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giovedì 6 agosto 2015

Con l'Altoforno 1 riparte la polvere, i rischi e il solito circo di rassicurazioni e ricatti

Abbiamo messo in grassetto alcune chicche che ci riportano indietro di almeno dieci anni ai "bei vecchi tempi" della buonanima di Padrone Emilio. Roba "tipo abbiamo tutte le autorizzazioni" "abbiamo completato la totalità degli adeguamenti" oppure, più esilarante di tutte: "quello della sicurezza sul lavoro e' un tema culturale per azienda e lavoratori, sul quale Ilva, da sempre, manifesta grande attenzione". Talmente tanta attenzione che ci sono più morti e feriti che in guerra! Bentornata ferriera. Tutti a testa bassa, zitti e sotto, torniamo a vivere al ritmo della sirena!

Ilva: disco rosso dei custodi giudiziari ma Afo 1 oggi riparte

Oggi e' il giorno della ripartenza dell'altoforno 1 all'Ilva di Taranto. Il riavvio dell'impianto, dopo due anni e mezzo di fermata per i lavori dell'Autorizzazione integrata ambientale, e' previsto nel pomeriggio con la prima colata di ghisa nella nottata.
  L'altola' dei custodi giudiziari del sequestro dell'area a caldo, per i quali la ripartenza dell'altoforno 1 non e' autorizzata, non dovrebbe bloccare le manovre di riaccensione.
  L'Ilva, infatti, conferma il riavvio. E si afferma inoltre che la comunicazione fatta dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e' solo informativa nei confronti dell'autorita' giudiziaria - procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, e gip Patrizia Todisco - e non prescrittiva. I custodi sono stati nominati dallo stesso gip Todisco a luglio 2012 quando tutta l'area a caldo fu sequestrata a causa dell'inquinamento.
  I custodi, nella comunicazione fatta all'autorita' giudiziaria per l'altoforno 1, pongono un problema relativo alla copertura della struttura che ospita l'impianto. La questione deriva dal sopralluogo nell'Ilva fatto dai tecnici di Ispra e Arpa Puglia a fine luglio per accertare la realizzazione delle prescrizioni dell'Aia. In sostanza, dicono i custodi, alcune coperture, fatte con "pannellature in materiale flessibile, se non correttamente riposizionate a seguito della loro apertura, voluta o accidentale, non garantiscono la completa chiusura dell'edificio". Aspetto, questo, che i custodi giudiziari reputano di "particolare criticita' per quelle aperture prospicienti, all'interno dell'edificio, a nastri trasportatori di materiale pulverulento non chiusi". In altri termini, i custodi - sulla base dei rilievi di Ispra e Arpa Puglia - ritengono che le coperture, cosi' come sono state installate, non assicurano il blocco delle emissioni polverose. Quindi, affermano i custodi, "le attivita' di avviamento dell'altoforno 1 non risultano attualmente autorizzate dall'autorita' competente". Sul punto specifico, l'Ilva - rendono noto i custodi traendolo dal verbale ispettivo dell'Aia - ha assicurato che terra' subito sotto controllo le coperture e "verifichera' la possibilita' di rendere le stesse piu' stabili dandone comunicazione ad Ispra ed Arpa Puglia". Mentre per quanto riguarda il fatto che le attivita' di riavvio dell'altoforno 1 non siano autorizzate, fonti Ilva dicono che le autorizzazioni sono state chieste 60 giorni fa ed ottenute in seguito e che gli stessi tecnici di Ispra e Arpa Puglia, nel corso del loro ultimo sopralluogo, preliminare anche alla riaccensione dell'impianto, hanno acquisito i verbali di collaudo.
  E' da aggiungere che martedi' sera, nel corso di un vertice in Prefettura, presenti le istituzioni locali, l'Arpa, lo Spesal dell'Asl, il comando provinciale dei Vigili del fuoco ed altre autorita' di controllo, l'Ilva ha ufficialmente comunicato che la ripartenza dell'altoforno 1 avverra' nel pomeriggio del 6 agosto, nonche' spiegato tutte le fasi tecniche successive. Nella riaccensione, ha comunicato l'azienda, potranno verificarsi anche fenomeni emissivi dal tetto dell'impianto, ma si tratta, per l'Ilva, di aspetti transitori e inevitabili e connessi proprio con la ripartenza.
  "Con il riavvio dell'altoforno 1 e il conseguente riavvio dell'acciaieria 1, la capacita' produttiva dello stabilimento Ilva di Taranto raggiungera' il 60% circa del proprio valore massimo" ribadisce il direttore generale dell'Ilva, Massimo Rosini. In particolare, si arrivera' a "circa 17 mila tonnellate al giorno e 6 milioni di tonnellate su base annua con un impatto positivo occupazionale di circa 3-400 persone".
  Questo e', infatti, il numero degli addetti che torna in produzione con la rimessa in marcia dell'impianto. "L'altoforno 1 - aggiunge Rosini - e' fermo da dicembre 2012 e riparte con la totalita' degli adeguamenti ambientali completati".
  Affrontando poi il tema della sicurezza dell'impianto, il dg Ilva sostiene che "quello della sicurezza sul lavoro e' un tema culturale per azienda e lavoratori, sul quale Ilva, da sempre, manifesta grande attenzione e sul quale si sta seguendo con impegno la strada del miglioramento delle performance". Rosini quindi chiarisce che "il riavvio dell'altoforno 1 sara' effettuato utilizzando una procedura consolidata a livello internazionale, con l'obiettivo di minimizzare gli impatti ambientali e di sicurezza che contraddistinguono l'avvio di un altoforno". "Sul tema della sicurezza - conclude il dg dell'Ilva - l'azienda si e' avvalsa della collaborazione diretta di consulenti tecnici indipendenti, a cominciare dalla societa' multinazionale Paul Wurth, e con la consulenza anche da parte di diversi docenti universitari". (AGI) .

Comunicato stampa Ilva :

Attivate le procedure per il ri-avviamento dell'Altoforno 1

L’impianto riparte con la totalità degli adeguamenti ambientali completati

domenica 13 luglio 2014

Non sono passeggiate

Ispezioni nell’area a caldo divieto di accesso per Gnudi

Mentre il commissario dell’Ilva Piero Gnudi cerca di dare seguito al decreto varato giovedì dal governo Renzi, stabilendo modalità e ammontare del prestito ponte necessario a garantire la continuità aziendale almeno sino alla fine dell’anno, la magistratura torna ad accendere i fari su quanto avviene all’interno dello stabilimento siderurgico.Lo si evince dal provvedimento, notificato ieri mattina alla struttura commissariale, con il quale il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco ha respinto la richiesta, formulata dall’avvocato Gaetano Melucci per conto di Gnudi, di partecipare agli accessi che i custodi giudiziari effettuano assieme ai carabinieri del Noe all’interno dell’acciaieria.
Si tratta di un provvedimento che, come la Gazzetta è in grado di rivelare, contiene diverse notizie importanti per il futuro del siderurgico. La prima riguarda proprio il firmatario, il giudice Todisco tornato ad occuparsi del sequestro, che dispose il 26 luglio del 2012, dopo che il fascicolo, come vuole la procedura, assieme a tutti gli atti del procedimento «Ambiente svenduto», era passato nelle mani del giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli, chiamata a valutare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura nei confronti dei 52 imputati. Il giudice Gilli, con un proprio provvedimento, il 23 giugno scorso, ha rimesso alla collega Todisco tutti gli atti, comprese le relazioni e le istanze dei custodi giudiziari, relativi al sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, rifacendosi a due recenti sentenze della Cassazione che hanno stabilito che «all’amministrazione, spesso complessa, dei beni sovraintende il giudice che ha disposto il sequestro e che pertanto è già a conoscenza dell’origine, della consistenza e delle problematiche del patrimonio in sequestro e quindi può impartire sollecitamente le opportune direttive».
La seconda notizia è che il giudice Todisco ha nuovamente dato impulso al suo provvedimento con il quale l’1 giugno del 2013 dispose ai custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli) e ai carabinieri del Noe di Lecce di verificare e documentare lo stato delle aree e degli impianti sottoposti a sequestro, la situazione riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio.
I custodi, accompagnati dai carabinieri del Noe, sono tornati in fabbrica lo scorso 3 luglio, effettuando controlli i cui esiti saranno contenuti in una dettagliata relazione che nelle prossime ore sarà consegnata al gip Todisco. I legali della struttura commissariale, annusata l’aria, hanno chiesto di essere autorizzati a prendere parte alle ispezioni, ma il gip Todisco ha respinto la loro richiesta, rilevando che i custodi non sono tenuti a garantire nel corso degli accessi la partecipazione dei soggetti coinvolti nel sequestro e che dovranno riferire e relazionare esclusivamente al giudice competente. «Se l’Ilva non rispetterà le prescrizioni previste dall’Autorizzazione integrata ambientale - scrisse il gip Todisco l’1 giugno del 2013, confermando la nomina dei custodi - gli impianti dell’area a caldo finiranno nuovamente sotto sequestro senza facoltà d’uso». A custodi giudiziari e carabinieri del Noe il compito di fare le necessarie verifiche.

martedì 14 gennaio 2014

Sfrontatamente con le mani nel sacco

Ilva, blitz in piena notte di «custodi» e Cc

Impianti - quelli funzionanti - tirati al massimo. Anomale accensioni delle torce della acciaieria non per questioni di sicurezza o di emergenza ma unicamente per la combustione di gas di scarto, con un automatismo ancora legato al ciclo produttivo. Emissioni diffuse, in diverse aree, in assenza di impianti per l’abbattimento delle polveri e dei fumi derivanti dal taglio dei materiali ferrosi o dalla gestione dei materiali incandescenti come nella discarica Paiole. È solo una parte di quanto confluirà nella relazione che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e i carabinieri del Nucleo operativo ed ecologico di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, invieranno nelle prossime ore al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco a seguito dell’ispezione notturna compiuta tra sabato e domenica nello stabilimento siderurgico Ilva.
Mentre a Roma si discute di norme e aumenti di capitale, a Taranto gli uffici giudiziari continuano ad essere sommersi da segnalazioni riguardanti l’inquinamento ancora in atto da parte dell’Ilva malgrado il sequestro del luglio 2012, gli arresti, le indagini, eccetera eccetera. Ma d’al - tronde l’acciaieria non ha mai smesso un solo giorno di produrre e dal luglio 2012 ad oggi rispetto agli 8 miliardi di euro stimati dagli stessi custodi giudiziari quale costo da sostenere per la messa a norma dell’area a caldo, sono stati spesi poco più di 100 milioni e dunque quegli impianti rischiano concretamente di essere tutt’ora fonti - sia pure legalizzati, stante la facoltà d’uso imposta dal Governo - di malattie e morte per gli operai e i cittadini di Taranto.
Il controllo effettuato l’altra notte rientra nella delega che la dottoressa Todisco ha conferito ai custodi giudiziari e ai carabinieri del Noe, sciogliendo la riserva sulla richiesta di revoca dei custodi presentatale dalla Procura dopo la legge Clini del dicembre 2012 che di fatto rimise l’I l va nella disponibilità dell’area a caldo, pur permanendo il sequestro. La Todisco decise di confermare la nomina dei custodi, in quanto «permanendo il vincolo cautelare sugli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto, imposto con decreto del 25 luglio 2012 e confermato dal tribunale del riesame», lo stesso deve essere inteso «quale sequestro preventivo con facoltà d’uso degli stessi impianti riconosciuto alla società Ilva.
Facoltà d’uso che, come la Corte Costituzionale ha espressamente affermato, potrà non essere (ulteriormente) consentita dall'autorità giudiziaria nel caso in cui nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell'Aia riesaminata». Il gip ordinò agli stessi custodi «mediante accessi e sopralluoghi assidui, anche notturni, presso i siti in sequestro, avvalendosi dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce» di «verificare e documentare lo stato dei luoghi e degli impianti sottoposti a vincolo cautelare, nonché la situazione in atto riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio, riferendone puntualmente alla competente autorità giudiziaria con relazioni scritte almeno settimanali.
Solo il rispetto rigoroso del crono-programma degli interventi stabilito nell’Aia riesaminata assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’at - tività produttiva da parte dell’Ilva, da ritenersi altrimenti illecita e tale da innescare le conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti - concluse la Todisco - per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell'ambiente». Comportamenti che, a quanto pare, sarebbero tutt’ora in corso. (GdM)

sabato 23 febbraio 2013

La faccia tosta del criminale

Mentre il mostro sforna fumi e veleni, di giorno e soprattutto notte, ignorando qualsiasi precauzione, i padroni rifiutano di collaborare anche con la magistratura. Sanno di poter contare su tanti amici che sono dalla loro parte.
Ne sanno forse qualcosa Clini, Prestigiacomo e Bersani?
Ecco l'Ilva ieri...



Ilva custodi: guerra sull'acciaio. Azienda minaccia risarcimento

Ammonta a circa un milione di tonnellate la richiesta di acciaio che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli dovranno esaminare nei prossimi giorni. Al termine della riunione di ieri tra i tecnici nominati dal gip Patrizia Todisco e l’avvocato Francesco Brescia in rappresentaza dell’Ilva, i custodi giudiziari hanno infatti acquisito circa un migliaio di ordini di vendita ancora non soddisfatti dall’azienda del Gruppo Riva.
Dopo il via libera del gip alla vendita dei pordotti finiti e semilavorati sequestrati il 26 novembre su richiesta della procura ionica, toccherà ora ai custodi giudiziari provvedere alle operazioni di vendita destinando poi il ricavato, il cui valore dovrà essere stimato nei prossimi giorni, in un fondo che rimarrà comunque sotto sequestro. Resta intanto da individuare anche la strategia di vendita per le altre 700mila tonnellate di acciaio, ma soprattutto da analizzare le perdite lamentate in questi mesi dall’azienda. Delle rinunce dei clienti per via delle vicende giudiziarie, al momento, non c’è traccia.
L’azienda Ilva manifesta la sua volontà di non collaborare con la magistratura. E così i custodi ieri hanno chiesto nuovamente all’azienda di fornire l’elenco delle richieste annullate dai clienti. Un dato che l’Ilva in quel momento non è stata in grado di fornire e che potrebbe arrivare sulla scrivania degli amministratori giudiziari nei prossimi giorni. Dati di non poco conto per comprendere se e quanto l’Ilva abbia perso in termini economici. Nelle scorse settimane, infatti, la stessa azienda aveva lamentato l’annullamento di un contratto con una grossa azienda americana del valore di circa 25 milioni di dollari. Non solo. Oggi minaccia di chiedere il risarcimento dei danni subiti.La situazione, quindi, resta tesa.
A dimostrarlo c’è l’ennesimo scambio di lettere al vetriolo tra Bruno Ferrante, presidente del cda Ilva, e i custodi giudiziari. Lettere che danno seguito alla guerra epistolare iniziata quando l’ex prefetto di Milano ricopriva l’incarico di quarto amministratore giudiziario. In una missiva inviata il 21 febbraio scorso, infatti, Ferrante non solo ha rinunciato all’incontro richiesto dai custodi per affrontare con una strategia comune la commercializzazione dei prodotti, ma ha chiarito che l’Ilva «non presta il consenso alla commercializzazione dei prodotti, in quanto lesiva del diritto all’esercizio di impresa» e chiarendo inoltre che il provvedimento del gip «sarà contrastato con ogni iniziativa».
Soprattutto Ferrante è tornato sui danni causati dell’azione giudiziaria. «Parte degli ordini - scrive Ferrante - a suo tempo pervenuti è stata evasa, a seguito di riprogrammnazione degli stessi attraverso quanto prodotto successivamente al 4 dicembre 2012. Altri ordini - aggiunge il presidente dell’Ilva - sono stati annullati dai clienti e, in relazione a tali recessi, ci riserviamo di chiedere i danni nei confronti di chi ha posto in essere le condizioni che li hanno determinati». Una vera e propria sfida alla magistratura e ai custodi, insomma. Un monito che chiude anche l’ultimo spiraglio di dialogo fra l’azienda e l’autorità giudiziaria tarantina. (F. Casula GdM)

martedì 18 settembre 2012

Rilancio ed altro giro di questua

Ilva, l'affondo dei custodi
«Fermate gli impianti»

Il piano dell'azienda: «Ok investiremo mezzo miliardo»
Il presidente Ferrante esporrà oggi i contenuti del piano

Stop agli altiforni 1 e 5, rifacimento delle batterie 3,4,5,6,9,10 e 11 e rifacimento di Afo 3, fermo da tempo. Spegnimento dell’acciaieria 1 e rifacimento della 2 e dell’area gestione rottami ferrosi. Sono le prescrizioni notificate ieri sera all’Ilva da parte dei custodi giudiziari, a poche ore dal giorno in cui la stessa azienda annuncia investimenti per mezzo miliardo di euro. Nel provvedimento non sono indicati i tempi in base ai quali l’azienda deve muoversi anche perché fermare impianti di questo genere richiede tempo e progetti. Tra l’altro la procura ha sottolineato più volte che le misure non devono essere tali da compromettere l’integrità degli strumenti di produzione. Il contenuto dell’ultima notifica degli ingegneri-custodi coincide grosso modo con quanto Ilva ha incluso nel proprio programma di interventi, che il presidente Bruno Ferrante esporrà oggi alla stampa. Rappresenta lo sbocco naturale del continuo confronto tra i custodi, i commissari Aia e i tecnici dell’azienda, in nome di quella convergenza sulla quale il ministro Corrado Clini ha richiamato spesso l’attenzione. Ed è il frutto, probabilmente, della collaborazione auspicata dallo stesso ministro da parte di Riva. Ilva aveva già deciso di fermare, entro le prime due settimane di dicembre, l’altoforno 1, da 4500 tonnellate al giorno. Per il suo rifacimento adatterà il trattamento utilizzato per Afo 4, ripartito qualche mese fa, perché i due impianti sono simili. Nello stesso tempo ristrutturerà le batterie 5 e 6, cambierà i filtri dell’agglomerato collegato e un intervento è previsto anche sull’acciaieria 1. In base alla programmazione Afo 1 potrebbe riprendere la marcia già a settembre 2013. In seguito, dopo aver elaborato il progetto, Ilva bloccherà Afo5, che produce 9000 tonnellate al giorno, più complesso e per il quale occorre uno studio ingegneristico dedicato. Insieme verranno risistemate le batterie 3,4,9, 10 e 11. Ilva dovrà anche provvedere al risanamento di Afo 3, fermo da tempo. Nello stesso tempo avvierà la copertura dei parchi minerali, con un sistema ancora allo studio, e coprirà l’area dei rottami ferrosi. Il pacchetto completo, al di là delle prescrizioni, passerà in ogni caso al vaglio dei custodi giudiziari e non è detto che supererà l’esame.
I parametri che i tre ingegneri, Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, vogliono applicare per eliminare ogni fonte di inquinamento sono molto stretti. Ilva, intanto, mette sul piatto quasi mezzo miliardo di euro, oltre ai 146 già stanziati per gli investimenti sull’ambiente, per avviare il risanamento degli impianti dell’area a caldo messi sotto sequestro dalla magistratura tarantina. Emilio Riva, gli azionisti e Ferrante hanno deciso quindi di aumentare gli investimenti per riformare impianti vecchi di decenni e adeguarli alle misure che saranno incluse nella nuova autorizzazione integrata ambientale che dovrà rispecchiare le prescrizioni del gip e le migliori tecnologie disponibili definite dall’Unione europea nel marzo di quest’anno. Le risorse, private e pubbliche, che stanno per riversarsi sullo stabilimento siderurgico di Taranto cominciano a raggiungere quote interessanti. Al mezzo miliardo e ai 146 milioni del piano per l’ambiente, bisogna aggiungere i 336 milioni dell’accordo di programma, i fondi europei per progetti comunitari e della Bei, i 90 milioni messi a disposizione dal governo mentre altri 60 saranno disponibili all’inizio del prossimo anno. Le continue disposizioni dei custodi, il vuoto in attesa della nuova e vincolante autorizzazione integrata creano una condizione di insicurezza che comincia a mordere i lavoratori. Serpeggia un clima di tensione che, per adesso, non si manifesta con proteste ma solo con nervosismo nei reparti. Si stempererà solo quando la normativa darà quelle certezze che anche l’azienda chiede da tempo. I legali dell’Ilva, intanto, hanno rinunciato ai ricorsi presentati al tribunale del Riesame per far annullare i provvedimenti emessi il 10 e l’11 agosto dal gip Patrizia Todisco con i quali si ridefinivano i ruoli dei custodi e amministratori giudiziari degli impianti dell’area a caldo sequestrati e si revocava la nomina a custode-amministratore del presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Il 28 agosto scorso il tribunale aveva già accolto le richieste avanzate dall’azienda dichiarando l’inefficacia dei due provvedimenti del gip reintegrando Ferrante nel collegio dei custodi-amministratori.
Cesare Bechis CdM

martedì 4 settembre 2012

Inizia il lavoro vero tra chiacchiere e strascichi

Ilva: si lavora a scadenzario riduzioni

Gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, custodi giudiziari degli impianti dell'Ilva di Taranto sottoposti a sequestro nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale, stanno approntando il crono-programma per dare esecuzione alle indicazioni ricevute dal procuratore Franco Sebastio per eliminare le emissioni inquinanti del siderurgico. I custodi dovranno valutare, impianto per impianto, le soluzioni migliori per non compromettere definitivamente la funzionalità degli impianti e a "consentire, in ipotesi, la ripresa dell'operatività dei predetti, in condizioni di piena compatibilità ambientale".(Ansa)

Ilva, i sospetti degli ispettori: ora scattino i controlli nelle aree non sequestrate

«Accesso alle aree non sequestrate», totale «rispetto delle prescrizioni Aia», «individuazione dei responsabili». I custodi giudiziari dell’Ilva vogliono vederci chiaro. Per Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento i dubbi aumentano. Tante le richieste giunte sulla scrivania del procuratore Franco Sebastio durante il vertice a cui ha preso parte anche Bruno Ferrante, presidente dello stabilimento siderurgico. Lo staff guidato dall’ingegnere Valenzano ha chiarito che per realizzare quanto disposto dal gip Patrizia Todisco e dal tribunale del Riesame non sarà sufficiente analizzare i reparti dell’area a caldo, ma occorrerà valutare anche le criticità delle altre aree. Hanno così rappresentato al procuratore la necessità «di poter accedere anche ad aree dello stabilimento non interessate da provvedimento di sequestro le cui attività risultano comunque correlate alla gestione operativa degli impianti sequestrati. Infatti, strutture organizzative aziendali – scrivono ancora nella relazione gli ispettori – quali il servizio Ecologia, il servizio di Prevenzione e protezione, il servizio Qualità, pur intervenendo direttamente sulla gestione operativa degli impianti sequestrati sono di fatto strutture trasversali a tutti i rami dello stabilimento, sia per quel che attiene l’attuazione delle necessarie misure preventive ai fini del monitoraggio delle emissioni ambientali, sia del controllo dei parametri di affidabilità delle componenti di impianto nel corso delle attività di messa in sicurezza».
Non solo. Gli ingegneri hanno spiegato che «le attività saranno condotte operativamente dai responsabili di ciascun reparto produttivo o loro delegato sulla base di un cronoprogramma dettagliato su proposta del custode gestore». Una serie di attività che tuttavia rende necessaria la definizione di «ruoli, responsabilità e mansioni inerenti le posizioni chiave per la sicurezza e relative modalità di coordinamento e comunicazione». Ma oltre a questi soggetti, la Procura dovrà individuare «la figura responsabile dell’attuazione delle prescrizioni e procedure impiantistiche» e quella del «responsabile dell’ottemperanza alle prescrizioni Aia in relazione all’attuazione delle migliori tecnologie disponibili ed all’effettuazione dei controlli ambientali (monitoraggio in continuo di emissioni in atmosfera e controlli puntuali delle diverse matrici ambientali) di cui al piano di monitoraggio e controllo che non risultano attribuite a nessuna figura dell’organizzazione aziendale».
Nella relazione i custodi hanno ribadito ancora una volta che l’annoso problema dei parchi minerali non può essere risolto attraverso l’installazione del barrieramento. Per i tecnici infatti i lavori per «il barrieramento che l’azienda intende completare entro la fine dell’anno» non solo sono «subordinati» ad alcuni lavori che il Comune di Taranto non ha ancora appaltato, ma sono solo un proseguimento di una prescrizione che prevede la copertura dei parchi. Un’operazione dai costi elevati che, insieme alle altre attività per l’ambientalizzazione comporterà un bisogno di manodopera. «Si precisa inoltre – si legge infatti nel documento dei tecnici – che sarà necessario definire un piano di gestione del personale, se non altro in relazione ai numerosi interventi necessari per l’ambientalizzazione degli impianti critici» che comporterà «ove la società riterrà di procedere, un indotto, in termini di personale specializzato da coinvolgere, di diverse migliaia di operatori». Lo spettro del ricatto occupazionale, quindi, sembra sgretolarsi: ambientalizzare l’Ilva significherebbe creare posti di lavoro, secondo quanto scrivono i custodi. La scelta tra ambientalizzazione (con nuovi posti di lavoro) o chiusura delle attività, alla fine, spetterà alla famiglia Riva.(Lavocedimanduria)

Ilva, nuova ordinanza della procura
«Immediato stop all'inquinamento»

Il pm sollecita i curatori del tribunale a iniziare
la messa in sicurezza degli impianti inquinanti

La procura della Repubblica di Taranto ha avviato la fase attuativa del sequestro degli impianti dell’Ilva con l’emissione di una nuova ordinanza, notificata questa mattina, che rende chiaro il concetto della facoltà d’uso ma non ai fini della produzione. Prendendo alla lettera l’eccezione rilevata dal Tribunale del riesame che nell’accogliere il ricorso presentato dall’azienda precisava che «l’esecuzione del sequestro preventivo deve avvenire a cura del pubblico ministero procedente» (e non dal gip Patrizia Todisco contro i cui decreti si era opposta l’Ilva), il collegio dei quattro pm titolari ha quindi deciso di «invitare i custodi-amministratori a procedere immediatamente alla adozione delle misure necessarie alla pronta eliminazione delle emissioni nocive ancora in atto». Gli inquirenti giustificano la misura riportando i passaggi più significativi delle motivazioni del Riesame. LE MOTIVAZIONI - «I tecnici - si legge - possono compiutamente valutare e, nel caso, adottare, tra tutte le possibilità operative, quelle concretamente idonee a salvaguardare l’integrità e la sicurezza degli impianti e a consentire, in ipotesi, la ripresa dell’operatività dei predetti, in condizioni di piena compatibilità ambientale, una volta eliminate del tutto quelle emissioni illecite, nocive e dannose per la salute dei lavoratori e della popolazione e, in ogni caso, per l’ambiente circostante e quindi, come già rilevato, con espressa esclusione di ogni qualsiasi facoltà d’uso a fine di produzione». Ora i curatori dovranno «procedere ad elencare analiticamente – si legge nell’ordinanza di oggi – tutti gli interventi necessari (per l’ambientalizzazione, ndr) con specificazione dei relativi costi e tempi di esecuzione». (CdM)

Ilva Taranto: procuratore, si passa ad attuazione misure

"Si passa immediatamente all'attuazione di tutte le misure": cosi' il procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, ha sintetizzato le conclusioni del vertice di oggi pomeriggio a Palazzo di giustizia tra i vertici della stessa Procura e i custodi giudiziali cui sono state affidate le aree dell'Ilva di Taranto poste sotto sequestro per inquinamento. Il vertice, cominciato poco dopo le 17 mentre il Tribunale era presidiato in forze da Polizia, Carabinieri e Vigili urbani, e' finito intorno alle 20 ed ha visto la partecipazione del presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, in qualita' di custode giudiziale accanto ai custodi gia' nominati il 25 luglio: Barbara Valenzano, Claudio Lofrumento ed Emanuela Laterza. Sebastio ha parlato di "riunione esaustiva e conclusiva", ha precisato che i custodi hanno consegnato stasera le ultime due relazioni e ha puntualizzato che "nel giro di qualche giorno" scattera' la fase operativa. "In verita' - ha detto il procuratore - la fase esecutiva del sequestro e' gia' cominciata da diverse settimane e noi sinora abbiamo studiato e analizzato la situazione perche', torno a sottolinearlo, quelli dell'Ilva sono impianti che non solo hanno una loro complessita' ma anche una loro pericolosita'. Non e' quindi come chiudere un'officina o un panificio abusivo. Si tratta quindi di procedere con molta attenzione". Il procuratore ha poi sottolineato che non c'e' un cronoprogramma nel senso che e' stato deciso un impianto specifico da cui partire: "Lo decideranno i custodi. Lasciamo decidere loro, che poi si rapporteranno con l'autorita' giudiziaria". Sebastio pero' e' stato molto netto nel ribadire che il sequestro non prevede facolta' d'uso, chiudendo quindi sull'aspetto produttivo, mentre in precedenza Ferrante aveva detto che si' "il sequestro non prevede facolta' d'uso ma gli impianti non sono in funzione per produrre ma per essere risanati e che la produzione di acciaio e' una conseguenza naturale". Circa la presenza di Ferrante, il procuratore ha poi detto che "ha assicurato la massima disponibilita' nell'attuare le indicazioni che verranno date". A proposito dei parchi minerali, poi, Sebastio ha osservato che e' in atto un blocco per non far arrivare piu' materie prime mentre per quelle gia' stoccate e depositate "i custodi studieranno una soluzione per bloccare lo spolverio che oggi si verifica". Il magistrato ha quindi sottolineato che i custodi, pur non avendogli ancora fornito cifre sui costi del risanamento degli impianti, gli hanno pero' specificato proprio in una relazione consegnata stasera che se "l'Ilva decidesse di ambientalizzare la fabbrica, non solo dovrebbe tenere al lavoro tutto il personale che ha, ma assumere anche altro personale, con una ricaduta di indotto che i custodi hanno valutatato nell'ordine di alcune migliaia di persone". (AGI).

... e i sindacati?

Ilva, a rischio le materie prime
i sindacati chiedono chiarimenti

Le preoccupazioni dei lavoratori per il blocco dei rifornimenti di minerale: una delle misure che saranno adottate contro le polveri nocive

I sindacati di categoria Fim, Fiom e Uilm di Taranto chiederanno un incontro ai custodi giudiziari degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva sottoposti a sequestro alla luce di quanto emerso nell'incontro di due giorni fa in procura, nel corso del quale i magistrati inquirenti hanno chiesto ai custodi di mettere rapidamente in atto le procedure per ridurre le emissioni nocive. Le organizzazioni sindacali temono che, riducendo ulteriormente la produzione (già scesa al 70 per cento), l'azienda possa dichiarare esuberi.

Un punto che desta particolare apprensione nei sindacati, infatti, è il blocco delle materie prime al parco minerali, che è una delle aree sotto sequestro poiché a impatto inquinante. Sabato il procuratore ha detto che c'è il blocco per l'arrivo delle nuove materie prime mentre per quelle giacenti e stoccate da un lato bisognerà ridurre l'altezza e la dimensione dei cumuli e dall'altro trovare le soluzioni tecniche per evitare la diffusione delle polveri. Sebastio ha anche aggiunto che su quest'ultimo punto toccherà ai custodi, in quanto tecnici, trovare le soluzioni più appropriate. "Allo stato - osserva Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl di Taranto - non sappiamo quanta autonomia al ciclo produttivo dell'Ilva possono assicurare le materie prime esistenti, ma è evidente che se si impedisce l'arrivo di nuovi minerali, si condanna la fabbrica alla chiusura perché quelle materie prime oggi disponibili inevitabilmente finiranno. Ecco perché i custodi devono chiarirci
che cosa sta accadendo e cosa si intende fare".

Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, ha ribadito che i provvedimenti giudiziari non prevedono la facoltà d'uso, ma dispongono il sequestro dell'area a caldo 'ai fini del risanamento e della messa in sicurezza'. Peraltro, gli stessi custodi hanno sottolineato che se l'Ilva decidesse di rendere la fabbrica compatibile con l'ambiente, non solo dovrebbe tenere al lavoro tutto il personale che ha, ma potrebbe assumere altro personale. Nel frattempo è ripresa l'attività della commissione ministeriale che si occupa della revisione dell'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell'agosto 2011. Il gruppo di esperti, incaricato dal ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, di acquisire gli elementi tecnici e predisporre entro il 30 settembre lo schema di Aia, si è prima riunito nella prefettura di Taranto e poi ha eseguito un sopralluogo all'interno dello stabilimento.
La Commissione guidata da Carla Sepe ha affrontato nuovamente il tema delle migliori tecnologie (le 'Bat') per l'ammodernamento degli impianti, mentre la scorsa settimana erano state analizzate le problematiche inerenti le cokerie, l'impianto di agglomerazione e le acciaierie 1 e 2. La commissione dovrà attenersi anche alle prescrizioni indicate dal gip, Patrizia Todisco, nel provvedimento di sequestro dell'area a caldo dello stabilimento, alle osservazioni del Tar di Lecce in merito alla precedente autorizzazione e alle norme regionali in materia di protezione della qualità dell'aria e della salute. (Repubblica)