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mercoledì 7 ottobre 2015

il solito "pittimismo"!

Appello al governo sul caso Ilva

Il Governo riprenda subito la gestione del caso Ilva perché la situazione è drammatica. È il nuovo appello lanciato da Confindustria Taranto con una lettera al premier Matteo Renzi. Sulla stessa linea anche i sindacati metalmeccanici e il governatore della Puglia, Michele Emiliano. Nel giro di poche settimane la situazione dell’azienda si è ulteriormente deteriorata e anche se gli stipendi di settembre, in scadenza tra qualche giorno, non appaiono per ora a rischio, altri elementi si sono invece aggravati e delineano un quadro complesso.
Da alcuni giorni la produzione è stata ridotta a seguito della crisi di mercato: ora è assestata su 14.500 tonnellate quotidiane. Quest’anno l’Ilva stima di chiudere con 4,8 milioni di tonnellate, 600mila in meno rispetto ai 5,4 milioni previsti due mesi fa. Ma quasi la metà rispetto al potenziale produttivo. Questo inciderà sul peggioramento dei conti che già scontavano sul piano previsionale un’Ebitda negativo per 280-310 milioni di euro, mentre le perdite mensili sono ora calcolate tra i 40 e i 50 milioni di euro. In quanto alla newco con la partecipazione del nuovo fondo di turnaround, non ci sono tempi certi. Era stata annunciata per settembre con l’obiettivo di traghettare l’azienda verso una nuova fase.
Un punto interrogativo è anche il rientro in Italia dalla Svizzera del miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva, soldi destinati ai lavori ambientali del siderurgico. Mentre l’indotto di Taranto, oltre a denunciare mancati pagamenti per 150 milioni di euro, adesso solleva altri due problemi.
«Gli aiuti che la legge dello scorso marzo ha previsto per le imprese creditrici dell’Ilva non hanno funzionato – dichiara Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto –. Si è previsto l’accesso al credito tramite il Fondo di garanzia, la sospensione della quota capitale dei mutui e dei finanziamenti per gli anni dal 2015 al 2017 e la moratoria sino a dicembre delle cartelle esattoriali e dei tributi erariali, ma in realtà questi strumenti possono essere usati solo da una minima parte di aziende. Tutte le altre hanno un rating così sofferente a causa della crisi Ilva da essere fuori gioco». «Pensiamo che il Governo – aggiunge Cesareo - debba fare una specie di check up alla legge di marzo e vedere con attenzione tutto quello che non sta funzionando. Non si può più tardare».
«L’Ilva si sta spegnendo» sottolinea il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ieri ha incontrato i sindacati e condiviso la loro richiesta di incontro urgente col Governo e i commissari. Emiliano fa riferimento a due aspetti: quello tecnico-giudirico, dove il mancato completamento del risanamento ambientale provocherebbe inevitabilmente un nuovo intervento della Magistratura, e quello economico-produttivo, segnato dalle perdite e dal venir meno del mercato a causa della crisi generale. «Spero che il miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva arrivi presto – dice Emiliano –, ma lasciare il destino dell’Ilva ad una decisione della Svizzera fa venire i brividi. E in ogni caso questi soldi nulla hanno a che vedere con le perdite». «Serve che la fabbrica sia seguita da esperti dell’acciaio con una visione globale », insiste ancora Emiliano, riprendendo così la denuncia fatta lo scorso 24 settembre a Taranto dal Consiglio generale di Confindustria che ha esplicitamente chiesto che l’Ilva sia affidata a chi di mestiere produce l’acciaio.
«La perdita di competitività dell’Ilva è deleteria – interviene Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl Taranto –. Si mettono a rischio occupazione, risanamento ambientale e rilancio industriale».

martedì 6 ottobre 2015

Ancora dal teatrino della mendicanza

L'industria piange come un neonato per succhiare ancora soldi pubblici. E da dietro l'eco dei sindacati che hanno come unico scopo quello di farla restare in vita a tutti i costi

Ilva perde 50 milioni al mese. L'azienda: pareggio in due anni Perdite per decine di milioni di euro ogni mese che non si arrestano.

Una oscillazione che si attesta attorno ai 40-50 milioni di euro al mese. La situazione dell’Ilva di Taranto è tutt’altro che rosea.
Gli interventi sono finora incapaci di invertire la rotta e anche gli stipendi dei prossimi mesi sarebbero a rischio, benché l’azienda - la scorsa settimana - abbia per ora accantonato l’ipotesi di non retribuire puntualmente i circa 12mila dipendenti dello stabilimento tarantino.
Le cifre circolate in questi ultimi mesi parlano di 150 milioni di euro di perdite nel trimestre estivo, fino a settembre.
Ma le perdite che si stanno accumulando in questi mesi non avrebbero colto di sorpresa la gestione commissariale. Così come la riduzione della produzione. Il piano dei commissari straordinari per Ilva in amministrazione straordinario prevede infatti il ritorno in pareggio entro due anni. (Quot)

Acciaio precario

Il Segretario Generale della Fim-Cisl Taranto-Brindisi, Cosimo Panarelli torna a parlare della crisi dell’Ilva: “Le notizie poco confortanti che si susseguono mandano in confusione i dipendenti dello stabilimento e delle ditte dell’appalto, questi ultimi anello debole del sistema siderurgico. Si teme per la tenuta occupazionale”
“Questo silenzio assordante che viviamo da diversi mesi non aiuta. Ci chiediamo come mai alcuni provvedimenti (tipo la costituzione della New Company), propedeutici al superamento dell’Amministrazione Straordinaria, tardano a realizzarsi. Nel frattempo le notizie poco confortanti che si susseguono mandano in confusione i dipendenti dello stabilimento e delle ditte dell’appalto, questi ultimi anello debole del sistema siderurgico. Si teme per la tenuta occupazionale”. E’ quanto dichiara il Segretario Generale della Fim-Cisl Taranto-Brindisi, Cosimo Panarelli in merito alla crisi del colosso siderurgico jonico. “Questa situazione di stallo venutasi a creare  - spiega - non solo rallenta il processo di ambientalizzazione (con l’adeguamento rispetto alle prescrizioni fissate dall’AIA), ma di fatto sta determinando una forte e preoccupante perdita di competitività sul mercato nazionale ed internazionale. Ad oggi, oltre ai ritardi nell’attuazione dell’AIA, si registra un ulteriore calo della produzione di acciaio, passata dalle iniziali 17 mila tonnellate giornaliere previste, alle attuali 13 mila tonnellate giornaliere. Di contro – secondo i dati di Federacciai – assistiamo ad un forte incremento in Italia di importazione dell’acciaio, di oltre il 36 percento, di cui 32 percento import extra Ue e 4,2 percento import Ue. Questo dato allarmante compromette la credibilità dello stabilimento ionico, allontanando i clienti di riferimento”.
Il sindacalista chiede al Governo centrale “di dare seguito concretamente agli impegni assunti, affinché le parole dei mesi passati trovino attuazione. Ulteriori ritardi potrebbero rivelarsi deleteri circa il futuro produttivo dello stabilimento siderurgico tarantino, autentico traino per l’economia del territorio oltre alla nota strategicità ricoperta per l’intera filiera del manifatturiero. Prima si torna a vendere il proprio prodotto, prima si potrà rendere appetibile lo stabilimento, aprendo quindi le porte ad un acquirente”.
“Il clima d’incertezza presente tra le aziende dell’appalto è ancora vivo, rispetto ai mesi precedenti dell’anno. Dopo una flebile boccata d’ossigeno, oggi, ritornano le difficoltà legate ai ritardi accumulati nei pagamenti dei lavori effettuati. Una situazione che stenta a decollare e per la quale ogni palliativo è ormai superfluo. Occorre – conclude Panarelli -  una soluzione definitiva utile a portare maggiore serenità tra quanti operano nel settore. Per  queste ragioni è più che mai necessario ricercare con la massima urgenza soluzione utili a mantenere in vita l’intero apparato industriale ionico. Appello che rivolgeremo anche al Governatore della Puglia, Michele Emiliano, durante l’incontro di questo pomeriggio in Regione”. (Cosmopolismedia)

mercoledì 5 agosto 2015

Frullato giuridico all'italiana

Senato vota fiducia su decreto sofferenze e Ilva, è legge


Con 159 voti favorevoli e 104 contrari, il Senato ha votato la fiducia al governo sul decreto legge con le misure per ridurre le sofferenze bancarie e mantenere in attività l'altoforno 2 dell'Ilva di Taranto, sequestrato dalla magistratura.
Si conclude così l'iter legislativo del provvedimento, che diventerà legge dello Stato una volta pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Per quel che riguarda l'Ilva, il decreto stabilisce che l'attività di imprese strategiche non possa essere impedita da atti di sequestro, quando la misura cautelare sia stata adottata in relazione ad ipotesi di reato che riguardano la sicurezza dei lavoratori.
L'esecutivo punta così a garantire la produzione negli impianti fino alla conclusione dell'estate per poi, in autunno, avviare il rilancio dell'Ilva con il nuovo fondo di turnaround.
Il resto delle misure ha l'obiettivo di stimolare un mercato dei crediti deteriorati, pressoché inesistente in Italia.
Le sofferenze lorde hanno toccato a maggio quota 193,7 miliardi, oltre il 10% degli impieghi e un livello mai visto negli ultimi 20 anni, mentre i crediti deteriorati complessivi sono superiori a 350 miliardi di euro.
L'esecutivo ritiene che, aiutando le banche a smaltire questa zavorra, anche l'offerta di credito a famiglie e imprese dovrebbe via via aumentare, sostenendo la ripresa.
Con la conversione in legge del decreto il governo punta anche a smussare le obiezioni della Commissione europea al progetto italiano di Bad bank, cioè la costituzione di un veicolo munito di garanzia pubblica che rilevi dalle banche le sofferenze. (Reuters)

Via libera definitivo dall'aula del Senato al decreto legge fallimenti che contiene misure urgenti in materia fallimentare, di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria oltre ad alcune norme sull'Ilva.
Il dl è passato, in seconda lettura, con 159 voti favorevoli, 104 contrari, nessun astenuto.
La norma "salva-Ilva" inserita nel decreto legge fallimenti approvato in via definitiva dal Senato, prevede la prosecuzione dell'attività d'impresa nel caso di sequestro giudiziario. In sostanza stabilisce che nei casi di aziende di rilevanza strategica nazionale, sottoposte a provvedimenti cautelari da parte della magistratura, non venga impedita la prosecuzione dell'attività. L'azienda è però chiamata a presentare entro 30 giorni un piano con nuove misure a difesa della sicurezza del lavoro.
Le nuove norme garantiscono cosi' il funzionamento a pieno regime dell'altoforno 2, sequestrato dalla magistratura dopo un incidente mortale di un operaio, ma mai spento. Intanto domani riapre anche l'altoforno 1, chiuso da dicembre 2012 per motivi ambientali e per manutenzione straordinaria.
"La strada maestra, se vogliamo tenere insieme lavoro e ambiente, è applicare tutto quello che l'Aia prevede in termini di miglioramento ambientale non trascurando la tenuta occupazionale", ha dichiarato Mimmo Panarelli, segretario generale Fim Taranto-Brindisi. (Altalex)

PD, Fabbri: odg su ILVA diventa mozione, per investimenti sicurezza

"L'apposizione della fiducia al dl fallimenti ha fatto decadere l'Odg da me presentato sull' ILVA dunque il suo contenuto è stato trasferito in una mozione, depositata il 5 agosto, che impegna il Governo ad attivare l'azienda per il completamento del piano della sicurezza sul lavoro e a garantire i finanziamenti adeguati" annuncia Camilla Fabbri, presidente della Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro.
La senatrice del PD ricorda: "Dopo l'incidente di giugno che è costato la vita ad Alessandro Morricella, il tema risulta ancora più urgente. - aggiungendo - E' giusto tutelare la continuità produttiva poiché stiamo parlando, come ricordato anche dal ministro Maria Elena Boschi, di circa 20mila posti di lavoro che insistono in un territorio come il Sud. Allo stesso tempo sono irrinunciabili la sicurezza e la riqualificazione ambientale per tutelare la salute dei cittadini e, per questo, aspettiamo con apprensione la decisione dell'Arpa sulla riapertura dell'Altoforno 1 dopo i lavoro di ambientalizzazione".
"Il tema della sicurezza sul lavoro è un tema cardine per l' ILVA che oggi, in amministrazione straordinaria, è sotto controllo dello Stato. - conclude Fabbri - Si tratta di una mozione che si inerisce nel sentiero tracciato dal dl approvato al Senato, il quale stabilisce che, per garantire la prosecuzione delle attività, l'azienda deve predisporre un piano recante misure e attività aggiuntive, anche di tipo provvisorio, per la tutela della sicurezza nell'impianto oggetto del provvedimento di sequestro, ovvero l'Altoforno 2." (mainfatti)

mercoledì 22 aprile 2015

Il dramma mediatico per addolcire la cronaca al lettore

L'Ilva e la paura di Taranto: 
i soldi non bastano

Dentro un pensionato Ilva sorseggia un caffè circondato da foto e bandiere del Taranto Calcio, che domenica 12 aprile ha battuto il Potenza nella sfida al vertice del campionato di serie D. Fuori, in cortile, tre giovani si affaccendano intorno al generatore che servirà per dare energia alle casse del Primo Maggio, il mega-evento che dal 2013 raduna decine di migliaia di persone nel parco archeologico di Taranto. Il concertone - che quest’anno vedrà sul palco per la prima volta i Marlene Kuntz e Nina Zilli - è organizzato dal Ccllp, il “Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti” della città jonica, che con i supporter della squadra rossoblù condivide i locali di un edificio nel quartiere Solito-Corvisea. Il Ccllp è la più nota delle associazioni locali schierate sul fronte anti-Ilva. E il suo portavoce, Cataldo Ranieri, operaio della fabbrica, riassume così il pensiero dei compagni: «Se cade Taranto cade l’Italia. Questa città s’è immolata per la nazione e ha ricevuto zero».
L’Ilva e il suo indotto valevano, quando l’impianto siderurgico marciava a regime, il 70 per cento del Pil provinciale. La fabbrica ha segnato la storia della città e seguita a farlo, anche se gli oltre 20 mila addetti del 1980 sono scesi sotto le 12 mila unità. L’Ilva è la più rischiosa delle scommesse di Matteo Renzi: il premier ha promesso che la farà ripartire e che il Mezzogiorno non perderà uno dei suoi ultimi baluardi industriali. Ma il futuro è appeso a un filo.
Come a Taranto sanno benissimo: essere dipendenti Ilva - traguardo ambito da quasi tutti, per lunghi anni - non basta nemmeno per farsi concedere un piccolo prestito. Alessio, 33 anni, fa il macchinista nell’impianto dal 2004. Lo incontriamo a Talsano, quartiere dormitorio a una decina di chilometri dalla fabbrica. Di fronte all’ufficio dell’Usb (il sindacato che ha scavalcato a sinistra la Fiom e l’ha scalzata dal terzo posto per numero di voti in fabbrica) un gruppetto di ragazzi tira calci al pallone e fuma sigarette rollate a mano. Alessio, sposato e padre di un figlio, racconta: «Nel 2011 ho comprato un appartamento a San Vito, in riva al mare. La banca mi ha dato il mutuo senza problemi. L’anno scorso ho chiesto 3.500 euro per un’auto usata e mi hanno detto che avevo bisogno di un garante». La porta in faccia se l’è beccata pure un dirigente del gruppo. Mentre viaggiamo su un pullmino all’interno dello stabilimento, affiancati al treno della laminazione, con la bramma incandescente che scivola sui rulli del trasportatore, il manager racconta che pochi mesi fa voleva un mutuo per comprar casa ma gli hanno risposto picche: la banca era «preoccupata del futuro della fabbrica». Il prestito alla fine l’ha avuto la moglie: il suo impiego nel settore pubblico è stato considerato più sicuro.
I CINESI FUGGONO DAL PORTO
Ilva, raffineria Eni, porto e cementificio del gruppo Caltagirone. Erano le quattro ruote della macchina industriale tarantina, una delle più ricche del Sud. Ora, a parte la raffineria, le altre hanno le gomme a terra. E fanno sbandare tutto. «La città ha preso atto della crisi quando ha visto i negozi chiudere a raffica. È sempre più facile incontrare per strada gli accattoni, che non c’erano mai stati», dice Vincenzo Cesareo, presidente della locale Confindustria. E Mario, sorridente caposala della Trattoria del Pescatore di piazza Fontana, a due passi dal ponte girevole che collega la città vecchia con la parte moderna, rimpiange il tempo che fu. «Dirigenti, impiegati, fornitori, camionisti: i ristoranti della zona erano belli pieni quando c’era tutto quel via vai. Adesso tanti sono spariti».
Fuori gironzola un gran numero di cani randagi, mentre un uomo chiede «qualcosa per guardare la macchina». Non è l’unico, a saltar fuori da un angolo quando vede avvicinarsi qualcuno. Il centro storico nasconde rovine greche che farebbero gola ai turisti di mezzo mondo, ma è il degrado a balzare agli occhi. Saracinesche abbassate in pieno pomeriggio si notano pure nella centralissima via Di Palma, prosecuzione di via D’Aquino, l’elegante strada dello struscio. Da quando nel 2012 il tribunale cittadino ha imposto il sequestro degli impianti Ilva, tutto è cambiato. La fabbrica ha sempre continuato a produrre e gli stipendi sono stati pagati. Ma un terzo dei dipendenti sta a casa a turno e nell’indotto hanno perso il posto in migliaia. Molti fornitori sono falliti. In zona l’Ilva ha debiti per 200 milioni, su un totale di 1,5 miliardi: tanta roba, per un’azienda che dice di perdere 20 milioni al mese.
Anche al porto la preoccupazione è palpabile. «I lavori per rifare la banchina, dragare il fondale, la diga foranea e bonificare il terminal sono previsti da anni. I soldi sono stati stanziati ma tutto s’inceppa per contenziosi e ricorsi al Tar. I miei manager, che non parlano italiano, sono isterici: ogni volta che li incontro, mi dicono «What a fucking country is this?”, e hanno ragione», dice Carmelo Sasso, segretario della Uil Trasporti e dipendente di Tct, Taranto Container Terminal, di proprietà dei cinesi di Hutchison Whampoa e dei taiwanesi di Evergreen. La società ha spostato tutta l’attività al Pireo, in Grecia, e i 547 lavoratori sono in cassa integrazione a zero ore. Piero Prete è uno di questi. Tira avanti da tre anni con 745 euro, con moglie e due figli da mantenere: «Ho la casa di proprietà ma tra Tasi, Imu e altre spese non riesco ad arrivare a fine mese. Vado avanti grazie all’aiuto dei genitori. Spero che il ministro Delrio riesca a convincere Tct a restare qui, anche perché lo sviluppo del porto può essere un’alternativa». Ha pensato a emigrare, Prete: «Ma ho 40 anni, chi mi assume, con la terza media?».
«FACCIAMONE UN MUSEO»
Anche sull’Ilva, in città, il dibattito è tutto concentrato su cosa fare adesso. Di mezzo c’è la salute dei cittadini. Lo ha certificato più volte anche l’istituto superiore di sanità, secondo cui nella città dei due mari è molto più facile ammalarsi rispetto al resto d’italia. Basti dire che, nell’ultimo rapporto pubblicato a luglio, la mortalità infantile è maggiore del 21 per cento rispetto alla media regionale. Il comitato lavoratori liberi e pensanti teorizza una soluzione radicale: chiudere tutto, bonificare il sito e riconvertire l’economia puntando su turismo, agricoltura e sul porto. La pensa così anche la candidata del movimento 5 stelle alla presidenza della regione puglia, antonella laricchia, studentessa d’architettura fuori corso, che il 31 maggio sfiderà il litigioso centrodestra e la corazzata di michele emiliano del pd, ex magistrato e già sindaco di bari. Laricchia ha un’idea spiazzante per il dopo ilva: «su quell’enorme terreno, dopo la bonifica, si potrebbe fare un museo. La gente potrebbe visitarlo come fa per gli ex campi di concentramento nazisti, per rendersi conto dei disastri dell’industrializzazione selvaggia»
In via Bettolo, nella sede dei tre storici sindacati metalmeccanici, non la pensano così. Al primo piano c’è la Fim. Per il segretario Mimmo Panarelli, «il terremoto è alle spalle, dopo aver perso tempo per un anno ora confidiamo che i nuovi commissari facciano sul serio, rilanciando una società che sul mercato ha perso terreno. E comunque l’amministrazione straordinaria deve essere di breve durata». Panarelli considera ineludibile l’adempimento di tutte le prescrizioni ambientali e srotola con un certo entusiasmo una piantina con il rendering dei due grandi capannoni che copriranno i parchi minerali. «Per noi sono l’opera più importante, per far capire anche agli sfortunati abitanti di Tamburi che si sta voltando pagina sul serio». Il segretario Fim crede che la stragrande maggioranza dei cittadini «non voglia affatto chiudere l’Ilva, come ha dimostrato il referendum del 2013, quando andò a votare il 19 per cento degli aventi diritto, e solo il 9 per cento nel rione Tamburi, il più colpito dall’inquinamento».
Sull’atteggiamento dei tarantini è più crudo Antonio Talò, che al terzo piano dello stesso palazzotto guida la Uilm, l’organizzazione che ha vinto le elezioni del 2013 per la Rsu: «Sa che dicono in città? Glielo dico in dialetto: “Che me ne futte a me”? C’è distacco. La borghesia se ne sta a casa, la Confindustria non è mai stata all’altezza e la politica è rimasta in un angolo senza prendersi responsabilità». Talò non è ottimista: «Siamo nel periodo peggiore dell’Ilva, servono tanti soldi per far tornare in carreggiata la società e ho forti dubbi sui nuovi manager. Il direttore generale, Massimo Rosini, viene dagli elettrodomestici bianchi e s’è portato altri dirigenti di quel settore. Spero di sbagliarmi, ma avrei preferito un esperto di acciaio».
Fondamentale per una città che conta 192 mila abitanti (erano 242 mila qualche anno fa), il più grande impianto siderurgico d’Europa, che fino al 2008 produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, secondo parecchi osservatori è strategico per l’industria manifatturiera. «Sì, se non ci fosse l’Ilva il prezzo dei prodotti “piani” (che servono per costruire auto, lavatrici, lattine), aumenterebbe tra il 12 e il 20 per cento. Perché ci sarebbe meno acciaio disponibile e il settore manifatturiero italiano, ora indipendente, dipenderebbe dall’estero», sostiene Carlo Mapelli, professore di siderurgia al Politecnico di Milano. Negli ultimi 45 giorni, aggiunge il docente milanese, «c’è stato un boom dell’import dalla Cina: 250 mila tonnellate, pari a un terzo della produzione Ilva a regime nello stesso arco di tempo». E i prezzi, per i trasformatori dell’acciaio, sono immediatamente saliti. «Nessuno è mai stato in grado di praticare prezzi competitivi come l’Ilva, che a Taranto ha una capacità produttiva enorme ed è la più efficiente d’Europa, quando funziona a regime. Ecco perché i concorrenti nord-europei sarebbero felici se chiudesse, soluzione che rappresenterebbe davvero una sconfitta per l’Italia. Confido tuttavia nel governo Renzi che, pur avendo perso sei mesi preziosi nel tentativo senza speranza di vendere l’Ilva, ora ci ha messo la faccia», sostiene Massimo Mucchetti, presidente della commissione Attività produttive del Senato.
«HO LE PALLE PER CHIUDERE TUTTO»
Per comprendere cosa significa il dibattito salute-lavoro, bisogna superare i cancelli di un parco che di romantico non ha nulla. Il “parco minerali” è una distesa gibbosa grande come 53 campi di calcio, le cui polveri hanno provocato lutti e rovinato la salute a tanti abitanti dei rioni vicini, tamburi e paolo vi. Appena ci saranno i soldi, dovrebbe essere chiuso in due immensi capannoni. Li costruirà la friulana cimolai, la stessa che ha realizzato il sarcofago della centrale nucleare di chernobyl, e costeranno 250 milioni. Un’opera mastodontica, che coprirà le otto collinette di carbone e minerale di ferro, cioè la materia prima che alimenta i cinque altoforni (di cui tre oggi spenti). Secondo l’ilva e i sindacati, la copertura è il punto fondamentale delle 94 “prescrizioni” dell’aia, l’autorizzazione integrata ambientale, gli obblighi che il governo ha imposto per adeguarsi agli standard europei sull’inquinamento. Misure da completare entro agosto 2016, pena la chiusura. Invita alla cautela, però, michele emiliano, candidato governatore. Secondo lui rispettare l’aia non basta: «le stime fatte dall’arpa regionale dicono che i rischi sanitari non saranno azzerati, e se sarà così io non potrò che battermi per chiudere l’ilva, ho le palle per farlo. Se invece questi rischi verranno azzerati, appoggerò il piano del governo».
Il piano di cui parla Emiliano è quello affidato ai tre uomini chiamati a gestire l’amministrazione straordinaria. Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba hanno il compito di risanare l’azienda, creando una nuova società da capitalizare attraverso l’intervento di soggetti privati, tipo i fondi specializzati in risanamenti. Per poi venderla in blocco o quotarla in Borsa. Missione difficile, il cui fallimento vorrebbe dire la morte del più grande produttore d’acciaio italiano. I commissari puntano a riportare in pareggio il bilancio entro due anni, obiettivo raggiungibile solo se riusciranno a produrre 8 milioni di tonnellate l’anno, il doppio di oggi. Tra risanamento ambientale, ammodernamento e gestione ordinaria, dicono di aver bisogno di 2,5 miliardi (ma per Mapelli e i sindacati sarebbero molti di più). E stimano in 1,2 miliardi i quattrini necessari per rispettare le sole norme ambientali. La cifra equivale al tesoro accumulato in Svizzera dalla famiglia Riva e messo sotto sequestro. Soldi che potrebbero finire nelle mani dei commissari tra poco, se così deciderà il tribunale di Milano. Per completare il risanamento e riportare la produzione in alto, i quattrini dei Riva non bastano. E neppure i 400 milioni di prestito obbligazionario che il governo farà stanziare dalla Cassa depositi e prestiti, magari col contributo delle banche.
La vera svolta può arrivare solo con i soldi degli investitori privati. Come i fondi specializzati, che prendono in affitto un gruppo, lo rimettono in sesto e poi lo mettono sul mercato. Strada lunga e piena di insidie, che passa per il riavvio di due altoforni, i possibili contenziosi con l’Ue per aiuti di Stato, il mercato dell’acciaio invaso dai cinesi, le incognite politiche. Intanto, dentro, pure le piccole cose sono difficili. «Mi occupo di manutenzione della mensa e sto chiedendo invano delle guarnizioni da pochi centesimi», dice Giuseppe, che sta con l’Usb e all’Ilva c’è entrato da raccomandato come quasi tutti, sostiene sorseggiando un cocktail al “Sud-Food and Music”, locale trendy del Borgo. Vive coi genitori e di tornare a lavorare al Nord, come fece da giovane, non ha intenzione: «Perché qua, dopo tutto, si sta troppo bene». Intanto il dj ha messo su i Deep Purple, “Smoke on the water”. Fumo sull’acqua. Un’istantanea di Taranto, con i due mari e le sue ciminiere. (L'Espresso)

sabato 15 novembre 2014

"Intempestivamente"

Ilva, Gnudi incalza le banche: «Prestito in tempi brevi» 

Il commissario Piero Gnudi prova a stringere i tempi. Per incassare la seconda tranche del prestito ponte. E garantire un’altra boccata di ossigeno alla sua gestione della grande fabbrica. Le banche, invece, prendono altro tempo. Così il confronto tra il commissario di Governo, spedito al timone del colosso dell’acciaio, e i plenipotenziari degli istituti bancari si rivela un’altra tappa di avvicinamento. Un faccia a faccia che fonti vicino a Gnudi non esitano a definire come «un incontro sereno, andato tutto sommato bene» alla luce delle richiesta avanzate agli uomini delle banche. Perché la seconda fase del prestito ponte, da 125 milioni di euro, è di fondamentale importanza per poter proseguire i lavori dei cantieri Aia e per pagare gli stipendi di novembre, con annesse tredicesime.
In una parola, serve come l’aria per continuare a vivere ed evitare il tracollo. Per questo Gnudi, avrebbe insistito a lungo nell’illustrare la necessità che quei 125 milioni di euro. E avrebbe chiesto al pool di banche impegnato nel salvataggio dell'Ilva, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare, di erogare la seconda tranche del prestito in «tempi brevi» anche in assenza di un’offerta vincolante da parte dei possibili acquirenti. L’assenza, per ora, di un’offerta vincolante, dal punto di vista delle banche, infatti, alzerebbe il rischio del prestito erogato e di conseguenza il via libera allo sdoganamento di altri 125 milioni. È necessaria, quindi, una nuova valutazione degli istituti di credito per essere autorizzata e deliberata la seconda iniezione di liquidità. Verosimilmente entro la prossima settimana le banche dovrebbero dare una risposta.
Al momento i due maggiori pretendenti a subentrare ai Riva nella proprietà del colosso dell’acciaio, sono il gruppo Arcelor Mittal in cordata con il gruppo Marcegaglia e il gruppo siderurgico cremonese Arvedi. Nei giorni scorsi, peraltro, l'amministratore delegato di cassa depositi e prestiti Giovanni Gorno Tempini aveva manifestato l'interesse di Cdp ad un settore «strategico per il paese» come l'acciaio. Affermazioni che sembrano aver rimesso in moto i giochi sul gruppo. Fatto sta che per l’Ilva si stanno vivendo giorni per l’ennesima volta decisivi. Con la febbrile attività del commissario straordinario.
Su un altro binaro, invece, viaggia l’impegno di Vera Corbelli, commissario per le bonifiche, che ieri ha incontrato il sindaco Ippazio Stefàno. Il vertice è servito a fare il punto della situazione riguardo lo stato delle attività previste dal protocollo d’intesa del 26 luglio di due anni fa.
Piena sintonia si è riscontrata sulla decisione di intraprendere un confronto costante per una strategia più complessiva dell’area di Taranto «Ho apprezzato la visita del Commissario e l’attenzione che riserva alla città. Abbiamo trovato pieno accordo - ha spiegato Stefàno - sull’idea di avviare una strategia d’azione complessiva sulle problematiche legate all’ambientalizzazione per trasformare un’area di criticità in un’area di soluzioni». E a proposito di incontri le segreterie provinciali di Cgil, Cisl, Fiom e Fim, hanno giudicato intempestiva la proposta di un vertice avanzata dal presidente di Confindutria Vicenzo Cesario, con al centro la crisi Ilva.
«Tale appuntamento - si legge nella nota firmata da Giusepppe Massafra, Daniela Fumarola, Donato Stefanelli e Mimmo Panarelli - risulta intempestivo considerando che abbiamo avuto un incontro con il commissario straordinario Piero Gnudi, per discutere degli scenari che si prospettano intorno alla vicenda. Ed è stata evidenziata la necessità di individuare un luogo di confronto nel territorio per discutere di tali questioni. Riteniamo, però, che debba essere un luogo istituzionale, in stretta connessione con l’attività di governo nazionale. Per questo - concludono i segretari delle organizzazioni sindacali - va considerata l’ opportunità di ripristinare all’interno della consulta provinciale la funzione di raccordo e di elaborazione, per affrontare i temi dello sviluppo a Taranto».(Quot)

sabato 13 settembre 2014

Passato di striscio

Ilva, Renzi contestato a Taranto

Un tour attraverso i nodi della Puglia per il premier Matteo Renzi. Il presidente del consiglio inizia la sua visita a Peschici, tra le popolazioni colpite dal nubifragio, prosegue poi in direzione di Taranto per affrontare la questione dell'Ilva, si ferma a Bari per la cerimonia di apertura della 78esima edizione della Fiera del Levante e infine fa tappa a Mola di Bari per l'inaugurazione dello stabilimento Sitael del gruppo Mermec.

TARANTO: IL NODO ILVA - Renzi contestato a Taranto.  Un sit-in di una ventina tra operai e ambientalisti ha contestato il presidente del consiglio al suo arrivo nella prefettura di Taranto, durante l'incontro sul caso Ilva. I manifestanti hanno urlato "buffone, buffone" all'indirizzo del premier e scandito lo slogan "Taranto libera". Alcuni agenti in assetto antisommossa si sono schierati davanti alla Prefettura di Taranto per tenere sotto controllo il presidio. Non sono mancati momenti di tensione perché alcuni dei manifestanti, che chiedevano di partecipare all'incontro, hanno cercato di superare lo sbarramento delle forze dell'ordine. Numerosi gli striscioni contro l'inquinamento e l'emergenza sanitaria a Taranto.
"L'Ilva è una questione nazionale e noi vogliamo dimostrare che si può fare impresa, industria, rispettando la salute", ha detto il premier al termine dell'incontro con i sindacati confederali e dei metalmeccanici, Confindustria, Camera di Commercio e il sindaco della città Ezio Stefano. All'incontro hanno partecipato il viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti ed il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. "La scommessa dell'Ilva, di questo Governo di tutte le persone perbene - ha aggiunto Renzi - è che si possa fare produzione  industriale nel rispetto dell'ambiente". "In queste ore si è sbloccato il prestito ponte - ha ricordato - sono stati pagati gli stipendi, ma il prestito ponte è un'operazione transitoria. Venendo in Puglia per la Fiera del Levante penso che fosse doveroso venire a Taranto - ha detto ancora Renzi - penso che da molto tempo un Presidente del Consiglio non venisse qui e penso che sarei stato un vigliacco se non fossi venuto a Taranto. Qui abbiamo questioni molto importanti ed assumo l'impegno di venire entro la fine dell'anno per rifare il punto della situazione".
 "Non so da quand'è che non venisse un presidente del consiglio qua. Io però - ha detto Renzi - penso e credo che quando vieni alla Fiera del Levante, quando vieni cioè a parlare del futuro dell'Italia, del futuro del Mezzogiorno, del futuro della Puglia, un passaggio a Taranto fosse il minimo, fosse doveroso. Sarei stato un vigliacco se non fossi venuto qua oggi". "E' evidente che ci sono tante questioni aperte, a 360 gradi. Questa partita, la partita di Ilva, - ha concluso - appartiene al futuro e non solo al passato".

SINDACATI SODDISFATTI - Soddisfatti i rappresentanti sindacali dei lavoratori dell'ilva dopo l'incontro col presidente del Consiglio. "Ci fa piacere che Renzi abbia preso un impegno concreto da subito - ha commentato Mimmo Panarelli della Fim-Cisl - Ci ha fatto capire che non è qui di passaggio, ma la sua presenza è simbolica a rappresentare l'impegno del governo. Ci ha detto che tornerà prima di Natale". "Abbiamo sottolineato - ha riferito ancora - come per noi sia importante che il governo continui a tenere aperte le trattative con più interlocutori e non solo con Arcelormittal, perché è fondamentale che il siderurgico non sia ceduto per poi funzionare a metà. Il nuovo acquirente deve garantire continuità occupazionale e produttiva".
"Siamo fiduciosi dopo l'incontro - ha commentato Donato Stefanelli della Fiom-Cgil - abbiamo ribadito al premier che se la siderurgia è strategica per l'Italia, bisogna ricordare che l'ambientalizzazione è la priorità, oltre ad essere una occasione di sviluppo tecnologico ed occupazionale. A nostro avviso è necessario implementare su olva l'investimento pubblico attraverso il fondo strategico nazionale".
Anche all'uscita dall'incontro in prefettura a Taranto, il presidente Renzi è stato contestato da alcune decine di cittadini e lavoratori che gridavano slogan ambientalisti e mostravano cartelli con le scritte: "Matteo incontra l'Ilva ma non i pediatri" o "ricorda di non fare ai nostri figli ciò che non vorresti fosse fatto ai tuoi". Ci sono stati anche momenti di tensione durante l'incontro, quando alcuni dei contestatori hanno cercato di entrare in prefettura, chiedendo di partecipare al tavolo.

L'INCONTRO CON I PEDIATRI - "Mi dispiace molto di non aver potuto parlare oggi con i pediatri che volevano incontrarmi. Mi sono fatto dare il numero di telefono della pediatra che aveva scritto la lettera e mi è stato detto che era a 45 minuti da qui e non c'era tempo per vedersi. La chiamerò, non è stata una mancanza di rispetto", ha precisato Renzi andando via da Taranto.Il premier aveva delegato Davide Faraone, responsabile Welfare e Scuola del Partito Democratico, a interloquire con Annamaria Moschetti dell'Associazione Culturale Pediatri Puglia e Basilicata, il Neonatologo responsabile della Terapia Intensiva Neonatale dell'ospedale Santissima Annunziata di Taranto, Oronzo Forleo, e il presidente Associazione Onlus 'Delfini e Neonatì per la neonatologia, Dora Tagliente. "Rimaniamo in attesa di poterla incontrare personalmente al più presto - aveva scritto nella lettera Anna Maria Moschetti - per presentare le gravi ed eccezionali problematiche sanitarie ed ambientali in cui versa la città di Taranto".

BARI - Intanto a Bari un gruppo di studenti ha messo in scena una particolare protesta a suon di gelati contro il premier. (RepBA)

venerdì 29 agosto 2014

"Solo" duecento tonnellate di lava metallica!

Taranto, tragedia sfiorata: all'Ilva deraglia un 'carro siluro' con 200 tonnellate di ghisa

Tragedia sfiorata ieri sera a tarda ora all'Ilva di Taranto. Nella zona dell'Acciaieria 1, per cause ancora in fase di accertamento, è deragliato, rovesciandosi, un carro siluro (chiamato così per la forma allungata). Il mezzo trasportava circa 200 tonnellate di ghisa liquida ad altissima temperatura, destinate a essere trasformate in acciaio. Non ci sono stati danni alle persone presenti sul posto ma solo agli impianti.
Nessun ferito
Bloccata l'attività dell'Acciaieria 1 e anche, di conseguenza, dell'altoforno 4. "Accerteremo con l'Ilva stamattina come sono andate le cose all'Acciaieria 1. Da quello che sappiamo, il carro siluro che è deragliato ha trovato il binario ostruito da altri carri e di qui l'incidente". E' questa la ricostruzione che fa dell'accaduto Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl di Taranto. "Per fortuna che non è accaduto nulla di grave soprattutto agli operai e a quanti erano sul posto di lavoro se consideriamo che il mezzo trasportava ben 200 tonnellate di ghisa", aggiunge Panarelli.
Tutta la zona era inagibile
Secondo la versione fornita dal sindacalista, sullo stesso binario sarebbero stati presenti in quel momento altri due carri siluro. Veri e propri convogli ferroviari che trasportano la ghisa dagli altiforni, da dove viene colata, alle acciaierie e trasformata in acciaio. "Il carro siluro funziona come un vero e proprio carro ferroviario, ha il locomotore e viene manovrato dall'addetto - spiega Panarelli - se, come pare, il binario era ostruito bisogna ora capire perchè il carro siluro pieno di ghisa non è stato fermato in attesa che il percorso venisse liberato. Bisogna capire cosa ha determinato la collisione. La ghisa, una volta fuoriuscita, è finita per terra, sui binari, e questo ha determinato l'inagibilità di tutta la zona. In nottata, poi, è stato fermato l'altoforno 4 la cui produzione di ghisa - aggiunge Panarelli - non poteva più essere mandata in acciaieria per la relativa trasformazione essendoci appunto un blocco".
Un altro incidente
Blocco che, secondo il sindacalista, persiste ancora "non essendo possibile ripristinare la piena funzionalità in poche ore". Prima dell'incidente in Acciaieria 1, all'Ilva c'era stato un altro incidente ma di natura diversa: delle emissioni dal Treno nastri 1. Era scattato quindi l'allarme e la comunicazione di quanto avvenuto alle autorità competenti tra cui Comune e Prefettura di Taranto e Arpa Puglia. L'azienda ha però precisato, relativamente a quest'episodio, che non ci sono state conseguenze nè per gli operatori, nè per l'ambiente. (Rainews)


Ed ecco il comunicato stampa "minimizzatore" dell'Ilva. 
Notare lo stile "tutto sotto controllo, quisquiglie!"

Sversamento di ghisa

Nessun danno alle persone o all'ambiente. Ripresa l'attività produttiva

Nella serata di ieri, alle ore 21.55, durante una manovra routinaria di trasferimento di due carri siluro - dagli altoforni verso l'acciaieria 1 - contenenti ghisa liquida, all'altezza di uno scambio ferroviario, si è verificato il deragliamento di uno dei due carri siluro trasportati. Ciò ha causato lo sversamento di ghisa liquida contenuta nel carro, provocando un principio di incendio prontamente domato dall'intervento dei Vigili del Fuoco.
L'evento ha generato la momentanea impossibilità di trasferimento dei carri siluro dall'area degli altoforni verso l'acciaieria 1. In conseguenza, è stata ridotta la produzione di ghisa negli altoforni e di acciaio in acciaieria 1.
Al momento (ovvero all'ora della diffusione di questa nota), la linea di collegamento ferroviario tra l'area altoforni e l'acciaieria 1 è stata parzialmente ripristinata, con conseguente ripresa dell'attività produttiva in acciaieria 1.
Quanto accaduto non ha comportato alcun danno a persone o all'ambiente, ed è stata data tempestiva comunicazione alle autorità competenti (Prefettura di Taranto, Regione Puglia, Comune di Taranto, Comune di Statte, Provincia di Taranto, Questura di Taranto, Comando provinciale Carabinieri di Taranto, Comando provinciale Vigili del Fuoco, Arpa Puglia, Arpa Taranto e 118.).
L'azienda si riserva di dare informazione sulle cause all'esito di una indagine prontamente avviata, avendo all’uopo costituito una commissione di esperti interni.

venerdì 31 gennaio 2014

Riva non vuole pagare, ma lo Stato, lo Stato...

Ilva, 3579 lavoratori ancora in solidarietà ma i sindacati non firmano

Sono circa 3.579 i dipendenti dell’Ilva per i quali dovrebbe essere rinnovato il contratto di solidarietà che scade a marzo, ma nonostante la riduzione di 150 unità rispetto ai primi calcoli, i sindacati dei metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm hanno deciso di non firmare l’accordo con l'azienda fino a quando non avranno risposte dalla Regione Puglia sull'integrazione salariale. E' quanto emerso dall’incontro tra i dirigenti dell’azienda Domenico Liurgo ed Enrico Martino e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali che si è svolto questo pomeriggio.
Restano le perplessità sulla copertura finanziaria degli ammortizzatori sociali. Con la legge di stabilità l’integrazione salariale da parte dello Stato è stata ridotta, passando dal 20% al 10% per i lavoratori con contratto di solidarietà a cui è riconosciuta una retribuzione pari al 60% dello stipendio. Per questo, nei giorni scorsi, la Fim Cisl di Taranto-Brindisi ha chiesto alla Regione Puglia di promuovere, così come stanno facendo altre Regioni italiane, una legge tale da consentire il recupero del taglio del 10%. Ora sarà presentata una richiesta unitaria da parte di tutti i sindacati.
“Abbiamo contenuto i numeri dei contratti di solidarietà soprattutto nelle aree Manutenzioni e servizi dell’Ilva. L’intesa con l’azienda c'è, ma ora attendiamo risposte dal presidente della Regione Vendola e dall’assessore al Lavoro Caroli per l’integrazione salariale”, ha spiegato il segretario generale della Fim Cisl di Taranto Mimmo Panarelli, che ha partecipato, insieme ai segretari di Fiom (Donato Stefanelli) e Uilm (Antonio Talò) e al coordinatore dell’Usb (Francesco Rizzo), all’incontro con l’azienda per discutere del rinnovo dei contratti di solidarietà (che scade a metà marzo) per i dipendenti dello stabilimento tarantino. E' stato trovato un accordo per il coinvolgimento di un numero massimo di 3579 lavoratori.
“Ma si tratta – aggiunge Panarelli – della peggiore delle ipotesi. Sono numeri, tra virgolette, gonfiati, proprio perchè non vogliamo avere altre sorprese. Voglio ricordare che nel 2013 era stato indicato il numero di 3749 dipendenti, ma contemporaneamente sono stati interessati 1100 lavoratori nel numero massimo. Meglio avere la coperta un pò più larga”. Il segretario della Fim Cisl fa presente, a proposito dei dipendenti dell’area a caldo inseriti nei contratti di solidarietà, che “comunque l’Afo 5 si fermerà a settembre e l'Acciaeria 1 a luglio e c'è l’intenzione di tenere attiva una linea dell’impianto”.
«L'azienda non intende integrare» - E' il governo che «deve farsi carico» dell’integrazione salariale al contratto di solidarietà, ridotta del 10% con la recente Legge di Stabilità restituendo «ciò che ha tolto» attraverso il «rifinanziamento integrale». Lo sottolinea il segretario provinciale di Taranto della Fiom Cgil Donato Stefanelli riferendosi al rinnovo dei contratti di solidarietà, che scadono a metà marzo, per i lavoratori dello stabilimento Ilva di Taranto.
Nel corso dell’incontro di ieri tra azienda e sindacati è stato fissato in 3579 il numero massimo di lavoratori coinvolti, ma non è stato firmato alcun accordo. Quanto all’integrazione salariale, il segretario della Fiom fa presente che «la Direzione Aziendale, in proposito, ha dichiarato che non intende farsene carico per la mancanza di soldi, tacendo su quanto accaduto in Ilva a Taranto dove recentemente, sebbene in gestione commissariale, sono stati discrezionalmente erogati i premi di fine anno spendendo centinaia di migliaia di euro, in continuità con una delle peggiori pratiche del passato».
I sindacati metalmeccanici hanno chiesto alla Regione Puglia di intervenire per garantire l’integrazione del 10% eliminata dalla legge di stabilità. (GdM)

martedì 26 novembre 2013

Verde o marrone? Per i sindacati sempre bellissima!

Una gigantesa scatola di acciaio per contenere le polveri dell'Ilva

Ecco i progetti per la copertura dei parchi minerali dell'Ilva di Taranto. Le foto di come saranno le strutture che dovrebbero salvare la popolazione dalle polveri nocive del siderurgico sono state presentate dalla dirigenza dell'Ilva ai segretari territoriali e provinciali di Fim, Fiom e Uilm di Taranto. Un investimento da oltre 100 milioni di euro per i progetti - per la copertura del parco del gruppo Cimolai di Pordenone  e per i parchi della loppa (sottoprodotto del ciclo di produzione della ghisa, del valore di 35,8 milioni) assegnato alle aziende Somir (capofila), Semat e Bedeschi - illustrati ai rappresentanti sindacali dai responsabili del personale e delle relazioni istituzionali dell'Ilva, Enrico Martino e Domenico Liurgo, in un incontro svoltosi stamani per fare il punto sullo stato di attuazione dei lavori previsti nell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata all'Ilva nell'ottobre 2012.


"Dalle parole - ha dichiarato il segretario provinciale della Fim Cisl, Mimmo Panarelli - si passa ai fatti. L'azienda ci ha presentato il progetto dei parchi primari con la fotografia dell'opera e il progetto dei parchi della loppa. Inoltre la ditta alla quale sono stati assegnati i lavori per i quattro parchi secondari Omo, Calcare e Agglomerato nord e sud, ha precisato di essere già nelle condizioni di realizzare le opere, ma mancano le autorizzazioni del Comune". Il vero problema, osserva Panarelli, "è quello di velocizzare le autorizzazioni perché il rischio è che si allunghino i tempi per intoppi di natura burocratica".
Per i parchi primari, il gruppo Cimolai "ha scritto nella relazione che, una volta ricevute le autorizzazioni, necessita di 20 mesi per realizzare l'opera". Dall'incontro odierno, riferiscono sempre i sindacati, è emerso che l'Ilva ha chiesto ai ministeri competenti anche pareri e autorizzazioni per l'impatto visivo e ambientale che determina la copertura dei parchi. "Era necessario - spiega il segretario della Fim - perché parliamo di un'opera mastodontica: 700 metri di lunghezza, 264 di larghezza e 80 di altezza".
I dirigenti Ilva Martino e Liurgo, al cui fianco c'erano due ingegneri che si occupano degli interventi previsti dall'Aia, secondo quanto riferiscono i sindacati, non hanno fatto alcun riferimento alla copertura finanziaria. "Problemi - ha concluso Panarelli - non ce ne dovrebbero essere. Il commissario Bondi sta facendo tutto quello che deve fare e il discorso delle risorse è legato al piano industriale che dovrebbe essere presentato entro fine dicembre. Non pongono tanta attenzione alle risorse quanto alle autorizzazioni".
I lavori dovrebbero esaurirsi in poco più di due anni. Il cantiere sarà aperto dopo il rilascio delle autorizzazioni amministrative, che dovrebbero arrivare entro tre mesi. Poi sarà avviata la costruzione della mastodontica copertura nella quale saranno impiegate 33mila tonnellate di acciaio, in larga parte prodotte dallo stesso stabilimento tarantino. Un intervento imponente che si è aggiudicato il gruppo leader a livello mondiale attualmente è impegnato nella realizzazione dell'Hub del World Trade Center, nel raddoppio delle paratie del canale di Panama e nella costruzione dello stadio di Brasilia in vista dei campionati mondiali di calcio. (RepBa)


La commessa – che ottempera alle prescrizioni A.i.a. - è stata assegnata con procedura di gara a Bedeschi spa, Semat srl e Somin srl, raccolte in A.T.I.
ILVA annuncia che in data odierna è stato assegnato l’incarico per la costruzione della copertura del parco loppa – sottoprodotto del ciclo di produzione della ghisa – situato all'interno dello stabilimento di Taranto. La realizzazione dell’opera avviene in ottemperanza alle prescrizioni previste dall'Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.).
La commessa, del valore di 35,8 milioni di euro, è stata assegnata tramite una procedura di gara avviata dal Commissario Straordinario dell’ILVA. Le società aggiudicatrici sono la Bedeschi S.p.A., la Semat S.r.l. e la Somin S.r.l. che si sono raccolte in Associazione Temporanea d’Impresa (A.T.I.) per partecipare alla realizzazione del progetto. Le tre aziende sono società con grande esperienza, anche a livello internazionale, rispettivamente nel settore della costruzione di macchinari per la movimentazione di materiali, di opere edili complesse e di attrezzature meccaniche e strutture metalliche.
Oltre alla copertura, le aziende forniranno anche i servizi ausiliari e le macchine di movimentazione che permettono lo spostamento della loppa. La loppa d’altoforno viene stoccata nel parco per essere poi rivenduta da ILVA alle industrie del cemento, grazie alla possibilità del prodotto di essere impiegato in campo edilizio.
La copertura del parco avrà dimensioni di 280 metri di lunghezza, 98 metri di larghezza e un’altezza di circa 35 metri. Il deposito si estenderà quindi su una superficie di oltre 26.000 mq per una capacità di accumulo di 230.000 tonnellate.
I lavori avranno inizio una volta ricevute le necessarie autorizzazioni amministrative.
Con il conferimento di questo incarico, sono stati assegnati gli ordini per 7 su 8 dei parchi coperti da realizzare: Omogeneizzato, Agglomerato Sud e Nord, Calcare 1 e 2, Minerale, Loppa. Per quanto riguarda il parco Fossili/coke il progetto è in fase di stesura avanzata. (Manduriaoggi)

mercoledì 19 giugno 2013

L'altra faccia dell'Ilvadipendenza

Ilva: Taranto, raggiunto accordo su esuberi tra azienda e sindacati

(Adnkronos) - Un accordo e' stato raggiunto questo pomeriggio nel corso di un incontro tra i sindacati dei metalmeccanici e l'Ilva di Taranto sui numeri relativi agli esuberi con ricorso ai contratti di solidarieta' determinati dalla crisi di mercato e dal conseguente fermo di alcuni reparti. In particolare si fermeranno dal 1° luglio per tre mesi il reparto Altoforno 2, le batterie 9-10 e per 15 giorni l'Acciaieria 1 che alla ripartenza avra' un solo convertitore.
Il numero complessivo di esuberi e' comunque leggermente piu' basso rispetto all'accordo raggiunto a marzo al Ministero dello Sviluppo Economico, anche se nei reparti che andranno in blocco, ci sara' un aumento dei contratti di solidarieta' e in particolare si passa da 307 a 464 unita' nell'area altoforno 2 mentre nell'acciaieria si passa da 473 a 600 unita'.
Negli altri reparti gli esuberi in base all'accordo diminuiscono: nella laminazione a caldo si passa da 709 a 684, nella laminazione a freddo da 648 a 495, nei tubifici da 534 a 462, nei Servizi da 561 a 486. Per le Manutenzioni centrali, (reparto ritenuto strategico nella mole dei lavori di adeguamento), dove l'azienda rappresentata oggi dal responsabile del Personale Enrico Martino e dal direttore dello stabilimento Antonio Lupoli, aveva previsto un aumento degli esuberi (12 in piu'), invece i sindacati sono riusciti a spuntare una diminuzione da 441 a 380 circa. Praticamente invariati gli esuberi per gli altri reparti Energia e Sas.
 ''Noi avevamo chiesto di rivisitare l'accordo sui contratti di solidarieta''', spiega all'Adnkronos il segretario generale della Fim Cisl di Taranto Mimmo Panarelli. ''Con l'accordo sottoscritto da un lato abbiamo 282 esuberi in piu' per via delle fermate di impianti ma dall'altro le riduzioni sono pari a circa 400. Complessivamente circa 110 unita' in meno. Abbiamo chiuso con 3640 esuberi rispetto all'accordo di marzo che ne prevedeva 3749 pur in presenza di ulteriori impianti che si fermano e che a marzo non erano previsti''. In genere, come precisa lo stesso Panarelli, si tratta di numeri di massima. Per esempio finora sono state 1300, massimo 1500, le unita' lavorative a utilizzare i contratti di solidarieta'. Naturalmente con le fermate di Afo2, di due batterie e dell'Acciaieria 1 i numeri effettivi aumenteranno. E' stato confermato durante l'incontro che il fermo di tre mesi dell'altoforno 2 verra' utilizzato dall'azienda per mettere a norma l'impianto sulla base di quanto previsto dall'autorizzazione integrata ambientale. Interventi che, secondo il programma, erano invece previsti per l'inizio del 2015. Quindi il fermo, determinato dalla stagnazione di mercato, verra' utilizzato per anticipare i lavori utili per rendere l'impianto compatibile dal punto di vista ambientale. ''E' un fatto importantissimo, nel senso che non sono tre mesi vuoti e persi ma finalizzati alla messa a norma'', conclude Panarelli.

sabato 19 gennaio 2013

Revocato il bluff, pardon, lo sciopero di FIM-CISL

Ilva, terminato sciopero Fim Cisl

''E' stato raggiunto un risultato importante - dice - il massimo che ci potevamo aspettare. Infatti noi avevamo chiesto di incontrare solo la societa'. E invece tutte le istituzioni presenti a Roma e l'azienda hanno condiviso e firmato il documento ''. Panarelli sottolinea il fatto che l'azienda si impegna a una velocizzazione dell'applicazione dell'Aia, ponendo l'unica condizione della rimozione dell'ostacolo del sequestro dei prodotti finiti e semilavorati. Speriamo che, con un po' di buon senso, cio' avvenga. L'azienda ha assicurato che non scappa, che vuole continuare a insistere su Taranto e quindi sugli altri stabilimenti, questo per noi e' importante''. ''Il documento e' importante perche' chiede l'applicazione integrale della legge 231'', dice ancora Panarelli. Sulla legge, approvata dal Parlamento poco prima di Natale, dovra' pronunciarsi la Corte Costituzionale a partire dal 13 febbraio. In quella data verra' discusso il ricorso della Procura di Taranto relativo a un possibile conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Intanto per le prossime ore e' attesa la decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco sulla richiesta di dissequestro dei prodotti da parte dell'azienda. Al giudice, come aveva fatto con il tribunale dell'appello cautelare, che infatti ha accolto la richiesta, la Procura chiede di sollevare una questione di legittimita' costituzionale della legge. Nel documento di ieri ''e' stata inserita'', spiega ancora Panarelli, anche una rassicurazione da parte dell'azienda circa gli stipendi di gennaio che vanno in pagamento entro il 12 febbraio. Stamane la produzione nel siderurgico e' ripresa, dopo che ieri, a causa dell'astensione dal lavoro di molti operai, era caduta ai limiti piu' bassi. A un certo punto sembrava imminente una precettazione da parte del prefetto di Taranto degli operai e degli addetti di fabbrica che garantiscono la sicurezza degli impianti. Vicino ai cancelli rimangono i presidi dei sindacati di base e del Comitato lavoratori e cittadini liberi e pensanti anche loro in agitazione dai giorni scorsi. La produzione e' stata comunque ridotta sia per il blocco di alcuni altoforni (Afo1 e' gia' spento per la ristrutturazione, ma anche Afo 4 e 5 sono rimasti fermi per alcune ore durante lo sciopero) che per la limitazione agli impianti a freddo dovuta sia al blocco dei prodotti finiti e semilavorati che alla crisi di mercato che dura da tempo. ''Nel tardo pomeriggio di ieri a un certo punto - continua Panarelli - si e' parlato di problemi di ordine pubblico ma questi ci sarebbero stati se l'azienda avesse deciso una massiccia cassa integrazione a Taranto e negli altri stabilimenti. Ma questo non si e' verificato. Sono sicuro che ha avuto un ruolo importantissimo nel sollecitare il governo a prendere in mano la situazione anche il prefetto - spiega ancora Panarelli - tanto che al 'tavolo' c'era anche il ministro Cancellieri''.(Adnkronos)