lunedì 30 giugno 2014

In emergenza. Al solito. Auspichianamente

Sta suscitando notevole scalpore la vicenda legata al futuro utilizzo del complesso monumentale, di alto pregio architettonico, dell'ex convento di Monteoliveto sito nella Città Vecchia di Taranto.

Un gruppo di cittadini ed associazioni attive sul territorio e sensibili al recupero architettonico del borgo antico si sono dunque fatti interpreti della preoccupazione di buona parte della cittadinanza allarmata per i risvolti infelici che la questione potrebbe avere.
Giovanni Guarino (La città che vogliamo), Mimmo Nume (La città che vogliamo) Emanuele Papalia (Teichos), Nino Palma (RigenerIamo Taranto, Fabrizio Iurlano (Officine Taranto), Pasquale Ordine (Officine Taranto), Vittorio Angelici (La città che vogliamo), Cinzia Amorosino (Progentes), Massimo Catucci (La città che vogliamo), Mimmo Guida (La città che vogliamo), Leo Corvace (ambientalista), Daniele Nuzzi (archeologo), Pino de Bellis (ingegnere), Nicola Baldi (medico), Massimo Prontera (architetto), Aldo Perrone (preside) e l’ Associazione “L’altra Taranto” si sono  riuniti per dibattere la problematica e trovarne una soluzione.
«L'Agenzia del demanio, mesi addietro, aveva indetto una gara per l'aggiudicazione dell'intero complesso. - fanno sapere- L'offerta di acquisito conseguita però non venne ritenuta congrua dai competenti uffici ministeriali. Dunque, avvalendosi delle facoltà previste per lo Stato in casi analoghi, l'Agenzia del demanio, formalizzò alla Regione, alla Provincia ed al Comune di Taranto, la disponibilità a cedere l'immobile al prezzo di 920mila euro».
Nel corso dell'incontro, con il contributo dei consiglieri comunali Gianni Liviano e Dante Capriulo, è emerso che «la possibilità, per il Comune di Taranto, di disporre di un bene architettonico tanto prezioso come Monteoliveto, era stata già oggetto di apposita delibera comunale , n. 109 del 24 giugno 2011.- dicono- Infatti, il Comune poteva avvalersi della facoltà di prevedere un piano di valorizzazione ai sensi dell'art 112 comma 4 del decreto legislativo 42/2004, con la stessa procedura dei Baraccamenti cattolica».
Data la mancata attivazione di questa procedura, per l'acquisizione del complesso di Monteoliveto, l'ente locale, a loro dire, dovrebbe ora procedere in forma onerosa offrendo la somma dei suddetti 920mila euro.
Nel corso del dibattito e di approfondito esame della problematica in tema di aree demaniali, è stata unanime la valutazione secondo la quale «l'area di crisi socio-economica di Taranto, non può non aspirare al diritto di pretendere un risarcimento anche in termini di recupero di volumi di pregio architettonico».
È stata espressa, dunque, l'unanime e ferma volontà, di attivare ogni possibile procedura che consenta di utilizzare l'antico complesso come merita, magari di intesa con il mondo sociale già tanto sensibile ai notevoli problemi di recupero sociale, economico, urbanistico dell'Isola madre.
Da parte di tutti è stato infine manifestato l'auspicio che «in seno al prossimo consiglio comunale del Capoluogo, emerga univoca e decisa la volontà di dotare tutta la collettività di un bene immobile tanto prestigioso come Monteoliveto che può rappresentare, a giudizio dei presenti, un primo, reale punto di svolta nell'adozione da parte dell'Ente locale di politiche di rigenerazione urbana, di rinascita e di risanamento di quel bene incommensurabile che è la Città Vecchia». (Cronachetarantine)



Leggi lo stesso comunicato sul corriereditaranto.

domenica 29 giugno 2014

Save Mer Grande: il report e la pagina


Ecco il documento presentato nel corso della conferenza stampa del 28/06/2014, diffuso attraverso i social media. Contiene informazioni a scopo divulgativo riguardo al progetto Tempa Rossa e alle sue ripercussioni sull'ambiente e l'ecosistema del Mar Grande.
Tutte le informazioni sono tratte da fonti ufficiali e documentabili. Il testo, rispetto alle fonti ufficiali, è stato semplificato per permettere una immediata focalizzazione e comprensione delle criticità del progetto.
Fatene buon uso!
https://savemargrande.files.wordpress.com/2014/06/relazione-stop-tempa-rossa.pdf


sabato 28 giugno 2014

20 tonnellate più, 20 tonnellate meno..

Marina, si rompe un tubo gasolio in mare a Taranto

La rottura della valvola di una tubazione attraverso la quale era stata rifornita di gasolio una nave della Marina militare nella base navale «Chiapparo» di Taranto ha provocato lo sversamento in mare del quantitativo residuo di carburante. Si è creata una chiazza di gasolio nella zona antistante la base, che è stata assorbita in parte dalle panne di galleggiamento e poi smaltita del tutto dai mezzi navali antinquinamento della ‘Ecotaras’.
L’inconveniente tecnico è avvenuto nella tarda serata di ieri dopo le operazioni di rifornimento dell’unità navale. «Nella fase di soffiaggio per la ripulitura della tubazione - secondo quanto riferito dal Comando Marittimo Sud - una valvola di sicurezza è saltata, causando la fuoriuscita del gasolio in mare. Erano già stati posizionati, come da prassi, i sistemi antinquinamento. Il vento poi ha spinto il carburante nella zona interna e non verso il mare aperto».
BONELLI «Taranto condannata ad essere avvelenata. Ieri circa 20 tonnellate di gasolio sono fuoriuscite in mar Grande per la rottura di una tubazione presso la base navale militare in località Chiapparo». È quanto denuncia il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli riferendosi all’incidente di ieri sera nell’area antistante la base navale. «Tra diossina (Ilva), benzene (Eni) e petrolio - aggiunge Bonelli in una nota - Taranto si trova in una situazione drammatica con un futuro compromesso. Se passerà il progetto Tempa Rossa triplicherà il petrolio e lo stazionamento delle petroliere nel mar Grande passeranno da 43 a circa 130 con rischio altissimo e probabile di sversamenti e incidenti nel mar Grande con conseguenze drammatiche per economia, ambiente e salute». Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, secondo il quale «chi ha visto lo sversamento parla di scenario orribile. In Mar Grande erano state spostate le cozze che nel mar Piccolo risultavano a rischio diossina. Chi si è recato nel luogo della chiazza ha avvertito un senso di stordimento per le forti esalazioni». PeaceLink ritiene «ormai insostenibile la situazione e per tutelare il mare ha aderito anche alla mobilitazione contro il progetto Eni Tempa Rossa che porterà a un notevole incremento del traffico delle petroliere». (CdM)


Sversamento Gasolio porto di Chiapparo. 


Alle ore 15.00 del 27/06/2014 sono iniziate le operazioni di recupero e contenimento del gasolio disperso in mare a seguito di operazioni per inertizzazione di una conduttura di gasolio, presso il Molo Polisettoriale denominato Chiapparo, sede della Marina Militare Italiana. Le attività si sono concluse alle ore 23.00 dello stesso giorno. Negli ultimi anni diversi sono stati gli sversamenti e gli incidenti nella rada del Mar Grande di Taranto. Nel documento presentato questa mattina dal Comitato Stop Temparossa, che denuncia i gravi rischi a cui il progetto dell’ENI esporrebbe ancora una volta la città di Taranto, si evidenzia che dal 2007 ad oggi 4 sono stati i più rilevanti per effetto e area marina interessata, il più evidente, vista la posizione della nave, è relativo all’incagliamento e arenamento della Motonave Burgas proprio vicino al litorale di Castellaneta Marina, una delle spiagge più belle e di maggior pregio turistico del territorio tarantino. Ma più volte si è rischiato il vero e proprio disastro ambientale e restiamo quindi in attesa di ulteriori notizie per comprendere meglio cosa è successo al Porto Militare e per capire quali ulteriori danni si sono arrecati al territorio. Anche se gli incidenti, apparentemente, sembrano differenti, il Wwf esprime preoccupazione per tutti gli attacchi che il delicato e compromesso ecosistema del Mar Grande subisce. Mar Grande, che nonostante tutto, sempre più chiaramente emerge come habitat ideale per la prolificazione di fauna marina protetta. A dimostrazione di ciò, durante la notte scorsa, al Lido di Sibari è stata osservata una nidificazione di Caretta caretta, evento raro ma non troppo poiché negli ultimi anni diversi altri nidi sono stati trovati e controllati dal Wwf, che ha così tutelato gli esemplari di questa specie che sul nostro territorio trovano le condizioni ideali per prolificare e vivere. Ulteriori conferme della forte presenza di fauna di interesse nazionale sono gli studi condotti dalla Jonian Dolphin Consevation, che ha mappato e riconosciuto centinaia di mammiferi marini durante 3 anni di lavoro e attività per la salvaguardia dei delfini dello Ionio. Queste scoperte dovrebbero porre il Mar Grande e lo Ionio in generale all’attenzione del legislatore per salvaguardare e proteggere l’esistente, invece che autorizzare ulteriori possibilità di rischio, rispetto a quelli già presenti. Il futuro della nostra economia, identità e territorio sarà sempre più legato all’indotto del turismo e della rinaturalizzazione ambientale del arco ionico. Restiamo, quindi, in attesa di una comunicazione dell’Arpa o della Marina per valutare con attenzione l’entità del danno arrecato. (Comunicato stampa WWF)

Il cinismo dei banchieri e il capitalismo d'ufficio

«Se l’acciaio non conviene l’Ilva può anche chiudere»

Bini Smaghi:«L’Italia non competiva nella siderurgia»

«Se la siderurgia non è profittevole non deve essere tenuta in piedi. È un settore molto dipendente dal costo dell’energia e del lavoro, e l’Italia da questo punto di vista è poco competitiva ». Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere per anni ai vertici della Bce, è stato ieri a Bari ospite della Fondazione Tatarella per presentare il suo libro «33 false verità sull’Europa». Quell’Europa con cui giornalmente fa i conti il Sud e adesso anche l’Ilva, dopo che uno studio della banca svizzera Ubs ha evidenziato che la chiusura dello stabilimento tarantino potrebbe risolvere il problema della sovracapacità siderurgica europea.
Le 33 false verità del suo libro mettono in luce un aspetto comune a tutti gli Stati della Ue: spesso l’Europa è lo scudo di protezione delle politiche nazionali. Ci fa qualche esempio concreto della «colpa di Strasburgo»? «A Strasburgo o Bruxelles vengono date le colpe di tutto quello che non funziona, a cominciare dalla disoccupazione e dalla bassa crescita. Si sente spesso dire che l’Europa ci ha tolto la sovranità, ma se si pensa a ciò che deve essere fatto per creare occupazione in Italia, in particolare eliminando gli ostacoli agli investimenti che derivano dall’eccesso di burocrazia, da una giustizia troppo lenta, da un mercato del lavoro inefficiente o dall’insufficiente ricerca e sviluppo, ci si accorge che gli strumenti sono tutti a disposizione degli Stati membri e non a Bruxelles».
Il Sud è spesso accusato, anche dai numeri, di non saper spendere i fondi europei. O, quando li spende, di spenderli male. Verità o bugia?
«I dati lo confermano. La Polonia spende il 100% dei fondi strutturali, noi meno della metà. La colpa, dunque, è solo nostra».
Quanto è importante, anche per la nostra vita di tutti i giorni, la discussione di queste ore sulla richiesta dell’Italia ai vertici europei di escludere dal deficit il cofinanziamento dei fondi Ue?
«La richiesta non ha molte possibilità di successo, perché comunque il debito è debito e si deve finanziare sui mercati, e il debito italiano è troppo alto e non scende. Per di più una parte rilevante dei fondi Ue viene usata in Italia per finanziare spesa corrente piuttosto che infrastrutture».
Cosa pensa dell’idea, che qualcuno sta avanzando, di avere due euro, uno per il Sud e uno per il Nord dell’Europa economica? «
Non ha alcun senso. Alla fine saremmo solo noi, forse con i greci. Gli altri Paesi, dalla Spagna al Portogallo, vogliono stare con i paesi piu avanzati, non con quelli con maggiori rigidità e che non vogliono fare le riforme».
Perché in Italia non è stato possibile colmare il divario (o anche solo ridurlo) fra le due aree a diversa velocità economica, Nord e Sud, come invece è riuscito o quasi alla Germania tra Este e Ovest?
«In Italia gli enormi trasferimenti a Sud non sono stati accompagnati da riforme adeguate e da uno sviluppo del settore privato. C’è troppa economia pubblica nel Mezzogiorno, mentre lo sviluppo si dovrebbe fare attirando investimenti privati. Poi c’è la malavita che è un ostacolo fortissimo a fare impresa nel Mezzogiorno ».
Passando all’attualità territoriale, in Puglia, con la vicenda Ilva, ci si sta rendendo sempre più conto di quanto ormai anche le vicende locali o nazionali debbano essere inquadrate in contesti internazionali. Uno studio di Ubs dice che la eventuale chiusura dell’Ilva farebbe superare il problema della sovracapacità produttiva della siderurgia europea. Come lo si spiega agli operai di Taranto?
«Il problema dell’Ilva va risolto creando nuova occupazione, attirando altri investimenti, non tenendo in piedi settori che non sono piu profittevoli. La siderurgia è un settore molto dipendente dal costo dell’energia e del lavoro, e l’Italia da questo punto di vista è poco competitiva ».
Vuol dire che l’Italia deve rinunciare alla siderurgia, ancor prima che Taranto all’Ilva? «Se l’Italia non vuole rinunciare alla siderurgia, deve creare le condizioni per renderla competitiva». Allargando il discorso, dall’alto della sua esperienza non solo nella Banca d’Italia e nella Bce ma anche nelle banche d’affari, da Morgan Stanley International a Société Générale, ci spiega fino a che punto può arrivare il cinismo degli analisti? È vero che hanno a che fare con i numeri, ma leggere che «chiudere l’Ilva potrebbe essere un problema per gli 11 mila dipendenti di Taranto ma se ne avvantaggerebbero i concorrenti» lascia di stucco la gente di strada.
«Questi rapporti sono tecnici e non prendono in conto considerazioni sociali, che invece sono responsabilità della politica. La politica deve partire dai dati di fatto, dare una prospettiva di sviluppo più ampia, che tenga conto anche dell’inclusione sociale. La responsabilità della politica è di creare le condizioni affinché nuove imprese vengano a insediarsi nelMezzogiorno e creino occupazione. In altre parti d’Europa ci sono riusciti».
Oggi lei è presidente di Snam. La Puglia è spesso indicata come crocevia per l’arrivo e lo smistamento di gas da una parte dell’Europa o del Mediterraneo, all’altra. Spesso le popolazioni locali del più piccolo paese si oppongono. Come si conciliano gli interessi nazionali e internazionali con quelli locali?
«Ci sono molti pregiudizi, purtroppo, sulle infrastrutture. Alla fine ne paghiamo le conseguenze tutti, in prezzi di energia più elevati degli altri, e dunque in minore potere d’acquisto dei cittadini e meno occupazione. Siamo tutti più poveri, per scelte locali basate su pregiudizi. Non credo che l’Italia se lo può permettere ». (CdM)

Schizofrenia confindustriale

Bonifica Tamburi e Porto «Tutto fermo a Taranto»

«Taranto non può permettersi altri ritardi ed altri rinvii». Lo dice Confindustria Taranto in una lettera aperta inviata al ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, a proposito della bonifica dell'area esterna all'Ilva di Taranto: rione Tamburi di Taranto, Mar Piccolo di Taranto, Comune di Statte. «La complessa situazione che già vige all'interno ed all'esterno della grande fabbrica - una condizione al limite della criticità che abbiamo segnalato, nelle scorse settimane, in una lettera aperta al presidente del Consiglio Renzi - non ci consente di tralasciare gli aspetti fondamentali legati al risanamento delle aree limitrofe al centro siderurgico» rileva ancora Confindustria Taranto nella lettera al ministro per l'Ambiente. Per la bonifica, infatti, tutto risulta bloccato a seguito delle dimissioni, per pensionamento dal corpo dei Vigili del fuoco di cui era comamdante generale, del commissario Alfio Pini, responsabile della cabina di regia.
Sul fronte delle bonifiche dell'area esterna all'Ilva «risultano al momento “congelate” le gare d'appalto relative a diversi istituti scolastici del rione Tamburi, così come anche i progetti di bonifica dell'area industriale di Statte e la progettazione relativa al Mar Piccolo, sulla quale sono state ipotizzate varie soluzioni di intervento in considerazione della complessità e della multiformità della situazione ambientale dello specchio d'acqua» dice Confindustria Taranto nella lettera a Galletti. «Si tratta - e qui è il paradosso - di interventi già finanziati, in alcuni casi già appaltati, di progetti individuati, discussi e attentamente vagliati che attendono solo l'imput dell'organo decisore per poter essere portati ad attuazione» evidenzia ancora Confindustria Taranto al ministro dell’Ambiente. «Non vogliamo che al danno - abnorme - già subito da questo territorio per le note vicende ambientali si aggiunga la beffa di perdere finanziamenti vitali per il risanamento delle aree individuate. E non vogliamo soprattutto - sottolinea Confindustria Taranto -, che tutto ciò avvenga per noncuranza o superficialità, da sempre causa di rinvii e lungaggini che già in passato hanno prodotto guasti irreversibili di cui ancora paghiamo le conseguenze».
«Non vogliamo in questa sede cercare di comprendere il motivo dell'assoluto silenzio calato all'indomani del commiato - per raggiunto pensionamento - del commissario Alfio Pini, sul quale peraltro avevamo riposto la nostra piena fiducia; quello che invece ci preme è portare ancora una volta alla sua attenzione - scrive Confindustria al ministro Galletti - la situazione attuale e auspicare, attraverso un suo sollecito intervento, la nomina di una nuova figura commissariale che possa sbloccare al più presto le procedure - già in fase avanzata - dei diversi interventi di bonifica. La questione - conclude Confindustria Taranto - è per noi di importanza assoluta e fondamentale».
«Senza la figura attuativa del commissario - aveva protestato nelle scorse settimane l'assessore all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro - la cabina di regia è paralizzata e i 63 milioni di euro trasferiti dalla Regione non si possono spendere». In bilico sono ora le gare d'appalto per il risanamento di cinque scuole nel rione Tamburi, le più esposte all'inquinamento. I bandi di gara - spesa complessiva 9,3 milioni di euro - sono stati lanciati verso fine maggio e «se non viene sciolto il nodo del commissario - evidenzia la Regione - o non viene stabilito chi ha il ruolo di responsabilità, non si potranno stipulare i contratti».
Rischia pure di bloccarsi la bonifica dell'area industriale di Statte, dove la progettazione preliminare, a valle dell'analisi di rischio, è nella fase conclusiva e dovrà poi andare in gara una volta ricevuto l'ok del ministero dell'Ambiente. E sono altri 37 milioni di interventi. In gioco, infine, anche la prosecuzione del progetto di risanamento del Mar Piccolo.

Nel vespaio dell'acciaio italiano


Ilva – Gnudi chiede un report sul report

«A furia di chiedere esami il paziente è morto». La metafora è medica e forse anche un po’ forte tuttavia rispecchia a pieno quel che rischia di succedere all’Ilva di Taranto. Il Corriedella sera
per andare alla rassegna stampa di Siderweb), ha infatti riportato che il neo commissario Piero Gnudi, avrebbe chiesto ai rappresentanti del Boston Consulting Institute di esprimere un parere sul report realizzato da McKinsey per il predecessore Enrico Bondi, un report sul report insomma.
Nel frattempo i lavoratori Lucchini chiedono che la cokeria resti in funzione mentre per gli eredi dell’impero Lucchini vedono come il peso delle quote Rcs e della crisi del gruppo editoriale abbiano pesato e non poco sui conti della holding del gruppo Sinpar. (Siderweb)

Girano le scatole cinesi dei Riva

Ilva: Riva, il gioco dei soldi continua

A volte ritornano. In pochi forse si ricorderanno della Stahlbeteiligungen, la storica cassaforte lussemburghese della famiglia Riva di cui ci siamo occupati negli ultimi due anni. E il cui Cda il 13 dicembre 2012 accettò le dimissioni di Fabio Riva (entro questo mese si dovrebbe conoscere il responso sul ricorso presentato dai legali di quest’ultimo sull’estradizione richiesta dalla Procura di Taranto ed accettata dalla Corte inglese lo scorso febbraio), nominando in sua sostituzione tal Mauro Pozzi, domiciliato in Spagna a Siviglia. Al vice presidente della Riva FIRE, l’incarico era stato rinnovato proprio nel giugno del 2012 (poco prima della bufera del 26 luglio) ed esteso sino al 2018.
In questi giorni ‘Radiocor’, agenzia di stampa de “IlSole24Ore”, ha consultato il bilancio 2013 della holding Stahlbeteiligungen, i cui conti sono ancora in rosso: in base a quanto certificato nel bilancio 2011, alla Stahl, oltre alla quota Ilva, facevano capo diversi asset in Germania, Belgio, Canada, Spagna, Francia, per un totale di 4,8 miliardi di euro (asset che controlla ancora oggi: la canadese Les Industries Associees de l’Acier, la belga Thy Marcinelle, la spagnola Siderurgica Sevillana, la tedesca Riva Sthal, la francese Parsider, oltre al 25% dell’italiana Riva Energia).
Nell’agosto 2012 invece, il gruppo Riva aveva proceduto ad una serie di fusioni, con l’assorbimento di “Ilva International Sa” da parte di “Italia Ilva Commerciale”, mentre Stahlbeteiligungen aveva assorbito l’altra lussemburghese Parfinex. Poi a fine novembre 2012, nacque la Siderlux scindendo dalla Stahlbeteiligungen la quota di Ilva Spa. L’operazione comportò una riduzione di capitale della Stahl da 140 milioni a 59,6 milioni di euro. I restanti 81,3 milioni andarono a costituire il capitale sociale di Siderlux, interamente sottoscritto e controllato dalla Riva FIRE. In pratica la Stahl conservò tutte le partecipazioni tranne la quota del 25,38% dell’Ilva, che confluì nella Siderlux.
Ricapitolando il gioco delle scatole cinesi imbastito dalla famiglia Riva nel corso degli anni, non bisogna dimenticare che il gruppo possiede anche la società lussemburghese “Utia”, che partecipa del 39% nella cassaforte italiana (la FIRE) e che è a sua volta controllata dalla “Monomarch holding”, società di diritto olandese che fa capo ad una delle casseforti di famiglia, la Luxpack di Curacao.
Ecco perché ancora oggi non è affatto semplice acquisire le quote dell’Ilva Spa, controllata per il 61,62% dalla Riva FIRE, per il 25,38% dalla Siderlux (posseduta a sua volta dalla stessa Riva FIRE), per il 10,05% dalla Valbruna Nederland, società olandese della famiglia Amenduni, e per il 2,95% dalla Allbest, un’altra società lussemburghese.
Inoltre, non bisogna dimenticare come nell’importante assemblea della holding capogruppo Riva FIRE, riunitasi il 17 ottobre del 2012, venne deliberata la scissione parziale e proporzionale della società a favore della controllata Riva Forni Elettrici. In particolare, fu conferito il ramo di azienda relativo alla produzione e commercializzazione di prodotti lunghi, cioè le partecipazioni di Riva Acciaio, Stahlbeteiligungen Holding, Riva Energia, Muzzana Trasporti e Parsider.
Operazione non da poco, visto che sotto la Riva Forni Elettrici passarono riserve per 310,6 milioni, di cui 210,6 milioni serviranno come dotazione patrimoniale della controllata. Con la separazione dei prodotti piani da quelli lunghi, si volle completare la riorganizzazione societaria del gruppo Riva FIRE che nel corso del 2012, con diverse operazioni straordinarie, consentì l’accorciamento della catena di controllo e l’eliminazione degli intrecci partecipativi tra le controllate attive nel settore dei prodotti lunghi e quelle operanti nel settore piani.
Tornando alle carte consultate da ‘Radiocor’, la finanziaria Stahlbeteiligungen nei primi mesi del 2014 è stata nuovamente al centro “di una girandola di operazioni infra-gruppo di compensazione di debiti e crediti”. Che ha comportato la riduzione del capitale di 925 milioni della filiale belga (e creditrice) Ccs e il pagamento di un dividendo di 97 milioni alla controllante Riva Forni Elettrici. Come emerge dai documenti consultati da ‘Radiocor’, Stahl ha chiuso il 2013 con una perdita di 18,6 milioni di euro dopo avere perso 45 milioni nel 2012. Nell’esercizio la holding ha proceduto a 46 milioni di svalutazioni e gli asset a fine 2013 totalizzavano 1,79 miliardi, per 1,44 miliardi relativi a partecipazioni.
Come ricorda ‘Radiocor’, l’asset più importante resta il controllo del 99% del belga Centre de Coordination Siderurgique che si occupa del cash pooling (cioè dei flussi in entrata e in uscita) delle filiali estere e del finanziamento a breve, con 1,27 miliardi di mezzi propri a fine 2013 e un utile di esercizio di 36,4 milioni. La Stahl risulta però anche debitrice a fine 2013 del Ccs per ben 1,1 miliardi. Come riporta il bilancio della società belga, “il 28 febbraio 2014 Ccs ha ridotto il capitale portandolo da 1 miliardo a 75 milioni e il rimborso è stato effettuato per compensazione del credito detenuto verso gli azionisti”, cioè la Stahl e Riva Acciaio. Il 26 marzo la Stahl ha “poi deciso di pagare un dividendo di 97 milioni al suo azionista unico la Riva Forni Elettrici prelevandolo dall’utile riportato a nuovo”, che ammontava a 543 milioni di euro a fine 2013. Poi, lo scorso 31 marzo la Riva Forni Elettrici ha saldato “parte del suo debito verso la Stahl, ovvero 87 milioni (su un totale di 354 milioni) che rappresentavano le scadenze a quella data”.
Ma la stessa Riva Forni Elettrici non se la passa meglio. Proprio ieri infatti, “IlSole24Ore” ha pubblicato i dati del bilancio 2013. Che ha riportato un fatturato di 3,7 miliardi di euro a fronte di una produzione di 7,6 milioni di tonnellate (trasformate in 4 di vergella, 2 di tondo e una di barre e billette laminate), per una perdita complessiva di 60 milioni (che il gruppo addebita sia alla crisi economica, che alle vicende che colpirono gli stabilimenti del Nord Italia con il sequestro della Procura di Taranto del settembre scorso ed agli investimenti operati dal gruppo su impianti e macchinari ammontanti ad 84 milioni di euro).
Anche se i dati del primo trimestre del 2014 segnalano un’inversione di tendenza: fatturato in aumento a 976 milioni, a fronte di una produzione di 2,162 milioni di tonnellate. Ennesima dimostrazione di come il ferro vecchio da rottamare sia proprio l’Ilva di Taranto. E di come mentre in riva alla città dei Due Mari si continua a perdere tempo con chiacchiere da bar e beghe da quattro soldi, altrove quest’ultimi continuano a girare in un labirinto senza fine.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.06.2014)

Uomini d'onore


Ilva: gup,in libertà 4 "fiduciari" Riva arrestati a settembre 2013

Il giudice per l'udienza preliminare Wilma Gilli ha revocato oggi gli arresti domiciliari, ma imponendo l'obbligo di dimora, nei confronti di quattro "fiduciari" del gruppo siderurgico Riva arrestati a settembre dello scorso anno nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva.
  L'ordinanza di arresto fu eseguita lo scorso 6 settembre dalla Guardia di Finanza su provvedimento firmato dal gip Patrizia Todisco. L'istanza per chiedere il ritorno in liberta' dei quattro "fiduciari" del gruppo Riva era stata annunciata dai legali a margine della prima udienza preliminare del processo Ilva svoltasi a Taranto lo scorso 19 giugno.
  I quattro erano tutti agli arresti domiciliari e sarebbero potuti restare al massimo fino al prossimo 6 settembre, quando sarebbe scattata la decorrenza dei termini di custodia cautelare. Avendo pero' il gup Wilma Gilli disposto, nell'udienza del 19 giugno, la sospensione dei termini, i quattro "fiduciari" avrebBero corso il rischio di vedersi prolungata la detenzione ai domiciliari oltre il 6 settembre prossimo. Di qui, appunto, la decisione degli avvocati di chiedere al gup la liberta' per i quattro, cosa che il magistrato ha concesso oggi. Il gup Gilli ha deciso la sospensione dei termini ed aggiornato l'udienza preliminare al 16 settembre in quanto sul processo Ilva pende un'istanza di rimessione presentata dagli avvocati del gruppo Riva. Istanza di cui ha preso atto il gup inviando tutto alla Corte di Cassazione, la quale ora deve decidere se il processo si deve svolgere a Taranto oppure essere assegnato ad un'altra citta', che nel caso specifico sarebbe Potenza.
  Gli avvocati del gruppo Riva, infatti, sostengono che a Taranto, per le proteste che ci sono state e per quello che loro definiscono evidente condizionamento ambientale e psicologico, non ci sono le condizioni per uno svolgimento del giudizio in condizioni serene ed equilibrate. Il processo che vede coinvolte 49 persone e 3a parere dei legali dei Riva, trasferito da Taranto. La Procura, dal canto suo, ha presentato una memoria in cui cita l'assoluzione di qualche mese fa dei Riva dall'accusa di monopolio illegale nel porto - il pm aveva invece chiesto la loro condanna - per evidenziare come non sia affatto vero che a Taranto non ci sia serenita' di giudizio.
  I quattro "fiduciari" oggi tornati in liberta' sono accusati, insieme a Fabio e Nicola Riva, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele suoi luoghi di lavoro, alla corruzione, al falso e all'abuso d'ufficio. Secondo la Procura, i "fiduciari" costituivano il "governo ombra" dell'Ilva di Taranto, la "direzione parallela" a quella ufficiale con cui la proprieta', i Riva appunto, impartiva gli ordini e controllava la situazione. (AGI).

venerdì 27 giugno 2014

Mors tua...

L'acciaio europeo si salva se chiude l'Ilva

La banca svizzera Ubs chiede la chiusura dell'impianto siderurgico tarantino. "In Europa esiste una sovracapacità produttiva di acciaio; è giusto fare a meno dell'industria più obsoleta e pericolosa che ci sia in giro"
L’Europa scarica l’Ilva. Lo fa attraverso il potente - e pervasivo - sistema finanziario che governa le istituzioni politiche. Uno studio redatto dalla banca svizzera Ubs, il cui titolo è tutto un programma “Il futuro dell’Ilva, il destino dell’industria siderurgica europea”, non lascia spazio ad alcun dubbio. Nel vecchio continente esiste un problema di sovracapacità produttiva per quel che concerne l’acciaio. Un eccesso dell’offerta calcolato in 20 milioni di tonnellate annue. Ragion per cui è quantomai necessario tagliare. Da dove iniziare se non dall’impianto più vecchio e mal ridotto che esiste in giro. Quello che in tutti questi anni, con la complicità dello Stato (e non solo), ha determinato morte e malattie tra gli abitanti della terza città dell’Italia meridionale.
Della serie: per salvare la produzione d’acciaio in Europa è necessario che l’Ilva chiuda e la si faccia finita con un’industria obsoleta e sotto tutela giudiziaria. Ubs sconsiglia vivamente ArcelorMittal dall’acquisire le quote di maggioranza dell’impianto tarantino. Un investimento che nel giro di pochi anni, si legge nelle note a margine dello studio redatto dall’istituto di credito elvetico, si rivelerebbe fallimentare. Sembra non esistere alcuna soluzione di continuità tra la maggiore impresa italiana e il Paese: ambedue legate dallo stesso destino e sconfitte sul terreno dell’affidabilità e della serietà. Non è un caso che, proprio sulle politiche ambientali, l’Europa consideri l’Italia uno Stato canaglia. Non c’è che dire: il semestre dell’Unione a guida italiana meglio non poteva iniziare per don Matteo. (Cosmopolismedia)


giovedì 26 giugno 2014

Cerchiobottismo sindacale

milanofree

Ilva, Cgil Cisl Uil Puglia sosterranno sciopero 11 luglio

Cgil, Cisl e Uil Puglia sosterranno lo sciopero dei lavoratori dell’Ilva di Taranto indetto dalle segreterie provinciali e da quelle di categoria delle organizzazioni sindacali per il prossimo 11 luglio. La decisione e’ emersa nella riunione odierna delle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil che ha esaminato ”la grave situazione che si e’ determinata con lo stallo del piano industriale per l’Ilva e, di conseguenza, – si legge in una nota – del risanamento ambientale”. All’incontro hanno partecipato i segretari generali territoriali confederali e dei metalmeccanici di Taranto. ”Il giudizio comune – si evidenzia – ha manifestato la ferma intransigenza del sindacato sulla richiesta di attuazione degli impegni e della specifica legislazione per Taranto. Gli importanti effetti che il rispetto di quanto deciso sui tavoli ministeriali e nelle aule parlamentari – che hanno prodotto l’AIA e il Piano delle bonifiche – avrebbe sul futuro del lavoro in Ilva e nelle imprese dell’appalto, insieme al miglioramento radicale delle condizioni di salute per tutti i tarantini, richiede, nell’incertezza dei tempi e delle reali prospettive, l’avvio di una intensa fase di mobilitazione per indurre il Governo ed il Commissario ad aprire un confronto chiarificatore per dare tranquillita’ a tutti i lavoratori e la comunita’ cittadina di Taranto”. Le segreterie confederali regionali hanno chiesto alle proprie strutture nazionali di attivare proprie iniziative di pressione sul Governo ”perche’ la vicenda tarantina vada affrontata con la urgenza e responsabilita’ che l’aggravarsi della situazione richiede”. Alla Regione Puglia ed all’Amministrazione comunale di Taranto le segreterie di Cgil Cisl Uil chiedono ”di riprendere la necessaria azione di coordinamento e, per quanto compete loro, l’attuazione delle azioni di salvaguardia della salute, a partire dal piano di screening dell’intera popolazione, e delle condizioni ambientali dello stabilimento”.(Ansa)

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martedì 24 giugno 2014

Giungla siderurgica

Gli avvoltoi europei si aggirano sopra l’Ilva – Ecco cosa dice una relazione della banca svizzera Ubs

La vicenda dell’Ilva di Taranto continua ad essere seguita con grande attenzione in Europa. Dopo l’analisi prodotta lo scorso 2 giugno dalla “JP Morgan Chase & Co.”, società finanziaria con sede a New York leader nei servizi finanziari globali, ora è il turno della banca svizzera UBS. Che attraverso una relazione redatta dall’analista Carsten Riek, esprime un pensiero molto chiaro sul futuro del siderurgico tarantino: se l’Ilva chiude o si ridimensiona, automaticamente aumenterà la produttività e soprattutto la redditività di diversi siti siderurgici europei. Il che potrebbe anche servire a risolvere, o quanto meno a porre un freno, alla sovraccapacità produttiva dell’industria siderurgica europea, come tra l’altro sostenuto anche dalla JP Morgan.
A sostegno di questa tesi, secondo l’analisi dell’UBS una chiusura parziale dell’Ilva diminuirebbe del 20-30% l’eccesso di capacità produttiva dell’industria siderurgica europea: una chiusura totale invece, inciderebbe del 58% secondo la banca svizzera. Che sostiene come se la chiusura, parziale o totale, sarebbe “una cattiva notizia per gli 11.000 dipendenti dell’Ilva”, ma non certamente “per i suoi concorrenti”. I tassi di utilizzo della capacità produttiva dei loro stabilimenti infatti, salirebbero del 74% nel caso di una chiusura parziale, sufficiente a giustificare un aumento del prezzo della tonnellata di acciaio dai 3 ad un massimo di 18 di euro (in caso di chiusura totale dell’Ilva). La chiusura completa potrebbe invece portare i tassi di utilizzo all’80% entro il 2018.
Inoltre, secondo l’analisi della banca svizzera l’acquirente, o gli acquirenti, che andranno a comporre la cordata che gestirà l’Ilva di Taranto, dovranno ottenere il sostegno, o forse sarebbe meglio dire il lasciapassare, della Commissione europea. Nel caso di ArcelorMittal infatti, come abbiamo già avuto modo di sostenere di recente, le autorità garanti della concorrenza interverrebbero per evitare che nel settore della produzione di acciaio inox il gigante asiatico non superi il 40% delle quote di produzione nel mercato europeo (in caso contrario AncelorMittal sarebbe infatti costretta a fermare i suoi impianti presenti in Francia, Belgio, Germania e Spagna).

Seconda posta dei sepolcri

Ilva, i tecnici di Arcelor Mittal a Taranto per una visita al siderurugico

Una delegazione di tecnici del gruppo siderurgico franco-indiano Arcelor Mittal è a Taranto per cominciare da domani mattina una nuova visita all'Ilva. La precedente visita, la prima, è stata effettuata martedì scorso, giorno in cui è anche arrivato per la prima volta nello stabilimento il nuovo commissario Piero Gnudi dopo la nomina del Governo.

Arcelor Mittal è al momento il gruppo straniero più accreditato per rilevare l'Ilva dal gruppo Riva, attuale proprietario. Secondo indiscrezioni e stando a quello che i tecnici, prevalentemente francesi e belgi, avrebbero riferito agli interlocutori italiani che li accompagnavano nella visita di martedì scorso, l'area a caldo dell'Ilva di Taranto avrebbe fatto una buona impressione alla delegazione di Arcelor Mittal. Quest'area dello stabilimento, che comprende altiforni e acciaierie, sarebbe stata trovata dagli stranieri, sempre secondo le indiscrezioni, in condizioni migliori rispetto a come forse se l'aspettavano.

Certo, è ancora molto presto per dire se Arcelor Mittal sarà effettivamente il nuovo proprietario dell'Ilva, l'azienda siderurgica dal maggio 1995 passata dall'Iri al gruppo Riva, ma in ogni caso una delle realtà leader nel mondo per la produzione dell'acciaio va avanti nell'approfondimento del dossier Ilva. Da domani la delegazione che nel pomeriggio giunge a Taranto dovrebbe visitare laminatoi e tubifici. La visita dovrebbe durare più di un giorno al contrario della precedente che si esaurì nelle 24 ore.

Di Arcelor Mittal all'Ilva si parla ormai da mesi anche se ultimamente proprio l'ad della società, l'indiano Mittal, ha rivelato a New York che è stato il Governo italiano a sollecitare l'interesse del gruppo, e questo, ha subito precisato, non vuol dire che Arcelor Mittal acquisirà l'Ilva perché sono necessarie scelte approfondite. Nei giorni scorsi, inoltre, rappresentanti del gruppo sono anche stati al ministero dello Sviluppo economico che sta seguendo l'evoluzione del dossier Ilva. Appare molto probabile che l'Ilva passerà di mano, anche se non totalmente.

Danno per scontato un cambio nella proprietà i sindacati metalmeccanici ritengono, infatti, necessari nuovi azionisti anche a fronte degli ingenti investimenti, soprattutto ambientali, che servono nello stabilimento di Taranto. I sindacati da una parte guardano con attenzione le mosse dei possibili compratori dell'Ilva ma dall'altro, è il caso soprattutto della Fim Cisl nazionale, sono molto cauti, ricordando, per esempio, che Arcelor Mittal in Europa ha chiuso tutte le aree a caldo che aveva, e il siderurgico di Taranto, con quattro altiforni e due acciaierie, ha proprio nell'area a caldo un suo punto di forza.

Ridimensionarla peraltro significherebbe tagliare migliaia di addetti. "Ma nessuno sinora ha parlato di tagli", ha detto Gnudi all'esordio come commissario e anche il ministro Guidi, in Senato lo scorso 19 giugno, ha affermato che l'obiettivo è mantenere produzione e occupazione. Tuttavia, al di là delle assicurazioni, i sindacati danno quasi per certo che se l'Ilva dovesse cambiare proprietà, almeno lo stabilimento di Taranto non manterrà più l'attuale struttura con poco più di 11mila addetti diretti.

Nel primo anno di commissariamento, gestione Bondi, l'Ilva non ha effettuato alcuna riduzione di manodopera, a eccezione della chiusura del centro di servizio di Patrica (Frosinone) che ha comportato la perdita di alcune decine di posti di lavoro. E anche il piano industriale presentato da Bondi nelle scorse settimane, e ora in stand by, non prevedeva la riduzione di posti di lavoro.

Ma il futuro dell'Ilva non riguarda solo la proprietà. C'è, infatti, un problema più immediato da affrontare ed è quello della crisi di liquidità dell'azienda, giunta ormai, per unanime riconoscimento, ad un punto grave. Per venirne fuori in modo da poter affrontare sia il risanamento ambientale che i nuovi investimenti, nel piano industriale Bondi aveva proposto un aumento di capitale da 1,8 miliardi da farsi in quest'anno e 1,5 miliardi di finanziamento bancario in due anni con due tranche da 750 milioni ciascuna. Nel frattempo, sarebbe stato necessario un prestito o un finanziamento ponte di circa 800 milioni, che le banche però non hanno mai concesso a Bondi. L'ipotesi di un intervento finanziario immediato nel frattempo che si configuri una nuova proprietà, è anche quella su cui continua a lavorare il nuovo commissario e Governo. Il sub commissario Edo Ronchi, in attesa di riconferma, ha detto che entro giugno 2015 l'Ilva ha bisogno di 800 milioni per i lavori dell'Aia, di cui 550 quest'anno, rilanciando la possibilità di utilizzare subito i soldi sequestrati mesi addietro dalla Procura di Milano ai Riva per reati fiscali e valutari.(RepBa)

La classifica dei rami secchi universitari

Classifica qualita' delle universita': il Sud resta indietro

Nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità delle università italiane spiccano gli Atenei di Trento e Verona, oltre alle private Bocconi e Luiss. Il Sud fanalino di coda. Il Polo Jonico resta appendice di quello barese. Il dibattito sulla necessità di investimenti in direzione della formazione e della cultura appare fondamentale. "Abbiamo costruito l'Ilva a Taranto, - ha spiegato Daverio- quando nella città avvelenata dall'acciaio ci sono i suoi ori celebrati in tutto il mondo"

Il Sole 24 Ore stila la classifica dei migliori poli universitari. L’analisi sullo stato di salute della formazione in Italia vede gli istituti di eccellenza collocarsi al Nord e al Centro, mentre il Sud resta fanalino di coda. Il primato se lo contendono Verona, in cima negli indicatori di performance sulla ricerca e Trento, che raggiunge il Politecnico di Milano, tra i migliori sulla didattica. Al terzo posto si colloca l’Alma Mater di Bologna, e a seguire Padova, Politecnica delle Marche e la veneziana Ca’Foscari. A Milano la Bicocca si colloca meglio della Statale, mentre la Sapienza si attesta a metà classifica. Tra gli atenei non statali spicca il San Raffaele, seguito da Luiss e Bocconi al secondo posto. Gli indicatori di qualità relativi alla didattica e alla ricerca risultano comuni alle sedi piu’ importanti. A ciò vanno aggiunti: personale docente, puntualità degli iscritti e performance sui progetti di ricerca o sulla qualità dell’alta formazione.
Dall’indagine si profilano i limiti restituiti da un Sud ancora arroccato su se stesso che non riesce malgrado gli sforzi ad operare una differenza, dove, come spiega il quotidiano “l'emigrazione studentesca priva spesso le università degli studenti più motivati. La carenza di strutture si spiega anche con un livello di tasse universitarie molto più basso della media e anche la ricerca fatica a farsi davvero strada”. Sola eccezione Salerno, al 22esimo posto, mentre la gli atenei meridionali si concentrano nella seconda parte della classifica generale: Foggia e l'Orientale di Napoli al 34esimo posto, mentre le principali università napoletane si piazzano in fondo (la Federico II è alla casella 56, la Seconda università alla 58), mentre nessuna delle università del Centro-Nord si attesta negli ultimi 16 posti. Il quadro che emerge è di una parte del paese ancora arrancante, in affanno sia nell’offerta formativa a cui fa seguito un tasso di disoccupazione preoccupante che induce molti tra gli studenti più brillanti a cercare fortuna altrove, talvolta all’estero cosi come evidenziato dal trend degli ultimi anni.  
Il Polo universitario Jonico nato e “pasciuto” come costola barese resta atrofizzato, implode lamentando problematicità didattiche e strutturali, aspetto questo trascurato dall’amministrazione locale e declinata a più riprese nei consigli comunali. “Gli studenti svolgono le lezioni ancora in via Deledda solo nelle ore di luce – spiegava l’associazione studentesca Link Taranto in un documento distribuito lo scorso gennaio in Consiglio Comunale - in quanto il furto dei cavi di rame ha lasciato la struttura senza corrente elettrica, tutto questo in attesa di un nuovo trasferimento presso l’ennesima “sede provvisoria”. Lo sviluppo del Polo jonico dipende molto anche dalle azioni portate avanti dagli enti territoriali- ribadivano- In questo caso vi è sicuramente un impegno del Comune di Taranto il quale fornisce in comodato d’uso gratuito le strutture universitarie, investe nella loro ristrutturazione, fornisce delle unità di personale da impiegare nelle strutture universitarie, stanzia fondi. Il Comune non vigila però – concludevano - su come l’Università gestisce le strutture ad essa affidate”.
L’attenzione alla formazione e alla cultura come aspetto pregnante risulta imprescindibile per un’economia sana e uno sviluppo del territorio che non passi solo ed unicamente dai grandi insediamenti industriali. Come giustamente affermato dallo storico Philippe Daverio alla trasmissione Servizio Pubblico qualche tempo fa, “occorre partire dal riconoscere che fra templi greci arcaici, classici, edificazioni medioevali e invenzioni del barocco, il Meridione ha la più alta concentrazione del Mediterraneo. Le sei collezioni archeologiche delle principali città del Mezzogiorno sono da sole di un'importanza capitale: qualsiasi persona evoluta ci dovrebbe passare almeno una volta nella vita, come alla Mecca. Eppure sono in stallo. Perchè? Perchè piuttosto che investire su questa ricchezza fino a ieri puntavamo sulle fabbriche. A Melfi, in Basilicata, - ha sottolineato - abbiamo portato le automobili, anziché i turisti. Abbiamo costruito l'Ilva a Taranto, quando nella città avvelenata dall'acciaio ci sono i suoi ori celebrati in tutto il mondo. E sapete qual è la media di occupazione di alberghi in Sicilia? Due mesi: un insulto al patrimonio sterminato dell'isola. I nostri politici - prosegue - devono capire che Bagnoli a Napoli, l'Ilva a Taranto, la Fiat a Melfi sono strade sbagliate per definizione. La vera soluzione per il Sud – ha ribadito- è che diventi un grande serbatoio di beni culturali, di qualità di vita e di turismo, perchè queste forze messe insieme rendono molto più delle tre fabbriche che ho nominato moltiplicate per dieci. Anche in termini di occupazione. Dobbiamo immaginare uno sviluppo diverso per il territorio- ha concluso Daverio- Un futuro che dovrà passare necessariamente attraverso una potentissima operazione di restauro dei beni culturali, talmente vasta da assomigliare a un piano Marshall. Ecco si tratta d'impostare un piano Marshall per il Meridione”.
Un orizzonte questo ancora distante dagli attuali standard che vedono la cultura ancora appendice di un profitto possibile, di un’economia alternativa quando al contrario costituirebbe la risposta più esauriente ai maggiori dibattiti in termine di occupazione e sviluppo. Strategie di marketing queste inattuate e del tutto sottostimate, delegate al futuro incerto, nel frattempo gli esiti parlano chiaro, il Sud muore, non decolla, lasciando che i grossi colossi industriali costituiscano l’unica risposta plausibile alle problematicità del territorio, quando esse stesse sono causa e fonte delle difficoltà in cui versano. Ad oggi, comprendere questa differenza è sostanziale. (Cosmopolismedia)

sabato 21 giugno 2014

Pollicino spara in aria e gli casca la pallottola in testa

Gli "amici" del "sindaco delle letterine" si sono accorti che il loro datore di lavoro è diventato una macchietta nazionale.
Allora nei giorni scorsi hanno pensato, hanno pensato tanto e alla fine, l'elefante con le ragnatele ha partorito un topolino piccolo piccolo!
Ecco la grande idea, scriviamo l'ennesima letterina inutile ma stavolta la chiamiamo ordinanza!!!
Così la gente pensa che Stefano "ha scoperto di avere le palle nelle mutande", così i giornali dicono che si è svegliato il Comune di Taranto, così... sperano gli "amici" persino i magistrati chiuderanno un occhio sui capi di imputazione del sindaco al grande processo Ilva!
Bella strategia... Peccato che quella combriccola di allegri "amici" che i media chiamano Comune di Taranto, come al solito abbia completamente cannato!
Sono stati sbugiardati da politici e ambientalisti e, ovviamente, l'Ilva manco li pensa!
Con metafore più d'antan possiamo dire che sono riusciti a fare una cosa geniale: usare uno spaventapasseri di lana per allontanare un'invasione di tarme!

Ilva: ordinanza sindaco Taranto contro inquinamento vapori ghisa


Stretta del sindaco di Taranto, Ezio Stefano, sull’Ilva. In un’ordinanza il sindaco ordina all’azienda di “avviare entro 30 giorni di concerto con Arpa Puglia e Asl Taranto le attivita’ volte alla realizzazione di un idoneo sistema di captazione e trattamento dei vapori derivanti dal raffreddamento della ghisa”. In caso “di mancata osservanza, gli impianti interessati dovranno sospendere la loro attivita’”. Arriva quindi un nuovo problema da affrontare per il commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, nominato dal Governo lo scorso 6 giugno in sostituzione di Enrico Bondi. “Il raffreddamento del prodotto con l’ausilio dell’acqua di mare produce emissioni in atmosfera di vapori non captati e/o trattati, nonche’ scarichi idrici nel canale Ilva di acque oggetto di sola decantazione”. E’ questo il motivo per il quale il sindaco di Taranto ha firmato un’ordinanza con la quale da’ 30 giorni all’Ilva affinche’ faccia i lavori nell’area ghisa finalizzati ad eliminare l’inquinamento provocato dalla granulazione. Oltre alla realizzazione di un sistema di captazione e trattamento dei vapori, il sindaco chiede che, sempre in 30 giorni, avvenga “un monitoraggio ambientale degli inquinanti aerodispersi, concordando con Arpa Puglia e Asl di Taranto modalità e obiettivi”.
Sempre con la stessa tempistica, il sindaco ordina anche all’azienda di effettuare “le attivita’ volte alla realizzazione di un idoneo sistema di raccolta e trattamenti delle acque meteoriche, di dilavamento e di raffreddamento della ghisa”. All’ordinanza, il sindaco di Taranto e’ giunto dopo le indagini fatte da Arpa Puglia nei mesi scorsi nell’Ilva. L’agenzia per l’ambiente della Regione Puglia nell’area della granulazione della ghisa – processo che avviene dopo gli altoforni – ha evidenziato “criticita’ legate alla liberazione in atmosfera di inquinanti ed alla presenza di scarichi non regolamentati in Aia”. L’impianto, inoltre, sottolinea il sindaco nell’ordinanza – di cui e’ stata data comunicazione al prefetto di Taranto – “non e’ stato oggetto di indicazioni e prescrizioni nel piano ambientale” dell’azienda approvato dal Governo a meta’ marzo e pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” ai primi di maggio scorso. Gli esiti dei controlli nell’area in questione trasmessi dall’Ilva all’Arpa Puglia, rileva il sindaco, sono stati “ritenuti non rappresentativi” dalla stessa Agenzia regionale per la protezione ambientale, anzi l’Asl di Taranto, a fine aprile, dopo un altro sopralluogo ha chiesto al Comune “l’adozione di provvedimenti finalizzati”. (Agi)

Ilva, Ronchi boccia ordinanza sindaco: “In 30 giorni non si fa nulla”

 ”In 30 giorni non si fa niente”. Cosi’ il sub commissario dell’Ilva Edo Ronchi risponde a quanto previsto dall’ordinanza del sindaco di Taranto, Ezio Stefano, il quale ha appunto dato un mese di tempo all’azienda per eliminare l’inquinamento causato dalla granulazione della ghisa, installando anche un sistema di monitoraggio. Il sindaco ha firmato l’ordinanza dopo i rilievi di Arpa Puglia e Asl Taranto che hanno evidenziato la criticita’ della situazione. “Parliamo – afferma ancora Ronchi – di una parte dell’attivita’ che non e’ soggetta a prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale ma che l’Ilva ha comunque considerato riconoscendo che il problema esiste. In 30 giorni, pero’, non e’ che si puo’ intervenire e risolvere la questione. Non ci sono i presupposti tecnici per farlo, eppoi in questo momento, come peraltro e’ noto a tutti, l’azienda non ha nemmeno le risorse necessarie”. (AGI)


L'ordinanza del sindaco di Taranto sull'area ghisa non ha alcun valore giuridico. Avrebbe dovuto chiedere la riapertura dell'Aia, porre la questione per via ordinaria, ritirare la firma in caso di non accoglimento e solo dopo agire in via straordinaria con un'ordinanza che - tra l'altro - e' scritta malissimo. Ma chi consiglia cosi' malamente questo sindaco che improvvisa ordinanze? (Mar)

venerdì 20 giugno 2014

Tutto nella norma: incidenti e ricatto occupazionale

Cede una condotta: paura all'Ilva, nessun ferito 

Paura questa mattina in Ilva, dopo che ha ceduto una grossa condotta nel reparto agglomerato. Il tubo si è abbattuto all'improvviso sulla strada, fortunatamente senza provocare feriti. L'incidente si è verificato questa mattina. A cedere è stata una conduttura utilizzata per convogliare il vapore.
Per cause in corso di accertamento, la tubatura si è staccata dall'impianto e si è rovesciata da un lato. Sul posto sono intervenute le squadre di soccorso e i vigili del presidio interno alla grande fabbrica.(Quot)

Ilva, Angeletti (Uil) :”Rischio di catastrofe occupazionale e industriale” 

 Il segretario generale Uil, Luigi Angeletti, in Puglia per il congresso regionale della confederazione, all’ANSA ha dichiarato: “L’Ilva è in cima ai nostri pensieri. C’è il rischio di una catastrofe occupazionale e industriale di dimensioni bibliche”. “Dal chiacchiericcio di questi giorni,anche su eventuali nuove proprietà, emerge che si potrebbe ridurre la produzione. Non so come quello stabilimento possa reggere producendo meno di 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno” ha aggiunto Angeletti, non nascondendo le sue personali preoccupazioni in merito alle sorti del siderurgico di Taranto. Solo qualche giorno fa il nuovo commissario dell’Ilva Piero Gnudi si è recato a Taranto in visita per conoscere i dirigenti. Il nuovo commissario, subito dopo la nomina, ha ammesso che il lavoro da svolgere è difficile ma ha anche dichiarato che esistono gli spazi di manovra per consentire all’Ilva di riprendersi. (Puglia24)

Una proposta per il nuovo logo congiunto di WWF, Legambiente e Greenpeace

Verde militare

Dopo le dichiarazioni del sub commissario Ilva secondo cui "La qualità dell'aria a Taranto è buona", fa discutere, nonostante gli innumerevoli studi epidemiologici a riguardo, la presa di posizione congiunta di Legambiente, Wwf e GreenPeace circa la riconferma di Edo Ronchi e la conseguente richiesta di ecocompatibilità del colosso siderurgico jonico
di Cosimo Giuliano
All’indomani delle dichiarazioni del sub commissario Ilva Edo Ronchi secondo cui “La qualità dell'aria a Taranto è buona, in particolare per le polveri sottili i dati sono tra i migliori delle città italiane: il benzo(a)pirene si è ridotto di 10 volte. Nel quartiere Tamburi è ampiamente a norma per tutti i parametri”, fa discutere il pressing esercitato congiuntamente da Greenpeace, Legambiente e Wwf sul Governo Renzi affinché questi “Venga confermato e che gli siano dati pieni poteri decisionali e le risorse per attuare il Piano di risanamento”. Affermazioni che hanno indignato anche lo stesso mondo ambientalista - specialmente a Taranto - sempre più frammentato e in balia di personalismi tautologici fini a sé stessi.  Tutto ruota intorno al concetto di ‘ecocompatibilità’ del colosso siderurgico. Secondo le tre organizzazioni infatti, continuare a produrre e allo stesso momento salvaguardare la salute dei cittadini jonici sarebbe l’unica via d’uscita alla crisi ambientale ed economica in atto. “Il risanamento ambientale –si legge infatti  nella nota - il rispetto delle prescrizioni dell’Aia, l’innovazione tecnologica del processo produttivo sono la condizione perché l’impianto siderurgico continui a produrre e garantisca l’occupazione per Taranto e per gli altri stabilimenti. Con il Commissariamento dell’Ilva il Governo prese l’impegno solenne con i cittadini e i lavoratori che l’impianto sarebbe stato risanato per dare anche continuità alla produzione e garantire i posti di lavoro”.
Peccato però che tutti e tre (congiuntamente) dimentichino il livello di inquinamento raggiunto dalla seconda città di Puglia negli ultimi 20 anni. Studi epidemiologici di conclamata veridicità scientifica hanno evidenziato che nel tarantino l’aumento delle malattie tumorali cresce in maniera esponenziale proprio a causa del siderurgico. “L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte". E' quanto sostengono i periti, nominati dalla Procura di Taranto nel corso del processo “Ambiente svenduto”, Annibale Biggeri, docente ordinario all'università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, Maria Triassi, direttore di struttura complessa dell'area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell'azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, e Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia dell'Asl di Roma. E ancora: "L'analisi per i quartieri Borgo e Tamburi, che sono particolarmente interessati al fenomeno dell'inquinamento dell'aria e dalle emissioni degli impianti industriali - rilevano sempre i periti incaricati dal gip Todisco - mostra una forte associazione tra inquinamento dell'aria ed eventi sanitari". E come non citare i recenti studi sulle donne in stato interessante dei Tamburi, che evidenziano la presenza di diossine e bonzo(a)pirene financo nel latte materno o lo studio ‘Sentieri’ pubblicato pochi mesi fa in cui si mette in risalto la presenza di pcb e metalli pesanti in vegetali e bestiame, il depauperamento e la contaminazione di terreni, aria e acqua? O l’indagine restituita dall’Istituto Superiore della Sanità sull’aumento dei casi di patologie tumorali in luoghi prossimi alle acciaierie (tumore dei polmoni il +21% tra gli uomini e il +23% tra le donne, mesotelioma della pleura +142% uomini e +110% donne, linfoma No Hodgkin +29% uomini e +51% donne, malattie respiratorie +43 tra gli uomini e +15% donne, tumore maligno del fegato +15% tra gli uomini e + 47% tra le donne, tumori alla tiroide +45% uomini e +32% donne).
Chissà cosa ne penserebbe il Wwf se l’animale posto al centro del proprio simbolo, vivesse in queste zone e si ammalasse di tumore estinguendosi anzitempo. Cambierebbe idea o lo sostituirebbe con un meno nobile ma più “in salute ”avvoltoio?. L’uccello saprofago per eccellenza, in effetti, sarebbe forse più indicato. Siamo alle solite. Viene riproposto in tante salse l’annoso ed erroneo dualismo “lavoro o vita”. Una balla dialettica che andrebbe una volta per tutte avvicendata con un più nobile e razionale primum vivere. La difesa della salute e della vita prima di tutto. Il resto è solo vergognosa difesa del profitto, del capitalismo più malsano a discapito di quel capitale umano che al contrario dovrebbe essere il primum movens su cui dovrebbe ruotare tutto. Istanze filo-governative a difesa degli inquinatori che confezionano decreti salva-Ilva a cadenza sistematica e non degli inquinati. Dei carnefici e non delle vittime. Destino cinico e baro – Legambiente e Wwf - come se non bastasse, si sono anche costituite parte civile nel processo per disastro ambientale a carico dell'Ilva avanzando richieste consistenti per i danni subiti. Un paradosso d’intenti tutto italiano. Avvoltoi crudeli e rapaci mai in serio pericolo di estinzione, coccolati da un habitat tutt’altro che inospitale ma abbondante di cadaveri sempre freschi di cui cibarsi. (Cosmopolismedia)

Ecco il comunicato congiunto:

Siamo molto preoccupati per come il Governo ha affrontato la vicenda dell’Ilva. L’Esecutivo alla scadenza del primo mandato del Commissario Bondi si è preoccupato di nominare un altro Commissario nella persona di Paolo Gnudi, senza tra l’altro fornire spiegazioni, ma non si è preoccupato di nominare il Commissario preposto al Piano di Risanamento Ambientale dato che sono passati oltre 15 giorni dalla scadenza del mandato del prof. Edo Ronchi. Ci auguriamo che già nel Consiglio dei Ministri di domani venga confermato e che gli siano dati pieni poteri decisionali e le risorse per attuare il Piano di risanamento.
Per le risorse s’intervenga con un decreto d’urgenza per rendere disponibili i fondi sequestrati dalla procura di Milano per realizzare il Piano di Risanamento ambientale, come tra l’altro già previsto dalla L.6/2014, senza però condizionarli all’approvazione del Piano Industriale che sembra viaggiare in alto mare. Non si può aspettare ancora, sono già intollerabili i ritardi con cui è stato approvato il Piano di risanamento ambientale e rischia di impantanarsi per mancanza di liquidità.
Il risanamento ambientale, il rispetto delle prescrizioni dell’Aia, l’innovazione tecnologica del processo produttivo sono la condizione perché l’impianto siderurgico continui a produrre e garantisca l’occupazione per Taranto e per gli altri stabilimenti. Con il Commissariamento dell’Ilva il Governo prese l’impegno solenne con i cittadini e i lavoratori che l’impianto sarebbe stato risanato per dare anche continuità alla produzione e garantire i posti di lavoro.   Ora il Governo mantenga gli impegni!

Il lupo buono e quello cattivo: solito gioco.

Malattie sospette nella carpenteria Ilva Taranto. Via a nuovi controlli

L'Ilva decide di veder chiaro nella situazione del reparto di carpenteria dello stabilimento siderurgico di Taranto dove lavorano 260 persone e dove sono stati segnalati poco meno di venti casi di malattia alla tiroide e altri di morte per tumore, l'ultimo dei quali è recente. Si sospetta fortemente un legame tra patologie ed emissioni inquinanti derivanti dalle lavorazioni (saldature e carpenteria).
Ci sono già stati i controlli dell'Arpa Puglia e dello Spesal, il Servizio di prevenzione sui luoghi di lavoro dell'Asl di Taranto, la Procura della Repubblica, acquisite le relazioni dello Spesal, ha avviato un'indagine, e adesso l'azienda propone su base volontaria ai lavoratori di sottoporsi ad accertamenti specifici. Gli esami saranno organizzati su tre livelli. Gli interessati si sottoporrano al secondo e terzo qualora già il primo dovesse segnalare delle criticità. Il primo livello è di carattere generale e punta ad accertare la presenza di eventuali patologie alla tiroide attraverso esami di laboratorio, ecocolordoppler e visita endocrinologica.
Il secondo step prevede invece approfondimenti diagnostici in caso di patologia accertata attraverso ulteriori esami di laboratorio, ago aspirato ed esame citologico. Il terzo ed ultimo livello, infine, prevede percorsi individuali e mirati tra cui anche il ricorso alla Tac. Per evitare che si crei un eccesso di presenze nell'ambulatorio aziendale Ilva, dove si svolgono le normali visite mediche, questi controlli saranno fatti nel siderurgico da un presidio della Croce Rossa Italiana mentre l'ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari) eseguirà tutti gli esami.
La situazione venutasi a creare nella carpenteria era stata anche oggetto di scontro, nelle scorse settimane, tra l'ex commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e il direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato. "Destituita di fondamento - ha infatti scritto Assennato - è l'affermazione contenuta nel rapporto del dottor Bondi secondo cui Arpa avrebbe escluso ogni nesso causale tra esposizione lavorativa e incidenza di tumori nei lavoratori del reparto". E ancora, ha sottolineato Assennato, "le conclusioni del commissario Bondi, che escludono il nesso causale tra esposizione dei lavoratori e incidenza dei tumori, essendo basate su evidenze non documentate, devono considerarsi puramente autoreferenziali". Nella relazione del 20 maggio scorso Bondi aveva infatti scritto che, per quanto riguarda la "mansione di carpentiere e vetroresinatore e il carcinoma tiroideo presso l'area carpenteria, si è immediatamente provveduto ad effettuare - con gli enti sociali competenti, con il Politecnico di Torino e con ditte terze specializzate - i monitoraggi ambientali presso l'area oggetto".
Bondi ha affermato che "gli esiti negativi in tal senso sono stati divulgati, da ultimo, anche dagli organismi di controllo (Arpa e Asl) intervenuti sempre su richiesta delle organizzazioni sindacali". Per l'allora commissario dell'Ilva, quindi, "l'esito delle indagini, allo stato attuale, esclude un'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti". "Arpa - ha invece replicato Assennato - non ha alcuna competenza in merito e non ha avuto comunque richieste specifiche di supporto sul problema". Inoltre, ha ulteriormente puntualizzato l'Arpa Puglia, "il monitoraggio ambientale effettuato non può considerarsi adeguato ed esaustivo rispetto al problema". Secondo Assennato, "è quindi necessaria la programmazione e la realizzazione di un rigoroso e serio studio epidemiologico, condotto in modo trasparente da ricercatori indipendenti e qualificati. Tale studio richiederebbe tempi adeguati, certamente non inferiori ad un anno".
Nei giorni scorsi avevano preso posizione anche i sindacati metalmeccanici. "Chiediamo agli enti tecnici e alle autorità sanitarie di proseguire nei controlli all'interno dell'officina di carpenteria e all'Ilva di consentire, a sue spese, che i lavoratori del reparto possano sottoporsi ad esami specifici in modo da avere garanzie sulle loro condizioni di salute" aveva proposto Antonio Taló, segretario della Uilm. Il sindacalista aveva quindi definito "singolare" il fatto che l'Ilva avesse consegnato, "ma solo nei giorni scorsi", ai sindacati una relazione dell'Asl "dove si escludono collegamenti tra patologie e attivitá lavorative nella carpenteria, eppoi ci troviamo col recente decesso di Nicola Darcante che lavorava proprio in questo reparto e l'Asl che riapre le ispezioni. Vogliamo sapere come stanno le cose". "La decisione dell'Ilva di ricorrere a nuove visite è un passo avanti perchè ci consente chiarezza - commenta Vincenzo Castronuovo della Fim Cisl -. La situazione è delicata e merita tutti gli approfondimenti del caso. Si chiede il consenso dei lavoratori perchè si tratta di accertamenti che vanno oltre i normali protocolli aziendali". (Sole24h)

giovedì 19 giugno 2014

Apri e chiudi

Ilva, prima udienza: Taranto chiede giustizia e dieci miliardi di danni

E' iniziata questa mattina intorno alle 10 nella palestra della caserma dei vigili del fuoco di Taranto l'udienza preliminare sul disastro ambientale causato dall'Ilva dinanzi al gup Vilma Gilli. Sul processo pende una istanza di rimessione depositata dai difensori di due societa (Riva Fire e Riva Forni Elettrici) e di alcuni imputati, basata sul presupposto che il clima creatosi a Taranto negli oltre tre anni di inchiesta minerebbe la serenità di giudizio dei magistrati; se così fosse, il processo si trasferirebbe a Potenza. A Taranto, sostengono, la pressione legata alle vicende dell'Ilva potrebbe mettere a rischio l'imparzialità e la serenità dei giudici. Pronte quasi 800 richieste di costituzione di parte civile per un conto da diverse decine di miliardi di euro. L'udienza è stata temporaneamente sospesa poco prima delle 12. Dopo l'appello degli imputati, i legali hanno presentato alcune eccezioni di nullità per difetti di notifica. Il gup si è ritirato per decidere e ha stabilito il rinvio al 16 settembre.
MANAGER, FUNZIONARI, POLITICI
La procura chiede il processo per 49 imputati e tre società, fra dirigenti e rappresentanti della famiglia Riva proprietaria dello stabilimento, accusati di associazione per delinquere, disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari d omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Mancherà all'appello il patron Emilio Riva, scomparso a 87 anni il 29 aprile scorso. Tra gli imputati anche dirigenti ministeriali e numerosi politici, come il presidente della Regione Nichi Vendola e l'ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, finito in carcere a maggio 2013 per concussione. Entrambi sono accusati di aver fatto pressioni sui loro uomini per favorire l'Ilva. Anche il sindaco di Taranto Ippazio Stefano è imputato, accusato di abuso d'ufficio per non aver agito contro l'inquinamento che mette a rischio la salute dei tarantini e l'ambiente. Alla sbarra anche il deputato di Sel Nicola Fratoianni, l'assessore regionale all'Ambiente Lorenzo Nicastro e il consigliere regionale Donato Pentassuglia, tutti accusati del favoreggiamento di Vendola, così come il dg di Arpa Giorgio Assennato. Rischiano il processo dirigenti regionali, professionisti
e anche un poliziotto, un carabiniere ed un prelato. Il coinvolgimento dei vertici non impedirà a Comune e Regione di costituirsi parti civili.
RICHIESTE PARTE CIVILE
Centinaia le richieste di costituzione parte civile pronte: oltre al Comune di Taranto e alla Regione Puglia ci sono associazioni ambientaliste come Alta Marea, Wwf, Legambiente, le sigle sindacali e gli operai dell'Ilva, 55o residenti del rione Tamburi, agricoltori e miticoltori.
DISASTRO MILIARDARIO
Il Comune di Taranto, rappresentato dall'avvocato Luca Perrone, ha pronta una richiesta di risarcimento danni da dieci miliardi di euro. Anche la Giunta regionale, lo scorso aprile, ha approvato la costituzione di pare civile. Pronta anche la richiesta del Comune di Statte. I ministeri di Ambiente e Salute hanno incaricato l'avvocatura dello Stato di intervenire al processo. La procura individuò circa 280 parti civili, di cui 242 proprietari di case del quartiere Tamburi, il più vicino al siderurgico, danneggiate dalle polveri dei parchi minerali. Fra i danneggiati anche cooperative proprietarie di cappelle funerarie del cimitero di San Brunone, una chiesa e la casa di cura San Camillo, che con l'avvocato Patrizia Raciti chiederà 600mila euro di danni. Alla conta vanno aggiunti gli allevatori che hanno perso migliaia di capi di bestiame ed i mitilicoltori del Mar Piccolo, costretti a trasferire gli allevamenti e distruggere tonnellate di cozze. Chiederanno di far parte del processo anche Fiom-Cgil, Fim-Cisl e la Uil insieme a decine di associazioni che si occupano di salute e ambiente, Ail, Ant, Wwf, Legambiente (che chiede danni per 10 milioni di euro con l'avvocato Eligio Curci) Confagricoltura, Altamarea. Decine, infine, gli operai ammalati di tumore che proveranno a chiedere i danni all'Ilva, ma in questo caso non sarà facile dimostrare il nesso di causalità fra malattia ed inquinamento.
I PRIMI ATTI NEL 2010
L'inchiesta, curata dal procuratore capo Franco Sebastio, l'aggiunto Pietro Argentino e tre sostituti, Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, decolla nel 2010 con la richiesta di incidente probatorio. Gli investigatori si erano resi conto che erano necessari approfondimenti scientifici per dare nome e volto ai responsabili del disastro ambientale. Partì tutto da un pezzo di formaggio. Gli ambientalisti di Peacelink avevano fatto analizzare prodotti caseari realizzati da aziende vicine al siderurgico. Finisce sotto la lente della procura la diossina, sostanza ritenuta tossica e cancerogena. Di lì a qualche mese le aziende finiscono sotto vincolo sanitario. Molte chiudono perché i terreni sono irrimediabilmente contaminati. Più di 2000 capi vengono abbattuti. All'incidente probatorio il gip Patrizia Todisco, che nel luglio 2012 sequestrerà l'intera area a caldo e firmerà le ordinanze di custodia cautelare per proprietari e dirigenti dello stabilimento, ottiene due perizie, una chimica ed una medico-epidemiologica.
GLI 007 DELL'AMBIENTE
Quattro periti chimici del tribunale, come moderni investigatori privati, prendono le impronte digitali alla diossina e stabiliscono che quella che ha contaminato i terreni e distrutto l'ambiente è proprio quella che esce dagli impianti del siderurgico. Dicono che l'Ilva diffonde notevoli quantità di fumi e polveri contenenti polveri di minerali e sostanze come benzo(a)pirene, Ipa, diossine, Pcb pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione di Taranto e delle zone limitrofe. I medici, invece, mappano la statistica delle malattie che possono derivare dall'esposizione alle sostanze inquinanti riscontrate nell'aria, nei terreni e nella falda acquifera. Concludono scrivendo che "l'esposizione continuata agli inquinanti emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di diversi apparati dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte". Parlano di trenta morti l'anno imputabili alle emissioni nocive, per lo più causati da tumori. E' solo un dato statistico, è impossibile stabilire che un tumore è stato causato proprio dall'inquinamento dell'Ilva, ma la matematica suggerisce agli epidemiologi che a Taranto ci si ammala molto di più che nel resto d'Italia. Ottocento pagine di perizie che saranno prova a processo contro gli imputati. L'Ilva partecipa all'incidente probatorio ma non presenta sue consulenze.
UN TERREMOTO
La conclusione delle indagini di ottobre 2013 ha avuto l'effetto fragoroso di un terremoto su Regione e Comune, con gli "avvisi" a Vendola e Stefàno solo quattro mesi dopo l'arresto di Florido e del suo assessore all'Ambiente Michele Conserva il centro-sinistra regionale è decapitato. Secondo l'accusa, Vendola, il factotum dell'Ilva Girolamo Archinà, il direttore Luigi Capogrosso, Fabio Arturo Riva e Francesco Perli, legale del gruppo, avrebbero fatto pressioni sul direttore di Arpa Puglia Giorgio Assennato al fine di 'ammorbidirè la posizione dell'agenzia nei confronti del siderurgico. Nel giugno del 2010 Vendola avrebbe minacciato Assennato di non confermargli l'incarico alla guida dell'Arpa. Assennato non ricorda e racconta agli investigatori di non aver mai subìto pressioni da Vendola. Finisce accusato di favoreggiamento personale col suo direttore scientifico Massimo Blonda, il consigliere regionale Donato Pentassuglia, l'ex assessore regionale alle politiche giovanili Nicola Fratoianni, l'assessore all'ambiente Lorenzo Nicastro, i dirigenti della Regione Antonicelli e Pellegrino, il capo di Gabinetto Manna. L'episodio contestato al presidente della Regione è molto simile a quello che è costato il carcere e poi gli arresti domiciliari ad Archinà, all'ex presidente della Provincia Gianni Florido ed al suo assessore all'ambiente Michele Conserva. I tre finirono in carcere a maggio 2013 con l'accusa di concussione per aver minacciato e fatto pressioni su due dirigenti della Provincia, Romandini e Morrone, per facilitare il rilascio dell'autorizzazione per una discarica di rifiuti speciali in Ilva.
LA RETE DI GIROLAMO
Per i magistrati della procura di Taranto, grazie al loro uomo di fiducia Girolamo Archinà, i Riva hanno fatto pressioni e tenuto contatti con politici, funzionari, sindacati e giornalisti per ridimensionare le problematiche ambientali e consentire allo stabilimento tarantino di produrre "senza il minimo rispetto anzi in totale violazione e spregiodellanormativavigente". Fragliepisodi contestati, anche quello della presunta bustarella da diecimila euro che Archinà avrebbe consegnato in un'area di sosta dell'autostra dal professor Lorenzo Liberti, docente universitario, all'epoca incaricato dalla procura di realizzare una perizia sui fumi dell'Ilva. Per la procura l'Ilva aveva un "governo ombra", composto da dirigenti che agivano su indicazione della famiglia Riva senza comparire nell'organico aziendale per ottenere il massimo profitto a scapito di ambiente e sicurezza. Accusato di associazione per delinquere anche l'avvocato Francesco Perli, legale del gruppo Riva, che avrebbe intrattenuto rapporti "non strettamente istituzionali" con funzionari della Regione e membri della commissione del ministero per l'Ambiente che rilasciò l'Aia (autorizzazione integrata ambientale), riuscendo a pilotare ispezioni e far accettare le condizioni più favorevoli all'Ilva. Il presidente della commissione Dario Ticali ed un componente, Luigi Pelaggi, sono imputati di abuso d'ufficio e violazione del segreto d'ufficio per aver informato Perli ed i Riva dell'avanzamento delle attività in commissione. Fra gli imputati anche un altro ex direttore dello stabilimento, Adolfo Buffo, accusato dell'omicidio colposo di due operai: Claudio Marsella, morto ad ottobre 2012 schiacciato da un locomotore nel reparto ferroviario e Francesco Zaccaria, gruista travolto dal tornado del novembre 2012 mentre era al lavoro. Imputato anche l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ex presidente del cda di Ilva, accusato di disastro ambientale.
(RepBa)

Ilva, rinviato a settembre il processo della verità


Il gup del tribunale di Taranto, Vilma Gilli, dopo una camera di consiglio per decidere su alcune eccezioni sollevate dalla difesa di alcuni imputati nel processo sul disastro ambientale Ilva, ha aggiornato l'udienza preliminare al prossimo 16 settembre con la sospensione dei termini di custodia cautelare per i tre imputati ancora agli arresti domiciliari.

Il giudice ha accolto le eccezioni sollevate dalla difesa di tre degli imputati, l'ex direttore dello stabilimento Adolfo Buffo, Dario Ticali, ex presidente commissione ministeriale che rilasciò l'Aia e il direttore generale dell'Arpa Giorgio Assennato. La prima giornata del processo Ambiente svenduto si chiude dunque con un nulla di fatto. Il 16 settembre il giudice deciderà se permettere ai difensori delle centinaia di parti offese di depositare le richieste di costituzione parte civile; intanto ha mandato gli atti alla Cassazione perché decida sull'istanza di rimessione. Quindici imputati tra cui Riva Fire e membri della famiglia Riva hanno chiesto infatti il trasferimento del processo. 
RONCHI: RISANAMENTO IN CORSO, QUI ARIA MIGLIORE D'ITALIA"La qualità dell'aria a Taranto è buona, in particolare per le polveri sottili i dati sono tra i migliori delle città italiane; il benzo(a)pirene si è ridotto di dieci volte". Sono state le parole del sub commissario Ilva Edo Ronchi, citando i dati dell'Arpa pugliese. "Nel quartiere Tamburi - aggiunge - è ampiamente a norma per tutti i parametri". "A metà 2013, quando iniziò il commissariamento, l'Ilva era a rischio di chiusura per incompatibilità ambientale. Con un solo anno di commissariamento non si poteva certo risolvere una simile crisi, ma oggi la situazione è sostanzialmente migliorata: l'Ilva è un'azienda in via di risanamento ambientale, con interventi tutti definiti, progettati e in  parte realizzati e una consistente riduzione dei suoi impatti sull'ambiente, a partire dalla qualità dell'aria nella città di Taranto rientrata, per tutti i parametri, nella norma". Il sub commissario Ronchi oggi ha presentato il dossier 'Il risanamento ambientale dell'ILVA dopo un anno di commissariamento'. 
MOGLIE OPERAIO MORTO: LA FABBRICA UCCIDE
"La fabbrica uccide, la gente capisca che non è uno scherzo. Io, come mia sorella, abbiamo provato il dolore della perdita di un familiare per malattie che secondo noi sono state provocate dall'inquinamento dell'Ilva. Prima è morto per un tumore nostro padre Peppino, ex operaio Ilva, poi mio marito a soli 39 anni. Quello che è capitato a me non lo auguro a nessuno, ma può capitare a chiunque". E' l'amaro sfogo di Stefania Corisi, di 34 anni, moglie di Nicola Darcante, operaio del reparto Ocm-Cap (Officina centrale di manutenzione-Carpenteria) dell'Ilva, morto il 16 maggio scorso per un carcinoma alla tiroide che gli era stato diagnosticato sei mesi prima. In quel reparto sono una quindicina i casi di tumore e disfunzioni alla tiroide tra gli operai. Stefania Corisi, insieme alla sorella Sabrina e al cognato Luciano Murianni, oggi si è recata nella caserma dei vigili del fuoco di Taranto, in occasione dell'udienza preliminare legata al caso Ilva. "Io sono stata non solo al reparto di Oncologia dell'ospedale Moscati, ma anche a Pisa e lì si recano tantissime persone di Taranto per problemi analoghi. Ce lo ha detto anche l'endocrinologo che diagnosticò la malattia a mio marito". Stefania Corisi non vede "la reazione che ci vorrebbe tra i cittadini. La gente è pochissima. Il problema interessa tutti. Io me ne andrei pensando quello che può succedere ai miei figli, ma come faccio?".
BONELLI: PROCESSO PIU' IMPORTANTE DELLA STORIA REPUBBLICA"Oggi a Taranto è cominciato il più importante processo della storia della Repubblica in materia ambientale e di difesa della vita". Lo ha dichiarato il leader dei Verdi Angelo Bonelli, presente all'udienza preliminare in cui gli ecologisti hanno presentato, tra l'altro, la richiesta di costituzione di parte civile nel processo sull'inquinamento nel capoluogo ionico. Secondo Bonelli "il sistema Taranto era ed è anche il sistema Italia: sistema corruttivo e concessivo che 'addomesticandò i controlli ambientali e il rilascio delle autorizzazioni ha svenduto l'ambiente e la salute dei cittadini. Così come le inchieste della magistratura stanno evidenziando un sistema di corruzione nelle grandi opere, allo stesso tempo, e le inchieste lo dimostreranno, esiste un sistema stratificato di corruzione ed illegalità che distrugge l'ambiente, la salute e la vita"."Il processo di Taranto - ha detto ancora Bonelli - deve essere un segnale di forte cambiamento che il governo deve saper cogliere avviando a Taranto un processo di conversione industriale che attraverso l'innovazione e le bonifiche può creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro, così come sta avvenendo nel resto d'Europa a cominciare da Bilbao". (RepBa)

Alchimie cinematografiche: come ti trasformo la polvere in oro!

Che lo show(ri)cominci!

Ilva,via al processo. E un film racconta la “Polvere rossa” che uccide

I giudici da giovedì mattina cominciano l’udienza preliminare del processo contro 52 imputati coinvolti nel disastro dell’Ilva di Taranto e il cinema è già pronto a raccontare drammi e veleni, inquinamento e morti atroci consumate all’ombra del Siderurgico che spande Polvere rossa.
Opposte barricate
È proprio Polvere rossa il titolo del film tratteggiato con il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo da Marco Amenta, il regista ora pronto a girare in Puglia muovendosi fra “opposte barricate”, come chiama «quelle di chi difende comunque il lavoro, allarmato dal ricatto occupazionale, e quelle di chi punta a tutelare la salute di operai e cittadini, terrorizzati dall’exploit di ammalati di tumore e da tanti che non ce la fanno».

Il tumore di Stefano
È soprattutto uno di questi protagonisti della sofferenza targata Ilva ad aver toccato le corde del regista e degli autori, compresa la sceneggiatrice Heidrun Schleef. Il nome dell’operaio ammalato è Stefano. Un operaio di 39 anni del quale Amenta parla commosso al Festival del cinema di Taormina, annunciando l’iniziativa: «Da un anno lavoro ai sopralluoghi e l’ho incontrato tante volte parlando della fabbrica, delle ciminiere che sputano veleno, della città che non vuole rinunciare a migliaia di posti di lavoro, ma un tumore alla gola contratto nello stabilimento s’è portato via Stefano. E a lui dedichiamo il film».
Veleni e omissioni
Una storia, un simbolo, un filo conduttore per una vicenda ancora da definire sul piano giudiziario, anche se il giudice per l’udienza preliminare Patrizia Todisco è pronta ad esaminare la correlazione tra inquinamento e malattie gravi, in alcuni casi con esito mortale, come sostiene la Procura che chiede il rinvio a giudizio per 49 persone fisiche, compresa la famiglia Riva, e tre società: Ilva Spa, Riva Fire e Rivs Forni elettrici. Tutti accusati di una somma di reati che vanno dall’avvelenamento di sostanze alimentari all’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, dal danneggiamento aggravato di beni pubblici al getto e allo sversamento di sostanze pericolose, fino all’inquinamento atmosferico.
I Riva nella tempesta
Di questo si parla in una palestra attrezzata come un’aula giudiziaria, considerata l’affluenza di pubblico, cronisti e cameraman. Diverse le sedute previste, a porte chiuse. Per i giornalisti è previsto uno spazio antistante la palestra. Il principale accusato, l’ex patron Emilio Riva, il 53esimo imputato, è morto all’etá di 88 anni lo scorso 30 aprile. Nella tempesta l’intera famiglia. Furono arrestati anche il figlio di Emilio Riva, Nicola, giá presidente del cda dell’Ilva, e l’altro figlio del patron, Fabio, ancora a Londra, in libertà vigilata, in attesa di estradizione.

Il mostro di Ciprì
Le responsabilità dei Riva e le compiacenti omissioni di chi avrebbe dovuto controllare si intrecciano nel film con il taglio umano e sociale impresso dalla scrittura di De Cataldo, pugliese, profondo conoscitore dell’area. Ed è l’impegno civile della storia ad avere avuto un primo riscontro nella scelta della “Apulia Film commission” di supportare l’opera sin dallo sviluppo, come sottolinea la produttrice, la sorella del regista, Simonetta Amenta, fiera perché «il film permetterà una lettura nuova, profondamente umana, senza preconcetti e stereotipi, della vicenda Ilva». Il tutto con la fotografia di un maestro della ripresa come Daniele Ciprì, pronto a inquadrare il mostro d’acciaio «quasi come un personaggio a sé, con le immense ciminiere che sputano nubi rossastre, le colate incandescenti in una dimensione dantesca e surreale». La stessa che farà da sfondo al processo nel confronto fra accusa e difesa. (CdS)

Avanti un altro

Legambiente si costituisce parte civile nel processo Ilva per disastro ambientale

Giovedì 19 giugno all'udienza preliminare del processo ILVA, Legambiente Nazionale e Legambiente Puglia, quest'ultima anche in rappresentanza del Circolo Legambiente di Taranto, tramite i loro legali di fiducia Avv. Eligio Curci e Avv. Ludovica Coda, si costituiranno parte civile - in relazione a tutti i capi d'imputazione contestati dalla Procura - contro gli imputati che nel corso degli anni hanno operato attivamente o non hanno impedito il perpetuarsi di una gravissima situazione di danno ambientale che ha determinato e determina ancora oggi una pesantissima compromissione del territorio, delle risorse naturali e della salute collettiva.
Nell'atto di costituzione di parte civile l'associazione, rappresentativa dell'interesse alla tutela ambientale e da sempre attiva per la protezione dell'ambiente, ha quantificato in dieci milioni di euro la richiesta di risarcimento per danni materiali e morali.
Legambiente prevede infatti tra i propri scopi statutari, la tutela e la valorizzazione dell'ambiente in tutte le sue forme ed aspetti inerenti la salubrità dell'atmosfera, del suolo, delle risorse naturali, della salute collettiva, delle specie animali, del territorio e del paesaggio.
Tutti questi aspetti, a Taranto, sono stati fortemente compromessi e lesi nel corso degli anni.
La scelta, che l'associazione considera scontata, di costituirsi parte civile nel processo per disastro ambientale nasce dalla volontà di pretendere il radicale rispetto dell'ambiente, anche e soprattutto nel territorio di Taranto e dalla esigenza di voler far riconoscere la lesione dei propri diritti, esercitati in tutte le sedi istituzionali e non, con una azione costante, protrattasi negli anni.
Non è la prima volta: già in precedenti processi a carico di proprietà e dirigenza ILVA la difesa degli interessi del "popolo inquinato" di Taranto è stata assunta - quasi in solitudine - da Legambiente che da decenni denuncia in tutte le sedi l'insopportabile impatto ambientale dello stabilimento siderurgico tarantino. (legambiente)