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martedì 6 ottobre 2015

Ancora Taranto a teatro

"Pouilles. Le ceneri di Taranto" in scena a Milano dal 7 ottobre
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"Pouilles. Le ceneri di Taranto" in scena a Milano dal 7 ottobre

„"Pouilles. Le ceneri di Taranto" in scena a Milano dal 7 ottobre“



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Lo Spazio Teatro No'hma Teresa Pomodoro
presenta
7 e 8 ottobre, ore 21.00
RASSEGNA FESTIVAL PREMIO INTERNAZIONALE IL “TEATRO NUDO” DI TERESA POMODORO
POUILLES. Le ceneri di Tarantotesto, ideazione e regia
Amedeo Fago
con
Amedeo Fago
Giulio Pampiglione

musica
Franco Piersanti
assistente alla regia
Alberto Battocchi
Il 7 e l'8 ottobre lo Spazio Teatro NO'HMA Teresa Pomodoro ospita l’ultimo spettacolo della sesta edizione del Premio Internazionale ‘Il Teatro Nudo’ di Teresa Pomodoro. In scena Pouilles. Le ceneri di Taranto, ideato, diretto e interpretato dall'architetto e scenografo Amedeo Fago, che condivide il palco con l'interprete Giulio Pampiglione.
Il nuovo lavoro di Amedeo Fago è uno spettacolo di narrazione che nasce da un'indagine sulle origini della propria famiglia, alla ricerca delle proprie radici. Così, partendo da Taranto, città d'origine, si dipana il racconto che conduce lo spettatore in un viaggio attraverso due secoli di storia: un lungo periodo in cui la memoria familiare s'intreccia con le vicissitudini della grande Storia, un percorso che ci porta ai giorni nostri, alla Taranto di oggi, schiacciata dell'inquinamento dell'industria siderurgica.
La narrazione è affidata alla voce fuori campo dell'autore-narratore che, avvalendosi di video e nuove tecnologie, racconta il suo percorso di ricerca, tra le testimonianze (foto, documenti, diari) della sua famiglia e della Storia.
Ingresso libero e gratuito su prenotazione: 02.45485085/02.26688369 – nohma@nohma.it
Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro, Via Andrea Orcagna, 2 - 20131 Milano (Milanotoday)
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lunedì 21 settembre 2015

All'italiana

Bichi si insedia e parla di Ilva: «Qui
il processo più imponente d’Italia»

Si parla di Ilva, nelle aule giudiziarie milanesi, dove questa mattina ha avuto luogo la cerimonia di insediamento di Roberto Bichi, nuovo presidente del Tribunale nominato dal Csm lo scorso 30 luglio e che prende il posto di Livia Pomodoro che, dopo 8 anni al vertice del Palazzo di Giustizia, nei mesi scorsi è andata in pensione.
Oltre a parlare della «costante diminuzione di risorse» per gli uffici giudiziari milanesi, Bichi ha infatti ricordato che il Tribunale dovrà gestire il «procedimento civile più imponente in Italia», quello «sull’insolvenza» dell’Ilva di Taranto.
Per il 27 novembre prossimo, infatti, è stata convocata la maxi-adunanza dei creditori per la quale, come ha ricordato il nuovo presidente del Tribunale, sono previste «oltre 20mila» istanze di insinuazione al passivo da parte di altrettanti creditori. (CdM)

mercoledì 15 luglio 2015

Solidarietà e informazione!

Pirelli, 11 condanne per morti e tumori da amianto. C’è anche fratello di Veronesi

Undici condannati per una ventina di operai della Pirelli morti o malati di tumore da amianto. Fra loro, Guido Veronesi, fratello di Umberto, oncologo, ex ministro della Salute e uomo simbolo della lotta al cancro in Italia. Lo ha deciso il tribunale di Milano, sesta sezione penale, che ha inflitto agli imputati – tutti ex manager del gruppo industriale – pene comprese fra tre anni e sette anni e otto mesi per omicidio colposo aggravato. Il processo riguardava una ventina di casi di operai morti o che si sono ammalati di forme tumorali a causa dell’amianto nella storica fabbrica in zona Bicocca, a Milano. L’esposizione alla fibra minerale killer risaliva agli anni Settanta-Ottanta. Guido Veronesi è stato condannato a sei anni e otto mesi. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Raffaele Martorelli.
Dopo la lettura della sentenza, alcuni dei parenti delle vittime presenti in aula hanno esultato. Attivisti di Medicina Democratica e dell’Associazione italiana esposti amianto, parti civili nel processo, hanno commentato”Abbiamo dimostrato che uniti si vince – hanno spiegato – questa volta siamo riusciti a far condannare il padrone”. Il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro ha esposto uno striscione: “Per ricordare tutti i lavoratori uccisi in nome del profitto”.
Ludovico Grandi, amministratore delegato della Pirelli negli anni ’80, è stato condannato a 4 anni e 8 mesi (il pm Maurizio Ascione aveva chiesto 8 anni), l’ex ad Gianfranco Bellingeri a 3 anni e 6 mesi. La pena più alta è stata inflitta a Luciano Isola, consigliere di amministrazione dal 1980 al 1986, condannato a 7 anni e 8 mesi. Quella più bassa (3 anni di reclusione) ad altri tre ex componenti del cda della fabbrica degli pneumatici della Bicocca: Gabriele Battaglioli, Carlo Pedone e Roberto Picco. Per loro, il pm Ascione aveva chiesto l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Tra i condannati anche Piero Sierra, ex ad Pirelli ed ex presidente dell’Airc (Associazione Italiana per la ricerca sul cancro), con una pena di 6 anni e 8 mesi, la stessa toccata a Guido Veronesi. Nell’elenco dei condannati anche Gavino Manca (5 anni e 6 mesi) Omar Liberati e Armando Moroni, entrambi a 3 anni.
“Prendiamo atto con rammarico dell’odierna sentenza di primo grado  e aspettiamo di leggere le motivazioni non appena saranno depositate”, è il commento degli avvocati difensori di Pirelli e degli ex dirigenti. “Sulla base delle evidenze scientifiche a oggi disponibili emerse nel corso della fase dibattimentale del processo, siamo certi della correttezza dell’operato dei nostri assistiti per i fatti contestati risalenti a oltre 25 anni anni fa, e presenteremo impugnazione in appello”.
Il Tribunale ha condannato gli undici ex manager Pirelli e il responsabile civile Pirelli Tyre Spa al pagamento di una provvisionale complessiva da 520mila euro per le parti civili e al risarcimento dei danni da quantificare in sede civile. In particolare è stata disposta una provvisionale da 200mila euro per la moglie e la figlia di un operaio morto per forme tumorali provocate, secondo l’accusa, dall’esposizione all’amianto, 300mila euro per l’Inail e 20mila euro per Medicina Democratica e l’Associazione italiana esposti amianto. La maggior parte dei parenti delle vittime aveva già ricevuto un risarcimento fuori dibattimento e si era ritirata dal processo. (FQ)

mercoledì 10 giugno 2015

Tutti lo vogliono...

Ilva: per Fabio Riva chiesta la conferma della condanna

Il sostituto Pg Pietro De Petris ha chiesto ai giudici della Quarta Corte d'Appello di Milano di confermare la sentenza di primo grado a carico di Fabio Riva, figlio dell'ex patron dell'Ilva Emilio Riva, deceduto il 30 aprile 2014. In primo grado Fabio Riva - rientrato l'8 giugno in Italia dopo 2 anni e mezzo di latitanza a Londra e adesso in carcere a Taranto - è stato condannato a sei anni e sette mesi per le accuse di associazione per delinquere e truffa ai danni dello Stato perpetrata dal gruppo Riva, attraverso l'Ilva di Taranto, che avrebbe ricevuto contributi pubblici senza averne diritto.
In primo grado erano stati condannati anche Alfredo Lo Monaco, titolare della società svizzera Eufintrade Sa, e Agostino Alberti, ex dirigente di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Riva), rispettivamente a 5 e a 3 anni. Anche la società Riva Fire, di cui Fabio Riva era alla guida, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, era stata condannata a una multa di 1,5 milioni di euro. Il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d'Appello una conferma anche per le loro condanne. Richiesta a cui si è associata l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia, che rappresenta il ministero dello Sviluppo Economico, parte civile.
Al centro della vicenda giudiziaria che ha investito Fabio Riva c'è una presunta truffa ai danni dello Stato dell'ammontare di circa 100 milioni di euro, che sarebbe stata realizzata ottenendo contributi pubblici erogati da Simest (controllata da Cassa depositi e prestiti), per il sostegno alle imprese italiane che esportano, come previsto dalla legge Ossola. Il gruppo della famiglia Riva avrebbe ottenuto indebitamente quei fondi, interponendo in una serie di operazioni Ilva Sa, società svizzera che non aveva alcun ruolo operativo o produttivo, ma risultava l'acquirente dei prodotti dell'Ilva, che poi rivendeva alle società estere che avevano siglato contratti con il gruppo. La legge prevede che a fronte di dilazioni di pagamento tra i 2 e i 5 anni da parte di acquirenti esteri, le imprese italiane possano accedere a dei contributi erogati da Simest.
Per l'accusa, però, l'Ilva non avrebbe avuto diritto a questo tipo di sostegno, data la natura dei pagamenti ricevuti. Ilva Sa, infatti, emetteva nei confronti di Ilva spa delle cambiali internazionali (promissory notes), che con l'interposizione  della società svizzera Eufintrade, permettevano a Ilva spa di avere i requisiti per ottenere i contributi pubblici, quando la società Ilva Sa, che faceva parte dello stesso gruppo, incassava i pagamenti dall'estero senza ritardi o dilazioni. Il danno per lo Stato sarebbe stato doppio: da una parte l'Ilva di Taranto ha ottenuto contributi ai quali non  avrebbe avuto diritto, dall'altra i soldi ricevuti dallo Stato italiano venivano alla fine girati alla Ilva Sa in Svizzera, quando uno degli obiettivi della legge che sarebbe stata raggirata è quella di dare soldi al sistema imprenditoriale italiano perché contribuiscano alla sua crescita e non per finire Oltreconfine. (Panorama)

mercoledì 13 maggio 2015

Lui può!

Ilva: sbloccato il denaro sequestrato ai Riva. Utilizzo esclusivo per il piano ambientale


Il Gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo sblocca il denaro sequestrato ai Riva, che passa quindi all’amministrazione straordinaria. Sarà utilizzato esclusivamente per mettere in atto il piano ambientale - risanamento e rilancio - del polo di Taranto.
LE RISORSE DISPONIBILI – Il denaro in questione è quello sequestrato ad Emilio e Adriano Riva, 172 mila euro di beni. Va aggiunto però altro denaro: 400 milioni di euro di finanziamenti coperti da garanzia di Stato, di cui 300 erogati dalla Cassa depositi e prestiti e 100 dalle banche, e 156 milioni provenienti dal contenzioso Fintecna.
I FONDI SBLOCCATI – Le tempistiche sono state queste perché il denaro sbloccato – che si trova in conti svizzeri - a favore dei commissari straordinari era in attesa dell’esito del procedimento penale che vede protagonisti i due fratelli Riva (Emilio nel frattempo è defunto), Franco Pozzi ed Emilio Gnech.
Le accuse sono di truffa aggravata ai danni dello Stato, trasferimento di valori per i Riva e riciclaggio per Pozzi e Gnech. Ebbene, il gip ha seguito i dettami della legge Salva Ilva, che consente l’utilizzo dei fondi sequestrati per il risanamento, ma allo stesso tempo di garantire i diritti dei soggetti coinvolti dal processo penale. Anche se Adriano Riva farà ricorso in Cassazione, il meccanismo non sarà stravolto.
I beni verranno tramutati in obbligazioni emesse da Ilva e intestate al Fondo unico di giustizia e, per conto del Fug, ad Equitalia Giustizia spa quale gestore del Fondo. Il sequestro penale sulle somme diventerà sequestro delle obbligazioni di prossima emissione.
Al momento della sottoscrizione dei bond ci sarà il versamento nelle casse dell'Ilva, da utilizzare per attuare il piano ambientale, la tutela sanitaria ma non l'aumento di capitale. (Greenbiz)

giovedì 5 marzo 2015

Le barzellette non finiscono mai

Ilva, Riva al contrattacco, citati i commissari

«La mano pubblica potrà impunemente non eseguire quelle stesse misure per la realizzazione delle quali ha illegittimamente sottratto a degli imprenditori privati la propria fabbrica». La famiglia Riva passa al contrattacco e con una citazione al tribunale civile di Milano depositata dagli avvocati Luisa Torchia, Alessandro Triscornia, Nicola Rondinone, Sirio D’Amanzo e Francesca Luchi, tutti domiciliati presso lo studio legale dell’ex presidente della Consob Guido Rossi, chiede di revocare lo stato di insolvenza della società Ilva, dichiarando al contrario lo stato di insolvenza della impresa Ilva soggetta a commissariamento straordinario, oppure di inviare gli atti alla Corte Costituzionale, affinché dichiari l’ille gittimità delle leggi salva Ilva varate nel 2013 e appena l’altro ieri dal Parlamento.
Un attacco a tutto tondo dal quale non si salva praticamente nessuno. Nelle 64 pagine dell’atto giudiziario, ce n’è per la magistratura di Taranto - rea di aver sequestrato gli impianti dell’area a caldo pur regolarmente autorizzati dall’Aia del 2011 e senza che vi sia stata una formale contestazione di quella stessa Aia - e per il governo che ha commissariato la società nel giugno del 2013 pur non essendoci i requisiti di legge e che nel dicembre del 2014, con il decreto della vigilia di Natale, ha fatto in modo di farla ammetere alla procedura straordinaria dopo una gestione dissennata attribuibile, secondo i legali della famiglia Riva, unicamente ai commissari statali Enrico Bondi e Piero Gnudi. Secondo la ricostruzione dei legali dei Riva, il commissariamento dell’Ilva era stato giustificato dall’eccezionale contingenza creata dal sequestro dei beni delle società Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici nel maggio del 2013, sequestro che comportò le dimissioni del consiglio di amministrazione dell’Ilva. Quel sequestro venne annullato dalla Cassazione nel dicembre 2013 ma il commissariamento non fu revocato.
Gli avvocati segnalano che Riva Fire, socio di maggioranza dell’Ilva, ha più volte espresso ai commissari governativi la volontà di collaborare per il futuro dell’azienda ma «l’azionista di maggioranza è stato tagliato fuori - si legge nell’atto - da ogni flusso informativo in merito alla gestione dell’azienda».
La situazione sarebbe poi precipitata con il passaggio di consegne tra Bondi e Gnudi, nel giugno del 2014. «Il nuovo commissario - proseguono gli avvocati dei Riva - ha da subito concentrato dichiaratamente la propria attività nella ricerca di un acquirente di Ilva, sebbene tale alternativa dal sapore marcatamente espropriativo non fosse legislativamente percorribile». Vengono poi allegati i numeri, in verità eloquenti, riguardanti lo stato di salute dei conti dell’Ilva.
Il bilancio del 2012, malgrado la bufera giudiziaria di metà anno, si è chiuso con ricavi per 6 miliardi e un utile netto di 88 milioni. Perché «pur avendo subito sul piano industriale prima e sul piano economico poi l’impatto negativo dei provvedimento di sequestro disposti dal gip di Taranto, Ilva restava una società solida patrimonialmente, resiliente economicamente e sana finanziariamente ». Invece nel 2013 i ricavi sono franati a 3 miliardi e 600 milioni di euro, quasi la metà del 2011, e nel 2014 non è andata meglio.
«E dal punto di vista industriale - si legge nella citazione - con 3,5 miliardi di euro l’Ilva non può operare. È evidente che l’impatto della gestione commissariale sull’Ilva è stato devastante».
Per questa citazione è stata fissata una udienza per il prossimo 10 giugno e sempre prima dell’estate dovrebbe essere discusso il ricorso presentato al Tar del Lazio da Riva Fire per chiedere l’annullamento di tutti gli atti varati dai governi Letta e Renzi finora. La settima legge salva Ilva, promulgata ieri dal presidente Mattarella dopo il via libera del Parlamento, finisce peraltro nel mirino dell’Unione Europea. Bruxelles infatti «sta seguendo attentamente gli sviluppi» relativi all’ultimo provvedimento legislativo e «ha chiesto alle autorità italiane informazioni sull'eventuale concessione di aiuti statali». Lo ha specificato il commissario europeo all’ambiente, Karmenu Vella, risponde all’interrogazione presentata da nove eurodeputati del M5s, con la tarantina Rosa D’Amato quale prima firmataria. (GdM)

venerdì 6 febbraio 2015

Scusa, per Milano?


Può capitare di trovarsi dalle parti del porto, a una trentina di metri dai binari della ferrovia, sotto ai serbatoi dell'Eni.
Da quelle parti è tutto un fermento di lavori per la nuova strada dei moli.
Qui il progresso ha i colori dei catarinfrangenti.
Ogni giorno gente di tutte le provenienze, auto, camion, gru e furgoni si rimescolano tra cumuli di macerie, terra, prati incolti, uccelli migratori e ricordi della perduta verginità naturale.
L'aria sa di lavoro puzzolente.
Quello che il resto d'Italia non vuole.

Ad un tratto, in lontananza, alcuni lavoratori scorgono due ragazzi che camminano costeggiando a piedi i binari.
Si avvicinano a passo svelto.
Vestono leggero.
Uno di loro ha una borsa sportiva e un cappuccio bianco, l'altro ha un piccolo zaino in spalla.
Quello col cappuccio si guarda intorno e non appena scorge delle persone si ferma.
Posa a terra la borsa e si dirige verso di loro.

Da lontano sembravano due giovani rom intenti a spostarsi da una parte all'altra della grande periferia industriale tarantina.
Poi quando i loro lineamenti sono più nitidi, appare subito chiaro che sono dei migranti.
Forse mediorientali. Probabilmente minorenni.
Ma sono molto decisi.

Quello che ha posato la borsa si avvicina con molta determinazione (o con una certa esperienza nel nascondere il timore e lo smarrimento).
Arrivato ad un paio di metri domanda al gruppo: "Scusa, per Milano?"
Lo stupore e la meraviglia sono i primi segnali di risposta.
Prima di rispondergli gli domandano: "Ma siete a piedi?"
"Si. Dove si va a Milano?"
"Ehm. Continua di là, la vedi Mottola? Quel paese sulla collina?"
"Ah. E' di là?"
"Si, vai verso quella direzione!
"Grazie"

Il ragazzo torna a testa bassa e passo veloce verso il compagno di viaggio che era rimasto accanto ai binari.
Ora si capisce perché, nonostante la loro apparente sicurezza, avessero bisogno di informazioni.
Forse avevano visto il treno per Milano partire dalla stazione e pensavano bastasse seguire i binari per trovare la direzione giusta.
Ma poco prima di quel punto si sdoppiano i tronconi per Bari e per Metaponto.
Volevano sapere quale seguire.

Prima che raggiunga il compagno gli gridano con malcelata ironia:
"Ma lo sai che Milano è lontanissima? A piedi è lunghissima: ci vorrà un anno!"
Il ragazzo non si volta e continua a camminare verso il compagno.
Ha già ripreso la borsa quando l'ilarità che aveva seguito la domanda viene interrotta dalla risposta sibilata con drammatica convinzione: "Si lo so...!"

Intanto  aveva ripreso a camminare col compagno a passo veloce accanto ai binari guardandosi intorno.
Dopo qualche decina di metri si volta, forse per vedere la reazione dei suoi interlocutori.
Si ferma. Guarda nella mano qualcosa che sembra un cellulare.
Lo mette in tasca e riprende a camminare.

Sarà l'ennesima parte del loro viaggio della speranza.

Buona fortuna!

lunedì 19 maggio 2014

I Riva? Cittadini modello!

Riva: rinvio al 7 luglio inizio processo su frode fiscale 52 mln

L'accusa nei confronti degli imputati e' di aver violato l'articolo 3 della legge 74/2000, che punisce (da 18 mesi a 6 anni) chi, al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l'accusa e' di aver "creato" elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse. Nel dettaglio, per l'accusa, "al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l'accertamento (consistenti nella contabilizzazione di un'operazione apparentemente aleatoria ma in realta' artatamente programmata per realizzare 'sicure' perdite 'fittizie' in Italia)", gli imputati "ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata, all'unico scopo di consentire alla consolidata Ilva spa l'abbattimento del reddito (modello UNICO 2008), mediante l'utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158.979.433 euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (modello CNM 2008), una pari riduzione della base imponibile e un'evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro", come riportato nel capo di imputazione. Per la procura di Milano, sarebbe quindi stata "organizzata e pianificata un'articolata serie di contratti, tutti economicamente collegati tra loro, cui partecipavano i seguenti soggetti economici: la societa' consolidata Ilva spa di Milano, la tedesca Ilva FinanzBeteiligungen Gmbh (acquistata solo l'8 maggio 2007, pochi giorni prima del closing dell'operazione) e la portoghese Taggia X Consultadoria economica e partecipacoes, Unipessoal Lda di Madeira (partecipata dal gruppo Deutsche, ma di fatto sottoposta all'influenza dominante della Ilva), che prevedeva nel contempo sia la strutturazione di derivati, sia l'esistenza di investimenti finanziari, all'esito dei quali (i contratti prevedevano una scadenza contestuale a fine esercizio), si realizzata l'effetto di dislocare utili del gruppo Riva sulla societa' portoghese e contabilizzare altrettante perdite nei bilanci della italiana Ilva di Milano". In pratica, secondo la procura di Milano, non si intaccavano gli utili del gruppo, ma utili fatti in Italia venivano spostati all'estero, per sfruttare un regime fiscale piu' favorevole, si creavano cosi' perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese. Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 per essere dichiarate nel 2008, sarebbe stato appunto di poco piu' di 52 milioni di euro. (Borsaitaliana)

Ilva, frode da 100 milioni il Ministero arriva tardi. Il giudice: no parte civile

Il ministero dello Sviluppo economico è parte civile, solo per quanto riguarda le persone fisiche, nel processo milanese a carico di Fabio Riva, di altre due persone e della società Riva Fire, la holding che controlla l'Ilva di Taranto, con al centro una presunta truffa allo Stato da cento milioni di euro.
Lo ha stabilito il giudice della terza sezione penale del Tribunale di Milano, che ha accolto la richiesta dei legali del ministero. Respinta, invece, l’istanza di costituzione come parte civile di Simest, società controllata dalla Cassa depositi e prestiti, e del ministero dello Sviluppo economico per quanto riguarda le società in quanto “le domande sono state presentate in maniera tardiva”. No anche alla citazione della società Riva Fire come responsabile civile.
Secondo l’accusa, sarebbe stata creata una società ad hoc, l’Ilva Sa, per aggirare la normativa sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero. (GdM)

giovedì 27 febbraio 2014

Torna a casa, Fabio!

Ilva, disposta consegna di Fabio Riva all’Italia da autorità giudiziaria UK

Le autorità britanniche hanno disposto la consegna all’Italia di Fabio Riva, figlio del patron dell’Ilva di Taranto coinvolto nell’inchiesta per disastro ambientale. La comunicazione, secondo l’agenzia Ansa, sarà ufficializzata a breve e non corrisponde necessariamente al rientro di Riva, visto che quest’ultimo può fare appello.
Il 15 gennaio scorso si era conclusa presso la Westminster Magistrates Court di Londra, l’udienza, durata in tutto quattro giorni, sulla richiesta di estradizione da parte della magistratura italiana nei confronti di Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, indagato nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva di Taranto e destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Taranto Patrizia Todisco.
I legali di Fabio Riva faranno appello. Secondo l’ avvocato Nerio Diodà, “al momento non cambia nulla” e Fabio Riva potrà restare a Londra fino a che i magistrati britannici “non si pronunceranno sull’appello” della difesa. Il sì all’estradizione riguarda il mandato d’arresto europeo emesso dai magistrati di Taranto in relazione all’inchiesta per disastro ambientale sull’Ilva.
Il 18 febbraio scorso il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Fabrizio d’Arcangelo ed eseguite lo scorso 22 gennaio nell’ambito di un filone dell’inchiesta dei pm di Milano, Stefano Civardi e Mauro Clerici, nella quale si ipotizzano i reati di associazione per delinquere e truffa a carico di Fabio Riva e altre quattro persone.
Secondo l’indagine, con al centro una presunta truffa sull’erogazione di contributi pubblici a sostegno delle esportazioni, l’Ilva avrebbe ottenuto indebitamente fondi per 100 milioni di euro. I provvedimenti di arresto riguardano Agostino Alberti, dirigente di Riva Fire, Alfredo Lomonaco e Barbara Lomonaco di Ilva Sa (società svizzera del gruppo Ilva), Adriana Lamsweerde di Eufintrade e anche Fabio Riva. Nei confronti del figlio del patron dell’Ilva è stata chiesta l’estradizione in quanto vive da qualche tempo a Londra. Il 22 gennaio era stato emesso un mandato d’arresto europeo dall’autorità giudiziaria di Milano. (FQ)

martedì 18 febbraio 2014

Al sicuro!

Ilva, Riesame Milano conferma carcere per Fabio Riva e altri 4


Il Tribunale del Riesame di Milano ha confermato le ordinanze di custodia cautelare emesse il mese scorso nei confronti di Fabio Riva e di altre quattro persone nell'ambito di un filone d'inchiesta su una presunta truffa ai danni dello Stato che vede indagata anche Riva Fire, holding che controlla l'Ilva.
Il 22 gennaio, oltre al figlio dell'ex presidente dell'Ilva, latitante a Londra e per il quale i pm hanno chiesto l'estradizione, l'ordinanza d'arresto era stata spiccata anche per Agostino Alberti, dirigente di Riva Fire, Alfredo Lomonaco e Barbara Lomonaco di Ilva Sa e Adriana Lamsweerde di Eufintrade.
Riva, a cui viene contestata una truffa ai danni dello Stato da 100 milioni di euro, è accusato anche di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata al fine di ricevere erogazioni pubbliche.
Riva Fire risulta indagata nell'inchiesta per la legge 231 del 2001 sulle responsabilità dell'azienda per l'operato dei propri dipendenti.
Secondo gli inquirenti, Fabio Riva avrebbe creato insieme ad altri una società vuota con sede in Svizzera per aggirare una normativa che prevede stanziamenti pubblici in presenza di determinate condizioni.
Non è stato possibile raggiungere gli interessati per un commento. (Reuters)

venerdì 14 febbraio 2014

Quisquiglie, pinzellacchere..

Ilva, Emilio Riva a processo per maxievasione da 52 mln

Dovrà difendersi dall’accusa di aver frodato il Fisco, assieme a tre manager, per un totale di oltre 52 milioni di euro, Emilio Riva, 87 anni e fondatore del colosso siderurgico Ilva. L’anziano patron, già indagato per disastro ambientale assieme ai figli nell’inchiesta della Procura di Taranto, è stato infatti rinviato a giudizio dal gup di Milano Anna Maria Zamagni per una maxi-evasione che sarebbe stata realizzata nel 2007 attraverso una complicata operazione finanziaria per non versare in Italia le tasse dovute dal gruppo.
Accogliendo la richiesta del pm di Milano Stefano Civardi, che fa parte del pool coordinato da Francesco Greco, il giudice ha mandato a processo anche Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, all’epoca rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale del gruppo dell’Ilva di Taranto e anche Angelo Mormina, che era managing director di Deutsche Bank Londra (non è più nell’istituto di credito dal 2012). Stando all’imputazione, Emilio Riva e gli altri tre imputati per frode fiscale «al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento», avrebbero portato avanti una complessa operazione di finanza strutturata all’unico scopo di consentire alla «consolidata Ilva spa» l’abbattimento del reddito, «mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi» per quasi 160 milioni di euro «e conseguentemente per la consolidante Riva Fire spa (...) una pari riduzione della base imponibile e un’evasione di imposta Ires pari a 52.463.213 euro».
Secondo le indagini della Gdf di Milano, in particolare, attraverso una serie di contratti, tutti collegati tra di loro e sottoscritti tra alcune società del gruppo e l’istituto di credito tedesco, gli utili fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero per sfruttare un regime fiscale più favorevole e, allo stesso tempo, sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse. Al centro dell’inchiesta c'è la dichiarazione dei redditi del 2008. Intanto, però, l’Ilva al termine del contenzioso fiscale relativo alla maxi-evasione ha già versato all’Agenzia delle Entrate circa 65 milioni di euro.
Il processo si aprirà il prossimo 19 maggio davanti al giudice della prima sezione penale, ma non è l’unica grana giudiziaria milanese per il patron dell’Ilva. I pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, infatti, stanno indagando sulla gestione del gruppo da parte della famiglia Riva almeno su altri tre fronti. Lo scorso maggio, un primo troncone d’indagine ha portato al sequestro di 1,9 miliardi di euro per i reati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: i pm hanno ipotizzato che il patron Emilio e il fratello Adriano Riva, assieme ad alcuni professionisti, abbiano sottratto soldi dalle casse dell’Ilva, nascondendoli in paradisi fiscali e facendoli poi rientrare in Italia attraverso lo scudo fiscale. Gli inquirenti, inoltre, stanno indagando anche sui rapporti tra la holding Rive Fire di Emilio Riva e la controllata Ilva con l'ipotesi di appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Infine, lo scorso 22 gennaio i magistrati milanesi hanno emesso un mandato d’arresto europeo per Fabio Riva, uno dei figli di Emilio che vive a Londra. È accusato di associazione per delinquere e truffa aggravata ai danni dello Stato per aver messo in piedi, assieme ad altri dirigenti, un sistema per ottenere illecitamente, tra il 2007 e il 2013, circa 100 milioni di euro di stanziamenti pubblici. (GdM)

domenica 10 novembre 2013

Voci da Milano...

Pubblichiamo questa clip ispirata dalla situazione ambientale tarantina che ci è stata segnalata dal suo autore, Gianmariko Roversi (Gino Modica).

martedì 2 luglio 2013

La propensione al "risparmio" di famiglia

 Ilva, maxi-evasione da 52 milioni: Emilio Riva a giudizio a Milano

Per una presunta maxi evasione fiscale da 52 milioni di euro, che risale al 2007, il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco ha chiesto il processo per il patron dell’Ilva Emilio Riva, per due ex dirigenti del gruppo e per un manager della filiale di Londra di Deutsche Bank. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il colosso del settore metallurgico avrebbe indicato nella dichiarazione dei redditi elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse al fisco italiano.
Oltre a Emilio Riva, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, in qualità rispettivamente di responsabile finanziario e componente del cda e responsabile fiscale del Gruppo e Angelo Mormina, managing director di Deutsche Bank Londra. Secondo la ricostruzione della Procura, attraverso una serie di contratti, tutti economicamente collegati tra di loro e sottoscritti, alcune società del gruppo e dell’istituto di credito tedesco, gli utili fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero (senza intaccare quelli del gruppo) per sfruttare un regime fiscale più favorevole e, nel contempo, sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese.
Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 ma inserite nella dichiarazione dei redditi del 2008, ha oltrepassato i 52 milioni. La presenza nell’Ilva di ”una sorta di governo aziendale occulto” è, invece, evidenziata dai giudici del tribunale del Riesame nel motivare il rigetto, deciso il 15 giugno scorso, del ricorso di Riva Fire, holding che controlla l’Ilva spa, e di Riva Forni Elettrici, contro il sequestro preventivo per equivalente di beni sino ad 8,1 miliardi di euro disposto dal gip Patrizia Todisco ed eseguito dalla Guardia di Finanza a partire dal 24 maggio.
Scopo dell’operazione di scissione da Riva Fire sarebbe stato quello di ”creare un nuovo organismo a cui dirottare beni, al fine di tutelarli da eventuali iniziative dell’autorità giudiziaria di carattere ablatorio”, che avrebbero svuotato il patrimonio della holding. Riva Fire e Riva Forni Elettrici parlano in una nota di ”illegittimità del provvedimento”, sostenendo che le motivazioni ”ricalcano un impianto accusatorio basato sulla pura presunzione di atti e eventi che, in assenza di un normale iter processuale, non trovano concreti riscontri”.
Infine, il gip Todisco si è riservato di decidere sulla istanza del commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, di svincolare le somme di denaro sequestrate dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta penale. Le vicende giudiziaria di Emilio Riva e dell’Ilva si incrociano con l’attivita’ parlamentare, legata alla conversione del decreto 61 del 4 giugno scorso con il quale il governo ha nominato commissario straordinario dell’Ilva l’ex amministratore delegato della stessa azienda, Enrico Bondi. Sono state apportate alcune modifiche dalle commissioni Ambiente e Attività produttive; il provvedimento dovrà poi passare alle commissioni Giustizia, Politiche europee, Affari sociali, Lavoro e Bilancio per i pareri di competenza. (Blitzquotidiano)

Alle prese con l'Occulto

Ilva, il Riesame conferma sequestro soldi: “Governo aziendale occulto” 

Esiste un “governo aziendale occulto” che opera nello stabilimento Ilva di Taranto, una “struttura ombra costituita da soggetti denominati ‘fiduciari’ non inquadrati nell’organizo di Ilva spa, ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva”. Lo scrive il tribunale del Riesame nelle motivazioni con le quali conferma il maxi sequestro per equivalente da 8,1 miliardi di euro ai danni della società Riva Fire che controlla Ilva spa.
Nelle quarantuno pagine del provvedimento il collegio di magistrati rivela la presenza di alcuni soggetti “funzionalmente dipendenti di altre societa del Gruppo Riva”, ma “ufficialmente distaccati all’internodello stabilimento” e altri che invece pur non essendo “ufficialmente impiegati presso Ilva spa” ricoprono incarico di vertice come Lanfranco Legnani che “oltre ad essere componente dell’organismo di vigilanza di Ilva, ricopriva anche l’incarico di ‘direttore ombra’ dello stabilimento”. Altri ancora, aggunge il tribunale “operavano od operano all’interno dello stabilimento come consulenti esterni”. Figure, che secondo due informative della Guardia di finanza di Taranto, “di fatto governavano il siderurgico, impartendo le necessarie disposizioni, occupando alloggi nella provincia di Taranto che risultavano formalmente ‘uffici in attività’ della Riva Fire spa”. Una struttura ombra, quindi, che secondo la procura ionica è “lo strumento di controllo della proprietà sulla vita dello stabilimento” con il compito “effettivo”, quindi, di “verificare l’operato dei dipendenti assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali”. Ed è quindi attraverso i fiduciari che la Riva Fire – e di conseguenza i membri della famiglia proprietaria della fabbrica – controllava la fabbrica. Attraverso queste figure che “hanno esercitato un penetrante dominio su Ilva spa” e hanno dettato “dall’esterno le linee della politica aziendale” la famiglia Riva continuava – al di là di dimissioni formali e cessazioni di incarichi ufficiali – a mantenere saldamente le mani sullo stabilimento di Taranto.
Un nuovo filone di indagine che, quindi, si apre nella vicenda che vede indagati per disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari la proprietà e i vertici dello stabilimento. Ma i soggetti iscritti nel registro degli indagati, prima della chiusura dell’attività investigativa, potrebbero aumentare ancora: i fiduciari, infatti, “hanno in tale veste – scrivono i giudici del riesame – concorso con i successivi amministratori nella commissione dei reati”. Non solo. La loro esistenza e la loro azione conferma la legittimità del maxisequestro disposto dal gip Patrizia Todisco perché avvalorano le responsabilità della società Riva Fire che attraverso “i propri amministratori e per il tramite dei fiduciari”, ha attivamente partecipato alla fase delle scelte decisionali concementi Ia gestione dello stabilimento di Taranto e quindi “la consumazione degli illeciti, perseguendo quindi un proprio interesse”.
Ma il martedì nero della famiglia Riva non ha come epicentro solo il palazzo di giusitizia del capoluogo ionico. La procura di Milano, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio per Emilio Riva e altre tre persone nell’ambito di un’ inchiesta per frode fiscale dell’Ilva per 52 milioni. L’87enne ex patron dell’Ilva, agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso, è indagato in qualità di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società Riva Fire spa, nonché di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società consolidata Ilva spa. (FQ)