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sabato 24 ottobre 2015

Oltre il fondo del barile

Trivelle nel Golfo di Taranto: l’Italia ancora generosa con i petrolieri. In primis la Shell

Le prime ad essere approvate sono a favore della Shell, che dopo essersi ritirata in quattro e quatt’otto dall’Artico, adesso trova i più ospitali mari italiani, con una accoglienza a braccia aperte. Si tratta delle due concessioni d73 FR SH e d74 FR SH, entrambe fra le province di Cosenza, Matera e Crotone. La prima si estende per 730 chilometri quadrati, la seconda per 620. E cioè regaliamo alla Shell 1350 chilometri quadrati di mare.
E anche se non sembra, ad approvare il tutto non è il Ministero del Petrolio, ma quelli del Turismo e dell’Ambiente d’Italia.
Verranno qui eseguite ispezioni sismiche con tecniche airgun, che offriranno una immagine in 3D di eventuali giacimenti petroliferi. Gli studi sismici – ripetuti violenti spari di aria compressa intervallati di 10-15 secondi – dureranno per circa sei settimane. Il decreto che approva l’airgun nel golfo di Taranto ricorda che è tutto “temporaneo” e che non verranno realizzate “opere permanenti” in mare o in terra. E quindi, come sempre, tuttapposto.
Ma a chi vogliono darla a bere. La Shell non fa ispezioni sismiche perché vuole regalare immagini scintillanti dei fondali marini al governo italiano. La Shell fa ispezioni sismiche perché vuole trivellare, e l’airgun è solo il primo passo verso la realizzazione di scellerati progetti.
Mentre la concessione d73 FR SH è più a largo, la d74 FR SH sarà a 6 miglia da riva e a un miglio da un sito di importanza comunitario, il SIC 9310053 detto “Secca di Amandolara”. Un solo miglio! Ma questo non importa perché secondo la “Commissione Tecnica di Verifica” sulla Via della Shell non “emergono incidenze negative”.  Poi però si ricorda che la stessa Commissione ha imposto una “fascia di rispetto di 12 miglia” dal “perimetro esterno di tutte le aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette”.
Non è ben chiaro come il miglio di distanza dall’area protetta possa essere compatibile con la fascia delle dodici miglia. Mistero dei ministeri.
Oltre al Sic di cui sopra, c’è n’è un altro, il Sic IT 9310048 detto “Fondali Crosia-Pietrapaola-Cariati”, a sei miglia dalla stessa concessione d74 FR SH e quindi anche questa entro la fascia delle 12 miglia di protezione.
La Regione Puglia e Basilicata hanno espresso parere negativo su entrambe le concessioni. Della regione Calabria non c’è traccia. Ma nonostante il parere negativo di ben due Regioni, ci sono state delle misteriose “controdeduzioni” che hanno portato a soprassedere il parere delle Regioni interessate. Come dire: ne sa di più un Ministero di Roma o la Shell che le Regioni Puglia e Basilicata delle criticità dei mari, e delle aspirazioni del popolo di Puglia e Basilicata. Non molto democratico, no?
E poi, non ho capito perché, come sempre, ai petrolieri sia stato concesso di fare controdeduzioni. Non è una partita alla pari quella in cui i petrolieri hanno la prima e l’ultima parola. Perché Puglia e Basilicata non hanno potuto fare contro-controsservazioni? Se ai petrolieri sono concessi due interventi, perché ai cittadini e alle Regioni no? O meglio ancora, un one shot game. L’avrò detto milioni di volte. In un sistema democratico, uno fa la proposta e l’altro fa le osservazioni e poi si decide. E poi basta. Non che ad alcuni è concesso di rispondere ad infinitum ed ad altri no.
Ci sono delle ridicole prescrizioni – presentazioni di scartoffie varie, la presenza di osservatori marini che devono presentare il loro curriculum, la compilazione di un rapporto in italiano con elencate tutte le specie marine che si sono incontrate in mare con ora, temperatura, numero di esemplari, il fermo in caso siano avvistati mammiferi, ed evitare che le tartarughe marine Caretta Caretta possano intrappolarsi nelle apparecchiature di rilievo sismico. Ma veramente quelli del Ministero credono che i petrolieri faranno tutte queste cose? E chi controllerà il tutto?
Ma due sono le cose che più mi fanno pensare.
Intanto, secondo le prescrizioni dei ministeri in questione la Shell deve eseguire l’airgun fuori dal periodo di deposito delle uova, della riproduzione e del reclutamento delle principali specie ittiche commerciali. Questo vuol dire che lo sanno anche loro che l’airgun può incidere sulla pesca.
E soprattutto, noto che in tutte queste labirintine prescrizioni, non viene stabilita la potenza massima utilizzabile. Dicono solo che si deve usare “la minor potenza acustica necessaria”. Cioè sparate quanto più volete basta che sia, secondo voi, necessario.
Interessante che la Basilicata abbia espresso parere negativo e che anzi, il governatore lucano, Marcello Pittella, del Pd, sia anche il capofila, delle Regioni referendarie. Cosa farà adesso Marcello Pittella? Griderà allo scandalo? Andrà su tutte le televisioni di Basilicata e d’Italia a dire che è inaccettabile che il governo, Pd o non Pd, prenda decisioni così contrarie alla volontà sua e della sua Regione? O semplicemente farà finta di niente, e resterà in un salomonico silenzio finché tutto l’approvabile sia stato approvato, ispezionato, trivellato? (FQ)

Altro airgun, altri 620kmq di mare regalato alla Shell nel golfo di Taranto

D 74 FR SH -- Shell, 620kmq - Approvata 13 Ottobre 2015
 d 73 FR SH -- Shell, 730kmq - Approvata 13 Ottobre 2015




Restano in bilico queste altre della Global Petroleum e della Global Med qui e' tutto global :) 

 d 80 FR GP -- Global Petroleum, 745kmq - In fieri

d 81 FR GP -- Global Petroleum, 750kmq - In fieri


d 82 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq - In fieri

 d 83 FR GP -- Global Petroleum, 746kmq -  In fieri

d 85 FR GP -- Global Med 748kmq  - In fieri
d 86 FR GP -- Global Med 748kmq -  In fieri
d 87 FR GP -- Global Med 737kmq  - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 745kmq - In fieri
d 89 FR GP -- Global Med 749kmq - In fieri

venerdì 9 ottobre 2015

Sto kaggio!

La bravura dei venditori di favole e dei giornalisti che le rimpallano con l'arte sublime del copiaincolla!
Qui pare che Tempa Rossa sia il futuro di tutto il Paese... nel secolo delle energie rinnovabili e della crisi del petrolio c'è proprio da sentirsi all'avanguardia!
Ma soprattutto, stoccare a due passi da industrie a rischio di incidente rilevante, immensi quantitativi di petrolio, non pare niente di che. E' solo stoccaggio.
Ma poi, dimenticare che quello stoccaggio serve a caricare le petroliere, le navi più inquinanti e pericolose del mondo (dopo quelle che portano metano liquido); dimenticare quante petroliere entreranno in Mar Grande, una rada chiusa con un equilibrio ambientale già manomesso; dimenticare i rischi di perdite di petrolio o addirittura di collisioni e affondamenti che si aggiungono ai rischi che la città già corre ogni giorno, tra industrie e arsenali militari: dimenticare tutto questo per parlare di semplice stoccaggio a noi pare proprio una gran bella presa per... il fondo del barile!
Bravi, bravi!

I camion si inerpicano piano sui tornanti di montagna che portano a mille metri di altezza, destinazione il giacimento petrolifero di Tempa Rossa, che tra due anni entrerà in funzione. Tra betoniere, mezzi meccanici e prefabbricati svettano, lucide, le sagome degli impianti del centro olio, cuore produttivo del giacimento. Mille operai sono impegnati nella fase di cantiere e aziende pugliesi come Aleandri e Tecnomec di Bari, Marraffa di Taranto e Iba di Brindisi partecipano alla costruzione di alcune opere. Spesi già 800-900 milioni sui 2 miliardi di investimento. Un centinaio saranno invece gli addetti che il centro occuperà quando tutte le infrastrutture saranno realizzate.La tabella di marcia sconta un anno di ritardo perchè si sono dovuti effettuare interventi ulteriori per mettere in sicurezza il terreno. «Ma ormai siamo in dirittura d'arrivo - spiega Roberto Pasolini, il manager di Total Italia che, insieme a Massimo Dapoto, responsabile della comunicazione, e ad altri due tecnici, accompagna i giornalisti di Taranto nella visita a Tempa Rossa. La francese Total è infatti l'azienda che insieme all'anglo-olandese Shell e alla giapponese Mitsui detiene i diritti di estrazione di questo giacimento della Basilicata, sul quale si è cominciato a lavorare 20 anni fa. Taranto, con la raffineria dell'Eni, sarà, via oleodotto, l’approdo del greggio di Tempa Rossa che in riva allo Jonio verrà temporaneamente stoccato prima del carico sulle petroliere.

«A dicembre 2017 - spiega Pasolini - saremo pronti e partiremo con i volumi previsti, ovvero 50mila barili al giorno. Stimiamo una capacità di estrazione da Tempa Rossa per 40-50 anni». Attualmente i pozzi perforati sono sei, i lavori hanno richiesto circa due anni, e si devono terminare solo le opere che porteranno in superficie il greggio, «tirandolo» dal cuore della roccia. Restano da scavare altri due pozzi. Al centro olio, invece, avverrà il trattamento del prodotto. Ovvero si metterà il greggio (la qualità che qui sarà estratta è simile all'Ural, che viene dal Mar Nero) nelle condizioni di sicurezza per essere trasportato sino a Taranto e si provvederà a separarlo da altri componenti come zolfo, metano e gpl. Il gpl verrà lavorato a Corleto Perticara, lo zolfo utilizzato da un'azienda di Taranto per finalità agricole.


Corleto, 50 anni di petrolio giacimento da dicembre 2017

Ma se in Basilicata il cantiere di Tempa Rossa marcia, a Taranto deve ancora partire. E a Taranto, dove nella raffineria Eni, partner logistico dell'operazione, devono essere costruiti due serbatoi di stoccaggio e ampliato il pontile petroli per l'attracco delle navi, tutto è fermo perchè il Comune non rilascia l'autorizzazione alla costruzione delle opere. Il Comune ha anche fatto ricorso al Tar di Lecce ma ha perso il primo grado di giudizio, mentre un mese fa dall'Eni di Taranto è partita una lettera, destinatario Palazzo di Città, dove si paventano azioni legali della società petrolifera, con richiesta di risarcimento danni, se non dovesse giungere il via libera chiesto e sollecitato, visto che Tempa Rossa, definito progetto strategico dal Governo, ha già le autorizzazioni centrali. Il Comune dice no perchè teme un aumento dell'inquinamento in una realtà già duramente provata dalla vicenda Ilva. «Ma è stato chiarito - dice Pasolini - che l'arrivo del petrolio di Tempa Rossa a Taranto non provocherà danni ambientali. Taranto sarà solo un luogo di stoccaggio, non ci saranno lavorazioni, né aumenterà la capacità produttiva della raffineria. La Valutazione di impatto ambientale, oltretutto, ci è stata rilasciata a condizione che l'investimento fosse a impatto zero e l'Eni ha anche migliorato il progetto riducendo le sue emissioni. Ora tra noi e loro il saldo è di 28 tonnellate in meno, su base annua, dei composti volatili del greggio». Questa garanzia non è bastata al Comune, che per ora tiene fermo il no. Tuttavia lo sblocco di Tempa Rossa anche per la parte tarantina sarebbe imminente. Sarebbe infatti in arrivo l'autorizzazione unica del Mise (lo stesso provvedimento usato per il gasdotto Tap nel Salento) per far partire gli altri cantieri. Shell l'attende entro fine anno, considerato che la parte tarantina (300 milioni di opere) richiede due anni di lavori e i primi barili saranno estratti in Basilicata appunto a fine 2017. (GdM)

Petrolio: autorizzazione unica entro 2015 per Tempa Rossa

Total E&P Italia ha messo in campo una task force per completare i lavori di preparazione e sviluppo del giacimento petrolifero Tempa Rossa in Basilicata, nell’alta valle del Sauro, con l’obiettivo di avviare la produzione a dicembre 2017.
Lo ha confermato il direttore commerciale e comunicazione Total E&P Italia, Roberto Pasolini, parlando con i giornalisti nel corso di una visita ai lavori di realizzazione del Centro Olio di Corleto Perticara (Potenza).
"Abbiamo messo in preventivo di consegnare l’opera – ha spiegato Pasolini - nel dicembre del 2017 e, considerando che per gli interventi che riguardano Taranto ci vorranno un paio d’anni, contiamo di avere l’autorizzazione unica dal Ministero dello Sviluppo economico entro la fine del 2015". Il Tar recentemente ha annullato la delibera del consiglio comunale di Taranto che aveva escluso le opera funzionali a Tempa rossa, ovvero l’estensione per 350 metri del pontile Eni e la realizzazione di due grossi serbatoi di stoccaggio di 180mila metri cubi necessari per la commercializzazione di quanto prodotto dal giacimento lucano.
Total E&P Italia, operatore per lo sviluppo del giacimento Tempa Rossa, scoperto nel 1989, è titolare del 50% della Concessione Gorgoglione insieme a Shell (25%) e Mitsui (25%). Il progetto di sviluppo prevede la messa in produzione di 8 pozzi (6 già perforati, di cui 5 a Corleto Perticara e uno nel comune di Gorgoglione, e altri 2 da perforare una volta ottenute le autorizzazioni).
A regime l’impianto, tra i più evoluti nel settore petrolifero, avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 mc di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. "Nei prossimi mesi - ha spiegato ancora Pasolini – l'attività proseguirà con il completamento di tale fase di lavoro preliminare e nel corso del 2016 saranno allestite le piste di lavoro e avviate le attività di posa delle condotte. Tutte le attività sono in corso nel rispetto degli standard progettuali autorizzati, delle prescrizioni ambientali e stanno procedendo alacremente". (GdM)

Total rilancia sulla Basilicata

Si lavora. E si lavora alacremente a Tempa Rossa, nella Valle del Sauro tra Corleto Perticara e Guardia Perticara. Siamo in Basilicata, a 1.050 metri sul livello del mare, nel secondo giacimento petrolifero lucano, dove opera Total E&P Italia (al 50%, in joint venture con Shell e Mitsui, entrambi al 25%) per la messa in produzione di 50mila barili di petrolio al giorno.
Non c'è aria di smobilitazione. Tutt'altro. E a conferma, la compagnia francese aprirà anche oggi il cantiere ai giornalisti per fare il punto sulle attività. C'è un grande fermento di uomini (un migliaio) e di mezzi nell'area che si estende su una superficie di circa 242mila metri quadrati (pari a 33 campi di calcio) dove è in costruzione uno dei più moderni siti industriali con alti standard di sicurezza e compatibilità ambientale.
Dopo l'annuncio fatto agli investitori a Londra sul taglio di investimenti in Norvegia e Australia e sul rinvio dello sviluppo del giacimento lucano, è proprio dalla Basilicata che la compagnia rilancia. « Total E&P Italia conferma che l'obiettivo del progetto di sviluppo del giacimento petrolifero Tempa Rossa in Basilicata rimane l'avviamento della produzione a dicembre 2017». Lo ribadisce dal cantiere lucano, il responsabile della sede di Potenza, l'ingegner Giuseppe Cobianchi. «Nulla è cambiato nella strategia di Total E&P Italia. Tutti gli impegni sono confermati».
Anche se è innegabile che ci sia stato uno slittamento del progetto, tanto che il 5 agosto la società ha presentato istanza di rimodulazione del programma dei lavori della concessione di coltivazione denominata «Gorgoglione».
Definito e approvato dal Cipe quale opera strategica a livello nazionale e segnalato dal ministero dello Sviluppo economico tra i principali progetti privati di sviluppo industriale in corso in Italia, con un investimento di 1,6 miliardi di euro, il progetto Tempa Rossa doveva partire nel 2016. Ma sulla sua messa in produzione pesano ritardi connessi a due fasi importanti, a monte e a valle del progetto.
Da una parte, ci sono «i significativi fenomeni franosi del 2014». «È un cantiere complesso – spiega Cobianchi -, in questa zona abbiamo riscontrato e dovuto risolvere importanti problematiche di natura idrogeologica, con frane che hanno imposto la necessità di consolidare prima di poter costruire. Ma tutte le attività stanno procedendo alacremente. Total ha messo in campo una speciale task force con l'obiettivo di completare i lavori di preparazione del sito nel 2015 e di consegnare le infrastrutture petrolifere nel 2017».
Dall'altra parte c'è lo stop a valle, a Taranto, a causa dell'opposizione dei territori. Attraverso l'oleodotto Val d'Agri, infatti, il petrolio estratto a Tempa Rossa, arriverà alla Raffineria Eni di Taranto, parte terminale del progetto, che sarà interessata da interventi di adeguamento delle strutture logistiche, esclusivamente dedicate a stoccaggio, movimentazione del greggio e carico su nave. Il greggio lucano non sarà infatti raffinato a Taranto, ma solo stoccato per poi essere trasportato su petroliere in altre destinazioni.
«È una parte importante del progetto di esportazione – sottolinea Cobianchi -, ma anche a Taranto si sta lavorando in parallelo per completare il programma, cercando di superare le diffidenze, soprattutto degli ambientalisti, in tempi compatibili con l'avvio previsto». «L'inizio della produzione del secondo giacimento lucano - ha ribadito la compagnia francese - è infatti allineato con il completamento dei lavori presso la Raffineria di Taranto, per i quali sono da completarsi i procedimenti autorizzativi in corso».
In realtà, è questo il vero collo di bottiglia per l'avvio della produzione di Tempa Rossa. Tra pareri favorevoli e contrari, lunghi iter burocratici e non ultima la questione della campagna referendaria contro lo Sblocca Italia, le compagnie petrolifere ora guardano al procedimento in corso presso il Mise per ottenere l'Autorizzazione unica e quindi l'ok definitivo al progetto di adeguamento delle strutture della Raffineria tarantina per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano.
Nessuno stop, invece, arriva dalla Basilicata, dove nonostante la Regione sia stata capofila nella campagna referendaria, il governatore lucano Marcello Pittella ha assicurato che gli accordi siglati dalla Regione con la Total nel 2006 per la messa in produzione di 50mila barili di petrolio al giorno, saranno rispettati. Anche se ha stoppato, per il momento, la realizzazione di pozzi di ricerca e sviluppo importanti per delineare i margini del giacimento e individuarne il suo reale valore.
Intanto, la parola ora passa alla vicina Puglia. E saranno trattative decisive quelle in corso perché, completata la fase dei lavori di movimento terra, si entrerà nel vivo delle attività con il picco di forza lavoro e il maggior coinvolgimento di imprese. Il rischio: avere gli impianti finiti e pronti a produrre, ma con l'impossibilità di farlo per il blocco tarantino. (Sole24h)
 

venerdì 25 settembre 2015

Scempio rimandato

Total taglia gli investimenti e sacrifica Tempa Rossa


Tra le vittime del crollo del petrolio c’è anche Tempa Rossa. Lo sviluppo del giacimento in Basilicata è rimasto vittima dei tagli agli investimenti da parte di Total, che lo sta sviluppando - tra mille polemiche da parte degli ambientalisti - insieme a Royal Dutch Shell e Mitsui. Il progetto, ha detto la compagnia francese durante una presentazione agli investitori a Londra, è rinviato a dopo il 2017, insieme ad altri due, quello di Ichtthys in Australia e quello di Martin Linge in Norvegia.
La giustificazione ufficiale è la persistente debolezza del prezzo del barile, che rimane tuttora sotto 50 dollari. Non si può tuttavia escludere che la mannaia sia caduta proprio su Tempa Rossa anche per le lungaggini autorizzative che ne hanno ritardato lo sviluppo fin dalla sua scoperta, nel 1989 Gli ostacoli sono legati soprattutto alla realizzazione della “base logistica” nel porto di Taranto, che comprende l'ampliamento del pontile petroli della raffineria Eni e i serbatoi di stoccaggio, indispensabili per commercializzare la produzione del giacimento, che dovrebbe arrivare a regime a 50mila barili di petrolio e 230mila metri cubi di gas naturale al giorno.
Come le altre major, anche Total aveva già tagliato drasticamente gli investimenti per far fronte al crollo del petrolio. Ma di fronte alla persistente debolezza dei prezzi ha deciso di intervenire anche sulle attività in programma nei prossimi anni, a costo di rallentare la crescita della produzione, dall’attuale 6-7% - un tasso particolarmente robusto in confronto a quello dei concorrenti - all’1-2% l’anno a partire dal 2019.
Tempa Rossa, per cui erano stimati 1,6 miliardi di dollari di investimenti, non è certo il progetto più oneroso per Total. Ma è finita comunque nella tagliola della compagnia francese, che ridurrà il capex a non più di 20-21 miliardi di dollari, il 15% in meno rispetto a quest’anno e quasi il 30% in meno rispetto al picco di 28 miliardi del 2013, e nel 2017 scenderà ancora, a 17-19 miliardi. A quel punto l’impatto sulla produzione comincerà a manifestarsi: il target è già stato ridotto da 2,8 a 2,6 milioni di barili al giorno.
«Ci prepariamo ad affrontare un lungo periodo di prezzi bassi per il petrolio», ha spiegato il direttore finanziario Patrick de la Chévardière, assicurando che le misure adottate consentiranno a Total di difendere il dividendo, arrivando al break even anche con il barile a 60 dollari, senza bisogno di assumere nuovi debiti.
Il greggio al momento non vale neppure 50 $/barile. Ieri il Brent era riuscito a tornare brevemente sopra questa soglia, ma ha finito col chiudere in ribasso del 2,7% a 47,75 $. Ancora peggio è andata al Wti, giù del 4,1% a 44,48 $ nonostante le scorte di greggio Usa abbiano mostrato un forte calo per la seconda settimana consecutiva (-1,9 milioni di barili, ma accompagnati da un accumulo di 1,4 mb per le benzine).
Alle attuali quotazioni, secondo Wood Mackenzie, 1.500 miliardi di dollari di potenziali investimenti nel settore petrolifero rischiano di rimanere sulla carta perché non garantirebbero un ritorno economico. Finora ne sono stati cancellati “solo” per 220 miliardi, dunque non stupirebbe se l’esempio di Total fosse seguito anche da altre compagnie. Quest’anno sla paralisi sul fronte investimenti è già quasi totale: solo mezza dozzina di nuovi progetti hanno ottenuto via libera quest’anno, osserva la società di consulenza, contro una media annuale di 50-60.
A forte rischio sono in particolare i progetti nello shale oil, per cui i finanziamenti si stanno riducendo. Un sondaggio dello studio legale americano Haynes and Boone tra operatori di società petrolifere e banche ha evidenziato che in ottobre ci si attende una riduzione media del 39% per le linee di credito garantiti da riserve di idrocarburi. (Sole24h)

mercoledì 29 luglio 2015

Ancora no alle trivellazioni

La Basilicata ribadisce «No alle estrazioni in mare»

La Regione Basilicata ha ribadito oggi "in modo forte" al Sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari, la sua "totale contrarietà alle estrazioni in mare, chiedendo di sospendere l’iter delle autorizzazioni  richieste dalle compagnie petrolifere".
Lo hanno detto, in una nota congiunta, il presidente della Regione, Marcello Pittella, e l’assessore all’ambiente, Aldo Berlinguer, che hanno definito "utile, costruttivo, improntato alla linea del dialogo tra le Regioni, da un lato, e il Ministero dello Sviluppo Economico, dall’altro, anche grazie alla sensibilità ancora una volta manifestata dalla Sottosegretaria, Simona Vicari".
"Coerentemente con quanto sostenuto a Policoro, prima, e a Termoli, poi, la Basilicata, insieme con le altre Regioni, sosterrà in tutte le sedi a ciò deputate la necessità di difendere l’Adriatico e lo Ionio dall’invasione delle trivelle, nella consapevolezza che debbano valere anche per il Golfo di Taranto e per le altre aree sensibili dei nostri mari quelle previsioni legislative contenute nella legge numero nove del 1991 che, come è noto, vietano ogni attività estrattive nei Golfi di Napoli, Salerno e Venezia".
Il portavoce di Pittella ha sottolineato che stamani, in una riunione della commissione sull'ambiente, Berlinguer ha ribadito "la linea dura del governo regionale su ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare. Linea condivisa da gran parte delle altre regioni presenti, tra le quali Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Sardegna ed altre, anche del centro-nord. In discussione il recepimento della Direttiva 2013/30 dell’Unione europea sulla sicurezza delle operazioni sugli idrocarburi a mare e lo schema di decreto legislativo predisposto dal Governo. Sul tavolo – è scritto nella nota – anche il cosiddetto  'Manifesto di Termolì: atto di indirizzo elaborato dall’assessore Berlinguer facendo sintesi delle posizioni espresse durante la riunione tenutasi a Termoli il 24 luglio scorso alla presenza dei rappresentanti di sei regioni italiane: Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Si tratta di un atto di indirizzo nel quale, finalmente – ha detto Berlinguer – alcune regioni del centro-sud si sono ritrovate per definire una linea comune e chiedere con forza che le comunità locali siano coinvolte nei processi decisionali su questa materia". (GdM)

giovedì 25 giugno 2015

Trivellate palazzo Chigi!

Puglia, Basilicata e Calabria battaglia contro le trivelle «Sarà un’altra Scanzano»


Sarà un’altra Scanzano Jonico come contro il nucleare. Il Governo guidato da Matteo Renzi deve fare marcia indietro sulla prima autorizzazione alla ricerca di idrocarburi nel Golfo di Taranto rilasciata alla compagnia Enel Longanesi Developments srl. Il nostro è un no, secco e deciso, alle trivelle nello Jonio.Lo hanno dichiarato ieri, nel municipio del centro del Metapontino, nel corso di un incontro «operativo» convocato dal sindaco di casa Rocco Leone, l’assessore all’ambiente della Regione Basilicata, Aldo Berlinguer; gli amministratori, oltre che della città ospitante, di Scanzano Jonico, Nova Siri, Rotondella, Pisticci, Bernalda, Tursi, Taranto, dell’alto Jonio cosentino (Roseto Capo Spulico, Cassano allo Jonio, Rossano Calabro), più ambientalisti e operatori turistici.
Tutti hanno contestato l’autorizzazione rilasciata il 12 giugno scorso dal ministero dell’Ambiente, di concerto con il ministero dei beni culturali e del turismo, alla Enel Longanesi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso. «Siamo incazzati neri», hanno detto Vincenzo Baio, assessore all’ambiente di Taranto; il sindaco Leone; e Rodolfo Alfieri, assessore di Rossano Calabro. «Taranto – ha spiegato Baio - ha già l’Ilva e il progetto Tempa Rossa, che aumenterà l’inquinamento generale. Ora il regalo della Enel Longanesi. Così, distruggendo la speranza alternativa al nostro sviluppo rappresentato dal mare, il disastro sarà completato». E Leone: «Sottolineo l’attacco alla storia e alla cultura. Le trivelle nelle acque della Magna Grecia profaneranno luoghi sacri». «Basta – ha aggiunto Alfieri – col Sud terra di conquista. Invece che darci infrastrutture ci rifilano lo sfruttamento del territorio».
Tutti hanno assicurato che i loro Comuni proporranno ricorso al Tar contro la concessione già rilasciata. D’accordo anche su una manifestazione di protesta. «E se non ci ascolteranno - ha promesso Alfieri - bloccheremo la Statale 106 cosi l’Italia si accorgerà della nostra battaglia». Toni duri sono stati usati anche da Felice Santarcangelo, portavoce di Noscorie Trisaia, organizzazione nata nei frangenti del battaglia contro il deposito delle scorie nucleari a Scanzano Jonico e da allora impegnata su più fronti tra cui quello anti trivelle.
«Il petrolio come i rifiuti radioattivi? - si è chiesto Santarcangelo - No, è peggio. Anche perchè l’autorizzazione concessa prevede l’uso della tecnica di ricerca “Air gun”. Bombe di aria compressa esploderanno sotto i fondali per verificare la presenza di giacimenti. Una tecnica che può mettere in movimento gli ipotizzati carichi di ordigni carichi di sostanze chimiche smaltiti nel Mediterraneo affondando le «famose» navi dei veleni e la frana accertata dal Cnr e da tre università. E quali danni subirebbero i cetacei che hanno il loro habitat nel nostro mare? Un disastro. Vogliamo lo Jonio libero dalle trivelle». E Sigismondo Mangialardi, operatore turistico, si è detto «sicuro che il governo Renzi ripenserà alle trivelle nello Jonio».
«Noi, però, è bene che facciamo sentire e teniamo alta la nostra voce di protesta». Ha concluso l’assessore regionale Berlinguer che con il governatore Marcello Pittella ha firmato una lettera-appello inviata al ministro Galletti per invitarlo a ripensarci: «La Regione Basilicata non da oggi ha detto no alla ricerca di idrocarburi nel mar Jonio. Le trivelle sono incompatibili con le attività di sviluppo che abbiamo già finanziato. Riteniamo l’arco jonico un’area di grande pregio naturalistico e turistico. Non ci saranno concessioni da parte nostra su questo aspetto. Siamo contrari. E faremo forza comune con Calabria e Puglia. Non si possono fare scelte simili sulla testa dei territori». (GdM)

«Petrolio, non c’è il via libera»

«Non esiste alcuna autorizzazione a svolgere attività di prospezione sismica, sui fondali dell’Adriatico, alla ricerca di petrolio». Lo sostiene il deputato barese Dario Ginefra (Pd) che, assieme alla collega Colomba Mongiello, ha incontrato la sottosegretaria allo Sviluppo economico Simona Vicari e il direttore generale del dicastero, il pugliese Franco Terlizzese.

domenica 14 dicembre 2014

Leggi interstiziali per iniezioni letali

"Lavoro e royalties dal petrolio", spunta norma Tempa Rossa

Il governo accelera su Tempa rossa, il progetto per portare il petrolio estratto in Basilicata a Taranto e nella legge di Stabilità spunta l'emendamento per sbloccare "l'effettiva realizzazione dei progetti per la coltivazione di giacimenti di idrocarburi". Con la modifica, spiega la relazione tecnica, l'esecutivo estende "il regime di autorizzazione unica a quelle opere e infrastrutture necessarie e indispensabili per assicurare il loro sfruttamento", dando "significativo impulso" all'occupazione.
Tempa Rossa, della joint venture Total-Shell-Mitsui, consiste sostanzialmente nella costruzione a Taranto di due grandi serbatoi nei quali stoccare il petrolio in arrivo dal giacimento della Basilicata e l'allungamento di 350 metri del pontile petroli della raffineria per l'attracco delle navi destinate a caricare il greggio. Un progetto contro cui già si sono mossi le associazioni e i comitati ambientalisti locali - in una città dove le ferite dell'inquinamento hanno lasciato il segno - e contro il quale si è espresso anche il Comune con una variante al piano regolatore del porto per bloccare le opere. L'atto di indirizzo era stato adottato per scongiurare l'incremento di emissioni inquinanti causate dalla movimentazione del petrolio. Dai documenti dell'Eni, partner logistico dell'iniziativa, emergerebbe - secondo la documentazione in mano all'amministrazione comunale - l'aumento del 12% delle emissioni riferite soprattutto a composti volatili e non ci sarebbero adeguate rassicurazioni sui rischi di incidente rilevante.
Il governo non la pensa però così e guarda alle opportunità offerte dalla prospettiva. La norma è stata infatti inserita "al fine di semplificare la realizzazione di opere strumentali alle infrastrutture energetiche strategiche e di promuovere i relativi investimenti e le connesse ricadute anche in termini occupazionali". E prevede l'estensione dell'autorizzazione unica anche per "le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazione".
Le disposizioni, si osserva nella relazione tecnica, possono "generare rilevanti entrate fiscali aggiuntive" sia per lo Stato che per le Regioni, grazie anche alle royalties (che peraltro un altro emendamento del governo aumenta), visto che "con la realizzazione delle opere e infrastrutture connesse e indispensabili sarà possibile avviare l'attività commerciale estrattiva". Senza contare "le importanti ricadute occupazionali di cui beneficeranno in maniera immediata e diretta i territori in cui tali opere saranno localizzate". Con l'emendamento si assicura comunque il coinvolgimento delle Regioni interessate con lo strumento dell'intesa, salvo prevedere la remissione degli atti alla presidenza del Consiglio, qualora l'intesa non sia raggiunta. Così è ora per l'altra discussa opera del gasdotto Tap. (Rep)

mercoledì 10 settembre 2014

Salviamo Taranto dal Petrolio

Salviamo Taranto dal Petrolio

FIRMA LA PETIZIONE:
SALVIAMO TARANTO DALLE MULTINAZIONALI DEL PETROLIO

Ci rivolgiamo ai Ministeri Italiani dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico per fermare il progetto petrolifero Eni Tempa Rossa. Taranto vive un’ emergenza sanitaria senza precedenti a causa delle attività industriali e non può tollerare un ulteriore sacrificio per il profitto delle compagnie petrolifere. Stop Tempa Rossa!

Perché è importante

Ai Ministeri italiani dell' Ambiente e dello Sviluppo Economico.

Salviamo Taranto dal petrolio. No al progetto Tempa Rossa!

Tempa Rossa è un giacimento petrolifero situato in Basilicata. Il petrolio estratto sarà trasferito a Taranto e smistato su navi petroliere. Per questo progetto saranno costruiti 2 serbatoi da 180 mila metri cubi ed è previsto l'allungamento in mare del pontile Eni per oltre 324 metri.
Secondo il Progetto Tempa Rossa 2,7 milioni di tonnellate di petrolio transiteranno nel Mar Grande di Taranto ogni anno, con un aumento del traffico di 140 petroliere che metteranno in serio pericolo di inquinamento le nostre risorse marine. Uno studio ufficiale dell'ISPRA ha evidenziato che i porti più trafficati da petroliere sono quelli più inquinati da idrocarburi derivanti da petrolio.
Taranto inoltre sarà trasformata in un deposito di greggio con un aumento del 12% delle emissioni tossiche in una città già martoriata dal siderurgico Ilva. A Taranto la popolazione più colpita dai tumori è quella infantile, come confermano recenti studi epidemiologici. Il progetto Tempa Rossa accrescerà inoltre il rischio di incidente rilevante oltre ad impedire uno sviluppo economico sostenibile per una città già ridotta in miseria.
Il progetto Eni Tempa Rossa con alle spalle le multinazionali Total, Shell e Mitsui ha ricevuto pieno appoggio dai Ministeri dell’ Ambiente e dello Sviluppo Economico che hanno approvato le procedure di autorizzazione. Per contrastare Tempa Rossa abbiamo anche presentato una petizione al Parlamento Europeo (petizione n.1107/2011).
Per queste ragioni chiediamo la revoca delle autorizzazioni e il blocco immediato del progetto. Taranto non deve morire!
Ecco le email dei Ministeri italiani dell' Ambiente e dello Sviluppo Economico:
urp@mise.gov.it ; URP@minambiente.it


domenica 24 agosto 2014

Poveri delfini... non sanno cosa li attende!

Aggiornamento Prospezioni, Ricerca, Coltivazioni di idrocarburi nel basso adriatico e nel mar jonio (golfo di Taranto) - continuano a piovere le richieste da parte delle società petrolifere.


Istanza di permesso di prospezione - 3
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=405SPECTRUM GEO LIMITED
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=414PETROLEUM GEO SERVICE ASIA PACIFIC
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=598SCHLUMBERGER ITALIANA
- Istanza di concessione di coltivazione - 1
http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/mappa.asp?cod=168 ENI
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E' nel Golfo di Taranto la nursery dei delfini. Avvistati anche grampi

Anche nell'estate 2014 le acque del golfo di Taranto e dello Jonio settentrionale si rivelano luogo ideale per i delfini, e il mare in prossimità di Taranto diventa una "nursery" per i piccoli cetacei. Lo annuncia l'associazione Jonian Dolphin Conservation (JDC) che da circa quattro anni studia il movimento dei delfini in quel territorio.
Un segnale positivo per una città e una situazione ambientale noti più per il problema dell'inquinamento dell'Ilva che per i fatti positivi come, appunto, l'avvistamento di un gran numero di delfini. La JDC si occupa di ricerca scientifica, è impegnata nello sviluppo di progetti marini e collabora con altri enti e istituzioni scientifiche del settore.
"Siamo nel pieno della campagna estiva 2014 di dolphin watching nel golfo di Taranto che durerà fino a ottobre e già possiamo dirci più che soddisfatti dei risultati che stiamo conseguendo. Infatti abbiamo ulteriormente documentato fotograficamente la stanzialità di diverse specie di delfini che nel Golfo di Taranto si riproducono nonostante l'elevato grado di antropizzazione di queste acque", spiega, facendo un primo consuntivo dell'attività svolta, Carmelo Fanizza, presidente JDC.
E c'è, secondo gli esperti della JDC, anche una novità. "Nelle scorse settimane - aggiunge Fanizza - abbiamo ripreso un gruppo di oltre dieci grampi (Grampus griseus), un delfinide che può raggiungere i quattro metri di lunghezza, caratteristico per l'assenza del rostro sul capo, e, con nostra grande sorpresa, a un certo punto abbiamo visto saltare fuori dall'acqua un cucciolo, il primo di questa specie avvistato e fotografato in anni e anni di ricerche nel nostro mare".
Il grampo è stato solitamente avvistato meno di dieci volte l'anno al contrario delle altre specie. Ogni giorno con il JDC catamarano vengono avvistate "numerosissime colonie stanziali di stenella striata (Stenella coeruleoalba), delfinidi che hanno dimensioni minori, un paio di metri di lunghezza, ma che sono soliti avvicinarsi in piena libertà". "Appena qualche giorno fa - aggiunge ancora Fanizza - in un grande branco di Stenella striata fatto da oltre cinquanta esemplari abbiamo fotografato un gruppo familiare con un cucciolo che, dalle dimensioni, stimiamo abbia circa cinque giorni di vita in quanto aveva già la pinna dorsale dritta mentre fino al terzo giorno di vita è invece floscia. Non è la prima volta che documentiamo la presenza di neonati di questa specie nel Golfo di Taranto. Fotografammo da lontano la pinna floscia di un cucciolo vicino a quella della madre già due anni fa ma è la prima volta che siamo riusciti a riprenderlo così vicino e nell'ambito del gruppo familiare in quanto, di solito, i cuccioli vengono protetti dal branco".
"L'obiettivo di tutelare i cetacei del golfo di Taranto - rileva la JDC - può essere raggiunto solamente creando consapevolezza nella popolazione che i cetacei esistono ancora nel nostro mare. Tale consapevolezza può essere raggiunta solamente creando conoscenza". (quotidiano.net)

venerdì 22 agosto 2014

Braghe calate per legge. Altro che partecipazione: zitti e sotto!

Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma

Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso - come rivelato dalla Gazzetta - con il sostanziale via libera ai lavori, così come deciso da due ministeri (Ambiente e Sviluppo Economico) e dalla Regione Puglia (il Comune di Taranto non è stato invitato).
Due i provvedimenti governativi che fanno da supporto a tutta l’operazione che vede coinvolta la Total (proprietaria dello stabilimento lucano assieme a Shell e Mitsui) e l’Eni (proprietaria delle aree nelle quali saranno realizzati i due maxi serbatoi destinati ad accogliere il greggio poi destinato a prendere la via del mare tramite un pontile appositamente attrezzato). Il primo porta la firma degli allori ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Giancarlo Galan (Beni culturali) che il 27 ottobre 2011 decretarono la compatibilità ambientale del progetto presentato dall’Eni, progetto che prevede opere a valle di quello - è bene tenerlo a mente - che è considerata una infrastruttura strategica (delibera del Cipe del 23 marzo 2012), ovvero il giacimento di idrocarburi denominato «Tempa Rossa», nell’ambito della concessione di coltivazione di idrocarburi denominata «Gorgoglione». Secondo il Cipe, lo sviluppo del giacimento in questione, unitamente allo sviluppo del giacimento denominato «Val d’Agri», consentirà di coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale per una durata di circa 20 anni e di fornire quindi «un notevole contributo alla riduzione della dipendenza del Paese dall’estero per l’approvvigionamento energetico». E siccome la raffineria di Taranto è collegata al giacimento «Val d’Agri», di proprietà dell’Eni, da un oleodotto, era naturale far giungere, tramite lo stesso oleodotto, il greggio (due milioni e 700mila tonnellate all’anno) di Tempa Rossa a Taranto. Solo che, in questo caso, la proprietà (Total) è diversa e dunque invece di farlo raffinare a Taranto, pagando l’Eni per il servizio, si è scelta la via dei maxi-serbatoi di stoccaggio e della realizzazione di una nuova piattaforma offshore, collegata alla piattaforma già esistente, dotata di due accosti che permettano l’attracco di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 45.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Val D’Agri e di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 80.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Tempa Rossa; il prolungamento del pontile esistente per una lunghezza totale di 324 metri.
Leggendo il documento presentato dall’Eni in sede ministeriale, si apprende, poi, che «la durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici».
Numeri non roboanti, distanti dai 300 posti di lavoro annunciati ad esempio da Confindustria nella manifestazione dello scorso 1 agosto e da quelli che Total, indugiando non poco nella propaganda, invece contempla sul suo sito web.
Pesante, invece, il bilancio ambientale (sempre fonte Eni). «Le uniche emissioni in atmosfera di tipo convogliato generate dalle nuove installazioni saranno quelle dall’impianto recupero vapori. Il nuovo impianto integrerà l’impianto recupero vapori - si legge nel documento - attualmente esistente e propedeutico alle attività di carico delle due piattaforme. L’efficienza di recupero del nuovo sistema sarà pari al 98%, in linea con le migliori tecniche disponibili. Le portate saranno discontinue nel tempo, strettamente collegate alle operazioni di carico batch previste nella movimentazione. La raffineria ha stimato un quantitativo di vapori dalla caricazione del greggio Tempa Rossa pari a circa 1.300.000 chili all’anno. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno di convogliare e trattare tali streams gassosi in modo da recuperare parte degli idrocarburi, limitando il rilascio di sostanze in atmosfera. Gli scarichi gassosi finali dagli impianti di recupero vapori saranno tali da rispettare i limiti di legge, in linea con valori di performance delle migliori tecnologie disponibili secondo le Bat di settore e sono stimati pari a circa 26.000 chili all’anno di composti organici volatili (Voc). Il contributo delle nuove installazioni alle emissioni convogliate di raffineria può essere considerato trascurabile. Le nuove installazioni genereranno emissioni diffuse e fuggitive in corrispondenza delle nuove aree di stoccaggio e in corrispondenza degli accordi flangiati (stazioni di pompaggio, stazione di raffreddamento), aumentando le emissioni diffuse/fuggitive complessive di raffineria di circa il 11-12%. Tale incremento è determinato principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato. Le perdite di frazione volatile lungo le linee saranno rese poco significative dalla messa in posa di tubazioni saldate. L’incremento delle emissioni diffuse/fuggitive dall’impianto di trattamento acque può essere considerato trascurabile».
Dunque, Tempa Rossa sarà un affare per lo Stato (che infatti ha definito strategica l’opera, e dunque in quanto strategica calabile dall’alto senza «se» e senza «ma»), sarà un buon business per Total e soci (che estrarranno il petrolio dalla Basilicata, lo faranno arrivare a Taranto e poi lo raffineranno dove avrà più convenienza, facendo giungere per tale traffici ben 90 petroliere all’anno tra le Cheradi e il molo di punta Rondinella), per l’Eni (che quand’anche dovesse decidere di chiudere, come minacciato, la raffineria tarantina, potrà sempre contare su quanto Total pagherà per l’uso di serbatoi e pontili), per la Basilicata (che già gode delle royalties e degli altri benefit garantiti da compagnie petrolifere e Stato), per l’azienda, o le aziende, a cui saranno affidati i lavori (che impiegheranno, lo ribadiamo, 53 persone per 24 mesi, che probabilmente un lavoro già ce l’hanno).
Per la città di Taranto, invece, l’aumento dell’11-12% delle emissioni diffuse-fuggitive di composti organici volatili (probabilmente causa dell’insopportabile tanfo che aggredisce spesso Borgo, Tamburi e città vecchia) e la consapevolezza di non contare nulla a livello governativo, quanto scelte strategiche per il destino dell’Italia (ai polmoni dei tarantini, poco strategici, chissà chi ci pensa) vengono prese senza nemmeno consultarci. (Mazza - GdM)

Taranto, l’Eni potenzia la raffineria con l’ok della Regione. E ammette: “Più emissioni”

Col parere favorevole di governo e Regione e quello negativo (ma non vincolante) del Comune ionico, la società petrolifera realizzerà il progetto Tempra Rossa, che comporterà un forte aumento dello stabilimento tarantino. Non ci saranno ricadute occupazionali durature e salirà l'inquinamento. Angelo Bonelli: "Decisione che trasforma definitivamente la città nella discarica dei veleni d’Italia"

Eni
Il progetto Tempa Rossa dell’Eni s’ha da fare. A Taranto, la città avvelenata dall’Ilva che, evidentemente, non ha dato abbastanza sul piano industriale al Paese. L’ufficialità è giunta il 17 luglio scorso, quando la conferenza dei Servizi a cui hanno preso parte i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e la Regione Puglia, ha di fatto dato il via libera al progetto in barba al “no” espresso dal consiglio comunale il 14 luglio, solo tre giorni prima. Il divieto dell’assise cittadina, evidentemente, non è piaciuto a Roma: il Comune di Taranto, infatti, non è stato nemmeno convocato. Era stato convocato invece il ministero della Salute che, però, non ha inviato al tavolo nessun rappresentante. Ma che cosa è e cosa comporta il progetto Tempa Rossa?
IL PROGETTO - Nel documento presentato dall’Eni a gennaio 2011 si legge che il progetto prevede il “potenziamento” della Raffineria di Taranto “per lo stoccaggio e la spedizione del greggio” estratto dal campo di Tempa Rossa, in Basilicata. Il potenziamento prevede interventi sia in ambiente marino, come il prolungamento del pontile già in uso all’Eni di Taranto e l’adeguamento dei servizi ausiliari asserviti al pontile, sia su terra come la costruzione di due nuovi mega serbatoi, costruzione nuova linea di trasferimento del greggio dai nuovi serbatoi al nuovo pontile, costruzione di un nuovo impianto pre-raffreddamento e la fabbricazione di due nuovi impianti di recupero vapori. Un progetto che, inoltre, servirà a garantire il miglioramento della gestione dello stoccaggio del greggio estratto in Val D’agri che già da tempo viene movimentato a Taranto.
RISVOLTI OCCUPAZIONALI - Nel documento si legge chiaramente che “l’adeguamento della Raffineria non prevede un incremento della capacità di lavorazione attuale, ma solo un aumento della capacità di movimentazione greggio Tempa Rossa, destinato esclusivamente all’export via mare”. Insomma non ci sono prospettive occupazionali per i tarantini. Le uniche unità lavorative da impiegare servirebbero per la realizzazione dei nuovi impianti. “La durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici”. Insomma 53 lavoratori per 24 mesi e l’aumento del traffico navale mercantile in cambio di un impianto industriale che si aggiungerebbe a quelli già esistenti: su tutti Ilva e Cementir del Gruppo Caltagirone.
OBIETTIVI - Gli obiettivi del progetto, del resto, sono messi nero su bianco nei documenti presentati dall’Eni. “L’intervento di adeguamento delle strutture della Raffineria di Taranto – si legge nelle carte – si inserisce nei più ampi progetti petroliferi Val d’Agri e Tempa Rossa” che comportano la produzione di 600 milioni di barili di petrolio delle riserve della Val d’Agri (Potenza) e 420 milioni di barili di greggio dal giacimento Tempa Rossa che contribuirà ad aumentare in maniera significativa la produzione nazionale di petrolio, contribuendo così alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese”. Il contributo offerto dal progetto Tempa Rossa, ovviamente, contribuirà a ridurre, seppure sensibilmente, “la bolletta petrolifera italiana”. Non solo. “Il buon esito di questo piano di sviluppo, di cui gli interventi presso la Raffineria di Taranto rappresentano una parte essenziale, è dal punto di vista economico assai rilevante sia a livello nazionale che locale e costituisce un tassello importante nell’ambito delle opere strategiche previste dal piano degli interventi nel comparto energetico”.
I RISVOLTI AMBIENTALI - Il potenziamento degli impianti dell’Eni, che oggi contano già ben 133 serbatoi, contribuiranno anche all’incremento delle emissioni industriali nell’aria di Taranto. Le emissioni diffuse (cioè quelle che vengono emesse in modo incontrollato dallo stabilimento), secondo il colosso italiano del petrolio, aumenteranno del 11-12%. “Tale incremento è determinato – si legge ancora tra i documenti – principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato”. Cresce il numero dei serbatoi e quindi anche il livello nell’aria dei composti organici che periodicamente costringono i tarantini a chiudersi in casa per non respirare “la puzza di gas” che avvolge la città. Un fenomeno sul quale anche la procura di Taranto sta indagando da mesi. Ma per l’Eni, ed evidentemente anche per i ministeri e per la Regione guidata da Nichi Vendola, quell’aumento è da considerarsi “trascurabile”.
IL “NO” DEL COMUNE E LA PROCEDURA “SOSPETTA” - “Siamo assolutamente meravigliati di quello che è avvenuto – commenta a ilfattoquotidiano.it l’assessore comunale all’Ambiente Vincenzo Baio – perché il 10 luglio io stesso ho chiarito al tavolo con sottosegretario Dal Basso Decaro, i rappresentati dei ministeri e i vertici di Eni e Total il netto dissenso del Comune di Taranto. Quel giorno ho letto un documento che è stato formalmente acquisito. Quello stesso documento, solo quattro giorni dopo è stato letto in consiglio comunale che ha coerentamente ribadito il “no” al progetto Tempa Rossa. Scoprire che il 17 luglio, cioè una settimana dopo quell’incontro a Roma, ci sia stato il via libera appare più che sospetto. Il nostro “stop” – conclude Baio – evidentemente avrebbe messo i bastoni tra le ruote e così hanno pensato di fare a meno di noi. Del resto il parere del comune in questi casi è obbligatorio, ma purtroppo non vincolante”.
LE REAZIONI - “Questa è una sentenza che trasforma definitivamente Taranto nella discarica dei veleni d’Italia – dice invece Angelo Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto -. Anche il comportamente della Regione è scandaloso perché il progetto Tempa Rossa, dal punto di vista ambientale, contribuirà ad accrescere le emissioni in atmosfera in modo insostenibnile e irreversibile. E’ la dimostrazione che nessuno vuole un futuro alternativo per questa città. E’ vergognoso”. E proprio poche ora fa Angelo Bonelli è stato destinatario di nuovi atti intimidatori. Dopo la busta con all’interno un coltello consegnata al municipio di Taranto con il messaggio “Te lo mettiamo in gola. Via da Taranto bastardo”, questa mattina il coportavocenazionale dei Verdi ha ricevuto una telefonata anonima nella quale un uomo gli avrebbe riferito “Lei ha preso soldi a Taranto e la sua vita ha ore contate”. Bonelli ha denunciato tutto agli organi di polizia e poi ha raccontato la vicenda sui social network. (Casula - FQ)

lunedì 14 luglio 2014

Colpi di parziale lucidità. Speriamo che migliori..

Taranto, anche il Consiglio comunale dice «no» ai serbatoi di petrolio

Taranto dice no a Tempa Rossa. È il progetto dell’Eni per fare del terminal a mare della raffineria un’area di stoccaggio del greggio estratto in Basilicata e smistato nel capoluogo attraverso l’oleodotto che parte da Viggiano. Il progetto, è utile sottolineare, ha già ricevuto tutte le autorizzazioni vincolanti previste dalla legge. Due serbatoi da 180 mila metri cubi e un allungamento del pontile sono il cuore del piano che prevede un investimento da 300 milioni. La sua realizzazione comporterebbe, per dichiarazione della stessa azienda, un aumento delle emissioni del 12 per cento e un incremento del transito di petroliere fino a 140 l’anno, meno di 12 al mese, cioè una ogni due giorni e mezzo.
Questa volta il no al progetto arriva direttamente dal consiglio comunale, espressione corale della comunità locale. Dopo le varie associazioni ambientaliste, da sempre contrarie, dopo il primo voto contrario da parte dell’assemblea cittadina del 2012, oggi è arrivato un no da parte di maggioranza e opposizione. In un periodo nel quale la vicenda Ilva ha scosso le coscienze e i risultati dell’indagine «Sentieri» dell’istituto superiore della sanità hanno portato alla luce statistiche certe sull’aumento generalizzato delle malattie e dell’incidenza dei tumori attribuibili all’inquinamento, nessun amministratore è nelle condizioni di dare il via libera a nuovi progetti industriali che possano incrementarlo.
Oggi il consiglio comunale ha approvato tre documenti, tutti contrari a “Tempa Rossa”. Nella mozione del consigliere comunale Angelo Bonelli (Taranto Respira), coportavoce nazionale dei Verdi, è scritto che «un semplice no del comune a Tempa rossa se non è motivato non produrrà l’effetto di fermare il progetto dell’Eni. Il governo anche con il no del Comune di Taranto può procedere a dare l’autorizzazione per la costruzione. Il modo per fermare questo progetto è di approvare una variante di piano regolatore che recepisca la direttiva Seveso che prevede distanze di sicurezza e vincoli precisi per nuovi insediamenti vicino la raffineria “.Un secondo punto sottolineato da Bonelli è che “la Vas (valutazione ambientale strategica) dovrà essere realizzata dalla Regione che, se vorrà, potrà dare parere negativo”. Gianni Liviano, schierato all’opposizione, ha detto che “pur comprendendo le ragioni dell’economia, in questa fase storica occorre ragionare su altre ipotesi di sviluppo”. Il capogruppo del Pd Gianni Azzaro ha contestato all’Eni di aver fornito documentazione insufficiente per avere il quadro preciso del progetto e, di conseguenza, il no era scontato. Ora il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, porterà la decisione del consiglio comunale a Roma dove il 30 luglio è in programma un vertice al ministero. (CdM)

sabato 5 luglio 2014

Tempi rossi

«Il sud Italia rischia di diventare una piattaforma petrolifera»

 «Vogliono trasformare il Sud Italia in una enorme piattaforma petrolifera. In Basilicata con le trivelle e un potenziamento della produzione di greggio, in Puglia con i depositi per poi inviarli nelle raffinerie. Si chiama Tempa Rossa ed è il progetto che le multinazionali del greggio vogliono imporre ai cittadini». E’ quanto denunciano gli eurodeputati del M5S.
A Taranto, secondo i pentastellati  Rosa D’Amato, Piernicola Pedicini, Eleonora Evi e Dario Tamburrano, ci saranno «gli effetti più disastrosi: nel porto della città più inquinata d’Italia infatti verrebbero costruiti due enormi serbatoi che conterrebbero 180mila metri cubi di petrolio».
Sempre a Taranto il pontile verrebbe allungato di 300 metri per permettere alle petroliere di caricarlo. «Ne arriverebbero in città 145 l’anno secondo i piani delle “tre sorelle” Shell, Total e Mitsui». Gli europarlamentari del M5S chiedono dunque al governo Renzi di rispettare la volontà del territorio e al Comune di Taranto di non fare marcia indietro, «continuando a rifiutare le lusinghe delle compensazioni economiche offerte dalle multinazionali del greggio».
«Ci uniamo – aggiungono gli eurodeputati – alle battaglie del senatore M5S Vito Petrocelli e del deputato M5S Diego De Lorenzis che ha recentemente presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Ambiente Galletti. I porti del Sud devono rispondere a una nuova vocazione commerciale e turistica».
I quattro parlamentari del M5S promettono di »portare la vicenda nelle Commissioni europee competenti, a partire dalle osservazioni presentate dall’associazione Legamjonici di Taranto». «Sosteniamo – concludono – tutte le associazioni ambientaliste e i cittadini pugliesi e lucani che si mobiliteranno per evitare che in Basilicata aumenti la produzione di petrolio e che a Taranto venga perpetrato questo ennesimo massacro del territorio».
Il progetto Tempa Rossa prevede la realizzazione di un giacimento petrolifero situato nell’alta valle del Sauro, nel cuore della regione Basilicata. Il progetto si estende principalmente sul territorio del comune di Corleto Perticara, a 4 chilometri dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. Si tratta di 5 pozzi e di un sesto che si trova a Gorgoglione.
Il progetto prevede la perforazione di altri due pozzi, mentre l’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio per il GPL si trova nel comune di Guardia Perticara. A regime l’impianto – che secondo quando dichiara Total E&P Italia sarà tra i più evoluti nel settore petrolifero – avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di gas di petrolio liquefatto e 80 tonnellate di zolfo. (Lettera35)

domenica 29 giugno 2014

Save Mer Grande: il report e la pagina


Ecco il documento presentato nel corso della conferenza stampa del 28/06/2014, diffuso attraverso i social media. Contiene informazioni a scopo divulgativo riguardo al progetto Tempa Rossa e alle sue ripercussioni sull'ambiente e l'ecosistema del Mar Grande.
Tutte le informazioni sono tratte da fonti ufficiali e documentabili. Il testo, rispetto alle fonti ufficiali, è stato semplificato per permettere una immediata focalizzazione e comprensione delle criticità del progetto.
Fatene buon uso!
https://savemargrande.files.wordpress.com/2014/06/relazione-stop-tempa-rossa.pdf


martedì 9 luglio 2013

A proposito del "tutto sotto controllo"

Ecco alcuni video e considerazioni sul disastro ENI ancora in corso a Taranto, pubblicate sui social network da parte di cittadini:
Di questo primo video va detto che senza ombra di dubbio, con l'ENI non c'entra nulla!
Si tratta inceve del condotto delle fogne bianche che scarica acque pluviali non depurate e cariche di detriti (inquinanti) direttamente nel mare, all'altezza della scuola Virgilio. Nello stesso giorno infatti si è registrata una pioggia torrenziale sulla città.


Questa testimonianza è invece assolutamente attendibile:

"Buongiorno. La mia giornata è incominciata alle 4. Mi sono recato presso la zona dove ieri alle 19.30 è iniziata la fuoriuscita di greggio, proveniente dalla ENI, per vedere "con le prime luci dell'alba" il danno procurato. Naturalmente non è stata cosa facile in quanto la fabbrica ha messo a vigilare sul luogo un suo "uomo" che gentilmente mi ha pregato di allontanarmi (a dire il vero mi ha detto "vatti a coricare" che è presto). E si, cari amici, ciò che loro VOGLIONO da noi è proprio questo: noi DOBBIAMO DORMIRE PER NON VEDERE TUTTO QUESTO. In sintesi, i tecnici (probabilmente della regione viste le targhe automobilistiche baresi) mi hanno riferito che la fuoriuscita è terminata e che il greggio al largo è stato recuperato. Da mia analisi attenta ho potuto constatare:
1. il greggio continua ad uscire dallo scarico e le inalazioni provocate dallo stesso sono ben visibili;
2. l'odore nauseante presente ieri è un pò diminuito ma persiste tuttora;
3. non sono molto convinto che le precauzioni prese ieri per bloccare il greggio siano sufficienti.
Un ultima considerazione sul VIGILANTE: io nn c'è lo con chi fa il suo lavoro in maniera esemplare, ma, la denuncia dovrebbe partire proprio da chi vive giornalmente a contatto con queste SCHIFEZZE." (9 luglio-F.Q.)

"Buonasera. Appena tornato a casa dopo essermi "assorbito" quantità industriali di greggio. Non posterò foto, ne filmati (che ho fatto stasera) per motivi molto evidenti ma mi soffermerò nel dirvi che la situazione alla quale sono stato testimone è molto grave. Nella zona antistante l'Eni (primo svincolo a dx sulla 106 appena superata l'Eni) da un "viadotto" fuoriusciva greggio in quantità "esorbitante" inalando fumi nelle zone vicine e creando nel mare una CHIAZZA enorme (poco visibile sia per la "chiarezza" del petrolio, si per il buio circostante. Premetto solo una cosa: gli interventi sono stati "TARDIVI" in quanto, oltre a "tecnici" presenti nella zona che provvedevano a "bloccare" con panne oleoassorbenti, c'erano un paio di "mezzi" della capitaneria di porto in quanto, il greggio inizialmente non ha trovato "ostacoli" e si è riversato nel mare circostante. Finisco col dire che sono convinto che il danno causato sia enorme e solo domani mattina potremo, con le prime luci dell'alba, verificare "a vista" quanto successo." (8 luglio-F.Q.)

Così come è anche tragicamente vera questa dichiarazione:

«Ho avuto tranquillità e sicurezza sia da Eni che da Arpa...», commenta l'assessore comunale all'Ambiente Vincenzo Baio in merito a quanto avvenuto nella Raffineria. Però si dice preoccupato per i cambiamenti climatici...(A.C.)

Su questi altri video, va verificato se si tratta di immagini relativi all'incidente o se vi sono anche foto di repertorio dei tanti doni profumati che l'ENI ha da sempre donato impunemente alla città. In ogni caso sono documenti vergognosi di uno spregio continuo alla salute e all'ambiente.





Infine, ecco alcune immagini autentiche dello stato delle rive dopo lo sversamento, scattate da un membro del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti:






lunedì 8 luglio 2013

Tutto "sotto" controllo. E anche noi!

 «Taranto, black out raffineria Eni, chiazza idrocarburi in mare»
Foto da Twitter di @simplygiulia
Forse è stato un fulmine a provocare oggi l'ennesima 'ferità a Taranto, la città che sta combattendo la sua grande battaglia contro l'inquinamento prodotto dall'Ilva. In seguito a un black out nella raffineria di Taranto, forse a causa di una saetta, un grosso quantitativo di prodotto in serata è stato sversato in mare. «Si vede materiale grigiastro semiraffinato in acqua», ha detto il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, raccontando ai giornalisti quello che era appena accaduto. Una chiazza che ha prodotto un odore sgradevole, avvertito anche dagli equipaggi delle imbarcazioni che si trovavano nei paraggi. A tarda sera la Capitaneria di Porto di Taranto, mobilitata a tutto campo, ha chiarito la situazione: «È assolutamente tutto sotto controllo, la chiazza non si disperde al largo ma è tutta sotto costa, non c'è necessità di circoscriverla in mare».
Mezzi e uomini della Capitaneria e della società Ecotaras, via terra e via mare, hanno monitorato la chiazza minacciosa. A quanto si è saputo dalla Capitaneria, il materiale in mare «sembrerebbe prodotto idrocarburico molto leggero». Un campionamento è stato fatto da parte degli esperti dell'Arpa che analizzeranno il materiale. Lo sversamento - si è appreso dalla Capitaneria - ha una estensione di 80 metri lineari sotto costa con una ampiezza verso largo di 10 metri con moto ondoso che spinge sotto costa e contiene la chiazza. Il materiale, quindi, non si disperde al largo. I tubi andati in pressione per il black out, secondo Marescotti, hanno liberato liquido che ha «inquinando l'acqua del mare a Taranto».
Ma sarà l'Arpa nelle prossime ore a chiarire i termini della vicenda e quanto lo sversamento abbia prodotto nuovo inquinamento per la martoriata città.
«La situazione è grave ed è per questo - ha intanto annunciato il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli - che ho deciso di presentare una denuncia in procura a Taranto perchè non sarebbero attive le centraline perimetrali di monitoraggio previste dall'Aia. Ma chi controlla in questo paese che l'inquinamento non venga tollerato?».
«Un blocco di energia elettrica nello stabilimento Eni di Taranto - dice Bonelli - ha provocato l'addensarsi in cielo di fumi neri rendendo l'aria irrespirabile nel quartiere Tamburi», proprio quello a ridosso dell'Ilva, la zona della città che risente maggiormente della pesante situazione ambientale. Oltre alla gravità dell'incidente, conclude Bonelli, «si aggiunge che l'Arpa non è in grado dai propri uffici di sapere quanto le centraline Eni stanno misurando in tempo reale». (GdM)

domenica 23 giugno 2013

La corsa al petrolio

L'alto Jonio ancora terra di conquista per le multinazionali del petrolio.
Con tutti gli effetti  negativi sulle specie marine e, in caso di estrazione, sull'intero ecosistema.
Da un lato si pubblicizzano i delfini su trasmissioni di Stato come LineaBlu, dall'altro si autorizzano prospezioni che devastano il loro habitat e li devastano con gli ultrasuoni!
Invitiamo tutti i lettori a vedere ed eventualmente formulare osservazioni di qualunque tipo da inviare al Ministero dell'Ambiente o, se preferite, a noi, che le inoltreremo a nome vostro e del Comitato per Taranto.


Ecco la pagina di informazione dal sito del Ministero:
Opera:  Permesso di ricerca idrocarburi "d 68 F.R-.TU"
Progetto:  Permesso di ricerca di idrocarburi in mare "d 68 F.R-.TU"
Descrizione:  Attività di acquisizione di dati geofisici, condotta attraverso l’utilizzo di una strumentazione denominata air-gun. L’area denominata d361 CR-.TU è situata nel Golfo di Taranto tra Policoro (MT) e Trebisacce (CS). Lo specchio d'acqua interessato ha un'estensione complessiva di 623,47 Kmq e ricade all'interno delle zone marine convenzionalmente denominate ''D'' ed ''F''
Proponente:  Transunion Petroleum Italia S.r.l.
Tipologia di opera:  Ricerca idrocarburi
Data di scadenza presentazione osservazioni da parte del pubblico:  13/07/2013 invia osservazioni
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Territori interessati ed aree marine interessate
Regioni: Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia
Province: Cosenza, Crotone, Lecce, Matera, Taranto
Comuni: Albidona, Alliste, Amendolara, Bernalda, Calopezzati, Cariati, Cassano all'Ionio, Castellaneta, Castrignano del Capo, Ciro', Ciro' Marina, Corigliano Calabro, Crosia, Crucoli, Galatone, Gallipoli, Ginosa, Leporano, Lizzano, Mandatoriccio, Manduria, Maruggio, Massafra, Montegiordano, Morciano di Leuca, Nardo', Nova Siri, Palagiano, Patu', Pietrapaola, Pisticci, Policoro, Porto Cesareo, Pulsano, Racale, Rocca Imperiale, Roseto Capo Spulico, Rossano, Rotondella, Salve, Sannicola, Scala Coeli, Scanzano Jonico, Taranto, Taviano, Torricella, Trebisacce, Ugento, Villapiana
Aree marine: Stretto di Sicilia
Iter amministrativi
Procedura: Valutazione Impatto Ambientale
Data presentazione istanza:     14/05/2013
Data pubblicazione avviso sui quotidiani:     10/05/2013
Termine presentazione Osservazioni del Pubblico:     13/07/2013
Stato procedura:     Verifica amministrativa 

Altro link sul procedimento

Istanza di Permesso di Ricerca in Mare: d 68 F.R-.TU
Dirigente responsabile del procedimento: elda.fiorillo@mise.gov.it

Nome istanza   d 68 F.R-.TU
Tipo di istanza   Permesso di Ricerca in Mare
Data di presentazione   31/07/2009
Superficie622,6 Kmq
TavolaVisualizza tavola
RichiedentiNAUTICAL PETROLEUM
TRANSUNION PETROLEUM ITALIA

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