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domenica 27 dicembre 2015

Svendere please!

Ilva, preavviso infrazione Ue: «No aiuti di Stato, vendete»

Era prevista da settimane ed è arrivata. L’Unione Europea si appresta ad aprire una procedura di infrazione verso l’Italia a proposito dell’Ilva. A settembre 2013 toccò alle violazioni ambientali, stavolta, invece, finiscono sotto la lente i provvedimenti finanziari che, su proposta del Governo, il Parlamento ha approvato all’interno di varie leggi e che Bruxelles considera aiuti di Stato e quindi incompatibili con le regole dell’Unione. «Mi riferisco all’indagine preliminare in corso riguardante gli aiuti garantiti all’Ilva» scrive in una lettera di una cartella e mezza il commissario europeo Margrethe Vestager al sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, annunciando le intenzioni di Bruxelles. «Considerando le lamentele ricevute, come anticipato durante i nostri incontri del 10 settembre 2015, la Commissione dovrà presto decidere formali provvedimenti sulle misure finanziarie già garantite» specifica Vestager, responsabile della Concorrenza.«La lettera? Non costituisce affatto una sorpresa - commentano Piero Gnudi e Corrado Carrubba, commissari straordinari dell’Ilva -. Sapevamo che l’Unione Europea si stava muovendo su questa strada». «Il Governo ha già tenuto delle riunioni sul tema e altre ne convocherà - puntualizza Gnudi -. Alle obiezioni di Bruxelles sarà data risposta».
A quanto pare, se la Commissione ritiene che siano tutti aiuti di Stato i 300 milioni di prestito inseriti nell’ultimo decreto legge, gli 800 di prestito garantito dallo Stato inseriti nella legge di Stabilità 2016 e gli altri 400 di prestito garantito della legge 20 di marzo 2015, il Governo italiano intende far valere il principio che in materia di risanamento ambientale l’azione pubblica non è preclusa dalle norme europee. In sostanza, il messaggio che Roma lancia a Bruxelles è che il Governo è intervenuto intensamente per l’Ilva perchè c’è una questione ambientale grave e complessa. E che senza bonifica, l’azienda non potrà mai tornare a produrre a pieno regime, nè essere competitiva. Lo ha detto mesi fa il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, lo ha sottolineato giorni addietro a Bari il capo di gabinetto del Mef, Roberto Garofoli («l’ambientalizzazione e il risanamento ambientale costituiscono una sfera nella quale la disciplina dell’Unione Europea prevede che il pubblico possa intervenire»), e lo conferma addesso il sottosegretario Gozi.
In verità non è che Bruxelles non sappia che per l’Ilva il problema ambientale è prioritario. Scrive infatti Vestager a Gozi: «Sono consapevole dell’urgente bisogno di disinquinamento sia all’interno dell’Ilva che nell’area adiacente di Taranto. Ecco perchè sono pienamente a favore del supporto pubblico per il disinquinamento del sito e dell’area circostante». Così come «prendo nota dell’impegno dell’Italia a fare tutti i passi necessari per recuperare alla fine il supporto pubblico da coloro che sono i responsabili dell’inquinamento». Tuttavia, dice ancora il commissario, il salvataggio e gli aiuti per le fabbriche in pericolo dell’industria dell’acciaio «rimangono proibiti sotto le regole Ue» e «queste regole vengono applicate constantemente nei confronti di un numero di Stati membri da quando sono state introdotte». Esiste una «capacità produttiva strutturale», rammenta il commissario al Governo, e «le compagnie dell’acciaio non dovrebbero essere tenute nel mercato artificialmente a spese del contribuente se non sono economicamente autosufficienti». Questo non va bene, dice Vestager. Tant’è che il Consiglio dell’Unione del 9 novembre ha ribadito che non devono esserci «deroghe» nella disciplina degli aiuti di Stato. Invece «le parti stanno sostenendo che gli aiuti pubblici in corso stanno consentendo all’Ilva di continuare la sua produzione ed aggiornare i suoi impianti con i soldi del contribuente, così falsando la competizione». E’ vero che l’acciaieria va risanata, ma la strada giusta è coinvolgere i privati, suggerisce Bruxelles, che invita il Governo ad andare avanti con la vendita così come prevede l’ultimo decreto legge (cessione entro giugno 2016). Scrive infatti Vestager: «La migliore garanzia per lo sviluppo a lungo termine della produzione dell’acciaio e i lavori collegati nella regione di Taranto, è, non appena possibile, organizzare la vendita dei beni dell’Ilva agli operatori solvibili che possano aggiornarli per assicurare la compatibilità ambientale» e gestirli ad un uso produttivo. Segue quindi l’incoraggiamento della Ue al Governo: «L’annuncio, la scorsa settimana, dell’intenzione di organizzare il processo di vendita prima rispetto a quanto inizialmente pianificato, è un passo gradito». Basterà questo a disinnescare il conflitto tra Roma e Bruxelles?  (GdM)

giovedì 24 dicembre 2015

Bancacciacchi

Banche e acciaio, è guerra tra l'Italia e l'Ue: bocciati gli aiuti all'Ilva

Si tratta dunque di uno scontro tra l'Italia e l'Unione europea senza precedenti. E stavolta è Roma all'offensiva. Mai si erano concentrati tanti elementi di conflittualità in uno spazio di tempo così breve. La tensione registrata la scorsa settimana al Consiglio europeo tra il presidente del consiglio e la Cancelliera tedesca Merkel assume adesso tutta un'altra luce. Tutto ha ormai preso la forma e la sostanza di un braccio di ferro che mira a cambiare non tanto - o almeno non ora - gli equilibri all'interno dell'Unione ma a modificare il perimetro dei tre negoziati cui i due contendenti saranno chiamati a discutere nel 2016.
Non è un caso che l'Italia, dinanzi alle lettere spedite in questi giorni da Bruxelles, abbia iniziato a valutare tutte le contromisure. Compresa quella più radicale: il ricorso alla Corte di Giustizia.
Sul caso Ilva, infatti, il governo insiste nel richiamare l'attenzione sulla circostanza che non si tratta di un semplice "salvataggio" ma anche di un'operazione finalizzata al risanamento ambientale. E secondo l'esecutivo italiano, proprio la disciplina europea prevede l'intervento pubblico in questi casi e in modo particolare in riferimento all'intervento siderurgico. La procedura di infrazione, nella fattispecie, non è stata ancora completata. Ma se l'esito dovesse essere negativo, Palazzo Chigi è pronto ad attivare appunto il ricorso alla corte di Giustizia.
Una soluzione che in questi giorni è in corso di valutazione anche per la questione Tercas. Anzi, sulla vicenda della banca teramana la decisione verrà presa in tempi strettissimi. E tutto sta portando verso la linea dello scontro totale: ricorso alla Corte di Lussemburgo. Non solo. Per rendere l'impatto ancora più avvelenato, potrebbe essere accompagnato dalla richiesta di risarcimento danni alla Commissione. Una procedura che, se avesse un esito positivo, porterebbe un cifra considerevole nelle casse dello Stato.
Lo stesso può valere per il cosiddetto decreto salva-banche che - fanno notare i ministri competenti - è stato modificato con un emendamento alla legge di Stabilità nella parte concernente il fondo interbancario. Quel fondo non è più obbligatorio bensì volontario. E chi ha usufruito di quegli stanziamenti - come la Tercas - li restituirà per attingere dal nuovo fondo "volontario". Un percorso accettato alla fine dalle banche con la garanzia che sarebbe stato applicato il medesimo regime fiscale: quello che permette la deducibilità.
Del resto l'attenzione dell'esecutivo sul sistema bancario sta crescendo sempre più. Il timore che le recenti vicende possano compromettere il flusso dei finanziamenti alle attività imprenditoriali e ai privati sta diventando una sorta di incubo per Palazzo Chigi. Soprattutto la paura che il complesso degli istituti di credito nostrani non vengano più percepiti come affidabili. Se questi due fantasmi si trasformassero in realtà, il primo effetto sarebbe una vera e propria mazzata sulle previsioni del governo relativa alla crescita nel prossimo anno. Tant'è che una delle parole d'ordine pronunciate in questi giorni da Renzi tocca le banche e la necessità di rafforzarle attraverso il loro accorpamento.
Ma dietro queste due partite, ossia quella degli istituti di credito e dell'Ilva, se ne gioca una terza. Che Palazzo Chigi considera la più importante. Il via libera al deficit al 2,4 per cento nel 2016. Questa soglia, infatti, non è stata preventivamente concordata con Bruxelles. Il negoziato di settembre- ottobre aveva prodotto per l'Italia l'ampliamento dei margini di spesa fino al 2,2 per cento. Ora, però, c'è questo 0,2 per cento in più che espone l'esecutivo italiano al rischio di un'altra procedura d'infrazione. Renzi è sicuro di poter trattare, come lo scorso anno, una via d'uscita.
Ma le tre battaglie non saranno combattute separatamente. Nel governo italiano, sono certi che anche le due ultime missive spedite dalla Commissione sulle banche e sull'Ilva rientrino nella tattica di Bruxelles di aprire una trattativa sui tre fronti per poi discutere su quale chiudere un occhio.
Il premier è invece convinto di poter vincere contemporaneamente sui tre tavoli. Con una premessa che vale per tutte le tappe da affrontare da qui alla prossima primavera: il vero interlocutore è la Germania di Angela Merkel. Solo se la Cancelliera approverà la linea della flessibilità per l'Italia, allora Bruxelles si adeguerà. Era questo il fulcro della lite che ha segnato l'ultima riunione del consiglio europeo tra "Matteo e Angela". Questo sarà il centro del loro prossimo incontro. (Rep)

giovedì 17 dicembre 2015

E quanto ci voleva a puntare 'sto mirino!

Ilva: Italia nel mirino di Bruxelles per aiuti di Stato

La Commissione Ue si appresta, salvo colpi di scena, ad aprire un'indagine formale nei confronti dell'Italia per verificare se gli interventi previsti dalla legge 'Salva-Ilva' sono in contrasto che le norme Ue che vietano gli aiuti di Stato. Inoltre, apprende l'Ansa da fonti Ue, Bruxelles nutre dubbi anche sugli 800 milioni che verrebbero stanziati con la Stabilità 2016.
Nel mirino dei servizi di Bruxelles che vigilano sulla concorrenza ci sarebbero tra l'altro i fondi già erogati in favore dell'Ilva a vario titolo - nella proposta di decisione di cui l'Ansa ha preso visione si citano due prestiti, rispettivamente da 250 e 400 milioni - anche se in parte legati alla necessità di fare fronte all'emergenza ambientale venutasi a creare nell'impianto e nei suoi dintorni. E questo nonostante la garanzia dello Stato sui 400 milioni sia stata concessa a un tasso d'interesse del 3,12%, ovvero in linea con i tassi di mercato. Inoltre, in base alla bozza di decisione, anche la garanzia dello Stato sugli 800 milioni previsti nella legge di stabilità 2016, "se attuata nella corrente formula, contiene aiuti di Stato". E questo perchè la Commissione nutre "dubbi" sul fatto che un garante privato si assumerebbe un tale rischio su una società insolvente che è nelle stesse condizioni dell'Ilva. Il dossier preparato dai servizi antitrust di Bruxelles, a quanto si è appreso, potrebbe essere formalizzato dalla commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager già prima della pausa per le festività di fine anno. (ANSA)

mercoledì 2 dicembre 2015

Requiem milanese?

L’Ilva è agli sgoccioli. Come Taranto

Sul Corriere della Sera di oggi c’è una intera pagina di Federico Fubini sulla crisi dell’Ilva, crisi che è economica e industriale prima ancora che sociale. Crisi che resta da decenni ambientale, che è il vero nodo mai sciolto. Perché è sicuramente vero che come scrive Fubini che un’Ilva risanata sarebbe troppo competitiva per i suoi concorrenti ma intanto l’Ilva risanata non è, né tantomeno lo sarà con (l’annaquato) piano ambientale che – si accettano scommesse – non sarà portato a termine per la scadenza prevista (luglio 2016) con l’inevitabile e scontato ulteriore decreto salva-azienda che prorogherà i termini, permettendo alle fonti inquinanti di…inquinare un altro po’. In fondo chi ha sopportato (in alcuni casi persino favorito) oltre mezzo secolo di inquinamento, può benissimo sopportare ancora. No?
Tra il crollo dei prezzi dell’acciaio, i prestiti che non arrivano e quei 50 milioni di euro che bruciano ogni mese, l’azienda dei Riva non riesce a far fronte alle spese essenziali
Corriere della Sera, mercoledì 2 dicembre 2015
«L’acciaio o la vita: scegli» recita la scritta a spray nero sulle mura della chiesa di Tamburi, il quartiere di Taranto più devastato dall’epidemia di tumori attorno agli impianti Ilva. Non fosse perché la produzione è scesa quasi a metà della capacità industriale, la più vasta d’Europa, le ombre di polvere nera sui muri oggi incutono meno paura. Ma a scegliere per gli abitanti di Tamburi e gli oltre dodicimila di là dal muro, gli addetti di un impianto grande come la città, rischia di essere qualcun altro. Fuori da Taranto, e in parte anche dall’Italia.
Per l’Ilva di Taranto e di Genova, 14.200 dipendenti diretti e altri ottomila nell’indotto, sono tornati tempi terribili. L’azienda sta ingaggiando la sua battaglia finale per la sopravvivenza: la stagione che si apre sarà decisiva per capire se uno dei maggiori gruppi siderurgici del continente, un interesse strategico per l’Italia, può arrivare – e a quali condizioni – alla seconda metà del 2016. La sola certezza è che in queste settimane gli ostacoli stanno tornano ben visibili in molte direzioni: dalla Svizzera, da Bruxelles, così come dalle stesse casse del gruppo che nel 2015 brucerà oltre mezzo miliardo di euro, e ormai fatica a far fronte ad alcune delle spese essenziali.
Il mese scorso, una corte penale federale del Canton Ticino ha bloccato per molti anni a venire il rimpatrio in Italia di 1,2 miliardi di euro depositati su un trust svizzero riconducibile a Emilio e Adriano Riva. Quelle risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano andare al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Non succederà, non nel futuro prevedibile. Il tribunale elvetico è stato quasi sprezzante: «Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni – ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita». Quali che siano gli indizi a carico, in effetti i due fratelli Riva non sono ancora neppure rinviati a giudizio. Il sequestro dei loro fondi non era il vanto di uno Stato capace di garantire i diritti di proprietà di qualunque investitore, anche discutibile, finché provato colpevole.
Nell’immediato, il rifiuto opposto dalla Svizzera avrà almeno una conseguenza: cambiare la legge di Stabilità votata in Senato dieci giorni fa. L’articolo 489 della manovra prevede infatti una garanzia dello Stato italiano «esplicita, incondizionata e irrevocabile» su prestiti per 800 milioni che l’Ilva commissariata avrebbe potuto chiedere alle banche in attesa di ricevere i fondi dei Riva. Ora che non arriveranno, non è scontato che lo Stato possa garantire le banche sulla base di una rete di sicurezza che non c’è più. In parte, è quanto sta già succedendo: a fine aprile il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha firmato un decreto con cui garantisce un altro prestito da 400 milioni di Cassa depositi e prestiti, banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, sempre coperto dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare.
Ora quella garanzia pubblica a vantaggio dell’Ilva sta attirando l’attenzione di Bruxelles. «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva. A Bruxelles si ricorda che le regole comunitarie proibiscono aiuti di Stato a operatori cronicamente in perdita, e Ilva sta bruciando cassa per 50 milioni al mese dopo aver perso 2 miliardi dal 2012 all’anno passato. Non sempre in realtà le norme vengono applicate con intransigenza: la tedesca Salzgitter ha ricevuto ripetuti aumenti di capitale dal suo azionista di controllo, il Land della Bassa Sassonia, e nel 2002 i Chantiers de l’Atlantique furono salvati con 650 milioni dal governo di Parigi senza contraccolpi traumatici. Ma a Bruxelles si è sempre più convinti che, «in linea di principio», nessuna azienda debba essere tenuta artificialmente in vita usando il denaro dei contribuenti. Da parte di Arcelor-Mittal e altri concorrenti europei, la pressione sulla Commissione perché stacchi la spina all’Ilva è fortissima: significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto. A Bruxelles si vedrebbe di buon occhio una cessione del gruppo, magari a pezzi, ma è quasi impossibile: nessuno al mondo, neanche gratis, comprerebbe un impianto al 78% sotto sequestro della magistratura italiana. Poco importa che un’Ilva risanata sarebbe anche troppo competitiva per i suoi avversari.
Massimo Rosso e Aldo Ranieri, operai degli altiforni di Taranto, si accontenterebbero di molto meno. Per ora – dicono – basterebbe che l’azienda fornisse guanti, maschere protettive e tute ignifughe nuove quando serve. L’Ilva, oggi, non ha cassa neanche per questo.
Federico Fubini (Mimmomazza)


Un nuovo caso di “cannibalismo industriale” si va profilando nel nostro paese. Sulle sorti dell'Ilva di Taranto si stanno addensando attenzioni pericolose. Da un lato le banche svizzere che hanno bloccato il trasferimento in Italia dei fondi esportati dalla famiglia Riva, ex proprietaria dell'Ilva. I tribunali svizzeri ritengono che la richiesta dello Stato italiano di riavere i soldi dei Riva – circa 1,2 miliardi di euro - corrisponda ad esproprio. Le risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano infatti essere destinate al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Ma le autorità giudiziarie (e le banche) svizzere ritengono che “Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni — ha scritto —. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita”.
Ma il blocco del recupero dei fondi neri della famiglia Riva apre un buco sui finanziamenti pubblici destinati a mantenere in produzione l'Ilva. Sette mesi fa il ministro del Tesoro Padoan aveva firmato un decreto attraverso cui veniva garantito un altro prestito da 400 milioni da parte della Cassa Depositi e Prestiti, di Banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, coperto proprio dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare dalla Svizzera.
Ma questo piano di mantenimento dell'Ilva sta attirando le malevaole attenzioni della Commissione Europea. Il Corriere della Sera di oggi riporta che «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva”.
Eppure, lo stesso Corriere rammenta che in altri casi, la stessa Commissione Europea ha chiuso gli occhi di fronte ad aiuti pubblici verso società tedesche o francesi in difficoltà. Cita il caso della Salzigitter dove è intervenuto il governo del land della Bassa Sassonia (lo stesso che ha le mani in pasta con la Volkswagen) oppure dei Cantieri dell'Atlantico che hanno ricevuto 650 milioni dal governo francese. Ma a fare pressione sulla Commissione Europea sembra che siano soprattutto le multinazionali della siderurgia interessate a chiudere l'Ilva e a prendersi la sua rilevantissima quota di mercato. Si parla infatti dell'interessamento della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. “Significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto” precisa il Corriere della Sera. Le ipotesi alternative ventilate da Bruxelles non sono migliori: uno spacchettamento dell'Ilva e di fatto il suo depotenziamento, “perchè nessuno intende comprare una azienda piena di debiti e sotto il controllo dello stato”.
Insomma per l'Ilva si prospetta un altro classico caso di cannibalismo industriale che ha già portato alla scomparsa in Italia della chimica e di buona parte della farmaceutica oltre che alla chiusura dell'Italsider di Bagnoli, appena ristrutturata, negli anni '80. Chi ne ha tratto giovamento? Le multinazionali tedesche e francesi. (Contropiano)

lunedì 26 ottobre 2015

L'Europa sull'Ilva

Il Parlamento europeo pensa a maggiori controlli Ue per l'Ilva di Taranto, evocando la possibilita' di richiesta di una direttiva "ad hoc" in tal proposito. E' quanto si legge in un rapporto del direttorato generale del Parlamento europeo realizzato per la commissione Ambiente dello stesso Parlamento Ue. Il campo d'azione dell'istituzione comunitaria "e' piuttosto limitato" in un caso che richiede soprattutto interventi a livello statale, ma il Parlamento Ue "potrebbe considerare attentamente le implicazioni del caso Ilva per quanto riguarda la necessita' di armonizzare le regole di ispezione a livello europeo, ad esempio attraverso una direttiva in materia" da richiedere alla Commissione europea. Maggiori controlli e ispezioni europei si rendono necessari, a detta del Parlamento Ue, visto che quelle dell'Ilva di Taranto "e' un caso particolarmente grave di non conformita' aziendale alla normativa ambientale europea e per le conseguenze per l'ambiente e la popolazione locale". Un caso che mette in luce anche "le conseguenze del fallimento delle autorita' nazionali nell'attuare in modo tempestivo la legislazione adottata per recepire le norme ambientali dell'Ue".
Questo il report:




Chi è l'autrice italiana del report? Ecco il suo curriculum, dal sito dell'Università di Catania

curriculum

mercoledì 21 ottobre 2015

Logisticamente...

Taranto tra le prime d’Europa

Tra i primi 20 porti europei, tre porti italiani: Genova, Trieste e Taranto. La Commissione europea ha, infatti, individuato i principali 319 porti marittimi europei, che sono fondamentali per un funzionamento efficace del mercato interno e dell’economia europea, 83 dei quali sono riconosciuti come porti della rete centrale ed ora ha svolto un riesame dei porti che si concentra su queste 319 strutture “in quanto basi per un ottimo funzionamento della rete portuale europea che gestiscono il 96% delle merci e il 93% dei passeggeri che transitano attraverso i porti dell’Ue”.
«Il nostro porto - dicono dallo Ionian Shipping Consortium - è l’unico del Mezzogiorno d’Italia di rilevanza internazionale ed è naturale che nella riforma che porta il nome del ministro Delrio, sia stata una scelta obbligata quella di confermare a Taranto la sede dell’unica Autorità Portuale di Puglia che incorpora Brindisi, Bari e Manfredonia. Il Porto di Taranto e la sua poliedricità dunque possono davvero diventare volano di ripresa e rilancio nella nostra economia a patto che la città sia consapevole, in tutte le sue articolazioni politiche e amministrative, della centralità del Porto inteso come sistema di moli e di retroportualità attrezzata all’intermo-dali-tà trasportistica. Del resto gli abituali utilizzatori del Porto, come la nuova gestione pubblica dell’Ilva, hanno potuto constatare anche lo spirito collaborativo con il quale gli operatori marittimi concorrono ad una ripresa effettiva della grande infrastruttura». Secondo lo Ionian Shipping Consortium «una delle provocazioni non soltanto lessicale è quella di iniziare a coniugare il termine polisettoriale non soltanto per il famoso “molo” e pensare fattivamente ai nuovi mercati che si prospettano: dall’agroalimentare all’energetico vegetale fino al crocieristico. Oggi però l’impegno per tutti deve essere quello di consegnare al Porto di Taranto il giusto ruolo che ad esso compete nel panorama infrastrutturale pugliese e nazionale». (Tasera)

lunedì 19 ottobre 2015

(S)concorrenti

Peacelink ha inviato oggi una lettera alla Commissione Europea Concorrenza

Peacelink ha inviato oggi una lettera alla Commissione Europea Concorrenza, facendo seguito ad una denuncia effettuata dalla stessa associazione nell’agosto 2014.
Antonia Battaglia aveva portato allora la Commissione a conoscenza di una possibile violazione del diritto europeo in materia di concorrenza da parte del governo italiano, finalizzato a erogare fondi pubblici ad ILVA al fine, probabilmente, di coprire i debiti dell’azienda siderurgica e di rilanciarne la produzione.
Peacelink, già autrice della denuncia che ha portato la Commissione Europea Ambiente a lanciare una procedura di infrazione contro l’Italia per il non rispetto delle norme in materia di inquinamento industriale, ha voluto sottolineare con questa nuova lettera che la preoccupazione è generata dal fatto che i fondi, che vengono presentati come necessari a opere di risanamento e adeguamento ambientale, potrebbero in realtà essere utilizzati per garantire il funzionamento corrente dell’ILVA.
La lettera indica, inoltre, che la questione ambientale è sempre all’ordine del giorno viste le emissioni ( quelle evidenti e non) e considerato che la preoccupazione generata dal continuo impatto ambientale dello stabilimento è molto diffusa e avrebbe portato la magistratura, secondo fonti giornalistiche, ad aprire nuove indagini.
Domani a Taranto comincia il processo ILVA. Peacelink chiede quindi alla Commissione Europea di accertare che l’uso di nuovi prestiti delle banche all’ILVA non collida con le direttive europee e non sia finalizzato a tamponare una emorragia di perdite consistenti e continue.
In allegato il testo originale.
Per Peacelink: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Luciano Manna

Allegati

  •  
    Brussels,    19    October  2015   
       
    Commissioner  Vestager, Competition  European  Commission   
    CC:  Commissioner    Vella, Environment    European  Commission      

    Dear  Commissioner,      
       
    Peacelink     has     brought     to     the     Commission’s     attention     already     in     August     2014    (SA.38613(2014/CP))  that  in the  financial management of ILVA, there could have    been    an    alleged    infringement    of    the    state    aid    rules    of    the    European    Union.       
    As   You   know,   Peacelink   is   the   author   of   the   denunciation   that   led   the   European    Environment    Commission    to    launch    the    infringement    procedure    against    Italy    on    industrial    pollution.     
    Our concern  is  that  the Italian government could have adopted laws which approve the use of  sums seized  by magistrates for  ILVA’s fiscal evasions. Moreover, it       would       appear       that       the       Italian       government       uses       public       money,    through     the   support   to   banks   that   extend   loans   to   ILVA,   for   all   urgent   matters    concerning    ILVA’s    debts,    daily    financial    management    and    payments.       
    We  are    in    fact    deeply    preoccupied    that    while    it    is    advocated    that    these    sums    are    needed    to    put    the    plant    at    norm     and    to    put    in    place    urgent    measures    to    stop    pollution         and       ameliorate       the       obsolete      infrastructure,      in    reality      all      measures    foreseen           by         the         ILVA       permit         have         not         been         realised         and         keep         on         being    postponed     endlessly.     Then,    what   would     loans     and     financial   support   be     for     if    not    to    extend    ILVA’s    production    and    cover    payements?   
    As  Commissioner    Vella    knows,    it    would    really    seem    that    ILVA    keeps    on    infringing    EU     laws   on     pollution.     The     results     are     not   only     visible     day     after     day     in     Taranto     –    emissions       are     very     evident-­‐       but     keep     on     being     reported     by     workers,      citizens,    doctors,    reports    compiled    by    ISPRA,    and    new    investigations    by    magistrates.     

    We   would   thus   like   to   urge   the   EU   Commission   to   investigate   on     the     new     800    million       euros     that     have     been     provided      by     the     Italian     government     to     ILVA,     as    press    has    announced.     
    Urgent  environmental    measures    that    should    have    been    already    realised    long    ago,   
    have     not    been     realised    and    the    situation     in     Taranto    keeps    on    being    extremely  alarming.     
       
    Best    regards,     
    Antonia  Battaglia                         Alessandro    Marescotti                                                     Luciano    Manna       
     

giovedì 18 giugno 2015

Battaglia a Bruxelles!

Peacelink ha incontrato oggi la Commissione Europea sulla questione Ilva di Taranto.

Antonia Battaglia è stata ricevuta dal Capo di Gabinetto del Commissario all’Ambiente Karmenu Vella e da altri esponenti del Gabinetto e della Direzione Generale Ambiente, per una riunione che ha toccato i temi principali sullo stato di attuazione delle prescrizioni AIA, sulla qualità dell’aria e sulle relative rilevazioni di Peacelink, sulle discariche interne allo stabilimento e sulla generale responsabilità ambientale dell’Ilva.
Peacelink, autrice della denuncia presso la Commissione Europea, da più di due anni lavora con le Istituzioni Europee stesse, fornendo materiale scientifico, legale, audiovisivo sugli sviluppi della situazione a Taranto. In seguito alla denuncia di Peacelink, infatti, la Commissione Europea ha lanciato una procedura d’infrazione contro l’Italia e un susseguente parere motivato per la questione delle emissioni in fuoriuscita dallo stabilimento siderurgico.
Durante la riunione di oggi, Antonia Battaglia ha evidenziato i ritardi sullo stato di attuazione delle prescrizioni AIA e ha dettagliato la questione delle rilevazioni degli inquinanti in aria, sulla base degli studi compiuti da Peacelink, Alessandro Marescotti e Luciano Manna, e delle denunce delle diverse eco-sentinelle che collaborano con l’Associazione.
Peacelink ha reiterato con grande vigore che non c’è tempo da perdere e che non è accettabile, ai fini della protezione della salute umana e dell’ambiente, concedere altri mesi alle Autorità Italiane per la realizzazione di un programma AIA che è stato fino a ora disatteso e posposto, con effetti molto gravi per i lavoratori e la città di Taranto.
In una riunione molto franca con gli esponenti delle Istituzioni Europee, Battaglia ha posto l’accento sul non rispetto delle direttive europee e sulla politica di rinvio dell’attuazione delle prescrizioni primarie, così come sulla endemica mancanza di fondi per realizzare i lavori previsti.
“Di cosa stiamo parlando? Anche se l’ILVA dovesse mettere in opera una parte delle prescrizioni per la nuova data stabilita (2016), esse avrebbero solo il potere di limitare i danni per la popolazione, ma non di cancellarli. Il danno che l’Ilva ha causato e continua a causare è molto vasto e richiederebbe una chiara presa di decisione a monte da parte del Governo sulla opportunità di produrre cambiando radicalmente lo stabilimento ed il suo ciclo produttivo, con investimenti fantasmagorici, oppure di chiudere definitivamente una fabbrica che continuare a causare eventi di inquinamento gravi” – ha detto Battaglia.
Peacelink ha chiesto alla Commissione di avanzare in modo spedito verso il deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia.
La Commissione Europea ha rassicurato circa la sua costante e continua attività di monitoraggio sia a sia a livello tecnico che politico.
 Per Peacelink, Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Luciano Manna

sabato 13 giugno 2015

Giusta reazione

Rifiuti pericolosi dell'Ilva in Sicilia, il caso sbarca alla Commissione europea

Il caso dello sversamento di rifiuti pericolosi dall'Ilva di Taranto nei territori di Augusta, Priolo e Melilli, sempre più "triangolo della morte", arriva a Bruxelles. Ignazio Corrao, eurodeputato pentastellato, sta preparando un'interrogazione alla Commissione europea denunciando il continuo traffico di rifiuti industriali trasferiti via mare dall'Ilva al porto di Augusta, per essere smaltito in Sicilia. "Non mi sembra che spostando i rifiuti da una regione all'altra si risolva il problema", denuncia Corrao, secondo cui questa pratica sarebbe contraria al "principio previsto dalla normativa europea di prossimità nello smaltimento dei rifiuti".
"Nel porto di Augusta - riferisce l'eurodeputato pentastellato - sono arrivate diecimila tonnellate di polverino, materiale di scarto prodotto dall'acciaieria pugliese, destinate alla discarica Cisma di Melilli, materiali non pericolosi secondo l'Arpa". Quindi Corrao attacca: "Augusta e tutto il suo comprensorio continuano a vivere una stagione di agghiacciante sfruttamento industriale palesato anche da un tasso di incidenza tumorale e mortalità che forse non ha pari a livello europeo, con la tacita connivenza della classe politica a tutti i livelli". Secondo l'eurodeputato "è evidente che la contropartita in termini di interessi privati deve essere molto alta". "Il presupposto per un intervento a livello di esecutivo europeo è anche quello della mancata applicazione di procedure che garantiscano un'elevata protezione ambientale e sanitaria. E' evidente che quest'obbligo viene continuamente calpestato ad Augusta", conclude Corrao. (RepPa)

giovedì 28 maggio 2015

Euroferri corti!

Ilva, associazione Eurofer ricorre in Ue contro Italia per aiuti di Stato


Eurofer, l'associazione europea dei produttori di acciaio, ha annunciato oggi di aver presentato un ricorso alla Commissione europea contro l'Italia per quelli che considera aiuti di Stato illegali all'azienda siderurgica Ilva.
"Eurofer sostiene che i circa 2 miliardi di euro assegnati all'azienda dalle autorità italiane non siano compatibili con il trattato Ue e con le regole Ue sugli aiuti di Stato", si legge in un comunicato di Eurofer.
Ilva per ora non commenta la notizia.
Una fonte di società, che è attualmente in amministrazione straordinaria, ha detto: "Non è una novità, sulla base di segnalazioni di altri i servizi Ue si stanno occupando del tema e stanno interloquendo con il governo italiano"
"La posizione di Ilva è che non sono aiuti di Stato, perché si tratta comunque di risorse della famiglia Riva (la famiglia ancora ufficialmente proprietaria del 90% di Ilva), e servono per superare problemi ambientali contestati proprio dalla Ue".
Il governo ha di fatto assunto il controllo di Ilva nel gennaio scorso, ponendola in amministrazione straordinaria.
L'azienda, che conta circa 15.000 posti di lavoro, è al centro di un'inchiesta per disastro ambientale che ha portato nel 2013 al sequestro parziale dell'impianto di Taranto, il più grande d'Europa.
Il governo ha anche emesso un decreto per garantire un prestito ponte da 400 milioni di euro che servirà a finanziare il risamento ambientale dello stabilimento. (Reuters)

martedì 23 dicembre 2014

Quando i politici "usano" i bambini, c'è sempre da preoccuparsi

Contro l'Europa, a favore dei bambini. L'ennesima piazzata di Magorenzi. 
Quello che a Taranto ha rifiutato di incontrare pediatri che volevano parlargli dei bambini. 
Quello che dimentica che senza l'AIA imposta dalla Comunità Europea e la connessa procedura di infrazione, Taranto sarebbe ancora l'agnello sacrificale del patto d'acciaio tra stato, amministratori locali e spregiudicati speculatori industriali. 
Propaganda mediatica e schiaffo in faccia alla dignità della città.

Ilva, Renzi sfida Ue: "Non impedisca di salvare i bimbi di Taranto"

"Se l'Europa vuole impedire di salvare i bambini di Taranto ha perso la strada per tornare a casa. Io sono più fedele agli impegni con quei bambini che a qualche regolamento astruso dell'Ue. Faremo il risanamento ambientale". Così Matteo Renzi a Rtl, parlando del decreto su Taranto e il rischio che confligga con le regole Ue.
"Con il decreto di domani sull'IIva a Taranto - ha aggiunto - faremo il risanamento ambientale: alcuni tecnici mi hanno detto che rischiamo l'accusa dell'Europa per aiuti di Stato. Ma se mettiamo a posto la riqualificazione ambientale per salvare i bambini mi parlate di aiuti di Stato? Io sono più fedele ai bambini di Taranto che a qualche astruso regolamento europeo". (RepBA)



Ilva, Renzi vuole salvare i bambini di Taranto. Sì, ma come?

Nel giorno in cui il presidente del consiglio Renzi si appresta rendere noto il settimo decreto sull’Ilva, PeaceLink ha effettuato a Taranto le misurazioni della qualità dell’aria. Dopo 200 campionamenti per verificare la concentrazione degli Ipa cancerogeni, i dati emersi sono i seguenti:
-nel 77,5 % è stata riscontrata aria pericolosa (oltre i 40 ng/m3, concentrazione corrispondente agli Ipa da fumo passivo);
-nel 22,5% è stata registrato il superamento della soglia di 80 ng/m3, concentrazione corrispondente agli Ipa da tubo di scappamento di una vecchia auto a benzina.
Sono valori elevati dovuti al fatto che durante la notte il vento ha soffiato dalla zona Ilva verso Taranto e in mattinata si è creata una situazione di calma di vento, come attestato dai siti meteo.Da tempo è attivo a Taranto un servizio denominato PeaceLink Air Monitoring. E’ un sistema di misurazioni basato sulla stessa tecnologia Arpa (un analizzatore Ecochem Pas 2000). Praticamente ogni mattina fornisce in tempo reale, tramite social network, i dati degli Ipa cancerogeni. E così chi si sveglia a Taranto può conoscere, oltre al meteo, anche i dati della qualità dell’aria.
Ma perché PeaceLink misura proprio gli Ipa? Perché la fonte preponderante degli Ipa a Taranto è l’Ilva, come accertò nel 2010 l’Arpa con una relazione che fece andare su tutte le furie Vendola e Riva in quanto prefigurava un intervento restrittivo sulla fonte emissiva. Nonostante la diminuzione della produzione della cokeria Ilva (la massima fonte emissiva di Ipa a Taranto) la situazione è ancora critica.
Stamattina infatti tutti i bambini di Taranto hanno respirato valori equivalenti o superiori a quelli del fumo passivo di sigaretta. Cosa vietata dalla legge in Italia, ma permessa sostanzialmente a Taranto grazie ai decreti “salva-Ilva”.
Renzi, dopo non aver ascoltato i pediatri di Taranto che gli avevano chiesto un incontro, ora ha deciso di salvarli. Ha detto: “Se l’Europa vuole impedire di salvare i bambini di Taranto ha perso la strada per tornare a casa. E comunque io sono fedele ai bambini di Taranto molto più di quanto non lo sia coi cavilli astrusi dell’Europa“.
E come li vuole salvare i bambini di Taranto il nostro Renzi?
Peggiorando le norme dell’autorizzazione AIA per l’Ilva, che ritiene troppo restrittive. E infatti l’ILVA non le ha applicate, subendo una procedura di infrazione europea.
Renzi vuole un’autorizzazione meno vincolante in quanto sostiene che gli obblighi previsti dall’Aia per l’Ilva non esistono per gli altri siderurgici europei.
Nulla di più falso. E’ dal marzo nel 2012 che sono entrate in vigore le norme più restrittive per l’AIA, attraverso l’inclusione di migliori tecnologie (Conclusioni sulle BAT per il settore siderurgico e per l’industria del vetro emanate l’8 marzo 2012) . Se avesse consultato l’apposita pagina del Ministero dell’Ambiente se ne sarebbe accorto. (Marescotti - FQ)

domenica 7 dicembre 2014

Gira la carta

Ilva, forse il cambio al vertice: Renzi pronto a schierare Guerra

Potrebbe essere Andrea Guerra l'uomo della svolta. L'ex amministratore delegato di Luxottica, uno dei migliori manager del mondo e attualmente consigliere economico del presidente del consiglio potrebbe essere il candidato alla successione di Pietro Gnudi nell'incarico di commissario straordinario dell'Ilva. La notizia filtra da ambienti politici e troverebbe conferma nel fatto che il manager potrebbe accompagnare Renzi nel suo viaggio a taranto prima di Natale.
Intanto l'associazione ambientalista Peacelink Taranto ha ricevuto una lettera dal presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, nella quale il presidente si dice "costantemente informato sulla evoluzione della situazione a Taranto", rispondendo ad una missiva di Peacelink del 5 settembre scorso. Lo rendono noto Alessandro Marescotti, Antonia Battaglia e Luciano Manna per conto della stessa associazione.
La necessità di "proteggere la salute dei cittadini e l'ambiente" dovrebbe essere coniugata, scrive Schulz, insieme "ad una visione e ad una strategia sociale e economica per l'area di Taranto". Il presidente del Parlamento Europeo si dice convinto che "l'attuale procedura di infrazione lanciata dalla Commissione Europea e confermata con il parere motivato sarà uno strumento chiave per l'applicazione del diritto garantito dalla Direttiva sulle emissioni industriali". Schulz segnala anche "l'importanza della Strategia Europa 2020", un ambizioso programma di lavoro europeo che ha come obiettivo quello di sviluppare cinque punti cardine (occupazione, istruzione, inclusione sociale, energia e lotta al cambiamento climatico), da realizzare entro quella data.
Tale suggerimento, osservano in una nota Marescotti, Battaglia e Manna, è "condiviso da PeaceLink, che da tempo ha presentato un 'piano B' per Taranto: un piano di riconversione e di uscita dalla crisi strutturale dell'acciaio. E' su questa strada che PeaceLink continuerà a lavorare - conclude la nota - e a tal fine si è iscritta al Registro europeo delle associazioni accreditate presso la Commissione Europea e il Parlamento Europeo".
Intanto tiene banco il tema della vendita del siderurgico. "Il governo italiano renda pubblica la risposta fornita alla Direzione europea concorrenza di Bruxelles in merito alla violazione del principio 'chi inquina paga' e in materia di aiuti di Stato. La risposta da parte del governo italiano alla Commissione europea doveva essere data entro il 20 novembre scorso".  Lo sottolinea il co-portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli.
"Cosa ha risposto - aggiunge - il governo italiano? I cittadini hanno il diritto di sapere, o è un segreto di Stato? La Direzione generale concorrenza aveva formulato numerose contestazioni: dal prestito-ponte alla mancata approvazione del piano industriale fino ad arrivare a quella della 'bad company' che impedirebbe l'avvio delle bonifiche a carico di chi ha inquinato". In queste ore, attacca Bonelli, "c'è uno sforzo del governo che affronta il problema dell'Ilva decontestualizzato dalla situazione sanitaria della città e dal liberarla dal peso dei veleni. Il governo e la struttura commissariale Ilva sanno, ma non dicono che ad oggi 25mila persone sono a rischio tumore, secondo la valutazione del danno sanitario, ed una volta conclusa l'applicazione dell'Aia - conclude il leader dei Verdi - il numero delle persone a rischio scenderà a 12.500: un dramma". (RepBa)

venerdì 7 novembre 2014

Aiuti di stato ai "poveri" privati

Peacelink: Investigazione europea sugli aiuti all'ILVA

La Commissione Europea ha cominciato a investigare sulle somme che, attraverso decreti e provvedimenti vari, sono state concesse all’Ilva dal Governo italiano.
PeaceLink ha informato la Commissione Europea delle criticità che a suo avviso potevano costituire gli «aiuti di Stato» varati sotto forma di prestiti-ponte, somme previste nei decreti legislativi varati negli ultimi anni, per la garanzia del futuro di Taranto e delle bonifiche.
Pochi giorni fa PeaceLink ha informato la Commissione, in particolare la Direzione Generale Concorrenza, del fatto che le somme liberate dal Tribunale di Milano - che ha applicato norme scritte dal Governo Italiano - sarebbero dovute rimanere ben protette a garanzia soprattutto del futuro di Taranto, per quando davvero le bonifiche fossero state progettate e avviate.
Invece, il Governo Italiano ha trascurato il fatto che l’Ilva è un’azienda ancora privata e che, secondo il principio europeo della concorrenza leale, non si possano utilizzare fondi statali per le attività correnti di alcuna impresa.
Si potrebbe configurare un aiuto di Stato nel momento in cui queste somme fossero confiscate e, a procedimento penale concluso, lo Stato non riuscisse più a recuperarle in quanto il Tribunale di Milano ha sostituito la garanzia monetaria in titoli derivanti dall’aumento del capitale di Ilva equivalente al 1,2 miliardo di euro trasferito. Titoli che potrebbero perdere in futuro il loro valore iniziale. A quel punto, lo Stato si troverebbe con un pugno di mosche in mano e la somma a garanzia delle bonifiche dei terreni da condurre e dei risarcimenti ai cittadini andrebbe irrimediabilmente persa. PeaceLink continuerà ad operare a livello europeo perché i diritti dei cittadini vengano tutelati.
L'operato del Governo italiano va fermato in nome del rispetto delle direttive europee. (Peacelink)

Ilva, entro 15 giorni  5 risposte alla Ue

L’ultimatum scadrà il 20 novembre e al netto della considerazione che il premier Matteo Renzi ha palesato per la burocrazia di Bruxelles, le otto pagine inviate dalla direzione generale per la concorrenza della Commissione europea al Governo italiano lasciano intravedere foschi scenari per l’Ilva di Taranto.
Come anticipato ieri dalla Gazzetta, la richiesta di chiarimenti indrizzata all’esecutivo non solo non fa sconti all’Italia ma anzi mette in serio dubbio tutta la successione di decreti e provvedimenti che i governi Monti-Letta-Renzi hanno varato negli ultimi due anni per cercare di dare una prospettiva allo stabilimento siderurgico di Taranto, ai suoi 20mila addetti, al settore manifatturiero italiano, pur al cospetto di una perizia che ha definito quell’acciaieria fonte di malattie e morte per operai e cittadini.
Sono cinque i quesiti ai quali la Commissione Europea pretende risposte. Il primo riguarda la situazione finanziaria dell’Ilva. Il Governo Renzi aveva già scritto alla commissione, sostenendo che l’Ilva non poteva essere considerata come una impresa in difficoltà, ma da Bruxelles scrivono che i dati forniti a sostegno di tale tesi sono insufficienti e per dunque si sollecita la consegna di bilanci e documenti riguardanti gli anni 2012-2013-2014. Poi c’è il capitolo della responsabilità ambientale, sul quale la Commissione addirittura chiede una lista dettagliata di tutti i provvedimenti autorizzativi in materia ambientale violati dall’Ilva dal 1996 a oggi, alla luce del principio «chi inquina paga». La commissione chiede atti, sentenze, rinvi a giudizio e tutta la documentazione giudiziaria riguardante lo stabilimento di Taranto, chiedendo inoltre di quale connessione ci sia tra l’inquinamento contestato con sentenza della Cassazione nel 2005 e l’inquinamento attuale. Viene, poi, sollecitata copia del piano industriale dell’Ilva dopo la nomina del commissario Piero Gnudi - piano industriale in realtà ancora non redatto - e una relazione su tutte le azioni prese.
Poi vengono i nodi economici, assai complicati da sciogliere. La Commissione europea, che scrive qualche giorno prima il gip di Milano disponga il trasferimento di un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati ai fratelli Riva per frode fiscale nel capitale sociale dell’azienda, contesta la disposizione normativa che lo permette, arrivando a sostenere che «a seguito del trasferimento delle somme, lo Stato italiano diventerà azionista di Ilva»: e quel diventerà, appunto, è stato scritto a trasferimento non ancora autorizzato. A tal proposito, Bruxelles pone due domande a dir poco imbarazzanti: «per quale motivo somme depositate presso un fondo statale e amministrate da un soggetto pubblico (Equitalia giustizia, ndr) non rappresentino risorse statali? E perché il loro trasferimento ad Ilva in ottemperanza ad un atto normativo (il decreto legge Ilva-Terra dei fuochi dell’agosto 2014, ndr) non sia imputabile allo Stato?»
Quindi c’è la questione riguardante il prestito ponte, in due tranche da 125 milioni di euro l’una, contratto dal commissario Gnudi con un pool di banche per garantire il pagamento degli stipendi e dei fornitori. La Commissione europea ritiene infatti che avendo considerato quel prestito prededucibile (ovvero a pagamento prioritario in caso di insolvenza) sia da considerare aiuto di Stato per il rischio che lo Stato ha in termine di potenziale riduzione della possibilità di soddisfacimento di eventuali crediti nei confronti dell’Ilva in caso di fallimento. E a dimostrare il coinvolgimento dello Stato nella pratica del prestito ponte, la Commissione europea cita riunioni svoltesi al ministero dello Sviluppo Economico con gli enti locali per stabilire la priorietà da dare ai pagamenti dei debiti Ilva dopo l’ottenimento dei prestiti ponte.
L’ultimo quesito riguarda l’ambiente. La Commissione europea alla luce del protocollo sottoscritto nell’estate del 2012 tra Governo e enti locali per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione, contesta il fatto che tale interventi, fatti per riparare i danni provocati dall’inquinamento prodotto dall’Ilva, siano finanziati dallo Stato. «La Commissione è dell’avviso - si legge nella lettera - che gli interventi di bonifica previsti dal protocollo, sebbene non effettuati sull’area dove insiste lo stabilimento dell’Ilva, sono intesi a bonificare aree adiacenti che risultano altamente inquinate direttamente a causa di Ilva». (GdM)

mercoledì 15 ottobre 2014

Infrangente

Ilva: Commissione Ue, avanti con procedura di infrazione

La Commissione europea incalza l'Italia sul caso Ilva di Taranto. L'esecutivo europeo, a quanto si è appreso, ha deciso di inviare alle autorità italiane un parare motivato, seconda fase della procedura d'infrazione già aperta a suo tempo, perchè non avrebbe fatto abbastanza per garantire il rispetto degli impegni assunti dall'Ilva.
L'apertura della procedura d'infrazione contro l'Italia per l'Ilva di Taranto risale al settembre 2013. Dello scorso aprile è invece l'invio di una lettera di messa in mora complementare in cui si ipotizzava la sospensione dell'attività dello stabilimento. Nella stessa lettera venivano contestate alle autorità italiane ulteriori violazioni di norme ambientali, in particolare di alcuni articoli della direttiva sulle emissioni industriali (Ied) e di quella Seveso.
L'Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles il 26 giugno. Ma l'analisi degli argomenti presentati dalle autorità nazionali non deve aver convinto gli uomini del commissario Ue all'ambiente Janez Potocnik, il quale ha quindi deciso di passare alla fase due della procedura. Ora l'Italia ha qualche settimana di tempo per replicare al parere motivato: se anche questa volta non riuscirà a convincere Bruxelles, rischia di essere deferita alla Corte di giustizia dell'Unione.
Gnudi,sorprende che ci sia ancora procedura infrazione - "In realtà, abbiamo approvato una Aia che è una delle più avanzate che esiste al mondo. La stiamo attuando, e mi sono anche un po' meravigliato che ci sia ancora questa procedura di infrazione", dice il Commissario straordinario dell'Ilva, Piero Gnudi, commentando le notizie che arrivano dalla Commissione Ue sulla procedura di infrazione contro l'Italia per il caso dell'Ilva di Taranto. "Andremo a Bruxelles a cercare di chiarire la nostra posizione", ha aggiunto, a margine di una audizione in Senato.
"La soluzione del problema è trovare un nuovo azionista", ribadisce Gnudi, in audizione al Senato. "Abbiamo in corso le trattative, in data room sono in tre. Indubbiamente la trattativa in cui siamo più avanti è quella con ArcelorMittal", poi "ci sono Jindal e Arvedi", conferma. "Non è una cosa di breve periodo: è una trattativa complicata, e come tale ci vuole tempo". In data room oggi "tutti partner industriali", ma "c'è anche un fondo che ha chiesto di entrare, e lo faremo entrare".
Bonelli, commissione Ue sconfessa Gnudi e Galletti - "Una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi e del ministro dell'Ambiente Galletti": così il co-portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, definisce la decisione della commissione europea di andare avanti con la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per il caso Ilva. "La decisione della commissione europea - sostiene Bonelli - di depositare un parere motivato e di continuare nella procedura d'infrazione contro il governo italiano, perché non avrebbe fatto abbastanza per garantire gli impegni sull'Ilva, è una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi, che proprio ieri aveva parlato dell'attuazione del 75% delle prescrizioni ambientali nello stabilimento siderurgico di Taranto, e del ministro dell'Ambiente Galletti". (ANSA)

sabato 30 agosto 2014

Proposta d'estate

Salvare Taranto dall'eccidio ambientale si puo'

L’eccidio ambientale,  che si sta consumando a Taranto, deve essere portato a conoscenza di tutta l’Europa. Patologie gravi e aumento dei decessi connessi all’inquinamento ambientale continuano nel capoluogo jonico. Inaccettabile risulta essere lo stallo delle decisioni operative ed efficaci degli organismi comunitari e nazionali; irretiti, i primi, nella comoda scusa degli abnormi tempi procedurali e, i secondi, nella grande illusione del finanziamento privato alla ricapitalizzazione e alle prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale. Aia che Ilva e gli altri stabilimenti del polo industriale tarantino avrebbero dovuto avere, scontando già il ritardo, al massimo entro il 2004. La direttiva istitutiva ne fissava i limiti di recepimento all’agosto del 1999. Giochetti di Palazzo e pressioni di lobby d’interesse hanno determinato la concessione delle prime Aia nel 2007.  La lettera di messa in mora dello Stato italiano per l’Infrazione alla direttiva sull’Aia ha il numero 2013/2177. Risale a 11 mesi fa,  in una UE che predica semplificazioni e repentinità di azioni! Messa in mora  seguita  all’indagine “EU Pilot 3268/12/ENVI”,  attivata dalla Commissione UE e riguardante l’applicazione della direttiva IPCC a Ilva del 26 marzo 2012. Il ritardo decisionale della Commissione UE sul caso Ilva è di palese evidenza atteso che la stessa è in possesso di tutti gli elementi necessari all’azione per le inadempienze del Governo italiano. Assenza totale di proposte da parte del Parlamento UE, repentino solo nelle decisioni riguardanti parametri di bilancio e vincoli, di spesa pubblica tanto cari ai dogmi del mainstream economico!   
Ilva era uno degli impianti industriali oggetto della procedura d’infrazione 2008/2071 riguardante impianti,  che funzionavano in assenza di Aia, e che ha determinato la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia UE nel 2011.  Dai controlli svolti dalle autorità (gennaio e maggio 2013) sono inattuate molte prescrizioni previste dall’AIA del 26 ottobre 2012, violando in tal modo la legge 231/2012.  Lo stabilimento siderurgico è gestito in violazione dell'articolo 14, lettera a), della direttiva IPPC, a norma del quale gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché il gestore rispetti, nel proprio impianto, le condizioni dell'autorizzazione Questo è tanto più grave in quanto l'Aia, che ai sensi della direttiva IPPC doveva essere emanata entro il 30 ottobre 2007, è stata rilasciata a ILVA nell'agosto 2011, e ciò malgrado la procedura d'infrazione avviata dalla Commissione europea nel 2008 sia  culminata nella di condanna  del marzo 2011 (C-50/10). Inoltre, ai sensi della 426/1998, che ha individuato i Siti di Interesse Nazionale ovvero, le aree che sono considerate altamente inquinate, e che devono essere bonificate con la zona industriale che comprende lo stabilimento siderurgico Ilva è inclusa nel SIN di Taranto.  
Il sito di pertinenza è stato caratterizzato, ed è risultato che il suolo, le acque superficiali e le acque sotterranee del sito sono gravemente inquinati. Dalle informazioni disponibili risulta,  che le acque e il suolo inquinati non sono ancora stati bonificati, che sono stati eseguiti solo alcuni interventi di messa in sicurezza d’emergenza dei suoli, mentre non sono stati eseguiti interventi di messa in sicurezza d’emergenza delle acque. La direttiva 2004/35/CE istituisce un quadro, per la responsabilità ambientale, basato sul principio “chi inquina paga”, per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale. Ilva ha causato un inquinamento significativo e, in particolare, ha causato un danno delle acque e del terreno, come definito dall'articolo 2.1. lettera b) e c) della direttiva sulla responsabilità ambientale. Ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva quando si è verificato un danno ambientale, il responsabile adotta “ a) tutte le iniziative praticabili per controllare, circoscrivere, eliminare o gestire in altro modo, con effetto immediato, gli inquinanti in questione e/o qualsiasi altro fattore di danno, allo scopo di limitare o prevenire ulteriori danni ambientali ed effetti nocivi per la salute umana e b) le necessarie misure di riparazione” . A norma dell'articolo 6, paragrafo 3, l'Autorità competente dello Stato richiede che il responsabile adotti le misure di riparazione e, se l'operatore non adempie, l'Autorità competente ha facoltà di adottare essa stessa tali misure, qualora non le rimangano altri mezzi. 
Non risulta che le Autorità italiane abbiano preso provvedimenti per far si che Ilva adotti le necessarie misure di riparazione o, quantomeno, sopporti i costi di tale misure di riparazione. L’Autorità italiana ha invece velocissimamente riconosciuto un incredibile credito di imposta di mezzo miliardo di euro alla autostrada pedemontana lombarda e si appresta a riconoscerne altrettanti alla Pedemontana Veneta e alla Autostrada BreBeMi ( Brecia/Bergamo/Milano). Incredibile il riconoscimento di un credito imposta di 1,9 mld di euro all’autostrada Orte/Mestre che sconta il parere contrario della Corte dei Conti. I fruitori del credito ? Nella sostanza Banca Intesa, che controlla il 49% di Autostrade Lombarda, che controllano l’89% della BreBeMi  e il 25% della Pedemontana Lombarda mentre sulla Orte /Mestre troviamo la commissariata Banca Carige, la Efibanca Spa e la Gefip Holding del pluricondannato Vito Bonsignore.
Quando è nato il credito d’imposta? Con il Ministro delle Infrastrutture Passera e vice Ministro con delega infrastrutture Ciaccia. Entrambi di Banca Intesa. Ciaccia  ex amministratore delegato di Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo (BIIS) ,  consulente della Bre.Be.Mi (autostrada Bergamo-Brescia-Milano) . Advisor delle 2 autostrade Pedemontane (Lombarda e Veneta). E ancora la BIIS controlla la Cofergemi che sta realizzando la Tav  Ge-Mi (quella che ha avuto un miliardo al primo Cipe del Governo Monti) e che rappresenta l’opera più scandalosa italiana. Infrastrutture che hanno ottenuto copiosi finanziamenti pubblici e determinanti linee di credito dalla Cassa Depositi e Prestiti!  Bonifiche, dissesto idrogeologico e riconversione economica della città di Taranto non sono nell’agenda politica degli ultimi governi etero-diretti da interessi finanziarie e industriali sconfitti nella competizione globale e vincenti nell’assalto alla dissestata  finanza pubblica italiana Nella lettera di messa in mora la Commissione ha invitato il governo ai sensi dell'articolo 258 del trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, a trasmetterle osservazioni,  entro due mesi dal ricevimento della  lettera.  
Ammettiamo che la Commissione,  con parere motivato condanni l’Italia. Visto il pregresso legislativo di legge pro Ilva l’Italia potrebbe non conformarsi al parere motivato, e la Commissione  adire alla  Corte di Giustizia. Mediamente, occorrono due anni perché la Corte pronuncia la propria sentenza. Le sentenze della Corte di giustizia non hanno lo stesso effetto di quelle dei tribunali nazionali. Al termine del procedimento, nella sua sentenza la Corte di giustizia costata, infatti, semplicemente l'esistenza (o la non esistenza) di un'infrazione. Lo Stato condannato dalla Corte di giustizia, può decidere di prendere le misure necessarie per conformarsi alla sentenza. Se lo Stato non fa nulla, la Commissione europea può soltanto adire di nuovo la Corte di giustizia e chiederle di infliggere allo Stato membro una penalità da versare fino al momento,  in cui avrà messo fine all'infrazione, e/o una somma forfettaria. Io credo invece che sia anche da valutare l’istituzione di una Commissione temporanea d’inchiesta , che è disciplinata dall’art. 193 Trattato CE attraverso la richiesta fatta dal 25% dei parlamentari europei. La Commissione d’inchiesta temporanea esamina le denunce d’infrazione o di cattiva amministrazione degli Stati o della Commissione UE, nell’applicazione del DIRITTO COMUNITARIO. So che è complesso avere il 25% dei parlamentari UE , ma sarebbe ad altissimo impatto politico e non potrebbe non produrre in tempi rapidi un provvedimento significativo. E’ ora che la vicenda di Taranto fuoriesca dal compromesso ambientale e politico-sindacale italiano e coinvolga associazioni, partiti e testate giornalistiche indipendenti che hanno realmente assunto la questione ambientale come questione di tutela della salute e settore su cui innescare uno sviluppo. Una crescita che generi benessere e ricchezza senza massacrare ambiente e vite umane. E’ una grande sfida. Io, assieme a CosmoPolis e quanto vorranno accompagnarsi in questo lungo percorso, ci sono. (E. Venosi - Cosmopolis)

martedì 26 agosto 2014

Taranto abbandonata

Taranto continua a essere il paradosso della politica italiana. 


La città nella quale si scontrano i poteri forti, che la tengono ostaggio di interessi economici sovrastanti. La città nella quale la Magistratura tenta di bloccare il laissez-faire imposto dal Governo, ma viene intimidita da leggi che depotenziano la portata dei provvedimenti adottati. La città dove le Istituzioni Europee portano avanti un braccio di ferro con un Governo che promette ma che mai realizza, posponendo all’infinito. La città dove, in un clima di scontro continuo, i cittadini e le loro associazioni, in una lotta senza quartiere contro lo stato di adattamento e di abbandono, sono rimasti l’unica risorsa per sollevare la cortina spessa di fumi, IPA, diossina, omertà, corruzione, indulgenza, collusione, che ha fatto di Taranto una delle città più isolate e disperate del Paese.

Il 14 agosto scorso, la Commissione Europea ha inviato a Peacelink una lettera nella quale il Commissario all’Ambiente Potočnik si dice preoccupato per le condizioni sanitarie ed ambientali nelle quali versa la città, come confermato dall’aggiornamento recente dello studio “Sentieri”: 21% di mortalità infantile in più rispetto al resto del Paese, solo per citare uno dei tanti dati allarmanti.

La Commissione, in questa lettera che fa seguito a numerosi scambi ed incontri avvenuti con Peacelink, reitera che l’annoso inquinamento è una questione molto complicata, che deve pur essere risolta con l’impegno del Governo Italiano! Perché, effettivamente, si potrebbe pensare che a Taranto i diritti garantiti dalla Costituzione non siano gli stessi che altrove.

La lettera del Commissario fa venire in mente, in maniera indiretta, che il responsabile primo dello stallo in cui versa la mia città è l’assenza totale delle istituzioni, che avrebbero dovuto fare il proprio dovere, proteggendo noi tarantini dal pericolo al quale siamo ancora esposti. Ma lo Stato non c’è. Dovrebbe fare più notizia il fatto che lo Stato abbia venduto i propri cittadini al mercato dell’acciaio, che una processione religiosa che si inchina ai mafiosi. La Commissione europea, interviene, per quanto la legislazione europea consenta, si fa carico della sofferenza della città, e nella lettera dice testualmente che «essa perseguirà la strada intrapresa fino a che piena soddisfazione non sarà stata data alla popolazione di Taranto direttamente toccata dalla questione Ilva ».

Sono parole tristi, che testimoniano della situazione di abbandono. Sono parole che avrebbe dovuto pronunciare lo Stato, garante dei diritti inderogabili dei suoi cittadini. Ma lo Stato, scomparso da tempo, si nasconde dietro una coperta divenuta ormai troppo corta e affollata già dallo stesso Governo e dalle Istituzioni locali. Non si entra a Taranto nelle questioni vere, e se si viene in visita ufficiale è per fare il giro della sposa: una bella passeggiata in un’Ilva con gli impianti chiusi per l’occasione, con gente che sorride felice sotto minaccia.
L’Arpa Puglia ha definito frutto di farneticazioni i dati, prodotti dalla stessa Arpa, ed elaborati da Peacelink che ha solo aggiornato al 2014, con il modello matematico Arpa, i dati relativi all’inquinamento da IPA (idrocarburi policiclici aromatici, sostanze potenzialmente molto cancerogene) al 2013-2014.

A maggior conferma, e per fugare ogni dubbio, Peacelink ha effettuato la mattina del 26 agosto scorso delle nuove rilevazioni presso il quartiere Tamburi a ridosso dello stabilimento. Le concentrazioni di IPA sono risultate tre-quattro volte superiori ai valori del periodo 2009-2010, pre-AIA, pre-leggi Ilva, pre-Commissariamento del Governo!

Dopo ben sei decreti, siamo oggi al punto in cui sembra che la situazione ambientale sia addirittura peggiorata. Oltre alle rilevazioni strumentali, ci sono centinaia di foto e segnalazioni continue, a Taranto siamo tutti eco-sentinelle e sappiamo, secondo i venti, se possiamo aprire le finestre o meno.

Le prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) non sono state realizzate, ma dal 2011 (data in cui fu elaborata la prima versione) ad oggi, esse sono state solo modificate per allungarne la messa in attuazione, che ormai sembra cosa alquanto remota.

Le due ultime leggi sull’Ilva (n.6 del 6/2/2014 e n.100 del 16/7/2014) appaiono come un attacco al bilanciamento dei poteri sancito dalla Costituzione ed una contrapposizione netta al diritto comunitario. A parte la violazione flagrante della direttiva EU sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento, la legge attuale autorizza l’Ilva a non realizzare il 20% delle prescrizioni del permesso AIA (in questo 20% potrebbero esserci le misure più urgenti, importanti e quindi più costose) e di conseguenza a produrre senza rispettare le leggi approntate precedentemente.

Sembra che il Governo e lo Stato si pongano al di là della legge italiana ed europea e vadano contro i dettami della Corte Costituzionale, che in una sentenza del maggio 2013, ha sancito la persistenza del vincolo cautelare sulle aree e sugli impianti dello stabilimento posti sotto sequestro dal Gip Todisco il 26 luglio del 2012.

La Corte Costituzionale ha affermato che l’attività produttiva è ritenuta lecita solo se è garantito il pieno rispetto del permesso AIA, che prevedeva una messa a norma dello stabilimento entro il luglio del 2014. Il piano ambientale contenuto nelle nuove leggi parla del 2015 e del 2016 per la realizzazione di alcune prescrizioni. Eppure il tempo non va indietro e la situazione sanitaria peggiora di giorno in giorno.

Secondo la Corte Costituzionale, la deviazione dal percorso di messa a norma, che era l’assicurazione di un bilanciamento tra il diritto al lavoro ed il diritto alla salute, doveva ritenersi illecita e pertanto perseguibile ai sensi delle leggi vigenti.
Il bilanciamento di tali diritti viene meno nel momento in cui l’Ilva dichiara di non poter mettere in opera l’AIA a causa di mancanza di fondi.
Svuotata la legge di ogni suo valore, relegate le direttive europee in un angolo, protetta l’Ilva e la sua produzione anche attraverso incredibili opere di propaganda mediatica quale la nomina di un nuovo sub-commissario, quali ridondanti piani industriali futuri, ecco che il Governo sembra aver posto in essere ancora una volta tutte le garanzie volte a garantire la continuità di una produzione i cui effetti per la popolazione e gli operai appaiono devastanti, lo dicono perizie e studi.

Il 7 Ottobre prossimo la Corte di Cassazione si pronuncerà sulla rimessione o meno del processo “Ambiente Svenduto”. L’Ilva-Gate ha 53 imputati, tra i quali tre società appartenenti alla famiglia Riva (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici); il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola; l’ex Presidente dell’Ilva (ed ex prefetto di Milano) Bruno Ferrante; altri due ex direttori dello stabilimento, Luigi Capogrosso ed Adolfo Buffo; l'ex addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva, Girolamo Archiná; il direttore dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (Arpa), Giorgio Assennato; l’assessore all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro (IdV); l'ex consigliere regionale della Puglia, oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni; l'attuale consigliere regionale Donato Pentassuglia (Pd) e l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (Pd).

Quasi tutti i politici per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio sono ancora nell’esercizio delle proprie funzioni. Mentre la città assediata dalle malattie aspetta, il Governo continua ad utilizzarla come une enorme esperimento a cielo aperto. A Taranto non ci sono ospedali attrezzati per far fronte all’emergenza cancro e per curare e diagnosticare le altre malattie che gli esperti dicono generate dall’inquinamento. I suicidi fanno parte ormai della cronaca quotidiana. Non si vive, si sopravvive.

In aggiunta al problema Ilva, come se non bastasse, ad aggravare il carico negativo, c’è il progetto Tempa Rossa. E’ di qualche giorno fa la notizia della già avvenuta approvazione di questo progetto di sfruttamento del ricchissimo giacimento petrolifero, situato in località Tempa Rossa nella valle del Sauro, in Basilicata. Esso prevede una centrale di smistamento del petrolio greggio in arrivo nel porto di Taranto, che diventerà un esteso terminal petrolifero. Il materiale arriverà per essere trasportato verso diverse raffinerie in Italia e all’estero, una parte di esso invece sarà lavorato e stoccato a Taranto presso la raffineria Eni che nel frattempo sarà stata raddoppiata.

I problemi sono più che evidenti e sono legati alla concentrazione alla raffineria e al porto di tutto il petrolio del Sud Italia, e di conseguenza alla pericolosità che attività del genere possono avere in maniera definitiva sull’ecosistema, già pesantemente provato dalla presenza dell’industria siderurgica e della grande base Nato.
C’è bisogno urgente di un cambio di passo, di una nuova visione, di una nuova classe dirigente che sappia affrontare le drammatiche condizioni in cui versa non solo Taranto ma l’intero Paese. Che nasca un movimento qui, da chi ha più sofferto e che non ha null’altro in cui sperare se non l’energia che scaturisce dalle proprie forze.

La società è profondamente cambiata. Nuovi bisogni emergono giorno dopo giorno senza trovare risposta. C’è bisogno di stabilità nello sviluppo, di coesione e di giustizia sociale diffusa, in cui le località siano artefici del loro stesso futuro: Taranto non ha mai avuto accesso alla “stanza dei bottoni”, in cui sono state prese le decisioni che così drammaticamente l’hanno riguardata e la riguardano. E’ ora di darsi una strategia per cambiare un futuro che sembra già segnato.

La crisi della città potrebbe essere risolta con un’energica azione di valorizzazione economica delle risorse locali e con un programma di diversificazione economica e produttiva. Ad esempio, la riconversione industriale affrontata con iniezioni di nuove tecnologie, l’allargamento delle attività portuali, nuovi contratti di lavoro che tengano conto della drammatica situazione occupazionale delle aree meridionali come quella di Taranto e che incentivino il radicamento di iniziative imprenditoriali.

La società si deve arricchire delle attività delle municipalità, le quali per ben contribuire hanno bisogno di mettersi all’altezza in termini di conoscenza e di una più ampia prospettiva europea, abbandonando il miope localismo. Agganciare l’Europa, le occasioni internazionali. Proprio per fare questo, si deve puntare sulla cultura, sull’innovazione, sulla valorizzazione delle competenze locali.
Lanciamo una politica che riparta dai giovani della Puglia, della Calabria, della Sicilia, dal Sud tutto che più del resto del Paese ha bisogno di un cambiamento epocale. Creiamo progetti alternativi coerenti con i cambiamenti già avvenuti in questa società e affatto interpretati dalla politica attuale. Ricerca, informatizzazione, innovazione, cultura, ambiente, per realizzare uno sviluppo economico, sociale, che pongano l'individuo al centro dell’attività umana.
Dare respiro all'azione locale in Europa, inserendola in un contesto del quale beneficiare in modo concreto ed immediato. Ripartire da Taranto e dal Mezzogiorno offeso. Riportare la periferia al centro.(Antonia Battaglia - Micromega)

mercoledì 20 agosto 2014

Cara Taranto ti scrivo...

La Commissione Europea scrive a Peacelink

Nuova Lettera del Commissario Europeo Janez Potocnik a Peacelink
20 agosto 2014 - Redazione Peacelink
 
Il 14 agosto 2014 il Commissario Europeo Janez Potocnik ha scritto a Peacelink nell'ambito della procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sulla questione Ilva.
Di seguito il testo originale e la traduzione in italiano.

Janez Potocnik, Commissario Europeo 
Bruxelles, 14 agosto 2014 

Ms Antonia Battaglia, Mr Alessandro Marescotti, Mr Luciano Manna
Peacelink
Post Box 2009
Taranto
ITALY
Dear Madam, dear Sirs,
Thank you for your letter of 7 July 2014 in which you express your worries about the
conclusions of the latest update of the "Sentieri" study, confirming the sanitary critical situation in Taranto and Statte.
I would like to reassure you that the European Commission continues to closely monitor the situation with the aim to ensure that Italian authorities take the necessary measures for the actual implementation of the ILVA permit, in order to comply with all relevant emission limits imposed for environmental and health reasons. I consider that some limited progress has already been made after the start of the infringement procedure, but I am committed to pursuing this case until full satisfaction is found for the people directly affected and the environment in Taranto in line with existing EU law.
I also share your concerns relating to the need of urgent measures, but there is no
easy solution to the longstanding environmental pollution in Taranto the control and cleanup of which will need serious efforts by the Italian authorities. Finally, I want to confirm that, on the basis of all the information in its possession, the European Commission will rapidly decide what further action to take in the framework of the infringement procedure, with the aim of protecting the environment and citizens' health in Taranto.
Yours sincerely
firma Janez Potocnik






Janez Potocnik,
Commissario Europeo
                                                                                  Bruxelles, 14 agosto 2014

Signora Antonia Battaglia
Signor Alessandro Marescotti
Signor Luciano Manna
Peacelink
Taranto


Cara Signora, Cari Signori,
Vi ringrazio per la lettera del 7 luglio 2014 nella quale esprimete preoccupazione riguardo le conclusioni dell’aggiornamento dello studio “Sentieri”, che conferma la criticità della situazione sanitaria di Taranto e di Statte.
Ci tengo a rassicurarvi sul fatto che la Commissione Europea continua a monitorare da vicino la situazione, al fine di assicurare che le Autorità Italiane prendano le misure necessarie per una effettiva realizzazione del permesso ILVA ( AIA), in modo da garantire il rispetto dei limiti delle emissioni rilevanti, così come imposti per ragioni di natura ambientale e sanitaria. 
Credo che un progresso seppur limitato sia stato realizzato dopo il lancio della procedura di infrazione, ma sono intenzionato a portare avanti il caso finché piena soddisfazione sia stata data alla popolazione direttamente colpita e all’ambiente a Taranto, così come garantisce il diritto europeo in materia.
Io condivido inoltre le vostre preoccupazioni relative alla necessità di misure urgenti, ma non ci sono soluzioni facili all’annoso inquinamento ambientale di Taranto, il cui controllo e la cui rimozione richiederanno uno sforzo molto serio da parte delle autorità italiane.
Infine, tengo a confermare che, sulla base delle informazioni in Suo possesso, la Commissione Europea deciderà rapidamente quale ulteriore azione intraprendere nel quadro della procedura di infrazione, con il fine di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini di Taranto.

Cordiali saluti,
Janek Potocnik
Note:insieme alla lettera è stata in conferenza stampa è presentata un'analisi dei dati ipa di Arpa Puglia
 
(Peacelink) 


martedì 12 agosto 2014

A che punto è la notte?

Ilva, GRF: Peacelink denuncia a Magistratura e Commissione Europea

GRF ILVA sotto sequestro. PeaceLink: "Perché lasciare la facoltà d'uso a reparti che non applicano l'AIA da cui fuoriescono ancora emissioni non convogliate?"
 
La foto che inviamo ritrae le evidenti emissioni non convogliate dell'area GRF (Gestione Recupero Ferro) avvenute nella notte del 10 agosto scorso, alle ore 22.30 circa. E' l'immagine della gravità della situazione nella quale lo stabilimento ILVA di Taranto continua ad operare.  Le emissioni non convogliate si alzano in aria dal reparto GRF posto sotto sequestro dalla magistratura. E' un reparto situato di fronte all’AFO5 (altoforno n.5).

Ricordiamo a tutti che il reparto GRF è ancora sotto sequestro e che la sua facoltà d'uso era ed è vincolata all'applicazione dell'autorizzazione AIA che ne prevedeva la copertura. La Corte Costituzionale ha specificato che la produzione dell'ILVA "può divenire illecita solo in caso di inosservanza delle norme e delle prescrizioni dettate a salvaguardia della salute e dell’ambiente".
Ai sensi della legge 231 del 2012 (la cosiddetta "Salva-Ilva" che incorporava e cristallizzava l'AIA dandole forza di legge) occorreva quindi coprire il reparto GRF da cui si sollevano quelle emissioni non convogliate che appaiono nella foto.
 La legge 231 del 2012 avrebbe dovuto garantire la ferrea applicazione di tutte le norme di adeguamento degli impianti a garanzia dell'ambiente e la salute sia dei lavoratori sia dei cittadini. Cosa che non è stata fatta.
 Sulla base della legge 231 del 2012 tutti gli interventi di messa a norma degli impianti di produzione dell'ILVA dovevano avvenire entro il 1° luglio 2014. Solo la scadenza della copertura del parco minerali (area di stoccaggio) faceva eccezione e aveva un termine all'ottobre 2015. 
La copertura dell'area GRF doveva avvenire entro il 31 dicembre 2013, applicando la prescrizione numero 70 che specifica:

"Copertura area GRF e area di svuotamento scoria liquida dalle paiole e ripresa scoria raffreddata (BAT 11) con avvio entro 3 mesi dei lavori di costruzione di edifici chiusi, con aree adeguatamente pavimentate e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata, in accordo con la BAT n.11, punto III. La conclusione della realizziazione del suddetto intervento deve avvenire entro il 31 dicembre 2013". 

PeaceLink ritiene inammissibile che le lavorazioni continuino senza l'applicazione di questa prescrizione in un impianto posto sotto sequestro perché considerato pericoloso in quanto - secondo il GIP Patrizia Todisco - «chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

PeaceLink vuole ritornare a fare chiarezza sulla questione della FACOLTA' D'USO DEGLI IMPIANTI sequestrati.

La stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il sequestro preventivo "deve consentire la facoltà d’uso, salvo che, nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell’AIA riesaminata".

Ma se vengono trasgredite le prescrizioni dell'AIA riesaminata, come mai tutto prosegue come se quell'impianto non fosse sotto sequestro la cui facoltà d'uso è subordinata al rigoroso rispetto dell'AIA riesaminata? 

Quando nel 2013 - a seguito della sentenza della Corte Costituzionale - il gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, ha formalizzato la facoltà d’uso degli impianti dell'area a caldo sequestrati all’Ilva il 25 luglio 2012 perché inquinanti, il gip,  nel farlo, ha voluto sottolineare: «Solo il rispetto rigoroso del cronoprogramma degli interventi stabilito nell’Aia assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’attività produttiva». Per il gip Patrizia Todisco il non rispetto degli obblighi da parte dell’Ilva, vale a dire il mancato o ritardato adeguamento delle misure disinquinanti, era «da ritenere illecito e tale da innescare conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente». In tal caso poteva scattare un nuovo decreto di sequestro degli stessi impianti, questa volta senza facoltà d’uso e quindi senza produzione.  Facendo suo il parere espresso dalla Corte Costituzionale, il gip di Taranto specificava con chiarezza lo scorso anno che la prosecuzione dell’attività produttiva dell'ILVA «non prevede né dispone la revoca dei sequestri disposti dall’autorità giudiziaria, ma autorizza la prosecuzione dell’attività per un periodo determinato ed a condizione dell’osservanza delle prescrizioni dell’Aia riesaminata». E sottolineava: «Se l’adeguamento della struttura produttiva non dovesse procedere secondo le puntuali previsioni del nuovo provvedimento autorizzativo sarebbe cura delle autorità amministrative proposte al controllo e della stessa autorità giudiziaria, nell’ambito delle proprie competenze, di adottare tutte le misure idonee e necessarie a sanzionare anche in itinere le relative inadempienze». 
 Sono state ad oggi sanzionate in qualche modo le inadempienza?
La cancellazione del garante dell'AIA è la dimostrazione che non solo non è stato sanzionato nulla ma che è stato eliminato persino il controllore.

Il chiaro "avvertimento" del GIP Patrizia Todisco all'ILVA avveniva a metà del 2013 quando i lavori di "adeguamento" dell'area GRF dovevano ancora essere effettuati in quanto il termine ultimo era il 31 dicembre 2013. Dal 2014 in poi ILVA avrebbe dovuto dimostrare di avere ultimato la copertura del GRF in maniera tale da non provocare più l'emissione dei fumi non convogliati visibili nella foto. 
Quelle emissioni non convogliate - ben visibili nella foto - a nostro avviso rappresentano in maniera evidente la mancata applicazione dell'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e il venir meno alla lettera e allo spirito della sentenza della Corte Costituzionale che non forniva disco verde alla produzione ma che la condizionava al rispetto dell'AIA.
Tutto questo pone gravi interrogativi per la salute degli operai e dei cittadini. Quei fumi non sono monitorati dai sistemi di controllo sui camini perché non sono convogliati, come l'AIA richiedeva. Nell'area GRF avvengono lavorazioni "a cielo aperto" provocando oggi gli stessi fenomeni emissivi incontrollati per cui il reparto fu posto sotto sequestro senza facoltà d'uso.

Questa fotografia è un'anticipazione di quanto sarà prossimamente consegnato alla Procura di Taranto e al Noe da parte dell'associazione PeaceLink, un poderoso dossier che cataloga tutte le emissioni documentate nell'anno 2014 sino ai giorni recenti. I contenuti  sono supportati da materiale fotografico, da video e da documenti che attestano l'attività dello stabilimento Ilva di Taranto in relazione alle prescrizioni non rispettate. Questo archivio assume una particolare rilevanza in quanto a oggi - 12 agosto 2014 -  tutti gli interventi dell'AIA su impianti di produzione e lavorazione dovevano essere già stati completati sulla base dell'AIA riesaminata nel 2012. Tutte le proroghe e le deroghe effettuate con decreti successivi costituiscono una violazione dell'articolo 29 decies il quale prevede che si proceda non all'ammorbidimento delle prescrizioni ma 
"alla revoca dell'autorizzazione integrata ambientale e alla chiusura dell'impianto, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazioni di pericolo e di danno per l'ambiente".
PeaceLink constata con grande rammarico che lo stabilimento ILVA di Taranto continui ad operare violando le norme europee (direttiva 75/2010) in materia di tutela dell'ambiente e della salute.
Di tutto ciò PeaceLink ha già informato in data dell’11 agosto 2014 la Commissione Europea ed il Presidente del Parlamento Europeo. (Peacelink)