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martedì 22 settembre 2015

Chissà cosa troveranno?

Mar Piccolo, occhi puntati sull’Area “170 ha”

Nota stampa del Commissario Straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione della città di Taranto.
 
La Marina Militare possiede una adeguata conoscenza del Mar Piccolo di Taranto per esservi presente con proprio primario insediamento sin dagli inizi del ‘900 ed è impegnata, nell’ambito della “marine strategy”, in numerose attività di caratterizzazione dei fondali, di monitoraggio e salvaguardia dell’ambiente marino impiegando le proprie Unità Navali opportunamente attrezzate con strumenti tecnologicamente all’avanguardia.

Il Commissario Straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione della città di Taranto ha quindi ritenuto opportuno avvalersi della stessa Marina Militare per le attività propedeutiche agli interventi urgenti da porre in essere nel Mar Piccolo di Taranto e per questo, a giugno scorso, è stato formalizzato un accordo di collaborazione in tal senso.
Dall’inizio del mese di agosto sono quindi iniziate, sotto il coordinamento diretto del Commissario Straordinario, una serie di attività congiunte che hanno visto l’esecuzione di rilievi strumentali nell’area tecnicamente chiamata “170 ettari” di competenza  della Marina Militare, con il supporto, in questa fase, anche dell’Università di Bari, del CNR e dell’Istituto Idrografico della Marina. Contestualmente gli operatori del Gruppo Operativo Subacqueo (GOS) MM di base a Taranto hanno iniziato la ricerca visiva e catalogazione dei materiali antropici nella fascia prospiciente le banchine (sino a 30-40 metri).
Le attività di questa prima fase proseguiranno con il completamento dei rilievi strumentali e della catalogazione dei materiali antropici mediante investigazione visiva dei singoli contatti individuati. Un team costituito dai collaboratori del Commissario Straordinario, da biologi di enti di ricerca/università designati dal Commissario Straordinario, con il supporto degli operatori del GOS, valuteranno successivamente l’opportunità di rimuovere gli oggetti rinvenuti che nel tempo potrebbero essere diventati habitat di specie protette. Il Commissario e la Marina Militare hanno unito capacità, mezzi ed expertise, affinché la complessità del sistema si traduca in efficienza. La piattaforma su cui si ancora l’articolato processo è stata definita e configurata conseguentemente le attività sono iniziate. Il percorso iniziato, che è una vera e propria sfida a causa della complessità e della vastità delle operazioni da portare a termine, è tuttavia un’impresa in cui la Marina investe e crede molto, consapevole del fatto che un mare pulito è un mare più sicuro. (Inchiostroverde)

martedì 28 luglio 2015

Promesse di marinaia?

Taranto, Pinotti: “L’Arsenale non sarà privatizzato. Ecco i progetti”

Per gli Arsenali sgombriamo il campo da leggende metropolitane. Nessuno sta pensando di privatizzare gli Arsenali e neanche il libro bianco fa riferimento a questo”: lo ha dichiarato ieri il ministro della Difesa Roberta Pinotti, a Taranto per partecipare ad una serie di incontri istituzionali e visitare l’Arsenale della Marina militare. Il ministro ha incontrato nella Prefettura di Taranto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, il presidente della Provincia Martino Tamburrano, il commissario straordinario dell’Autorità portuale Sergio Prete, il capo di Gabinetto del Ministero della Difesa ed il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare De Giorgi, i presidenti di Camera di Commercio e Confindustria.
Il ministro Pinotti ha precisato che la visita a Taranto rientra nell’ambito delle iniziative messe in piedi dal Tavolo istituzionale attivato in base al decreto del 24 dicembre 2014, approvato nel marzo scorso. Tra le proposte alle quali si sta lavorando c’è anche la possibilità di utilizzare il mar Piccolo per fini turistici. Poi la realizzazione di tre percorsi ‘storici’, due a terra e uno via mare, all’interno dell’Arsenale della Marina militare. Quanto ai problemi dello stesso stabilimento della Difesa, il ministro ha fatto presente di aver ottenuto una deroga al blocco del turn over che ha dato “almeno una piccola risposta”. Si sta pensando, in seguito a una proposta del sindaco Stefàno, all’attivazione di cantieri di formazione in Arsenale. Il piano Brin per le manutenzioni navali “prosegue – ha osservato ancora il ministro Pinotti – e sono stati già spesi 70 milioni. Ne mancano 36. Speriamo di sbloccarne uno entro il 2015 e altri 6 nel 2016. Poi, con il lavoro del tavolo istituzionale, ci auguriamo di reperire altre risorse”. Questi, in sintesi, gli impegni assunti dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti.
Dunque, il molo della stazione torpediniere che per anni è stato usato dalla Marina come attracco per le sue navi, poi ‘traslocate’ nella nuova base navale in Mar Grande a Chiapparo, alla stazione torpediniere sono rimasti solo i sommergibili e le navi in disarmo. Adesso gran parte del molo passerà dalla Marina Militare al Comune “per realizzare – ha affermato la Pinotti – un progetto condiviso quale è quello della riconversione dell’infrastruttura”. Si tratta dello studio di fattibilità dell’Autorità portuale che, attraverso un investimento di circa 30 milioni, prevede che in futuro possano attraccare navi da crociera di media dimensione e yacht. “Un progetto che dovrà essere portato al vaglio del Tavolo istituzionale Taranto – ha però ricordato il ministro – e che pensiamo che possa unirsi all’altro progetto prefigurato per l’Arsenale della Marina, ovvero valorizzare con tre percorsi, due via terra e uno via mare, tutta la parte museale e di archeologia industriale di questo sito. Messi insieme, i due progetti possono essere un contributo concreto al rilancio turistico di Taranto”.
Un intervento molto articolato di grandissimo interesse che potrebbe rappresentare il futuro di Taranto – detto ancora il Ministro – soprattutto immaginando un altro progetto connesso alla Marina Militare, oggetto del Tavolo istituzionale, ovvero la realizzazione di percorsi storici itineranti all’interno dell’Arsenale, due via mare e uno via terra, che presupporrebbe un rilancio anche turistico di una città straordinariamente bella”.
Il comparto della Difesa, ha ricordato poi il ministro, ha subito molti tagli finanziari negli ultimi anni “non potendo tagliare gli stipendi, su investimenti, manutenzioni e spese intermedie”. Per il piano Brin, relativo alle infrastrutture dell’Arsenale, sinora per Taranto c’è stata una spesa di 70 milioni di euro. Ne mancano ancora 36 per completare i lavori. Pinotti ieri ha annunciato che quest’anno arriverà un altro milione, altri 6 il prossimo, “ma se vogliamo che il piano Brin cammini con un passo più spedito e sia ultimato prima, dobbiamo pensare anche a risorse diverse da quelle della Difesa. Poiché è un piano che, ammodernando l’Arsenale, genera opportunità di lavoro, penso che sia interesse degli enti locali - afferma il ministro – sostenerlo al Tavolo istituzionale Taranto. Se pensiamo di concludere il Piano facendo affidamento solo sulle risorse della Difesa ci vorranno più anni”.
Per quanto riguarda invece la manutenzione delle navi della Marina e l’indotto navalmeccanico (tema posto con forza da Confindustra sulle Piccole e Medie Imprese che ha sempre lavorato sulla manutenzione delle navi e che quest’anno ha lavorato molto meno a causa dei tagli), il ministro Pinotti ha sottolineato che anche qui ci sono stati dei ridimensionamenti di spesa, ma il 75% delle disponibilità sono state comunque allocate sull’Arsenale di Taranto. Circa l’afflusso di nuove risorse, Pinotti ha dichiarato che, tra risparmi e assestamento di bilancio, qualche ulteriore disponibilità arriverà entro l’anno mentre per il 2016 tutto si giocherà sulla legge di Stabilità. “Preferisco non parlare di cifre in questo caso – dice la Pinotti – perché la costruzione della legge di Stabilità è complessa e ci sono molte richieste, ma il tema delle manutenzioni navali sarà posto”. Infine, la conferma di come non esista nessun ipotesi di privatizzare gli Arsenali militari: “Il Libro Bianco della Difesa – sottolinea il ministro – prevede già che alcune attività siano fatte dai privati, quindi non c’è alcuna novità e non mi pare che sia il caso di agitare paure che non esistono”.
Per quanto riguarda il tema della demolizione delle navi non trasportabili, il presidente della Regione Emiliano ha proposto che i lavori possano essere effettuati a Taranto e non a Piombino. “Guarderemo con estrema attenzione alle capacità che l’industria tarantina possiede – ha risposto sull’argomento il Ministro -. Taranto non verrà sottovalutata perché coscienti che potrebbe essere una risposta immediata ad una realtà in difficoltà”.
Rimane aperto invece il problema della riduzione delle ore di lavoro per le imprese di pulizia e ristoro. Nonostante i tagli operati il Governo “sugli appalti ha destinato la stessa cifra degli scorsi anni, senza alcuna riduzione, perché siamo coscienti si tratti di lavoratori che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese”. Sull’ospedale Militare invece, il Ministro Pinotti ha proposto di lavorare ad una convenzione fra la Difesa e la Regione Puglia, in modo che si possano utilizzare al meglio le strutture militari, non limitandosi alla sola camera iperbarica. “Stiamo scommettendo sulla ripartenza di questa città - dice ancora il Ministro -. Vorremmo immaginare un progetto futuro nuovo e di rilancio per valorizzare la bellezza di Taranto, seguendo un percorso nuovo rispetto a quanto fatto in passato”.
Un breve accenno è stato poi fatto sull’emergenza dei migranti. “Abbiamo attivato un canale continuo tra Ministero degli Interni e Ministero della Difesa perché laddove servissero strutture per risolvere problemi di accoglienza noi daremo la nostra disponibilità. A Taranto – aggiunge – non mi risulta ci siano state richieste in tal senso. L’obiettivo del Paese è riuscire a rispondere a quest’emergenza. Ringrazio le città del Sud per la grande capacità d’accoglienza”.
Mentre per il turn over, Pinotti ha annunciato che c’è stata una deroga: “È stato fatto presente alla Funzione pubblica che senza le nuove assunzioni, lavorazioni importanti degli Arsenali si sarebbero bloccate. Certo, non abbiamo ottenuto molto, è una deroga minima, ma è il massimo che si poteva ottenere. Ho trattato con la Funzione pubblica ricordando che gli arsenali sono realtà produttive e senza alcuna assunzione, l’impoverimento dello Stato sarebbe stato determinato dal blocco dei lavori all’interno delle strutture militari: ma il problema riguarda tutta la Pubblica amministrazione”.
E a tal proposito, la Pinotti ha accolto favorevolmente la proposta avanzata dal Comune di Taranto di istituire, con fondi del bilancio comunale, borse di studio per gli studenti degli istituti professionali e tecnici da avviare alla formazione lavoro in Arsenale. Non solo. “Abbiamo avuto certezza di un impegno di 4 milioni e 600 mila euro per la manutenzione del naviglio militare, garantendo in questo modo la continuità del lavoro e l’impiego di maestranze specializzate. Ho proposto inoltre, dal momento che le assunzioni sono bloccate, di garantire delle borse di studio di un anno per i diplomati degli istituti tecnici. Ho chiesto l’apertura di tutti i centri sportivi militari per la libera fruizione anche ai cittadini e di aprire l’accesso dell’Arsenale ai visitatori” ha concluso la Pinotti. (Inchiostroverde)

martedì 19 maggio 2015

Il Comune e le politiche partecipate da solo

Taranto, il piano rilancio della città approda a Palazzo Chigi

Si insedia domani a Palazzo Chigi (incontro alle 14) il Tavolo istituzionale Taranto voluto dall’ultima legge sull’Ilva, la numero 20 dello scorso 4 marzo, per definire un progetto complessivo di rilancio della città attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo. All’incontro ci saranno presidenza del Consiglio e ministeri da un lato e dall’altro comune, provincia, Camera di commercio e Autorità portuale e regione Puglia. Al confronto di domani il comune porta un progetto per il recupero della Città vecchia. Insieme al porto, alla bonifica ambientale dell’area extra Ilva e alla valorizzazione dell’Arsenale della Marina come museo di archeologia industriale senza per questo dismettere la sua funzione di struttura che provvede ai lavori di manutenzione delle navi militari, la migliore fruibilità della parte antica di Taranto costituisce infatti uno degli assi su cui il governo vuole costruire il rilancio della città in parallelo con la ripresa dell’Ilva, per la quale adesso cominciano a sbloccarsi le risorse per gli investimenti. In particolare, la legge pone l’accento sulla rivitalizzazione culturale del centro storico, affida al ministero guidato da Dario Franceschini il compito di vagliare il piano e ne delega la finanziabilità al Fondo sviluppo e coesione senza però quantificare e indicare disponibilità.
Il comune, che oggi l’approva in giunta, ha costruito la proposta per la Città vecchia attraverso un partenariato che ha coinvolto Confindustria Taranto, Marina Militare, privati e Arcidiocesi (che avanza un ulteriore restauro del Santuario Madonna della Salute per circa 4 milioni di euro). Ma idee pubbliche e private non sono ancora un progetto unico e coordinato, aspetto che ha suscitato delle critiche che il comune pensa di superare nel momento in cui il confronto col governo entrerà nel merito. La sola proposta pubblica si muove lungo alcune priorità: miglioramento dello standard di vivibilità, messa in sicurezza degli edifici degradati o a rischio crollo, rifacimento delle reti idriche, fognanti e di pubblica illuminazione, recupero dei palazzi storici. In particolare, ammontano a circa 50 milioni di euro il costo delle schede progettuali che il comune domani porterà a Palazzo Chigi. Per gli edifici storici, l’ente locale proverà ad ammettere a finanziamento centrale il ripristino dei palazzi Troylo e Carducci, inizialmente destinatari di risorse del piano Urban per circa 8 milioni, poi sospese dalla Regione per i vincoli del patto di stabilità. L’Autorità portuale di Taranto, invece, propone un piano per il recupero e la sistemazione dell’affaccio a mare della Città vecchia tra opere di consolidamento e creazione di spazi e infrastrutture dedicate ad attività turistiche e per la nautica da diporto. «Si tratta di interventi per 60 milioni – dice Sergio Prete, presidente dell’Autorità portuale di Taranto – ma il piano può essere realizzato anche a moduli con singole azioni. Proveremo a candidarlo a finanziamento del governo e tuttavia l’Authority può anche accedere a canali di finanziamento propri come il Pon Trasporti». (sole24h)

lunedì 16 febbraio 2015

I sogni e le letterine

Taranto ha un sogno dopo l’acciaio:i crocieristi al posto delle navi militari

Se i vertici della Marina Militare e il governo Renzi volessero tenere fede agli impegni assunti dal ministro Giovanni Spadolini trent’anni fa, dovrebbero restituire un pezzo di Taranto. La vecchia «banchina torpediniere» sdraiata nel Mar Piccolo ha ospitato le navi militari finché la flotta italiana non s’è spostata in Mar Grande. Ora è vuota, deserta. Nel 1985, quando arrivò a presiedere la cerimonia di posa della prima pietra della nuova stazione navale, Giovanni Spadolini, ministro della Difesa, rassicurò che la vecchia sarebbe tornata quel che era a fine Ottocento: un lungomare di Taranto. Dopo trent’anni di attesa l’Autorità portuale e il Comune di Taranto hanno sollecitato governo e Marina Militare a ricordarsene. L’ultima lettera è datata 14 gennaio 2015. La vecchia banchina, ristrutturata, potrebbe ospitare un terminal crociere e alcuni moli destinati ai maxi yacht. Questa è l’idea. Da anni si tratta. Nel 2012 si sembrava a un passo dall’accordo. Un piano di fattibilità è pronto dal marzo del 2013. Però la risposta da Roma non è ancora arrivata.
La Marina Militare non molla benché la vecchia banchina torpediniere sia abbandonata (il trasloco della flotta è avvenuto nell’estate 2004) e non possa attraccarci neppure un canotto. Una perizia ordinata dalla stessa Marina la considerava inidonea e pericolante già nel 2010. Potrebbe crollare, anzi è un miracolo che stia ancora in piedi. I 750 metri di banchina costruiti più di un secolo addietro nel Mar Piccolo, quindi nel ventre di Taranto e a pochi passi dal Museo archeologico, dal centro cittadino e dai Giardini Peripato - sono costeggiati da sei vecchi magazzini oggi inutilizzati e in cui si potrebbero ospitare strutture ricettive, hotel, centri commerciali ma anche una «dependance» del museo o un nuovo museo del mare. La società romana di ingegneristica Acquatecno, cui l’Autorità portuale si è rivolta per il piano di fattibilità, ha presentato uno studio di 114 pagine con diverse ipotesi sull’uso degli spazi. Previsti circa trenta milioni di investimento di cui 10-12 per demolizione e ricostruzione dei moli. Se ne farebbe carico l’Autorità portuale direttamente o coinvolgendo imprese private nella successiva fase di gestione. «Puntiamo ad attrarre un turismo di fascia alta, cioè maxi yacht o navi da crociera da duemila passeggeri» dice l’avvocato Sergio Prete, il presidente dell’Authority. «Non vogliamo sovrapporci a Bari con le grandi navi da crociera né a a Brindisi. Credo che Taranto diventerebbe l’unica città con un terminal crociere nel cuore dell’abitato».
L’Autorità portuale dovrebbe allargare la sua giurisdizione su una fetta del Mar Piccolo mentre sul molo San Cataldo, in Mar Grande, costruirà un terminal passeggeri preparandosi ad accogliere altre navi turistiche. Oggi il porto è agonizzante. Scarsi i traffici di merci industriali vista la crisi siderurgica, zero la movimentazione container poiché la Tct (Terminal Container Taranto) ha bloccato la sua attività. Eppure nel 2012 sembrava fatta. L’ammiraglio Andrea Toscano, numero uno del dipartimento Marina Militare - il comando con sede a Taranto e raggio d’azione in tutto il Sud - s’era evidentemente ricordato di Spadolini e appoggiava il progetto al punto da accettare l’ipotesi di infilare nel «pacchetto» anche San Paolo, la più piccola delle due isole militarizzate del Mar Grande (l’altra è San Pietro), appena cinque ettari legati il nome del generale-scrittore Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, autore del romanzo «Les Liaisons Dangereuses». Andò tutto per il verso sbagliato, come sempre. Un contrordine romano riportò la vicenda al punto di partenza. Oggi, sul tavolo del ministero della Difesa e del capo di Stato maggiore della Marina Militare, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, c’è la lettera firmata dal sindaco Ezio Stefàno e dal presidente del porto Sergio Prete. La situazione è paradossale. Se da un lato la Marina Militare è riuscita nell’intento di recuperare il castello aragonese, rendendolo un gioiello visitato gratuitamente da oltre 90mila persone l’anno, dall’altro recalcitra all’idea di restituire a Taranto quanto le fu assegnato alla fine dell’Ottocento per esigenze strategico-militari. Diventando la più grande base della Marina italiana, Taranto si ritrovò felicemente circondata di caserme, navi da guerra e dall’Arsenale Militare - 90 ettari - venendo materialmente separata da gran parte della sua costa nel bacino interno del Mar Piccolo con un muro, «il Muraglione», la cui costruzione cominciò nel 1885: 3250 metri di lunghezza, sette di altezza. Con la grande industria della Difesa si sviluppò il settore delle costruzioni navali, su cui l'economia si è retta fino agli anni Sessanta, sostituita poi dall'economia dell’acciaio, cioè l’Italsider-Ilva, piombata adesso in una crisi senza precedenti. E oggi - con la nuova stazione navale aggiunta alla vecchia - «il Muraglione» si è allungato: misura 7,9 chilometri. «Taranto, se arrivassero le navi da crociera - dice Prete - dovrebbe avere solo un po’ di pazienza e riabituarsi alla riapertura del ponte girevole e quindi a qualche disagio nel traffico stradale». Un tempo il ponte allargava di frequente le sue chele metalliche per fare entrare nel Mar Piccolo le navi militari. Oggi non più. Lo rendono impercorribile soprattutto le proteste operaie. (CdM)

sabato 28 giugno 2014

20 tonnellate più, 20 tonnellate meno..

Marina, si rompe un tubo gasolio in mare a Taranto

La rottura della valvola di una tubazione attraverso la quale era stata rifornita di gasolio una nave della Marina militare nella base navale «Chiapparo» di Taranto ha provocato lo sversamento in mare del quantitativo residuo di carburante. Si è creata una chiazza di gasolio nella zona antistante la base, che è stata assorbita in parte dalle panne di galleggiamento e poi smaltita del tutto dai mezzi navali antinquinamento della ‘Ecotaras’.
L’inconveniente tecnico è avvenuto nella tarda serata di ieri dopo le operazioni di rifornimento dell’unità navale. «Nella fase di soffiaggio per la ripulitura della tubazione - secondo quanto riferito dal Comando Marittimo Sud - una valvola di sicurezza è saltata, causando la fuoriuscita del gasolio in mare. Erano già stati posizionati, come da prassi, i sistemi antinquinamento. Il vento poi ha spinto il carburante nella zona interna e non verso il mare aperto».
BONELLI «Taranto condannata ad essere avvelenata. Ieri circa 20 tonnellate di gasolio sono fuoriuscite in mar Grande per la rottura di una tubazione presso la base navale militare in località Chiapparo». È quanto denuncia il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli riferendosi all’incidente di ieri sera nell’area antistante la base navale. «Tra diossina (Ilva), benzene (Eni) e petrolio - aggiunge Bonelli in una nota - Taranto si trova in una situazione drammatica con un futuro compromesso. Se passerà il progetto Tempa Rossa triplicherà il petrolio e lo stazionamento delle petroliere nel mar Grande passeranno da 43 a circa 130 con rischio altissimo e probabile di sversamenti e incidenti nel mar Grande con conseguenze drammatiche per economia, ambiente e salute». Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, secondo il quale «chi ha visto lo sversamento parla di scenario orribile. In Mar Grande erano state spostate le cozze che nel mar Piccolo risultavano a rischio diossina. Chi si è recato nel luogo della chiazza ha avvertito un senso di stordimento per le forti esalazioni». PeaceLink ritiene «ormai insostenibile la situazione e per tutelare il mare ha aderito anche alla mobilitazione contro il progetto Eni Tempa Rossa che porterà a un notevole incremento del traffico delle petroliere». (CdM)


Sversamento Gasolio porto di Chiapparo. 


Alle ore 15.00 del 27/06/2014 sono iniziate le operazioni di recupero e contenimento del gasolio disperso in mare a seguito di operazioni per inertizzazione di una conduttura di gasolio, presso il Molo Polisettoriale denominato Chiapparo, sede della Marina Militare Italiana. Le attività si sono concluse alle ore 23.00 dello stesso giorno. Negli ultimi anni diversi sono stati gli sversamenti e gli incidenti nella rada del Mar Grande di Taranto. Nel documento presentato questa mattina dal Comitato Stop Temparossa, che denuncia i gravi rischi a cui il progetto dell’ENI esporrebbe ancora una volta la città di Taranto, si evidenzia che dal 2007 ad oggi 4 sono stati i più rilevanti per effetto e area marina interessata, il più evidente, vista la posizione della nave, è relativo all’incagliamento e arenamento della Motonave Burgas proprio vicino al litorale di Castellaneta Marina, una delle spiagge più belle e di maggior pregio turistico del territorio tarantino. Ma più volte si è rischiato il vero e proprio disastro ambientale e restiamo quindi in attesa di ulteriori notizie per comprendere meglio cosa è successo al Porto Militare e per capire quali ulteriori danni si sono arrecati al territorio. Anche se gli incidenti, apparentemente, sembrano differenti, il Wwf esprime preoccupazione per tutti gli attacchi che il delicato e compromesso ecosistema del Mar Grande subisce. Mar Grande, che nonostante tutto, sempre più chiaramente emerge come habitat ideale per la prolificazione di fauna marina protetta. A dimostrazione di ciò, durante la notte scorsa, al Lido di Sibari è stata osservata una nidificazione di Caretta caretta, evento raro ma non troppo poiché negli ultimi anni diversi altri nidi sono stati trovati e controllati dal Wwf, che ha così tutelato gli esemplari di questa specie che sul nostro territorio trovano le condizioni ideali per prolificare e vivere. Ulteriori conferme della forte presenza di fauna di interesse nazionale sono gli studi condotti dalla Jonian Dolphin Consevation, che ha mappato e riconosciuto centinaia di mammiferi marini durante 3 anni di lavoro e attività per la salvaguardia dei delfini dello Ionio. Queste scoperte dovrebbero porre il Mar Grande e lo Ionio in generale all’attenzione del legislatore per salvaguardare e proteggere l’esistente, invece che autorizzare ulteriori possibilità di rischio, rispetto a quelli già presenti. Il futuro della nostra economia, identità e territorio sarà sempre più legato all’indotto del turismo e della rinaturalizzazione ambientale del arco ionico. Restiamo, quindi, in attesa di una comunicazione dell’Arpa o della Marina per valutare con attenzione l’entità del danno arrecato. (Comunicato stampa WWF)

mercoledì 4 dicembre 2013

Campa cavallo, anzi muore

Mar Piccolo inquinato e Marina Militare: ritardi abissali per la messa in sicurezza dell’area ex Ip

A che punto è l’iter per la messa in sicurezza di emergenza dell’area ex Ip dell’Arsenale Militare? Da quanto ci riferiscono fonti dell’assessorato regionale all’Ambiente, il progetto definitivo è stato trasmesso dalla Marina Militare lo scorso 20 novembre ed è stato protocollato dalla Regione Puglia il 2 dicembre, solo pochi giorni fa.  Ovviamente i tecnici della Regione non hanno avuto ancora il tempo per approfondire i dettagli. La vera notizia, però, è un’altra: la consegna del documento giunge con oltre un anno di ritardo, dopo un percorso reso tortuoso anche da impicci burocratici.
Torniamo sull’argomento a distanza di qualche mese, mentre continua a persistere un’ubriacatura mediatica che vede l’Ilva come unica protagonista. Ma ad inquinare il territorio ionico hanno contribuito anche altri soggetti. La vicenda dell’area ex Ip è un caso emblematico. Si tratta di un’area situata nel primo seno di mar Piccolo ed interessata da una pesante contaminazione (metalli pesanti, pcb, inquinanti inorganici) dovuta proprio alle attività passate dell’Arsenale militare. Ce ne siamo ampiamente occupati nei mesi scorsi, quando insieme al TarantoOggi abbiamo denunciato i ritardi relativi a questo importante intervento mirato a bloccare un ulteriore contaminazione del mar Piccolo.
Lo scorso mese di febbraio eravamo rimasti colpiti dalle (fin troppo) rassicuranti dichiarazioni del capitano di vascello Fabrizio Gaeta, direttore del Genio Militare della Marina di Taranto, che in un’intervista riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno aveva affermato: «Ciò che abbiamo garantito in conferenza di servizi procede a passo spedito. E non potrebbe essere diversamente». La nostra conoscenza dei fatti, però, ci diceva altro.  L’assessorato regionale all’Ambiente aveva confermato i nostri dubbi sulla lentezza che caratterizzava l’iter per la messa in sicurezza di quell’area, nonostante le diverse sollecitazioni rivolte alla Marina.
Ma facciamo un passo indietro. La consegna del Progetto definitivo per la messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda (Mise) era prevista per il luglio del 2012. Doveva essere un passaggio cruciale, al termine di un iter piuttosto tortuoso che aveva visto il Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione formulare una serie di osservazioni e prescrizioni sul Progetto presentato da Marigenimil. Nel corso della Conferenza dei Servizi decisoria, tenuta l’8 marzo 2012, Marigenimil aveva assicurato una programmazione finanziaria che garantiva l’avvio delle procedure per l’esecuzione delle opere entro il 2012. 
Il 30 marzo del 2012, l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro aveva annunciato che il progetto di Marigenimil aveva ricevuto l’ok dei tecnici regionali affermando, inoltre, che l’iniziativa del Genio Militare avrebbe consentito di “contenere definitivamente la contaminazione accertata nella falda acquifera”. Ma la data prevista per la consegna del progetto definitivo  – luglio 2012 – non è mai stata rispettata. Di questo slittamento, in città,  non ne parla nessuno. Come se fosse assolutamente normale che per riparare a decenni di guasti ambientali, si proceda con una lentezza tale da apparire indisponente nei confronti di un territorio già profondamente ferito.
Nei mesi scorsi avevamo denunciato anche i ritardi relativi alla presentazione della caratterizzazione integrativa del sito, richiesta al fine di avere un quadro puntuale della situazione prima dei necessari interventi. Dalla Regione fanno sapere che dopo l’ultimazione da parte dalle strutture tecniche della Marina Militare, lo scorso 23 maggio, il documento è stato trasmesso alla Regione.  Anche l’attività di rimozione dei rifiuti dall’area, stando ai report periodici che giungono agli uffici regionali, risulterebbe ultimata. I lavori si sarebbero conclusi lo scorso 15 marzo.
Persiste, invece, un alone di mistero sul sistema di mitigazione per la propagazione della falda. Lo scorso 8 febbraio – ci dicono dalla Regione – la Marina Militare aveva comunicato che pur avendo perfezionato l’affidamento dei lavori per la realizzazione degli impianti,  non si era potuto procedere perché l’area era sotto sequestro. Inoltre – fanno sapere dall’assessorato -  le attività di mitigazione richiedono un’autorizzazione di competenza provinciale per lo scarico a mare delle acque trattate, che alla data della comunicazione non risultava ancora rilasciata. Un aspetto su cui ci riserviamo di tornare per fornire ulteriori dettagli, magari anche con il contributo della stessa Marina Militare, se vorrà fornire informazioni. Ma è tutta la vicenda da tenere sotto osservazione fino al suo epilogo. Per amore del mar Piccolo, di Taranto e della verità.
Alessandra Congedo - inchiostroverde

martedì 5 novembre 2013

Bye bye Navy... Dismissioni (solite) e (solita) questua dei pezzenti a Roma

Via pezzo di Taranto. L'Ammiragliato trasloca a Nisida

   La flotta resta a Taranto, ma il «quartier generale» della logistica legata alle navi trasloca a Nisida, un’isoletta che si trova di fronte alla collina di Posillipo, con un piccolo porto utilizzato fino a qualche anno fa dalla Nato e raggiungibile solo da un lungo pontile carrozzabile. Non siamo su «Scherzi a parte» ma poco ci manca. Il ministero della Difesa, infatti, impegnato in una drastica politica di tagli e ridimensionamenti, che a tratti appare sinceramente un po’ discutibile, ha soppresso (riorganizzato come si usa dire in tempi di spending review) il Dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto di Taranto (e per la verità anche quelli di La Spezia e di Agusta) per istituire, ufficialmente già dal primo novembre scorso, il Comando logistico della Marina (Maricomlog) a Nisida.
    Obiettivo dichiarato è quello «di riunire - si legge in una nota ufficiale -, sotto un unico comando le esigenze logistiche della forza armata». «Maricomlog - prosegue il documento -, si inquadra in un più ampio e capillare processo di riordino della forza armata con lo scopo di ottimizzare le risorse economiche e umane dei Comandi della Marina. Il Comando Logistico nasce con l’obiettivo di mantenere i mezzi areonavali efficienti, nel rispetto delle esigenze finanziarie a disposizione».
    Tra le buone ragioni addotte a sostegno dell’operazione, se ne legge una che dovrebbe davvero far infuriare i tarantini, ammesso che abbiano ancora a cuore le sorti economiche del territorio in cui vivono. «La Marina Militare - prosegue infatti la nota -, intende rivitalizzare alcune sedi periferiche (come quella di Nisida in Campania, ndr) attraverso lo sviluppo delle infrastrutture disponibili e soprattutto attraverso l’impiego della professionalità dei dipendi civili locali, altrimenti a rischio di esubero». Il che, così a lume di naso, ci pare per lo più un salvagente lanciato a Nisida a scapito di Taranto (di La Spezia e di Augusta). Del resto i sindacati jonici del comparto Difesa, proprio in questi giorni hanno denunciato 500 esuberi in vista, a causa dei tagli e dei ridimensionamenti del personale.
    Ma c’è di più. «Dal Comando Logistico - continua la nota -, dipenderanno i Comandi Logistici territoriali di Taranto, La Spezia e Augusta nonché gli Arsenali ed enti tecnici della Marina, per un totale complessivo di circa 5000 dipendenti militari e civili. È quindi da Napoli che, saranno dirette tutte le attività di manutenzione navale e di acquisizione di beni e servizi per il funzionamento di tutti gli enti della Marina Militare Italiana con l’obiettivo di ottimizzare le risorse economiche ed umane attraverso una gestione centralizzata della logistica di forza armata». A dimostrazione del fatto che la sede jonica perderà di prestigio, c’è anche un altro elemento. Il nuovo Comando Logistico di Taranto non sarà più retto da un ammiraglio di squadra, come avviene ora, ma da un ammiraglio di divisione, ovvero un ufficiale di grado inferiore.
    Taranto, con la flotta militare dislocata in Mar Grande e il suo Arsenale, si avvia a diventare quindi una sorta di succursale di periferia di Napoli, nell’assoluto silenzio dei nostri rappresentanti politici.(GdM)


Taranto perde storica sede Dipartimento Marittimo Jonio, Confindustria: questione a tavolo interistituzionale

Non si tratta solo di uno spostamento a carattere meramente logistico bensì di un segnale emblematico del progressivo disimpegno della Marina Militare verso la sede tarantina. Un cambiamento drastico che secondo Confindustria, al di là della evidente inerzia registrata attorno alla questione (da tempo annunciata) da parte della politica nostrana, aggiunge ulteriori preoccupazioni e perplessità rispetto al futuro di settori finora ritenuti parte integrante del sistema socio-economico tarantino.
E’ solo di pochi giorni fa, in questo senso, il nostro appello agli arsenali di Siracusa e La Spezia a fare fronte comune per scongiurare i rischi di irreversibile declino del comparto arsenalizio e dell’indotto; un settore gravato da una crisi senza precedenti per effetto della imminente conclusione delle commesse di manutenzione sulle unità navali militari e dalla vetustà del naviglio, a cui si aggiunge la drastica riduzione delle risorse economiche disponibili a carico del bilancio del Ministero della Difesa in favore degli arsenali italiani.
La tegola del declassamento di Taranto – di fatto già avvenuto – a Comando Logistico Area Sud (ComLog Area Sud) aggiunge ora ulteriori ed inevitabili punti interrogativi  ad una situazione già notevolmente compromessa sul piano delle prospettive, anche in presenza di una struttura di grandissima valenza e altrettanta strategicità qual è la nuova Base Navale di stanza a Taranto.
Alla luce di tutto questo, Confindustria ha inserito la questione dell’avvenuta perdita del Dipartimento Marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto fra le priorità da portare all’attenzione del tavolo interistituzionale in programma il 13 novembre prossimo a Roma.
L’auspicio ultimo è che il ridimensionamento della base tarantina non avvenga a “costo zero”, prevedendo garanzie sostitutive da parte dei ministeri competenti sia sul piano del mantenimento di impegni già assunti sia per evitare che il progressivo depauperamento in atto produca effetti ben più gravi, in termini di ricadute economiche e di perdita di risorse, rispetto a quelli già in essere.(Quotidianoitaliano)

giovedì 25 luglio 2013

Tutto a posto già dal 1969 all'Arsenale

La lettera «riservatissima» della Marina per nascondere 27 vittime dell'amianto

Già 44 anni fa i vertici della Marina Militare conoscevano i pericoli legati all’uso dell’amianto e i rischi che correvano i dipendenti dell’Arsenale militare di Taranto. Risale al 1969, infatti, il primo screening sanitario, effettuato su 269 arsenalotti dagli studiosi della cattedra di medicina del lavoro di Bari, da cui risultò che il 10% degli esaminati era già affetto dalla malattia (mesotelioma o asbestosi) e un altro 16% presentava sintomi sospetti. La risposta della direzione lavori generali dell’Arsenale fu questa: «E’ in corso, in collaborazione con la sala medica, azione intesa ad allontanare dal posto di lavoro gli elementi più colpiti, ma tale azione dovrà essere opportunamente differita nel tempo per evitare allarmi eccessivi ed ingiustificati». La raccomandazione è contenuta in una lettera datata 14 febbraio 1970 classificata come «riservatissima», finita nel carteggio di un processo in corso a Padova per alcuni militari morti di mesotelioma pleurico. L’eccezionale documento è stato pubblicato ieri dal quotidiano «Rinascita».

La lettera
L’inchiesta del giornale romano che rende pubblici altri documenti riservati di quell’epoca, sempre relativi al pericolo amianto nell’arsenale tarantino, mette in luce le scarse misure adottate dagli allora vertici della Marina che, a tutti i livelli, furono informati sugli effetti deleteri dell’amianto già 22 anni prima che la micidiale fibra fosse messa al bando. Quindi solo 27 operai già colpiti dalla patologia furono «allontanati» (non si sa con quali procedure, comunque «diluite nel tempo per evitare allarmi ingiustificati»), mentre i 42 casi classificati dallo studio come «probabilmente affetti», continuarono a respirare la polvere mortale. Nessuna misura, invece, per tutti gli altri dipendenti. Un comportamento che diventa ancora più scarno se si pensa che lo screening affidato allora al professore Luigi Ambrosi della Medicina del lavoro, fu fatto «per campione al solo scopo - si legge in un altro documento riservatissimo - di contenere la spesa entro i limiti dei fondi stanziati per l’assistenza sanitaria agli operai». Una omissione della fu consenziente anche la comunità scientifica che aveva forse il dovere di divulgare i rischi di una malattia ancora non nota. «Le confermo il carattere squisitamente scientifico di tali indagini - scriveva l’autore dello studio in una lettera riservata inviata alla direzione dell’Arsenale -, i cui risultati non saranno forniti ad organizzazioni sindacali o politiche». Quello studio dimostrò che le categoria più esposte alle fibre di amianto erano, nell’ordine, il saldatore e il carpentiere in ferro, mentre l’età media di rischio esposizione risultò essere di 28 anni. Nel campione esaminato, però, mancavano i sabbiatori e i coibentatori la cui incidenza ad ammalarsi, si è visto in seguito, è stata la più elevata. Era nelle intenzioni degli autori dello studio, inoltre, sottoporre ad opportuni esami clinici anche elementi che esercitavano mestieri collaterali a quelli più a contatto con la micidiale sostanza. I dati allarmanti raccolti, consigliarono il ricercatore a chiedere ai militari di eseguire un’indagine retrospettiva di tutti i lavoratori impiegati in arsenale dal 1945 in poi. Non è dato sapere l’esito, né se sia stato mai fatto questo ulteriore screening. (CdM)

giovedì 13 giugno 2013

E mo beccatevi sto MinCulPop!

Lu sole lu mare e... Operation Smile Italia... sulla Cavour, una nave da GUERRA! Mentre in tutta Italia tagliano i fondi alla sanità...
La televisione di Stato è sempre pronta per il MinCulPop, ligia a lavare la conscienza di chi ripaga morti e inquinamento con decreti salvaladri e spese militari... Cosa c'è di bello in questa ennesima pagliacciata?
I (potenziali) turisti non se la bevono, sto programma va bene solo per quei  tarantini provinciali che si sentono cagati sul mainstream nazionale!
La Taranto che "vuole ricominciare" è quella frustrata e umiliata dall'alleanza tra speculazione, poteri forti e infedeli servitori dello Stato, che poi buttano due spiccioli mandando qualche giornalista a far gite in barca con gli sfondi finti!

Lineablu: Nella Taranto che vuole ricominciare
In onda sabato 15 giugno 2013 alle 14.00

 
Nella Taranto marina che vuole ripartire tentando di riprendersi dalle criticità provocate dalla situazione dell’Ilva, si svolge sabato 15 giugno alle 14:00 su Rai 1 la seconda puntata della ventesima edizione di Lineablu, la trasmissione dedicata all’infinito mondo marino. Donatella Bianchi esordirà illustrando con immagini inedite e riprese tutte particolari, le caratteristiche storiche e naturali di una città che vuole riproporsi come centro metropolitano di eccellenza storica che si candida a Capitale europea della Cultura per l’anno 2019. Si parlerà inoltre di attività consolidate come la miticoltura e dei rapporti storici con la presenza della Marina Militare e il suo arsenale. A bordo della portaerei Cavour ancorata a Taranto si svolgerà l’attività di Operation Smile Italia, una importante iniziativa della Marina Militare in collaborazione con il Ministero della Difesa e la Protezione Civile. Sulla nave si realizzeranno interventi operatori chirurgici di laparotomia in simultanea con sale operatorie di Istanbul, New York, Londra su bambini di tutto il mondo colpiti da drammatici eventi naturali. Fabio Gallo, 28 anni, volto giovane di Unomattina che partecipa alla trasmissione accanto alla Bianchi, anticiperà da Imperia con il professor Corrado Piccinetti alcuni argomenti enogastronomici e nutrizionali della manifestazione genovese “Sapori da sfogliare”. In chiusura di puntata, Fabio Gallo con il professor Giorgio Calabrese illustrerà le proprietà e le caratteristiche del pregiato olio ligure. Il programma in occasione dei vent’anni è trasmesso interamente in alta definizione. Risalteranno così ancora di piu’ le bellezze, i colori, i contrasti del Mediterraneo di cui Taranto rappresenta un visibile, suggestivo esempio. - (RAI)

giovedì 31 gennaio 2013

OPS, mi tolgono le serate danzanti!

Ecco il senso dello Stato. Ecco il contributo che le forze armate danno alla città nel momento della Grande Crisi, quando le bestie feroci sfuggite al controllo del Circo Clini minacciano la bancarotta totale.
8 milioni! Una cifra seria, importante per un'economia al lumicino come quella jonica.
La Marina Militare come ospite permanente e comandante a Taranto da 150 anni, mette a disposizione ben 8 milioni!
Siamo felici di questa generosità. Ma per cosa?
Per bonificare l'apirolio e il benzoapirene dell'arsenale che ha devastato il Mar Piccolo? No!
Per sistemare le aree demaniali abbandonate ed aprirle al pubblico? Ma no!
Per dismettere le isole cheradi o parti del suo immenso patrimonio e favorire l'occupazione ed il turismo? No!
Per avviare corsi di formazione di maestranze specializzate nella cantieristica navale e contribuire a generare un'economia alternativa alla grande industria inquinante? No, basta!
8 milioni è la cifra che a Taranto servirà per:
  • sistemare le spiagge militari,
  • tenere ben separati ufficiali da sottufficiali,
  • organizzare le serate danzanti,
in modo da permettere ai poveri militari che non possono andare nei paesi tropicali, di mettere le loro famiglie al sole, senza che gli indigeni e i turisti possano disturbarli.
La grande problematica della Marina oggi, all'alba della rivoluzione sociale, sono le serate danzanti.
Private o non private?
Questo è davvero un problema, oggi, qui, a Taranto!

La Marina militare di Taranto "privatizza" i beni del personale

guardia-costiera-spieggiaStanno diventando ormai una annosa consuetudine i tentativi di "privatizzare" le spiagge, quali Organismi di Protezione Sociale (O.P.S.). Già l’anno scorso con il collega del Co.Ce.R. Giampaolo Vietri affermavamo che gli O.P.S. hanno lo scopo tra l’altro di conservare vincoli di solidarietà militare tra Ufficiali, Sottufficiali e Sottocapi.Nonostante ciò, la Marina di Taranto, in particolare nel caso degli O.P.S. dedicati alle spiagge, rimane ancora chiusa in una anacronistica e dispendiosa divisione fra i luoghi frequentati esclusivamente dagli Ufficiali e i luoghi frequentati dal resto del personale.
Circa un anno e mezzo fa il Capo di Stato Maggiore pro-tempore rispose ad una delibera, comunicando lo stanziamento per gli O.P.S. di 8 milioni di euro per le sedi di Taranto (in particolare per stabilimenti balneari), Roma (per le palazzine per i sottocapi) e Augusta. L’unica realtà visibile è la ristrutturazione di una palazzina “O.P.S.- di rappresentanza” sul Lungotevere delle Armi a Roma per gli Ufficiali dirigenti. L’argomento provocò un duro scontro fra alcuni delegati Co.Ce.R. e l’allora Capo di Stato Maggiore La Rosa. Intanto a Taranto a livello informale si è avuto notizia che a fine 2012 siano stati stanziati, per le spiagge di Taranto, fondi superiori a quelli stanziati negli ultimi anni. Nonostante ciò, nei fatti, vi sarebbe l’intenzione di voler affidare a ditte private gli stabilimenti balneari dell’isola di San Pietro e quelli di San Vito sia degli Ufficiali che dei Sottufficiali e Sottocapi. Spiagge che consentono a quasi tutti i colleghi e le famiglie che non possono permettersi viaggi e spiagge private, di trascorrere le vacanze estive. Se si ripeteranno i tentativi degli scorsi anni, si cercherà di esternalizzare tutti i singoli servizi, comprese le serate danzanti, cambiando nella sostanza il sistema di gestione.

Sempre lo scorso anno riguardo le “privatizzazioni” dicevamo che, per capire cosa potrà accadere nel futuro, sarebbe opportuno mettersi nei panni dell’imprenditore che vincerà l’appalto. Se fosse vero che non ci sono soldi, l’azienda appaltatrice avrà ingenti spese per nuove strutture e cercherà, o di avere un periodo prolungato di gestione (anche se di anno in anno) o cercherà di alzare tutte le tariffe, comprese quelle per serate danzanti. I Comandanti dei dipartimenti e i direttori dei servizi di commissariato cambieranno, e la ditta privata che gestirà le spiagge rimarrà la stessa o si riciclerà, perché pratica della situazione. Chi sarà il “proprietario”? Lo Stato, i militari frequentatori o nei fatti qualcun altro? Se le cose non andranno bene, la rappresentanza a chi si rivolgerà? Che forza avrà nel far valere le sue ragioni? Chi risolverà i problemi che si presenteranno, ad esempio se il personale delle ditte sciopererà? Forse Il personale lì destinato? Se il personale della Guardia Costiera o della Guardia di Finanza ecc. dovesse elevare dei verbali ammnistrativi per eventuali irregolarità, in seguito a ordinari controlli, chi ne risponderà? I colleghi comunque li destinati, o le ditte?
La Forza Armata ed in particolare la Marina di Taranto hanno fatto degli studi affinchè la gestione rimanesse interna, anche a fronte dei tagli?
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martedì 21 agosto 2012

Toh, abbiamo anche un sindaco?

Referendum sul siderurgico, ultimatum al sindaco Stefàno
Se entro giovedì il sindaco di Taranto non provvederà ad emettere il decreto per la fissazione della nuova data del referendum consultivo sulla chiusura totale o parziale dell’Ilva, si apriranno per lui le porte della denuncia per omissione di atti d’ufficio. Lo promette il Comitato referendario “Taranto Futura”, il cui portavoce, l’avvocato Nicola Russo, ha dichiarato che i tempi sono ormai maturi per richiedere l’applicazione di ciò che ha statuito il Consiglio di Stato con la sentenza dello scorso 11 ottobre. Tale provvedimento ha ribaltato la decisione del Tar con la quale Ilva, Confindustria e sindacati erano riusciti ad ottenere uno stop all’iter del referendum grazie all’accoglimento della loro domanda di annullamento del decreto del sindaco di Taranto emesso il 1° settembre 2010, con cui, per la prima volta, veniva indetto il referendum.
Nonostante il sindaco sia stato regolarmente messo in mora con la notifica della sentenza, avvenuta il 29 ottobre, e nonostante l’invio di un ulteriore fax il successivo 17 novembre, questi non ha provveduto nei termini, lasciando trascorrere mesi interi senza più interessarsi della questione. Come si ricorderà, Taranto Futura, comitato promotore del referendum, dopo aver ingaggiato e vinto numerose battaglie giudiziarie, e superato i mille ostacoli che l’Amministrazione Stefàno avrebbe frapposto al regolare svolgimento della consultazione referendaria, ha raccolto ben 12mila firme e presentato tre quesiti: il primo sulla chiusura totale dell’Ilva, il secondo sulla chiusura della sola area a caldo e il terzo sul risarcimento del danno da inquinamento prodotto dalla grande industria. Sulla base di quest’ultimo sono stati incardinati due atti di citazione, il primo contro l’Italcave per l’inquinamento prodotto nella zona del molo polisettoriale, e il secondo contro l’Ilva, a seguito della sentenza di condanna per reati ambientali del 2005.
Il Comitato lamenta anche che il sindaco non si sia attivato per disporre la chiusura degli impianti del siderurgico o per lo meno il loro allontanamento, come stabilito dal Regolamento di igiene e sanità, che prevede queste misure, una volta acquisito il parere del Dipartimento di prevenzione nelle ipotesi di danno o anche solo di molestia ai cittadini, essendo l’Ilva classificata da un decreto ministeriale come “industria che svolge attività insalubre”. Tramite il consigliere comunale Mario Laruccia, poi, sarà chiesta la convocazione di un consiglio comunale d’urgenza affinchè il sindaco riferisca sull’esito dell’incontro con i ministri Clini e Passera. Ma l’attività del Comitato non si ferma qui. Una volta ordinata e raccolta la documentazione necessaria, Taranto Futura intende trasmettere gli atti al Tribunale penale internazionale per accertare le responsabilità politiche e amministrative riguardanti il genocidio commesso contro la popolazione tarantina a causa dell’inquinamento.
E’ stata inoltre già presentata una denuncia alla Procura della Repubblica contro il ministro Clini, perché non si sarebbe attenuto al Codice dell’ambiente in materia di bonifiche, non avendo addossato all’industria inquinatrice l’onere di pagare di tasca propria le bonifiche stesse, ma attingendo a risorse da prelevare dalle tasche dei cittadini. A breve infine sarà avviato l’iter per un nuovo referendum che avrà come “bersaglio” altre due celeberrime inquinatrici: l’Eni e la Cementir.

Sabrina Esposito (GdM) 
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 Ed ecco le chiacchiere del parolaio Stefano, il sindaco che ha scritto più lettere nella storia dei sindaci di Taranto, e ancora scrive... Ma non fa nulla.

Spostare la gente da Tamburi? Il sindaco:«Ma che sciocchezza»
«Un attimo, vorrei precisare una cosa. Ho letto, ho ascoltato un’assurdità colossale ». L'intervista con il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, a dire il vero, era stata sino a quel momento monopolizzata dal referendum consultivo cittadino sulla chiusura dell'Ilva (a proposito, si farà in autunno). O meglio, dalla replica del primo cittadino alla diffida di Nicola Russo, avvocato e presidente di Taranto Futura il comitato promotore dei quesiti referendari, pronto a denunciare Stefàno per omissioni in atti d’ufficio nel caso in cui non proceda subito all'indizione del referendum. Ma prima che il taccuino si chiudesse, Stefàno è ritornato sulle case del rione Tamburi.
Sindaco Stefàno, per alcuni lei era pronto a dare avvio ad un trasloco forzato dei cittadini del rione Tamburi. Qual è la verità? «Sì, purtroppo, forse a causa del gran caldo di questi giorni, non sono stato ben compreso. Secondo alcuni, infatti, io vorrei spostare una parte del quartiere Tamburi. È una sciocchezza! Ed allora, avrei perso tempo nel firmare l’accordo sulle bonifiche? Il mio obiettivo è quello di risanare quel quartiere e non certo di spostarlo. Sarebbe paradossale se invece di rimuovere la causa dell’inquinamento (ovvero, rendendo l’Ilva ecocompatibile), spostassi gli abitanti, non crede?» .
In effetti... Ed allora, a cosa si riferiva? «Alle case parcheggio del rione Tamburi (ubicate in via Machiavelli, ndr). Sono fatiscenti, con fibre e tubature di amianto. Quelle furono costruite trent’anni fa per ospitare quelle famiglie solo per un mese, sapete tutti poi com’è andata a finire. Qualsiasi sindaco d’Italia di fronte ad un o spettacolo così degradato, direbbe di abbattere quelle palazzine anche per dare ai suoi cittadini un segno tangibile del risanamento e della riqualificazione di quell’area. Per queste case, per quelle famiglie, ho chiesto già ottanta volte al governo di avere la disponibilità delle aree della Marina Militare per ristrutturare delle case. La Marina è d’accordo ma da Roma non arriva ancora il via libera».
Sindaco, intanto, se non indice il referendum per la chiusura dell’Ilva, l’avvocato Nicola Russo del comitato “Taranto Futura” ha minacciato di denunciarla per omissioni in atti d’ufficio. «Avevo già richiesto ma non in seguito alle dichiarazioni di Russo alla Ragioneria del Comune di Taranto di farmi sapere se ci sono le risorse finanziarie disponibili per tenere entro quest’an - no il referendum consultivo».
E che risposta ha ricevuto? «I soldi ci sono». È possibile che la somma da stanziare si aggiri sulle 500mila euro? «Sì, è molto probabile». Allora, quando si svolgerà la consultazione? «Un attimo, un attimo. Ho scritto anche alla direzione Decentramento per sapere, in base al nostro Regolamento, in quale periodo è possibile svolgere il referendum consultivo. Ed infine, ho chiesto anche un parere ai nostri uffici per sapere se l’avvocato Russo sia legittimato a diffidarmi, prima ed eventualmente a denunciarmi poi».

Fabio Venere (GdM)

venerdì 20 gennaio 2012

Elezioni in vista: comincia la fiera delle bojate!

... avanti il prossimo.
Venghino signori al Circo Stefàno!


Parchi e piste ciclabili. la città del 2020 c'è già
Così saranno gli spazi liberati dalla Marina
Comune e Provincia presentano riconversione aree


Un tuffo nel futuro, nella città che Taranto potrebbe diventare tra dieci anni. Ieri sera tutti i presenti nel salone degli specchi di Palazzo di città hanno guardato le «slides» preparate da un gruppo di architetti e ingegneri e hanno allungato lo sguardo al 2020. Comune e Provincia hanno presentato quattro progetti che utilizzano e valorizzano alcune delle aree che la Marina militare lascia libere dentro il perimetro urbano nell’ambito delle dismissioni. I tecnici vanno cauti e parlano di «suggestioni progettuali», quasi a chiarire che possono diventare realtà solo se si mette in moto la volontà collettiva, pubblica e privata, politica e finanziaria. Ci sono le idee e le proposte per: la sistemazione della fondazione Michelagnoli e del museo medioevale nei locali superiori del castello aragonese tra il torrione di San Cristoforo ed il torrione della bandiera; la realizzazione di un museo dell’Arsenale militare marittimo con un percorso panoramico e la creazione di un centro espositivo permanente dentro l’area dello stabilimento; il recupero architettonico dei Baraccamenti Cattolica, e realizzazione di un teatro per orchestra e di un Polo culturale; un percorso ciclopedonale lungo 9.5 chilometri di collegamento tra i due parcheggi di scambio a Cimino e Croce che passa dentro l’Arsenale, l’ospedale militare, la villa Peripato, supera di slancio il canale navigabile con un ponte levatoio metallico, costeggia via Garibaldi in città vecchia, attraversa il ponte di pietra e raggiunge la Croce. Si tratta di quattro proposte capaci di riqualificare in profondità pezzi della città restituendole funzioni oggi assenti, ma molto richieste. L’Arsenale ha segnato la storia di Taranto da un centinaio d’anni, è ricco di cimeli ma non possiede un suo museo che ne tratteggi l’importanza.
Il castello aragonese, oggi il secondo sito più visitato di Puglia, aumenterebbe il suo valore attrattivo ospitando, per la prima volta, un museo di storia medievale ristrutturando un migliaio di metri quadrati i locali posti in alto. L’ex cinema Arsenale e alcuni ex rifugi dei tempi della guerra, all’interno della vasta area dei Baraccamenti Cattolica, hanno perso l’originaria funzione e sarebbero recuperati per creare spazi polivalenti, espositivi e ricreativi, sale studio, una biblioteca, un teatro per l’orchestra. Nascerebbero quello che i progettisti hanno chiamato «Le corti di Taras». Infine la panoramica pista ciclopedonale. Ora scatta la ricerca dei finanziamenti senza i quali le "suggestioni" rimarrebbero tali.
(Cesare Bechis, CdM)

lunedì 2 gennaio 2012

Bella gara!

IL BILANCIO 2011
Taranto, dopo l'Ilva c'è la Marina Militare. «E l'Arsenale resta una struttura strategica» Con i suoi numeri l'arma è la seconda azienda dell'area

La Marina, a Taranto e Grottaglie, non è solo una forza militare da inquadrare nella sua principale e caratteristica dimensione. Costituisce anche una forte realtà economica. E’ la seconda azienda della città dopo l’Ilva e prima dell’Asl e del Comune. Ed è un centro di spesa che alimenta fortemente l’economia locale. I militari in servizio, la forza lavoro con le stellette, sono 9839 dei quali 191 appartengono alla Capitaneria di porto. Gli ufficiali sono 1037, i sottufficiali 5896, la truppa conta 2876 uomini. A questi bisogna aggiungere un migliaio di dipendenti civili del ministero della Difesa. Nel 2011 la Marina ha erogato stipendi per 262 milioni, una massa attiva che per la maggior parte s’è riversata sul territorio. Ma non è tutto. Altri 148 milioni sono quelli che la Marina ha speso per le infrastrutture, per acquistare beni e servizi, dalla penna alle vernici, dagli alimenti per le mense ai macchinari per l’Arsenale. Tutti soldi che rimangono a Taranto e dintorni e che sostengono una quota significativa delle piccole e medie imprese, dalla cartoleria alla grande ferramenta, dal supermercato ai negozi specializzati dell’abbigliamento militare. L’albo fornitori della Marina conta poco più di 350 ditte che fanno affidamento sulle commesse del Dipartimento marittimo nelle sue varie articolazioni. Uno degli ultimi interventi, la ristrutturazione del bacino galleggiante GO52, è costato 13 milioni e mezzo, risorse finite al Consorzio navalmeccanico Taranto (Cnt) che ha messo insieme undici aziende locali dell’indotto dell’Arsenale per circa centocinquanta lavoratori fra tecnici e maestranze, oltre a un ufficio di progettazione e coordinamento delle attività. Questi lavori si inquadrano nel più ampio progetto Brin di riqualificazione complessiva dello stabilimento tarantino, di cui ieri l’ammiraglio Andrea Toscano ha confermato la centralità e la strategicità per la Marina italiana. Sono stati stanziati più di cento milioni per portare l’Arsenale di Taranto nelle condizioni di rispondere alle esigenze dell’attuale forza navale.

Da domani la stazione Chiapparo diventerà la sede di stazionamento della portaerei Cavour, l’ammiraglia della flotta italiana. I cento milioni, dei quali un terzo sta già fornendo lavoro, servono alla ristrutturazione dei due bacini in muratura «Ferrati» e «Brin», alla realizzazione di tre officine polifunzionali nelle quali sarà concentrata l’attività di manutenzione dello stabilimento. Le prime due saranno consegnate, finite e funzionanti, a fine febbraio. L’obiettivo della Marina, colpita dalle conseguenze dell’inchiesta della magistratura tarantina che scoperchiò un mondo dell’appalto fatto di ditte molto spesso al di sotto degli standard richiesti, è di migliorare la qualità del lavoro e di aumentare il grado di sicurezza. E’ stato l’ammiraglio Andrea Toscano, comandante del Dipartimento dello Ionio, a fare il punto sul 2011 ieri durante un incontro con la stampa. Il capitano Vito D’Elia è entrato nei dettagli. Una buona notizia per tutti i tarantini è che entro breve tempo la Marina metterà a disposizione sia dei militari che dei civili la camera iperbarica, strumento estremamente utile in una città di mare. Un altro asset importante s’è rivelato il Castello aragonese, nel quale continuano le indagini archeologiche guidate dall’ammiraglio Francesco Ricci, nume tutelare dell’insediamento. Quest’anno ha avuto 57.428 visitatori, un boom dopo i 32.373 dell’anno scorso. L’aumento è del 78 per cento e se solo la Marina potesse far pagare, ma non può, anche un solo euro a visitatore si garantirebbe la copertura delle spese necessarie al gruppo di archeologi, studiosi e volontari che stanno riportando alla luce gallerie e sale. (CdM)

venerdì 30 dicembre 2011

Amianto e militari: qualche raggio di luce!

Amianto: la Marina militare a processo per omicidio colposo
Nel silenzio generale dei media, si è chiuso a Padova il processo per la morte di due ex alti ufficiali che hanno lavorato su navi dove c’era l’asbesto. L’inchiesta, nata nel 2005, ha portato alla luce almeno 300 casi di marinai deceduti per mesotelioma pleurico. Sotto accusa i vertici militari. La sentenza è attesa per marzo 2012.

Loro non potevano sapere. E, appena hanno saputo, hanno cercato di correre ai ripari. È questa la linea difensiva adottata dagli avvocati di otto ex alti ufficiali della Marina Militare nel processo di primo grado per omicidio colposo, lesioni e mancata adozione di cautele sul posto di lavoro che si è appena chiuso alla procura di Padova, nel silenzio più generale.
Due i militari morti, entrambi per una malattia polmonare che non lascia dubbi: il capitano di vascello Giuseppe Calabrò, di Siracusa, e il meccanico Giovanni Baglivo, di Tricase (Lecce), hanno lavorato a contatto con l’amianto. Ma è solo la punta dell’iceberg. L’inchiesta è nata nel 2005 e in questi sei anni negli uffici della procura sono state radunate seicento cartelle cliniche di altrettanti marinai ammalati, di cui almeno 300 deceduti per mesotelioma pleurico e malattie amianto correlate. Una strage silenziosa, fatta di uomini in divisa bianca che hanno lavorato, giorno e notte, su navi imbottite di asbesto: ne erano rivestiti tubi e manicotti di collegamento, piastre delle cucine, raccordi, coperture metalliche, condutture. Nel 1992 ufficialmente l’amianto diventa fuorilegge, ma dalle carte del processo emerge che almeno fino al 2005 su navi in manutenzione è stato bonificato l’amianto.
In questi giorni, con le arringhe degli avvocati della difesa, il processo si è concluso. Pochissimi i cronisti in aula, e solo dei giornali locali, per un processo che di fatto ha già portato ai risarcimenti civili alle famiglie dei deceduti, ma il dibattimento ha visto la costituzione di parte civile di Medicina democratica e dell’associazione esposti all’amianto.
L’inchiesta è stata possibile solo grazie alla dedizione a tempo pieno dell’ispettore Omero Negrisolo, un uomo di poche parole ma molto caparbio. Ogni volta che aggiunge un nome alla sua lunga lista di vittime, prova una sofferenza personale, conosce tutte le storie dei marinai, e delle loro – a volte ancora giovani – vedove.
Al banco degli imputati ci sono gli ex capi di Stato maggiore della Forza armata, Mario Bini e Filippo Ruggiero, gli allora direttori generali di Navalcostarmi Lamberto Caporali e Francesco Chianura, quelli della Sanità Militare Elvio Melorio, Agostino Didonna e Guido Cucciniello e l'ex comandante in capo della squadra navale Mario Porta. Erano loro i responsabili in capo mentre sulle navi l’amianto abbondava, si sgretolava sotto l’urto delle continue oscillazioni in mare, veniva respirato giorno e notte non soltanto dai macchinisti, ma anche da chi lavorava in coperta.
La storia di questo processo non è stata sempre lineare: con la scorsa finanziaria c’è stato il tentativo di boicottarlo grazie a un emendamento che interpretava autenticamente una legge del 1955, e che, equiparando le navi militari alle navi civili, “salvava” dalla responsabilità i Capi di Stato Maggiore e l’attribuiva solo all’effettivo comandante del vascello. Il pericolo è stato scongiurato dopo alcune interrogazioni parlamentari e un emendamento successivo che ha messo a posto la situazione.
La sentenza è attesa per il 22 marzo e intanto sta concludendo la fase istruttoria anche il processo “amianto in Marina bis”, sempre a Padova, che raccoglie centinaia di casi, mentre anche Raffaele Guariniello, il superprocuratore torinese, ha aperto un fascicolo su decine di uomini in divisa deceduti per l’amianto.

In questi stessi giorni a Taranto si indaga per le morti per mesotelioma del personale dell’arsenale e proprio la settimana scorsa la Corte d'appello di Brescia ha riconosciuto la malattia professionale per mesotelioma pleurico che causò la morte nel 2007 di un operaio tarantino, poi trasferitosi a Mantova. Luciano Carleo, presidente di “Contramianto”, ha commentato: «La decisione afferma la correlazione tra patologia tumorale da esposizione all'amianto e le lavorazioni svolte a bordo di navi della Marina Militare nell'Arsenale di Taranto. L'operaio aveva lavorato per oltre 30 anni con una ditta dell'indotto Arsenale in manutenzioni navali militari venendo, secondo la sentenza, esposto all'amianto». Una sentenza che aprirà il vaso di Pandora delle centinaia di persone che hanno lavorato a Taranto a contatto con la fibra killer. (Linkiesta)

domenica 18 dicembre 2011

Anche i militari respirano!

Disastro ambientale e sanitario a Taranto: alta l’attenzione degli Stati maggiori militari

«È oramai noto a tutti la profonda tragedia ambientale e sanitaria che vivono i cittadini di Taranto. Oltre il 90% delle diossine emesse in Italia, e circa il 9% di quella emessa in Europa, proviene da Taranto». Così afferma il maresciallo Antonello Ciavarelli, delegato Cocer della Marina militare. «Tutto ciò non poteva lasciare indifferente e preoccupata la numerosissima comunità dei Militari e delle Forze di Polizia presenti in città. Dopo le delibere del Consiglio di base della Guardia di Finanza, anche i Cocer di Guardia Costiera e della Marina Militare hanno chiesto ai vertici militari corrispondenti azioni di prevenzione e tutela della salute».
Il Comandante generale della Guardia Costiera risponde: “in riscontro alla richiesta afferente l’effettuazione di monitoraggi ambientali per l’accertamento di eventuali agenti inquinanti nell’ambito portuale di Taranto, si rappresenta che è stato all’uopo interessata la Capitaneria di Porto di Taranto che ha prontamente provveduto ad investire della problematica la competente Azienda Sanitaria locale e l’Autorità portuale di Taranto per l’effettuazione dei monitoraggi/campionamenti ambientali. In merito l’Autorità portuale ha fatto conoscere che intende proseguire l’attività di monitoraggio dell’aria, ampliando anche alla matrice acqua, avendo in corso apposita attività istruttoria per la stipula di una convenzione con l’ARPA Puglia, i cui dati rilevati saranno resi pubblici per la più ampia conoscenza possibile anche attraverso il sito della citata agenzia per l’ambiente”

A sua volta il Capo di Stato Maggiore della Marina ha dichiarato: “Nel prendere atto, di quanto segnalato con la delibera in parola, intendo dare ampia assicurazione che la Forza Armata è molto sensibile alle problematiche correlate alla tutela dell’ambiente nei luoghi di lavoro, e in generale alla salute del personale dipendente. In tale contesto ho disposto che gli Alti Comandi competenti per territorio, prendano contatto con le autorità locali, al fine di valutare a cura delle citate competenti autorità, l’effettuazione di appositi monitoraggio/campionamenti ambientali nei pressi delle strutture militari. Per quanto afferente agli aspetti ambientali ad oggi non risulta un protocollo di screening finalizzato ad una diagnosi precoce di patologie correlate con le sostanze inquinanti in questione. Al momento, comunque non si ha evidenza, tra il personale militare, di patologie correlate con le sostanze citate nella delibera. Ad ogni buon conto, ho dato disposizione agli organi sanitari di prestare la massima attenzione al fine di verificare se nell’ambito dei previsti controlli periodici o in qualsiasi altro momento dell’attività lavorativa del personale dipendente, dovessero sorgere indizi di patologie correlabili all’ambiente di lavoro”.

«Tutto ciò è sicuramente di grande conforto per i rappresentanti militari – sottolinea Ciavarelli. Come si può dedurre, i vertici, per primi, hanno interpretato come costruttive le richieste dei consigli di rappresentanza ed hanno mostrato sensibilità verso le questioni ambientali e sanitarie del proprio personale e della comunità nella quale i militari vivono. I recentissimi successi normativi in materia di amianto, sono un esempio di tale sensibilità all’interno della Marina, in particolare».

«L’aspetto più rilevante delle azioni dei vertici Marina Militare e Guardia Costiera, oltre che delle rappresentanze Militari, è sicuramente quello pedagogico nei confronti delle Istituzioni locali e dei cittadini. Infatti, un controllo più puntuale in varie zone della città e soprattutto nel porto, di cui si spera un potenziamento, porterà ad una maggiore presa di coscienza fra i cittadini della reale situazione ambientale/sanitaria. Per le industrie, le centraline che monitorizzano h24 soprattutto nella zona industriale del porto, saranno la prova del nove per poter dimostrare il rispetto delle norme e quindi delle salute dei cittadini che convivono con la stessa industria. Viceversa, potrà essere l’occasione per migliorare la condotta e diminuire l’inquinamento». «Come rappresentanti del personale – conclude Ciavarelli – possiamo vantare sentimenti condivisi con l’amministrazione di appartenenza. Sentimenti che esprimono sensibilità alla tutela della salute dei nostri lavoratori, con lo scopo profondo di meglio adoperarsi per il bene del prossimo. La consapevolezza è che se vi è rispetto per se stessi (in questo caso di militari e cittadini), ci può essere rispetto per il prossimo. Solo così si può migliorare la qualità della vita, ed arrivare alla ricchezza morale e di conseguenza anche quella economica»
Fonte: GRnet

domenica 27 giugno 2010

Beni demaniali ai comuni, come andrà a finire?

Beni dello Stato «donati» ai Comuni

I cinque milioni dell’area di Salina grande a Taranto costituiscono la quotazione più alta, da inventario del ministero delle Finanze, tra le oltre 1.400 voci (ma molte sono ripetute) catalogate nell’elenco di terreni e fabbricati dello Stato (tecnicamente, di proprietà del Demanio) destinati a passare di mano entro quest’anno per entrare nel patrimonio dei Comuni della Puglia nei cui territori ricadono. Tra gli altri ci sono anche l’ex convento di San Francesco della Scarpa (3 milioni e 800mila euro) e la sede del museo civico (4 milioni 695mila euro) a Bari e poi il campo militare Paradiso 82 milioni 106mila euro) a Brindisi, il palazzo della dogana delle pecore (3 milioni e 500mila euro) a Foggia e l’acquedotto di San Damiano (1 milione e mezzo di euro) a Gallipoli, in provincia di Lecce.
Il trasferimento di beni vendibili (seguiranno un altro elenco contenente invece i beni invendibili) è solo il primo passaggio di quel processo di trasformazione dello Stato italiano in senso federalista. Un processo che sembra proprio aver imboccato una china inarrestabile lungo quale le forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, pare abbiano trovato un motivo di collaborazione.

Francesco Boccia, deputato del Partito democratico, già assessore al Bilancio della prima giunta di Bari a guida Emiliano nel 2004, nonché capo del dipartimento per lo Sviluppo delle economie territoriali della presidenza del Consiglio dei ministri durante il governo Prodi, è componente della commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Il tema del federalismo demaniale gli sta particolarmente a cuore. «Perché - dice - significa che la partita del federalismo è cominciata e credo che la Puglia sia in grado di giocarsela fino in fondo. Ha tutte le carte in regola».
Onorevole Boccia, non c’è il rischio che la vendita dei beni pubblici si trasformi un’altra occasione di speculazione?

«Io credo che costituiscano un’occasione e sta alle autonomie locali fare in modo di valorizzare questi beni ricevuti in dote. Certo, il Pd ha chiesto e ottenuto, con proposte di modifica ed emendamenti, di fissare alcuni paletti alla possibilità di fare cassa con i beni sdemanializzati».
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mercoledì 23 giugno 2010

DL 85 del 2010 per Grottaglie! E Taranto dorme?

Comunicato stampa di Rinascita civica


Il Comune di Grottaglie deve chiedere e ottenere la cessione gratuita dei beni
del demanio aeronautico che si trovano a Grottaglie!


L’inettitudine, l’incapacità, l’indifferenza, l’insolenza, la presunzione ecc. di chi abbiamo voluto che ci governasse in tutti questi lunghissimi venti anni al Comune di Grottaglie, rischia di diventare un fardello davvero troppo pesante nelle attuali condizioni economiche.
E’ stato recentemente approvato dal Governo il decreto legislativo n. 85 del 28 maggio 2010 sul cosiddetto “Federalismo demaniale”.
Con questo decreto viene prevista la possibilità, per gli enti locali che ne facciano richiesta e in possesso di una serie di requisiti previsti dal medesimo decreto, di ottenere la cessione gratuita, e sottolineiamo “gratuita”, di beni facenti parte del demanio statale.
Tra i beni del demanio statale astrattamente suscettibili di cessione gratuita agli enti locali, sono compresi anche quelli del demanio aeronautico.
Sappiamo tutti molto bene che l’aeroporto di Grottaglie è stato stretto in una “morsa”, tra gli interessi dell’aeroporto di Bari e di quello di Brindisi, creata ad arte per impedire l’apertura del nostro aeroporto ai voli civili. Sappiamo anche che questa “strategia” prevede ogni tanto la possibilità di lanciare qualche “illusione” di riapertura dello scalo di Grottaglie, con il solidissimo, irremovibile retropensiero che nulla potrà e soprattutto nulla dovrà mai determinarne davvero la riapertura.
E’ dunque assolutamente indispensabile sottrarsi a questo “giogo” ed emanciparsi dalla schiavitù barese e brindisina.
Per fare questo l’occasione – astrattamente – c’è. Questa occasione è data proprio dal recente decreto legislativo n. 85 del 28 maggio 2010, e dalla possibilità di chiedere e ottenere la cessione gratuita dei beni del demanio aeronautico che si trovano a Grottaglie.
Ma guardate in faccia coloro che ci amministrano, guardate cosa hanno fatto e cosa non hanno fatto, guardate in faccia anche le seconde file, i supporters del sindaco, del vice sindaco, degli assessori, dei consiglieri comunali; ma secondo voi, questi soggetti sono in grado di sfruttare un’occasione del genere visto che non si sono nemmeno degnati di andarsi a leggere questo decreto legislativo?

lunedì 21 giugno 2010

Medicina integrata

Sanita': convenzione Marina militare-Asl a Taranto
Scambio di prestazioni, collaborazione per medicina subacquea

(ANSA) La Marina militare e l'Azienda sanitaria locale di Taranto firmeranno domani una convenzione per lo scambio di prestazioni sanitarie. L'accordo sara' valido fino al 31 dicembre 2012 e riguardera' le emergenze della medicina subacquea e dell'ossigenoterapia. La Asl garantira' prestazioni sanitarie e la fornitura di materiali farmaceutici e di consumo. L'ospedale militare mettera' a disposizione strutture, personale e apparecchiature per esami specialistici nel campo della diagnostica per immagini, delle attivita' cliniche e della medicina iperbarica.

mercoledì 10 febbraio 2010

Amianto. Gli americani pagano. E gli italiani?

Amianto, risarcimenti dagli Usa. In Italia istruiti 57 casi

Sono 57 i casi istruiti fino a oggi dagli avvocati Mitchell Cohen di Philadelphia (Usa) e Sabrina Magni, dello studio Ceriani di Milano, per far ottenere risarcimenti extragiudiziali a dipendenti militari e civili italiani danneggiati dal contatto con apparecchiature contenenti amianto su navi americane cedute all'Italia o transitate nei porti italiani.
E' quanto comunicato da Magni all'indomani del primo accordo di risarcimento extragiudiziale per un dipendente civile della Difesa sottoscritto tra una società statunitense che aveva fornito le apparecchiature e i parenti di un ex operaio dell'Arsenale militare di Taranto, morto sei anni fa di mesotelioma pleurico. Ai parenti della vittima verranno corrisposti 100mila dollari lordi, dai quali andranno detratte le spese legali, esigibili solo in caso di accordo raggiunto.
Dei 57 casi istruiti, 16 hanno già ottenuto il risarcimento o sono in attesa della corresponsione della somma di denaro. In altri 22 casi sono in corso trattative dopo che è stata completata la documentazione sanitaria e amministrativa. Ancora, 12 casi sono stati archiviati per mancanza di requisiti o per rinuncia dell'interessato, mentre per sette casi è pronta un'informativa e si attende la decisione dell'interessato se procedere o meno.
Sono, invece, invece più di 80 le navi militari - secondo una lista aggiornata al giugno 2009 e ricavata dagli archivi americani - con personale italiano o transitate in porti italiani a bordo delle quali c'erano strutture con amianto. (confinionline)