea anche i sindacati che contestano la denuncia indirizzata ai lavoratori. Ilva e sindacati dovrebbero firmare un documento unitario in cui si chiederebbe l’intervento del prefetto. Intanto l’Afo 2 è attualmente bloccato. Gli impianti sono tenuti al minimo ma senza produzione.
Tensione in procura
La tensione è palpabile negli ambienti della procura tarantina all’indomani della decisione del gip, Martino Rosati, di emettere un giudizio secondo cui il decreto del governo che ha permesso la riconsegna all’Ilva dell’Altoforno2, teatro dell’ultimo infortunio mortale, sarebbe incostituzionale perché violerebbe almeno 6 articoli della Carta dei diritti.
Il verbale della riunione
«Non possiamo dare ai lavoratori una chiara indicazione sul cosa fare». Sindacati e personale Ilva sono nel caos. La denuncia dei dieci dipendenti impegnati nell’altoforno 2 per violazione dei sigilli di sequestro non permette di impartire direttive o consigli agli altri operai impegnati sull’impianto, per i turni successivi. Se dovessero essere trovati dagli organi giudiziari ancora nell’area dove una colata di ghisa incandescente travolse e uccise l’8 giugno scorso il 34enne Alessandro Morricella, potrebbero essere denunciati come i colleghi, per violazione dei sigilli. Ma per ragioni di sicurezza, l’altoforno non può essere abbandonato. «Le parti - scrivono azienda e organizzazioni sindacali nel verbale della riunione terminata poco fa - dichiarano la propria impossibilità a concertare una linea di comunicazione e di comportamento che garantisca, ove mancasse, la presenza minima atta a fornire le condizioni di sicurezza dell’impianto e degli stessi lavoratori». In un comunicato congiunto, poi, Fiom, Uilm e Fim, chiedono alla dirigenza Ilva di “adoperarsi immediatamente per porre in essere ogni eventuale tutela giudiziaria presente e futura nei confronti dei lavoratori».
Messaggio su Twitter di Bentivogli
«#Ilva, carabinieri irrompono in azienda e identificano operai al lavoro in Afo 2 per non aver ottemperato spegnimento come se dipende da loro». È quanto scrive in un messaggio su Twitter Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl riferendo di un blitz dei militari, che hanno ascoltato i lavoratori dell'impianto sottoposto a sequestro nell'ambito delle indagini della procura sull'incidente costato la vita al 35enne Alessandro Morricella, ma ancora in marcia grazie a un decreto del governo. I carabinieri di Taranto, in merito alle voci che si erano diffuse subito dopo il messaggio di Bentivogli, precisano «non c'è alcun provvedimento nuovo della magistratura, che l'impianto è già sotto sequestro e non si sta procedendo allo spegnimento». «La sicurezza dei lavoratori - aggiunge Bentivogli nel suo messaggio - è sempre più a rischio in Ilva di Taranto. Nei diversi contenziosi vogliamo garanzie altrimenti la fermiamo noi la fabbrica». Nei giorni scorsi il gip Martino Rosati ha inviato gli atti del decreto governativo alla Corte Costituzionale sollevando una questione di legittimità. Intanto, l'azienda avrebbe convocato i sindacati per chiarire la questione dell'Afo2.(CdM)

Secondo il magistrato il decreto, l’ottavo salva-Ilva, viola sei articoli della Costituzione ed è sbilanciato in favore del diritto d’impresa, comprimendo il diritto alla vita, al lavoro e l’azione penale obbligatoria della magistratura. (Rep)

Per chi appesta e avvelena l'aria è prevista al massimo... una contravvenzione!

Taranto, le emissioni dell’Eni nel «mirino» della Procura

Getto pericoloso di cose, prescrizioni ambientali non rispettate, dati emissivi comunicati in ritardo.
Dopo l’Ilva, la Procura di Taranto decide di ricorrere allo strumento dell’incidente probatorio anche per fare definitivamente chiarezza sulla natura delle emissioni della raffineria di proprietà dell’Eni, da anni al centro di polemiche per il cattivo odore avvertito in città, come confermato peraltro di recente dal servizio Odortel avviato dall’Arpa.
Se lo strumento è lo stesso, assai diverse sono le contestazioni perché in questo caso si procede per reati contravvenzionali che difficilmente, all’esito della perizia chiesta al giudice per le indagini preliminari Martino Rosati, porteranno a provvedimenti drastici nei confronti dei responsabili, una volta accertati.
Nel registro degli indagati sono finiti tre direttori della raffineria Eni (Gaetano De Santis, Carlo Guarrata e l’attuale Luca Amoruso, eletto proprio ieri vicepresidente di Confindustria Taranto), tre responsabili operativi dello stesso impianto (Mario Betti, Fabio Cincotti e Alessandro Cao) e, inoltre, gli amministratori unici della società Hidrochemical Antonio e Francesco Costantino, in quanto tale azienda, attigua all’impianto Eni, spesso in alcuni casi è stata ritenuta responsabile delle emissioni moleste attribuite alla raffineria e dunque il pool di magistrati ha deciso di coinvolgerla nell’accertamento per sgombrare il campo da ogni dubbio.
Il procuratore capo Franco Sebastio, l’aggiunto Pietro Argentino, e i sostituti Giovanna Cannarile, Lanfranco Marazia e Mariano Buccoliero, in realtà aveva già affidato ad un proprio consulente, il direttore di Arpa Piemonte Angelo Robotto, il compito di accertare le cause e l’origine delle emissioni ad impatto fortemente odorigene ma sono giunti alla conclusione che tale consulenza ha necessità di ulteriori approfondimenti tecnici, da svolgersi nella forma dell’incidente probatorio.
La Procura chiede, in particolare di verificare se nella raffineria e nella Hidrochemical si diffondano illecitamente gas, vapori e sostanze pericolose; se siano rispettate tutte le misure di sicurezza per evitare l’eventuale dispersione di sostanze nocive per la salute; se i valori emissivi siano conformi alla normativa comunitaria, nazionale e regionale; e, in caso di non conformità quali siano le misure tecniche necessarie per eliminare la situazione di pericolo. (GdM)

lunedì 15 giugno 2015

Operai troppo esposti, ancora un esposto.

Ilva, Unione Sindacale in Procura: fermate gli altiforni, troppi rischi

L’Unione sindacale di base (Usb) ha presentato un esposto alla procura della Repubblica chiedendo di attivarsi per fermare gli altiforni 2 e 4 dello stabilimento Ilva di Taranto in quanto non sarebbero garantite le condizioni di sicurezza per i lavoratori «come dimostra l’incidente dell’8 giugno scorso» in cui è rimasto gravemente ustionato il 35enne operaio Alessandro Morricella, morto dopo 4 giorni.
Il lavoratore fu investito da un getto di ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2. L’Usb fa presente che solo l’Afo5, attualmente in manutenzione, è munito di sistema di protezione, denominato `Cover´, che consente «di contenere le eventuali fuoriuscite o fiammate di ghisa, limitando così l’esposizione dei lavoratori alle stesse». Sono a rischio invece gli Altiforni 1 (in manutenzione), 2 e 4 (attualmente in marcia). Al sindacato di base sembra «contraddittorio il contenuto del verbale di prescrizione» emesso dallo Spesal, Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Asl, che «da un lato ordina al responsabile di `evitare pericolose esposizioni del personale alla proiezione di metallo fuso durante la fase di colaggio dell’altoforno´, e dall’altro non dà indicazioni di fermata dell’altoforno e concede 60 giorni ad Ilva per ottemperare alle prescrizioni stesse».
L’Usb ricorda che «il prelievo della temperatura è solo una delle operazioni che i lavoratori svolgono durante la fase di colaggio e il rischio di proiezione di metallo fuso è presente durante tutta la fase del colaggio stesso». Quindi sarebbero ancora concreti i rischi per gli operai. «In attesa delle giuste contromisure a protezione e salvaguardia della salute dei lavoratori - spiega il coordinatore Usb Francesco Rizzo - chiediamo la fermata immediata degli Afo 2-4, coscienti del fatto che ciò provocherebbe grosse ripercussioni sulla marcia di tutto lo stabilimento ma fermamente convinti che un altoforno si può riparare o ricostruire, mentre la vita umana no».

mercoledì 29 ottobre 2014

Una procura continuamente "esposta"!

Endometriosi a Taranto, “L’inquinamento è la causa?” Esposto in Procura

Sono state le emissioni nocive dell’Ilva e della zona industriale di Taranto a causare la diffusione dell’endometriosi in Puglia e l’infertilità nelle donne della provincia ionica? È quanto vogliono sapere i componenti del comitato Taranto Lider, donne tarantine che da anni hanno intrapreso una battaglia a tutela delle migliaia di donne affette dalla grave e semisconosciuta patologia che, nei casi più gravi, può portare all’infertilità femminile. Con un esposto alla procura guidata da Franco Sebastio, infatti, il comitato ha chiesto di verificare se vi sono nessi causali tra inquinamento e malattia, soprattutto dopo le dichiarazioni allarmanti formulate dagli esperti nominati dal gip Patrizia Todisco nelle maxi perizie divenute pietre miliari dell’inchiesta Ilva.
I periti, infatti, hanno spiegato che tra “le manifestazioni acute da diossine” c’è anche “l’endometriosi” anche se hanno poi aggiunto che “i tempi estremamente ridotti con cui il progetto di studio epidemiologico è stato condotto (8 mesi per progettazione, acquisizione dati, controllo di qualità, analisi statistica e redazione del rapporto) non hanno permesso analisi aggiuntive e valutazioni dettagliate” ed è quindi necessario proseguire con la “caratterizzazione della fertilità e della salute riproduttiva. Questi aspetti – scrivono i periti – non sono stati considerati nella presente indagine ma devono essere valutati con attenzione specie in relazione ai possibili effetti tossici degli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, ndr) e delle diossine”.
Ma cos’è l’endometriosi? “L’ endometriosi è una malattia complessa – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Maria Teresa D’Amato – originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, vescica, ureteri e reni. È una malattia subdola che se non diagnosticata tempestivamente provoca infiammazioni croniche, aderenze e persino infertilità. II violento dolore pelvico cronico durante il ciclo, l’ovulazione e durante i rapporti sessuali, la stanchezza cronica e gli effetti collaterali che colpiscono le donne che ne sono affette, purtroppo, impediscono spesso una normale vita sociale, familiare ed anche professionale”.
E così, a distanza di due anni da quelle perizie, le donne di Taranto Lider hanno chiesto alla procura ionica di continuare a indagare sulla vicenda. Una nuova battaglia da vincere, insomma. Come quella sulla legge regionale sull’endometriosi approvata dal consiglio pugliese lo scorso 30 settembre dopo la proposta giunta proprio dalle donne tarantine. “Abbiamo pensato che non basta denunciare – ha raccontato Roberta Villa – perché la denuncia non offre garanzie alle donne e così, sul modello friulano, abbiamo lavorato alla proposta di legge della quale la consigliera Annarita Lemma (Pd) è prima firmataria”. La proposta è così diventata legge, la seconda in Italia dopo il Friuli, con il voto bipartisan. “Ma noi non ci fermiamo – ha annunciato Grazia Maremonti – perché vogliamo che l’istituzione del registro regionale dell’endometriosi diventi realtà. E previsto dalla legge. Purtroppo i casi sono davvero tanti: è un problema che affligge quasi 3 milioni di donne in Italia (dato notevolmente sottostimato e relativo ad uno studio del 2004) e purtroppo la diagnosi completa avviene anche dopo 9 anni dai primi sintomi. La Regione Puglia ha fatto il primo passo, ora bisogna continuare su questa strada per restituire dignità alle donne che soffrono in silenzio. Lo sa che tante tarantine affette da endometriosi hanno scelto di non firmare l’esposto perché il marito lavora all’Ilva?”.

martedì 28 ottobre 2014

La più grande collezione di esposti d'Italia!

Presentato, questa mattina, un esposto in Procura da parte di Angelo Bonelli e dal gruppo dei Verdi-Taranto Respira.


 Ottobre 2014: la farsa di Taranto s’iscrive in questo lasso di tempo. Il suo epilogo è segnato dallo scorrere lento di due inutili anni. L’alfa e l’omega degli impegni disattesi, del tutto cambi perché nulla cambi. Il 26 luglio del 2012: una data spartiacque, si sperava. L’appuntamento con la storia a lungo atteso. L’avvio di una nuova era. I Riva e il sottobosco di un potere locale denudato, putrido e osceno tanto nelle sue fattezze quanto nei suoi propositi, messi con le spalle al muro. Gli impianti della grande industria posti sotto sequestro perché inconciliabili con un’idea moderna di vita. Il lavoro eroico e sobrio di un magistrato lontano dal narcisismo insopportabile di certe procure. Tutto sembrava volgere al meglio. E, invece, niente. La fabbrica dell’acciaio più scadente d’Europa continua a sputare veleni e a farsi beffa del diritto. Gioca a ridicolizzare la sofferenza umana. Semina morte e malattie con la complicità di uno Stato connivente. Senza alcun alibi, ormai. Trasferitosi alla Leopolda e appeso agli slogan di una politica che si nutre di avanspettacolo e siparietti kitsch. Nonostante 3 Governi, 2 commissari straordinari, 7 decreti salva-Ilva e una sentenza della Corte costituzionale, Taranto resta la pietra dello scandalo di un Paese fantozziano. Troppo brutto per essere vero o, forse, troppo vero per essere ascrivibile alle categorie del brutto.
L’esposto presentato questa mattina in Procura da Angelo Bonelli, e dal gruppo dei Verdi - Taranto Respira, è l’estremo tentativo di ricongiungere un barlume di verità con la storia recente di una città sempre più zona franca della decenza. Cinque i punti su cui si regge il dossier elaborato dalle forze ecologiste e consegnato agli organi inquirenti: mancata attuazione delle prescrizioni Aia; analisi aggiornata del progetto sanitario “Sentieri”; considerazioni sulla perdurante assenza di un Piano industriale elaborato dal Governo che seguisse quello ambientale; parere motivato da parte dell’Unione Europea sulle infrazioni ambientali compiute dallo Stato italiano in relazione alla vicenda Ilva; sentenza n° 85 della Corte costituzionale. I cinque angoli di un immaginario pentagono della vergogna e delle impunità diffuse. Il monitoraggio in continuo sulla qualità dell’aria respirata dai tarantini mai partito. Eppure, questa specifica attività, rappresentava uno dei punti qualificanti della nuova Aia. L’aumento del 54% delle patologie tumorali rispetto alla media pugliese nel biennio 2008-2010 che configura una chiara ed inequivocabile reiterazione del reato. La mancata attuazione del Piano industriale che, come previsto dal decreto 61 del 2013, seguisse dopo trenta giorni quello ambientale pena l’attribuzione di reati civili e penali in capo ai commissari straordinari (prima Bondi e dopo Gnudi). E, ancora: il procedimento d’infrazione, predisposto dalla Commissione europea contro l’Italia, corroborato da una condotta omicida seguita dall’azienda – e dalle istituzioni preposte - contro la popolazione inerme assieme alla non corrispondenza tra la sentenza della Consulta e i lavori di bonifica che sarebbero dovuti partire all’interno dello stabilimento siderurgico.
Non manca niente per gridare al colpo di Stato. C’è di tutto e di più in questa sporca vicenda di gattopardi e pregiudicati. Una sospensione silente della civiltà giuridica. Un vulnus democratico la cui violenza omertosa non ha eguali nel resto del Paese. Lo scivolamento di un'intera città nel cono d’ombra dell’indeterminatezza. L’alfa e l’omega di Taranto, per l’appunto: emblema di un’Italia data in subappalto a buffoni e ciarlatani.  (Cosmopolismedia)

venerdì 24 ottobre 2014

Riva, una famiglia in processo

Accise sull'energia evase dall'Ilva, pm Taranto chiede processo per Nicola Riva

Un nuovo processo è stato chiesto dalla Procura di Taranto a carico di Nicola Riva, presidente dell'Ilva da metà 2010 a metà 2012. L'accusa che gli viene mossa è quella di presunta evasione per non aver pagato le accise rinvenienti dalla produzione di energia con la centrale elettrica dello stabilimento siderurgico di Taranto che l'Ilva anni addietro ha acquisito da Edison. Sette milioni di euro è la somma oggetto di contestazione nell'inchiesta aperta dal pm Enrico Bruschi. A monte c'è un accertamento eseguito dall'Agenzia delle Dogane. Il processo era stato chiesto anche per Emilio Riva, ma l'ex presidente dell'Ilva, padre di Nicola, è morto ad aprile scorso estinguendo anche il reato. Emilio Riva, infatti, ha guidato l'Ilva sino a metà 2010. Poi è subentrato il figlio, al quale è seguito Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, a poche settimane dalla deflagrazione dell'inchiesta giudiziaria di Taranto, quella che a fine luglio 2012 ha visto fra gli altri arrestare (ai domiciliari) gli stessi Emilio e Nicola Riva. Quest'ultimo è anche coinvolto nel processo “madre” di Taranto relativo al disastro ambientale del siderurgico. Per Nicola Riva, il fratello Fabio e altre 47 persone, la Procura ha chiesto al gup il rinvio a giudizio (la relativa udienza è in corso). Per Nicola e Fabio Riva l'accusa è associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale.
La centrale elettricha dell'Ilva ha una funzione importante. Recupera il gas prodotto dall'attività di altiforni e acciaierie e lo trasforma in energia che poi serve ad alimentare l'area a freddo dello stabilimento. La centrale, strutturata con i blocchi 2 e 3, fa capo ad una società ad hoc, Taranto Energia, con un centinaio di dipendenti, controllata dalla stessa Ilva. Nei mesi scorsi, a distanza ravvicinata, c'è stato per due volte un guasto ad uno dei componenti della centrale. Questo ha spinto l'azienda a ridurre l'attività di altiforni e acciaierie e a ricorrere ai contratti di solidarietà per il personale resosi inattivo (un centinaio circa gli addetti interessati). Il rallentamento è scattato per evitare danni all'ambiente. Se altiforni e acciaierie avessero continuato a produrre con lo standard normale, il gas delle lavorazioni non trasformato in energia dalla centrale a causa del guasto, sarebbe finito in atmosfera come emissione. E così sia la gestione di Enrico Bondi che quella di Piero Gnudi (i guasti hanno interessato i periodi di entrambi i commissari) decisero di far decelerare l'area a caldo. Più prolungata la seconda fermata, con strascichi per l'altoforno 2 durati sino alle scorse settimane.
L'impatto di quanto avvenuto alla centrale è richiamato anche nella prima relazione sull'andamento di gestione di Gnudi quando, riferendosi alla forzata riduzione di produzione di luglio e agosto, dice che nel periodo giugno-agosto ci sono state vendite per soli 1,3 milioni di tonnellate con un calo del 20 per cento sul trimestre precedente, marzo-maggio, e del 19 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2013. L'effetto combinato della riduzione delle vendite e dei costi sostenuti per la centrale (l'Ilva dice infatti di aver affrontato “un significativo ma indispensabile sforzo manutentivo”), “hanno conseguentemente aggravato le difficoltà finanziarie che abbiamo riscontrato all'inizio del nuovo periodo di gestione” scrive Gnudi, tant'è che il pagamento degli stipendi ai dipendenti è avvenuto “grazie alle cessioni di certificati di CO2” e comunque è stato necessario far slittare di un mese, da luglio ad agosto, l'erogazione di uno dei premi contrattuali al personale. (Sole24h)

martedì 15 luglio 2014

Sciacalli di sciacalli

©Luciano Manna - Peacelink
Bonifiche fantasma, il fascicolo romano coinvolge anche il siderurgico di Taranto

Un fascicolo enorme, nelle mani della Procura della repubblica di Roma. Si parla di «bonifiche fantasma», ovvero di soldi stanziati dal Ministero dell’Ambiente e mai giunti a destinazione. Si parla quindi di una truffa per milioni e milioni di euro. Scoprendo infine che un sostanzioso capitolo della vicenda riguarda l’Ilva, il colosso del siderurgico italiano, già a vario titolo nell’occhio del ciclone da anni.
La notizia che al momento non trova nessuna conferma dalla Procura della Repubblica di Taranto, è riportata oggi dal quotidiano «Il Tempo». «Se le indagini sono nella fase iniziale è normale che i colleghi non ci abbiamo ancora trasmesso gli atti», dichiara una fonte diretta della Procura Jonica che si dice, però, «molto interessata all’argomento». Secondo il quotidiano romano, i magistrati della capitale indagano su una presunta sottrazione di ingenti fondi pubblici (decine di milioni di euro) destinati ad opere ambientali fantasma nel siderurgico tarantino. Nella presunta truffa sarebbero coinvolti anche livelli politici del Ministero. L’inchiesta sarebbe nata dal lavoro investigativo della Procura della Repubblica di Udine che da tempo indaga sulle bonifiche fantasma della zona lagunare di Grado (Gorizia).
«Va sempre peggio per l’Ilva e per i cittadini tarantini. È gravissimo che, secondo quanto emerge dall’indagine della Procura di Roma, il Ministero dell’Ambiente abbia investito soldi pubblici per bonifiche mai realizzate. Una truffa che ci costa 100 milioni di euro, uno schiaffo inaccettabile che Taranto non merita», commenta quindi Ignazio Messina, segretario nazionale di Italia dei Valori. «Ancora una volta la mala politica incassa un colpo e viene coinvolta in un grande scandalo ambientale tra favori e soldi nascosti. Ci indigna profondamente pensare che di fronte a persone che muoiono ed un’area ormai avvelenata, il pensiero senza scrupoli, sia quello di intascare soldi. Chiediamo al Governo un piano di risanamento effettivo, fatto di controlli e regole ed il sequestro, certo ed immediato, del patrimonio dei Riva per restituirlo ai cittadini. Qualcuno a Taranto, malati e morti, li ha sulla coscienza».(CdM)

giovedì 22 maggio 2014

Secondo round

Ilva, tumori e malattie: la procura di Taranto apre una nuova inchiesta





Alla vigilia della sentenza per i lavoratori dell'Ilva morti per l'esposizione all'amianto - sono 15 i casi al centro del processo e il verdetto è atteso per domani - la Procura della Repubblica di Taranto apre una nuova inchiesta sulle malattie che potrebbero essere state provocate dall'inquinamento del siderurgico.
A finire sotto la lente della Procura, che ha acquisito alcune relazioni dello Spesal, il servizio di prevenzione dell'Asl, è adesso il reparto di carpenteria dello stabilimento. Qui, secondo le segnalazioni fatte da lavoratori e dalla Fiom Cgil, si sarebbero verificati casi di malattie alla tiroide e di tumore con alcuni decessi.
L'ultimo dei quali è avvenuto nei giorni scorsi: si tratta di Nicola Darcante, operaio tarantino, che si era ammalato di tumore a novembre scorso. Per il reparto carpenteria dell'Ilva, al centro della nuova indagine, sono due le relazioni del Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro (Spesal) dell'Asl consegnate al procuratore Franco Sebastio. La prima relazione risale a gennaio scorso, la seconda, invece, è di due giorni fa e conterrebbe nuovi elementi che hanno portato all'avvio di indagini della Procura. Si occupa dell'inchiesta sul reparto carpenteria il sostituto procuratore Antonella De Luca della sezione specializzata sugli infortuni sul lavoro. Dovranno essere fatti degli accertamenti medico-scientifici per capire se esista o meno un nesso tra i casi di tumore e di disfunzioni alla tiroide e il lavoro all'interno del reparto carpenteria Ilva.
Una situazione che è anche citata dal commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, nella relazione sull'andamento dell'azienda nel primo trimestre 2014 resa nota martedì scorso. Sul punto specifico Bondi afferma che relativamente alla "mansione di carpentiere e vetroresinatore ed il carcinoma tiroideo presso l'area carpenteria, si è immediatamente provveduto ad effettuare - con gli enti sociali competenti, con il Politecnico di Torino e con ditte terze specializzate - i monitoraggi ambientali presso l'area oggetto". Bondi dice che gli "esiti negativi in tal senso sono stati divulgati, da ultimo, anche dagli organismi di controllo (Arpa e Asl) intervenuti sempre su richiesta delle organizzazioni sindacali". Per il commissario dell'Ilva, quindi, "l'esito delle indagini, allo stato attuale, esclude un'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti". (Rep)

giovedì 19 dicembre 2013

La discarica delle vergogne







DISCARICA ILVA: ESPOSTO ALLA PROCURA DI TARANTO
OGGETTO: discarica Mater Gratiae dal satellite: Fondo Antidiossina ricorre alla Procura di Taranto e alla Commissione Europea


Il Fondo Antidiossina comunica che è stato appena depositato (ore 10.45), presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Taranto, un esposto indirizzato al Procuratore Dott. Franco Sebastio ed è stata inviata un' informativa alla Commissione Europea circa possibili e gravi criticità ambientali nei siti di discarica dell'Ilva.

Infatti, dallo studio attento e particolareggiato, effettuato sulle foto realizzate in tempi diversi, dai satelliti a cui fa riferimento Google e quelli a cui fa riferimento Microsoft, si evincerebbe che, all'interno della stessa discarica, già oggetto della Vs. attenzione, siano presenti nel terreno numerose depressioni e voragini (artificiali o naturali?) che potrebbero essere materia di indagini ed di approfondimenti, al fine di verificare se possano essere state utilizzate per il drenaggio e lo scarico di reflui industriali potenzialmente pericolosi ed in particolare per la gestione dei rifiuti liquidi, di fanghi e di percolati. Ci si chiede, pertanto, se tutto ciò possa aver causato un'immissione diretta di dette sostanze nel suolo e nel sottosuolo con il potenziale interessamento dei sistemi della falda acquifera superficiale e profonda che confluiscono direttamente nei vicini Mar Grande e Mar Piccolo di Taranto.
Si noti che:
1) Negli ingrandimenti delle foto allegate (scaricabili anche attraverso la visione dei seguenti link: http://it.bing.com/maps/ in visione panoramica e dettagliata per la Microsoft ehttps://www.google.com/maps/preview#!data=!1m4!1m3!1d9745!2d17.223514!3d40.5278346!2m1!1e3&fid=7 per Google che riguardano alcune aree della discarica in oggetto, si rileverebbero dei "punti critici" che sottoponiamo alla vostra attenzione per eventuali approfondimenti. Infatti, sembrerebbe che nel "punto "X", evidenziato nelle foto "A" e A/bis", sia stato realizzato uno scarico a cui, sembrerebbe abbiano avuto accesso dei mezzi pesanti gommati (sono visibili, infatti, i segni dei pneumatici che lasciano pensare all'utilizzo di tale punto, quale recapito finale di rifiuti liquidi o fanghi di colore bruno di cui ignoriamo la tipologia)
2) Nel punto "Y" delle foto "B" e "B/bis" si evincerebbe, invece, che più a sud nella discarica in oggetto sia stata creata un'area di convogliamento di fanghi che, ci chiediamo, se sia stata isolata con il suolo ed il sottosuolo. In particolare, facendo un raffronto tra le foto estratte dal satellite di Google, con quelle del satellite della Microsoft (temporalmente precedente), si evince che sia stata realizzata un'area "sospetta" che non ci pare rientrare in quella delle vasche di discarica destinate alla gestione operativa dei rifiuti
3) Nella foto C e C/bis, invece, si può notare un'altra area che potrebbe essere oggetto della Vs.attenzione. Si noti uno stoccaggio di materiale metallico, verosimilmente fusti: ci chiediamo se esso risulta essere stato realizzato per categorie omogenee, nel rispetto delle norme tecniche di deposito. E fatto ancor più interesante potrebbe essere quello di sapere se quei fusti contengano o abbiano contenuto sostanze pericolose.
Tutto quanto esposto potrebbe essere interpretato come violazione delle disposizioni normative di cui all'All.2 del Dlgs 3603 e degli artt.256 e 137 del decreto legislativo 152/2006 e s.m.i.
Si ricordi che le attività di smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in discariche non autorizzate, nonché di recupero di rifiuti e di gestione di sottoprodotti, qualificate dall’Autorità Giudiziaria quali “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, hanno determinato il sequestro per equivalente della società Riva Fire, a causa delle gravi violazioni di cui agli artt. 208, 256 c. 1, 259 del D.Lgs. 152/06 e s.m.i. e art. 10 c. 3, e 14 del D.Lgs. n. 36/03-
E’ degno di nota il fatto che nelle vicinanze della predetta discarica si svolgono attività di coltivazione.
I dati oggetto dell'esposto del Fondo Antidiossina verranno comunicati, in data odierna, da Antonia Battaglia alla Commissione ed al Parlamento europei che svolgono indagini sulla questione nell'ambito dell'infrazione in corso.
L'infrazione lanciata dalla Commissione Europea, il 26 settembre 2013, ha aperto una procedura contro l’Italia per violazione di diritto europeo in materia ambientale sulla questione ILVA: la Commissione é nella fase di valutazione attenta dell'evoluzione della situazione a Taranto. La procedura di infrazione aperta dalla Commissione é nata in seguito alle denunce e all’azione di PeaceLink e del Fondo Antidiossina che hanno portato a Bruxelles la realtà di cio’ che accadeva e continua ad accadere a Taranto.

Taranto, 19 dicembre 2013
Fabio Matacchiera (presidente Fondo Antidiosina Taranto)
Antonia Battaglia

giovedì 31 ottobre 2013

Un testo pesante

Ecco l'avviso di conclusione delle indagini preliminari per l'Inchiesta Ambiente Svenduto sull'Ilva di Taranto e i suoi presunti "amici"


mercoledì 30 ottobre 2013

L'Ilva e la pentola scoperchiata dalla Procura di Taranto

Come un vaso di pandora, il sistema Ilva che ha interessato le indagini della Procura di Taranto è stato scoperchiato: contiene in sè tutti i mali, i mali di un'intera classe politica e dirigenziale. Oggi quel contenitore è stato totalmente scoperchiato e sono da esso fuoriusciti 53 nomi e cognomi. Tra questi anche quelli del Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e del Sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, che per la verità non erano inattesi. Nichi Vendola è indagato per concussione ai danni del direttore generale dell’Agenzia regionale per l'ambiente, Giorgio Assennato. Vendola - è scritto nell'atto della magistratura - avrebbe abusato della sua qualità di Presidente della Regione Puglia mediante minaccia implicita della mancata riconferma nell'incarico ricoperto". Vendola, Archinà, Fabio Riva, Luigi Capogrosso e Francesco Perli avrebbero costretto Asennato con incarico in scadenza nel febbraio 2011 e in attesa di riconferma, ad "ammorbidire" la posizione di Arpa Puglia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'impianto siderurgico e dare la pobbisilità all'impianto industriale di produrre ai massimi livelli senza perciò dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni. In un incontro Vendola avrebbe detto riferendosi all'operato dell'agenzia per l'ambiente " così com'è Arpa Puglia può andare a casa perchè hanno rotto" ribadendo che in nessun caso l'attività produttiva dell'Ilva avrebbe dovuto subire ripercussioni.

Assennato, inoltre, convocato in una riunione  informale indetta nel luglio 2010 alla quale presenziavano  Emilio Riva , Fabio Riva, Luigi Capogrosso, Girolamo Archinà,  invece di essere ricevuto è stato costretto a restare fuori dalla stanza, dove è stato ammonito dal dirigente Antonello Antonicelli, su incarico di Vendola a non utilizzare i dati tecnici come "bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano"

Ma anche lo stesso Giorgio Assennato compare tra i nomi degli indagati, perchèeludendo le indagini, in particolare sentito dall'Autorità giudiziaria quale persona informata dei fatti avrebbe reso dichiarazioni mendaci e reticenti in merito alle indebite pressioni subite dal Presidente della Regione Puglia.

 Al sindaco di Taranto invece è contestata l'omissione di atti d'ufficio, procurando in questo modo "intenzionalmente"  alla famiglia Riva e alla società Ilva spa un ingiusto vantaggio patrimoniale di rilevante gravità consistito nel consentire il mantenimento dei livelli produttivi in atto presso lo stabilimento.

Un avviso è stato notificato anche all'ex presidente IPPC che si doveva occupare di rilasciare l'Aia all'Ilva di Taranto.Ricordate il nome di Dario Ticali, l'enfant prodige della Prestigiacomo?
Avrebbe tenuto contatti diretti non istituzionali con Ilva spa anche per il tramite della Romeo (Caterina Vittoria- addetta ufficio relazioni istituzionali dell'Ilva), ed in particolare tenendo costantemente aggiornato l'avvocato Perli (Ilva) e gli esponenti del Gruppo Riva sull'avanzare dei lavori in Commissione IPPC sebbene come riportato su tutti i verbali del gruppo istruttore della predetta Commissione i commissari fossero tenuti ad osservare il segreto d'ufficio sulle attività oggetto dell'incarico, avrebbe in questo modo procurato "intenzionalmente"  alla famiglia Riva e alla società Ilva spa un ingiusto vantaggio patrimoniale di rilevante gravità consistito nel consentire il mantenimento dei livelli produttivi in atto presso lo stabilimento.

Il Presidente Vendola si dice oggi molto turbato: "soprattutto per una ragione: io ho l’orgoglio di aver guidato un’Amministrazione regionale che ha provato a scoperchiare la pentola, che è andata a mettere il naso laddove nessuno mai aveva messo il naso".

La pentola in effetti è stata scoperchiata, ma non da Vendola, ma da quell'ordinanza di 56 pagine emessa dalla procura di Taranto. 




La lingua del "santo"

Perseguitato politico o economico?
Bla bla bla... 

Ilva: videomessaggio Vendola, prova dolorosa che affronto con serenita'

 "Ancora una volta mi tocca una prova dolorosa che affronto, pero', con serenita'. A chi mi vuole bene e a chi mi combatte, dico che ho la cosciena pulita. Io ho provato a capovolgere una storia di omerta' nei confronti di un potere come quello della grande industria. Ho operato con orgoglio, in solitudine e senza soggezione, scoperchiando una pentola e sfidando un gigante". Così il presidente di Sel, Nichi Vendola, nel videomessaggio diffuso sul suo canale Youtube, commenta il suo coinvolgimento nell'inchiesta sull'Ilva, che lo vede tra gli indagati. "Andremo dal magistrato - continua nel messaggio il governatore pugliese - a rispondere della mia condotta e lo farò con assoluta fiducia nella giustizia. Quando si ha rispetto per la legge nel senso piu' pieno, bisogna sopportare questa amarezza che mi irrobustira' nel convincimento che la politica deve avere comportamenti lineari e la giustizia ha il diritto controllarli. Posso aver commesso errori politici ma non credo di aver mai ferito la trama delle leggi che rispetto in maniera sacrale. Questo e' il senso intero della mia vita", conclude Vendola.(Adnkronos) -

Sostegno a oltranza!

Comunicato stampa congiunto Peacelink - Fondo Antidiossina Taranto

ILVA. Vengano processati i politici che non hanno difeso la salute

Il Tribunale di Taranto ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari e E STAMANI sono stati RESI NOTI I NOMI DEI 53 indagati nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”.
TRA QUESTI FIGURANO PERSONAGGI ECCELLENTI, COME IL GOVERNATORE DELLA REGIONE PUGLIA NICHI VENDOLA, IL SINDACO DI TARANTO IPPAZIO STEFANO E L'EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA GIANNI FLORIDO.
PeaceLink e Fondo Antidiossina esprimono la propria soddisfazione per l’eccellente lavoro svolto dal GIP Patrizia Todisco che con coraggio e professionalità ha garantito lo svolgimento delle indagini, le quali dovrebbero confluire nel processo a carico di coloro che, secondo il GIP, avrebbero messo in atto un "disegno criminoso" per inquinare l'ambiente, causando danni alla salute. Tutto ciò al fine di perseguire la logica del profitto.
Il lavoro del Giudice Todisco e della Procura di Taranto rappresentano il baluardo in difesa dei diritti primari dei cittadini, diritti che non dovrebbero mai essere negoziabili.   La difesa strenua e coraggiosa dell'ambiente e della salute dei tarantini, in contrasto con le logiche di profitto, è stata il caposaldo del lavoro dei magistrati tarantini e del Capo Procuratore Franco Sebastio, ai quali va il nostro più profondo ringraziamento e plauso, affinché si perseveri nella ricerca della verità, durante tutte le fasi del preannunciato processo.   PeaceLink e Fondo Antidiossina, in costante collegamento con le istituzioni europee ed in particolare con la Commissione, nel solco dell’attività svolta dai magistrati a Taranto, continuano a portare avanti il lavoro di denuncia e di informazione presso gli organi europei, affinché  la parallela procedura di infrazione europea continui ad andare di pari passo con l'iter giudiziario a Taranto.
Vengano processati i politici che non hanno difeso la salute.

martedì 29 ottobre 2013

Chiusa l'indagine su Ilva di Taranto: 50 gli indagati


(fonte ansa)

TARANTO - Quattro anni di indagini, un centinaio di faldoni per almeno 50mila pagine di documenti, il tutto sfociato in una cinquantina di indagati - dirigenti, politici e funzionari - tra i quali almeno tre società: l'inchiesta per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto e del Gruppo Riva è alla sua prima tappa fondamentale, dopo l'incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012.

Il pool di magistrati che ha condotto l'inchiesta-madre (il procuratore Franco Sebastio, l'aggiunto Pietro Argentino, i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani) sta per firmare l'avviso di conclusione delle indagini preliminari. Dal momento della notifica i legali degli indagati avranno 20 giorni di tempo per depositare memorie o per chiedere che i loro assistiti vengano interrogati. Poi la Procura deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio da inviare al gup, prologo della fissazione dell'udienza preliminare.

L'avviso di conclusione delle indagini preliminari consisterà in una quarantina di pagine con una fitta rete di capi d'imputazione. Per un gruppo di indagati - si conferma in ambienti giudiziari - sarà confermata l'accusa di aver costituito un'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari e ad altri reati minori. Dall'inchiesta-madre resterà fuori l'indagine riguardante le discariche di rifiuti dell'Ilva e relative autorizzazioni, peraltro ora in fase di revisione sul piano amministrativo.

Prosegue intanto, sull'asse Taranto-Londra, la battaglia giudiziaria da parte dei legali di Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, in libertà vigilata nella capitale inglese dal gennaio scorso dopo che era stata dichiarata la sua latitanza perché non rintracciato sulla base di un mandato di arresto europeo. I difensori del dirigente di Riva Fire hanno chiesto alla Procura copia delle perizie chimica e medico-epidemiologica, disposte dal gip Patrizia Todisco ed elaborate da due gruppi di esperti, depositate nell'incidente probatorio conclusosi il 30 marzo 2012. La Procura avrebbe già dato disposizioni per far pervenire la documentazione, pur manifestando qualche perplessità. La prossima udienza finalizzata alla richiesta di estradizione di Fabio Riva si terrà nel gennaio 2014. Nel frattempo la Procura ionica potrebbe già aver depositato al gup la richiesta di rinvio a giudizio e della fissazione dell'udienza preliminare.

sabato 19 ottobre 2013

Il mucchio selvaggio


Ilva, inchiesta alla fine gli indagati saranno 50

È scattato il conto alla rovescia per la chiusura dell’inchiesta avviata nel giugno del 2010 sul disastro ambientale provocato dall’Ilva. Dopo anni di indagini, arresti e sequestri, il pool di magistrati coordinati dal procuratore capo Franco Sebastio sta mettendo ordine nei 90 faldoni di atti giudiziari messi in fila sinora allo scopo di notificare agli indagati - che dovrebbero essere una cinquantina tra politici, funzionari pubblici, dirigenti e proprietari dello stabilimento siderurgico - il canonico avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio.
Negli ultimi giorni i finanzieri del Gruppo di Taranto e del Nucleo di polizia tributaria hanno dato seguito alle ultime deleghe, allo scopo di delineare al meglio le condotte di quanti hanno consentito che per anni gli impianti dell’area a caldo della più grande acciaieria d’Europa fossero causa di malattie e morte per operai e cittadini, come accertato dai consulenti del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
Due le direzioni seguite dagli inquirenti: Bari e Roma. Sul primo fronte, va registrato l’interrogatorio dell’assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, chiamato dai finanzieri nella veste di persona informata sui fatti per spiegare alcune vicende, risalenti all’estate del 2010, emerse nel riascolto delle intercettazioni telefoniche compiute tre anni fa a carico di Fabio Riva, il vicepresidente di Riva Group sfuggito all’arresto il 26 novembre del 2012 e tutt’ora latitante a Londra, e Girolamo Archinà, il potente consulente dell’Ilva ancora sottoposto agli arresti domiciliari. Stando a quanto si è appreso, a Nicastro sarebbe stato chiesto conto dei rapporti tra il governatore Nichi Vendola e il direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato, rapporti sui quali già in passato si era soffermata la Guardia di Finanza, ipotizzando addirittura la tentata concussione.
L’altro fronte caldo è quello romano e riguarda il ministero dell’Ambiente per il ruolo che politici e funzionari pubblici avrebbero avuto nel rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale firmata a favore dell’Ilva il 4 agosto 2011 dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e dall’allora direttore generale Corrado Clini. Alcuni consulenti dell’Ilva, intercettati dai finanzieri, sostennero che quell’Aia era stata di fatto scritta da loro, una affermazione sulla quale gli inquirenti hanno lavorato per accertare eventuali complicità a livello ministeriale.
(GdM)

giovedì 3 ottobre 2013

Già, perché?

Ilva:Bonelli, documenti a Corte Conti

Il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli ha annunciato che presenterà alla sezione pugliese della Corte dei Conti e alla Procura di Taranto i documenti sulle pratiche con cui il Comune di Taranto ha manifestato l'intenzione di promuovere azione civile nei confronti dell'Ilva, condannata per inquinamento il 24 ottobre 2005. Bonelli chiede di verificare la regolarità degli atti e di sapere perchè il Comune ha ritardato l'atto di citazione e l'istanza di risarcimento danni all'Ilva. (ANSA)