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venerdì 21 giugno 2013

Cattivo giornalismo ovvero la voce del veterocolonialismo polentone

A volte capita che certi giornalisti "pragmatici" dichiarino di guardare lontano mentre, a ben vedere dimostrano una miseria di argomentazioni e un grave difetto di miopia.
A leggere questo articolo verrebbe da sperare che questo editorialista abbia subito "imboccamenti" di parte o voglia tutelarsi la carriera nel quotidiano dell'establishment, piuttosto che pensare davvero ciò che scrive. Magari ha un mutuo, moglie disoccupata o figli che vogliono fare viaggi in paesi lontani e costosi...
Il nesso tra: il fatto che le regioni meridionali d'Italia non abbiano un numero rilevante di grandi gruppi industriali autoctoni (una scoperta dell'acqua calda in piena regola) con le loro caratteristiche economiche (anche queste scontatissime); e la necessità (o il ricatto) di governi locali supini ed accondiscendenti che devono competere in "disponibilità" e svendita territoriale, è una tesi antiquata e fallimentare che balza immediatamente agli occhi anche del più ignorante dei lettori.
Non occorre sottolineare quanto la competizione e i mercati globalizzati abbiano invalidato le politiche di colonialismo industriale interno e le gerarchie territoriali.
Lo sviluppo dei paesi avanzati oggi (a meno di non ritenerci un paese del terzo mondo...) poggia unanimemente sul piano della relazione tra politiche locali, nazionali e comunitarie improntate alla pianificazione infrastrutturale ecocompatibile, alla sostenibilità della produzione, all'innovazione e alla valorizzazione del know-how e del capitale locale.
Un esempio su tutti, oggi, nonostante la sconvenienza economica rispetto ai paesi in via di sviluppo, le grandi industrie stanno rientrando negli Stati Uniti in seguito all'avvio di una strategia di ottimizzazione dei costi a livello federale e spinte dalla necessità di garantire la distribuzione di capitale interno in un paese con una domanda forte che si riconosce in un prodotto proprio.
Ma questi argomenti sono troppo difficili per il nostro piccolo giornalista che deve pensare al mutuo..
Peccato che non si accorga di essere lui stesso burattino volontario di quel sistema che oggi deprime i suoi voli di intelligenza.

Perché i grandi gruppi scappano

Da Om a Bridgestone, mettendo da parte il caso sui generis dell’Ilva, le grandi imprese non «made in Puglia» sono in fuga dalla regione. La Banca d’Italia le chiama «unità locali di proprietà esterna nell’industria pugliese» e nel report sull’economia regionale presentato di recente ha dedicato loro un intero paragrafo. Perché — spiegano gli analisti del centro ricerche della filiale barese — «la struttura industriale pugliese si caratterizza per una rilevante presenza, accanto alle aziende regionali, di stabilimenti e imprese appartenenti a gruppi del Centro Nord o esteri». Una presenza che trae in parte origine dall’intervento straordinario realizzato con la Cassa per il Mezzogiorno e, più recentemente, da strumenti d’intervento pubblico finanziati con fondi comunitari, nazionali o regionali. Molte di queste realtà produttive continuano a ricoprire un ruolo rilevante nell’economia regionale e nel corso del decennio scorso — in presenza di un ridimensionamento della manifattura regionale rispetto al sistema economico nel suo complesso — hanno accresciuto il proprio contributo alla formazione del valore aggiunto, degli investimenti e dell’occupazione del settore industriale pugliese.
Insomma, quando si affrontano le vertenze di queste aziende, bisogna essere ben consapevoli che si tratta di gruppi che in periodi positivi crescono più degli altri e che in quelli di crisi reggono meglio. Lo dimostrano i numeri della Banca d’Italia, aggiornati al 2010, anno in cui «le unità locali di proprietà esterna con oltre 100 addetti nel comparto manifatturiero erano poco meno di un terzo del totale degli stabilimenti industriali delle medesime dimensioni operanti in regione, rappresentando poco più di un quarto del valore aggiunto e degli investimenti del comparto manifatturiero della regione e circa un sesto degli occupati». Se con un sesto degli occupati producono un quarto del valore aggiunto è evidente che si tratta di aziende a maggiore intensità di capitale rispetto alla media pugliese, di aziende che possono permettersi maggiori investimenti iniziali e che con più difficoltà li possono ridurre in tempi di crisi. E per questo anche «in discesa» sorpassano le aziende locali.
Il conforto arriva ancora dai numeri: il peso del valore aggiunto delle unità locali a capitale esterno sul totale manifatturiero pugliese è passato dal 23,8% del 2003 al 30% del 2007 (periodo ante-crisi) fino al 26,4% del 2010; ancora più evidente il balzo negli investimenti: dal 17,4% del 2003 al 27% del 2007 fino al 27,7% del 2010, così come per gli occupati (dal 14% del 2003 al 14,5% del 2007 e al 16,7% del 2010). In pratica, la grande azienda che proviene dall’esterno della regione permette di diversificare il settore industriale (siderurgia, gomme e motori, per gli investimenti necessari, difficilmente potrebbero essere «made in Puglia») e accresce gli investimenti. Ma c’è un però, che oggi è sotto gli occhi di tutti ma forse fino al 2007 (negli anni delle vacche grasse) è sfuggito: quando una di queste aziende non pugliesi decide di andar via, lascia un buco da un migliaio di disoccupati. E se l’artigiano pugliese difficilmente lascerà la sua terra, la grande impresa nazionale e multinazionale se non trova più convenienza (dai costi dell’energia alla logistica) se ne va in un attimo. Om (250 dipendenti) e Bridgestone (mille) a confronto dell’Ilva (12 mila) rappresentano una settimana e un mese rispetto all’anno. I pugliesi, ambientalisti e non, lo tengano a mente.

lunedì 28 maggio 2012

Metà Bozzetto

Bozzetto-Vendola, industriali divisi. Le accuse del presidente di Confindustria al governatore spaccano la categoria BARI - C’è chi non condivide l’asprezza delle sue dichiarazioni ma è meno critico sul merito. Chi sposa la tesi di Vendola che il presidente regionale abbia tenuto in considerazione eccessiva le ragioni dell’Ilva. E chi, infine, solidarizza e si associa ad Angelo Bozzetto. I responsabili delle associazioni provinciali degli industriali pugliesi rileggono il violento scontro tra il presidente di Confindustria Puglia, Bozzetto, e il governatore Vendola, da diversi punti di vista. Ma tutti, com’è naturale, invocano una ripresa del dialogo tra Confindustria e amministrazione regionale. «Non nell’interesse degli imprenditori, ma di tutto il territorio e dei suoi cittadini». La polemica origina dalla proposta di legge, appena approvata dalla commissione Ambiente (e che ora deve essere portata all’attenzione del tavolo nazionale su Taranto) che fissa un principio: in caso di superamento di determinate masse inquinanti, si può imporre alle aziende di abbassare le emissioni. Principio, per Bozzetto, incostituzionale e che metterebbe fuori mercato le aziende che operano in Puglia. Vendola viene quindi accusato, dal numero uno di Confindustria, di «destrutturare e distruggere il sistema produttivo pugliese». Un attacco personale e senza appello cui il governatore replica prima rispondendo non a Confindustria ma all’Ilva, come se Bozzetto fosse un rappresentante del gruppo e non dell’associazione di categoria. Quindi annunciando la sospensione di tutti i tavoli di concertazione con l’associazione degli industriali. «Piano, piano — è il commento di Michele Vinci, primo imprenditore di Bari e Bat — abbassiamo i toni. Invito Bozzetto a maggior uso della diplomazia». Pur non volendo entrare nel merito, però, Vinci comprende l’esasperazione degli imprenditori che potrebbero essere colpiti dalla nuova legge, se venisse approvata. «Alcune aziende rischiano di dover affrontare costi intollerabili. Bene fa Bozzetto a innescare la discussione. Ma rompere le trattative non è nell’interesse di nessuno». Da Foggia e Taranto, invece, arrivano le prese di posizioni più critiche nei confronti di Bozzetto. «Non comprendo il giudizio sommario su Vendola — dice Eliseo Zanasi, Assindustria Foggia —. L’attuale amministrazione regionale ha avuto il merito di ridurre le emissioni più inquinanti. Bozzetto si preoccupa per l’Ilva, osserva una situazione particolare, trascurando che l’economia pugliese ha i suoi maggiori asset nell’agricoltura, nel turismo, non nel siderurgico». Zanasi appare il più favorevole alla proposta di legge regionale. «Come salviamo l’immagine della nostra regione, mettendo un bollino nero su Taranto per lasciare che chi inquina faccia quel che vuole? Bozzetto si impegni, come è nostro dovere, per cercare il giusto equilibrio tra sviluppo e sostenibilità ambientale. Senza esasperare i contrasti». Luigi Sportelli, Assindustria Taranto, invoca un «processo» interno nei confronti del presidente di Confindustria Puglia. «Le sue dichiarazioni sono ultronee, non pertinenti né concordate — sostiene Sportelli —. E non sono nel nostro stile. Si tratta di un fatto molto grave. Martedì abbiamo convocato un direttivo nel corso del quale valuteremo l’accaduto e, molto probabilmente, prenderemo le distanze dalle affermazioni di Bozzetto. L’interruzione delle trattative è un pericolo da scongiurare». Piernicola Leone De Castris, da Lecce, riconosce invece il «disagio patito dalle imprese su questo tema» e invita le parti alla «ripresa del dialogo, mantenendo un giusto equilibrio tra rispetto dell’ambiente e esigenze del mercato». Completamente schierato con Bozzetto, invece, è Giuseppe Marinò che presiede Assindustria a Brindisi. Marinò si associa nella critica senza riserve alla proposta di legge sulle emissioni. «La Puglia non può dotarsi di norme che ledono il principio di concorrenza e condizionano il lavoro degli imprenditori pugliesi rispetto a quello dei vicini imprenditori lucani o campani. Norme che sembrano mirare soltanto a raggiungere il consenso elettorale». Non particolarmente turbato appare Marinò, neppure dai toni. «La polemica non è proprio quello che serve al Paese in questo momento — spiega — e tuttavia se la sortita di Bozzetto innescherà una riflessione su scelte che devono essere condivise, ben venga. Per me lui e Vendola potrebbero litigare fino a Natale, se questo si rilevasse funzionale al confronto. Non si possono guardare gli imprenditori come fossero nemici». (CdM)

Introna: attenzione concreta della Regione al mondo delle imprese BARI. “Regione e industriali devono riprendere la via del confronto, franco ma sereno, nell’interesse dell’ambiente e della salute dei pugliesi, che chiedono di coniugare sviluppo e tutela del territorio”. Dal presidente del Consiglio regionale della Puglia, Onofrio Introna, arriva un invito a superare il clima determinato dalle dichiarazioni di Confindustria e a ritrovare un confronto utile alla comunità regionale. “Fino a questo momento la politica della concertazione col partenariato ha dato i risultati sperati – osserva Introna – in questo ambito, il dialogo col sistema imprenditoriale ha portato la Puglia in testa alle classifiche nazionali degli investimenti nell’innovazione e soprattutto dell’export e delle energie rinnovabili. Il Pil del turismo è cresciuto di quasi 5 punti fino al 2011”. Poco meno di 4mila aziende pugliesi di ogni settore si sono viste attribuire risorse regionali, per investimenti pari a 1 miliardo 300 milioni di euro e la Regione si è pure fatta carico del disagio delle imprese, attivandosi per l’erogazione degli ammortizzatori sociali in deroga. Si tratta di aspetti “estraneamente concreti”, secondo il presidente: “nel rapporto con il mondo produttivo la Regione Puglia non resta inerte davanti ai problemi, ha scelto un profilo di grande responsabilità, distinguendosi dal governo nazionale, che annuncia ma non attiva compensazioni tra i crediti delle imprese nei confronti dello Stato e i tributi dovuti dalle stesse all’erario. Dalle dichiarazioni all’effettiva erogazione i tempi restano lunghi. Se Roma si limita a dettare principi, ma non dà disposizioni alle amministrazioni periferiche su come procedere alla compensazione tra crediti e debiti degli imprenditori, possono passare ancora mesi. Le rimesse potrebbero arrivare alle ditte quando ormai è troppo tardi. Al danno si aggiungerebbe la beffa”. La Regione non trascura chi fa impresa in Puglia e non c’è nessun accanimento normativo contro le iniziative imprenditoriali, “lo posso affermare da ex assessore all’ambiente, che ha trattato con Ilva, Eni, Enel – sostiene Introna – ma nessuno può dimenticare che lo sviluppo va coniugato con la salute e la sicurezza dei cittadini. È finito il tempo in cui in nome della crescita si esponevano bambini, donne e uomini a livelli di rischio oggi intollerabili”. “Alle iniziative legislative di tutela della Regione Puglia le imprese hanno risposto. L’Ilva ha fatto sforzi sulle emissioni inquinanti, i veleni sono stati riconosciuti e intercettati, la diffusione di diossina è stata ridotta, ma la guardia deve restare alta: le rilevazioni e gli indicatori sociosanitari ci dicono che tutto questo non è ancora sufficiente. Tanto più sarebbe ragionevole – conclude il presidente del Consiglio regionale – riprendere la strada di una fattiva collaborazione, continuando ad inseguire lo sviluppo, ma in condizioni ambientali rassicuranti per tutti i cittadini”. Adriana Logroscino (Giornale di Puglia)

giovedì 8 settembre 2011

Ilva di Bagnoli: a che punto siamo?

Dopo la fabbrica, il nulla: la mia Bagnoli sta morendo

Quando la passerella assume il colore della ruggine, sul lungomare azzurrino dalla sabbia avvelenata spunta un guard rail. La deviazione stradale è segnalata così: con quel nastro di ferro che ovunque fascia l’autostrada ma qui, a Napoli, avvolge la Grande Incompiuta.

La fabbrica, uno spazio chiuso, il vuoto dentro. Proprio a causa dell’arenile inquinato da quasi un secolo d’industria, la riqualificazione di un tratto di costa è rimasta in sospeso. Da completare la bonifica della spiaggia per procedere all’ultimazione dei lavori: nell’attesa, è scattata la soluzione d’emergenza, il guard rail-paradosso, d’alto impatto visivo e simbolico. Passa, per così dire, attraverso questa strettoia, tra il passato operaio e il formidabile futuro promesso, l’anima precaria di Bagnoli, oltre alla mia giovinezza e la delusione giovane.

La Coppa America ha appena imboccato la rotta di Venezia, lasciando (per ora) inviolato un campo di regata dal suggestivo quanto singolare orizzonte d’archeologia industriale. Ma queste occasioni perdute non sono rimpiante da Assise e comitati civici che chiedono, piuttosto, che sia completata la riqualificazione dell’ex area siderurgica, puntando su recupero di ambiente e vivibilità. Quel che resta ancora da scrivere, in questo viaggio nel quartiere dalle mute sirene. Gi allarmi squillanti nella notte scandivano infatti il ritmo dell’altoforno: sino a qualche lustro fa richiamo per le tute blu, silenzio oggi condiviso nella memoria.

Fondi e ritardi. Chiusa nel 1993, l’Italsider rimane incastonata tra i palazzi in stile liberty. Da prezioso simbolo dell’acciaieria italiana, storia anche densa di tragedie (come dimenticare le morti sul lavoro) a totem inossidabile nell’attesa di restituire un’anima al quartiere. «A Bagnoli la bonifica è stata finanziata con 259 milioni di finanziamenti, a partire dal 1994: cifra ragguardevole, ma i risultati sono scarsi e i ritardi terribili, per evidente inadeguatezza ai vari livelli istituzionali, di competenze e responsabilità» è il richiamo già lanciato attraverso Panorama dal presidente dell’istituto italiano per gli studi filosofici, Gerardo Marotta, voce di rilievo internazionale nel segnalare i problemi di Napoli. Come dargli torto: 350 milioni di lire, in principio i fondi statali assegnati a Bagnoli spa, del gruppo Iri. Poi, con il piano approvato dal ministero dell’Ambiente nel novembre 2006, per la bonifica sono stati stanziati 107 milioni, di cui 75 da parte dello Stato, 15 dalla Regione e 17 da Bagnolifutura. Ne sono stati spesi oltre 60, ma alle lungaggini in quest’intervento si è aggiunto lo stop ai lavori per la realizzazione delle opere pubbliche - chiarisce la società partecipata del Comune, provocato dal blocco dei fondi europei deciso dal governatore Caldoro, a settembre 2010, per chiarire progetti e costi dopo la violazione del patto di stabilità che s’era avuta con il governo Bassolino.

Bonifica e amianto. Tutto, o quasi tutto, è da inaugurare. Da bonificare il 30 per cento dell’area, termine delle attività fissato entro l’anno prossimo per la rimozione del pericoloso asbesto. Nell’area ex Ilva, soprattutto nella zona denominata “ex campo americano”, ne sono state smaltite circa 15.800 tonnellate. Nell’area ex Eternit, dove l’intervento è in corso, sono state raccolte 42.700 tonnellate di materiali. Per Bagnoli Hub, il nuovo centro di servizi al turismo di Napoli - prima struttura dell’area occidentale dedicata al leisure, al benessere, alla cultura e all’intrattenimento, pesa invece l’altolà nel collaudo: l’impresa che ha l’opera in appalto vanta crediti per 7 milioni da Bagnolifutura che, a sua volta, ne avanza oltre 11 dalla Regione.

Opere e debiti. Verdi le casse anche per il parco dello sport: 25 ettari, con una forma a tre crateri che riprende la morfologia tipica dei Campi Flegrei. L’azienda è creditrice di circa 10 milioni (e Bagnolifutura ne deve avere 4 dalla Regione). Così per accedere all’acquario tematico: c’è da attendere il completamento della strada e la ditta appaltatrice avanza 3 milioni. Senza parlare dei debiti, e quindi dei mutui, circa 76 milioni, accesi dalla società partecipata per assumere il possesso dell’area e portare avanti il cronoprogramma di interventi. Con interventi che scontano, appunto, difficoltà a effetto domino.

Più indietro il progetto degli Studios, centro multimediale fermo per il blocco dei finanziamenti. Più controversa la destinazione dei terreni da cedere ai privati. Una prima gara d’appalto è andata deserta, la seconda è in corso. Scadenza il 30 ottobre prossimo, ma potrebbe essere disposta una proroga, per volontà del sindaco, secondo indiscrezioni che circolano a Palazzo San Giacomo, per introdurre tra le condizioni del bando una quota di edilizia popolare.

Cemento e barche. La vendita dei suoli è per 35.000 metri quadri: il 65%, questa la previsione iniziale, da destinare alla costruzione di alloggi e il 35% di uffici e negozi. Con una variante da poco indicata passano, però, da 1200 a 1800 le case da realizzare; mentre la quota allo studio, riservata all’edilizia popolare, sarebbe del 10%. Non di competenza di Bagnolifutura, le aree demaniali, altra questione aperta. Ad aprile 2011 il Consiglio di Stato ha annullato la gara per la realizzazione del porto turistico: bando di gara per l’affidamento della concessione giudicato irregolare perché non adeguatamente pubblicizzato.

Spiagge e colmata. L’arenile ai veleni, contaminato dagli scarti delle lavorazioni industriali, è stato in parte ripulito attraverso la parziale sostituzione della sabbia e resta da realizzare la bonifica dei fondali. Al progetto è collegata la rimozione della colmata dal mare, circa un terzo da eliminare per completare il porto turistico. Oltre due 30 mesi di lavori previsti per quest’operazione, già finanziata mentre un piano più articolato è al centro del programma elettorale del neoeletto sindaco de Magistris e della battaghttp://www.blogger.com/img/blank.giflia di Assise e comitati ambientalisti. Lungo tira e molla. In base all’accordo di programma Bagnoli-Piombino del dicembre 2007 da 115,6 milioni, di cui 100 assicurati dal Ministero dell’ambiente e 15,6 dalla Regione Campania, la colmata si sarebbe dovuta eliminare del tutto, trasportando via mare i materiali a Piombino.

Ma i fondi oggi non bastano. Così il destino di Bagnoli appare ancora sospeso. Simbolo imperfetto, quel guard rail che in autostrada avverte di rallentare, ma qui, sul lungomare dei contrari, dovrebbe spingere piuttosto ad accelerare i progetti. Per far correre anche i desideri. Prima che si arrugginiscano anche quelli. (Maria Pirro - Panorama.it)

giovedì 18 marzo 2010

Mal'aria industriale: altro che automobili!

11 marzo- Mal'aria Industriale
Iniziative e presidi nei principali siti industriali del nostro Paese per chiedere l'adeguamento degli impianti obsoleti e inquinanti ai parametri europei.

Il libro bianco sull’inquinamento atmosferico da attività produttive che denuncia il trend degli inquinanti industriali in aumento.
Malaria industriale Legambiente 2010

“Mal’Aria Industriale 2010” condanna Taranto

Il rapporto sulla qualità dell’aria parla chiaro: Taranto al primo posto tra le 33 città per PM10 e terza per emissioni di ossidi di azoto

Compie 18 anni (nato nel lontano 1992) il rapporto di Legambiente denominato Mal’Aria Industriale 2010, il libro bianco sull’inquinamento atmosferico da attività produttive che denuncia il trend degli inquinanti industriali in aumento. Da allora, fino ad oggi, gran parte delle città italiane sono passate sotto la lente di ingrandimento di Legambiente e del suo rapporto che ha evidenziato un grosso problema: le nostre città, tutte o quasi, sono assediate dal traffico, soffocate dai gas di scarico delle auto e delle grandi industrie, ingrigite dallo smog. In Italia, secondo i dati presi in considerazione, è boom di inquinamento atmosferico prodotto da fonti industriali. Tra il 2006 e il 2007, infatti, sono saliti a +15% gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), a +6% le diossine e i furani, a +5% cadmio e +3% cromo. E’ con questi dati che l’industria italiana si conferma come la principale fonte di microinquinanti scaricati in atmosfera, producendo il 60% del cadmio totale, il 70% delle diossine, il 74% del mercurio, l’83% del piombo, l’86% dei Policlorobifenili (PCB), l’89% del cromo, fino al 98% dell’arsenico. Cifre preoccupanti che non hanno destato lo stesso allarme dell’inquinamento causato dal traffico privato poiché, a parte qualche rara eccezione come il polo siderurgico della nostra Taranto, la fonte industriale, non è ancora entrata nell’immaginario collettivo come un problema da affrontare. Eppure l’industria contribuisce in modo molto sensibile alla Mal’Aria del Paese: con il 26% di PM10 emesso a livello nazionale, un livello di emissioni superiore a quello prodotto dal trasporto stradale (che incide sul totale solo per il 22%, ma che diventa la prima fonte di emissione nei centri urbani). Oltre alle polveri sottili, la fonte industriale scarica, poi, in atmosfera il 79% degli ossidi di zolfo (SOx) – ormai insignificanti nel settore dei trasporti grazie alle specifiche sempre più stringenti sulle concentrazioni di zolfo nei carburanti – e il 23% degli ossidi di azoto (NOx), precursore della produzione del PM10 secondario e dell’ozono, inquinante tipicamente estivo. Passando dai macro ai microinquinanti, il contributo delle attività produttive denunciato da Mal’aria Industriale si conferma come davvero rilevante: ad eccezione del benzene (le emissioni industriali contribuiscono “solo” per il 15% rispetto al totale), degli IPA (34%) e del nichel (35%) infatti, l’industria italiana è la principale fonte di microinquinanti scaricati in atmosfera, con almeno il 60% del contributo totale come nel caso del cadmio, fino ad arrivare al 98% nel caso dell’arsenico. Ma analizziamo cosa succede in casa nostra. Nel rapporto si legge: “Secondo il Quinto rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano di Ispra pubblicato nel 2009, Taranto si colloca al primo posto tra le 33 città considerate per emissioni di PM10:5.216 tonnellate all’anno in termini di valore assoluto, di cui il 92% imputabile proprio al settore industriale. La città si distingue anche per le emissioni di ossidi di azoto: si colloca al terzo posto con 17.712 t di NOx, in valore assoluto, dopo Venezia (19.318 t) e Roma (27.533 t)”. Altre informazioni utili arrivano dalla “Relazione sui dati ambientali dell’area di Taranto” di Arpa Puglia presentata nell’ottobre 2009. Secondo l’Agenzia “la presenza di microinquinanti nei campioni di aria ambiente e di polveri aerodisperse è attribuibile alle emissioni del comparto industriale, avendo provato una evidente direzionalità dell’inquinamento”.Oltre alle note criticità sulle diossine, secondo Arpa “permane la criticità per i microinquinanti organici IPA, in riferimento al benzo(a)pirene, con valori superiori a 1 ng/m3 (limite imposto dal D. Lgs.152/07)”. Vale la pena ricordare che a Taranto ci sono numerose fonti industriali di idrocarburi policiclici aromatici, la più importante delle quali è costituita dall’Ilva. Per dare la dimensione del problema secondo l’Ispra l’emissione totale di IPA della provincia di Taranto è circa il 75% di quella regionale e il 23% di quella nazionale. Secondo Arpa “le deposizioni atmosferiche totali (secche e umide) di IPA totali e Benzo(a)pirene misurate in area di Taranto e Statte eccedono i valori riscontrabili in letteratura per siti di analoga classificazione (urbana/industriale). Risulta particolarmente elevata la deposizione di BaP misurata per la stazione di campionamento nel Rione Tamburi, Taranto”. Nella tabella che segue riportiamo i valori dei microinquinanti rilevati dall’Arpa Puglia in due campagne di monitoraggio effettuate nei mesi di agosto 2008 e marzo 2009: il rione Tamburi continua a far registrare alte concentrazioni di benzo(a)pirene, con con valori che arrivano fino a 1,3 ng/m3 per questo superiori al limite di legge di 1 ng/m3.
I monitoraggi vento selettivi hanno evidenziato che esiste ovviamente una netta direzionalità dell’inquinamento dall’area industriale verso le centraline. Stando a quanto riportato dall’Arpa nella pubblicazione dell’ottobre 2009, le concentrazioni di IPA provenienti dal settore sottovento all’area industriale sono 12 volte superiori a quelle rilevate sopravento nel sito Tamburi Chiesa e circa 18 volte superiori a quelle del sito Tecnomec. Dal rapporto di concentrazione tra campioni sottovento e sopravento, emerge che la concentrazione di Benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi/Chiesa è la più alta (92 volte superiore!) ed è dovuta alla vicinanza con l’Ilva e in particolare con le cokerie.
Antonello Corigliano (Pugliapress, martedì 16 marzo)

venerdì 24 luglio 2009

Scrive un operaio del sud

di Giuseppe Oliveri

Dal lontano 1861, unità d’Italia, che la nostra terra, come tutto il meridione, è stata considerata come una colonia; allora dai sogni espansionistici dei Savoia fino ad arrivare agli affaristi senza coscienza né conoscenza dei giorni nostri. Non è certo per negligenza nostra che siamo arretrati in infrastrutture, ricchezza pro-capite e altro, noi che abbiamo “l’arte di arrangiarci” per ogni bisogno, ed è proprio a causa dello stato d’abbandono istituzionale che abbiamo evoluto tale arte, come se non fossimo mai stati veramente italiani, come fossimo la servitù nella dependance della villa d’Italia. E’ triste scrivere questo, ma se nel 2009 sopravviviamo ancora in questa situazione non è solo responsabilità delle mafie, quella è stata una conseguenza all’abbandono in cui versiamo. E cos’hanno pensato questi arrivisti patentati e parentati: di distruggerci definitivamente. Non basta più sfruttarci alla bisogna, ora si è passati allo scoperto; ci regalano una morte lenta e genetica, che ti entra nel DNA, sotto forma di progresso, perché per regalare energia elettrica alle loro imprese, alle loro fabbriche, hanno bisogno di un luogo lontano per sfornare detta energia, egregio esempio di decentralizzazione, e poco importa se popolazioni a volte millenarie, scenari e paesaggi incantevoli, prelibatezze naturali scompariranno poco dopo il loro insediamento. Cosa resterà della nostra Puglia e di tutto il Sud Italia? Quando torno nella nostra terra mi viene un nodo in gola. Piazzeranno sul nostro suolo inceneritori di tutti i tipi e nomenclature per incrociar affari e quindi aver l’appoggio delle mafie locali, col grande business dei rifiuti. C’appesteranno l’aria con sostanze cancerogene che lasceremo come eredità ai nostri figli, deprederanno di ogni marchio di qualità i nostri prodotti, distruggeranno i nostri paesaggi, le nostre carni e i nostri ortaggi che ancora hanno un gusto succulento. Saremo destinati a un futuro d’emigrazione, o per meglio dire a una continuità perché in vero non abbiamo mai smesso di allontanarci malvolentieri dalla nostra terra, per riempire il vuoto lasciato dalla gioventù del nord che neanche lontanamente si sogna di essere operaia, continuiamo ad esser servitù. E’ rabbia quella che mi porta a scrivere queste righe, anch’io lavoro al nord come operaio e riesco a constatare che di miei colleghi solo l’1 per cento è del posto, e così è anche nelle altre fabbriche. Ci vogliono manovalanza nella loro terra, riservandoci un’accoglienza degna della loro freddezza. Andremo in una terra che ha bisogno di noi ma allo stesso non ci vuole, ci denigra e non si vergogna di manifestarlo, almeno coloro che non vogliono far parte passiva dello scempio delle nostre lande. E come me si sveglieranno malinconici guardando un sole velato dalla nebbia o dai fumi delle fabbriche, mangeranno senza avvertire alcun gusto e piangeranno all’uscita del supermercato per quanto li han svenato, ma soprattutto sarà indescrivibile e insopportabile la lontananza dalla famiglia, dagli amici e dal nostro stile di vita. Io ancora ci spero nel riuscire a lavorare e vivere nella mia terra, se avessi la possibilità non ci penserei un attimo, ma non con i presupposti di far diventare la mia terra un inceneritore, e questa vuol’essere un’esortazione ad emergere dalla catalessi e dall’inerzia, si deve lottare contro queste scelte coatte, l’ho faccio anch’io che vivo a 700 chilometri da casa. Facendo eco al direttore: alziamo la Testa, costruiamo un futuro per noi e per i nostri figli, sarebbe meraviglioso non esser più costretti ad emigrare e guardare sempre i nostri splendidi tramonti che preannunciano nuove albe.

mercoledì 17 giugno 2009

La pecora nera...

Spulciando nel web, capita sempre più spesso di imbattersi nella"bestia nera" del rapporto con la cultura e il territorio.
Un esempio tragico e malvagio di scelleratezza ambientale e di violenza ignorante.
Uno spettro si aggira per l'Europa pronto a minacciare con il suo modello amministratori e città intere: è TARANTO!!!
Hai quanto è triste e vera questa miseria... s'i' fosse foco..., direbbe qualcuno!
Leggere per credere:

Presentata la Carta Archeologica di Velletri
(Velletri - Attualità) - Una partecipazione senza precedenti quella riservata alla presentazione del lavoro di Manlio Lilli. La sala Micara gremita, ha lasciato piacevolmente stupefatti gli stessi relatori che hanno commentato positivamente la massiccia affluenza. Un pubblico composto non solo da addetti ai lavori e rappresentati della politica ma semplici cittadini orgogliosi di un'opera che dà finalmente lustro alla città e alla sua storia. L'organizzazione dell'Aiv, capitanata da Sportelli e sponsorizzata dal Gruppo Di Silvio ha fatto da cornice all'evento. Una presentazione gestita da Tiziana Mammucari di Radio Antenne Erreci, ha avuto in apertura l'intervento di Monsignor Apicella che ha sottolineato l'importanza per un'enorme opera che aiuterà a valorizzare, apprezzare e difendere il patrimonio archeologico di Velletri, una «terra che può dare ancora tanto se debitamente amata».
Interessante anche l'intervento di Paolo Di Silvio che ha affermato che «la Cultura è patrimonio di tutti e parte integrante del tessuto sociale». Il contributo è continuato sottolineando l'importante ruolo storico archeologico di Velletri e la naturale «opportunità per l'economia della nostra città attraverso la promozione di itinerari archeologici collegati a quelli eno-gastronomici». Un importante accenno alla devastazione di un territorio meraviglioso come quello di Taranto, avvelenato dalla diossina delle industrie è un monito che non deve essere dimenticato. Attraverso invece "dinamiche virtuose" si può scoprire ed utilizzare il nostro "oro nero": la nostra storia.
Leggi l'articolo completo

giovedì 28 maggio 2009

Quando l'arte e l'industria si conoscevano...

Un'approfondita analisi delle vicende artistiche a Taranto tra gli anni Sessanta e Settanta è stata appena pubblicata da Gianluca Marinelli sulla rivista “Kronos supplemento” dell’Università del Salento. Il saggio, dal titolo L’Italsider a Taranto. Gli artisti e la grande industria, 1960-1974, è frutto di rigorose e appassionate ricerche.
Lo studio parte da una riflessione sulla politica culturale portata avanti dall’Italsider negli anni cruciali della crescita economica del nostro Paese. Essendo un’azienda a partecipazione statale, nella quale l’aspetto economico non poteva essere disgiunto dalla responsabilità sociale, l’Italsider si distinse soprattutto per la capacità di trasformare le esigenze di comunicazione aziendale in vere e proprie operazioni culturali, puntando sui registri alti della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte. Valgano alcuni esempi: l’esperienza della “Rivista Italsider”, tra i più originali house organ internazionali, dove comparivano sulle prime di copertina le opere dei maggiori artisti del tempo; il patrocinio dell’Italsider ad importanti manifestazioni culturali, come la quinta edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto (1962), in occasione della quale dieci artisti di fama mondiale (Calder, Carmi, Franchina, Consagra, Chadwick, Colla, Pepper, Lorenzetti, Pomodoro, Smith) furono ospitati negli stabilimenti Italsider sparsi in tutta Italia, per creare opere maestose in acciaio; il coinvolgimento di Eugenio Carmi, tra i maggiori artisti astratti italiani del Novecento, in qualità di consulente grafico dell’azienda. Chiamato a creare un volto per la grande impresa siderurgica, Carmi svolse questo compito in maniera originale, raggiungendo un grado di capillarità davvero sorprendente. Tra le operazioni più interessanti, spicca la lavorazione alla segnaletica antinfortunistica, per la quale l’artista genovese creò immagini affidate a geometrie essenziali, e la scultura in ferro progettata per l’Italsider di Taranto, nel 1965, ossia l’anno in cui entrò in funzione il ciclo integrale dell’acciaio nello stabilimento siderurgico jonico.
Ampio spazio è poi dedicato, nello studio di Marinelli, al Circolo Italsider di Taranto. Il circolo nasce come spazio polivalente aperto alla creatività, alla fantasia e al dialogo, per valorizzare il tempo libero del lavoratore. In particolare, il Circolo Italsider di Taranto, attivato nel febbraio 1963, attraverso la sua programmazione artistica, ha inseguito la duplice finalità di avvicinare ai fatti dell’arte la forza lavoro costituitasi con la recente industrializzazione, proponendo rassegne di ampio respiro, e di valorizzare le più avanzate esperienze artistiche espresse dal territorio.
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sabato 24 gennaio 2009

Dovevamo aspettare la crisi per ridurre lo spreco energetico industriale?

Lavoro notturno e nei week end per ridurre i costi

Dal lunedì al venerdì di notte. Il sabato e la domenica anche di giorno. Le tute blu della siderurgia e dell'acciaieria, in Italia, sono operative quando la maggior parte degli altri lavoratori dorme o si riposa. A fare scuola è il bresciano, dove c'è una forte concentrazione di aziende del settore di dimensioni medie e grandi, molte delle quali hanno forni elettrici che non obbligano a un ciclo produttivo di 24 ore. Da ottobre sono numerose quelle che hanno cominciato a cambiare l'organizzazione del lavoro. Tutte devono fare fronte alla necessità di ridurre i costi richiesta dalla congiuntura. Molte hanno cominciato a tagliarli là dove sono più alti e cioè alla voce energia, più che a quella lavoro.

Prendiamo per esempio la Duferco che, in Italia, ha oltre mille dipendenti, fattura circa un miliardo di euro e ha 5 stabilimenti sparsi tra il Friuli Venezia Giulia e la Sicilia. La bolletta elettrica di questa azienda a fine mese si avvicina ai 4 milioni di euro e incide per il 34% sul totale dei costi. Il lavoro notturno di un operaio ha un costo superiore del 35% rispetto a quello diurno, mentre il sabato e la domenica del 110%. Concentrando i turni di notte, il sabato e la domenica il gruppo «riesce a risparmiare il 35% sulla bolletta elettrica», spiega Agostino Conte, responsabile istituzionale della Duferco e vicepresidente della Commissione energia di Confindustria. Questo compensa non solo la maggiorazione della busta paga ma consente anche un forte risparmio dei costi che «conviene all'azienda ma anche al Paese», osserva Conte.

La soluzione non può dirsi strutturale ma certo è molto diffusa e sempre più aziende la stanno valutando come le Ferriere Valsabbia di Odolo (Brescia) che proprio ieri la hanno discussa con i sindacati come un'ipotesi da prendere in considerazione per ridurre i costi. Alla Ori Martin che negli stabilimenti bresciani ha 409 dipendenti, di cui 120 nell'acciaieria e altrettanti nel laminatoio, hanno invece già iniziato a praticarla, ma «a vista – precisa il direttore delle risorse umane Francesco Giliberti –. Non è avvenuto un cambiamento di carattere sostanziale, ma quando le esigenze e il carico di lavoro lo consentono, tendiamo a concentrare la produzione di notte, il sabato e la domenica. La situazione è comunque composita e decidiamo l'organizzazione delle squadre produttive di settimana in settimana».

Dalla Alfa Acciai di Brescia osservano che è prassi del settore siderurgico usare gli impianti anche nelle ore notturne per risparmiare su una bolletta dove i chilowatt sono oltre un milione all'anno. In questo momento sta diventando la regola ed è per questo che nelle ultime settimane, l'azienda, che dà lavoro a oltre 800 persone, evita di produrre di giorno.
Questa scelta è però possibile solo nei gruppi siderurgici di medie dimensioni che usano i forni elettrici che non richiedono diverse settimane per essere riaccesi, a differenza di quelli a ciclo continuo. Questa è una delle ragioni per cui la Lucchini di Piombino, così come l'Ilva di Taranto non hanno potuto adottare questa soluzione.

Quanto ai sindacati, pur essendo molto preoccupati sembrano comprendere che la nuova organizzazione del lavoro è la contropartita della salvaguardia dei posti di lavoro in attesa che la produzione ritorni ai livelli medi del passato e per ora non hanno fatto resistenza. Il modello sembra essere stata la firma dell'accordo delle Acciaierie Bertoli-Safau del gruppo Danieli di Udine che producono acciai speciali per diversi impieghi, dall'automobile all'industria meccanica. Dopo il giro di vite sui conti e sui crediti, è stato deciso di comune intesa con tutte le sigle sindacali che gli operai lavoreranno soltanto nei turni di notte e nel fine settimana per poter risparmiare sui costi dell'energia.

La crisi è stata per il settore anche l'occasione per aprire una nuova riflessione sulle iniziative strutturali che potrebbero consentire un risparmio sui costi dell'energia. Qualcuno, come la Duferco, ha pensato anche a soluzioni coraggiose per un settore così energivoro, come il "solare". E così in queste settimane, come racconta Agostino Conte, alla Duferco stanno ricoprendo i tetti degli stabilimenti di Trieste e di Milazzo con pannelli solari. (Sole 24h)

mercoledì 29 ottobre 2008

Scordatevi ambiente e salute: agli industriali italiani servono soldi!!!

Ambiente, un nuovo paradigma per l´industria del futuro
di Lucia Venturi

In un periodo di vacche magre il primo a rimetterci è l’ambiente. Lo fa notare oggi Giovanni Sartori in un editoriale sul Corriere della sera, riassumendo quello che sta avvenendo rispetto agli impegni sul protocollo di Kyoto e sul pacchetto clima energia dell’Unione europea. Una storia già vista, potremmo sottolineare, ma questa volta il rischio è che a rimetterci non sia solo l’ambiente o la credibilità del nostro paese in uno scenario internazionale. Il rischio è che a perderci potrebbe essere l’intera economia del paese, che finita (quando sarà) la crisi economica planetaria si ritroverà con le pezze sia sull’ambiente sia sul sistema industriale e quindi sull’intero sistema economico e sociale. In altre parole si sarà giocato insieme all’idea di futuro anche il futuro stesso.

I segnali sono tanti e non riguardano solo le immediate conseguenze della crisi finanziaria sull’economia reale, con cassa integrazione per centinaia di lavoratori e chiusura definitiva di stabilimenti. Comprendono anche quelle situazioni che già erano in difficoltà prima ancora della crisi e lo erano proprio per una incompatibilità- ormai portata all’estremo- tra i processi obsoleti e l’impatto generato sull’ambiente.

E’ stato così per il polo petrolchimico di Porto Marghera, che rischia la definitiva chiusura con effetto domino su tutti gli altri distretti della chimica italiana, è così per le acciaierie Ilva di Taranto, dove la necessaria ambientalizzazione dello stabilimento, sta producendo (per ora) poco più che uno scontro tra competenze regionali e nazionali.

Ma più che sbagliato sarebbe esiziale riportare il dibattito sulla contrapposizione tra ambiente e sviluppo, come fa oggi Jaoquin Navarro Valls, sulle pagine di Repubblica, ovvero su una visione novecentesca del problema. «Per poter inquinare bisogna prima produrre» dice Valls e aggiunge: «affinché la questione ecologica diventi un criterio etico fondamentale di una seria e moderna politica industriale è necessario che vi sia un sovrabbondante sviluppo». Come dire se non c’è sviluppo non ci sono fondi per pensare all’ambiente, in una logica in cui pensare alle questioni ecologiche equivale (semmai) solo a ripulire ciò che si è sporcato.
Appunto una logica del secolo scorso... (leggi l'articolo)

sabato 18 ottobre 2008

Come siamo ridotti?

Un libro attualissimo che racconta in cifre le ombre di un Paese in ostaggio della più retrograda classe imprenditoriale d'Europa.
Siamo ridotti a elemosinare qualche concessione sulla CO2 pur di tacere sull'inettitudine dei nostri industriali che non hanno fatto ancora niente per modernizzare e rendere sostenibile la produzione.

Il “ritardo” dell'Italia in 256 pagine
Entro il 2020 i Paesi della UE in media dovranno tagliare del 20% le emissioni di gas serra e portare il contributo delle fonti rinnovabili nella produzione energetica alla medesima percentuale. A stabilirlo è la Commissione europea che per l'Italia prevede traguardi meno severi: -13% di gas serra rispetto alle emissioni 2005 e una quota del 17% di energia “verde”. Obiettivi che, nonostante lo “sconto”, paiono difficilmente raggiungibili, almeno stando all'annuale rapporto Ambiente Italia effettuato dall'omonimo istituto di ricerca. Nel volume è analizzata l'attuale situazione di ritardo della Penisola che, ricordiamolo, è tra i Paesi comunitari con il più alto rischio di subire effetti negativi del surriscaldamento globale. Oltre a fornire una fotografia della realtà e dell'inerzia politica, il libro propone nell'ultima parte una rassegna di esempi di innovazioni nei campi delle energie rinnovabili e della gestione efficiente di edifici e aree urbane.

SOMMARIO
Prefazione di Vittorio Cogliati Dezza, Roberto Della Seta
Parte primaScenario 2020: le politiche energetiche dell'Italia
Politiche e normative per uno scenario 2020 a bassa intensità di anidride carbonica, di Duccio Bianchi, Rodolfo Pasinetti
L'energia solare e la sfida dell'obiettivo del 20%, di Riccardo Battisti
Il ruolo del settore agro-forestale in Italia nell'ottica degli obiettivi dell'UE al 2020, di Antonio Lumicisi, Vanessa Tedeschi
Nelle città italiane il clima è già cambiato, di Andrea Cocco
Parte secondaI trenta indicatori più significativi
Energia
Consumi energetici globali
Proiezioni consumi energetici globali
Consumi energetici pro capite globali
Fonti energetiche globali
Intensità energetica dell'economia
Riserve combustibili fossili
Bilancio energetico nazionale
Produzione di energia elettrica per fonti e impianti
Efficienza e composizione del parco termoelettrico
Consumi e usi finali di energia elettrica
Intensità energetica dell'economia europea
Intensità energetica dell'economia italiana
Consumi energetici per i trasporti
Consumi energetici residenziali e terziari
Le fonti rinnovabili
Produzione di energia da fonti rinnovabili in Italia
Eolico
Biocombustibili
Solare termico
Solare fotovoltaico
Tasso di rinnovabilità della produzione elettrica nelle regioni italiane
Il clima e l'aria
Emissioni di CO2: totali e proiezioni
Emissioni di CO2 pro capite e intensità
Emissioni di CO2 totali nell'Unione Europea
Inventario nazionale delle emissioni di gas serra
Le tassazioni energetiche
Tasse energetiche
Costi di elettricità e gas
Prezzi e tassazioni dei carburanti
Cip 6/92: i sussidi perversi
Incentivi alle rinnovabili: certificati verdi
Incentivi al risparmio: titoli di efficienza
Parte terzaRassegna delle best practices
Impianto solare su larga scala (Germania, Crailsheil)
Solare termodinamico Archimede (Italia, Priolo Gargallo)
Impianto di solar cooling (Grecia, Viotia)
Sistema fotovoltaico su larga scala (Olanda, Amersfoort)
Impianto fotovoltaico a concentrazione (Italia, Ferrara)
Impianto fotovoltaico a concentrazione (Italia, Portici)
Tecnologie a film sottile (Italia, Università di Parma)
Centrale eolica off shore (Danimarca, Mare del Nord)
Generazione eolica ad alta quota (Italia, Milano)
Eolico galleggiante per acque profonde (Italia, Tricase)
Eolico su torri galleggianti (Norvegia, Mare del Nord)
Geotermia a bassa entalpia (Italia)
Codice per case ecosostenibili (Gran Bretagna)

martedì 7 ottobre 2008

lunedì 6 ottobre 2008

Fumata nera


Questa foto, scattata stamattina alle 11 e 40, immortala l'ennesima fumata nera proveniente da "un'area retroportuale vicina a Punta Rondinella"...chissà se le autorità competenti sapranno rintracciare la fonte e tranquillizzarci, come di rito, sulle (ovviamente) innoque emissioni...

Per dovere di cronaca, il fumo continua ad essere emesso (e fotografato).

Ed ecco i video.... buona visione!


martedì 23 settembre 2008

L'addio a Taranto

Un video che fissa il paesaggio abbandonato e pestilenziale che stritola e (purtroppo) rende "unica" la città di Taranto.

venerdì 29 agosto 2008

Nessun dorma...


Sud Sound Sistem: è Lecce la Provincia più a rischio TUMORE AI POLMONI!

di Antonio Bruno

Sud Sound Sistem, Esemble notte della taranta, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori - LILT, Comune di Lecce e Provincia di Lecce il 6/9/2008 a favore della salute e dell’ ambiente. Il cittadino della Provincia di Lecce è in buona Salute se vive in un Ambiente Incontaminato: tale binomio inscindibile.

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domenica 10 agosto 2008

Gli studi ci sono...

... ma non arrivano quaggiù (o non li fanno arrivare!)

ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ
Impatto sulla salute dei siti inquinati: metodi e strumenti per la ricerca e le valutazioni

A cura di Pietro Comba e Ivano Iavarone (Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, Istituto Superiore di Sanità, Roma) Fabrizio Bianchi (Istituito di Fisiologia Clinica, Sezione di Epidemiologia, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Pisa) e Roberta Pirastu (Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo, La Sapienza Università di Roma)

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martedì 11 marzo 2008

Rassegna Salute e Ambiente

Ansa Ambiente:

AMBIENTE: APAT; CITTA' PIU' VERDI, VERONA E CAGLIARI AL TOP (ANSA) - ROMA, 11 MAR - Citta' italiane sempre piu' verdi. C'e' infatti piu' natura nelle giungle d'asfalto dei nostri centri urbani. Il verde pubblico (escluso quindi quello di proprieta' privata) mostra un incremento in tutte le 24 citta' italiane sopra i 150 mila abitanti, con l'eccezione di Messina. Napoli ottiene i risultati migliori, con una crescita del 19,5% tra 2000 e 2006, seguita da Cagliari con l'8% e Torino col 5,6%. Questi i dati principali sul verde pubblico che emergono dal IV Rapporto dell'Agenzia per la protezione dell'Ambiente (Apat) sulla Qualita' dell'Ambiente Urbano, presentato oggi a Roma, e che ha dedicato uno specifico focus proprio alla natura in citta', nella sua componente vegetale come in quella della biodiversita' animale. Al 2006, la percentuale di verde pubblico a Cagliari e' il 53% della superficie cittadina, mentre a Verona il 45,6% e a Palermo il 33,9%: valori molto bassi invece a Taranto, Foggia, Messina, Bari e Reggio Calabria. Negli ultimi sette anni la disponibilita' per abitante e' aumentata di 23 m2 a Napoli (da 5 a 28 m2 ), anche se Verona e' la citta' che ne ha di più in assoluto, con 363 m2 a persona, seguita da Cagliari con 282 m2. (ANSA). GU
11/03/2008 10:00

11-03-2008 10:53
AMBIENTE: APAT; PECORARO, LA SFIDA E' SULLE CITTA'
11-03-2008 10:03
SMOG:APAT;ROMA 'PIENA' DI AUTO,CRESCONO QUELLE ECO IN ITALIA
11-03-2008 10:02
SMOG: APAT; MENO PM10 NELLE CITTA' MA SALUTE ARIA CRITICA


Dal Sito del Ministero dell'Ambiente
:
  • "Protezione del clima ed energia rinnovabile: i piccoli e medi comuni affrontano la sfida". Questo il tema della Conferenza Europea sul Clima dal 2 al 4 aprile a Rovigo.Per ulteriori informazioni clicca qui (pdf, 341 KB)

  • È on line il programma (pdf, 1.710 KB) del IV Rapporto Apat sulla qualità dell’ambiente urbano che verrà presentato martedì 11 marzo dalle ore 10,00 a Roma presso l’Auditorium della sede Apat in via Curtatone 7.

Dalla Rivista Italianieuropei: Promozione delle fonti rinnovabili di energia, ricerca e politiche industriali










Rassegna AmbienteSalute Puglia:




Rassegna AmbienteSalute Italia:

L'inquinamento da traffico può mandare in tilt il cervello:


Polveri sottili e freddo fan soffrire il cuore:


Blocchetti per l'edilizia a base di rifiuti
Convegno sulle pratiche alternative alla
gestione dell'immondizia













Sarmenti a destinazione energetica. Prove di raccolta Meccanizzata: