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giovedì 9 luglio 2015

9 luglio 1960. Ilva/Italsider: 55 anni e sentirli tutti!

Un'intera trasmissione di Wikiradio, il programma di Radio Rai 3 che approfondisce eventi particolari e date da ricordare è stato dedicato ai 55 anni dalla posa della prima pietra dell'Italsider di Taranto, il IV polo siderurgico nazionale italiano.
Alessandro Leogrande racconta nascita e sviluppo del "mostro d'acciaio" dalla prima pietra ai giorni nostri.
Buon ascolto!




Qualche cenno storico d'archivio

La storia: il 9 luglio 1960 la posa della prima pietra

TARANTO - «S’inizia una nuova era» titolavano i giornali il 9 luglio del 1960 finita, appena, la cerimonia di posa della prima pietra. Hanno cambiato tante volte nome le acciaierie tarantine: da Ilva a Italsider per tornare, con la privatizzazione e l’avvento di Emilio Riva all’antico: Ilva, il nome latino dell’Isola d’Elba dove gli Etruschi e poi gli stessi Romani estraevano il ferro. E di “terra di ferro”, secondo una definizione cara al poeta-operaio italsiderino Pasquale Pinto, si deve parlare guardando a Taranto nella metamorfosi industriale datata 1959, quando il governo Tambroni dà il via libera alla costruzione del IV centro siderurgico. Vaticinato dalla Dc delle Partecipazioni statali, con un forte marchio di centrosinistra per il crisma dato da Moro e Fanfani al rapporto tra Mezzogiorno e lavoro al Sud. Una svolta economica per Taranto.
Un sindaco dell’epoca, Angelo Monfredi, disse: «Lo avremmo costruito anche al centro della città». I numeri inizialmente gli danno ragione. Nel 1961 Taranto aveva 194mila abitanti; nel 1971 oltre 227mila. In mezzo al decennio la crescita impetuosa dell’acciaio e la fabbrica “bianca”, dominata dal sindacato cattolico Fim Cisl con il carismatico punto di riferimento dell’arcivescovo Guglielmo Motolese. Non a caso, nella notte di Natale del 1968, Paolo VI decide di celebrare messa tra gli altoforni.
Dall’inizio degli anni ‘70 però, la parabola dell’acciaio avvia il suo percorso discendente. Prima si discute di raddoppio dello stabilimento e di “Vertenza Taranto” proprio per compensare la crisi. Comincia a serpeggiare la tesi di «andar oltre la siderurgia», ma il modello dell’industria di Stato, con il corollario assistenzialistico-parassitario, ha preso piede infettando anche il sistema economico e politico locale (le industrie locali dell’indotto non brilleranno mai per autonomia).
È una lunga discesa fino al tracollo e alla vendita dello stabilimento agli inizi degli anni ‘90. Emilio Riva diventa patron dell’Ilva nel ‘95, l’acquisto delle acciaierie si rivela un affare. Cambia il modello produttivo, spariscono assistenzialismo e connivenze politiche dirette, entra in una fase conflittuale il rapporto con i sindacati, si svecchia la classe operaia. Agli inizi degli anni 2000 prende piede la questione ambientale come emergenza. Una prima avvisaglia è lo stop del 2002 alle cokerie dell’ex sindaco Di Bello. Poi gli atti d’intesa e i tentativi politici di ammortizzare lo scontro con gli ecologisti, mentre l’Ilva macina record di produzione (fino a 10 milioni di tonnellate d’acciaio). Il resto è cronaca: dalla legge sulla diossina agli sforzi di compatibilità ambientale degli impianti, all’inchiesta della magistratura su inquinamento e morti. Anche questa una svolta storica. (GdM)

mercoledì 29 ottobre 2014

Eppure era così vicino ai Riva... praticamente un cognato!

Lamberto Dini riscopre l’acciaio di Stato: «Nazionalizziamo se nessuno compra»

«L’Italia non può permettersi di fare chiudere l’Ilva. Deve trovare un compratore e, se non lo trova, deve nazionalizzare lo stabilimento siderurgico di Taranto. Non ci sono altre strade». Lamberto Dini fu il presidente del consiglio che nel 1995 completò la privatizzazione della siderurgia di Stato consegnando l’Ilva a Emilio Riva. Dopo 19 anni, con l’Ilva sotto inchiesta per disastro ambientale e in attesa di un nuovo padrone che ne eviti il fallimento, Dini disegna l’ipotesi di un percorso inverso: un ritorno all’acciaio di Stato. «L’Ilva di Taranto è il più grande e forse il più efficiente centro siderurgico europeo. Non si può permettere che chiuda» dice. Ex direttore generale della Banca d’Italia, più volte ministro e poi premier dal 1995 al 1996, Dini è stato senatore fino al 2013. Ormai fuori dalla politica, a 83 anni continua la sua attività di consulente finanziario ed è presidente dell’advisory board della società Time and Life. «Seguo con grande attenzione le questioni italiane, in particolare quelle economiche e finanziarie».
Presidente, perché ipotizza la nazionalizzazione?«La produzione dell’acciaio deve essere salvaguardata. Serve qualcuno che rilevi l’Ilva. Il problema di oggi, a parte quelli connessi all’intervento della magistratura, è che non ci sono imprenditori o finanzieri italiani disposti a sborsare alcuni miliardi necessari per rilevare l’impianto».
Le trattative per la cessione ruotano in realtà intorno a qualche centinaia di milioni.«I miliardi servono per risanare. Se non si risana, non si produce. Chi ha quattro miliardi? Si pensa a Mittal perché non c’è nessuno in Italia disponibile a rilevare lo stabilimento. C’è anche l’ipotesi Arvedi, che evidentemente pensa a una cordata con soci esteri perché da solo non ce la farebbe. L’ideale sarebbe che l’Ilva rimanesse in mani italiane, ma andrebbe bene anche una mano estera se un piano industriale garantisce il mantenimento dell’occupazione o addirittura l’espansione della produzione. Questo è un impianto da risanare e mantenere in vita. Perderlo sarebbe un errore gravissimo. Quindi o si trova un acquirente o l’ultima ratio è valutare la nazionalizzazione».
Le pare una soluzione percorribile?«Non ci sono ostacoli europei. Subentrerebbe lo Stato come produttore d’acciaio, punto e basta. Ora c’è come commissario nominato dal governo il professor Piero Gnudi, persona validissima. Ha il compito di fare un piano industriale. Ma dove si prendono i soldi per finanziarlo? Il governo Renzi ha approvato un piano area di 1,8 miliardi ma non è precisato da dove debbano venire i fondi. A parte la decisione dei giudici di Milano di assegnare all’Ilva 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva per un’altra inchiesta, serve un compratore disponibile a mettere i soldi necessari a risolvere tutti i problemi. Altrimenti c’è bisogno di un sostegno grande da parte delle autorità pubbliche affinché la magistratura sia soddisfatta e tolga il sequestro facendo tornare lo stabilimento alla normalità».
Se l’immagina davvero, presidente Dini, un ritorno alla fase pre 1995, cioè allo Stato produttore di acciaio?«Guardi, quella non è stata una cattiva gestione. Sull’Iri si può dire molto, ma aveva manager che gestivano bene le partecipazioni statali, almeno in gran parte. Non erano inefficienti. Lo Stato ora trovi le risorse. Siamo di fronte a una questione prioritaria».
Se il management Iri era così competente e l’Ilva funzionava, perché poi si decise di privatizzare un’azienda che era e resta strategica per l’economia nazionale?«Tutto questo è avvenuto nel periodo in cui lo Stato intendeva smettere di fare panettoni e gelati e privatizzare le imprese industriali».
I panettoni non erano strategici quanto l’acciaio.«Il programma era fare uscire lo Stato dall’industria. Anche dalle telecomunicazioni. Oggi è rimasta una partecipazione su Enel, Eni e Finmeccanica, strategica nella produzione di strumenti per la Difesa. Certo poteva andare meglio. Ma avere la sciato l’impianto di Taranto deteriorarsi con le conseguenze note è stato un crimine».
Crede che tutta la fase delle privatizzazioni del 1995 sia stata inevitabile?«Non fu inevitabile: fu una scelta. Se l’acciaio restava nelle mani dello Stato, nessuno poteva dire nulla. Ci sono le Ferrovie, poteva esserci un’industria siderurgica. Le regole della concorrenza europea impediscono gli aiuti, non la gestione. Lo Stato quindi oggi può nazionalizzare la siderurgia, ma deve essere competitivo».
Rifarebbe tutto ciò che fece tra 1994 e 1995?«Nell’insieme, sì. Non ci sono stati altri casi come il caso Ilva».
Fu sbagliato vendere a Riva?«In quel momento i Riva erano affidabili, mostravano di laavere le capacità di gestire anche quella grandissima realtà che è l’Ilva di Taranto. I danni ambientali, i danni alle persone, però, sono un fatto gravissimo. L’espulsione dei Riva da questa realtà è il minimo che si possa fare oggi. Questo è un fallimento grande: i Riva dovevano investire e non creare il problema ambientale che ha portato all’intervento della magistratura e al sequestro».
Si disse nei giorni della privatizzazione: il governo Dini ha privilegiato Riva, lo ha sostenuto per legami parentali o di amicizia...«Io non ho mai avuto alcun rapporto con i Riva, non li ho mai incontrati. Le decisioni prese risalgono al 1994, al governo Berlusconi di cui ero ministro del Tesoro. Nel 1995 ero io a Palazzo Chigi ma avevo un ministro dell’industria molto competente, il professor Alberto Clò. Le decisioni furono del governo, io le avallai. Nel 1995 si completava un percorso cominciato nel 1994. Ora posso parlare con dispiacere di quello che è successo».
Si è detto anche: la magistratura vuole fare la politica industriale. È d’accordo?«No. L’intervento della magistratura è dovuto ai danni ambientali e ai danni alle persone. Si parla di dieci miliardi».
Se ci fosse stata una politica industriale, tutto questo sarebbe successo?«Guardi, non è più il momento di una politica industriale. Solo gli esponenti della Cgil reclamano in piazza una politica industriale. Oggi siamo in un mercato aperto, concorrenziale. Non si possono dare aiuti o sussidi agli imprenditori, l’unico mezzo è la nazionalizzazione di un impianto: questo rientra nelle regole europee. Certo la soluzione di mercato è la migliore. Al momento nessuno in Italia è disposto a farsi avanti per rilevare lo stabilimento Ilva. Mi auguro che qualcuno compri. Oppure ci pensi lo Stato». (CdM)

lunedì 7 ottobre 2013

Per ricordare Antonio Cecere

Alcune riflessioni sulla figura del compagno e d amico Antonio Cecere scomparso sabato 5 ottobre. Un militante comunista, un ingegnere del quarto centro siderurgico di Taranto tra gli anni sessanta ed ottanta. Un uomo di grande generosità e passione umana, di grande dirittura etica e morale.
Un uomo di parte ma sempre di quella giusta, dei lavoratori, della difesa della loro dignità, salute e sicurezza sui luoghi del lavoro.
Egli ha dato tanto nella fase cruciale degli anni settanta al movimento operaio organizzato all’indomani della conquista dello Statuto dei lavoratori e della sua realizzazione. La sua scelta politica e di vita, doveroso ricordarlo oggi, costò alla sua carriera professionale avviata al ruolo dirigenziale in quella azienda.
Nel suo partito si utilizzarono le sue conoscenze e competenze per una comprensione approfondita del ciclo produttivo fortemente parcellizzato nel suo modo interno di organizzare il lavoro. Grazie anche al suo impegno politico nella metà degli anni settanta la figura del tecnico e dei quadri aziendali entrarono, quindi, nella lotta sindacale e politica e contribuirono a realizzare quella grande intuizione che furono i gruppi omogenei dei lavoratori per il cambiamento del modo di lavorare in fabbrica. Si ricomponeva allora, con tecnici come Cecere, una frattura usata dalla proprietà pubblica e privata volta ad isolare la classe operaia ed indebolirne la sua rivendicazione.
Leggendo l’attualità riusciamo a comprenderla meglio nel grande passo indietro che i lavoratori hanno fatto ed il ruolo padronale svolto dalle fasce intermedie oggi. Nel 1976 fece grande scalpore in Italia il fatto che in una delle più grandi aziende italiane, l’Italsider, furono tantissimi i tecnici che sottoscrissero un manifesto a sostegno del voto elettorale al Pci come chiaro segnale di una svolta alternativa nella politica italiana ritenuta allora indispensabile.
Alcuni di loro entrarono negli organismi dirigenti del partito e nelle Istituzioni locali e nazionali. La conferenza nazionale del Pci sulla siderurgia del 1980 a Taranto vede in Cecere uno dei protagonisti. Il suo impegno comunista iniziò nella sezione Lenin dell’Italsider di Taranto e continuò sino ai nostri giorni nelle fila del Pdci.
Giancarlo Girardi


sabato 14 settembre 2013

Correva l'anno della grande perizia...

Noi, figli dell'Ilva
 
Da piccola ero molto spesso a casa di nonna, i miei genitori lavoravano ed io passavo il tempo a giocare in quelle grandi stanze affacciate sul mare di Taranto. Si vedeva tutta la grande rada del golfo da lì: i ‘piroscafi’ e le ‘navi da guerra’, come le chiamava il nonno che fin troppo tempo ci aveva passato sopra; il faro di San Vito e i quartieri che stavano nascendo nelle sue vicinanze, i gabbiani che galleggiavano a pelo d’acqua e a spingere un po’ più in là lo sguardo nelle mattine terse si vedevano anche gli alberi sulle isole Cheradi, per me misteriosissime come la giungla di Salgari.
E quando faceva sera, nella luce rossastra di un sole che annegava dietro i monti della Calabria, si scorgevano le piccole file ordinate di lampare che partivano dalla città vecchia per andare a pescare la notte in mar Grande. Dietro la loro luce incerta, sullo sfondo, l’Italsider. Nonna me lo indicava quasi con orgoglio, ribadendo che fosse “il posto in cui lavoravano papà e lo zio”. Non doveva avere molto chiaro in mente cosa si facesse lì se quando le ho chiesto cosa fabbricassero sotto quelle ciminiere a fasce rosse e bianche lei mi ha risposto: “Le nuvole”. O forse era un modo semplice di non complicare ulteriormente i pensieri di una bambina già fin troppo cassandresca.
Col tempo, poi, ho scoperto che quella stessa risposta sulle nuvole era stata data a tanti altri miei coetanei. Molti di loro con un padre impiegato o operaio di quella che nel frattempo era diventata ILVA, tutti di certo con un parente che trascorreva molto del suo tempo in periferia, nel rione Tamburi, dove il colore predominante è il rosso. Quello di una polvere granulosa soffiata nell’aria dagli sbuffi degli altoforni, che si posa ovunque su guardrail, balconi, cappelle funerarie, abiti stesi ad asciugare. Luccica al sole e, quando piove, tinge e trasforma le pozzanghere in sangue vivo e denso. Entra nei polmoni senza farsi sentire, e li devasta.
Negli anni Ottanta e Novanta facevamo tutti parte di una tribù speciale, noi figli dell’ILVA. All’uscita da scuola il sabato notavi subito il gruppo dei nostri papà che si conoscevano e ci aspettavano assieme, e a volte c’era anche qualche mamma (“Pure le femmine lavorano in fabbrica?”, ci chiedevamo). Avevamo un circolo ricreativo solo per noi sulle colline vicino al mar Piccolo, proprio dietro il luogo in cui producevano le nuvole, dove la domenica ci sfinivamo in gare infinite di altalene, molto difficili da trovare nel resto di Taranto. Non ci siamo mai posti il problema se l’ILVA fosse un gigante buono o cattivo, forse ci siamo anche sentiti privilegiati.  Solo che un giorno abbiamo iniziato a morire.

Prima i fratelli piccoli dei compagni di scuola, troppo frequentemente perché fosse solo un caso. Poi abbiamo imparato a convivere con parole che nei cartoni animati di “Esplorando il corpo umano”, invece, non pronunciavano mai: cancro, nodulo, tumore maligno, enfisema, malato terminale, leucemia, rianimazione. L’età della nostra innocenza è finita così, sbattendo contro il muro di una realtà all’improvviso impossibile da capire e da gestire, e la rassegnazione che coglievamo negli occhi degli adulti ci smarriva ancora di più: ammetteva la colpa latente e nascosta, forse sofferta, di aver sacrificato il destino di una città di pescatori sull’altare della grande industria, che da quelle parti non c’entrava proprio nulla.
E dai volti dei genitori abbiamo compreso presto che anche le dinamiche in azienda stavano cambiando, perché l’arrivo del nuovo padrone aveva sparigliato le carte fino a sopprimere e trasferire al nord interi reparti di produzione e a rinchiudere i lavoratori dissidenti nella cosiddetta “palazzina LAF”, di cui tutti sapevano ma parlavano a mezza bocca.
Sono passati molti anni da allora e la netta maggioranza di noi ha lasciato lo Ionio diciannovenne per andare a studiare in altre città senza più tornare: qualcuno ci ha chiamati delfini erranti, riprendendo l’animale cavalcato dall’eroe greco Taras sullo stemma della città. Mentre si continuava a morire a centinaia ogni anno (vedi le conclusioni della perizia epidemiologica da poco depositata (http://download.repubblica.it/pdf/repubblica-bari/2012/conclusioni.pdf), un’intera generazione è emigrata in cerca di occasioni migliori, facendo mancare il suo sostegno alla lotta contro l’avvelenamento e sulla città ha pesato un silenzio immobile, squarciato solo dalle cronache giudiziarie che hanno coinvolto la quasi totalità degli esponenti delle giunte comunali che si sono susseguite.
Almeno fino al 28 novembre 2009, quando una nuova onda di attivisti consapevoli ha organizzato una grande manifestazione cittadina dando finalmente origine ad un movimento condiviso di attenzione per la tutela delle politiche ambientali (http://www.youtube.com/watch?v=-t1XkBTdwsw&feature=related): ottime intenzioni e programma conditi però da forti polemiche politiche, che hanno finito col compromettere il risultato della lista civica alle recenti elezioni amministrative. Una battuta d’arresto che non fiaccherà il movimento, c’è da crederlo. Si continuerà a chiedere a gran voce salute per i figli e giustizia per chi non c’è più e in prima fila saranno ancora le donne, il cuore pulsante della protesta immortalato nel pluripremiato documentario della regista leccese Valentina D’Amico: “La Svolta. Donne contro l’ILVA”  (http://lasvoltadonnecontroilva.wordpress.com/).
E proprio di una donna e di incredibile speranza sa, infine, la storia della biblioteca del quartiere Tamburi, il più colpito dall’inquinamento. Un’area in cui palazzi sono cresciuti a caso, pedine sparpagliate su una scacchiera in saliscendi che meriterebbero almeno una ripassata di vernice. Non ci sono parchi e giardini perché le piante resisterebbero poco all’assalto dei fumi nocivi, come dimostrano impietosamente i campi di sterpaglie che circondano il quartiere.
Carmen Motolese abita lontano da qui ma per ventidue anni ha insegnato arte in una scuola del rione: ne conosce bene il tessuto e le dinamiche e la sua cattedra è un luogo d’ascolto da cui intercettare disagi e necessità. Lei svela il bagliore di Monet, i suoi allievi raccontano la luce fioca dei lampioni sull’asfalto e le fiamme che si levano di notte dalle ciminiere. Questi ragazzi non hanno posti in cui incontrarsi che non siano le strade. Non ne hanno avuti neppure da piccoli, ché le aree giochi per i bambini, negli anni, sono state costruite e poi distrutte sistematicamente dai vandali.
L’ultima è stata finanziata interamente da alcuni commercianti di zona, perché il Comune non ha i fondi necessari per un’operazione del genere.
A partire dal 2002 Carmen ha bussato alla porta di istituzioni pubbliche, enti locali, professionisti privati, famiglie fino a raccogliere 14.000 volumi e ad ottenere dalla Caritas l’uso di alcuni locali del centro polivalente ‘Giovanni Paolo II’: sono diventati la biblioteca “Marco Motolese”, dedicata al figlio strappato via da un’auto in corsa quindici estati prima.
L’associazione culturale che oggi porta il suo nome promuove il libro e la lettura, la solidarietà e la beneficenza e ogni anno organizza il convegno ‘I Giovani ed il Libro’, elargisce due borse di studio per gli studenti più meritevoli e ha destinato altri 500 libri al reparto di Pediatria dell’Ospedale SS. Annunziata, nel centro storico di Taranto.
Piantiamo semi sul cemento, sì. E fioriranno.
Le foto sono di Vanni Ninni, il manifesto è di Nicola Sammarco.
Questa riflessione non sarebbe stata possibile senza il lavoro di ZeroViolenzaDonne.
A tutti voi, grazie. (Astridrome)

mercoledì 29 maggio 2013

La memoria dei Prodi per l'Ilva

Ilva: caro Prodi, a Taranto ha sbagliato lo Stato non i cittadini
 
La memoria di Romano Prodi vacilla. In un colloquio con Il Fatto Quotidiano (28/5/2013), l’ex premier Romano Prodi sottolinea che l’Ilva di Taranto “era un bello stabilimento, tra l’altro isolato dalla città. E’ stata la città ad andare addosso all’Ilva, non l’Ilva addosso alla città. Quando andavamo allo stabilimento, percorrevamo chilometri e non c’era una casa. Se la gente non fosse andata ad abitare lì, così addosso all’acciaieria – conclude – forse non sarebbe stata così aggredita dall’inquinamento”.
Prodi ricorda male distanze, luoghi e circostanze. Le case più vicine allo stabilimento sono infatti quelle di via Lisippo. Sono andato a verificare l’anno di costruzione di quelle case: 1956. La posa della prima pietra dello stabilimento Italsider risale invece al 9 luglio 1960. Quindi quelle case esistevano prima della fabbrica.
Come l’ex ministro Clini, anche Prodi crede che siano le case ad essere state costruite dopo le ciminiere e terribilmente vicine ad esse. E’ tutto il contrario!
E’ lo stabilimento ad essere stato costruito dopo le case, a 135 metri dalle più vicine. Quelle case vicino a cui sono sorte le ciminiere esistevano pertanto già prima e sono, per di più, frutto di edilizia pubblica e non certo di abusivismo edilizio.
Oltre ad inventare gli inesistenti 40 mila posti di lavoro all’Ilva questi politici inventano anche la storia di Taranto, capovolgendola.
Ripeto: nessuna casa nel quartiere Tamburi è stata costruita abusivamente a ridosso del muro di cinta dello stabilimento. 
Prodi vada a Taranto e verifichi di persona. Vedrà che le ciminiere sorgono purtroppo anche accanto al cimitero del quartiere Tamburi e non è stato certo il vecchio cimitero a sorgere abusivamente “dopo”. Tutto esisteva prima: basta vedere le lapidi.
E’ assurdo dare la colpa alla gente per errori compiuti invece da politici e da ingegneri privi di conoscenze ambientali. A sbagliare furono i dirigenti delle Partecipazioni Statali che autorizzarono la costruzione dello stabilimento siderurgico di Taranto “al contrario”: l’area a caldo (la più inquinante) venne infatti realizzata vicino alla città e l’area a freddo (la meno inquinante) fu posizionata a maggiore distanza dalle case. Assurdo!
Basta guardare la cartina della disposizione degli impianti per vedere che parchi minerali, cokeria e agglomerato sono la linea più avanzata  verso il fronte urbano, e da lì fuoriescono rispettivamente le polveri (parco minerali), il benzo(a)pirene (cokeria) e la diossina (agglomerato).
L’errore clamoroso di costruire al contrario il centro siderurgico di Taranto è un’altra cosa che Prodi ci potrebbe spiegare, se ne è capace, dato che definisce quella fabbrica “un gioiello”.
A sbagliare a Taranto non è stata la gente, ma chi ha governato. (A. Marescotti - FattoQuotidiano)

giovedì 11 aprile 2013

Ancora cronache dal "futuro tarantino"

Napoli, sequestrata l’area di Bagnoli: “Disastro ambientale e truffa”


Le aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli, sono state sequestrate dai carabinieri nell’ambito di un’indagine della procura di Napoli che ipotizza una situazione di disastro ambientale. Indagati 21 ex dirigenti di vari enti locali e della società Bagnolifutura, che si è occupata di recuperare e bonificare l’area.
L’inchiesta è condotta dal pm Stefania Buda con il coordinamento dei procuratori aggiunti Francesco Greco e Nunzio Fraiasso. I pm hanno chiesto e ottenuto l’emissione di un’ordinanza che dispone il sequestro preventivo di un’ampia area, compresa la cosiddetta ‘colmata’ di Bagnoli. Gli esami tecnici disposti dagli inquirenti hanno accertato un notevole inquinamento dell’area: gli interventi di bonifica, secondo la procura, avrebbero aggravato la già difficile situazione ambientale.
La bonifica, costata 107 milioni di euro, non solo è stata solo “virtualmente effettuata”, ma secondo la procura ha di fatto “comportato una miscelazione dei pericolosi inquinanti su tutta l’area oggetto della bonifica con aggravamento dell’inquinamento dei suoli rispetto allo stato pre bonifica”. Alla luce dei rilievi dei consulenti tecnici, sono stati ipotizzati i reati di disastro ambientale, truffa ai danni dello Stato “in relazione all’illecita percezione di denaro pubblico”, falso in merito alle certificazioni di analisi e alle attestazioni di avvenuta bonifica, la miscelazione di rifiuti industriali in relazione all’avvenuto interramento di rifiuti industriali nell’area del Parco dello Sport, il favoreggiamento reale.
Oltre ai presidenti e direttori generali pro tempore della Bagnolifutura spa e del Ccta (laboratorio interno della Bagnolifutura), sono coinvolti anche i rappresentanti pro tempore di tutti gli enti pubblici che si sono occupati a vario titolo del procedimento di bonifica del sito, quali l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, i dirigenti Arpac, il dirigente della Provincia, il coordinatore del dipartimento Ambiente del comune di Napoli, i legali rappresentanti ed i tecnici delle ditte esecutrici dei lavori di bonifica, la direzione lavori. Tra gli indagati ci sono due ex vicesindaci del capoluogo campano: Sabatino Santangelo, presidente della Bagnolifutura fino al 2006, e Rocco Papa, presidente della Bagnolifutura dal 2006 al 2010, entrambi vicesindaci di Napoli in giunte presiedute da Rosa Russo Iervolino.
Le vicende legate alla bonifica delle aree di Bagnoli sono avvenute “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse – sostengono i pm – tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. Secondo le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Napoli e del Noe, “l’interscambio dei ruoli tra controllori e controllati e il conflitto di interessi degli enti pubblici”, insieme al comportamento dei soggetti responsabili della vigilanza sulla salvaguardia ambientale hanno determinato “il progressivo scadimento degli obiettivi di bonifica e dei controlli ambientali, causando un disastro ambientale”. In particolare, sempre secondo l’accusa, gli organismi di vigilanza hanno avallato le scelte procedurali di Bagnolifutura.
Con il provvedimento di sequestro delle aree il gip del capoluogo campano ha disposto “un dettagliato piano di interventi finalizzato a un’adeguata bonifica e messa in sicurezza” della zona. Il quartiere di Bagnoli un mese fa è stata interessata dall’incendio che ha distrutto la Città della Scienza. (FattoQ)

lunedì 13 agosto 2012

Soldi pubblici, vizi privati: il forziere dei Riva

IL PUNTO DI MARIO MOLINARI (Savonanews)

Ilva "eccellenza italiana" con € 164.400.000 di capitale sociale in Lussemburgo

Ma in arrivo ci sono 336 milioni di Euro pubblici per bonificare i danni degli impianti (privati) Il notaio Lussemburghese? Ironia della sorte: Monsieur Hellinckx, lo stesso di Nucera e Geotea
Leggendo l'accattivante brochure del Gruppo Riva si avverte la fragranza di "una storia italiana", una specie di mulino bianco dove si macina carbone per colare l'acciaio da vendere. Per guadagnare soldi, semplicemente.
L'ILVA è stata "privatizzata" dalla vecchia Italsider, dove navigò il buon Gambardella della Margonara. Italsider fece senz'altro un buon affare vendendo Ilva ai Riva, tanto che i Riva ci cavarono palate di miliardi, a quel punto privati.
Grati, investirono così tanto per non appestare il luogo, che la magistratura, nonostante ogni tipo di tentativo di portar dalla loro stampa e controllori, anche facendo perder la faccia ad una persona perbene come l'ex prefetto Bruno Ferrante, gli sequestrò lo stabilimento.
L'ilva è controllata totalmente dai Riva, attraverso la RIVA FIRE Spa, dove "FIRE" non sta per fuoco in inglese ma per una cosa tipo Finanziaria Industriale Riva Emilio.
Ed è con questo nome che all'inizio della vicenda provammo a vedere se esisteva nel paradiso fiscale europeo per eccellenza - il Lussemburgo - senza successo. Bene, pensammo. almeno qualcuno che sta davvero in Italia, anche fiscalmente.
Poi fummo colti da un pensiero: ma vuoi veder cosa combina il senso d'onnipotenza? E cercammo nel Granducato fiscale - banalmente - alla voce "ILVA"
ed eccola lì,
ILVA INTERNATIONAL S.A. costituita il 05/02/2004, in rue de la chapelle (la strada della cappella) pure al civico 17
tra
1) ILVA SpA, ayant son siège à Viale Certosa 249, I-20151 Milan rappresentata da Monsieur Michel Comblin, conseil fiscal, demeurant à Glabais (Belgique), en vertu d’une procuration sous seing privé, lui délivrée à Milan, le 5 décembre 2003.

2) PARTICIPATIONS ET FINANCEMENTS EXTERIEURS S.A., en abrégé PARFINEX S.A., ayant son siège à L-1325 - Luxembourg, 17, rue de la Chapelle, ici représentée par Monsieur Claude Zimmer, conseil fiscal, demeurant à Luxembourg
Per un totale di 16.440.000 actions de EUR 10 chacune, totalisant EUR 164.400.000

Centosessantaquattro milioni di Euro, oltre trecento miliardi di vecchie £ire. Non esattamente una mancia pro forma per una scatola vuota.
Si, ma i Riva che c'entrano? Leggiamo oltre alla voce Amministratori
2. Sont appelés aux fonctions d’administrateur non rémunéré:

a) Monsieur Fabio Riva, entrepreneur, né à Milan, le 20 juillet 1954, demeurant professionnellement à I-20151 Milan, Viale Certosa 249.

b) Monsieur Angelo Riva, industriel, né à Milan, le 19 octobre 1966, demeurant professionnellement à L-20151 Milan Viale Certosa 249.

c) Monsieur Hans-Hinrich Muus, conseiller d’entreprise, né à Hamburg, le 13 octobre 1937, demeurant à D-20148
A rivedere i conti una vecchia conoscenza come DELOITTE & TOUCHE S.A.
E il notaio che redige l'atto? Naaaa: Henri Hellinckx, lo stesso della GEO di Nucera e della Geotea (Ecosavona & Bossarino) di Bagnasco
Bravi tutti. 
In appendice:
Tra il 1994 e il 1995, a cavallo tra i governi Ciampi, Berlusconi I° e Dini va in porto la privatizzazione dell'ILVA (che dopo aver aperto il bijoux di Taranto cambiò il nome in Italsider)
Erano appena trascorsi gli anni belli di Giovanni Gambardella, che tentò la Margonara. Il Corriere della Sera nel 1993 ricorda così:
"Celebri manager pubblici e privati, una volta rimossi da poltrone di prestigio, si mettono in proprio e ricominciano, si fa per dire, da zero. E cosi' ha fatto in sordina anche Giovanni Gambardella, l' ex amministratore delegato dell' Ilva travolto dalle perdite della siderurgia pubblica."
archiviostorico.corriere.it/1993/agosto/11/rispunta_Gambardella_messo_proprio_co_0_9308115220.shtml
Condensando in una riga: lo Stato sbologna l'Ilva, i Riva se la acchiappano. Chi avrà fatto l'affare. Segue uno schema dei dati economici del Gruppo Riva nei quali curiosamente il Lussemburgo pare proprio non compaia. Fonte: il Gruppo Riva
ma se l'ITALSIDER era così in perdita... com'è che, passata ai Riva...
 




venerdì 11 maggio 2012

Ancora un processo

Morti per gas tossici e amianto, Dirigenti Ilva sotto accusa. Via all'udienza preliminare: 30 gli imputati in aula. Accusati di aver provocato il decesso di 15 operai È cominciata a Taranto l'udienza preliminare a 30 dirigenti dell'ex Italsider e attuale Ilva, accusati di aver provocato, sino al 2010, la morte di 15 operai che si sarebbero ammalati lavorando in luoghi sprovvisti di adeguate misure di sicurezza per la presenza di gas tossici e amianto. Tra gli imputati, il patron dell'Ilva Emilio Riva, suo figlio Fabio, e manager della gestione statale del Siderurgico quali Giovanni Gambardella e Sergio Noce e l'attuale direttore generale di Finmeccanica, Giorgio Zappa. GLI IMPUTATI - Tra gli imputati figura anche l'attuale direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso. A tutti vengono contestati i reati di disastro colposo, omicidio colposo e omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro. Secondo quanto indicato nel capo d'imputazione, in quegli ambienti «si diffondevano vapori e/o gas irrespirabili o comunque tossici», mentre «in quelli nei quali si sviluppavano odori, fumi e polveri di qualunque specie» non sarebbero stati adottati «provvedimenti atti ad impedire o ridurre lo sviluppo e la diffusione delle polveri-fibre di amianto». Nell'udienza odierna, dinanzi al gup Giuseppe Tommasino, si sono costituiti parte civile 28 eredi delle vittime, la Cgil e l'Inail. Il pubblico ministero Raffaele Graziano ha depositato nuova documentazione e gli imputati hanno chiesto 'termini a difesà. Le prossime udienze sono fissate per l'8 e il 15 giugno. I decessi, secondo l'accusa, sarebbero da attribuire a malattie quali il mesotelioma pleurico, il mesotelioma peritoneale e il cancro al polmone, correlabili con l'esposizione professionale all'amianto. (CdM) Si tratta di un procedimento diverso rispetto a quello iniziato il 17 febbraio nei confronti di quattro dirigenti dell'Ilva sul presunto inquinamento dello stabilimento siderurgico. Su tale questione e' in corso un articolato incidente probatorio, scaturito da una relazione dei periti della Procura che hanno stabilito una correlazione tra l'inquinamento e la morte di persone a Taranto, in particolare nel quartiere Tamburi.

domenica 1 agosto 2010

Rimbalzi in rete..

TARANTO: ILVA E VELENI. INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA

Cinquant’anni fa per Taranto iniziava un sogno, il capoluogo ionico era stato scelto come sede del quarto centro siderurgico del paese e la città intravide in questa decisione la possibilità di superare la forte crisi occupazionale che viveva in quegli anni e l’opportunità di diventare un importante centro economico per la regione e per tutto il Mezzogiorno. Per guadagnarsi questa opportunità, Taranto dovette battere l’agguerrita concorrenza di Bari e ci riuscì anche grazie al sostegno degli onorevoli Giorgio Napolitano ed Emilio Colombo, rispettivamente membri del PCI e della DC.
La prima pietra dell’impianto fu posta il nove luglio del 1960, ma in questo mezzo secolo il sogno di Taranto non si è mai realizzato. Si è infranto, e nei tarantini ha generato risentimento verso quel mostro che con una mano sfamava (nel 1982 nella fabbrica lavoravano più di 29 mila persone) e con l’altra avvelenava.
Sì, avvelenava. E’ questo che sostengono il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio e il procuratore aggiunto Pietro Argentino che hanno messo sotto inchiesta Emilio e Nicola Riva, padre e figlio (il primo ha ceduto al secondo la presidenza dell’Ilva da pochi mesi), Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, e Ivan Di Maggio, responsabile del reparto cokerie. Sono ipotizzati reati di avvelenamento colposo di sostanze alimentari, disastro ambientale colposo, getto pericoloso di cose e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.
Un incidente probatorio cercherà di chiarire a quanto ammontano le emissioni di benzoaapirene, di policlorobifenili (sostanze simili alle diossine) e di altri inquinanti. Emissioni a cui la città è stata esposta per decenni, una città che oggi assiste arrabbiata ad un continuo aumento di casi di tumori, alle tracce di diossina trovate nel latte materno di molte donne, alla contaminazione di animali e sostanze alimentari, ai numerosi incidenti sul lavoro, ad un orizzonte continuamente sporcato dai fumi dello stabilimento.
E la rabbia non fa che aumentare da quando le famiglie sfamate dall’Ilva non sono più così tante come negli anni ottanta. Attualmente nello stabilimento lavorano circa 12 mila operai diretti e 5 mila dell’indotto, ma da quando c’è la crisi la metà di questi 17 mila lavoratori sono in cassa integrazione.
E ancora più arrabbiati sono gli abitanti del quartiere Tamburi. Lì, a pochi passi dallo stabilimento e soprattutto a pochi metri dalle alte montagne di coke, polvere di carbone sottilissima che il vento porta nelle case, nei piatti e nei polmoni degli abitanti dei Tamburi. Sono abituati a convivere con questa polvere che chiamano u mineral – il minerale – che ogni mattina cercano di buttare fuori dalle loro case e ogni mattina inesorabile rientra.
Così da cinquant’anni. Così fino ad oggi, fino all’ordinanza emessa dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, il 23 giugno scorso con la quale, a causa dell’accertato superamento della Concentrazione di Contaminazione e di Rischio, si vieta l’accesso alle aree verdi dei Tamburi. I bambini del rione non potranno più giocare nei giardini, niente più orde di bimbi urlanti che si rincorrono o che giocano a pallone, il quartiere è contaminato.
Ogni bambino come sogno più elementare ha quello di poter giocare, magari all’aria aperta. In questa estate bollente, senza la scuola, nel rione popolare dei Tamburi i bambini non potranno passare le serate nel giardino sottocasa, rischierebbero gravi danni per la salute. E così l’Ilva, dopo aver infranto il sogno di due generazioni di tarantini, infrange quello di chi rivendica solo il diritto di essere un bambino. (P. Demilito, Mediapolitika)

venerdì 21 maggio 2010

Una FIOM da credere??

IRI: OMICIDIO PLURIMO E DISASTRO AMBIENTALE.

Il 1° giugno il Processo per “omicidio plurimo” e “disastro ambientale”
contro 19 alti dirigenti dell’ILVA pubblica.
FIOM- CGIL parte civile.
“Processo storico più grande e significativo di quello di Porto Marghera”

Si preannuncia come il processo-svolta, addirittura più grande ed imponente di quello di Porto Marghera, quello che tra pochi giorni vedrà alla sbarra nelle aule del Tribunale penale di Taranto, 19 altissimi dirigenti dell’ex IRI, quella che guidava all’epoca dei fatti (dal ’65 al ’95 –ndr) il grande impianto siderurgico di Taranto.
Si comincia il 1° di giugno – dice Massimiliano Del Vecchio, l’avvocato che insieme alla FIOM CGIL Nazionale e tarantina e insieme alla CGIL, ha costruito l’impianto per la costituzione di parte civile del sindacato nel processo per “omicidio colposo plurimo” e “disastro ambientale”.
Una scelta quella del sindacato nazionale e locale – spiega Rosario Rappa, segretario della FIOM di Taranto – che non tende a difendere gli interessi dei lavoratori iscritti, ma l’interesse più grande e collettivo della salute di tutti i lavoratori e cittadini.
La conferenza stampa indetta stamattina da CGIL e FIOM ruota tutta intorno a questi due temi: il rapporto tra fabbrica e territorio e la tutela della salute e dell’ambiente.
Ma la FIOM non è più disposta a rimanere nell’ombra e comunica le azioni messe in campo, invitando al tavolo della conferenza stampa niente di meno che il numero due della FIOM nazionale, Maurizio Landini.
Mentre c’è un mondo che parla e straparla – dice Rosario Rappa – noi contro l’inquinamento, contro gli omicidi sul lavoro, contro le malattie professionali e contro gli infortuni, ci siamo mossi giuridicamente. In un clima da parolai noi facciamo i fatti e ci siamo costituiti in tutti i processi contro l’ILVA pubblica (dal ’65 al ’95 – ndr) e l’ILVA privata (dal ’95 ad oggi – Processo per l’”omicidio” di Antonino Mingolla - ndr).
La FIOM vuole collaborare all’accertamento della verità – dice Del Vecchio – e porta a patrimonio del processo la grande storia di riconoscimenti, battaglie, ma anche consulenze ambientali e mediche ad esempio effettuate sui prelievi ematici e gli escreti dei lavoratori dell’ILVA.
Dati, dunque. Preziosi più che mai anche per eventuali richieste di risarcimento dei danni.
Ma il processo del 1° giugno traccia anche un confine etico. Fondamentale per il sindacato.
I reati di omicidio plurimo e disastro ambientale sono aggravati dalla presenza di un motivo che il dispositivo del Giudice per l’udienza preliminare considera “futile” – specifica l’avvocato Del Vecchio - ovvero il profitto economico. E’ per questo che questo processo si preannuncia storico nell’ambito del diretto penale del lavoro. Di portata ancora più ampia – dice Del Vecchio - rispetto a quello di Porto Marghera.
Uno spartiacque tra il diritto e il mercato. Una traccia che la FIOM tende a rimarcare con forza.
Noi non siamo mai stati fermi – dice Luigi D’Isabella, segretario generale della CGIL di Taranto – e a testimoniarlo ci sono vent’anni di dati e ricerche epidemiologiche, di cause intentate dalla FIOM, dal nostro patronato INCA, dai legali della CGIL e di centinaia di risarcimenti e riconoscimenti per patologie un tempo non connesse al lavoro. Rivendico con forza tutto il lavoro svolto in sordina sinora da chi non ha mai abbandonato la trincea ed è rimasto in fabbrica, ha ascoltato i lavoratori, si è battuto in Tribunale, mentre c’era chi commentava caso mai qualche dato ambientale vecchio di due anni comodo davanti al monitor del suo PC.
Un processo, dunque, figlio di un impegno antico, costante.
Siamo state sentinelle silenziose – rimarca Rappa – ma abbiamo anche fatto tesoro dei racconti degli operai, di quel “sapere operaio” che oggi sembra irrilevante, ma attraverso il quale noi abbiamo costruito la piattaforma di diritti che oggi ancora con più forza rivendichiamo.
Ma ora il sindacato parla e lo fa a gran voce.
Noi ci siamo costituiti parte civile – dice ancora il segretario della FIOM jonica – e siamo stati gli unici. Forse perché ce lo possiamo permettere. Siamo liberi e non siamo sul libro paga di nessuno. Ma non intendiamo fermarci alla parte repressiva del reato, vogliamo poterlo prevenire.
Abbiamo varato un Piano Straordinario per i nostri delegati e nostri responsabili per la sicurezza – spiega Maurizio Landini, numero due della FIOM nazionale – consapevoli di un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro all’interno della fabbrica. Ma contiamo di formare nuove RLS e chiedere l’introduzione di Responsabili per la sicurezza speciali in grado di svolgere ruoli di controllo e segnalazione anche sulle tematiche ambientali.
Torna il “sapere operaio” e la centralità dei lavoratori. In questo Landini fa riferimento al Referendum.
Noi in questi giorni stiamo raccogliendo le firme per una proposta di Legge di iniziativa popolare per consentire ai lavoratori di poter esprimere direttamente la propria opinione su argomenti che li riguardano, vedi contratti o altro – dice Landini – per questo sappiamo quanto sia importante un Referendum, sempre che non sia un bluff o un imbroglio. L’importante che non sia un altro momento per fare chiacchiera tanto poi decidono gli altri.
Un riferimento al Referendum per la chiusura parziale o totale dell’ILVA che Rappa e D’Isabella esplicitano meglio.
Mettiamo vinca il Si – dice D’Isabella – va detto ai cittadini che nello schema del Referendum tutto torna nelle mani del Comune che entro 60 giorni dovrebbe decidere. Peccato che il Comune non abbia questo potere!
I cittadini saranno chiamati a dare il loro giudizio, ma per farne che – incalza Rappa.
Peccato che noi e molti ambientalisti condividiamo le stesse preoccupazioni – specifica D’Isabella – ma così la città rischia di dividersi su un tema difficile da rappresentare con un netto “si” o un netto “no”.
Lavoriamo insieme su un percorso comune – termina Rosario Rappa – per Leggi che vincolino, che sanzionino, condannino i reati contro la salute e l’ambiente, ma che consentano anche di mantenere standard produttivi ed occupazionali per una azienda che rappresenta, non dimentichiamolo, anche eccellenza di prodotto e di persone.
Subito dopo la conferenza stampa Maurizio Landini e Rosario Rappa si sono recati davanti alle portinerie dell’ILVA di Taranto per informare i lavoratori e distribuire materiale informativo circa le iniziative messe in campo dalla FIOM all’indomani dello sciopero sull’integrativo. (Radiofiom)

mercoledì 21 aprile 2010

Com'eravamo...

Italsider, Taranto, intervista agli operai sulla sessualità, episodio 5 del servizio:
Italiani allo specchio - Viaggio dal Nord al Sud attraverso l'Italia - realizzato nel 1983 da Lino De Fra e Cecilia Mangini - Tra giovani e vecchi di ogni classe sociale, alla scoperta di tutti gli aspetti legati all'amore. L'inchiesta si propone di scoprire i mutamenti di costume avvenuti nel paese durante il tempo.

martedì 5 gennaio 2010

Nella storia dei lavoratori

"...
[Dall'Italsider di Taranto]

All'Italsider ogni giorno
noi diciamo di non far ritorno
c'è il rimborso per la salute
ma la vita chi ce la ridà

Ama chi ti ama
non amare chi ti vuol male
specialmente il caporale
e i padroni che sfruttano te
..."

Giovanna Marini canta nella serata di sostegno alla lista PerUnaltracittà Ornella De Zordo Sindaco a Settignano (FI) il 15 maggio 2009

venerdì 18 dicembre 2009

Sopravvissuto "All'ombra della grande fabbrica"

... e pensare che Taranto gli ha aperto gli occhi!

La Grande Fabbrica. Gennaro e gli anni all'ombra delle ciminiere di Bagnoli

Costretto dalla malattia su una carrozzina, Morra racconta in un libro la lunga stagione dell'Italsider e della dismissione dell'impianto. E di un quartiere

La fabbrica sul mare di Coroglio. Le ciminiere con le colonne di fumo, il suono delle sirene in piena notte, l´odore pesante del metallo rovente, il boato delle lastre di ghisa tuffate nell´acqua. Gennaro abita ancora lì, a Cavalleggeri, di fronte a quello scheletro di ruggine che oggi è l´ex Italsider. Ma ora quei rumori non li sente più. «Dal balcone di casa vedo il mare. E ancora mi sorprendo». Sono passati più di dieci anni dalla dismissione dell´Ilva ma Gennaro quell´immenso cantiere non lo dimentica. Anche se ha 37 anni e non ci ha mai lavorato. Ne ha però respirato i ritmi. Di notte, nel suo letto. Di giorno, seduto sulla sua carrozzina, compagna fedele sin dalla nascita.
Gennaro Morra è un ragazzo brillante con cui la vita non è stata clemente. Una lesione al cervello durante il parto lo inchioda ad una carrozzina con una tetra paresi spastica. A 17 anni, un linfoma di Hodgkin lo costringe a molti anni di chemioterapia. Ma sul volto sempre aperto al sorriso, le ombre di tante battaglie non si vedono mai. «Perché le ho vinte» dice, mentre lo sguardo gli si illumina. L´ultima conquista è un libro. "All´ombra della grande fabbrica" con prefazione di Giustino Fabrizio, (Cicorivolta edizioni, oggi la presentazione alle 18.30 all´Open Center di Pozzuoli in via Celio Rufo, 20), in cui Gennaro mescola vita personale e rivoluzione del quartiere di Bagnoli, all´indomani della chiusura della fabbrica. Una scrittura agile, leggera, una narrazione ben costruita. Da cui trapela una passione, la scrittura. Per lui l´ennesima prova. La malattia non gli consente di usare le mani che, ironia della sorte, sono lunghe e bellissime. Costretto a continui spasmi, non riesce a star fermo nemmeno un minuto. Lui, però ha aggirato l´ostacolo. E ha scoperto un metodo tutto suo per la videoscrittura: usa la tastiera con il naso, riesce così a usarla senza il mouse. «Questione d´abitudine» minimizza. Così ha scritto il suo libro. Lo spunto, un articolo scritto su Repubblica qualche anno fa, il libro riporta lo stesso titolo di quel pezzo pubblicato allora. L´argomento, Bagnoli e l´Italsider. «La fabbrica ha avuto per tutti un valore ambivalente. Ha dato lavoro alle famiglie e dall´altra parte le ha uccise. Non saprò mai se il linfoma che mi ha colpito è dipeso dall´aria che ho respirato in quegli anni. Certo è che l´altra sera seguivo un documentario sulla fabbrica di siderurgia a Taranto. E si parlava proprio del linfoma di Hodgkin, diffuso tra chi vive vicino all´industria».
Ora quei tempi sono lontani. Gli amici di famiglia che perdevano il lavoro, i compagni di scuola che raccontavano dei genitori al collasso, il quartiere che perdeva identità e così la gente. Lo spaesamento si ritrova tutto nelle pagine del libro. Mescolato alla vita a ostacoli di Gennaro. Prima la malattia da bambino. Che gli impone «una conquista per ogni cosa», a partire dalla scuola. Poi il nuovo nemico da combattere, il linfoma. Alla fine la vita nuova, il lavoro da webmaster, gli amici, la scrittura. Tutto "all´ombra della fabbrica", nello stesso quartiere, la Cavalleggeri operaia degli anni Settanta e Ottanta, quella senza fisionomia degli anni Novanta. Che ora Gennaro sogna di lasciarsi alle spalle. «Sogno una casa nel centro storico. Mi piace andare la sera in discoteca, al pub. E non posso farlo dove abito. A Cavalleggeri ci vai a dormire ma non puoi viverci». Ora sta ricominciando a scrivere, una specie di impresa tenere la penna tra due dita «lo faccio perché non voglio tirarmi indietro quando mi chiedono di autografare il libro». Un altro modo di combattere la sua diversità. Ma non ci si stanca sempre sul campo di guerra? «No, non desidero una vita tranquilla, che noia, non potrei sopportarlo. Voglio conquistarmele le cose, non importa che ci sia la fatica. Così me le godo di più». (Tiziana Cozzi, L'Espresso)